La Soddisfazione Lavorativa attraverso la Lente della Psicologia Clinica

In un contesto lavorativo che si evolve rapidamente, comprendere la soddisfazione lavorativa richiede una profonda introspezione psicologica. La psicologia clinica offre un’interpretazione unica di come le dinamiche mentali ed emotive influenzino il benessere dei dipendenti e, di conseguenza, il successo organizzativo. Questo articolo propone una riflessione sulla soddisfazione lavorativa, arricchita da una prospettiva clinica, esplorando le sue radici psicologiche, le sue determinanti e le strategie per promuovere un ambiente lavorativo salutare. La Psicologia della Soddisfazione Lavorativa La soddisfazione lavorativa si manifesta nell’intersezione tra l’individuo e il suo ambiente di lavoro. Da un punto di vista psicologico, ciò implica una corrispondenza tra le aspirazioni personali, i bisogni psicologici e le opportunità offerte dall’ambiente lavorativo. È il risultato di una complessa interazione tra fattori intrinseci all’individuo, come la personalità, i valori e le aspettative, e fattori estrinseci, quali le condizioni di lavoro, le relazioni interpersonali e la cultura organizzativa. Determinanti Psicologici della Soddisfazione Lavorativa Realizzazione di Sé: La teoria della realizzazione personale suggerisce che gli individui sono più soddisfatti quando il loro lavoro consente loro di utilizzare e sviluppare le proprie capacità e talenti. Autonomia: La capacità di esercitare controllo sul proprio lavoro e di prendere decisioni indipendenti soddisfa il bisogno umano di autonomia, influenzando positivamente la soddisfazione lavorativa. Appartenenza: Le relazioni positive sul posto di lavoro soddisfano il bisogno di appartenenza, essenziale per il benessere psicologico. Riconoscimento: Il riconoscimento e l’apprezzamento del contributo individuale rafforzano l’autostima e promuovono la soddisfazione lavorativa. Interventi Clinici per la Soddisfazione Lavorativa Da una prospettiva clinica, migliorare la soddisfazione lavorativa implica un approccio olistico che consideri sia l’individuo che l’ambiente di lavoro. Ecco alcune strategie: Counseling e Supporto Psicologico: Fornire accesso a servizi di counseling può aiutare i dipendenti a gestire lo stress, a risolvere i conflitti interpersonali e a navigare in periodi di cambiamento, contribuendo a una maggiore soddisfazione lavorativa. Formazione sulla Gestione dello Stress: Programmi di formazione che insegnano strategie efficaci per la gestione dello stress possono migliorare la resilienza psicologica dei dipendenti. Sviluppo di una Cultura Organizzativa Positiva: Promuovere valori di inclusività, supporto reciproco e apertura al dialogo contribuisce a un ambiente di lavoro psicologicamente sano. Feedback Continuo e Costruttivo: Implementare un sistema di feedback che enfatizzi la crescita personale e professionale può migliorare l’autostima e la soddisfazione lavorativa. Conclusione Attraverso la lente della psicologia clinica, è evidente che la soddisfazione lavorativa non è solo una questione di fattori esterni, ma anche di equilibrio interiore e realizzazione personale. Interventi mirati che tengano conto delle esigenze psicologiche dei dipendenti possono trasformare radicalmente l’ambiente lavorativo, promuovendo non solo la soddisfazione lavorativa ma anche il benessere generale. Le organizzazioni che riconoscono e agiscono su questa comprensione sono ben posizionate per prosperare in un mondo lavorativo sempre più complesso e sfidante.

La società moderna è esposta al rischio

Società

Gli ultimi studi sociologici definiscono quella attuale come la società del rischio. Beck, infatti, enfatizza il fatto che la società contemporanea ha delle nuove forme di rischio rispetto a quelle del passato. Nelle generazioni precedenti, i pericoli erano legati prevalentemente ad agenti catastrofici di tipo naturale, come le epidemie e le carestie. Attualmente, invece, i rischi sono di tipo tecnologico e soprattutto su larga scala. Rientrano in queste categorie l’inquinamento, i cambiamenti climatici, le crisi finanziarie e le pandemie. L’esposizione al rischio quindi diventa per così dire democratica, in quanto nessuno ne resta immune. L’inquinamento, ad esempio, colpisce tutti, anche chi lo produce, senza distinzione di confini o classe sociale. L’azione umana, la globalizzazione, il progresso scientifico hanno portato ad un cambiamento anche riguardo alle incertezze relazionali. Gli individui infatti, sembrano godere di una maggiore libertà di azione, svincolandosi da futuri precostituiti tradizionalmente. Allo stesso tempo, però, l’incertezza del domani ha reso le relazioni molto più precarie, basate su legami deboli evitando anche l’impegno sul lungo termine. Va, inoltre, sottolineato l’orientamento preso dalla politica nella gestione del rischio, in quanto ci ritiene comunque tutti responsabili. I problemi sistemici mondiali sono considerati anche conseguenze di scelte personali che si riflettono sulla collettività. La politica mondiale quindi ci orienta ad assumere atteggiamenti di responsabilità diffusa.

