ADOLESCENTI E PROCRASTINAZIONE

Strategie per aiutare gli adolescenti nell’avvio di attività o nell’eseguire un’istruzione. Alcune volte, vi sono bambini o adolescenti che mostrano difficoltà ad iniziare delle attività o a eseguire delle istruzioni. Ciò che dovrebbe avvenire, in questi casi, è: pensare all’attività; immaginare che la si sta svolgendo; immaginare i sentimenti che si provano quando si inizia e si completa; automotivarsi a compiere quell’attività; prevedere cosa potrebbe succedere se non la si svolgesse; pianificare a mente i passaggi necessari; pensare al momento migliore per svolgerla; interrompere ciò che si sta facendo; preparare ciò che occorre e iniziare l’attività. I genitori, dunque, potrebbero chiedersi come mai il proprio figlio sembra non riuscire proprio a pianificare, organizzare ed eseguire dei compiti. A volte potrebbe essere importante far eseguire una valutazione per osservare se esistono difficoltà nelle funzioni esecutive (approfondiremo questo tema nel prossimo articolo). ALCUNE INDICAZIONI PER I GENITORI: Stabilire una routine: aiutare il ragazzo a creare una sequenza di azioni utili per il raggiungimento di propri obiettivi, anche in forma scritta. Far notare all’adolescente il circolo vizioso che crea la procrastinazione. Infatti, se rimando qualcosa ed ottengo un buon risultato, sarò portato ancora a rimandare quel compito. Ma anche in caso contrario potrebbe avvenire la stessa cosa perchè sarò portato a dire che la “colpa” è del fatto che non ho studiato. In ogni caso, proteggerei il mio ego. Potrebbe dunque essere utile interrogarsi sul motivo della mia procrastinazione. Suddividere compiti complessi in step più piccoli può amplificare la motivazione. Collaborare con l’adolescente per stabilire regole sull’utilizzo dei social network. Ad esempio, si potrebbe concordare un orario specifico oppure svolgere i compiti in un ambiente comune della casa, permettendo di avere il dispositivo elettronico acceso. Oppure, al contrario, si potrebbe stabilire una zona no tech (niente telefoni, computer, internet). La cosa importante con l’adolescente è il decidere insieme, trovando compromessi. Ricordiamoci che l’adolescente vuole e cerca indipendenza ed imporre su di lui delle regole potrebbe amplificare solo lo scontro.

