Quale relazione tra social media e sintomi di dismorfismo corporeo nei giovani?

L’uso dei social media è molto diffuso tra i giovani e diverse ricerche suggeriscono un’associazione con problematiche di salute mentale, inclusa una negativa percezione della propria immagine corporea. Tuttavia, la potenziale relazione tra uso dei social media e, nello specifico, il disturbo di dismorfismo corporeo (BDD) ha ricevuto ancora poca attenzione. Disturbo di dismorfismo corporeo (BDD) Il Disturbo di dismorfismo corporeo (BDD) identifica una condizione in cui una persona mostra preoccupazione per un proprio difetto fisico che può essere presunto o reale, in quest’ultimo caso l’importanza data al difetto è di gran lunga eccessiva. È caratterizzato da una preoccupazione persistente per i difetti percepiti nell’aspetto fisico che sono inosservabili o appaiono lievi agli altri. Questa preoccupazione porta a un significativo deterioramento della vita quotidiana, a una ridotta qualità della vita e a tassi sorprendentemente elevati di tentativi di suicidio. Il BDD emerge tipicamente durante l’adolescenza e la sua eziologia è radicata sia in fattori genetici che ambientali. Tuttavia, attualmente si sa poco sui fattori ambientali specifici che contribuiscono allo sviluppo e/o al mantenimento dei sintomi di dismorfismo corporeo. I social media sono un fattore ambientale proposto come fattore di rischio, contribuendo potenzialmente anche ad un aumento della prevalenza del BDD tra i giovani. Il ruolo dei social media Le piattaforme di social media fanno molto affidamento su contenuti basati sulle immagini, molte delle quali sono altamente curate e/o modificate. Questo contenuto alimenta l’interiorizzazione di standard di bellezza irraggiungibili e l’enfasi posta sulla valutazione sociale legata all’apparenza che di conseguenza aumenta l’insoddisfazione per il proprio aspetto. Inoltre, i social media forniscono un contenitore costante per il confronto sociale basato sull’apparenza e influiscono sull’auto-oggettivazione, entrambe componenti chiave nei disturbi dell’immagine corporea come il BDD. La ricerca di Gupta, Jassi e Krebs (2023) Ad oggi, sono ancora pochi gli studi che esplorano la relazione tra uso dei social media e sintomi di dismorfismo corporeo. Tali studi evidenziano l’importanza di esaminare le sfumature dell’utilizzo dei social media in relazione ai sintomi di dismorfismo corporeo, compreso il tipo di social media utilizzato (basato su immagini o testo), le motivazioni dietro al loro utilizzo e se la persona interagisce in maniera attiva o passiva sui social media. In questa scia si inserisce la ricerca di Gupta, Jassi e Krebs (2023) che ha avuto come obiettivo quello di esaminare l’associazioni tra i tre aspetti dell’utilizzo dei social media (frequenza di piattaforme basate su immagini, motivazione e utilizzo attivo o passivo) e i sintomi di dismorfismo corporeo, in un campione non clinico di 209 giovani tra i 16 e i 18 anni. Inoltre, questo studio mirava anche ad esplorare il ruolo del perfezionismo nell’associazione tra frequenza d’uso dei social e sintomi di dismorfismo corporeo. I risultati della ricerca I risultati, acquisiti tramite un survey online, hanno mostrato come una maggiore frequenza di utilizzo dei social media era associata a sintomi di dismorfismo corporeo self-reported più elevati. Da notare che questa associazione era specifica per le piattaforme di social media che sono altamente basate sulle immagini (come Instagram e TikTok), in contrapposizione alle piattaforme basate su testo (come Twitter). La motivazione basata sull’apparenza per l’utilizzo dei social media era l’unica motivazione associata in modo univoco ai sintomi di dismorfismo corporeo. Il perfezionismo può amplificare la relazione tra utilizzo dei social media e sintomi di dismorfismo corporeo. Nel presente studio, inoltre, l’utilizzo dei social media in modo passivo (guardare i contenuti degli altri ma non pubblicare contenuti) era significativamente associata ai sintomi di dismorfismo corporeo, sebbene questa relazione risulta non significativa quando si inseriscono le variabili di età e sesso. Ciò potrebbe implicare che il modo in cui un individuo interagisce con i social media è meno rilevante per quanto riguarda i sintomi di dismorfismo corporeo rispetto alle motivazioni per il loro utilizzo, al tipo di materiale a cui è esposto (materiale basato su immagini) e per quanto tempo. In conclusione I risultati di questo studio mostrano come l’utilizzo dei social media e i sintomi di dismorfismo corporeo siano collegati. È ipotizzabile, inoltre, che esista una relazione bidirezionale tra queste variabili: un utilizzo dei social media basato sull’apparenza e motivato dall’apparenza aumenta l’esposizione a ideali estetici irraggiungibili e di conseguenza ha un impatto negativo sui sintomi di dismorfismo corporeo. Allo stesso tempo, quelli con sintomi più elevati e un maggiore aspetto di perfezionismo hanno maggiori probabilità di impegnarsi in un utilizzo dei social media legato all’aspetto, ad esempio facendo confronti sociali verso l’alto e cercando rassicurazioni sul proprio aspetto. Pertanto, si forma un ciclo che si autoalimenta in cui sia i sintomi di dismorfismo corporeo che l’utilizzo dei social media diventano più radicati. Questa è solo una delle variabili che potenzialmente influenzano i sintomi di dismorfismo corporeo, ma è fondamentale tenerne conto, così da poter identificate misure protettive nei confronti dei giovani, come formare ad un uso più consapevole delle piattaforme e trovare ragioni alternative per l’utilizzo dei social media che non siano focalizzate esclusivamente sull’apparenza e sull’apparire. Fonte Gupta M, Jassi A and Krebs G (2023). The association between social media use and body dysmorphic symptoms in young people. Front. Psychol. 14:1231801. doi: 10.3389/fpsyg.2023.1231801
Quale relazione tra disuguaglianza di genere e insicurezza lavorativa?

