Quando il giudizio degli altri diventa troppo importante: il fenomeno dell’ansia sociale

di Loredana Luise Negli ultimi tempi incontro sempre più spesso ragazzi o ragazze che mi raccontano di provare una forte ansia, soprattutto in situazioni nelle quali devono riuscire a dimostrare il loro valore agli altri, come nelle interrogazioni a scuola e nelle gare sportive. Lavorando negli sportelli d’ascolto a scuola mi capita d’imbattermi in ragazzi dagli 11 anni in su, che mi riferiscono di sentirsi minacciati da quello che gli altri possono pensare, e non necessariamente dagli adulti, quanto piuttosto dai loro coetanei. E’ una vera e propria necessità di evitare figuracce, o situazioni imbarazzanti, che possano metterli in cattiva luce rispetto al gruppo, del quale ricercano continuamente l’approvazione. Spesso sono ragazzi timidi e taciturni che osservano in silenzio le dinamiche del gruppo, ma a volte sono anche soggetti ben inseriti che invece si sentono sempre sotto giudizio dei loro coetanei. Mi capita di ricevere richieste di consulenza da parte di genitori preoccupati dei loro figli che manifestano questo tipo di disagio emotivo, e altre volte da parte di insegnanti che si trovano a gestire situazioni piuttosto difficili e particolari nel contesto classe. La pandemia ha peggiorato la situazione L’ansia sociale è un fenomeno conosciuto e studiato lungamente, ma probabilmente, le situazioni di isolamento degli ultimi due anni, legate alla situazione pandemica, hanno notevolmente esacerbato questa sintomatologia. La mia sensazione è che chi probabilmente già prima della pandemia in qualche modo provava molta apprensione per i contesti di prestanza, avendo sperimentato per lungo tempo l’isolamento, ed evitato situazioni di gruppo o semplicemente di confronto, sia ancora più disabituato a dimostrare agli altri quanto valga veramente. Limite tra timidezza e ansia sociale I ragazzi timidi e riservati sono sempre esistiti, noi tutti abbiamo avuto un compagno talmente timido dall’averne sentito a malapena la voce, ma il limite tra timidezza ed evitamento per ansia sociale è molto sottile. Molti soggetti timidi riescono comunque a essere prestanti e a vivere il loro stato di riservatezza come una caratteristica personale anche apprezzata o apprezzabile, altri invece, lottano con la paura di confrontarsi al punto da isolarsi. La riduzione delle esperienze sociali e delle situazioni di confronto pubblico ha sicuramente fornito invece esperienze piacevoli di isolamento che hanno rafforzato la strategia di evitamento dei contesti pubblici di confronto. Il fenomeno dell’isolamento sociale da parte di ragazzi, giovani adulti e anche adulti è oramai una realtà in crescendo e va di pari passi con l’iperconnessione ad internet e il progressivo estraniamento da contesti di vita concreta. Anche chi da lungo tempo lavora in smartworking, ed ha da sempre delle caratteristiche di personalità tendenti all’individualità, sicuramente predilige la situazione che vive evitando i contesti di confronti che sono da sempre fonte di ansia, con il rischio di non riuscire più a gestire però un futuro rientro in un contesto sociale. Quali sono i vissuti di chi vive questo stato emotivo I ragazzi che si rivolgono agli sportelli d’ascolto o che vengono con le famiglie in consulenza privata riportano spesso come sintomi anticipatori stati di tachicardia, iperventilazione, difficoltà a deglutire o problemi gastrointestinali. Gli effetti sull’evento specifico invece sono l’impossibilità o la difficoltà a parlare, l’annebbiamento, l’amnesia momentanea o lo stato confusionale generalizzato. Tra gli adulti che nel tempo hanno imparato a riconoscere i sintomi mi raccontano di utilizzare varie strategie di evitamento che spesso però si correlano con sintomi fisici precisi dei quali sanno fare dettagliatamente il resoconto. A conferma di uno studio condotto da Beck e Emery la modalità che utilizzano questi soggetti per valutare le situazioni a rischio ha un doppio codice. Quando sono lontani dallo stimolo fonte d’ansia, hanno una valutazione completamente razionale mentre appena si avvicinano alla situazione ansiogena utilizzano un codice del tutto irrazionale che non consente loro di affrontarla in modo adeguato, per lo meno emotivamente. Molti di loro riescono anche a essere comunque produttivi e precisi ma lo sforzo per raggiungere tale perfezione va notevolmente a discapito di