La Società di Narciso

La società in cui viviamo ci propone un modello sociale e di comportamento basato sulla mercificazione delle relazioni e delle persone. Le persone sono diventate un bene, scegliamo i nostri percorsi di vita sulla base del successo, in nome di uno standard di vita più elevato che viene prima anche del bisogno di amare e di essere amati.  Sosteniamo una cultura basata sullo sfruttamento di chi sta sotto, siamo la società dell’apparire, dell’ultimo modello di un qualche dispositivo, del successo personale, delle conoscenze che contano, dello status. Abbiamo perso il contatto con il nostro essere, con il nostro corpo, con i nostri sentimenti, con il senso e l’essenza della nostra stessa esistenza.Lo sappiamo, ci è noto, che imparare ad amare noi stessi è il primo passo per imparare ad amare anche gli altri. Le realtà siamo sempre meno in una relazione di cuore con gli altri, concentrati come siamo su noi stessi e sui nostri obiettivi, e non c’è più tanto posto e spazio per le cose semplici, per un gesto di tenerezza o di solidarietà, perché abbiamo un bisogno incessante di iper stimolazione. I social media e la Rete hanno creato nuovi bisogni di visibilità sociale e favorito nuove forme di esibizionismo mediatico che sono indotti dai media stessi e dalle nuove opportunità offerte dalla Rete, per cui se prima potevamo pensare di avere nella vita una o due occasioni di successo e di visibilità mediatica, ora con i social media noi possiamo farlo in continuazione. Il sentimento di sé che si espande fino a diventare una forma di narcisismo, che mette al centro dell’interesse il proprio Io e trascura l’altro, che pensa di affermarsi addirittura a danno dell’altro, è diventato la cifra “delirante” che caratterizza la società contemporanea. Il problema nasce quando l’interesse per la propria immagine e per i propri contenuti postati su qualche sociale network, diventano più importanti dell’interesse per l’altro, a cui non ci rivolgiamo più con la stessa curiosità e con lo stesso desiderio con i quali ci rivolgevamo prima. L’investimento narcisistico sul proprio Io, per ingrandirlo, comporta sempre un sacrificio e una svalutazione delle relazioni con le altre persone, che diventano meno significative, oppure sono significative perché sono utilizzate per affermare il proprio valore e non per avere un rapporto umano e interpersonale autentico con loro.

