I sistemi motivazionali per comprende le relazioni

I 5 sistemi motivazionali per comprende le relazioni affettive Nel 2024 intrattenere una relazione sembra sempre più complicato. Basta scorrere le app di Tik Tok o di Instagram per trovare divertenti parodie sulla complessità degli incontri. “Ho avuto paura”, “non sei tu, sono io” “La verità è che non gli piaci abbastanza” “Come sopravvivere ad un narcisista”, sono solo alcuni dei temi principali che emergono. In una qualsiasi cena tra amici si evidenzia la conseguente paura che emerge dall’intraprendere una relazione: “e se poi mi delude?” Una delle emozioni che noto essere più legata a tale delusione, oltre alla tristezza, è quella della vergogna e dell’umiliazione. Essere lasciati viene vissuto come una presa di potere da parte dell’altro. Non è un caso che oggi si aggiungono al gergo giovanile vocaboli come “sottona/e”, o al contrario, “malessere”. Ciò che accade può essere meglio compreso alla luce dei sistemi motivazionali. I sistemi motivazionali I sistemi motivazionali vengono descritti da Bion nell’ambito della Teoria dell’Attaccamento. Essi si fondano su disposizioni innate, evoluzionistiche, e guidano la motivazione ad agire nel mondo e relazionarci con i nostri simili. Tendono quindi ad attivarsi quando vogliamo raggiungere un obiettivo evolutivo, e spegnersi quando sentiamo di averlo raggiunto. In Italia, ampliando la teoria Bowlbiana, Liotti ipotizza la presenza di 5 sistemi motivazionali interpersonali, che attivano e regolano singoli e distinti aspetti dello scambio umano: SMI di attaccamento volto alla ricerca di cura e conforto in situazioni di pericolo o dolore; SMI di accudimento, volti all’offerta di cura e conforto in situazioni di pericolo o dolore; SMI agonistico per la definizione del rango sociale; SMI sessuale per la regolazione dei comportamenti seduttivi implicati nella formazione della coppia; SMI cooperativo (evoluzionisticamente più moderno e raffinato) per la cooperazione tra pari in vista di un obiettivo comune (Liotti, 1995). I SMI sono interscambiabili tra loro. In differenti obiettivi e contesti, infatti, passiamo da un sistema all’altro all’interno della stessa relazione e in differenti momenti. Durante un litigio possiamo quindi attivare il sistema agonistico di rango (cerchiamo di prevalere sull’altro), mentre nei momenti intimi attiviamo quello sessuale, di accudimento, ecc. La nostra storia di vita certamente influenza il passaggio da un sistema all’altro. Può succedere che io attivi più facilmente un certo tipo di motivazione rispetto alle altre. I sistemi motivazionali nelle relazioni affettive I momenti più produttivi di una relazione avvengono probabilmente quando entrambi i membri attivano un sistema cooperativo (siamo su di un piano paritario per la definizione di un obiettivo comune, quello di un pezzo di percorso insieme), come anche di attaccamento, accudimento e sessuale. Quando una relazione affettiva finisce, ho il sospetto che talvolta le emozioni di vergogna e umiliazione possano avere molto a che fare con il SMI agonistico. Leggiamo ciò che accade su di un piano agonistico. La persona è riuscita a lasciarmi, quindi ha più potere di me. Io ho meno potere di lui. Parte un desiderio di riscatto e, se mi abbasso a cercare l’altro, o comunicare il mio stato emotivo negativo, sono una “sottona”, ovvero perdo ancor più posizioni nel rango di potere. Come cambierebbe la lettura se attivassi, anche in quei momenti, un sistema basato sulla cooperazione? Probabilmente potrei leggere il mio gesto come un bisogno: ho bisogno di comunicare in che modo il tuo gesto mi ha ferita. E se poi l’altro leggesse il mio gesto come una debolezza? Se io ho disattivato il sistema di rango, è una lettura degli eventi che mi informa di come è l’altro, più che di come sono io. Mi informa del fatto che l’altro ha attivato un sistema motivazionale basato sul potere, mentre io no. Mi informa del fatto che io ho avuto il coraggio di esprimere un mio bisogno, e non di collocarmi in un rango di valore rispetto agli altri. Mi informa di che tipo di bisogni ho io, e che tipo di bisogni ha l’altro.
