La coppia: scelta, innamoramento, aspettative

La coppia coniugale è un sistema dinamico aperto, diverso dalla somma delle caratteristiche di ciascun membro: non è costituita, infatti, dalla semplice unione di due individui, ma è un incontro di due storie diverse. Per poter creare, quindi, una famiglia, è necessario che i due partner si mettano in gioco sia psicologicamente e sia emotivamente. Uno dei primi momenti di crisi che una coppia si trova ad affrontare è proprio la sua formazione. Ci sono tre parti che coesistono in una coppia: IO, TU, e NOI. C’è un lui, c’è una lei, ma ci sono anche i modelli personali di relazione e le aspettative di ciascuno. Il processo che guida la formazione della coppia è suddiviso in tre momenti differenti: La scelta del partner. È il primo momento in cui si fa appello alla storia personale: la scelta solitamente avviene per similarità o contrarietà al genitore di sesso opposto. Sul partner, infatti, si sposta l’oggetto d’amore infantile, investendolo di aspettative simili o contrarie al genitore. L’innamoramento. In questa fase entra in gioco l’idealizzazione di sé e dell’altro: ognuno si presenta all’altro, in modo inconsapevole, per essere apprezzabile e desiderabile, enfatizzando se stesso e l’altro. È la fase in cui ogni partner considera l’altro l’unico in grado di soddisfare esigenze e aspettative profonde. Il matrimonio. È il momento critico vero e proprio in cui il rituale condiviso costituisce una nuova presa di coscienza. La cerimonia, infatti, di per sé, non implica la costruzione di un saldo legame tra coniugi. Al contrario, è necessario un impegno verso la costruzione di una identità di coppia. Tale processo, però, è legato ad una maturazione della propria identità e lo svincolo dalla famiglia di origine. Saremo felici o saremo tristi, che importa? Saremo l’uno accanto all’altra. E questo deve essere, questo è l’essenziale.(Gabriele D’Annunzio)
Un mattino ordinario ai tempi della pandemia

di F.R. Di Mezza Prendo il caffè e insieme ossigeno. Nella piazza vuota, la Cattedrale è un disegno elegante davanti alla montagna. Le cupole maiolicate di tesserine gialle e verdi mi sembrano mimose dedicate a Dio, che non è detto che sia uomo! Chi era quel Papa che aveva osato dire che Dio è madre? Mi sembra che il suo pontificato non durò a lungo e una cronaca non affidabile insinuò il sospetto di una morte non accidentale. L. mi salva da questi pensieri eretici, fa un caffè eccezionale ed ha modi sbrigativi. Buongiorno, come va, qualche aggiornamento locale che, da un anno a questa parte, è immancabilmente sul covid. Arrivano l’Avvocato, un amico della Cartolibreria- e che Cartolibreria! con tanto di tipografia in un palazzo d’epoca- e un altro uomo, taciturno, dall’aspetto distinto. “dottoressa ma voi avete fatto il vaccino?” chiede L.? (il voi è una finezza della lingua italiana che si conserva nel sud: né il tu, che rende troppo vicini, né il Lei, che può creare complicate traiettorie nel discorso e alla fine non si capisce più “questo Lei” chi è. Forse è una questione culturale o, mi piace pensare, di orgoglio: il voi è rispettoso, ma attutisce il dislivello tra persone) -Sì, ho avuto la doppia dose, come il caffè! Sorrido già aspettando la domanda successiva -e come è andata? avete avuto effetti collaterali? -nessuno, forse un po’ di stanchezza, ma probabilmente non c’entrava con il vaccino -ah, e meno male va, perché tizio e caio hanno detto che sono stati proprio male, febbre, dolori articolari…però solo 24 ore -da manuale, insomma! Beh, vuol dire che m’è andata bene -chissà a noi quando toccherà. Per ora solo colori, chiusure e decreti che non ristorano È un passaggio perfetto per l’Avvocato! (indubbiamente L. è una barista che sa il fatto suo) Avvocato che raccoglie con prontezza e mannaggia che non posso trattenermi, perché è ora di andare allo studio, ma immagino il ritmo incalzante delle battute e vado via pensando che sono felice di abitare qui, anche se da poco, in un luogo diverso da quello in cui lavoro. Durante il viaggio in genere mi assicuro il silenzio, evitando la radio o peggio il cellulare. Mi attende una giornata piena di parole, poche le mie, la maggior parte spetta ai pazienti. Ma stamattina ascolto alla radio una notizia che decido di commentare, scrivendo poche righe sul mio mestiere e sul sapere ad esso connesso, prima di iniziare a lavorare nella clinica. La psicoanalisi viene definita dallo stesso Freud come un mestiere impossibile il cui esito insoddisfacente è dato per scontato in anticipo, cioè a livello psichico non possiamo aspettarci la guarigione come una sorta di risoluzione completa del malessere, che per altro è connaturato alla buona salute! per dirla con Oscar Wilde. Inoltre, non esiste un nesso automatico per cui, usando la tecnica canonica, otterremo un miglioramento garantito: è abbastanza intuitivo che se