La sintonizzazione tra genitori e figli e i loro bisogni

Tollerare l’attesa e il fallimento In questo mondo che ci insegna che si deve avere tutto e subito, l’attesa o l’impossibilità della realizzazione dei nostri desideri e bisogni è l’esperienza più difficile da tollerare. Da neonati s’inizia a sperimentare questo. Non poter soddisfare immediatamente il proprio bisogno che sia di nutrizione o di altro, da un lato riempie il neonato d’angoscia, ma dall’altro lo aiuta a tollerare l’attesa e a sperimentare di non essere onnipotente. Ci sono alcune teorie che negli anni hanno sostenuto come la chiusura autistica del bambino sia dovuta allo sperimentare un’angoscia troppo forte che non riesce a tollerare. Questo avviene quando il pianto è più volte ignorato ed è eccessivamente prolungato. Accanto a questa teoria ci sono sempre stati pediatri, lo stesso Winnicott, che hanno spiegato che il bambino non deve essere anticipato nei suoi bisogni ma deve sperimentare l’assenza del suo bisogno e poi l’appagamento successivo. Deve, per esempio da neonato, piangere perché sente la pancia vuota e poi vivere l’esperienza della pancia che si riempie. Quando cresce deve imparare ad esprimere il suo bisogno di fame attraverso una richiesta esplicita (ho fame!). Spesso, invece, ci sono madri che danno il latte ai propri figli mentre dormono o li costringono a mangiare quando non hanno fame. Questa non è una buona esperienza per i bambini che devono imparare sin dai primi mesi di vita ad esprimere i propri bisogni e a vivere l’appagamento di questi ultimi. L’accudimento genitoriale Purtroppo le angosce genitoriali, spesso, non rendono chiari i bisogni dei figli che vengono confusi con i propri.  Si perpetua a sbagliare anche quando i neonati crescono non facendo vivere loro l’esperienza di non poter appagare immediatamente i propri bisogni. Spesso le donne si sentono in colpa perché non riescono ad avere la pazienza che dovrebbero nel crescere i propri i figli e che non sono così amorevoli come gli altri si aspettano. Le donne che desiderano un figlio idealizzano le loro capacità materne e, spesso, si trovano a doverle ridimensionare e ad accettare che non sono così perfette come s’immaginavano. Vi è l’idea comune che tutti, in particolare le donne, nascano con buone capacità genitoriali innate (il così detto senso materno o paterno) e che avere dei figli sia l’esperienza più bella al mondo. Nessuno, però, ci spiega che crescere dei bambini è la cosa più stancante e difficile che esista. E che a volte l’amorevole istinto genitoriale, proprio non è innato. Spesso, ci vuole tempo a connettersi con i figli e a sviluppare l’empatia e purtroppo, c’è chi non ci riesce mai. Soprattutto quando il neonato ha pochi mesi di vita, diventa estenuante accudirlo, dormendo poco, e dovendosi dedicare tutto il giorno a lui. Per il bambino, inizialmente la madre è il suo mondo, attraverso di lei fa le prime esperienze di angoscia e di pace. Attraverso il pianto comunica i suoi bisogni e la madre (o chi si occupa di lui), impara a capire e soddisfare le sue richieste. Integrazione tra amore e aggressività Durante l’infanzia il neonato percepisce il mondo per estremi: buono/cattivo, amichevole/ostile. Ovviamente ciò che è cattivo viene odiato e ci fa paura, mentre ciò che è buono ci rassicura e si tende ad amarlo. Ciascuno di noi fa fatica nel tener sotto controllo la propria aggressività innata e combinarla con sentimenti d’amore. Successivamente, in ogni bambino iniziano a coesistere idee di distruzione dell’oggetto amato e allo stesso tempo forti impulsi d’amore. Comincia a capire che lo stesso oggetto buono che ama, a volte può essere cattivo ed odiato. Il sopravvivere dell’oggetto amato ai propri attacchi di aggressività, rassicura il bambino di non aver ucciso l’oggetto amato e di poter tollerare la sua parte aggressiva.

La Sindrome Psiconeoplastica

La scoperta del cancro (soprattutto se maligno), può comportare uno shock da trauma, che dà vita ad una serie di reazioni le quali si configurano come una sindrome, definita “SINDROME PSICONEOPLASTICA” che tende ad abbracciare tutto il periodo di malattia.