Tra lavoro e vita privata: l’arte dell’equilibrio

Nella società frenetica di oggi, è sempre più difficile mantenere un equilibrio tra lavoro e vita privata. Molti di noi si trovano costantemente alla ricerca di un modo per gestire le pressioni del lavoro senza trascurare gli aspetti fondamentali della nostra vita personale. Trovare un equilibrio tra vita professionale e privata, infatti, è diventato una sfida cruciale per la nostra salute mentale ed il nostro benessere complessivo. Il mantenimento di una sana armonia tra questi due ambiti può migliorare significativamente la nostra qualità della vita e prevenire lo stress e il burnout. Tuttavia, adottando strategie funzionali, trovare un equilibrio non solo può essere possibile, ma potrebbe essere più accessibile di quanto si pensi. Strategie per un equilibrio lavorativo Stabilire confini chiari: uno dei passi più cruciali per mantenere un equilibrio sano è stabilire confini chiari tra lavoro e vita privata. Questo può significare definire orari fissi per il lavoro e rispettarli, evitando di portare il lavoro a casa o di rispondere alle email al di fuori dell’orario lavorativo. Creare una separazione tra lavoro e vita personale può aiutare a ridurre lo stress e a preservare il tempo dedicato alla famiglia, agli hobby e al riposo; Pianificare il tempo in modo efficace: una pianificazione efficace è fondamentale per gestire le molteplici sfide di lavoro e vita privata. Utilizzare un calendario o una modalità di gestione del tempo per pianificare le attività lavorative e personali in modo equilibrato può rivelarsi utile nel processo di pianificazione e controllo del tempo. In questo processo, è sì importante assegnare del tempo specifico alle attività lavorative, ma anche il non dimenticarsi di includere momenti di relax e svago. Mantenere un equilibrio tra impegni professionali e personali aiuta a ridurre il senso di sovraccarico e a mantenere un atteggiamento equilibrato; Priorità e delega: non tutti i compiti hanno la stessa priorità. Per questo, è fondamentale imparare a identificare le attività più importanti e urgenti sia sul lavoro che nella vita privata e concentrasi su di esse. Per quanto inizialmente possa essere difficoltoso, imparare a delegare compiti non essenziali e a chiedere aiuto quando necessario può rivelarsi, invece, di grande aiuto. Impostare priorità chiare aiuta a concentrare le energie sulle attività che contano di più, riducendo lo stress e migliorando l’efficienza. Strategie per la vita privata Coltivare interessi al di fuori del lavoro: dedicare del tempo alle attività che ci appassionano al di fuori del lavoro può rivelarsi utile per “disconnetterci”. Quindi, coltivare hobby, interessi creativi o attività sportive che permettano di staccare la mente dallo stress lavorativo e rigenerarsi. Questi momenti di svago sono essenziali per mantenere l’equilibrio emotivo e mentale e ridurre il rischio di esaurimento professionale; Investire nelle relazioni personali: le relazioni personali giocano un ruolo cruciale nel mantenere un equilibrio sano tra lavoro e vita privata. Investire tempo ed energia nelle relazioni con familiari, amici e partner può avere un impatto significativo sul nostro benessere emotivo e mentale. Le connessioni umane forniscono sostegno emotivo, comprensione e un senso di appartenenza che sono essenziali per affrontare lo stress e le sfide quotidiane; Adottare abitudini sane: una strategia chiave per prendersi cura di sé stessi è quella di adottare abitudini di vita sane. Ciò include seguire un’alimentazione equilibrata, fare esercizio fisico regolarmente e garantire un adeguato riposo e recupero attraverso il sonno di qualità. Mantenere uno stile di vita attivo e salutare non solo migliora la nostra salute fisica, ma può anche avere benefici significativi sulla nostra salute mentale, riducendo lo stress e aumentando il senso di benessere generale. Inoltre, è importante dedicare del tempo al relax e al riposo. La pratica di tecniche di rilassamento come la meditazione, lo yoga o la respirazione profonda può aiutare a ridurre lo stress e a promuovere una maggiore tranquillità interiore. Trovare momenti di silenzio e riflessione nella frenesia quotidiana può contribuire a ristabilire l’equilibrio emotivo e a rinnovare le energie. Conclusioni Trovare un equilibrio tra vita professionale e privata è una sfida costante, ma investire tempo ed energia in questo processo può portare a enormi benefici per la nostra salute mentale e il nostro benessere complessivo. Stabilire confini chiari, pianificare il tempo in modo efficace, prendersi cura di sé stessi, imparare a delegare e coltivare interessi e relazioni al di fuori del lavoro sono tutti passi fondamentali verso un equilibrio più sano e soddisfacente nella vita.
Punto e virgola: da segno di punteggiatura a simbolo

Gianni Rodari, nel 1960, pubblicò una filastrocca per bambini dedicata proprio al punto e virgola, per omaggiare uno dei segni della punteggiatura. Secondo la grammatica italiana, il punto e virgola è un segno di interpunzione tra due frasi, in cui c’è una connessione tra le cose precedenti e successive, ma c’è anche una sorta di distacco fra esse. Proprio per la sua natura ambigua di continuità/discontinuità tra passato e presente, esso ha assunto un ruolo simbolicodal significato psicologico. Negli ultimi anni, infatti, con il diffondersi della moda dei tatuaggi , il punto e virgola è un simbolo molto richiesto, come disegno permanente sulla pelle. Esso è appunto diventato il simbolo della speranza per il futuro. Con questo disegno, si mette un punto al passato e ci si apre al presente con nuovi occhi. Spesso, è oggetto di tatuaggio anche per coloro che hanno tentato il suicidio, dopo una depressione più o meno grave o comunque un momento buio. Molti adolescenti, inoltre, con passato autolesionista, lo scelgono a testimonianza della possibilità di riscatto. Rappresenta, quindi, la rinascita, il desiderio di lottare sempre, di riuscire a trovare nuove vie di fuga, nuove strategie di adattamento. Questo segno è una sorta di sensibilizzazione verso temi delicati, come la morte, in cui si legge la metafora di una vita che non finisce, ma si trasforma in altre possibilità ed esperienze. Un piccolo simbolo che apre a riflessioni grandi sul passato, sul presente e soprattutto sul futuro.