persino la riabilitazione di un arto fratturato richiede tempo e può lasciare residui patologici, immaginiamo la psiche, che affonda le proprie radici nel corpo biologico, di cui solo il cervello possiede circa 100 miliardi di neuroni! Dopo un anno di pandemia però, abbiamo un’ennesima dimostrazione che anche il “sapere psichico” ha qualcosa di impossibile: infatti, quando proviamo a comprendere ed usare efficacemente ciò che sappiamo del funzionamento mentale, facciamo i conti, inesorabilmente, con risultati altrettanto insoddisfacenti. Pare proprio che la psiche resista a conoscere ed utilizzare pienamente ciò che sa di sé: fraintende, oblia, rimuove, scinde, capovolge…insomma, di sé, non vuole sapere troppo. Quest’ultima considerazione è particolarmente evidente nell’atteggiamento e nelle misure che stiamo adottando rispetto alle implicazioni “psicopatologiche” del covid. All’inizio della pandemia se n’ è parlato timidamente, quasi che, invocare queste problematiche rispetto alla morte biologica delle persone, fosse un’offesa rispetto alle perdite subite e alle urgenze organiche da affrontare. Le malattie psichiche correlate al covid? Sono quantomeno un problema secondario. Eppure, le cosiddette “scienze dure” sanno bene che non esiste una scissione mente corpo, ma un tutt’uno, esiste una persona che si ammala interamente, nella sua globalità, non è che muoiono solo i suoi polmoni! A questo monismo epistemologico dovrebbero conseguire terapie che prediligono l’aspetto più organico o più psichico a seconda delle malattie, ma sempre nell’ottica (che dovrebbe essere chiara ma non lo è!) dell’essere umano come un continuum psicosomatico. Le molteplici risposte del sistema immunitario all’attacco del virus, risposte che hanno un impatto notevole sia nelle cure che nei vaccini, sono un esempio eclatante. Il sistema immunitario, infatti, è un crocevia inscindibile di fattori organici e psichici e le sue risposte al virus dipendono tanto da fattori biologici che affettivi, relazionali, semplicemente umani. Ma quanto queste ultime variabili sono prese in considerazione nelle ricerche sperimentali? E quanto nell’assistenza dei malati e di chi li cura, vale a dire medici, scienziati, operatori sanitari?. In un secondo momento della pandemia speravo in una impostazione più integrata dell’approccio al covid. E invece, nulla di nuovo. I risultati erano ancora ampiamente insoddisfacenti. Ho assistito, ammetto con una certa antipatia, ad una specie di ondata “psicofolkloristica”, tutti esternavano aspetti psicologici di quanto stava accadendo, nelle case nelle scuole dai balconi, nelle trasmissioni televisive: il malessere psichico era improvvisamente un sapere posseduto e distribuito da tutti, ai miei occhi un insopportabile vernissage ipomaniacale, più da mostra appunto, che di sostanza. Ciò risultava inevitabilmente molto nocivo per tutti quelli che di psicopatologia, da covid e non solo, sono veramente ammalati e durante la pandemia stanno soffrendo moltissimo. Alcuni ne sono anche morti. A gennaio 2021 si segnala che con la pandemia c’è stato un aumento del 20% dei suicidi giovanili (Panciera, N., Allarme suicidi, 22 gennaio 2021, la Repubblica.) Oggi i nostri studi privati sono pieni di persone che chiedono aiuto. Noi stessi, dopo un anno di lavoro molto pesante, siamo stanchi e rischiamo di ammalarci se non mettiamo in atto le adeguate protezioni psichiche, una sorta degli scafandri che usano negli ospedali i colleghi, per proteggersi dalla contaminazione fisica. Ecco, ancora: negli ospedali il
Il “languishing”. Apatici e senza gioia in pandemia

Secondo un recente articolo del New York Times, il “languishing” è l’emozione più diffusa in questo periodo di pandemia. Non depressione, ma assenza di gioia. Con il perdurare della pandemia molte persone vivono un senso di stagnazione e vuoto. “Ti senti come se ti stessi confondendo tra i giorni, come se guardassi la tua vita da un finestrino appannato”, scrive lo psicologo Adam Grant. Il termine, coniato dal sociologo Corey Keyes, fa riferimento ad una condizione in cui non vi è depressione ma neppure benessere. “Non hai sintomi di disturbi psichici ma non sei nemmeno il ritratto della salute. Non stai funzionando a pieno regime”. “Languishing” letteralmente significa “languire”. Uno stato di abbattimento causato dal confinamento domestico obbligato, dall’incertezza, dalla paura, dall’assenza di lavoro e di vita sociale. L’aspetto centrale di questa condizione è l’inconsapevolezza. Ci si trascina lentamente nell’apatia e nella solitudine, senza avvertire di stare male, fino ad arrivare a sentirsi senza uno scopo. Adam Grant parla di un antidoto. Lasciarsi andare ad un flusso (“flow”) che stimoli i sensi e riaccenda le emozioni. Può essere qualunque attività, in cui immergersi piacevolmente, che favorisca uno stato di abbandono completo. Quello stato