un minimo equilibrio emotivo e lontanissimo dalla possibilità di poter godere del risultato. Altri invece sono in tale difficoltà che pregiudicano notevolmente il risultato inanellando una serie d’insuccessi l’uno sull’altro che minano completamente la loro autostima. Ma qual è l’origine di questo estremo bisogno di approvazione altrui? L’ansia sociale è un vero e proprio disturbo multifattoriale e per tale motivo si presume che possa originare da fattori genetici, da fattori ambientali e educativi o in alcuni causi da eventi traumatici. Molti studi confermano il fatto che crescere con un genitore che ha un vissuto simile, con molta probabilità comporterà l’insorgere di questa sintomatologia: l’ipervigilanza, l’atteggiamento fobico controllante o le eccessive aspettative di risultati e successi come modalità educativa dei genitori sono altri fattori predisponenti. L’autostima è sicuramente il valore chiamato in causa principalmente in questi contesti esperenziali. Un soggetto che non ha un’adeguata autostima, che vive da sempre grandi insicurezze rispetto le sue capacità e potenzialità, sicuramente teme molto di più il giudizio degli altri rispetto a chi è riuscito ad accrescere la propria autostima e il proprio valore personale. Quindi le modalità di attacamento con i genitori o le figure di accudimento, una tendenza educativa giudicante e molto attenta alle apparenze e all’immagine pubblica possono sicuramente influire sull’insorgenza di questi vissuti emotivi. Quando si trasforma in un vero e proprio disturbo Sappiamo che è impossibile prescindere completamente dal giudizio degli altri. In una società in cui la ricerca del LIKE sui social e della continua approvazione di massa, il rischio che si corre è che si perda di vista l’importante processo di autodeterminazione e di valore personale che sono necessari alla formazione dell’autostima. Se già da bambini si inizia a vivere i contesti sociali in questo modo, la vita diventa veramente faticosa, ed in effetti molti studi dimostrano come sia logorante per il fisico e per la mente mantenere costanti questi alti livelli d’ansia e di connessa ipervigilanza. Riconoscere quanto prima in modo razionale la possibilità di incorrere in un vero e proprio disturbo è il primo passo, affrontare un preciso percorso per gestire la sintomatologia e lavorare sui pregressi
Quando il bambino si “comporta male”. Alcune questioni sulla diagnosi differenziale in età evolutiva

di Francesca Dicè Spesso, agli ambulatori di Neuropsichiatria si rivolgono genitori che lamentano, esasperati, il continuo ricorso, da parte dei loro bambini, a comportamenti litigiosi e provocatori, poco adatti ai contesti sociali, intolleranti alle frustrazioni, al punto da necessitare di un aiuto per la loro gestione. Il primo passaggio necessario è quel lo di operare per un’opportuna ed approfondita diagnosi differenziale, esplorando inizialmente con i genitori la natura di questi “comportamenti disadattivi”, la loro insorgenza e soprattutto l’eventuale associazione con determinati ambienti o situazioni. È poi opportuno, attraverso il ricorso a specifici strumenti quali colloqui, l’osservazione e test diagnostici, distinguere fra diversi quadri clinici presentati dal DSM. I principali sono: Il Disturbo da Deficit di Attenzione Iperattività (ADHD), un disturbo del neurosviluppo (ovvero una condizione in cui il funzionamento personale, sociale e scolastico del bambino è compromesso) (Gruppo Studi Cognitivi, SINPIA, 2022). L’ADHD è definito dal DSM come “uno stato persistente di disattenzione, iperattività e impulsività più frequente e grave di quanto tipicamente si osservi in bambini di pari livello di sviluppo” (Epicentro ISS). Il Disturbo da Disregolazione dell’Umore Dirompente (DMDD), un disturbo dell’umore (ovvero una grave alterazione del tono dell’umore) (Ospedale Maria Luigia, 2022). Il DMDD è definito dal DSM come caratterizzato da “un umore persistentemente arrabbiato o irritabile con importanti esplosioni di rabbia sproporzionate rispetto alla situazione vissuta” (Ospedale Maria Luigia, 2022). Il Disturbo Oppositivo Provocatorio (DOP), un disturbo del comportamento (ovvero l’assunzione di condotte disfunzionali quali ad esempio aggressività, tendenza alla sfida, violazione delle regole ed atteggiamenti socialmente inappropriati (Istituto Beck b). Il DOP è definito dal DSM come “caratterizzato da livelli di rabbia continua