Immagine di sè e social media

Il mondo degli adolescenti cambia ad una velocità inimmaginabile.E le nuove domande che ci piacerebbe porre dovrebbero tenere conto di come evolvono i social media e come evolve il rapporto, la relazione degli adolescenti con questi ultimi.Partiamo ricordando innanzi tutto che, L’adolescenza è una fase della pubertà, caratterizzata dall’emergere di nuove sensazioni, percezioni e questioni complesse legate alla vita.Il corpo cambia in modo così repentino e spesso disarmonico, da far perdere la sicurezza che si aveva negli anni precedenti.La sessualità fa capolino producendo non solo curiosità e piacere, ma anche ansie, timori e sensi di colpa;Le emozioni si fanno tumultuose (anche sotto la spinta degli ormoni) e sembrano in alcuni momenti in netta contrapposizione con la razionalità.Essendo a conoscenza di questo, quindi, se per molti adolescenti stare in rete, scambiarsi contenuti e messaggi, può essere un elemento di apertura al mondo, di fuoriuscita dall’isolamento con la possibilità di scoprire interessi e condividerli, per altri può rappresentare una sfida che crea ansia:sui social gli adolescenti si rappresentano, e la loro identità in formazione è sottoposta, istantaneamente, all’approvazione o al rifiuto di un pubblico potenzialmente smisurato.Possiamo notare che, Gli adolescenti di oggi presentano alcuni vantaggi fisici, mentali e politici rispetto ai loro predecessori. Hanno una maturazione sessuale, una socializzazione e una crescita mentale più precoci.E questo anche perché, L’ abbassamento d’età dell’ingresso nel consumo , si applica anche ai social media con cui sappiamo appunto che loro interagiscono in continuazione.In sostanza, ai dodici-quindicenni ci si riferisce come se fossero ventenni, e ai bambini di 5-10 anni come se fossero già alle medie. Con un messaggio identico per tutti. Sii bell*, vestiti bene, informati su quel che serve per essere alla moda, , per quanto riguarda le bambine viene detto di curarsi la pelle, i capelli ecc, e questi messaggi spesso vengono veicolati dai cosidetti influencer. GLI INFLUENCER Chi sono gli influencer?Sono Personaggi di successo, popolari nei social network e in generale molto seguiti, che sono in grado di influire sui comportamenti e sulle scelte di un determinato pubblico.Il fenomeno degli influencer su internet, in particolare su piattaforme come Instagram, YouTube e TikTok, ha acquisito una notevole rilevanza nella vita di molti adolescenti. Mentre alcuni di questi creatori di contenuti forniscono consigli utili e positivi, altri possono veicolare informazioni errate o dannose, specialmente quando si tratta di tematiche scientifiche o comportamentali.Spesso, gli influencer si presentano come modelli di vita ideali, offrendo consigli su diete, stili di vita, attività fisica e persino questioni scientifiche .Il problema sorge quando tali consigli non sono basati su evidenze scientifiche solide o sono distorti per aumentare la spettacolarità del contenuto.Questo fenomeno può portare a una serie di problemi. In primo luogo, gli adolescenti potrebbero adottare comportamenti dannosi per la salute fisica e mentale sulla base di consigli non verificati. Ad esempio, diete estreme, routine di allenamento pericolose o pratiche di autostima irrealistiche , che possono essere promosse senza alcuna base scientifica, contribuendo a disturbi alimentari, ansia e depressione.La responsabilità degli influencer è fondamentale in questo contesto.Essi dovrebbero essere consapevoli del loro impatto sulla vita dei loro seguaci e adottare pratiche etiche nella divulgazione di informazioni.Inoltre, è essenziale educare gli adolescenti sul discernimento critico e la capacità di valutare la validità delle fonti online.Il problema dei consigli non sempre giusti degli influencer rappresenta una sfida significativa per gli adolescenti.Riuscire ad educare sia gli influencer che il pubblico giovane sulla necessità di basare le informazioni su fonti verificate scientificamente è fondamentale per mitigare gli effetti dannosi di consigli distorti o non verificati.Un altro aspetto da portare alla nostra attenzione, e che non è trascurabile, è la mancanza di un efficace controllo sull’età nei social media, che è diventata una preoccupazione sempre più evidente nella nostra società.Nonostante i requisiti di età stabiliti dalle piattaforme, numerosi utenti, in particolare i più giovani, trovano modi per aggirare tali restrizioni. Questo fenomeno solleva serie preoccupazioni riguardo alla protezione dei minori online.L’accesso precoce ai social media può esporre gli adolescenti a contenuti inappropriati, bullismo online e pressioni sociali nocive. Inoltre, la mancanza di un controllo effettivo sull’età può compromettere la privacy e la sicurezza degli utenti più giovani, che potrebbero non avere ancora la maturità necessaria per gestire le dinamiche complesse della vita online.Spesso, la ricerca di approvazione e appartenenza online può tradursi in un’ipercurazione dell’immagine personale, selezionando accuratamente i momenti da condividere, e applicando filtri digitali per conformarsi a ideali di bellezza effimeri.Questa pratica, sebbene possa inizialmente procurare gratificazione attraverso likes e commenti positivi, può altresì alimentare insicurezze e ansie, creando una discrepanza tra l’immagine proiettata online e la realtà quotidiana.In ambito psicologico, questo fenomeno può essere analizzato attraverso il concetto di “autoregolazione sociale”, dove gli adolescenti cercano di adeguare il proprio comportamento per ottenere approvazione e accettazione dagli altri membri della comunità online.Questo processo può influenzare l’autostima e la percezione del proprio valore, poiché la validazione esterna diventa un indicatore cruciale di successo e accettazione.Affrontare la questione richiede un approccio che comprenda sia l’educazione digitale che il sostegno psicologico.Incentivare la consapevolezza delle dinamiche di autopercezione online, promuovere la diversità e incoraggiare una sana autostima indipendente dalla validazione esterna sono passi fondamentali per aiutare gli adolescenti a sviluppare una relazione più equilibrata e autentica con la propria immagine digitale e, di conseguenza, con se stessi. Bibliografia: Belotti E., Dalla parte delle bambine, Feltrinelli, 2013