dove il tempo, lo spazio e i pensieri si dissolvono. E, infine, conclude con un avvertimento: cercare il più possibile di dedicarsi un tempo non frammentato. Lasciarsi alle spalle l’abitudine di spezzettare il tempo, acquisita durante il lockdown, quando abbiamo dovuto fare in modo di tenere insieme smart working, famiglia, casa, figli, DAD. Il languishing si supera con la consapevolezza Per risvegliarsi dal torpore di una consapevolezza addormentata bisogna innanzitutto riconoscersi. Portare l’attenzione ai segnali corporei ed emotivi e prendersene cura. Alcune emozioni possono essere difficili da sostenere ma negarle comporta solo altro malessere. Dare un nome al nostro sentire e sapere che molte altre persone condividono le nostre stesse esperienze aiuta. Non passivizzarsi e chiedere aiuto Dopo più di un anno di pandemia, le risorse per fronteggiare lo stress servite in fase iniziale non bastano. Occorre ristrutturare abitudini, modi di essere e agire, passando per la perdita di ciò che era la vita prima. È faticoso. Emergono rabbia, smarrimento, paura, angoscia. E sebbene siamo equipaggiati per far fronte a tutte le situazioni, il miglior adattamento possibile non sempre coincide con uno stato di salute. Bisogna riconoscere i propri limiti e saper chiedere aiuto quando necessario. Aver cura degli affetti e delle relazioni Il distanziamento fisico e le restrizioni imposte dall’emergenza sanitaria hanno introdotto forti limitazioni nella vita relazionale. Il senso di rifiuto verso questi cambiamenti può riversarsi sui propri bisogni e sfociare nella rinuncia, tradursi in un ritiro. È fondamentale rimanere aperti agli affetti e continuare ad alimentare la fonte di nutrimento della condivisione e dello scambio con l’altro. Vivere nel qui e ora Porsi nell’attesa passiva che tutto finisca determina uno stato di sospensione tra il prima e il dopo che impedisce di accettare e vivere il presente. Occorre stare nel qui e ora. Lasciar andare il passato e interrompere le anticipazioni sul futuro. Canalizzare le risorse nell’esperienza che stiamo vivendo, momento per momento. Coltivare il desiderio per uscire dal languishing Per combattere l’apatia (“assenza di passioni”) è utile costruire uno spazio di creatività e progettualità personale in cui esprimersi liberamente, provare piacere, nutrire il desiderio. Amare, noi stessi e gli altri, e amare quello che facciamo è energia vitale. Dà senso della nostra esistenza. Ci fa stare in salute, sostenere e affrontare le difficoltà della vita.
I Servizi di Psicologia Ospedaliera: dall’analisi della domanda al soddisfacimento dei bisogni della persona malata e dell’organizzazione aziendale

Il Servizio di Psicologia Ospedaliera si configura come struttura a cui competono, in accordo con le linee programmatiche dell’Azienda, attività diagnostica, terapeutica e riabilitativa e si integra con la clinica dell’organizzazione, del benessere organizzativo e della formazione. Se pensiamo alle “domande” di psicologia all’interno dell’ospedale ci troviamo difronte ad un’ampia costellazione che va dalla “visita /consulenza” sul singolo paziente, famiglia, caregiver, alla domanda dell’operatore su una specifica interazione operatore-paziente, alla costruzione di un progetto che nasce dalla rilevazione di singoli problemi concreti all’interno dei diversi reparti . Tali quesiti richiedono una riflessione di decodifica della domanda, chi la formula, in quale contesto, con quali aspettative, difficoltà e risorse. Il processo di decodifica presuppone la messa in atto della funzione psicologica specifica dei Servizi di Psicologia. La specificità professionale è uno strumento imprescindibile per la costruzione di tale percorso. Non è inusuale, ad esempio, che la domanda del medico inviante sul singolo paziente venga riletta, da tutta l’équipe, come richiesta di un iter volto a rivedere i passaggi di cura e le relazioni tra operatori. Pertanto la funzione psicologica viene esercitata, sia per identificare le risorse da mettere in campo, sia per complessualizzare l’intervento in una dimensione multidisciplinare. L’introduzione inoltre della pratica basata sulle evidenze, definita nel documento della task force dell’APA Evidenced-Based Practice in Psychology (EBPP) come “l’integrazione della miglior ricerca disponibile con la competenza dei clinici nel contesto delle caratteristiche del paziente, della sua cultura e delle sue preferenze” (APA, 2006), ha posto la questione, sempre più scottante, di una programmazione ed una formazione indirizzata a fornire trattamenti in linea con le raccomandazioni nazionali ed internazionali e ad individuare indicatori per verificare il suo impatto sulla pratica clinica e sull’organizzazione. La sfida a cui siamo chiamati, per favorire sempre più, una cultura capace di promuovere il concetto di salute globale è aperta e piuttosto allettante.