Adolescenti e lutto: attraversare la perdita

L’adolescenza è una fase estremamente delicata della vita di ogni individuo, caratterizzata da significativi cambiamenti riguardanti differenti aree, tra cui quella fisica, emotiva e sociale. Durante questa fase cruciale dello sviluppo, gli adolescenti cercano di comprendere chi sono e quale sia il loro posto nel mondo. L’esperienza del lutto può rendere questo periodo ancora più complesso e difficile da gestire. Appare evidente che, ancor più per un adolescente, affrontare la perdita di una persona cara può avere un impatto significativo sul benessere emotivo e psicologico. Possibili difficoltà di adolescenti in lutto Gli adolescenti si trovano a metà via tra l’infanzia e l’età adulta, e questa posizione intermedia può complicare il processo di elaborazione del lutto. Le difficoltà che gli adolescenti potrebbero trovarsi ad affrontare in seguito all’esperienza di un lutto possono essere molteplici ed eterogenee. Ne citiamo alcune: Senso di isolamento: Gli adolescenti possono sentirsi isolati nei loro sentimenti di perdita, soprattutto se i loro coetanei non hanno vissuto esperienze simili. Questo isolamento può essere amplificato dalla tendenza degli adolescenti a ritirarsi emotivamente e a non voler condividere i propri sentimenti con gli altri. Spesso, possono sentire che nessuno comprenda veramente il loro dolore, il che potrebbe condurli a chiudersi maggiormente; Conflitto di identità: L’adolescenza è un periodo di esplorazione dell’identità. La perdita di una persona cara potrebbe influire in un’interruzione di questo processo, causando confusione ed incertezza sul “chi sono e su chi vogliono diventare“. La morte di un genitore o di una persona percepita come mentore potrebbe privare i ragazzi di una figura di riferimento fondamentale, rendendo difficile navigare tra le sfide quotidiane e prendere decisioni importanti per il futuro; Cambiamenti nelle dinamiche familiari: Nel caso in cui la perdita sia di un membro della famiglia, ciò potrebbe alterare significativamente le dinamiche familiari. Gli adolescenti potrebbero sentirsi sopraffatti da nuove responsabilità o dal cambiamento di ruolo all’interno della famiglia. Ad esempio, potrebbero dover assumere compiti domestici aggiuntivi o prendersi cura dei fratelli minori, il che potrebbe contribuire ad ulteriore stress e pressione percepiti; Emozioni intense e mutevoli: Gli adolescenti potrebbero sperimentare una gamma di emozioni intense e mutevoli durante il lutto, come tristezza, rabbia, senso di colpa e paura. Queste emozioni potrebbero essere difficili da gestire e comprendere e, di conseguenza, da esprimere. Strategie per supportare gli adolescenti nel lutto È fondamentale fornire agli adolescenti il supporto e le risorse necessarie per aiutarli a elaborare il lutto in modo sano. Alcune strategie utili posso essere: Ascolto empatico: Offrire un ascolto empatico è essenziale. Gli adolescenti devono sapere che i loro sentimenti sono validi e che possono esprimere le loro emozioni senza giudizio. Mostrare comprensione e accettazione potrebbe aiutare a ridurre il senso di isolamento; Comunicazione aperta: Incoraggiare una comunicazione basata su apertura ed onestà all’interno del nucleo familiare. Gli adolescenti devono sentirsi liberi di parlare della loro perdita e delle loro emozioni all’interno di uno spazio sicuro. Inoltre, è importante condividere i propri sentimenti come genitori o caregiver, mostrando che il dolore è una reazione naturale alla perdita; Sostegno psicologico: Considerare l’opzione di un supporto psicologico professionale. Un terapeuta specializzato in lutto potrebbe fornire agli adolescenti gli strumenti necessari per affrontare la perdita e per elaborare le loro emozioni in modo costruttivo. Le terapie di gruppo, in particolare, potrebbero offrire un senso di comunità e comprensione reciproca; Rituali di commemorazione: Partecipare a rituali di commemorazione può essere di notevole aiuto. Che si tratti di una cerimonia formale o di un gesto personale, questi rituali possono aiutare gli adolescenti a onorare la memoria della persona amata e a trovare un senso di chiusura; Attività creative: Le attività creative, come scrivere, disegnare o suonare uno strumento, possono essere un modo efficace per esprimere e elaborare le emozioni. Queste attività possono fornire una valvola di sfogo per i sentimenti intensi e aiutare a trovare un senso di pace; Mantenere una routine: Stabilire e mantenere una routine quotidiana può offrire un senso di normalità e stabilità durante un periodo di caos emotivo. Continuare a partecipare ad attività scolastiche e sociali può aiutare gli adolescenti a sentirsi connessi e sostenuti. L’importanza della pazienza e della comprensione È importante ricordare che il lutto è un processo individuale e che non esiste un modo “giusto” o “sbagliato” di affrontarlo. Gli adolescenti possono aver bisogno di tempo per elaborare la loro perdita e di supporto continuo durante questo periodo. La pazienza e la comprensione da parte dei genitori, degli insegnanti e degli amici sono fondamentali per aiutare gli adolescenti a navigare attraverso il loro dolore. I segnali di allarme, come cambiamenti drastici nel comportamento, nel rendimento scolastico o nel sonno, non devono essere ignorati. È fondamentale intervenire tempestivamente e offrire un supporto adeguato. Conclusione Affrontare il lutto durante l’adolescenza è una sfida significativa, ma con il giusto supporto e le strategie adeguate, gli adolescenti possono trovare modi sani per elaborare la perdita e continuare a crescere. Offrire un ascolto empatico, incoraggiare la comunicazione aperta e fornire risorse adeguate può fare una grande differenza nel loro processo di guarigione. Ricordiamo che ogni adolescente è unico e che il percorso di elaborazione del lutto è individuale. Gli adolescenti che riescono ad affrontare il lutto in modo sano possono emergere da questa esperienza con una maggiore consapevolezza di sé, una comprensione più profonda delle proprie emozioni e una capacità rafforzata di affrontare le sfide future. Il supporto emotivo e psicologico adeguato può trasformare un periodo di grande dolore in un’opportunità di crescita e di sviluppo personale.