Malinconia o depressione: quando preoccuparsi

In una recente indagine l’ansia e la depressione ed entrambe assieme sono risultate essere tra le principali cause per cui ci si rivolge ad uno specialista della salute mentale. Come fare per sapere quando preoccuparsi e quando invece possiamo stare tranquilli. E’ importante osservare alcuni comportamenti nell’arco degli ultimi quindici giorni. Bisogna fare attenzione se in questo lasso siamo tristi per la maggior parte dl tempo e se abbiamo una mancanza di interesse per le cose che precedentemente destavano la nostra attenzione. Questi due ‘sintomi’ devono poi essere accompagnati da almeno altri tre ‘segni’ come i seguenti: se in quel lasso di tempo di tempo è cambiato il nostro modo di dormire: se per esempio stiamo dormendo troppo o troppo poco; se è cambiato il nostro modo di mangiare: per esempio se stiamo mangiando troppo o troppo poco; inoltre è importante osservare se stiamo avendo pensieri tristi e di autosvalutazione; se siamo agitati o se manca la concentrazione, se ci sentiamo affaticati o stanchi. Se notiamo almeno cinque o più sintomi nelle ultime due settimane allora è bene rivolgersi ad uno specialista che possa fare il punto della situazione ed indicarci se cominciare o meno un trattamento. Spesso il disagio psichico viene trascurato e così accade che una difficoltà di grado lieve, risolvibile in poco tempo possa essere trascurate e diventare invalidante. Per questo diventa molto importante la prevenzione anche attraverso i medici di medicina generale. Il lavoro di terapia può essere supportato farmacologicamente quando la depressione è di grado grave o persistente o accompagnata da grave sintomatologia ansiosa.
I CONCERTI E LA VALENZA PSICOLOGICA

I concerti sono molto più di semplici eventi sociali o di intrattenimento. Sono esperienze multisensoriali che possono attivare una serie di componenti psicologiche, influenzando emozioni, percezioni e connessioni sociali. In questo articolo, esploreremo le molteplici dimensioni psicologiche coinvolte in queste esperienze uniche. 1. ANTICIPO DELL’ECCITAZIONE Prima ancora di entrare nello spazio del concerto, l’anticipazione dell’evento può innescare una serie di reazioni psicologiche. La prospettiva di vedere un artista o una band preferita può portare a un aumento dell’entusiasmo e dell’eccitazione. Questa anticipazione può influenzare il nostro umore e prepararci emotivamente per l’esperienza che ci aspetta. 2. IL COINVOLGIMENTO SENSORIALE Una volta all’interno del luogo del concerto, siamo immersi in un ambiente ricco di stimoli sensoriali. La musica, in particolare, attiva una vasta gamma di sensazioni uditive, dalle note melodiche al ritmo pulsante. Questo coinvolgimento sensoriale può avere un impatto immediato sul nostro stato emotivo, inducendo sentimenti diversi a seconda del tipo di musica e delle nostre esperienze personali che le associamo. 3. LA CONNESSIONE SOCIALE I concerti offrono anche un’opportunità unica per connettersi con gli altri. Condividere un’esperienza musicale in tempo reale con un pubblico di persone che condividono interessi simili, infatti, può favorire un senso di appartenenza e comunione. Dunque, i legami sociali che si formano durante un concerto possono essere potenti. La musica agisce come un collante emotivo che unisce le persone attraverso esperienze condivise. 4. L’ESPERIENZA TRASCENDENTALE Alcuni concerti possono portare gli spettatori in uno stato di trance o estasi, noto anche come “esperienza trascendentale”. Durante queste performance, infatti, le persone possono perdere la percezione del tempo e dello spazio, sentendosi totalmente immersi nella musica e nell’atmosfera del concerto. Questo stato di flusso può portare a una sensazione di unità sia con la musica stessa sia con il pubblico circostante, creando un senso di completa armonia e felicità. 5. L’EFFETTO CATARTICO La musica ha il potere di suscitare emozioni profonde e spesso può fungere da catalizzatore per il rilascio di tensioni emotive accumulate. Attraverso l’esperienza condivisa di un concerto, le persone possono trovare un’uscita per le proprie emozioni, sia esse gioiose o dolorose. Questo effetto catartico può avere benefici terapeutici, offrendo un modo per elaborare e affrontare sentimenti difficili. 6. LA MEMORIA E IL SIGNIFICATO PERSONALE Le esperienze vissute durante un concerto possono diventare parte integrante della nostra narrazione personale, creando ricordi indelebili e associandoci a momenti significativi della nostra vita. La musica ha il potere di evocare ricordi e emozioni in modi unici e i concerti possono essere catalizzatori potenti per questo processo. In conclusione, andare a un concerto è un’esperienza che va oltre il semplice ascolto di musica dal vivo. Questa esperienza coinvolge una serie complessa di componenti psicologiche, dalle emozioni suscitate dall’anticipazione e dall’ascolto della musica, alla connessione sociale e alla formazione di significati personali duraturi.