Lo Psicologo: non solo diagnosi

di Alessia De Gasperis Negli ultimi anni, in Italia vengono contati oltre 100.000 psicologi iscritti all’Ordine Nazionale (Consiglio Nazionale Ordine Psicologi, 2018), ma la conoscenza di tale professione risulta essere, a volte, poco chiara. Per far luce a riguardo, si può definire lo psicologo clinico come il professionista che si interessa della cura della salute mentale, dando un notevole contributo al processo di valutazione e diagnosi. Per mettere in pratica un intervento di tipo psicologico, lo psicologo clinico è tenuto a far riferimento ad approcci sistemici, utili a strutturare dei programmi terapeutici, individuali o di gruppo, rendendo altresì possibili eventuali valutazioni sull’andamento del trattamento. Ad esempio, nel trattamento dei disturbi d’ansia, a volte, risulta essere d’aiuto un supporto di tipo farmacologico (Twining, 2005), che richiede l’intervento di altre figure professionali. Lo psicologo clinico, però, non si ferma alla mera diagnosi e al successivo trattamento. Infatti, la formazione del professionista va ben oltre i meccanismi teorici, lasciando spazio allo sviluppo di adeguate capacità interpersonali, particolarmente importanti nell’erogazione dell’intervento psicologico. Risulta, così, essere di rilevante importanza, il rapporto paziente-psicologo, che si viene a formare lungo tutto il continuum terapeutico. Ad oggi, nei settori dell’assistenza sanitaria, i servizi per la salute mentale dipendono dal personale piuttosto che dagli strumenti, in quanto lo psicologo clinico ha rilevanti competenze per il supporto nella gestione di particolari situazioni che potrebbero invalidare il vissuto quotidiano della persona. Si basti pensare allo scenario mondiale, che, in questo momento si trova a fronteggiare l’emergenza COVID-19 e le sue conseguenze psicologiche, dannose per l’intera popolazione. Ricerche hanno dimostrato che le epidemie risultano essere strettamente connesse ad un’ampia gamma di disturbi, tra cui l’ansia, il panico, la depressione, e altri disturbi legati al trauma (Dong et al., 2020). Similmente, anche la quarantena vissuta (Rossi et al., 2020) e l’esperienza degli operatori sanitari intervenuti in prima linea (Cao di San Marco et al., 2020), risultano essere associati ad alti livelli di stress, depressione, irritabilità e insonnia (Rossi et al., 2020; Cao di San Marco et al., 2020). A tal riguardo, soprattutto per il personale sanitario, sono stati organizzati diversi tipi di supporto psicologico, come ad esempio la Sala di Decompressione, che consente agli operatori di pensare a ciò che sta accadendo loro e a come la situazione li fa sentire, riorganizzando cognitivamente, in modo costruttivo, tale esperienza (Cao di San Marco et al., 2020). Soprattutto rispetto ai recenti avvenimenti, lo psicologo clinico risulta essere di particolare sostegno e supporto alla comunità, che vive ogni giorno delle realtà che lo pongono in una situazione di messa in discussione. Questa prospettiva descrive la mente umana come capace di influire significativamente su ogni attività, e in modo piuttosto innovativo, anche su quella sportiva. La psicologia sportiva è stata da sempre considerata una disciplina capace di integrare conoscenze e competenze che derivano da differenti ambiti della psicologia, con il tentativo di organizzare interventi organici e integrati (Jarvis, 2006). Questo nuovo ramo della psicologia prende in considerazione, tramite applicazioni psicofisiologiche, il miglioramento delle prestazioni sportive e soprattutto mentali (Jarvis, 2006). Ad esempio, si basti pensare agli interventi sui meccanismi percettivi, sulla presa di decisione, sugli aspetti motivazionali e sulla necessaria attenzione agli aspetti organizzativi e sistemici del contesto in cui l’atleta opera alla ricerca di una prestazione sempre più elevata. Inoltre, sempre rispettando gli obiettivi delle Psicologia, promuove anche il concetto di benessere (Jarvis, 2006). Questo tema viene declinato come obiettivo in tutti i livelli sportivi, da quello agonistico a quello di tipo ricreativo che a partire dagli anni ’80, ha assunto la più chiara definizione di “Sport per tutti”. Gli psicologi sportivi hanno concentrato la loro attenzione ai fattori principali che favoriscono l’incremento dell’arousal, dell’ansia e dello stress, interessandosi a come questi possano influenzare le prestazioni atletiche e quindi eventuali strategie di regolazione (Jarvis, 2006). Tale figura si pone quindi come un valido aiuto, non solo per chi riporta diagnosi certe, ma anche per chi, in un particolare momento della propria vita, ha difficoltà a trovare la “luce in fondo al tunnel”. Lo psicologo non è stigma, ma una torcia che aiuta ad illuminare la strada giusta. RiferimentiCao di San Marco, E., Menichetti, J., & Vegni, E. (2020). COVID-19 emergency in the hospital: How the clinical psychology unit is responding. Psychological Trauma: Theory, Research, Practice, and Policy.Dong L, Bouey J. Public Mental Health Crisis during COVID-19 Pandemic, China. Emerg Infect Dis (2020) 26(7):1616–8.Jarvis, M., (2006) Sport Psychology. A student’s Handbook. London: Routledge.Rossi, R., Socci, V., Talevi, D., Mensi, S., Niolu, C., Pacitti, F., … & Di Lorenzo, G. (2020). COVID-19 pandemic and lockdown measures impact on mental health among the general population in Italy. Frontiers in psychiatry, 11, 790.Twining, C. (2005). The role of the clinical psychologist. Psychiatry, 4(2), 90-92.Consiglio Nazionale Ordine Psicologi- https://www.psy.it/dati-statistici