ed evolutivamente inadeguata, irascibilità, provocatorietà ed oppositività, menomazione nel funzionamento personale e sociale” (APC). Il Disturbo Esplosivo Intermittente (DEI), un altro disturbo del comportamento. Il DEI è definito dal DSM come caratterizzato da “un’impossibilità a controllare le emozioni da reazioni di rabbia del tutto spropositate alle provocazioni e ad altri fattori stressanti” (Sanità Informazione, 2021). Il Disturbo della Condotta (DC), un terzo disturbo del comportamento. Il DC è definito dal DSM come “la tendenza a violare, in maniera ripetitiva e persistente, le regole imposte dalla società e i diritti degli altri” (Istituto Beck a). La diagnosi può essere agevolata dal ricorso a test diagnostici proiettivi tematici, come il Children’s Apperception Test (CAT) o il Thematic Apperception Test (TAT), ed a questionari o interviste rivolte alla famiglia come la Child Behavior Check List (CBCL), le Vineland Adaptive Behavior Scales II (VABS) e le Conners Rating Scales 3; spesso può essere d’aiuto anche un test di livello come le Coloured Progressive Matrices (CPM) o la Wechsler Intelligence Scale for Children – Fourth Edition (WISC-IV). Per il loro trattamento, inoltre, è spesso suggerito il ricorso a trattamenti riabilitativi quali la psicoterapia e la psicomotricità, allo scopo di modificare i comportamenti disadattivi e di promuovere i processi di consapevolezza e regolazione emozionale (SINPIA 2002). Può rivelarsi fondamentale anche la psicoterapia familiare, per supportare i genitori nelle difficoltà del loro compito psicoeducativo. Bibliografia. APC. Disturbo Oppositivo Provocatorio. Retrieved from https://bit.ly/3yJIUxO Epicentro ISS. Sindrome da deficit di attenzione. Retrieved from https:// bit.ly/3nKt2os Gruppo Studi Cognitivi. ADHD Disturbo da deficit di attenzione iperattività. Retrieved from https://bit.ly/3RaU5XJ Istituto A.T. Beck (a). Disturbo della condotta – Bullismo – Aggressività. Retrieved from https://bit.ly/3Rf3eOT Istituto A.T. Beck (b). I disturbi del comportamento. Retrieved from https:// bit.ly/3AmqrZE Ospedale Maria Luigia (2022). Disturbo da Disregolazione dell’Umore Dirompente. Retrieved from https:// bit.ly/3ae6gSW Sanità Informazione (2021). Il disturbo esplosivo intermittente: come controllare la rabbia. Retrieved from https://bit.ly/3bQtoHs Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza (SINPIA) (2002). Linee guida del trattamento cognitivo comportamentale dei Disturbi da Deficit dell’Attenzione con Iperattività (ADHD). Retrieved from https:// bit.ly/3bKtEYB
Quando gli studenti non tollerano le bocciature

Quando gli studenti non tollerano le bocciature.
Perchè se dopo aver compiuto una certa azione, non si raggiunge l’ obiettivo desiderato, si crea uno stato di non tolleranza?
Quali sono i vantaggi del parent training?

Quali sono i vantaggi del parent training?
Quale relazione tra social media e sintomi di dismorfismo corporeo nei giovani?

L’uso dei social media è molto diffuso tra i giovani e diverse ricerche suggeriscono un’associazione con problematiche di salute mentale, inclusa una negativa percezione della propria immagine corporea. Tuttavia, la potenziale relazione tra uso dei social media e, nello specifico, il disturbo di dismorfismo corporeo (BDD) ha ricevuto ancora poca attenzione. Disturbo di dismorfismo corporeo (BDD) Il Disturbo di dismorfismo corporeo (BDD) identifica una condizione in cui una persona mostra preoccupazione per un proprio difetto fisico che può essere presunto o reale, in quest’ultimo caso l’importanza data al difetto è di gran lunga eccessiva. È caratterizzato da una preoccupazione persistente per i difetti percepiti nell’aspetto fisico che sono inosservabili o appaiono lievi agli altri. Questa preoccupazione porta a un significativo deterioramento della vita quotidiana, a una ridotta qualità della vita e a tassi sorprendentemente elevati di tentativi di suicidio. Il BDD emerge tipicamente durante l’adolescenza e la sua eziologia è radicata sia in fattori genetici che ambientali. Tuttavia, attualmente si sa poco sui fattori ambientali specifici che contribuiscono allo sviluppo e/o al mantenimento dei sintomi di dismorfismo corporeo. I social media sono un fattore ambientale proposto come fattore di rischio, contribuendo potenzialmente anche ad un aumento della prevalenza del BDD tra i giovani. Il ruolo dei social media Le piattaforme di social