Complesso di Adone: Vigoressia

Si tratta di un disturbo ossessivo-compulsivo che colpisce principalmente i culturisti maschi, i quali sono ossessionati dall’idea di essere insufficientemente muscolosi e atletici. La Vigoressia è un tipo di disturbo caratterizzato da una preoccupazione estrema finalizzata a diventare più muscoloso. Questa ossessione li porta a dedicare ore ed ore all’allenamento in palestra, a spendere somme esorbitanti per integratori alimentari inefficaci, a seguire diete ipocaloriche e iperproteiche e, in alcuni casi, a fare uso di steroidi anabolizzanti. Le persone affette da bigorexia o vigorexia hanno una percezione distorta del proprio corpo e sono intolleranti a qualsiasi minima imperfezione dei propri muscoli. Hanno anche paura di perdere il tono muscolare acquisito con anni di sacrifici e di diventare flaccidi o grassi. Le cause di questo disturbo sono da ricercarsi in una combinazione di fattori psicologici, sociali e biologici, tra cui l’insicurezza personale, la pressione dei media e dei modelli estetici dominanti, l’influenza dei pari e la predisposizione genetica. La diagnosi di bigorexia o vigorexia si basa su alcuni criteri diagnostici riconosciuti dagli esperti, che riguardano la preoccupazione ossessiva per il corpo e la sua tonicità muscolare, per l’allenamento e per la dieta. Il trattamento consiste nella psicoterapia cognitivo-comportamentale, eventualmente associata a una terapia farmacologica a base di inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina. Le difficoltà maggiori nella cura di questo disturbo risiedono nel convincere il paziente che soffre di una malattia e che necessita di aiuto. Come le donne con un disturbo alimentare, anche gli uomini con questo disturbo hanno un senso distorto dell’immagine corporea e spesso soffrono di dismorfia muscolare (Vigoressia), un tipo di disturbo caratterizzato da una preoccupazione estrema finalizzata a diventare più muscoloso. Alcuni ragazzi con questo disturbo vogliono perdere peso, mentre altri vogliono prenderne o “ingrossarsi”. I ragazzi che pensano di essere troppo magri hanno un rischio maggiore di utilizzare steroidi o altre droghe dannose per aumentare la massa muscolare. I ragazzi con un disturbo alimentare mostrano lo stesso tipo di segni e sintomi emotivi, fisici e comportamentali delle ragazze, ma per diverse ragioni hanno meno probabilità di ricevere una diagnosi per quello che viene spesso considerato un disturbo tipicamente “femminile”. I ragazzi e gli uomini che ne soffrono si considerano non belli e troppo magri, anche se solitamente hanno muscoli già sviluppati. Hanno un desiderio ossessivo di rendere il proprio corpo più muscoloso, sia con lo sport che con prodotti disponibili legalmente sul mercato, come pericolosi steroidi anabolizzanti. Preferiscono il loro piano di allenamento compulsivo alle loro relazioni sociali o professionali e alle attività di svago Vietano a loro stessi alcuni cibi, arrivando a provare un intenso desiderio di consumarli, a cui alla fine cedono. Si vergognano di queste crisi di fame, fanno eccessivo esercizio fisico e cercano di limitare ancora di più la loro alimentazione. Evitano le situazioni in cui gli altri potrebbero vedere il loro corpo, come la piscina o gli spogliatoi. Spesso indossano diversi strati di vestiti per sembrare più muscolosi Il disturbo viene spesso diagnosticato solo dopo anni, quando è già molto marcato. Di conseguenza, si ricerca un aiuto professionale molto tardi, quando potrebbe essere necessaria una visita internistica.
Quale relazione tra social media e sintomi di dismorfismo corporeo nei giovani?