L’insicurezza lavorativa è un indicatore di lavoro precario che si riferisce alla paura di perdere il proprio posto di lavoro. La precarietà lavorativa è un processo soggettivo, involontario e incontrollabile che anticipa la perdita di una situazione lavorativa che si desidera mantenere. È una rilevante fonte di stress, con conseguenze negative sulla salute mentale delle persone. Nello specifico, sono stati osservati effetti sul benessere psicologico, sulla depressione, sull’ansia e anche in relazione all’ideazione suicidaria, nonché al benessere fisico. Disuguaglianza di genere e insicurezza lavorativa Diversi sono i fattori che influenzano l’insicurezza lavorativa. Oltre al contesto socioeconomico, si è osservato come anche la disuguaglianza di genere e, in generale, la situazione delle donne nel contesto sociale e culturale possa influire sull’insicurezza lavorativa. Esistono ampie prove empiriche che mostrano le discriminazione che le donne subiscono sul posto di lavoro [1], che si ripetono e aumentano nel corso degli anni. Ciò si traduce in fenomeni specifici come il divario retributivo di genere, la segregazione professionale, tassi più elevati di lavoro part-time e informale tra le donne, nonché un maggiore onere del lavoro di cura. La disuguaglianza sociale tra uomini e donne si verifica in tutti gli ambiti della vita, ma è nel mondo del lavoro che è particolarmente evidente e preoccupante. In questo scenario, la precarietà del lavoro potrebbe essere un fenomeno che risente di questa disuguaglianza. La ricerca di Menéndez-Espina et al. (2020) Menéndez-Espina et al. (2020) hanno sviluppato uno studio con lo scopo di identificare come la disuguaglianza di genere e l’insicurezza lavorativa siano correlate. Per fare ciò, hanno sviluppato uno studio predittivo della precarietà del lavoro, suddiviso per genere, considerando le variabili sociodemografiche e lavorative come antecedenti. Il campione comprendeva 1.005 dipendenti (420 uomini e 585 donne) di età compresa tra 18 e 65 anni residenti in Spagna. La domanda posta dalla ricerca è: i fattori demografici e lavorativi legati all’insicurezza lavorativa hanno un effetto diverso su donne e uomini? Questa domanda si basa sulla posizione più debole che tipicamente occupano le donne nel mercato del lavoro, insieme ad altri fattori legati anche a una maggiore difficoltà di accesso al lavoro. Tale ricerca ha confrontato i risultati di uomini e donne per studiare l’influenza del contesto sociale e culturale sull’insicurezza lavorativa. In generale, è stato riscontrato che le differenze tra uomini e donne rispetto allo sviluppo dell’insicurezza lavorativa riflettono la disuguaglianza di genere sul lavoro. Le donne hanno mostrato un punteggio più alto nella precarietà lavorativa rispetto agli uomini. Inoltre, è stato confermato come il livello di insicurezza lavorativa aumenta nel caso in cui ci si trovi in una posizione lavorativa debole, come il lavoro informale, i contratti temporanei, il lavoro part-time e si abbia subito un taglio salariale nell’ultimo anno, ma in modo diverso negli uomini e nelle donne. I risultati relativi all’influenza dell’istruzione riflettono una realtà in evoluzione: mostrano come l’insicurezza lavorativa cresce anche ai livelli educativi e professionali più elevati nel campione maschile. La sua rilevanza nel gruppo degli uomini e non in quello delle donne potrebbe essere collegata alla loro tendenza a concentrarsi maggiormente sulla carriera professionale, mentre le donne sono costrette a dividere la propria attenzione tra lavoro e famiglia. Inoltre, questo è uno dei fattori che genera la segregazione occupazionale, in particolare il cosiddetto soffitto di cristallo. Si osserva che le variabili del successo e della carriera professionale (categoria lavorativa, reddito familiare), mantenute e riprodotte dai ruoli tradizionali, diventano più importanti negli uomini. Al contrario, le donne sono condizionate da un ambiente lavorativo altamente discriminatorio e segregante che spesso le sottopone a percentuali più elevate di povertà lavorativa, lavoro part-time, discriminazione, salari più bassi, ecc. Queste circostanze determinano le aspettative di entrambi i sessi, quindi anche l’insicurezza lavorativa percepita varia. L’insicurezza lavorativa, quindi, colpisce entrambi i gruppi di genere, ma le condizioni in cui cresce questa percezione sono significativamente influenzate dalla disuguaglianza di genere. Tali risultati dimostrano come la reale uguaglianza sul lavoro non è ancora stata raggiunta. La vita delle donne è condizionata dalla loro duplice presenza in due tipi di lavori: sia nei lavori retribuiti che nel lavoro necessario alla cura e al mantenimento della famiglia. Continua ad esistere la necessità di un profondo cambiamento sociale riguardo ai ruoli di genere, che equipara le condizioni di uomini e donne sia nell’ambiente di lavoro che nei percorsi di vita. Nel frattempo, le misure di parità e di equilibrio di questi contesti di disuguaglianza aiutano a compiere ulteriori passi in quella direzione, come l’attuazione di politiche efficaci di uguaglianza, non discriminazione e conciliazione per entrambi i sessi. Si tratta di un fenomeno che deve essere affrontato con un approccio olistico che consideri sia il livello individuale (riparativo), sia quello sociale (organizzativo e contestuale). Fonti Menéndez-Espina S, Llosa JA, Agulló-Tomás E, Rodríguez-Suárez J, Sáiz-Villar R, Lasheras-Díez HF, De Witte H and Boada-Grau J (2020) The Influence of Gender Inequality in the Development of Job Insecurity: Differences Between Women and Men. Front. Public Health 8:526162. doi: 10.3389/fpubh.2020.526162 [1] Buonocore F, Russo M, Ferrara M. Work–family conflict and job insecurity: are workers from different generations experiencing true differences? Community Work Fam. (2015) 18:299–316. doi: 10.1080/13668803.2014.981504
Può la musica promuovere la salute mentale?