media fanno molto affidamento su contenuti basati sulle immagini, molte delle quali sono altamente curate e/o modificate. Questo contenuto alimenta l’interiorizzazione di standard di bellezza irraggiungibili e l’enfasi posta sulla valutazione sociale legata all’apparenza che di conseguenza aumenta l’insoddisfazione per il proprio aspetto. Inoltre, i social media forniscono un contenitore costante per il confronto sociale basato sull’apparenza e influiscono sull’auto-oggettivazione, entrambe componenti chiave nei disturbi dell’immagine corporea come il BDD. La ricerca di Gupta, Jassi e Krebs (2023) Ad oggi, sono ancora pochi gli studi che esplorano la relazione tra uso dei social media e sintomi di dismorfismo corporeo. Tali studi evidenziano l’importanza di esaminare le sfumature dell’utilizzo dei social media in relazione ai sintomi di dismorfismo corporeo, compreso il tipo di social media utilizzato (basato su immagini o testo), le motivazioni dietro al loro utilizzo e se la persona interagisce in maniera attiva o passiva sui social media. In questa scia si inserisce la ricerca di Gupta, Jassi e Krebs (2023) che ha avuto come obiettivo quello di esaminare l’associazioni tra i tre aspetti dell’utilizzo dei social media (frequenza di piattaforme basate su immagini, motivazione e utilizzo attivo o passivo) e i sintomi di dismorfismo corporeo, in un campione non clinico di 209 giovani tra i 16 e i 18 anni. Inoltre, questo studio mirava anche ad esplorare il ruolo del perfezionismo nell’associazione tra frequenza d’uso dei social e sintomi di dismorfismo corporeo. I risultati della ricerca I risultati, acquisiti tramite un survey online, hanno mostrato come una maggiore frequenza di utilizzo dei social media era associata a sintomi di dismorfismo corporeo self-reported più elevati. Da notare che questa associazione era specifica per le piattaforme di social media che sono altamente basate sulle immagini (come Instagram e TikTok), in contrapposizione alle piattaforme basate su testo (come Twitter). La motivazione basata sull’apparenza per l’utilizzo dei social media era l’unica motivazione associata in modo univoco ai sintomi di dismorfismo corporeo. Il perfezionismo può amplificare la relazione tra utilizzo dei social media e sintomi di dismorfismo corporeo. Nel presente studio, inoltre, l’utilizzo dei social media in modo passivo (guardare i contenuti degli altri ma non pubblicare contenuti) era significativamente associata ai sintomi di dismorfismo corporeo, sebbene questa relazione risulta non significativa quando si inseriscono le variabili di età e sesso. Ciò potrebbe implicare che il modo in cui un individuo interagisce con i social media è meno rilevante per quanto riguarda i sintomi di dismorfismo corporeo rispetto alle motivazioni per il loro utilizzo, al tipo di materiale a cui è esposto (materiale basato su immagini) e per quanto tempo. In conclusione I risultati di questo studio mostrano come l’utilizzo dei social media e i sintomi di dismorfismo corporeo siano collegati. È ipotizzabile, inoltre, che esista una relazione bidirezionale tra queste variabili: un utilizzo dei social media basato sull’apparenza e motivato dall’apparenza aumenta l’esposizione a ideali estetici irraggiungibili e di conseguenza ha un impatto negativo sui sintomi di dismorfismo corporeo. Allo stesso tempo, quelli con sintomi più elevati e un maggiore aspetto di perfezionismo hanno maggiori probabilità di impegnarsi in un utilizzo dei social media legato all’aspetto, ad esempio facendo confronti sociali verso l’alto e cercando rassicurazioni sul proprio aspetto. Pertanto, si forma un ciclo che si autoalimenta in cui sia i sintomi di dismorfismo corporeo che l’utilizzo dei social media diventano più radicati. Questa è solo una delle variabili che potenzialmente influenzano i sintomi di dismorfismo corporeo, ma è fondamentale tenerne conto, così da poter identificate misure protettive nei confronti dei giovani, come formare ad un uso più consapevole delle piattaforme e trovare ragioni alternative per l’utilizzo dei social media che non siano focalizzate esclusivamente sull’apparenza e sull’apparire. Fonte Gupta M, Jassi A and Krebs G (2023). The association between social media use and body dysmorphic symptoms in young people. Front. Psychol. 14:1231801. doi: 10.3389/fpsyg.2023.1231801
Quale relazione tra disuguaglianza di genere e insicurezza lavorativa?