L’uso dei social media è molto diffuso tra i giovani e diverse ricerche suggeriscono un’associazione con problematiche di salute mentale, inclusa una negativa percezione della propria immagine corporea. Tuttavia, la potenziale relazione tra uso dei social media e, nello specifico, il disturbo di dismorfismo corporeo (BDD) ha ricevuto ancora poca attenzione. Disturbo di dismorfismo corporeo (BDD) Il Disturbo di dismorfismo corporeo (BDD) identifica una condizione in cui una persona mostra preoccupazione per un proprio difetto fisico che può essere presunto o reale, in quest’ultimo caso l’importanza data al difetto è di gran lunga eccessiva. È caratterizzato da una preoccupazione persistente per i difetti percepiti nell’aspetto fisico che sono inosservabili o appaiono lievi agli altri. Questa preoccupazione porta a un significativo deterioramento della vita quotidiana, a una ridotta qualità della vita e a tassi sorprendentemente elevati di tentativi di suicidio. Il BDD emerge tipicamente durante l’adolescenza e la sua eziologia è radicata sia in fattori genetici che ambientali. Tuttavia, attualmente si sa poco sui fattori ambientali specifici che contribuiscono allo sviluppo e/o al mantenimento dei sintomi di dismorfismo corporeo. I social media sono un fattore ambientale proposto come fattore di rischio, contribuendo potenzialmente anche ad un aumento della prevalenza del BDD tra i giovani. Il ruolo dei social media Le piattaforme di social media fanno molto affidamento su contenuti basati sulle immagini, molte delle quali sono altamente curate e/o modificate. Questo contenuto alimenta l’interiorizzazione di standard di bellezza irraggiungibili e l’enfasi posta sulla valutazione sociale legata all’apparenza che di conseguenza aumenta l’insoddisfazione per il proprio aspetto. Inoltre, i social media forniscono un contenitore costante per il confronto sociale basato sull’apparenza e influiscono sull’auto-oggettivazione, entrambe componenti chiave nei disturbi dell’immagine corporea come il BDD. La ricerca di Gupta, Jassi e Krebs (2023) Ad oggi, sono ancora pochi gli studi che esplorano la relazione tra uso dei social media e sintomi di dismorfismo corporeo. Tali studi evidenziano l’importanza di esaminare le sfumature dell’utilizzo dei social media in relazione ai sintomi di dismorfismo corporeo, compreso il tipo di social media utilizzato (basato su immagini o testo), le motivazioni dietro al loro utilizzo e se la persona interagisce in maniera attiva o passiva sui social media. In questa scia si inserisce la ricerca di Gupta, Jassi e Krebs (2023) che ha avuto come obiettivo quello di esaminare l’associazioni tra i tre aspetti dell’utilizzo dei social media (frequenza di piattaforme basate su immagini, motivazione e utilizzo attivo o passivo) e i sintomi di dismorfismo corporeo, in un campione non clinico di 209 giovani tra i 16 e i 18 anni. Inoltre, questo studio mirava anche ad esplorare il ruolo del perfezionismo nell’associazione tra frequenza d’uso dei social e sintomi di dismorfismo corporeo. I risultati della ricerca I risultati, acquisiti tramite un survey online, hanno mostrato come una maggiore frequenza di utilizzo dei social media era associata a sintomi di dismorfismo corporeo self-reported più elevati. Da notare che questa associazione era specifica per le piattaforme di social media che sono altamente basate sulle immagini (come Instagram e TikTok), in contrapposizione alle piattaforme basate su testo (come Twitter). La motivazione basata sull’apparenza per l’utilizzo dei social media era l’unica motivazione associata in modo univoco ai sintomi di dismorfismo corporeo. Il perfezionismo può amplificare la relazione tra utilizzo dei social media e sintomi di dismorfismo corporeo. Nel presente studio, inoltre, l’utilizzo dei social media in modo passivo (guardare i contenuti degli altri ma non pubblicare contenuti) era significativamente associata ai sintomi di dismorfismo corporeo, sebbene questa relazione risulta non significativa quando si inseriscono le variabili di età e sesso. Ciò potrebbe implicare che il modo in cui un individuo interagisce con i social media è meno rilevante per quanto riguarda i sintomi di dismorfismo corporeo rispetto alle motivazioni per il loro utilizzo, al tipo di materiale a cui è esposto (materiale basato su immagini) e per quanto tempo. In conclusione I risultati di questo studio mostrano come l’utilizzo dei social media e i sintomi di dismorfismo corporeo siano collegati. È ipotizzabile, inoltre, che esista una relazione bidirezionale tra queste variabili: un utilizzo dei social media basato sull’apparenza e motivato dall’apparenza aumenta l’esposizione a ideali estetici irraggiungibili e di conseguenza ha un impatto negativo sui sintomi di dismorfismo corporeo. Allo stesso tempo, quelli con sintomi più elevati e un maggiore aspetto di perfezionismo hanno maggiori probabilità di impegnarsi in un utilizzo dei social media legato all’aspetto, ad esempio facendo confronti sociali verso l’alto e cercando rassicurazioni sul proprio aspetto. Pertanto, si forma un ciclo che si autoalimenta in cui sia i sintomi di dismorfismo corporeo che l’utilizzo dei social media diventano più radicati. Questa è solo una delle variabili che potenzialmente influenzano i sintomi di dismorfismo corporeo, ma è fondamentale tenerne conto, così da poter identificate misure protettive nei confronti dei giovani, come formare ad un uso più consapevole delle piattaforme e trovare ragioni alternative per l’utilizzo dei social media che non siano focalizzate esclusivamente sull’apparenza e sull’apparire. Fonte Gupta M, Jassi A and Krebs G (2023). The association between social media use and body dysmorphic symptoms in young people. Front. Psychol. 14:1231801. doi: 10.3389/fpsyg.2023.1231801