Maestri per un giorno: gioco di ruolo e apprendimento significativo

Il gioco di ruolo apre le porte alla creatività. Il gioco di ruolo “Maestri per un giorno” permette ai bambini di simulare la didattica. Questo gioco è utile all’apprendimento. alla comunicazione e alla socializzazione. I bambini fanno finta di essere insegnanti. Spiegano l’argomento scelto, individuano i tempi, gli spazi e gli strumenti utili al gioco. Il setting di ruolo diventa una vera e propria knowledge factory ,ma con i dovuti aggiustamenti. In primis, il docente illustra lo scopo del gioco e si assicura della disponibilità degli alunni nel voler partecipare. Bisogna seguire delle fasi ben precise. Ecco alcuni suggerimenti. Le fasi del gioco: – Warm up: i bambini sono invitati a discutere sul tema del role play e nello specifico sul gioco di ruolo “Maestri per un giorno”. – Selezione dei partecipanti : il docente chiede la disponibilità dei bambini al gioco di ruolo. – Individuazione dei tempi e selezione dei materiali: di quali materiali e di quanto tempo hanno bisogno i bambini per questo gioco di ruolo. – Organizzazione del setting: I bambini scelgono se restare seduti, cambiare la disposizione delle sedie o dei banchi. Il role play stimola l’immaginazione degli allievi che acquisiscono l’ autoconsapevolezza del proprio stato emotivo- Imparano a conoscere i propri punti deboli e i propri punti di forza, fondamentali per relazionarsi con l’altro. Ci sono molti benefici nell’introdurre questa metodologia nell’istruzione primaria, che consente al bambino di costruire il proprio apprendimento significativo. Apprendo e non dimentico più. Il processo di apprendimento è compiuto quando nuove conoscenze si collegano alla struttura mentale dell’ allievo, in modo non arbitrario, ma con consapevolezza e intenzionalità. L’apprendimento significativo si verifica, quindi, quando nuove informazioni “si connettono” con un concetto rilevante preesistent enella struttura cognitiva. Fondamentale è che il bambino sperimenti in prima persona quello che è il risultato delle metodologie e delle strategie didattiche affinché le stesse diventino “pezzi unici della proprio essere unico”.
Natura e benessere, quale connessione?

La natura ha senza dubbio un ruolo significativo per il raggiungimento del benessere individuale e collettivo, anche e soprattutto in periodo di pandemia. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il benessere corrisponde ad uno “stato emotivo, mentale, fisico, sociale e spirituale di ben-essere che consente alle persone di raggiungere e mantenere il loro potenziale personale nella società”. Consiste, quindi, in uno stato di equilibrio tra piano biologico, psichico e sociale dell’individuo e caratterizza la qualità della vita di ogni persona. Diversi sono i fattori che incidono sul benessere individuale, tra questi un ruolo fondamentale lo svolge l’ambiente esterno in cui le persone vivono. La Psicologia ambientale si occupa proprio di comprendere il rapporto delle persone con i propri ambienti di vita e studia le transazioni in cui l’ambiente, naturale e costruito, fornisce ristoro o infligge stress. Negli ultimi tempi i temi della sostenibilità e della gestione degli ambienti naturali sono diventati sempre più urgenti. Si studiano così i comportamenti che inibiscono o promuovono scelte sostenibili, che migliorano la natura, i correlati di tali comportamenti e gli interventi per aumentare azioni a favore dell’ambiente. Recenti ricerche hanno posto l’accento sull’importante ruolo che hanno l’ambiente e la natura nell’aiutare l’individuo a raggiungere un ottimale livello di benessere, sostenendo come la qualità della vita umana sia strettamente correlata con la qualità dell’ambiente, anche naturale, in cui l’individuo vive. Ronen e Kerret (2020) hanno proposto un nuovo approccio al benessere, definito “sustainable wellbeing” (benessere sostenibile), che integra aspetti del benessere individuale e del benessere ambientale. Tale concetto unisce la definizione di benessere propria della psicologia positiva, ovvero la capacità della persona di condurre una vita piena e ricca caratterizzata da emozioni positive, soddisfazione per la vita, ricerca di significato e presenza di relazioni significative, con la definizione della sostenibilità ambientale, che adotta un approccio che tiene