La Sindrome Psiconeoplastica

di Ilenia Gregorio La scoperta del cancro (soprattutto se maligno), può comportare uno shock da trauma, che dà vita ad una serie di reazioni le quali si configurano come una sindrome, definita “SINDROME PSICONEOPLASTICA” che tende ad abbracciare tutto il periodo di malattia.Possiamo considerare la sindrome Psiconeoplastica non tanto come una malattia fisica in senso stretto, ma piuttosto come un insieme di reazioni psicologiche e sintomi che emergono in risposta alla diagnosi di un cancro. Essa Include: sentimenti di shock, rabbia, depressione e negazione, nonché un senso di perdita dell’identità, paura della morte, e ilvissuto di un corpo tradito con smarrimento sulla percezione della propria immagine corporea. La gravità e la manifestazione dei sintomi variano, chiaramente, in base a fattori individuali come la personalità e il supporto sociale. I sintomi psicologici riscontrati in questa condizione sono: Senso di morte Spiacevole alterazione del vissuto corporeo Angoscia di disgregazione Modificazioni imposte dello stile di vita Perdita del ruolo familiare Riduzione delle capacità lavorative Dubbi sulla capacità di mantenere un ruolo attivo nei legami affettivi e sessuali Senso di perdita del gruppo di appartenenza sociale Senso di frustrazione e depressione più o meno profonda Distress psicologico Ostilità e aggressività verso l’ambiente circostante Senso di colpa, di invidia, di ingiustizia Senso di ineluttabilità della malattia, senso di impotenza Uso massiccio dei meccanismi di difesa quali negazione e rimozione. Depressione, ansia e rabbia possono essere viste come normali risposte adattive alla situazione che l’individuo sta affrontando. L’eccessiva presenza di queste ultime non deve essere considerata necessariamente come la presenza di disturbi o espressione di una malattia, ma è fondamentale essere a conoscenza del fatto che un certo livello di depressione e ansia è inevitabile. Il paziente affronta il trauma della malattia con meccanismi di difesa come la negazione o la rimozione, cercando di mantenere una parvenza di normalità nella vita quotidiana ma qualora il suo sistema di strategie di difesa dovesse indebolirsi e si dovessero mettere in atto strategie difensive immature o patologiche, possono intensificarsi i livelli di ansia e di depressione e il paziente può, inoltre, sperimentare unDisturbo Post Traumatico da Stress. La presenza di un forte supporto sociale e relazionale può fungere da fattore protettivo, mitigando l’impatto emotivo della malattia ma sicuramente la gestione del disagio che scaturisce da una diagnosi di malattia oncologica ha necessità di essere presa in carico da personale specializzato come lo Psicologo che ha esperienza e adeguata formazione in campo Psiconcologico. Lo Psiconcologo stabilisce con il paziente una relazione di supporto empatico e non giudicante, offrendo uno spazio sicuro per esprimere ansia, paura, rabbia e altre emozioni legate alla diagnosi e al percorso di malattia. Il suo ruolo è quello di integrare il supporto psicologico nel team di cura, aiutando il paziente e i familiari a gestire il distress, a trovare strategie adattive per affrontare la malattia, a migliorare la qualità della vita e a trovare un nuovo significato nell’esperienza, anche nel fine vita.La sindrome psiconeoplastica evidenzia la necessità di un supporto e di un intervento psicologico mirato a gestire queste reazioni, offrendo al paziente le risorse per affrontare il trauma e le sfide della malattia e soprattutto, laddove è possibile, per ritornare ad uno stato ottimale di benessere biopsicosociale.

La Sindrome di Medea

La sindrome di Medea deriva da una delle più disperate ed eroiche tragedie greche, Medea è nipote della maga Circe, dalla quale eredita i suoi poteri magici. Innamoratasi di Giasone, lo aiuta ad impossessarsi del vello d’oro arrivando persino ad uccidere il proprio fratello, in modo che il padre, intento a raccogliere i resti del figlio, non possa impedire la fuga degli Argonauti e di Medea stessa, che in seguito sposerà il suo amato. L’irriconoscenza di Giasone fa sì che questo, dopo qualche anno, ripudia Medea, innamorandosi di un’altra donna giovane e bella e mostrando il suo interesse a sposarla: Medea si tormenta dal dolore e prepara la sua vendetta fingendo una riconciliazione: tesse il vestito di nozze per la nuova moglie intriso dei più mortali veleni, la poveretta morirà appena indossato tra le più strazianti grida. La vendetta di Medea non si arresta, lacerata dall’odio uccide anche i propri figli, come discendenza e sangue di Giasone, baciandoli prima più volte. La Sindrome di Medea viene utilizzata dallo psicologo Jacobs (1988) per indicare il comportamento materno finalizzato alla distruzione del rapporto tra padre e figli dopo le separazioni conflittuali. L’uccisione del legame tra genitore e figlio avviene nel concreto quando uno dei due genitori parla male dell’altro davanti al figlio o ai figli, mettendo in atto una vera e propria manipolazione.Così come è stato per Medea, si tratta di una vendetta che però non porta alcun beneficio a nessuno membro della famiglia.  La violenza in questo caso non è fisica ma si trova su un piano più emotivo e psicologico. L’alienazione parentale comporta una sofferenza che non riguarda unicamente i genitori ma si estende ai figli e alle famiglie d’origine. In caso di alienazione genitoriale, o più in generale in tutti i casi in cui sia presente un conflitto genitoriale, può essere utile rivolgersi , ad un terapeuta per una terapia familiare per individuare le risorse di ciascuno a cui tutti i componenti della famiglia possono attingere per affrontare in modo funzionale la difficile fase della separazione.