Adolescenti e Genitori: Istruzioni per l’uso

di Veronica Lombardi Un viaggio burrascoso, l’adolescenza! Quante volte abbiamo sbattuto la porta della nostra cameretta e pensato che il mondo ci cadesse addosso? Certo oggi magari, ripensandoci arrossiamo dall’imbarazzo, oppure ricordando taluni episodi con un fratello o un genitore ci ridiamo teneramente sopra. Eppure quei momenti, apparentemente disperati, delineano il periodo in cui molte certezze sono messe in discussione, è il periodo in cui si immagina il proprio futuro e ci si prepara anche ad affrontarlo, è sicuramente un periodo importante della vita di tutti noi, un periodo che può essere particolarmente difficile, in una parola, l’adolescenza. Entrare nel periodo adolescenziale, come detto, costituisce un momento di forti cambiamenti, è in questo periodo che risulta importante il raggiungimento di una nuova stabilità e continuità personale, necessaria per poter prendere decisioni consapevoli sulla propria vita futura. Tale stabilità corrisponde al sentimento di identità personale. Ma guardando più a fondo, possiamo dire che la dotazione biologica, l’organizzazione e l’esperienza personale e l’ambiente culturale contribuiscono a dare significato, forma e continuità all’esistenza unica di ciascuno di noi. La visione di Erikson è quella di concepire a vita dell’individuo come una successione di fasi, a ognuna delle quali è assegnata un a funzione evolutiva di natura psicologica. Nell’adolescenza uno degli aspetti fondamentali è l’acquisizione dell’identità sessuale e di ruolo, che è anche la ricapitolazione delle acquisizioni raggiunte nelle tappe precedenti dello sviluppo. L’acquisizione di tale identità comporta: Il raggiungimento della percezione matura del tempo; La certezza stabile nella percezione di se; L’assunzione e la sperimentazione dei ruoli; L’acquisizione di un’identità sessuale; La capacità di avere un confronto con l’autorità o l’assunzione di autorità; La definizione di un orientamento consapevole nei propri ideali personali e sociali. L’età adolescenziale conosce diversi momenti di esplorazione e crisi che possono risolversi oppure no a seconda dell’orientamento assunto nell’insieme delle forze in gioco, nella costruzione di una componente rilevante dell’identità del soggetto. È tuttavia importante che gli adolescenti affrontino anche problemi più gravi, magari pochi per volta, in successione. Quest’età cosi piena e frenetica, piena di pulsioni e falsi miti, di sentimenti radiosi ed esplosioni ormonali in cui, poco per volta il bambino lascia il posto all’adulto, dura quasi per l’intera seconda decade della vita e molti cambiamenti hanno luogo in questo periodo dando la possibilità al soggetto che li vive di recuperare la propria forza psicologica dopo ogni episodio di coinvolgimento emotivo più intenso e di affrontare la difficoltà successiva. Fondamentale è il rapporto dell’adolescente con la famiglia d’origine, la famiglia caratterizzata da una storia passata e da una prospettiva di vita futura, in cui centrale è il concetto di ciclo di vita familiare, ed il susseguirsi delle varie fasi. Il criterio più adeguato per dividere in fasi il ciclo di vita familiare è quello di identificare alcuni eventi critici che la famiglia incontra durante il suo percorso e l’ingresso nell’età adolescenziale dei figli rappresenta proprio uno di tali eventi critici. In particolare la famiglia si trova a dover affrontare due movimenti antagonisti che si presentano con un forte impatto: La tendenza all’unità, al mantenimento dei legami affettivi e al sentimento di appartenenza da un lato e dall’altro la spinta verso l’autonomia del singolo individuo e la differenziazione. Certo queste “crisi” sono da intendersi fisiologiche, in relazione ai cambiamenti dei rapporti in atto e non come contrapposizione, ostilità o conflitto permanente. Ciò che più spesso accade in questa fase è che i genitori non sono più l’unico punto di riferimento e inevitabilmente si sviluppino dei conflitti che riguardano ambiti di indipendenza quali per es. il modo di vestire, le amicizie, i tempo libero e le dolenti note….l’orario! (tutti abbiamo sentito frasi del tipo “questa casa non è un’ albergo!”). Nonostante tutto, numerose ricerche dimostrano un sostanziale accordo tra gli adolescenti e i genitori sui valori più importanti come ad es. la famiglia viene rivalutata per l’importante funzione affettiva che svolge. Sarebbe errato parlare di “conflitti” tra genitori e figli come solo una guerra tra generazioni   invece di  concentrarsi sui  punti principali del cambiamento nella relazione: Lo sviluppo dell’autonomia e il distacco emotivo; Rivalutazione del rapporto tra dipendenza ed autonomia Affermare la propria identità ed il rispetto della privacy; Va sottolineato il grande cambiamento della funzione genitoriale. È questo un periodo caratterizzato da ansie e ambivalenza per i genitori e le ragioni possono riscontrarsi nel senso di inutilità nel momento in cui i figli sembrano non aver più bisogno di loro rispetto alla lunga abitudine di dominio e di controllo quasi assoluto. Un ruolo fondamentale lo gioca la modalità comunicativa che assume una funzione costruttiva. La comunicazione ideale tra genitore e figlio adolescente richiede: La capacità di esprimere con chiarezza i punti di vista propri; La capacità di esprimere la differenza tra se e gli altri; La capacità di essere aperti ad idee ed ideali diversi, degli altri; La capacità di essere sensibili e rispettosi nelle relazioni con gli altri; La presenza di questi fattori nelle relazioni familiari contribuisce sia alla formazione dell’identità e dell’autostima dell’adolescente sia all’elaborazione di capacità interpersonali, come per esempio l’abilità di negoziazione con gli altri. Fondamentale nell’adolescenza è il confronto con il gruppo dei pari. I coetanei, rappresentano un riferimento importante per esplorare nuovi spazi e valutare in modo autonomo le proprie scelte a prescindere dal controllo degli adulti. La condivisione degli stessi problemi porta alla ricerca di soluzioni condivise, in condizioni di parità ed empatia. Dal gruppo dei coetanei provengono varie forme di aiuto come ad es. a livello emotivo, di comportamento, psicologico e cognitivo. Se il gruppo rappresenta un buon oggetto di identificazione, può offrire un valido aiuto nelle difficoltà. È di estrema importanza che l’adolescente trovi un equilibrio nel processo di identificazione con i diversi soggetti sociali senza dipendere eccessivamente da nessuno, in modo da non compromettere lo sviluppo della sua individualità. Ovviamente in questo gioco di equilibri ed equilibristi, un ruolo fondamentale lo gioca la realtà sociale più prossima al soggetto adolescente, cioè la scuola. L’esperienza scolastica può profondamente incidere sullo sviluppo dell’adolescente sia nel processo di costruzione