conto non solo dell’individuo ma anche del tempo, della società e della biosfera. Il sustainable wellbeing sostiene quanto il miglioramento del benessere individuale sia correlato al miglioramento del benessere degli altri membri della società e dell’ambiente naturale. Di conseguenza, i bisogni dell’uomo, della società e dell’ambiente sono componenti tra loro collegati (Ronen e Kerret, 2020). L’ambiente naturale ha avuto un ruolo significativo per il benessere e la salute dell’individuo anche durante la pandemia Covid-19. Robinson e colleghi (2021) hanno esplorato il ruolo della natura in relazione alla salute durante le fasi della pandemia. Hanno riscontrato che, in tale periodo, le persone hanno trascorso più tempo nella natura e hanno visitato più spesso parchi o aree verdi. Queste azioni hanno comportato benefici in termini di salute e benessere e i partecipanti alla ricerca sostenevano che stare nella natura li aiutasse a fronteggiare le criticità dovute alla pandemia. Il 95% delle persone, che hanno visitato un nuovo ambiente naturale a seguito del Covid-19, ha riferito di averlo fatto per la propria salute e benessere. Inoltre, essi percepiscono l’ambiente naturale come una fonte di riduzione dello stress e dell’ansia. Simili risultati sono stati riscontrati anche nella ricerca di Pouso e colleghi (2021), che hanno osservato come il contatto con la natura durante le fasi di lockdown abbia aiutato le persone a fronteggiare gli effetti negativi della quarantena sulla loro salute mentale. Inoltre, coloro che avevano spazi all’aperto accessibili o elementi naturali visibili dalle loro abitazioni hanno provato maggiori emozioni positive. La ricerca mostra come il contatto diretto con la natura, anche dalla propria abitazione, riduca la probabilità di riscontrare sintomi di depressione e ansia. Ovviamente sono presenti altre variabili che influenzano gli esiti di salute mentale durante la pandemia, come età, genere, resilienza e condizioni socio-demografiche; tuttavia, mantenere un contatto con la natura in situazioni estreme ha un significativo impatto positivo sulla salute mentale delle persone. Vi sono sempre più riscontri che sostengono come l’esposizione al mondo naturale apporti potenziali benefici per la salute mentale e il benessere. Tali benefici sottolineano il grande valore della conservazione e della protezione dell’ambiente naturale. In situazioni estreme come quelle della pandemia, l’importanza degli ecosistemi naturali per proteggere il benessere delle persone è più evidente che mai, in termini di resilienza psicologica, capacità di resistenza e fronteggiamento delle difficoltà. Per la Psicologia ambientale la domanda chiave, nata in tempi di pandemia, è comprendere come la presente situazione possa essere utilizzata per incentivare comportamenti pro-ambiente e supportare appropriate misure politiche (Reese et al., 2020). La crisi pandemica potrebbe fungere, infatti, da apripista per un rinnovamento collettivo dei modi in cui si tratta la natura e l’intero ecosistema, portando nuove risposte alla crisi climatica e alle relative misure politiche. Bibliografia Pouso S., Borja A., Fleming L.E., Gòmez-Baggethun E., White M.P. & Uyarra M.C. (2021). Contact with blue-green spaces during the COVID-19 pandemic lockdown beneficial for mental health. Science of the Total Environment, 756, 143984 Reese G., Hamann K.R.S., Heidbreder L.M., Loy L.S., Menzel C., Neubert S., Trӧger J. & Wullenkord M.C. (2020). SARS-Cov-2 and environmental protection: A collective psychology agenda for environmental psychology research. Journal of Environmental Psychology, 70, 101444 Robinson J.M., Brindley P., Cameron R., MacCarthy D. & Jorgensen A. (2021). Nature’s role in supporting health during the COVID-19 pandemic: a geospatial and socioecological study. Int. J. Environ. Res. Public Health, 18, 2227 Ronen T. & Kerret D. (2020). Promoting sustainable wellbeing: integrating positive psychology and environmental sustainability in education. Int. J. Environ. Res. Public Health, 17, 6968
San-Pa: la doc-serie Netflix conquista e fa discutere

di Pierluigi Triulzio Fa discutere e conquista la figura di Vincenzo Muccioli e la creazione di un luogo chiamato “comunità”, ma la tossicodipendenza rimane una questione sospesa. Muccioli, malgrado non avesse nessuna competenza tecnica e tanto meno nessun attestato che comprovasse una qualche legittimità ad operare in quel campo, ha dato inizio ad un’impresa che non ha pari in Europa. Imprenditore lo era già e ha proseguito su quella strada, investendo con tutta la forza che disponeva per strappare quei giovani dalle loro dipendenze distruttive, costruendo anche attività economiche di successo con loro. Tutto ciò potrebbe essere già di per sé il successo di Muccioli e della sua impresa, che vive e prospera tutt’ora. Le contraddizioni, i metodi discutibili, gli eccessi usati per il trattamento dei tossicodipendenti, ben raccontati nel