La Sindrome di Cotard: alcune riflessioni psicodiagnostiche

di Lia Corrieri Everything here is so cold Everything here is so dark I remember it as from a dream. [Tutto qui è così freddo Tutto qui è così oscuro Lo ricordo come fosse un sogno] Mayhem, Freezing Moon,1989 8 Aprile del 1991 a Kråkstad, nella contea norvegese di Viken, venne ritrovato il corpo senza vita del ventiduenne Per Yngve Ohlin, noto al grande pubblico con lo pseudonimo, non casuale, di “Dead”, frontman dei Mayhem, uno dei più importanti gruppi black metal della storia del rock. Il caso, archiviato dalle autorità competenti come suicidio, fece molto scalpore negli ambienti musicali scandinavi, nei quali iniziarono a circolare anche copie della lettera di addio che il cantante indirizzò agli amici prima di morire e con la quale tentò di spiegare il drammatico gesto: “Nessuno comunque capirà il perché di tutto questo. Per dare qualche tipo di spiegazione, io non sono umano, questo è solo un sogno e presto mi sveglierò” (Johannesson & Klingberg, 2018). L’accaduto non colse però di sorpresa gli altri membri del suo gruppo musicale tanto che, in diverse interviste, alcuni musicisti della band ricorderanno che Dead era solito commettere atti autolesionisti, spesso manifestando umore depresso associato ad una percezione alterata di sé; in effetti in più occasioni si auto descriveva come una creatura non umana proveniente da un’altra dimensione, fino ad arrivare a definirsi un vero e proprio cadavere (Moynihan & Søderlind, 2003). Secondo alcuni Autori (Sanches et al., 2022), gli atteggiamenti, le credenze, i comportamenti e gli stati emotivi manifestati da Dead, testimoniati sia dalle sue parole che da quelle dei suoi conoscenti, potrebbero far ipotizzare l’esistenza di un quadro clinico raro, la cui prevalenza epidemiologica è inferiore all’1 % nella popolazione mondiale, denominato Sindrome di Cotard (López, 2022). Questa particolare condizione clinica venne descritta per la prima volta nell’opera Du délire hypocondriaque dans une forme grave de mélancolie anxieuse, e fu presentata il 28 Giugno del 1880 alla Société Médico-Psychologique dal neurologo, psichiatra e chirurgo militare Jules Cotard (1840- 1889), figura di spicco nel panorama medico della Parigi di fin de siècle, tanto da ispirare il personaggio del Profes sor Cot tard del la Recherche proustiana (Pearn & Gardner -Thorp, 2002; Pearn, 2003; Sanches et al., 2022). A partire dal caso clinico di una donna quarantenne, fermamente convinta di essere priva di organi interni, tra i quali il cervello, Cotard illustrò un complesso di sintomi che tendono a coesistere e a caratterizzare la specifica condizione clinica da lui individuata. Tra questi figurano la melanconia ansiosa (“depressione agitata”); la tendenza all’autolesionismo, che da automutilazioni può arrivare fino a veri e propri tentativi suicidari; le idee di possessione; le convinzioni di immortalità e deliri ipocondriaci di non esistenza o di devastazione di alcuni organi interni o dell’intero corpo o dell’anima o di Dio ecc. (Cotard, 1880; Cipriani et al., 2010). In un lavoro successivo, noto come Du délire des négations (1882), Cotard definirà la manifestazione clinica da lui individuata come un vero e proprio delirio nichilistico o di negazione caratterizzato dalla tendenza da parte del paziente a negare e/o rifiutare tutto ciò che viene detto o offerto fino ad arrivare, nella sua forma più estrema, a negare addirittura la propria esistenza nel mondo (Cotard, 1882; Berrios & Luque, 1995; Cipriani et al., 2010; Tomasetti et al., 2022), concetto questo che verrà successivamente approfondito dallo psichiatra francese Jules Séglas (Séglas, 1884; in Cipriani et al., 2010). Nonostante le descrizioni che Cotard fece di questa costellazione sintomatologica, essa non è attualmente riconosciuta come e t i c h e t t a d i a g n o s t i c a autonoma dai principali sistemi nosografici utilizzati nell’ambito della salute mentale, l ’ International Classification Disease (ICD) e il Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (DSM) (Berrios & Luque, 1995; Cipriani et al., 2010; Tomaset t i et al., 2020). Sebbene alcuni Autori (Enoch & Trethowan, 1991) ipotizzino la possibilità concepire la costellazione sintomatologica come un quadro a sé stante nel caso in cui il delirio nichilistico sia preponderante, altri Autori (Saavedra, 1968) sostengono che tale manifestazione possa esser concepita come ulteriore espressione di altri quadri clinici, come i disturbi dell’umore/depressivi, condizioni psicotiche e casi in cui entrambe queste condizioni siano compresenti (Cipriani et al., 2010). A tal proposito, particolarmente interessante la riflessione proposta da Deny e Camus già nel 1906, per cui si ipotizza una forma primaria ipocondriaca della manifestazione clinica nella quale è centrale la dimensione corporea del delirio nichilistico, e una forma secondaria del quadro nosografico in cui appare invece preponderate la componente più specificatamente emotivo – affettiva (Cipriani et al., 2010). La distinzione tra forma primaria e secondaria della manifestazione clinica potrebbe offrire interessanti spunti di riflessione soprattutto nelle condizioni in cui la sintomatologia si manifesta in compresenza di condizioni mediche particolari, tra le quali si annoverano: intervento chirurgico al seno per fibroadenoma benigno (De Berardis et al., 2015), per lupus eritematoso sistemico (Pitta et al., 2021) e negli stati post Covid-19 (Ignatova et al., 2022). In letteratura è presente un caso clinico caratterizzato dalla comparsa del delirio di negazione, delirio tipico del quadro di Cotard, in gravidanza, ovvero in una condizione organica che, seppur fisiologica, può rappresentare comunque un periodo di transizione psicologicamente delicato caratterizzato anche da cambiamenti di corporei importanti (Walloch et al., 2007). Nel caso riportato dagli autori, alla paziente ventottenne che negava la gravidanza venne diagnosticato un quadro depressivo grave caratterizzata da sintomi psicotici (ICD-10; F32.3) nel periodo prenatale, dato che i sintomi deliranti apparivano correlati all’umore della paziente; la negazione della propria condizione di gestante, però, sembrava essere la dimensione significativa del quadro clinico complessivo (Walloch et al., 2007). Secondo gli stessi Autori, la sintomatologia riportata può rappresentare un caso di Sindrome di Cotard, intesa come delirio di negazione, in quanto le convinzioni della paziente circa la scomparsa della gravidanza o la morte del bambino possono esser interpretate come negazione delle funzioni corporee (Walloch et al., 2007). Al di là del suo riconoscimento quale quadro clinico e nosografico