Adolescenti e conflitti interni:una possibile resistenza

A chi non è mai capitato di vivere dei conflitti? Molte volte, però, quando parliamo di conflitti pensiamo a contrasti tra due o più persone. I conflitti, però, riguardano anche la persona e la sua sfera personale. Si tratta di conflitti interni. Fermo restando che a tutte le età può accadere di vivere dimensioni interne conflittuali e contrastanti tra loro, ma sicuramente durante l’adolescenza questo fenomeno emerge con magggiore evidenza. L’adolescente vive in una ” terra di mezzo”, dove ci sono spesso pensieri, credenze e atteggiamenti contrastanti e incoerenti tra loro. Generalmente i conflitti interni si verificano quando l’adolescente ha pensieri e idee che contrastano tra loro, oppure qualche idea contrasta con un comportamento. Un discorso a parte meritano gli adolescenti con conflitti interni e con una possibile resistenza. Una possibile resistenza per adolescenti con conflitti interni Quante volte abbiamo visto adolescenti pensare in un modo e poi comportarsi in un altro. Quindi quel ragazzo o quella ragazza sta mentendo o sta resistendo ad un conflitto interiore? Per sapere se c’è un conflitto interno, bisogna sapere se quell’ adolescente è consapevole di se stesso. Cosa possiamo fare quando identifichiamo un conflitto interno in un adolescente? Come possiamo aiutarlo a gestire due forze contrapposte? Agiamo a livello mentale e proviamo a scomporre il conflitto in vari microconflitti. Nella speranza che semplici domande aiutino l’adolescente a non disperdersi e a non perdere la sua integritò psichica,proviamo a rispondere: a)perchè l’adolescente si sente così? b) quando gli accade questo contrasto interiore? c) sorge sempre in alcuni contesti? d)si verifica sempre con alcune persone? Si tratta di una gerarchia di domande che riguardano motivazioni da carenza e corrispondono a veri e propri momenti di crescita. Alla base di queste domande c’è il principio di autorealizzazione, che coincide con una efficace percezione della realtà e con la capacità di discriminare ciò che è concreto da ciò che è astratto. Sul piano delle ricadute il soggetto potrebbe cominciare a pensare al cambiamento, all’autocritica e alla modificazione del sè. Avere conflitti interni non è certamente un problema, il problema è gestirli. Lo scopo è favorire l’economia dello sviluppo psichico. Ricordando sempre che,per quanto riguarda il conflitto, la capacità di resistere è una meta affascinante per ogni adolescente. Una possibile resistenza richiede grande attenzione e grande apertura mentale se si vuole ottenere qualcosa del semplice conflitto interiore. L’evitamento non serve,importante è la resistenza.

Adolescenti e “Mare Fuori”

La serie Tv “Mare Fuori” narra le vicende di un gruppo di giovani detenuti nell’Istituto di Pena Minorile (IPM) di Napoli, liberamente ambientato nel carcere minorile di Nisida.   Giovani che hanno sbagliato spinti da necessità e ancora adolescenti innocenti che estinguono la loro colpa per un reato non realmente commesso.  La conclusione è quella di una realtà più vicina di quanto si pensa, con la presenza di una naturale finezza psicologica in grado di sconvolgere i nostri animi, smontando qualunque nostro stereotipo. In psicologia si parla spesso dell’effetto “mirror neurons”, ovvero la capacità del cervello di imitare le emozioni e le azioni degli altri, generando un senso di empatia e connessione con il prossimo.  Ecco che Mare Fuori, con la sua narrazione intensa e realistica, è riuscita a creare un legame empatico con lo spettatore, portandolo a immedesimarsi nelle storie dei personaggi e a riflettere sulla propria vita e le proprie esperienze. La vera ragione della popolarità di questa serie si ispira al tema della libertà: particolare attenzione viene posta alla figura del mare che diventa, inevitabilmente, metafora di libertà per gente come quella che risiede in un penitenziario senza avere più l’occasione di respirare.  Il titolo stesso, Mare Fuori, assume quindi un significato di vera e propria speranza: con l’intenzione di suscitare in noi spettatori, un maggiore senso di responsabilità. Libertà in relazione alla netta contrapposizione tra la vita in carcere, spesso dimenticata dal mondo esterno, e la realtà, alle volte inconsapevole, che risiede fuori. Il principio di libertà rappresenta, d’altronde, quella boccata d’aria raggiungibile da tutte le persone che impongono a loro stesse le restrizioni più esasperanti. Infine, non bisogna dimenticare il potere dei social media e del passaparola. Grazie alla diffusione sui social e ai commenti positivi dei fan, Mare Fuori è riuscita a creare un vero e proprio “boom”, attirando sempre più spettatori curiosi e interessati.