A tutti è capitato di emozionarsi durante l’ascolto di una canzone, di trovare conforto in una melodia o di ritrovare una nuova energia dopo l’ascolto di un brano musicale. La musica è parte integrante della nostra vita e spesso accompagna i momenti più importanti. Ma oltre a essere una fonte di piacere, la musica esercita un profondo impatto sulla nostra salute mentale. L’esperienza musicale è un viaggio multisensoriale che va ben oltre la semplice percezione sonora. La musica non si limita a stimolare l’udito, ma agisce come una vibrazione che permea tutto il corpo, attivando processi fisiologici e psicologici alla base del suo utilizzo in ambito terapeutico. Inoltre, a livello neurofisiologico si è visto che l’ascolto di musica attiva i così detti circuiti neurali della ricompensa, coinvolti in tutte le sensazioni di piacere. Questo circuito funziona attraverso il rilascio di dopamina, un neurotrasmettitore che produce un senso di gratificazione, inducendoci a ripetere il comportamento che ne è stato responsabile. La dopamina stimola infatti il rilascio delle nostre “morfine naturali”, come le endorfine e le encefaline, responsabili della riduzione della tensione fisica e del dolore. La musica, inoltre, attivando diverse aree del cervello, influenzando le nostre emozioni, la memoria e la capacità di apprendimento. È ormai ampiamente riconosciuto che la musica può: Migliorare l’umore: Ascoltare musica che ci piace può farci sentire più felici e rilassati. Riduce lo stress: La musica può aiutare a ridurre i livelli di cortisolo, l’ormone dello stress. Aumentare la creatività: La musica può stimolare l’immaginazione e la creatività. Facilitare l’apprendimento: In alcuni casi, la musica può facilitare l’apprendimento di nuove informazioni, soprattutto nei bambini. Secondo quanto emerso nella recente ricerca BVA DOXA 2024 “Musica e salute mentale”, il 90% dei giovani considera la musica uno strumento in grado di contribuire al benessere mentale. Dalla ricerca è emerso come quasi due persone su tre la utilizzano per rilassarsi, quando si sentono felici o semplicemente per distrarsi. Gli effetti benefici della musica sono diversi: evoca emozioni profonde (69%), migliora l’umore (63%) e riporta alla mente ricordi (62%). Altri dati emersi dalla ricerca illustrano come la musica accompagna gli stati d’animo e le emozioni come gioia (64%), calma (48%), tristezza e nostalgia (38%). Inoltre, gli effetti della musica riguardano anche i contenuti dei testi e non solo la melodia delle canzoni. Il 94% dei giovani afferma di leggere abitualmente i testi delle canzoni, che diventano così veicolo per la trasmissione di emozioni e messaggi. La musica, quindi, si conferma un potente canale di comunicazione, anche per temi inerenti alla salute mentale. In definitiva, la musica può incrementare il benessere psicologico delle persone. La musica, influendo sulle nostre emozioni, può essere utilizzata per promuovere la salute fisica e psicologica, oltre che come strumento terapeutico in contesti clinici. La musica può aiutarci ad esprimere ed elaborare le nostre emozioni, sia positive che negative, può diventare uno strumento di catarsi e di crescita personale. La musica è un potente strumento che può migliorare la nostra qualità di vita e aiutarci ad affrontare le sfide quotidiane. Ascoltare musica, suonare uno strumento o partecipare a un’attività musicale può, quindi, apportare numerosi benefici alla nostra salute mentale.