La Sindrome del “Nido Vuoto”

Quando si parla di “Sindrome del Nido Vuoto” ci si riferisce ad uno stato di afflizione e tristezza, quasi luttuoso, sperimentato spesso dai genitori quando i figli vanno via di casa: si tratta di un insieme di pensieri e sentimenti negativi e nostalgici che nascono quando i genitori, dopo aver cresciuto ed accudito uno o più figli, si trovano soli o con un partner con il quale non c’è più sintonia.  Le persone più vulnerabili rispetto alla sindrome da nido vuoto sono coloro che nel corso degli anni si sono identificati principalmente nel proprio ruolo di genitore, mettendo in secondo piano la propria individualità, dedicandosi completamente alla cura dei figli, ed è proprio in questo periodo che possono iniziare a dedicarsi a se stessi.  I partner che si sono percepiti per tanto tempo quasi esclusivamente come genitori, si ritrovano a fare i conti con la dimensione di coppia. Dopo la destabilizzazione iniziale, sarà bello poter reinvestire energie emotive e fisiche nella relazione stessa: crearsi dei nuovi interessi, dedicarsi ad attività che per i figli sono spesso state accantonate, poter viaggiare, iscriversi magari ad un corso di ballo, coltivare le relazioni amicali e dedicarsi all’intimità. E’ il momento di riscoprirsi coppia, poter fare dei progetti, pensarsi ancora insieme e divertirsi come quando non c’era la responsabilità dei figli. Può accadere, allora, che i coniugi scoprano di non avere più in comune le cose che precedentemente li avevano uniti, perché hanno smesso di condividerle da quando si sono occupati, spesso in maniera esclusiva, dei figli mettendo da parte la cura per la loro coppia coniugale. Il sacrificio dei propri bisogni e desideri unicamente per il bene dei figli può riemergere improvvisamente in tutta la sua forza e consapevolezza al momento della loro assenza talvolta esprimendosi con tensioni coniugali sempre sopite, o con una inaspettata difficoltà di gestione del tempo libero, prima ben organizzato e scandito. Questa fase della vita deve essere rivisitata come un possibile nuovo inizio invece che come inesorabile perdita.  D’altra parte, è vero che fin dalla prima infanzia, attaccamento e separazione sono tutt’altro che due polarità in contraddizione, ma piuttosto due  categorie interdipendenti che organizzano entrambe la vita e le relazioni di una persona, inclusa quella fra genitori e figli (Rheingold e Eckerman, 1970).  È proprio grazie alla sensazione di avere una “base sicura” che il bambino si permette la gioia di muovere i primi passi ed esplorare il mondo allontanandosi dalla madre; le cure e l’affetto di un genitore hanno come fine ultimo quello di rendere un figlio forte abbastanza ad andare via sulle proprie gambe e questo ogni genitore in fondo lo sa anche se con una punta di fierezza e una di rammarico. “I figli sono come gli aquiloni: gli insegnerai a volare, ma non voleranno il tuo volo. Gli insegnerai a sognare, ma non sogneranno il tuo sogno. Gli insegnerai a vivere, ma non vivranno la tua vita. Ma in ogni volo, in ogni sogno e in ogni vita rimarrà per sempre l’impronta dell’insegnamento ricevuto”.                (Madre Teresa di Calcutta)