documentario “San-Pa”, sono il derivato di una certa esaltazione salvifica dei tossicodipendenti, tipica della cultura di quegli anni. La volontà di riuscita superava la complessità della realtà delle tossicodipendenze. Non escludo che il soggetto tossicomane parta dalla pretesa di essere salvato dall’altro, proprio perché egli stesso si è già esautorato nella propria competenza individuale, cioè nella possibilità di pensare una qualche forma di riuscita. Questo soggetto coscientemente ha scelto di “inserire nel suo organismo una sostanza chimica al fine di modificare le sue condizioni psichiche” (cfr. Giovanni Jervis). L’introduzione di tale sostanza, di per sé un’operazione meccanica e banale che rapidamente modifica uno stato psicologico, è tuttavia un atto autolesivo, che il tossicodipendente sceglie di ripetere in modo coatto. Questa operazione narcotizza le facoltà psichiche degli individui e la sedazione è il potere delle sostanze, che toglie ogni altro potere effettivo. Sorge spontanea la domanda: “Perché questa esigenza di anestesia?”, “Perché questo bisogno di obnubilamento del pensiero?”. La risposta va rintracciata nella deriva patologica cui soggetti di questo genere vanno incontro. L’operazione di esautorazione della propria facoltà psicologica produce inevitabilmente uno stato mentale di angoscia, che si coglie solo nel suo segno spiacevole (che certamente esiste) e non come risultato di un atto psichico contraddittorio. L’aspirante tossico, è intenzionato o meglio determinato nel tempo ad invalidare le sue facoltà, al fine di eliminare la sua angoscia, tuttavia ciò diventa il suo sistema di “non vita”. È di questa natura la contraddittorietà che si genera e per assurdo la sostanza diviene il falso rimedio contro l’angoscia generata dal rifiuto del proprio pensiero. Si origina così un circolo vizioso, perché se mi rifiuto di capire sono già nell’angoscia, ma non essendo nella condizione di ravvedermi, poiché come detto mi nego il potere di pensare, mi rifuggo nelle sostanze per evitare tutto e per ricercare quell’estasi catatonica, che ho eletto a mio massimo godimento. La stessa operazione di cui sopra genererà logicamente e perciò inevitabilmente l’insoddisfazione come unico orientamento di vita personale e, costi quel che costi (purtroppo sappiamo costare moltissimo), lo si difenderà a costo della vita e perdurerà nel tempo, almeno sin quando il soggetto vorrà ravvedersi veramente. Questa cultura dell’insoddisfazione, appare sotto le mentite spoglie di un coatto piacere, il cui unico intento è d’azzerare le proprie facoltà intellettuali, per perseverare una mortifera illusione. L’eroina in un modo la cocaina in un altro, vengono usate per non pensare, per non fare i conti con la realtà e più si sedimenta questa pratica, più si abbraccia una reale incapacità che coinvolge ogni aspetto della propria vita. La funzione sedativa dell’eroina e confusamente eccitante della cocaina, sono un potenziale illusorio e delirante, il cui principale scopo è di rimuovere l’angoscia, che invece aumenta, fissando il soggetto in uno stato di angoscia permanente. È certamente possibile smettere d’assumere sostanze e soprattutto uscire da uno stile di vita dissennato che rischia di permanere anche dopo la tossicodipendenza. Sicuramente ci vuole del coraggio per riprendere possesso del potere del proprio pensiero e con esso l’accesso alla propria soddisfazione.
Le Distorsioni Cognitive. Consigli pratici per correggere alcuni errori di pensiero

di Angela Belotti A quanti di voi è capitato di attribuire un esito negativo, catastrofico, a una determinata situazione? Quante volte vi siete svalorizzati di fronte a un compito o avete etichettato qualcuno ancor prima di conoscerlo? Le convinzioni negative su di sé, sul mondo e sul futuro spesso dipendono da modi sbagliati di osservare la realtà e di ragionare che sono detti Distorsioni cognitive (o errori di pensiero). Iniziano spesso nell’infanzia, anche per l’influenza del comportamento dei genitori, e sono poi attivati da eventi e situazioni stressanti. Di fatto, sono modalità disfunzionali di interpretare le esperienze. Tutti noi quotidianamente tendiamo a fare continui errori di pensiero. Quando abbiamo un pensiero automatico, però, possiamo provare ad identificare mentalmente, verbalmente o per iscritto il tipo di errore che stiamo facendo. Di seguito, verranno riportate le distorsioni cognitive più frequenti e dei consigli utili per correggerle. 1. PENSIERO “O TUTTO O NULLA” E’ chiamato anche pensiero in bianco e nero. Vediamo una situazione in soli due modi contrapposti, in due categorie, invece che in un continuum. Gli eventi vengono visti tutti bianchi o neri, buoni o cattivi. Ci possiamo sentire perfetti o completamente imperfetti. Non esiste una via di mezzo. Quando usiamo il pensiero “tutto o nulla” seguiamo binari prestabiliti e rigidi. Ad esempio: “Se non mi realizzo nel lavoro, la mia vita sarà un completo fallimento”. CONSIGLIO: Evita giudizi del tipo “bianco o nero” e inizia a pensare in percentuale. Non si è solo buoni o cattivi, solo tristi o solo felici, solo amati o solo rifiutati. A seconda della situazione o dello stato d’animo, ad esempio, non saremo completamente preoccupati o per niente preoccupati per un problema ma solo in una piccola percentuale. 