L’insicurezza lavorativa è un indicatore di lavoro precario che si riferisce alla paura di perdere il proprio posto di lavoro. La precarietà lavorativa è un processo soggettivo, involontario e incontrollabile che anticipa la perdita di una situazione lavorativa che si desidera mantenere. È una rilevante fonte di stress, con conseguenze negative sulla salute mentale delle persone. Nello specifico, sono stati osservati effetti sul benessere psicologico, sulla depressione, sull’ansia e anche in relazione all’ideazione suicidaria, nonché al benessere fisico. Disuguaglianza di genere e insicurezza lavorativa Diversi sono i fattori che influenzano l’insicurezza lavorativa. Oltre al contesto socioeconomico, si è osservato come anche la disuguaglianza di genere e, in generale, la situazione delle donne nel contesto sociale e culturale possa influire sull’insicurezza lavorativa. Esistono ampie prove empiriche che mostrano le discriminazione che le donne subiscono sul posto di lavoro [1], che si ripetono e aumentano nel corso degli anni. Ciò si traduce in fenomeni specifici come il divario retributivo di genere, la segregazione professionale, tassi più elevati di lavoro part-time e informale tra le donne, nonché un maggiore onere del lavoro di cura. La disuguaglianza sociale tra uomini e donne si verifica in tutti gli ambiti della vita, ma è nel mondo del lavoro che è particolarmente evidente e preoccupante. In questo scenario, la precarietà del lavoro potrebbe essere un fenomeno che risente di questa disuguaglianza. La ricerca di Menéndez-Espina et al. (2020) Menéndez-Espina et al. (2020) hanno sviluppato uno studio con lo scopo di identificare come la disuguaglianza di genere e l’insicurezza lavorativa siano correlate. Per fare ciò, hanno sviluppato uno studio predittivo della precarietà del lavoro, suddiviso per genere, considerando le variabili sociodemografiche e lavorative come antecedenti. Il campione comprendeva 1.005 dipendenti (420 uomini e 585 donne) di età compresa tra 18 e 65 anni residenti in Spagna. La domanda posta dalla ricerca è: i fattori demografici e lavorativi legati all’insicurezza lavorativa hanno un effetto diverso su donne e uomini? Questa domanda si basa sulla posizione più debole che tipicamente occupano le donne nel mercato del lavoro, insieme ad altri fattori legati anche a una maggiore difficoltà di accesso al lavoro. Tale ricerca ha confrontato i risultati di uomini e donne per studiare l’influenza del contesto sociale e culturale sull’insicurezza lavorativa. In generale, è stato riscontrato che le differenze tra uomini e donne rispetto allo sviluppo dell’insicurezza lavorativa riflettono la disuguaglianza di genere sul lavoro. Le donne hanno mostrato un punteggio più alto nella precarietà lavorativa rispetto agli uomini. Inoltre, è stato confermato come il livello di insicurezza lavorativa aumenta nel caso in cui ci si trovi in una posizione lavorativa debole, come il lavoro informale, i contratti temporanei, il lavoro part-time e si abbia subito un taglio salariale nell’ultimo anno, ma in modo diverso negli uomini e nelle donne. I risultati relativi all’influenza dell’istruzione riflettono una realtà in evoluzione: mostrano come l’insicurezza lavorativa cresce anche ai livelli educativi e professionali più elevati nel campione maschile. La sua rilevanza nel gruppo degli uomini e non in quello delle donne potrebbe essere collegata alla loro tendenza a concentrarsi maggiormente sulla carriera professionale, mentre le donne sono costrette a dividere la propria attenzione tra lavoro e famiglia. Inoltre, questo è uno dei fattori che genera la segregazione occupazionale, in particolare il cosiddetto soffitto di cristallo. Si osserva che le variabili del successo e della carriera professionale (categoria lavorativa, reddito familiare), mantenute e riprodotte dai ruoli tradizionali, diventano più importanti negli uomini. Al contrario, le donne sono condizionate da un ambiente lavorativo altamente discriminatorio e segregante che spesso le sottopone a percentuali più elevate di povertà lavorativa, lavoro part-time, discriminazione, salari più bassi, ecc. Queste circostanze determinano le aspettative di entrambi i sessi, quindi anche l’insicurezza lavorativa percepita varia. L’insicurezza lavorativa, quindi, colpisce entrambi i gruppi di genere, ma le condizioni in cui cresce questa percezione sono significativamente influenzate dalla disuguaglianza di genere. Tali risultati dimostrano come la reale uguaglianza sul lavoro non è ancora stata raggiunta. La vita delle donne è condizionata dalla loro duplice presenza in due tipi di lavori: sia nei lavori retribuiti che nel lavoro necessario alla cura e al mantenimento della famiglia. Continua ad esistere la necessità di un profondo cambiamento sociale riguardo ai ruoli di genere, che equipara le condizioni di uomini e donne sia nell’ambiente di lavoro che nei percorsi di vita. Nel frattempo, le misure di parità e di equilibrio di questi contesti di disuguaglianza aiutano a compiere ulteriori passi in quella direzione, come l’attuazione di politiche efficaci di uguaglianza, non discriminazione e conciliazione per entrambi i sessi. Si tratta di un fenomeno che deve essere affrontato con un approccio olistico che consideri sia il livello individuale (riparativo), sia quello sociale (organizzativo e contestuale). Fonti Menéndez-Espina S, Llosa JA, Agulló-Tomás E, Rodríguez-Suárez J, Sáiz-Villar R, Lasheras-Díez HF, De Witte H and Boada-Grau J (2020) The Influence of Gender Inequality in the Development of Job Insecurity: Differences Between Women and Men. Front. Public Health 8:526162. doi: 10.3389/fpubh.2020.526162 [1] Buonocore F, Russo M, Ferrara M. Work–family conflict and job insecurity: are workers from different generations experiencing true differences? Community Work Fam. (2015) 18:299–316. doi: 10.1080/13668803.2014.981504
Può la musica promuovere la salute mentale?