NARCISO: IL MITO

di Raffaele Ioannoni Quello di Narciso è un mito molto famoso. In un modo o nell’altro lo conosciamo tutti. Narciso nacque dall’unione del dio fluviale Censo e della ninfa Lirope. Questo ragazzo era bellissimo. Si racconta che ovunque andasse facesse strage di cuori: tutti si innamoravano di quel giovane. Ma Narciso, casto e puro, rifiutava di concedersi a chiunque. Insomma, bello e impossibile. Il giovane amava la caccia e passava quanto più tempo poteva nei boschi. Un giorno, la ninfa Eco lo vide e subito se ne innamorò. Eco aveva ricevuto una terribile punizione da Giunone: un giorno la ninfa aveva distratto con interminabili discorsi la moglie di Giove per permettere alle amanti di suo marito di nascondersi. Giove era un romanticone, lo sanno tutti. E Giunone, capito l’inganno della ninfa, decise di punirla in modo esemplare. “D’ora in poi, maledetta Eco, tu potrai solo ripetere le parole che udirai e non potrai più parlare se non in questo modo.” Eco, rimasta folgorata dalla bellezza del giovane, non vedeva l’ora di rivolgergli la parola… soltanto che non poteva parlare per prima! Allora decise di fare rumore muovendo le fronde di un albero. “Chi va là!” disse Narciso spaventato. “…Là!” rispose Eco. “Tu chi sei?” “…Chi Sei!” “Lasciami in pace! Non voglio avere nulla a che fare con te, vattene!” “…non voglio avere nulla a che fare con te, vattene!” Il bel giovane, infastidito del comportamento della ninfa, se ne andò. Ma Eco non si diede per vinta e lo seguì. Prima per un giorno, poi per un altro e poi un altro ancora, ma Narciso proprio non ne voleva sapere di quella ninfa fastidiosa! Come ogni mito che si rispetti, la storia ha un tragico epilogo. La povera Eco visse tutti i suoi giorni invocando Narciso finché, consumata dal suo amore impossibile, perse ogni cosa. Di lei rimase solo la voce che costantemente ripeteva le ultime sillabe dei viandanti che passavano lungo la strada. Fu allora che la dea Nemesi, provando pietà per la ninfa, decise di punire Narciso. Lo condusse verso uno specchio d’acqua limpida ed il giovane, che mai aveva visto la propria immagine, si guardò per la prima volta. Narciso rimase folgorato dalla propria bellezza e si fermò a mirare e rimirare la sua immagine riflessa nello specchio d’acqua per tutta la sua esistenza. Consunto da questo vano amore, Narciso si spense e il suo corpo, ormai privo di vita, fu sostituito dalla dea Nemesi con un piccolo fiore. Ancora oggi questo fiore porta il nome di quel giovane che per arroganza, mai si concesse a niente e nessuno, rimanendo innamorato solo di una vana illusione. IL NARCISISMO E L’INDIVIDUO. Buona parte della psicologia, tende a concepire il narcisismo come una struttura nella quale l’altro non esiste: il narcisista, perennemente innamorato di sé, userebbe l’altro solo come uno strumento da manipolare per ottenere i propri scopi… In questo articolo vorrei dare una spiegazione diversa. Iniziamo con il fare chiarezza: il termine narcisismo si riferisce a tutto ciò che ha a che fare con un io che si rapporta a sé stesso: in questo senso, masturbarsi è narcisistico, truccarsi è narcisistico, vestirsi bene per un’occasione speciale è narcisistico, curare il proprio aspetto e la propria figura è narcisistico etc etc.. Tuttavia, il narcisismo si configura sempre come una coppia. “Ma come è possibile?” potresti pensare. Prova a riflettere… Quando ti guardi da solo allo specchio in quanti siete? Sempre in due! Uno che guarda ed uno che è guardato! La prima operazione che compie lo specchio è quella di sdoppiarti… è come se ci fossero due io: un io che getta il proprio sguardo verso lo specchio, ed un io che getta il proprio sguardo dallo specchio. In sintesi, c’è un io, colui che guarda chiamato soggetto, ed un me, cioè colui che è guardato, chiamato oggetto: il me è la reificazione dell’io con la quale ci si identifica. Per capire questo gioco ti faccio una domanda: come fai a sapere di che colore sono i tuoi occhi? Oppure prova a completare questa frase: Io sono…… Alto? Basso? Bello? Brutto? Intelligente? Stupido? Ecco la natura del me, ovvero l’immagine che assumiamo di noi stessi in modo mediato (non immediato!) e che diamo agli altri. Il me è la risposta più semplice alla domanda “Chi sono io?” “Eccomi lì! Io sono quella cosa che vedo riflessa nello specchio!” E così si apre alla dialettica tra l’io ed il me, quella immagine che l’io assume come propria rappresentazione. Io è un altro, come diceva Rambeau. Ad esempio, Instagram è interamente costruito sul me: ogni pagina