PUNTOEBASTA

di Sara Palermo Il 31 maggio 2021 c’è stata un’importante conferenza sui Disturbi Del Comportamento Alimentare alla Camera del Senato, in cui si è evidenziato quanto sia drammatica e rilevante la situazione. I dati mostrano più di 3000 persone in sono morte nel 2020 sotto i 30 anni. Si sta abbassata sempre di più l’età di insorgenza dei Disturbi Alimentari. C’è il bisogno di cercare delle risposte di cura adeguate, una presa in carico della persona che non deve essere solo delle famiglie, dei Servizi Sanitari, ma che si sviluppa dentro la Comunità, con una personalizzazione degli interventi, con diverse fasi in base alla gravità, diverse figure professionali che intervengono. La cura deve essere graduata a seconda dei bisogni, con al centro la persona che non è lasciata da sola. Nel mio piccolo cerco di occuparmi di cura e benessere individuale. La cura la intendo come interazione di molteplici elementi: biologici, psichici, sociali, ambientali. La persona intesa come corpo e mente integrati. La prevenzione e la cura di ogni malattia cronica e di ogni fragilità sono processi individuali e collettivi.Richiedono forza, coraggio, cambiamenti politici, investimenti economici, sofferenza che si trasforma in speranza. Martedì 8 giugno 2021 alle ore 19, per inaugurare la rassegna #rubricalilla, l’Associazione Nazionale Disturbi Alimentari e della Nutrizione Lillà ha scelto di presentare il volume PUNTOEBASTA, edito da Pungitopo nel 2017, di cui sono autrice. Il tema trattato è stato quello dei Disturbi Alimentati affrontati da due punti di vista: la storia diretta di chi in prima persona ne ha vissuto l’esperienza e il punto di vista clinico e terapeutico. Puntoebasta nasce nei quaderni a quadretti che ho scritto per circa 12 anni. Ho iniziato ad affidare le mie emozioni all’inchiostro all’età di 13 anni, in realtà ricordo quando alle elementari la maestra ci ha parlato del diario come di una forma di scrittura. Il diario e la poesia. Mi hanno impressionato molto. Mi hanno forse da subito appassionato. Ho scritto, per anni, senza mai rileggere nulla. Ho scritto della mia ossessione per le calorie, delle abbuffate e di ogni volta che mi dicevo, da oggi si ricomincia. Ho scritto anche delle tempeste emotive, quelle di adolescente, quelle di ragazza più adulta. Ho scritto degli amori. Dell’odio verso me stessa. Del liceo, dell’Università, dei fallimenti, dei viaggi. “In fondo al piatto ho un corpo tumefatto. Mi specchio nel mio difetto e sto sola, con il mio maledetto spazio protetto”. Da adulta, siamo nel 2009 e mi sono traferita in Sicilia per un progetto di lavoro, porto insieme alla macchina i due scatoloni con i quaderni. E inizio a rileggere. Ci ho messo circa due anni a rileggere e trascrivere tutto a Pc. Leggevo, a volte piangevo per la Sara di allora, per quello che sentivo essere stato un lungo tempo sprecato nella malattia. Il tempo che mi aveva tolto gli anni dell’adolescenza, dell’Università. Mi fermavo per giorni. Poi riprendevo e trascrivevo. Ci sono varie versioni di Puntoebasta, perché piano piano ho tolto pezzi, pagine, ho sintetizzato. La Sara adulta che rileggeva e ri-attraversava la lunga storia del proprio disturbo alimentare si intrecciava con la narrazione del presente. La versione definitiva è quelle che è stata pubblicata nel 2017. E’ rimasta anche quella ferma nella scatola del mio hard disk per anni. Poi una sera, nella modalità più attenuata ma che ancora esiste, di impulsività che mi caratterizza, ho inviato il file a Lucio, l’editore. E così nasce Puntoebasta. Un diario di circa 12 anni che narra il mio viaggio interiore, dall’ossessione dell’anoressia, al disprezzo del mio corpo, alla rabbia e violenza delle dita in gola per vomitare, all’ identita’ bulimica all’odore di vomito che mi sentivo perennemente addosso, fino alla liberazione, alle musiche d’africa e ai suoi colori e terra rossa. Puntoebasta è un dono di condivisione e anche uno strumento prevenzione. Da un disturbo alimentare si può guarire. Anche dopo lunghi anni. È un messaggio di speranza, per chi ne soffre, per i famigliari, per i professionisti. Sono parole che rivolgo sia a chi sta male, sia a tutti gli operatori che si occupano di disturbi alimentari. È una forma di espressione ed è stato il mio modo per aprirmi al mondo, e completare il mio percorso di cura. È dire, non mi vergogno più, non vergognatevi. Parole per ogni professionista, ma prima di tutto, per ogni persona, che lavora per l’equità della cura, per la diagnosi precoce, una presa in carico globale, svolge azioni di prevenzione, fa formazione al personale sanitario e non. Oltre ai medici di base, i pediatri, sappiamo quanto sia importante arrivare nelle scuole per fare prevenzione e formazione agli insegnanti. I temi dell’accessibilità delle cure (che non significa solo disponibilità dei servizi ma anche costi sostenibili per tutti) e della prevenzione mi toccano molto, perché so bene cosa un intervento che arriva in ritardo può portare. A me ha portato una cronicità da cui ne sono uscita. Ma si muore, si muore perché non si arriva ad essere curati. Oggi a me stessa e a chi è ancora ammalato dicoa gran voce dama la nope, che in wolof (in Senegal) vuol dire ti voglio bene.
Punto e virgola: da segno di punteggiatura a simbolo

Gianni Rodari, nel 1960, pubblicò una filastrocca per bambini dedicata proprio al punto e virgola, per omaggiare uno dei segni della punteggiatura. Secondo la grammatica italiana, il punto e virgola è un segno di interpunzione tra due frasi, in cui c’è una connessione tra le cose precedenti e successive, ma c’è anche una sorta di distacco fra esse. Proprio per la sua natura ambigua di continuità/discontinuità tra passato e presente, esso ha assunto un ruolo simbolicodal significato psicologico. Negli ultimi anni, infatti, con il diffondersi della moda dei tatuaggi , il punto e virgola è un simbolo molto richiesto, come disegno permanente sulla pelle. Esso è appunto diventato il simbolo della speranza per il futuro. Con questo disegno, si mette un punto al passato e ci si apre al presente con nuovi occhi. Spesso, è oggetto di tatuaggio anche per coloro che hanno tentato il suicidio, dopo una depressione più o meno grave o comunque un momento buio. Molti adolescenti, inoltre, con passato autolesionista, lo scelgono a testimonianza della possibilità di riscatto. Rappresenta, quindi, la rinascita, il desiderio di lottare sempre, di riuscire a trovare nuove vie di fuga, nuove strategie di adattamento. Questo segno è una sorta di sensibilizzazione verso temi delicati, come la morte, in cui si legge la metafora di una vita che non finisce, ma si trasforma in altre possibilità ed esperienze. Un piccolo simbolo che apre a riflessioni grandi sul passato, sul presente e soprattutto sul futuro.