A tutti è capitato di emozionarsi durante l’ascolto di una canzone, di trovare conforto in una melodia o di ritrovare una nuova energia dopo l’ascolto di un brano musicale. La musica è parte integrante della nostra vita e spesso accompagna i momenti più importanti. Ma oltre a essere una fonte di piacere, la musica esercita un profondo impatto sulla nostra salute mentale. L’esperienza musicale è un viaggio multisensoriale che va ben oltre la semplice percezione sonora. La musica non si limita a stimolare l’udito, ma agisce come una vibrazione che permea tutto il corpo, attivando processi fisiologici e psicologici alla base del suo utilizzo in ambito terapeutico. Inoltre, a livello neurofisiologico si è visto che l’ascolto di musica attiva i così detti circuiti neurali della ricompensa, coinvolti in tutte le sensazioni di piacere. Questo circuito funziona attraverso il rilascio di dopamina, un neurotrasmettitore che produce un senso di gratificazione, inducendoci a ripetere il comportamento che ne è stato responsabile. La dopamina stimola infatti il rilascio delle nostre “morfine naturali”, come le endorfine e le encefaline, responsabili della riduzione della tensione fisica e del dolore. La musica, inoltre, attivando diverse aree del cervello, influenzando le nostre emozioni, la memoria e la capacità di apprendimento. È ormai ampiamente riconosciuto che la musica può: Migliorare l’umore: Ascoltare musica che ci piace può farci sentire più felici e rilassati. Riduce lo stress: La musica può aiutare a ridurre i livelli di cortisolo, l’ormone dello stress. Aumentare la creatività: La musica può stimolare l’immaginazione e la creatività. Facilitare l’apprendimento: In alcuni casi, la musica può facilitare l’apprendimento di nuove informazioni, soprattutto nei bambini. Secondo quanto emerso nella recente ricerca BVA DOXA 2024 “Musica e salute mentale”, il 90% dei giovani considera la musica uno strumento in grado di contribuire al benessere mentale. Dalla ricerca è emerso come quasi due persone su tre la utilizzano per rilassarsi, quando si sentono felici o semplicemente per distrarsi. Gli effetti benefici della musica sono diversi: evoca emozioni profonde (69%), migliora l’umore (63%) e riporta alla mente ricordi (62%). Altri dati emersi dalla ricerca illustrano come la musica accompagna gli stati d’animo e le emozioni come gioia (64%), calma (48%), tristezza e nostalgia (38%). Inoltre, gli effetti della musica riguardano anche i contenuti dei testi e non solo la melodia delle canzoni. Il 94% dei giovani afferma di leggere abitualmente i testi delle canzoni, che diventano così veicolo per la trasmissione di emozioni e messaggi. La musica, quindi, si conferma un potente canale di comunicazione, anche per temi inerenti alla salute mentale. In definitiva, la musica può incrementare il benessere psicologico delle persone. La musica, influendo sulle nostre emozioni, può essere utilizzata per promuovere la salute fisica e psicologica, oltre che come strumento terapeutico in contesti clinici. La musica può aiutarci ad esprimere ed elaborare le nostre emozioni, sia positive che negative, può diventare uno strumento di catarsi e di crescita personale. La musica è un potente strumento che può migliorare la nostra qualità di vita e aiutarci ad affrontare le sfide quotidiane. Ascoltare musica, suonare uno strumento o partecipare a un’attività musicale può, quindi, apportare numerosi benefici alla nostra salute mentale.