personale è un piccolo tempietto in cui l’individuo costruisce il proprio me come un oggetto da mostrare agli altri utenti. Ed è subito sdoppiamento ed alienazione… La divisione allo specchio permette la nascita dell’io ideale, che altro non è che il me, ravvisabile nell’insieme di attributi usati per descrivere quell’immagine che vediamo, che desideriamo, che crediamo di essere. Questa parola, tuttavia, racchiude in sé una piccola trappola: il sinonimo di ideale non è perfetto ma irreale. Quindi attenzione! Si tratta di io-ideale ogni volta che si attribuiscono a se stessi o all’altro, qualità che non è detto gli appartengano, sia in senso encomiastico che dispregiativo.Se vuoi un esempio più concreto, l’io-ideale emerge chiaramente nelle prime fasi dell’innamoramento: hai mai posto attenzione al modo in cui un uomo o una donna parlano del loro nuovo partner o della loro nuova fiamma? O magari al modo in cui tu ne parli? Hanno sempre delle qualità che rasentano il divino, qualità che sono ideali, cioè illusorie! Infatti, spesso, quando passa la fase di innamoramento e non si è più così accecati dal proprio ideale
Differenze di genere: sensibilizzazione agli studenti

Studenti e differenze di genere: una proposta di sensibilizzazione. Basta un veloce giro nei corridoi di un qualsiasi istituto superiore di periferia, per notare che la cultura patriarcale regna sovrana e che manca qualsiasi educazione alle differenze di genere. La dicotomia maschio forte-cacciatore/sfigato-isolato e donna facile-ingenua/fedele-seria sono le categorizzazioni più immediate facilmente individuabili in pochi minuti trascorsi nelle classi. Il tema del maschilismo, è conosciuto dai ragazzi in relazione all’atto più estremo di tale fenomeno: il femminicidio. Insomma, sensibilizzazioni mirate alla comprensione delle differenze di genere dovrebbero essere di primaria importanza nell’agenda scolastica. Ma come rendere un tema tanto complesso, facile, immediato e interessante? Ecco una proposta di sensibilizzazione pensata per studenti dai 15 ai 18 anni. Educare alla diversità Per fortuna, al mondo siamo tutti diversi. Non esistono due persone uguali al mondo. La diversità ha un fondamento e una funzione bio-psico-sociale tanto semplice quanto importante. Se non fossimo diversi nei tratti somatici, ad esempio, non potremmo distinguerci e riconoscerci tra noi. Se non fossimo diversi nei gusti, ciò che ci piacerebbe si estinguerebbe! Se venissimo tutti dallo stesso luogo, staremmo stretti. Se non avessimo specializzazioni differenti, il mondo non si evolverebbe. In cos’altro siamo differenti? Nel genere. Cosa succederebbe se fossimo tutti dello stesso genere? Le differenze di genere Senza differenze di genere, quindi, il mondo si estinguerebbe. Eppure, dalle differenze si generano degli stereotipi Gli stereotipi non esistono per un solo genere, ma per entrambi. Per il rosa, e per il blu. Quali sono gli stereotipi che vi incastrano, vi bloccano, non vi permettono di essere liberi? Il patriarcato Tutti questi stereotipi sono figli di una organizzazione sociale chiamata patriarcato. Esso non ha nulla di “naturale”, quanto ha, nella storia, un’utilità di fondo di tipo economica. Mentre nella famiglia tradizionale, infatti, la madre è certa (la madre è colei che partorisce i figli), il padre non è immediatamente certo. Un’organizzazione patriarcale, che vede cioè il potere economico e sociale al pater familias, legittima il diritto della presenza del padre, e preserva una discendenza economica da padre a figlio. È pertanto un’organizzazione sociale basata sulla proprietà privata e sulla legge del più forte. Il femminismo e il matriarcato Diverso, e non opposto, al maschilismo, c’è il femminismo. Femmismo non sostituisce, al primato dell’uomo capofamiglia, la donna. Bensì, parla di un mondo libero da stereotipi, di genere e non, in cui c’è parità tra esseri umani. L’organizzazione sociale possibile in questa cornice, è il matriarcato, che non vede la supremazia del capo-donna, quanto porta esempi di società basate sulla cooperazione e la condivisione. In queste società, infatti, non esiste un leader donna, quanto un tessuto sociale che collabora per la sopravvivenza della società. Lo sai che sono sempre esistite nella storia le società matriarcali? Ne sono esempio il mito delle amazzoni, le guerriere, e le centinaia di società ancora esistenti oggi in Indonesia, Cina e Messico. Il matriarcato nella natura La natura stessa ci spiega che il patriarcato ha poco a che fare con le differenze “naturali” del genere. Ci sono infatti tante specie animali che sono organizzate secondo un modello matriarcale. Le api sono un classico esempio di società matriarcare: un’ape regina, e una società altamente collaborativa costituita da api operaie e fuchi. Tra le specie in cui le femmine sono più aggressive, abbiamo i Bonobo e la mantide religiosa. Mentre elefanti e orche sono tra le specie in cui la matriarca è la femmina più vecchia del branco, e maschi e femmine più giovani collaborano nel branco. Una volta capito, quindi, che le differenze di genere di “biologico” hanno ben poco, come dovrebbe essere, un mondo libero da stereotipi?