Pubblicità: dalla persuasione al cambiamento sociale

La pubblicità, da sempre specchio della società, ha subito un’importante metamorfosi culturale diventando un potente mezzo di comunicazione. La prima pubblicità affonda le proprie radici nell’antica Roma, sospesa tra i banchetti dei macellum, ma è con l’invenzione della stampa a caratteri mobili che nasce la réclame. A partire dagli anni ’20 la pubblicità inizia a seguire regole scientifiche e rigorose. In questi anni nasce il primo trattato di tecnica pubblicitaria con cinque regole fondamentali: ogni prodotto deve essere visto, letto, creduto, ricordato e acquistato. In Italia, alla fine degli anni ‘50, si percorre una strada originale: la pubblicità viene ammessa solo all’interno di uno spazio dedicato: il “Carosello”. Con il boom economico degli anni ’60, cambiano le esigenze dei venditori: il prodotto non deve essere solo conosciuto, ma deve essere preferito dal cliente rispetto agli altri. Il linguaggio pubblicitario si affina attraverso ricerche psicografiche. Si iniziano a mettere in atto strategie persuasive che tengano conto dei bisogni e desideri dei clienti.Significativa è stata la lunga serie di spot che Gavino Sanna realizzò per la pasta Barilla dal 1985 al 1991. Gli italiani, infatti, riescono ad identificarsi profondamente con quelle storie semplici e rassicuranti che giocano sui buoni sentimenti e danno spazio a valori come la famiglia. Negli stessi anni si assiste ad una nuova “rivoluzione sessuale”: il corpo diventa oggetto del mondo pubblicitario, come sul piano sociale, con il culto crescente della forma fisica. Alla fine degli anni ’90 le famiglie italiane si trovano a vivere una crisi economica che favorisce una maggior attenzione ai consumi e al risparmio. Il marchio, protagonista assoluto degli anni ’80, perde potere. Il marketing presta attenzione alla psicologia dei clienti, abbandonando la produzione di massa e risaltando la peculiarità dell’individuo, inteso come il complesso sistema di possibilità/bisogni che rappresenta. Con l’avvento del social web, nascono gli spot “su misura”, alimentati dai click dell’utente, che danno voce al desiderio o all’esigenza del momento. Le dinamiche del marketing risultano profondamente trasformate. Ogni luogo diventa un potenziale spazio pubblicitario. Bombardamento di input che mira a far crollare le difese psicologiche di un interlocutore sempre più sofisticato. Si potrebbe pensare ad un indebolimento della pubblicità che in realtà utilizza modalità di persuasioni più sottili. La pubblicità diventa autoreferenziale, canale per trasmettere messaggi profondi, su tematiche sociali rilevanti. Lo spot si allontana dal prodotto in sé, che diventa mezzo per comunicare e non solo oggetto da vendere. Ad oggi, si può sostenere la nascita di una nuova categoria di spot, che invitano non solo ad acquistare ma anche a riflettere.
PSICOTERAPIA ONLINE VS IN PRESENZA

Negli ultimi anni, soprattutto a seguito della pandemia da Covid-19, le piattaforme online che offrono servizi di psicoterapia hanno conosciuto un’espansione senza precedenti. Da strumenti di emergenza sono diventate oggi una valida alternativa — e talvolta una preferenza — rispetto alla modalità tradizionale in presenza. Ma cosa dice la psicologia a riguardo? E quali sono i pro e i contro di ciascun approccio? La psicoterapia, che si tratti di orientamento cognitivo-comportamentale, psicodinamico o sistemico-relazionale, è fondamentalmente una relazione d’aiuto. L’efficacia del trattamento dipende in gran parte dall’alleanza terapeutica, cioè dal legame di fiducia tra terapeuta e paziente. Numerosi studi indicano che la qualità di questa alleanza è uno dei principali predittori di successo, indipendentemente dall’approccio teorico. Ma questa alleanza si costruisce allo stesso modo online? Le piattaforme di terapia online (come Serenis, Unobravo, TherapyChat, ma anche servizi internazionali come BetterHelp o Talkspace) offrono una serie di vantaggi pratici: Accessibilità geografica: anche chi vive in zone rurali o all’estero può accedere facilmente al supporto psicologico Flessibilità oraria: più facilità nel trovare momenti compatibili con i propri impegni Minor impatto emotivo iniziale: alcune persone si sentono più a proprio agio nel cominciare un percorso dal proprio spazio sicuro, riducendo ansia e imbarazzo Tuttavia, ci sono anche svantaggi da considerare: Limitazioni comunicative: il canale digitale riduce la percezione di segnali non verbali (silenzi, posture, micro-espressioni) che spesso sono fondamentali nel lavoro terapeutico Problemi tecnici e ambientali: connessioni instabili, interruzioni domestiche o mancanza di privacy possono compromettere la qualità delle sedute Effetto “disconnessione”: alcuni pazienti riferiscono una sensazione di distanza emotiva, soprattutto se la relazione terapeutica non è ancora ben consolidata La terapia face-to-face rimane, per molti, lo standard d’oro. L’ambiente neutro dello studio terapeutico, il tempo dedicato esclusivamente alla seduta, e la possibilità di cogliere pienamente la comunicazione non verbale contribuiscono a una maggiore profondità dell’esperienza. Inoltre, alcuni quadri clinici — come i disturbi gravi della personalità o situazioni di dissociazione — possono richiedere una presenza più contenitiva e strutturata, difficile da riprodurre online. Le meta-analisi degli ultimi anni mostrano che la psicoterapia online è generalmente efficace e, in molti casi, comparabile a quella in presenza per disturbi come ansia, depressione e stress post-traumatico. Tuttavia, l’efficacia può dipendere da variabili come la motivazione del paziente, la stabilità della connessione internet e la competenza digitale del terapeuta. In conclusione, non esiste una modalità “migliore” in senso assoluto. La scelta tra terapia online e in presenza dovrebbe tener conto delle esigenze individuali, della tipologia del problema psicologico e del contesto di vita della persona. L’importante è che il setting, qualunque esso sia, favorisca una relazione terapeutica autentica, sicura e trasformativa.