PUNTOEBASTA

di Sara Palermo Il 31 maggio 2021 c’è stata un’importante conferenza sui Disturbi Del Comportamento Alimentare alla Camera del Senato, in cui si è evidenziato quanto sia drammatica e rilevante la situazione. I dati mostrano più di 3000 persone in sono morte nel 2020 sotto i 30 anni. Si sta abbassata sempre di più l’età di insorgenza dei Disturbi Alimentari. C’è il bisogno di cercare delle risposte di cura adeguate, una presa in carico della persona che non deve essere solo delle famiglie, dei Servizi Sanitari, ma che si sviluppa dentro la Comunità, con una personalizzazione degli interventi, con diverse fasi in base alla gravità, diverse figure professionali che intervengono. La cura deve essere graduata a seconda dei bisogni, con al centro la persona che non è lasciata da sola. Nel mio piccolo cerco di occuparmi di cura e benessere individuale. La cura la intendo come interazione di molteplici elementi: biologici, psichici, sociali, ambientali. La persona intesa come corpo e mente integrati. La prevenzione e la cura di ogni malattia cronica e di ogni fragilità sono processi individuali e collettivi.Richiedono forza, coraggio, cambiamenti politici, investimenti economici, sofferenza che si trasforma in speranza. Martedì 8 giugno 2021 alle ore 19, per inaugurare la rassegna #rubricalilla, l’Associazione Nazionale Disturbi Alimentari e della Nutrizione Lillà ha scelto di presentare il volume PUNTOEBASTA, edito da Pungitopo nel 2017, di cui sono autrice. Il tema trattato è stato quello dei Disturbi Alimentati affrontati da due punti di vista: la storia diretta di chi in prima persona ne ha vissuto l’esperienza e il punto di vista clinico e terapeutico. Puntoebasta nasce nei quaderni a quadretti che ho scritto per circa 12 anni. Ho iniziato ad affidare le mie emozioni all’inchiostro all’età di 13 anni, in realtà ricordo quando alle elementari la maestra ci ha parlato del diario come di una forma di scrittura. Il diario e la poesia. Mi hanno impressionato molto. Mi hanno forse da subito appassionato. Ho scritto, per anni, senza mai rileggere nulla. Ho scritto della mia ossessione per le calorie, delle abbuffate e di ogni volta che mi dicevo, da oggi si ricomincia. Ho scritto anche delle tempeste emotive, quelle di adolescente, quelle di ragazza più adulta. Ho scritto degli amori. Dell’odio verso me stessa. Del liceo, dell’Università, dei fallimenti, dei viaggi. “In fondo al piatto ho un corpo tumefatto. Mi specchio nel mio difetto e sto sola, con il mio maledetto spazio protetto”. Da adulta, siamo nel 2009 e mi sono traferita in Sicilia per un progetto di lavoro, porto insieme alla macchina i due scatoloni con i quaderni. E inizio a rileggere. Ci ho messo circa due anni a rileggere e trascrivere tutto a Pc. Leggevo, a volte piangevo per la Sara di allora, per quello che sentivo essere stato un lungo tempo sprecato nella malattia. Il tempo che mi aveva tolto gli anni dell’adolescenza, dell’Università. Mi fermavo per giorni. Poi riprendevo e trascrivevo. Ci sono varie versioni di Puntoebasta, perché piano piano ho tolto pezzi, pagine, ho sintetizzato. La Sara adulta che rileggeva e ri-attraversava la lunga storia del proprio disturbo alimentare si intrecciava con la narrazione del presente. La versione definitiva è quelle che è stata pubblicata nel 2017. E’ rimasta anche quella ferma nella scatola del mio hard disk per anni. Poi una sera, nella modalità più attenuata ma che ancora esiste, di impulsività che mi caratterizza, ho inviato il file a Lucio, l’editore. E così nasce Puntoebasta. Un diario di circa 12 anni che narra il mio viaggio interiore, dall’ossessione dell’anoressia, al disprezzo del mio corpo, alla rabbia e violenza delle dita in gola per vomitare, all’ identita’ bulimica all’odore di vomito che mi sentivo perennemente addosso, fino alla liberazione, alle musiche d’africa e ai suoi colori e terra rossa. Puntoebasta è un dono di condivisione e anche uno strumento prevenzione. Da un disturbo alimentare si può guarire. Anche dopo lunghi anni. È un messaggio di speranza, per chi ne soffre, per i famigliari, per i professionisti. Sono parole che rivolgo sia a chi sta male, sia a tutti gli operatori che si occupano di disturbi alimentari. È una forma di espressione ed è stato il mio modo per aprirmi al mondo, e completare il mio percorso di cura. È dire, non mi vergogno più, non vergognatevi. Parole per ogni professionista, ma prima di tutto, per ogni persona, che lavora per l’equità della cura, per la diagnosi precoce, una presa in carico globale, svolge azioni di prevenzione, fa formazione al personale sanitario e non. Oltre ai medici di base, i pediatri, sappiamo quanto sia importante arrivare nelle scuole per fare prevenzione e formazione agli insegnanti. I temi dell’accessibilità delle cure (che non significa solo disponibilità dei servizi ma anche costi sostenibili per tutti) e della prevenzione mi toccano molto, perché so bene cosa un intervento che arriva in ritardo può portare. A me ha portato una cronicità da cui ne sono uscita. Ma si muore, si muore perché non si arriva ad essere curati. Oggi a me stessa e a chi è ancora ammalato dicoa gran voce dama la nope, che in wolof (in Senegal) vuol dire ti voglio bene.