La self-disclosure nella “cassetta degli attrezzi” del terapeuta

La self-disclosure (propriamente detta come “autorivelazione”) è un particolare strumento di lavoro del professionista esperto in ambito psicoterapeutico che viene impiegato sistematicamente oltre che per abbattere le difese dietro le quali spesso i pazienti si barricano, anche per permettere al terapeuta stesso di avere il controllo sulla situazione e per selezionare quegli aspetti di sé da rivelare al paziente. L’uso dell’autorivelazione come strumento terapeutico deve essere direzionato, sì da indicazioni tecniche, ma anche dal “sentire” del professionista. Consiste nel processo con cui trasmettiamo informazioni su noi stessi a qualcun altro, che lo si voglia o no! Quante informazioni si devono rivelare? La self-disclosure è una questione delicata: se la si utilizza bene può rafforzare le relazioni, infondere fiducia e aumentare la capacità di ispirare e guidare. Ma se si fanno rivelazioni imprudenti o inappropriate quando altri divulgano dettagli personali, si può avere l’effetto opposto. Esistono due tipi di self disclosure: verbale e non verbale. Quella verbale si può verificare quando il terapeuta racconta i propri pensieri, sentimenti, preferenze, ambizioni, speranze e paure al proprio paziente. Mentre la rivelazione in modo non verbale può avvenire attraverso l’uso del corpo, i vestiti, le movenze e qualsiasi altro indizio che potrebbe ricondurre alla personalità o alla vita personale del terapeuta. Perché è così importante? La ricerca suggerisce che la rivelazione di sé gioca un ruolo chiave nella formazione di relazioni forti. Può far sentire le persone più vicine, capirsi meglio e cooperare in modo più efficace. Inoltre, spesso il “rivelarsi per primi” aiuta gli altri a sentirsi abbastanza a proprio agio a fare lo stesso, creando connessioni più forti e rendendo il lavoro più piacevole e produttivo per entrambe le parti. Il modello della finestra di Johari E’ uno strumento messo a punto da Luft e Ingham (1955) per osservare in contesti di comunicazione interpersonale le dinamiche che si “giocano” tra le parti. L’asse orizzontale comprende la sequenza arena/punto cieco che indica il grado di conoscenza che la persona ha di sé stessa in termini di personalità, espressioni ed emozioni. L’asse verticale che comprende la sequenza arena/facciata, invece, si riferisce al grado di conoscenza che l’altro può avere del soggetto. E’ necessario che il terapeuta sappia quando è giusto condividere i dati personali e come farlo in maniera appropriata. E, anche se può essere un sollievo “eliminare” qualche peso dal sé, deve esser cosciente del fatto che le informazioni che condivide possano essere un peso per gli altri. Bibliografia Collins, N. and Miller, L. (1994). ‘Self-disclosure and Liking,’ Psychological Bulletin, Volume 116, Issue 3, November 1994.  Levenson, E. (1996). Aspects of self-revelation and self-disclosure. Contemporary Psychoanal., vol. 32, n. 2. Tricoli, M.L. (2001). Dal controtransfert alla self-disclosure: la scoperta della soggettività dell’analista. Ricerca Psicoanalitica, Anno XII, n. 3.