Psicosi Pandemica

di Veronica Sarno La prestigiosa rivista Plos One il 27 gennaio 2021 ha pubblicato un articolo dal titolo: “Cambiamenti cognitivi e di salute mentale e loro fattori di vulnerabilità legati al blocco COVID-19 in Italia”, l’articolo è basato sugli studi condotti dai ricercatori dell’Università di Padova in collaborazione con l’IRCCS Santa Lucia di Roma che hanno parlato di “Psico-Pandemia” che riguarda la comparsa a livello sociale di problemi di concentrazione apparentemente ingiustificati, disturbi della memoria e comparsa di problemi psicologici legati al lock-down. Lock-down è una parola composta da lock che significa lucchetto e da down che significa giù, che messi insieme diventano “lucchetto giù”, che si può tradurre come lucchetto chiuso. Un lucchetto chiuso indica un valico di separazione tra ciò che è dietro il lucchetto chiuso e ciò che vi è al suo esterno; l’espressione lock-down è traducibile in italiano come confinamento; un lucchetto chiuso genera confini. Un confine indica qualcosa che inizia e finisce da un lato e qualcosa che si trova al di là di ciò. Un confine può anche essere inteso come linea di separazione, ma tra cosa? Il confinamento iniziato con il lock-down ha diviso medici, infermieri e OSS che uscivano di casa per andare a lavorare in emergenza dalle persone comuni sprovviste di motivi di emergenza per uscire; questa è stata la prima divisione, poi se ne sono verificate delle altre, alcune attualmente ancora in corso. La seconda separazione è avvenuta tra quelli che pensavano di contenere la diffusione del virus con l’utilizzo delle mascherine da quelli che non le reputavano un mezzo adeguato ed efficace nella lotta al virus. Una terza separazione è avvenuta tra quelli che reputavano come indicato dalle linee guida, fonte di contagio il contatto fisico, eliminando gli abbracci anche con le persone più strette, lasciando aldilà del proprio confine fisico l’altro, e tra quelli che invece non hanno voluto rinunciare ad abbracciare i propri cari in ogni caso. Una quarta separazione è avvenuta tra i ricoverati ed i propri parenti che non hanno più potuto accedere a strutture sanitarie come RSA e ospedali per visitare i malati, separati da mura. Una quinta separazione è avvenuta fra persone appartenenti ad una stessa famiglia site in regioni o nazioni diverse, separate dalla mancanza di mezzi di trasporto, che consentissero un ritorno a casa od un ricongiungimento. Una sesta divisione è avvenuta con la ricerca della nascita del virus, da un lato quelli che credono che sia naturale, dall’altro quelli che credono che non lo sia. La più recente divisione riguarda il parere sull’uso dei vaccini, da un lato quelli che credono che i vaccini siano la soluzione al virus, dall’altro quelli che non la ritengono una valida soluzione. Oltre alle paure ed ai vissuti legati alla pandemia, si è altresì generata la paura dell’Altro, quell’Altro che è aldilà del lucchetto chiuso, quell’Altro che la pensa diversamente e non si capisce il perché; sopraggiunge la difficoltà a mettersi nei panni dell’Altro, l’Altro è il non-noto fuori dal lucchetto. Il filosofo Lèvinas diceva che l’altro costituisce un limite che costantemente ci pone domande, infatti, la presenza dell’Altro è di per sé tentativo di comunicare qualcosa, si tratta di un pensiero di un Altro, che attualmente, nella psico-pandemia, diviene un messaggio non-comprensibile; perché è così poco comprensibile? Secondo Bion “il pensiero, in quanto capacità di pensare i propri pensieri, nasce nella mente dell’altro.”[1] Il bambino piccolo che prova stati di confusione aspetta che la madre li faccia suoi e li restituisca dotati di senso. Talvolta i bisogni primari del bambino non corrispondono a quello che fa il suo caregiver, per questo il bambino piccolo sperimenta una violenta frustrazione, da un lato c’è qualcuno che si prende cura di lui, da un altro invece, qualcuno che non lo fa; queste sensazioni sono definite da M. Klein come angoscia primordiale, il bambino cerca di integrare i pezzi, ma non gli sembra sensato, che da un lato vi sia la cura e dall’altro, quasi contemporanea la non-cura, quel che accade è che il bambino non riesca a mettere insieme i pezzi, da un lato vi è l’isola delle cure, dall’altro l’isola della non-curanza e forse addirittura del menefreghismo; in pratica il bambino non riesce a capire che cura e non-cura sono entrambi aspetti della stessa situazione, il limite della sua incapacità di comprendere come stanno realmente i fatti e la sofferenza acuta che ciò gli provoca rendono il suo mondo scisso, da un lato i buoni, quelli che si comportano bene cioè con cura e dall’altro quelli che si comportano male cioè senza cura. Ecco che il mondo assume la forma di una dicotomia psicotica buoni e cattivi, belli e brutti, sani e non sani, giusto e sbagliato, logico e non logico, sensato e non-sensato. L’incapacità di elaborare un puzzle completo e di riconoscere il pensiero dell’Altro in quanto pensiero dell’Altro piuttosto che vivere l’Altro come il non-noto aldilà del propria serratura psichica, del proprio confinamento, e proprio a causa della divisione generata dal lucchetto sociale, si è venuta a creare una psicosi pandemica collettiva, tutti sono risucchiati dal vortice delle dicotomie con relativi giudizi di valore, ognuno crede che la propria parziale verità sia l’unica verità, la più giusta, la più logica, la più sensata. È compito degli psicologi evitare la deframmentazione sociale dovuta al lockdown ed ampliare le vedute contestuali, per riuscire a far convivere contemporaneamente diverse verità parziali e a ridare senso psichico agli eventi legati all’emergenza sanitaria. Bibliografia Bion W. R., Apprendere dall’esperienza, Armando Editore, 2009. De Carolis M., La questione dello psicologismo tra Frege e Wittgenstein, «Aut Aut», Carocci Editore, 2004. Lèvinas E., Il Tempo e l’Altro, a cura di F.P. Ciglia, Il Melangolo,1997. Klein M., Invidia e Gratitudine, Martinelli, Fi, 2000. Sitografia https://www.unipd.it/sites/unipd.it/files/20210128lllooo.pdfhttps://journals.plos.org/plosone/article?id=10.1371/journal.pone.0246204 [1] M. De Carolis, La questione dello psicologismo tra Frege e Wittgenstein, «Aut Aut», 319-320, 2004, pp. 171-196.