Adolescenti del 21° secolo: nuove sfide e risorse

L’adolescenza è stata a lungo concettualizzata come un periodo di “storm and stress”, letteralmente “tempesta e stress”. La caratterizzazione è entrata nella psicologia dalla ricerca sullo sviluppo adolescenziale condotta da Hall. Tuttavia con il tempo le esperienze che vivono gli adolescenti e il contesto di sviluppo sono andati sempre più modificandosi, di conseguenza è necessario comprendere tali cambiamenti e implementare sempre più una nuova visione degli adolescenti nel 21° secolo che consideri adeguatamente la diversità dell’esperienza evolutiva attualmente esistente. Un aspetto primario della caratterizzazione della tempesta e dello stress nell’adolescenza è che gli adolescenti mostrano caratteristiche più negative, o indesiderabili, negli ambiti dell’esternalizzazione (ad esempio, comportamenti pericolosi a rischio), dell’interiorizzazione (ad esempio, disturbi dell’umore, ansia, tristezza) e delle relazioni genitore-figlio (ad esempio, conflitto) rispetto agli individui più giovani e più anziani; tali comportamenti, infatti, sono elevati durante questo periodo di sviluppo (Buchanan et al., 2023).L’aumento dei comportamenti a rischio malsani o pericolosi durante l’adolescenza è preoccupante e, allo stesso modo, il declino del benessere potrebbe essere avvertito in modo acuto per alcuni adolescenti.Numerose notizie recenti riportano che gli adolescenti di oggi stanno vivendo una crisi di salute mentale, che potrebbe essere stata esacerbata, ma preceduta, dalla pandemia di COVID-19. È fondamentale comprendere i fattori sociali ed ecologici che portano a queste tendenze storiche. È anche importante riconoscere che una parte significativa di adolescenti riferisce stati d’animo positivi, come indicato da bassi (e spesso decrescenti) livelli di interiorizzazione e alti livelli di benessere. Correggere le caratterizzazioni unilaterali dei giovani potrebbe essere importante per promuovere comportamenti ancora più positivi e meno negativi tra gli adolescenti (Buchanan et al., 2023). Secondo la teorizzazione della tempesta e dello stress, le difficoltà dell’adolescenza sono causate in gran parte da sviluppi biologici universali (ad esempio, cambiamenti tipici dello sviluppo negli ormoni o nel cervello). Tuttavia le forze ambientali svolgono un ruolo centrale. Diversi articoli parlano del ruolo del contesto e delle esperienze specifiche nel modellare il comportamento degli adolescenti. Ad esempio, le differenze tra paesi e le diverse influenze culturali sembravo avere un ruolo significativo nell’influenzare sviluppi positivi o negativi nella vita degli adolescenti. Gli studi parlano anche dell’importanza di comprendere l’impatto delle esperienze vissute dagli adolescenti, in quanto documentano le interazioni tra fattori demografici, individuali e contestuali. Molteplici meccanismi (culturali, familiari, individuali) lavorano insieme nel sostenere o ostacolare la personalità sana e lo sviluppo socio-emotivo durante l’adolescenza. Un contesto teorico accurato per lo sviluppo adolescenziale dovrebbe assumere tale complessità. Come notato anche da Ballard et al. (2022), sarebbe fruttuoso che ulteriori ricerche esaminassero l’impatto delle identità e dei contesti intersezionali, inclusa l’oppressione legata all’etnia, al genere, alla classe sociale, alla disabilità e all’orientamento sessuale, sulle differenti esperienze durante l’adolescenza. Una comprensione accurata dei predittori biologici e contestuali del comportamento adolescenziale è fondamentale a causa delle implicazioni per la prevenzione e l’intervento. L’ipotesi che il comportamento degli adolescenti sia determinato in buona parte dal contesto, potrebbe portare a maggiori sforzi – da parte dei genitori e delle istituzioni – per influenzare positivamente il comportamento degli adolescenti. Una nuova concettualizzazione dell’adolescenza contemporanea richiede quindi attenzione ai contesti e ai fattori individuali che possono, insieme, supportare lo sviluppo ottimale degli adolescenti. Fonti Buchanan CM, Romer D, Wray-Lake L and Butler-Barnes ST (2023) Editorial: Adolescent storm and stress: a 21st century evaluation. Front. Psychol. 14:1257641. doi: 10.3389/fpsyg.2023.1257641 Ballard PJ, Hoyt LT and Johnson J (2022) Opportunities, challenges, and contextual supports to promote enacting maturing during adolescence. Front. Psychol. 13:954860. doi: 10.3389/fpsyg.2022.954860

Adolescenti alla ricerca del Reality Shifting

Il Reality Shifting è una nuova moda in voga tra gli adolescenti, che consiste nel creare situazioni ed esperienze immaginarie da vivere in prima persona, utilizzando solamente la forza della propria mente. Questo modo di trasferirsi in un vero sogno ad occhi aperti sta spopolando sui social soprattutto su Tik Tok e sembra che stiano aumentando sempre più i ragazzi che provano a rifugiarsi in diversi mondi di fantasia Il Reality Shifting viene definito come una forma di autoipnosi durante la quale il soggetto che la pratica si astrae dalla realtà per catapultarsi in un mondo immaginario plasmato sui propri desideri e le proprie fantasie. Chi si cimenta in questa specie di meditazione può vivere esperienze alternative, visitare luoghi mai esplorati e persino interagire con personaggi famosi o inventati. Sono moltissimi, ad esempio, i Tik Tok in cui ragazzi e ragazze descrivono con entusiasmo le avventure vissute con attori e/o personaggi del mondo di Harry Potter In psicologia shifting indica la flessibilità cognitiva e la capacità di attivare la mente verso compiti diversi, permettendo il passaggio da un compito all’altro e controllando l’interazione tra i due compiti. Ma in questo caso siamo di fronte ad un fenomeno dove prevale la ricerca dalla disconnessione dalla propria vita reale.  In realtà questo punto rappresenta uno snodo cruciale nell’analisi del fenomeno. Tra le conseguenze della pandemia e la crescente ansia generazionale gli esperti temono infatti che milioni di adolescenti provati dall’isolamento e dall’incertezza del futuro possano assuefarsi a questa uscita d’emergenza dalla realtà. Dobbiamo noi adulti chiederci che cosa succede nella mente di un ragazzo che all’improvviso inizia a isolarsi dal mondo. È difficile da comprendere, ma bisogna cercare di capire cosa lo spinge a farlo senza giudicarlo. In quanto le conseguenze di tale comportamento possono essere devastanti per lui/lei e per la sua famiglia. Si inizia con il non voler frequentare più la scuola, nonostante spesso il rendimento sia buono, poi si inverte il ritmo sonno-veglia e si passa la maggior parte del tempo rintanati in cameretta, con le luci abbassate, per immergersi in un mondo non reale.  Quindi dietro il successo del Reality Shifting può nascondersi il pericolo che i soggetti più fragili finiscano per preferire la fantasia autogestita alla vita vera, estraniandosi dalle normali interazioni di un adolescente (amici, famiglia, scuola) e riducendo il proprio mondo a quello modellato su misura nella propria mente.