2. PENSIERO CATASTROFICO Prediciamo il futuro in maniera negativa senza considerare altri possibili esiti o sviluppi. Ci si aspetta in continuazione che avvenga un disastro. Siamo sempre all’erta perché ci aspettiamo che arrivi da un momento all’altro la temuta tragedia. Pensando in questo modo al futuro si creano intense reazioni di ansia. Ad esempio: “Se non mi risponde al telefono è perché sicuramente ha avuto un incidente”. CONSIGLIO: Cerca sempre delle prove reali, concrete prima di arrivare a delle conclusioni. Se hai la tendenza ad esagerare ed utilizzare spesso parole come “tremendo”, “che tragedia”, “è troppo per me”, quando possibile, quantifica quel concetto, o il tuo pensiero su una scala da 0 a 10. Usa il seguente schema per controbattere il tuo pensiero o la tua situazione: • Che prove ci sono a favore della mia conclusione? • Che prove ci sono contro la mia conclusione? • Conclusione alternativa. Evita di pensare in termini assolutistici. Comincia ad evidenziare tutte le affermazioni o assunzioni che fanno uso di termini come “sempre”, “mai”, “nessuno”, “niente”, “tutto”, “tutti”. In questo modo diventerai meno rigido e più flessibile nel formulare giudizi e opinioni specialmente se comincerai ad utilizzare concetti come “posso”, “alcune volte”, “spesso”, “frequentemente”. 3. SQUALIFICARE O SVALUTARE IL POSITIVO Irragionevolmente ci diciamo che le nostre esperienze, azioni o qualità positive non contano, non hanno valore o, nello stesso modo rifiutiamo o svalutiamo il nostro fisico o parti di esso, non attribuendogli alcun valore. Ad esempio: “Ho eseguito bene quel compito ma tutti ne sarebbero capaci, non ho fatto nulla di speciale!” CONSIGLIO: Per contrastare il tuo pensiero, mettilo in discussione. Per aprirti a convinzioni più funzionali e reali domandati: • Che prove ci sono a favore della mia conclusione? • Che prove ci sono contro la mia conclusione? • Conclusione alternativa. 4. PERSONALIZZAZIONE Crediamo che gli altri si comportino negativamente a causa nostra, senza prendere in considerazione spiegazioni più plausibili per il loro comportamento. Ad esempio: “mi tratta male perché non valgo nulla” CONSIGLIO: Abituati a pensare che qualsiasi cosa gli altri dicano e facciano non dipende necessariamente da te o dal tuo comportamento. Valuta ragionevolmente adducendo prove reali, i pensieri e gli eventi che ti portano a concludere che tutto dipende esclusivamente dalla tua persona. Bibliografia Semerari, A. (2000). Storia, teorie e tecniche della psicoterapia cognitiva. Editori Laterza.
Identità sessuale: un costrutto multidimensionale.

L’identità sessuale rappresenta il risultato di un processo influenzato dall’interazione tra aspetti biologici, psicologici e socioculturali. Quando si parla di identità sessuale non bisogna tenere in considerazione esclusivamente il sesso biologico dell’individuo. Il sesso biologico definisce l’appartenenza biologica ad uno dei sessi che dipende dai nostri cromosomi ed è solo una delle differenti dimensioni del proprio essere sessuale. Tra le altre componenti troviamo anche l’identità di genere, argomento approfondito nel precedente numero. Una terza dimensione è il ruolo di genere, ossia l’insieme di tutte le aspettative che abbiamo riguardo agli atteggiamenti e ai comportamenti che una persona deve assumere rispetto al genere a cui appartiene. In questa dimensione rientrano gli indumenti che indossiamo, il lavoro a cui aspiriamo, il modo in cui esprimiamo le nostre emozioni e tante altre caratteristiche. Un’altra componente è rappresentata dall’orientamento sessuale, che indica l’attrazione sia sessuale che affettiva per una persona che appartiene al sesso opposto, allo stesso sesso o ad entrambi i sessi. Questi orientamenti si definiscono rispettivamente: eterosessuale, omosessuale e bisessuale. Conoscere queste dimensioni ci rende consapevoli dell’esistenza di una realtà molto complessa che considera la sessualità, il ruolo e l’identità di genere come aspetti fluidi. Lo sviluppo di ogni individuo dipende, quindi, dalle diverse combinazioni di queste quattro dimensioni che possono andare a creare differenti e molteplici configurazioni identitarie. Tale costrutto ci permette di comprendere quanto il confine tra normale e anormale dipenda dall’ambiente sociale e dal periodo storico in cui si vive. Una netta distinzione tra maschio/femmina intrappola la libera espressione di se stessi e alimenta le discriminazioni e i fenomeni di violenza e bullismo. Ognuno di noi deve essere libero o libera di esprimersi nel rispetto delle esistenze di tutti e tutte.