Psiconcologia: Dal dolore indicibile alle parole per dirlo

L’impatto dell’approccio psiconcologico sui vissuti emotivi del paziente ed i vantaggi sulla qualità della vita. La Psico-Oncologia è la disciplina che si è sviluppata a partire dagli anni ’70 come disciplina specialistica finalizzata ad affrontare, secondo un’ottica multidisciplinare, la sofferenza psichica secondaria all’ammalarsi di cancro, focalizzando l’attenzione su quanto, all’interno della rete e del percorso assistenziale, coinvolge le persone ammalate, i familiari, nonché il personale sanitario. Come tutte le discipline “interpersonali”, la psiconcologia fa dell’integrazione tra le diverse professionalità coinvolte il proprio punto di forza e che si collega con quanto le diverse discipline come la psichiatria di Consultazione, la Medicina Psicosomatica e la Medicina Palliativa, hanno in questi anni sviluppato, attraverso programmi specifici di assistenza alle persone colpite da patologie tumorali. Il “dolore” psicologico, al pari del dolore fisico, è in tutto e per tutto un parametro vitale da monitorare regolarmente durante il percorso di malattia e di follow-up. Se l’ansia, la paura, la preoccupazione, la demoralizzazione, la rabbia sono normali risposte alla malattia, quando queste diventano più intense, più continue e perseveranti, è importante intervenire mediante l’utilizzo di modalità operative, proprie dell’approccio psiconcologico, per garantire al paziente neoplastico e ai suoi familiari una migliore qualità di vita ,“dovere” questo, della medicina e della psicologia e “diritto” di ogni cittadino . Questo concetto, assunto nel giugno del 2008 come punto importante nelle conclusioni del Consiglio dell’Unione Europea ed inserito in Italia, nel Piano Oncologico Nazionale 2010-2012 ha sottolineato per la prima volta e in maniera specifica, il ruolo e l’importanza della psiconcologia, indicando che “la rilevazione precoce delle dimensioni psicosociali quali lo screening del disagio emozionale, la rilevazione dei bisogni del paziente e della sua qualità di vita, rappresenta il presupposto per individuare le persone che necessitano di interventi mirati”. Tutto questo è in linea con quanto la Società Italiana di Psico-Oncologia (siponazionale.it), fondata nel 1985, porta avanti da anni nel nostro Paese. È inoltre obiettivo della Sipo, creare le linee-guida, secondo gli standard internazionali accreditati, sulla formazione dei medici e delle figure professionali che operano nel settore oncologico. La Sipo è presente con sezioni specifiche in tutte le regioni, per favorire la cultura psiconcologica negli ospedali e nelle aziende sanitarie, nelle istituzioni e nella comunità. Il futuro che attende la psiconcologia passa necessariamente attraverso l’ufficializzazione e la diffusione degli obiettivi che la disciplina ha da sempre identificato: la creazione di servizi clinici per la cura globale del paziente, la formulazione di precisi standard di intervento, l’identificazione dei criteri formativi ed alla ricerca.