Adolescenti & autolesionismo: un meccanismo (apparentemente) incomprensibile

Di Antonia Bellucci “Il dolore che provo è così forte che non riesco a sopportarlo … ma lo posso trasformare … quando si trasforma in tagli o bruciature, allora sì … quello è un dolore che posso gestire!” Queste sono le parole di una ragazza di 14 anni: descrive il suo dolore e la strategia da lei adottata per riuscire a superarlo. L’autolesionismo è un fenomeno nascosto ma molto d i f f u s o , soprattutto tra gli adolescenti italiani e non. È un disturbo che colpisce il 6% della popolazione adulta e oltre il 15% degli adolescenti e dei giovani adulti. Particolarmente diffuso nella popolazione psichiatrica, si presenta di frequente all’interno dei disturbi di personalità borderline, ma può comparire anche in pazienti affetti da disturbi d’ansia, depressione, d i s t u r b i d e l comportamento alimentare o disturbi di personalità diversi dal borderline. La natura della p a t o l o g i a , s o l o d i r e c e n t e r i c o n o s c i u t a c o m e c l a s s e diagnostica a sé stante, è assai variegata: molteplici sono, infatti, le modalità con cui ci si può fare del male e molteplici sono anche le cause che spingono a condotte a u t o l e s i v e . S e b b e n e g l i atti autolesionisti abbiano una natura diversa rispetto ai tentativi di suicidio, esiste un forte legame predittivo tra i primi e i secondi, che sottolinea ulteriormente la necessità d i conoscere ed intervenire tempestivamente su questa forma di sofferenza. In questo breve articolo vengono introdotti i principali riferimenti al tema, illustrando sinteticamente il complesso meccanismo sottostante al comportamento patologico e le pr incipal i e ut i l i st rategi e di intervento. Sono molti gli adolescenti, in particolare le femmine, che si servono di questo peculiare modo di g e s t i r e un d o l o r e e m o t i v o . Adolescenti spaventati, permeati da sensazioni di solitudine e tristezza che li portano ancor più ad isolarsi, a nascondere il proprio dolore così come le ferite fisiche auto- inflitte che si procurano nella speranza di “far uscire il dolore dal corpo”. Sollievo però effimero quello da ferite fisiche, che difatti si affievolisce prontamente: così, un taglio dopo l’altro, il dolore si amplifica, diventa più forte e diviene, molto spesso, inconfessabile. Sono molti quelli che lo fanno, ma pochi gli adolescenti che rivelano questi “rituali” agli amici confidenti, ancora meno chi ne parla in famiglia. L’adolescenza è di per sé una fase della vita molto delicata, un momento in cui mentre il corpo cambia, le emozioni si amplificano e ognuno si trova a dover fare i conti con le proprie paure, con la rabbia, con la tristezza e anche con la vergogna. Così succede, purtroppo, che molti ragazzi iniziano a tagliarsi per imitazione, per provare, o semplicemente perché in quel momento non intravedono strategie migliori per gestire l’esplosione emotiva delle proprie sensazioni; con questa modalità diventa più comodo “buttarle fuori” perché vedere il proprio dolore circoscritto in una ferita evidente lo rende qualcosa di esterno, “identificabile e padroneggiabile”, piuttosto che un oscuro meccanismo interiore, soffocante quasi fino alla morte. Compito di genitori ed educatori è quello di mostrare ai ragazzi dei modi più sani e corretti per divenire consapevoli delle proprie emozioni; delle modalità efficaci per provare a comprenderle e gestirle, ossia per diventarne padroni senza lasciarsi travolgere da esse. La maggior parte dei ragazzi autolesionisti mostra scarsa accettazione di sé e lamenta una vita permeata da solitudine e difficoltà di comunicazione; molti di loro dichiarano di non sapere in che altro modo poter far fronte al loro dolore, tanto che anche solo dar voce a quel dolore li spaventa. Tuttavia la prassi psicologica ci rivela che molto spesso comunicare questo disagio, sentirsi accolti e ascoltati nella propria sofferenza, vivere un’esperienza empatica riguardo il proprio malessere, diminuisce significativamente questo comportamento aprendo così la strada ad una profonda crescita personale nel raggiungimento del proprio benessere. Il primo passo, come sempre, è la consapevolezza del problema. I ragazzi che mettono in atto comportamenti autolesionistici devono, quindi, riconoscerli come disfunzionali per la loro vita e devono attivare una serie di strategie utili per affrontarli: · Cercare gruppi di sostegno · Praticare uno sport, un hobby o una tecnica di meditazione (es. yoga) · Condividere il problema con familiari e amici · Liberarsi degli strumenti utilizzati per ferirsi · Chiedere aiuto a un esperto dell’età evolutiva · Fare una lista delle azioni alternative da compiere al posto d i f e r i r s i , o g n i qualvol ta si avver te lo stimolo. Cosa è possibile fare invece per un genitore che deve affrontare l’autolesionismo del proprio figlio? È importante non lasciarsi prendere dal panico e incoraggiare un dialogo che permetta a l ragazzo d i riconoscere il problema, cercando insieme strategie alternative per g e s t i r e i l d o l o r e e m o t i v o . Indispensabile è sempre l’ascolto: dietro un adolescente che si taglia c’è un adolescente che si sente trascinato da un fiume in piena di emozioni e sensazioni che non è in grado di gestire. Chi desidera aiutarlo deve tenere a mente tutto questo e offrirgli, per iniziare, un o r e c c h i o d i s p o n i b i l e e non giudicante, pronto ad arginare, insieme, quel fiume in piena. Al contrario, ci sono errori molto comuni che andrebbero evitati: · Far finta di nulla o minimizzare · P r e o c c u p a r s i e c c e s s i v a m e n t e , “ingigantire”