Punto e virgola: da segno di punteggiatura a simbolo

Gianni Rodari, nel 1960, pubblicò una filastrocca per bambini dedicata proprio al punto e virgola, per omaggiare uno dei segni della punteggiatura. Secondo la grammatica italiana, il punto e virgola è un segno di interpunzione tra due frasi, in cui c’è una connessione tra le cose precedenti e successive, ma c’è anche una sorta di distacco fra esse. Proprio per la sua natura ambigua di continuità/discontinuità tra passato e presente, esso ha assunto un ruolo simbolicodal significato psicologico. Negli ultimi anni, infatti, con il diffondersi della moda dei tatuaggi , il punto e virgola è un simbolo molto richiesto, come disegno permanente sulla pelle. Esso è appunto diventato il simbolo della speranza per il futuro. Con questo disegno, si mette un punto al passato e ci si apre al presente con nuovi occhi. Spesso, è oggetto di tatuaggio anche per coloro che hanno tentato il suicidio, dopo una depressione più o meno grave o comunque un momento buio. Molti adolescenti, inoltre, con passato autolesionista, lo scelgono a testimonianza della possibilità di riscatto. Rappresenta, quindi, la rinascita, il desiderio di lottare sempre, di riuscire a trovare nuove vie di fuga, nuove strategie di adattamento. Questo segno è una sorta di sensibilizzazione verso temi delicati, come la morte, in cui si legge la metafora di una vita che non finisce, ma si trasforma in altre possibilità ed esperienze. Un piccolo simbolo che apre a riflessioni grandi sul passato, sul presente e soprattutto sul futuro.
Pubblicità: dalla persuasione al cambiamento sociale

La pubblicità, da sempre specchio della società, ha subito un’importante metamorfosi culturale diventando un potente mezzo di comunicazione. La prima pubblicità affonda le proprie radici nell’antica Roma, sospesa tra i banchetti dei macellum, ma è con l’invenzione della stampa a caratteri mobili che nasce la réclame. A partire dagli anni ’20 la pubblicità inizia a seguire regole scientifiche e rigorose. In questi anni nasce il primo trattato di tecnica pubblicitaria con cinque regole fondamentali: ogni prodotto deve essere visto, letto, creduto, ricordato e acquistato. In Italia, alla fine degli anni ‘50, si percorre una strada originale: la pubblicità viene ammessa solo all’interno di uno spazio dedicato: il “Carosello”. Con il boom economico degli anni ’60, cambiano le esigenze dei venditori: il prodotto non deve essere solo conosciuto, ma deve essere preferito dal cliente rispetto agli altri. Il linguaggio pubblicitario si affina attraverso ricerche psicografiche. Si iniziano a mettere in atto strategie persuasive che tengano conto dei bisogni e desideri dei clienti.Significativa è stata la lunga serie di spot che Gavino Sanna realizzò per la pasta Barilla dal 1985 al 1991. Gli italiani, infatti, riescono ad identificarsi profondamente con quelle storie semplici e rassicuranti che giocano sui buoni sentimenti e danno spazio a valori come la famiglia. Negli stessi anni si assiste ad una nuova “rivoluzione sessuale”: il corpo diventa oggetto del mondo pubblicitario, come sul piano sociale, con il culto crescente della forma fisica. Alla fine degli anni ’90 le famiglie italiane si trovano a vivere una crisi economica che favorisce una maggior attenzione ai consumi e al risparmio. Il marchio, protagonista assoluto degli anni ’80, perde potere. Il marketing presta attenzione alla psicologia dei clienti, abbandonando la produzione di massa e risaltando la peculiarità dell’individuo, inteso come il complesso sistema di possibilità/bisogni che rappresenta. Con l’avvento del social web, nascono gli spot “su misura”, alimentati dai click dell’utente, che danno voce al desiderio o all’esigenza del momento. Le dinamiche del marketing risultano profondamente trasformate. Ogni luogo diventa un potenziale spazio pubblicitario. Bombardamento di input che mira a far crollare le difese psicologiche di un interlocutore sempre più sofisticato. Si potrebbe pensare ad un indebolimento della pubblicità che in realtà utilizza modalità di persuasioni più sottili. La pubblicità diventa autoreferenziale, canale per trasmettere messaggi profondi, su tematiche sociali rilevanti. Lo spot si allontana dal prodotto in sé, che diventa mezzo per comunicare e non solo oggetto da vendere. Ad oggi, si può sostenere la nascita di una nuova categoria di spot, che invitano non solo ad acquistare ma anche a riflettere.