Psicologia, psicoanalisi, yoga e salute

di Veronica Sarno scientific 3 2022 “ Sia lo yoga che la psicoanalisi hanno uno scopo comune, che consiste nel favorire l’eliminazione della sofferenza nell’uomo e di permettere la sua realizzazione, anzitutto come esseri umani; per questo fine, almeno all’inizio, il loro percorso praticamente coincide: infatti, in entrambi i casi, quello che si vuole ottenere è, prima di tutto, la realizzazione di un individuo adulto e maturo, capace di rapportarsi con la vita in modo autonomo e razionale, senza il condizionamento dei desideri infantili o l’oppressione dei fantasmi nevrotici.” 1 Gaia Bergamaschi ha analizzato quelle che definisce le scuole di psicologia yogica: la psicologia Vedānta, reputa che l’attività mentale sia di tipo intellettuale, compatibile con una concezione intellettuale della mente. Lo studio della mente umana rientra nello studio del microcosmo, accordabile con le leggi del macrocosmico. Lo yoga di Patañjali invece considera l’esistenza di una psicologia sperimentale ed applicata. Tuttavia queste due scuole di pensiero hanno qualcosa in comune, considerano la mente uno strumento interno, mentre giudicano strumenti esterni corpo fisico ed energetico. La mente esegue tre tipologie di attività: 1° La mente Manas raccoglie le percezioni sensoriali coordinandole con le risposte motorie. 2° La mente Ahankara riguarda il senso dell’io che va a trasformare l’esperienza sensoriale in una personalizzazione di senso dell’esperienza sensoriale rispetto alla propria identità individuale, funzionale a stabilire una sensazione di unicità e di distinzione. 3° La mente Buddhi, mente superiore, volta alla valutazione ed al discernimento delle situazioni, formula giudizi e stabilisce il comportamento della persona in quella situazione. Queste tre menti sono interconnesse in Chitta concetto simile all’ES psicoanalitico Vi è poi il concetto di Ahankara che comprende il concetto di Io psicoanalitico con tutte le sue difese e di ego in senso comune occidentale del termine ed anche il limite fra ciò che è Io e ciò che non lo è. 1 “Quando la mente entra in degli stati in c’è la separatezza, i concetti di psicologia occidentale secondo i quali l’ego comprende sempre un certo campo di senso dell’io entrano in un circolo che porta al disorientamento.” 2 Patañjali invece usa il termine Chitta per indicare le funzioni mentali in senso olistico e complessivo come un lago calmo limpido e trasparente, talvolta turbate da onde Vrtti generate da percezioni sensoriali, pensieri, ricordi, quando le onde si placano è possibile accedere ad importanti livelli di interiorità. Nel primo libro degli Yoga Sutra di Iyengar (1993) si descrive lo yoga come metodologia finalizzata al controllo volontario ed alla regolazione dei processi di pensiero, tale che la coscienza possa liberarsi dall’identificazione con i pensieri stessi. Patañjali classifica Vrtti in diverse capacità mentali: percezione accurata o cognizione, percezione inesatta, fantasia o immaginazione, memoria, sonno. Man mano che ci si distacca dai pensieri si superano le Klesha, cause della sofferenza, che sono: – avidya: ignoranza, – asmita: angusta e stagnante definizione di sé, – raga: attaccamento, – dvesa: avversione fobica, – abhinivesah: terrore della morte. La pratica dello yoga si lega alla psicologia perché promuove la salute. Secondo Amy Weintraubm (2012), nello yoga terapeutico, il corpo è la porta che conduce alle emozioni. Van der Kolk (2014) individua tre strade, che adoperano la neuroplasticità cerebrale, per aiutare le persone a gestire i traumi, si tratta di – Via top-down (dall’alto verso il basso), il dialogo, la connessione fra le persone, consentono di capire ed elaborare e memorie traumatiche (psicoanalisi, psicoterapia dinamica, psicoterapia cognitivo-comportamentale) – Via farmaceutica, che va a cambiare i modi in cui il cervello organizza e gestisce le informazioni. – Via bottom-up (dal basso verso l’alto) il corpo fa esperienze che gli consentono di contrastare stati negativi come l’essere adirati ed il sentirsi impotenti. Alcune pratiche yoga si collocano nella prima via ed altre nella terza, le emozioni vengono regolate al meglio mediante la via top-down, mentre la via bottom up crea una riprogrammazione del sistema nervoso autonomo, che attraverso il respiro Pranayama dello yoga. 2. B. N. Gangadhar (2018) descrive prove neurobiologiche dello yoga per la salute mentale. Da quando nel 2014 le nazioni Unite hanno proclamato una giornata internazionale dedicata allo yoga, quest’ultimo si è trasformato da pratica esoterica in un’attività per la salute, divenendo anche oggetto di studio. Il Dipartimento di Scienza e Tecnologia del Governo dell’India ha creato un piano per finanziare lo yoga e la meditazione, piano chiamato SATYAM, inoltre il governo indiano ha creato il ministero AYUSH dedicato allo yoga ed alla medicina indiana. La parola yoga deriva dal vocabolo yui, che significa “collegare”, “amalgamare”, “unire”, ciò che unisce la consapevolezza del singolo con quella cosmica, mediante sforzi costanti (sādhana), il praticate detto (sādhaka) riceverà come beneficio una migliore salute fisica e mentale ed una maggiore padronanza della mente. Diverse ricerche hanno mostrato che i livelli di cortisolo crollano dopo aver praticato yoga, le ricerche sono state effettuate su pazienti affetti da depressione ed altri con dipendenza da alcol. Il cortisolo calava perché diminuiva il livello di depressione a seguito della pratica yoga, che a sua volta consentiva una migliore attività cognitiva. Si ipotizza che la diminuzione dello stress ed il sentirsi rilassati ed in generale in uno stato migliore, nella pratica dello yoga siano mediati dall’acido ƴ-amminobutirrico (GABA), un neurotrasmettitore che inibisce neuroni del cervello. Alcuni medicinali seguono lo stesso principio, infatti medicine con proprietà simili vengono adoperate per trattare l’agitazione, disturbi emotivi e perfino l’insonnia; le benzodiazepine facilitano il funzionamento del GABA. I livelli GABA del cervello sono misurabili mediante risonanza magnetica spettroscopica (MRS). Gli esperimenti indicano che i livelli di GABA aumentano dopo una sessione di yoga, sia in soggetti sani e sia in soggetti malati. Se si invia un breve impulso di energia magnetica attraverso lo scalpo, la regione cerebrale sottostante si attiva, stimolando un muscolo, lontano ma corrispondentemente collegato (come ad esempio, il muscolo della trachea), che è colpito da segnali elettrici, misurabili con l’elettromiografia (EMG). Reagendo a questa stimolazione magnetica, il cervello compensa anche generando sul muscolo effetti inibitori, che portano al silenzio elettromiografico. È un effetto di breve durata (circa 100