ADHD: le mamme pazienti. La declinazione del disturbo al femminile

di Roberto Ghiaccio da Psicologinews Scientific Ci sono dei miti da sfatare circa le donne e l’ADHD. Il mito dei miti è che le ragazze non ne possano soffrire. Le donne ADHD sono sotto diagnosticate e sotto-trattate, affrontano rischi diversi dell’ADHD al maschile, presentando anche una gamma sintomatologica diversa. Ci è voluto molto tempo per capire come il disturbo da deficit di attenzione / iperattività si presenti nelle ragazze e nelle donne e quali problemi può creare, scopo di questo articolo e capirne e delinearne le differenze fenomenologiche al fine di evitare il rischio della mancata diagnosi. Ansia. Depressione. Insuccesso scolastico. Autolesionismo. Disoccupazi one. Gravidanze non pianificate. Anche un aumento del rischio di morte prematura. I rischi e il tributo di sofferenza che possono derivare dal disturbo da deficit di attenzione / iperattività, sono enormi, conteggiati ogni anno miliardi di euro o dollari, in perdita di produttività e spesa sanitaria con in indicibili frustrazione da parte delle pazienti. Eppure, nonostante oltre un secolo di ricerche e migliaia di studi pubblicati, l’ ADHD – rimane in gran parte frainteso, ciò è particolarmente peggiore quando si tratta di declinare l’ ADHD al femminile. Nonostante tale disturbo sia stato inizialmente concettualizzato come disturbo elettivo dell’infanzia è ormai chiaro e comprovato il suo essere cronico e persistente. Ormai è evidente la sua prospettiva life-span con un cambio sintomatologico dettato sia dalla gravità del disturbo che dal suo t r a t t a m e n t o . Sappiamo che l e manifestazioni in età adulta sono eterogenee e si distaccano dai tipici p a t t e r n c o m p o r t a m e n t a l i c h e contraddistinguono la fenomenologia evolutiva, con espressioni che virano s u l l a d i s r e g o l a z i o n e emo t i v a – comportamentale e compromissioni funzionali ed adattive. Per molti anni si è creduto che l’ADHD fosse un disturbo ad appannaggio dell’età evolutiva e del sesso maschile, sotto valutandlo in ricerche, descrizioni e trattamenti al femminile. Le variazioni cliniche variano con l ’ e t à e l e caratteristiche possono essere declinate anche in base alle tipicità di genere, con presentazione al femminile di disturbi del sonno, difficoltà di pianificazione ed organizzazione, riduzione o quasi assenza di iper attività, sensazione di instabilità con una certa dose di tensione interna costante. Quando si parla di tale disordine tendiamo a “confinare” le donne nel ruolo dei madri o di mogli che hanno figli o mariti affetti da ADHD, oppure le vediamo come operatrici della sanità a vario titolo o come insegnanti. Tali donne ricoprono un ruolo cruciale e fondamentale nel coacing quotidiano di tali pazienti, ma sottovalutiamo la presenza e l’incidenza dell’ADHD nelle donne e nelle ragazze. La presenza del d i s t u r b o n e l l e d o n n e h a u n a fenomenologia a tratti opposta e quasi contraddittoria a quella che siamo abituati e riscontrare nella popolazione maschile. Tale diversità porta ad un misconoscimento diagnostico e ad una mancata comprensione del disturbo. La conoscenza dell’ADHD nelle donne è ancora limitata in quanto pochi studi sono s t a t i c o n d o t t i su questa popolazione. Le donne hanno iniziato solo di recente a essere diagnosticate e trattate per l’ADHD, ad oggi la maggior parte di ciò che sappiamo su questa popolazione si basa sull’esperienza dedotta dai campioni maschili e gli studi evidence based specifici sono limitati e circoscritti alle aree americane. Vari studi hanno largamente sottostimato il numero di donne ADHD (Walker, 1999). Per molti anni si è pensato che il deficit dell’attenzione e iperattività fosse un problema riguardante solo i maschi. Sono molte le ricerche che hanno individuato una percentuale di bambine con il deficit dell’attenzione molto minore rispetto a quella dei maschi. La ragione di questa differenza relativa al genere è rimasta oscura e inesplorata fino a qualche anno fa. In realtà, sembra che questa difficoltà nella diagnosi sia strettamente collegata ai criteri diagnostici ufficiali. Di solito le donne arrivano a riconoscere il proprio ADHD dopo che uno dei suoi figli ha ricevuto una diagnosi. Man mano che imparano di più sull’ADHD, inizia a ri-vedere alcuni tratti, alcune difficoltà che hanno vissuto da ragazze e che ancora vivono, seppur in modalità diverse. Taluni tratti del disturbo finiscono per creare tendenze alla disistima, stati d’ansia, vissuti di inadeguatezza, fino alla sensazione di “non sentirsi una buona donna”, tali problematiche secondarie adombrano e coprono così l’ADHD. Gli psicologi stanno combattendo i pregiudizi di genere nella ricerca sul disturbo da deficit di attenzione e iperattività. La maggior parte dei pochi studi evidence based si sono limitati però, al confronto fenomenologico tra ragazze e ragazzi, utilizzando i sintomi dell’ADHD dei ragazzi come indicatore rispetto al quale le ragazze dovrebbero essere “misurate”, trascurando il fatto che i bisogni delle donne sono biologicamente differenti e devono tenere in considerazione una moltitudine di fattori anche sociali. Storicamente, la ricerca sull’ADHD si è concentrata quasi esclusivamente sui bambini iperattivi, e solo negli ultimi sei o sette anni si è concentrata sugli adulti. Afferma Nadeau, esperto di disturbo nelle donne e direttore del Chesapeake Psychological Services of Maryland in Silver Spring: “E il riconoscimento delle donne [con il disturbo] è rimasto ancora più indietro”. Secondo l’autore questo ritardo nel riconoscimento del deficit nelle ragazze e delle donne è dovuto agli attuali criteri diagnostici. I criteri diagnostici sia del DSM 5 che dell’ ICD 11 rimangono più appropriati per i maschi rispetto alle femmine, e sono incentrati su modelli di riferimento rivolti alla gestione e all’osservazione che genitori e insegnanti, possono fare di comportamenti più evidenti, più problematici e più overt. Secondo Jane Adelizzi, le donne con ADHD sono state trascurate perché l’iperattività di solito manca nelle ragazze, ed in genere la sintomatologia è più covert e disattenta. “Le ragazze con ADHD rimangono un

ADHD: indicazioni per la scuola e per gli insegnanti

Cosa possono fare gli insegnanti per i bambini con ADHD? Vediamolo insieme. Il Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività, o ADHD, è un disturbo del neurosviluppo. I disturbi dello sviluppo neurologico sono condizioni neurologiche che appaiono nella prima infanzia, di solito prima dell’entrata a scuola, e compromettono lo sviluppo del funzionamento personale, sociale, scolastico e/o lavorativo. Esso include difficoltà di attenzione e concentrazione, di controllo degli impulsi e del livello di attività. Questi problemi derivano sostanzialmente dall’incapacità del bambino di regolare il proprio comportamento in funzione del trascorrere del tempo, degli obiettivi da raggiungere e delle richieste dell’ambiente. L’ADHD genera sconforto e stress nei genitori e negli insegnanti, i quali si trovano impreparati nella gestione del comportamento del bambino. Come può rispondere la scuola? Gli interventi psicoeducativi non fanno sparire i sintomi dell’ADHD, ma creano condizioniper cui al bambino è possibile vivere delle relazioni sociali più appaganti in un contesto dipiù adeguato benessere per la crescita della persona. Possono migliorare l”impatto” deldisturbo, attenuandone gli effetti. Ad esempio sarebbe opportuno occuparsi di: Strutturare una routine: la giornata può essere organizzata secondo un preciso “copione” (es.: si entra, si saluta, ci si prepara il banco). L’insegnante controlla se tutti hanno il materiale, presenta le attività del giorno e indica i tempi previsti, comunica quando si può fare una pausa. Attenuare i distrattori: far sedere l’alunno nei primi posti o togliere quanto di distraente è solitamente appeso alle pareti della classe risulta essere da subito una buona strategia. Inoltre, ridurre gli elementi di disturbo presenti sul banco, utilizzare solo il materiale strettamente necessario allo svolgimento dell’attività proposta. Permettere i movimenti possibili. Vale il principio della sostituzione: tra due comportamenti non adattivi, se non possiamo eliminarli del tutto, tolleriamo il meno disadattivo. Piuttosto che l’alunno corra per la classe, scappi, butti giù il materiale dal banco del compagno, consentiamogli ogni tanto di stare in piedi al suo banco, di giocherellare con qualcosa mentre aspetta che gli correggiamo il compito, di scarabocchiare su un foglio apposito. Possiamo concordare con lui queste concessioni, contribuirà a rasserenare il nostro rapporto reciproco. Individuare i punti di forza del bambino e rinforzarli. Stabilire un accordo condiviso. Creare una token economy di classe può essere utile per lavorare sui comportamenti più problematici.