PAIN OF PAYING E LE SUE IMPLICAZIONI

Il pain of paying (o dolore di pagare) si riferisce alle emozioni negative che proviamo quando effettuiamo un acquisto. Proviamo dolore per il pagamento perché da esseri umani siamo avversi alle perdite. Quando effettuiamo pagamenti subiamo una perdita, motivo per cui queste transazioni possono essere dolorose. Inoltre, anche da un punto di vista biologico alcuni studi hanno dimostrato che la spesa di denaro attiva aree del nostro cervello associate al dolore fisico e ai sentimenti di disgusto. Gli studi hanno dimostrato che alcune forme di pagamento sono più dolorose di altre. Più il pagamento è evidente e tangibile, meno siamo in grado di goderci il piacere del nostro acquisto. Il pain of paying è maggiore quando paghiamo un bene/servizio in contanti poiché la nostra attenzione si focalizza sull’importo da pagare. Quando paghiamo con la carta di credito si crea un divario tra il pagamento e il tempo di ricevere/usare l’acquisto. Dunque, il pain of paying viene percepito in misura minore. I sistemi di pagamento automatici disponibili per gli acquisti online sono un esempio tangibile di come i brand saranno cercando di ridurre il pain of paying per cercare di aumentare le vendite. Questo è il caso di Amazon, che ha introdotto la possibilità di “acquistare con un click“, metodo che porta il consumatore a non accorgersi più del dolore associato al pagamento. Dividere il conto = dividere il dolore Alcune ricerche hanno dimostrato che le persone consumano di più quando sanno che il conto sarà diviso. Il metodo del pagamento a turno funziona molto bene con un gruppo di amici stabili, in quanto fa percepire meno il pain of paying. Se ogni persona pagasse per sé, ognuno proverebbe un po’ di dolore. Se solamente una persona pagasse l’intero conto, questa sperimenterà un dolore più alto, ma che viene compensato dal fatto che tutti gli altri non lo provano. Questi sono tutti esempi che dimostrano che l’uomo non è affatto un decisore totalmente consapevole e razionale, a maggior ragione nelle situazioni che riguardano il denaro! BIBLIOGRAFIA Ariely, D., & Kreisler, J. (2017). Dollars and Sense: How we misthink money and how to spend smarter. New York: HarperCollins

Educazione socio-affettiva

L’ educazione sessuale dovrebbe includere l’educazione emotiva ed affettiva, per un’aspetto, quello della sessualità, che è parte integrante della salute e del benessere di ogni individuo. In Italia è consigliata ma non obbligatoria come altre materie scolastiche. Quando si vuole educare alla sessualità quindi, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, non ci si deve confondere con l’educazione riguardante il solo “comportamento sessuale”, ma si devono comprendere molte aree (Ufficio Regionale per l’Europa dell’OMS e BZgA, 2010). L’educazione affettiva ed emotiva dovrebbe accompagnare e completare l’educazione sessuale. Le molteplici emozioni che esperiamo quotidianamente sono rappresentate dai desideri, dalle simpatie/antipatie, dagli innamoramenti e dagli amori che ci mettono in gioco.  Educare individui nella loro interezza, sia dal punto di vista cognitivo che affettivo, è un compito difficile ma fondamentale che spetta alla famiglia, alla scuola e alla società intera. Il primo gruppo sociale del bambino è la famiglia; poi ci sarà l’asilo nido e/o la scuola dell’infanzia. I fatti di cronaca sempre troppo frequenti legati ad amori violenti, femminicidi, aggressioni da parte di persone fidate o sconosciute danno l’idea di quanto l’educazione all’affettività sia centrale nello sviluppo dell’essere umano fin dalla sua infanzia. Piaget, uno dei più importanti psicologi dell’età infantile, considera essenziale ai fini dell’apprendimento l’interazione fra lo sviluppo dell’affettività e quello delle funzioni intellettuali già dal periodo preverbale.  L’apprendimento avviene sempre all’interno di una relazione significativa: il bambino, in quanto “essere sociale”, già dai primi mesi di vita inizia a svilupparecompetenze interpersonali: decifrare segnali sociali ed emozionali, ascoltare, mettersi dal punto di vista dell’altro, capire quale comportamento sia accettabile in una situazione. Se pensiamo all’organizzazione del nostro sistema scolastico, l’apprendimento avviene all’interno delle classi, composte dall’insegnante e dagli studenti pari d’età, ognuno portatore della propria unicità.Lavorare con il gruppo e sul gruppo per sviluppare e apprendere un “alfabeto emotivo” è la grande sfida della scuola italiana che non riguarda una disciplina specifica, ma le interessa tutte. Prevedere momenti in cui bambini e ragazzi possono condividere emozioni e stati d’animo crea rispetto e fiducia nell’altro che accoglie; diventano occasioni importanti per de-costruire vecchi e nuovi stereotipi e conoscere e valorizzare le differenze.  Educare all’affettività vuol dire anche educare alle differenze di genere. Il genere è un particolare costrutto sociale in cui si intersecano elementi biologici (i corpi sono differenti), psicologici (le identità, le personalità), culturali e storici (la peculiare declinazione di femminilità e mascolinità che ciascuno apprende e la sua evoluzione nel tempo). Il riconoscimento delle differenze di genere può produrre un’apertura sulle differenze e sulla capacità relazionale che è anche capacità di convivenza..

Adolescenti e conflitti interni:una possibile resistenza

A chi non è mai capitato di vivere dei conflitti? Molte volte, però, quando parliamo di conflitti pensiamo a contrasti tra due o più persone. I conflitti, però, riguardano anche la persona e la sua sfera personale. Si tratta di conflitti interni. Fermo restando che a tutte le età può accadere di vivere dimensioni interne conflittuali e contrastanti tra loro, ma sicuramente durante l’adolescenza questo fenomeno emerge con magggiore evidenza. L’adolescente vive in una ” terra di mezzo”, dove ci sono spesso pensieri, credenze e atteggiamenti contrastanti e incoerenti tra loro. Generalmente i conflitti interni si verificano quando l’adolescente ha pensieri e idee che contrastano tra loro, oppure qualche idea contrasta con un comportamento. Un discorso a parte meritano gli adolescenti con conflitti interni e con una possibile resistenza. Una possibile resistenza per adolescenti con conflitti interni Quante volte abbiamo visto adolescenti pensare in un modo e poi comportarsi in un altro. Quindi quel ragazzo o quella ragazza sta mentendo o sta resistendo ad un conflitto interiore? Per sapere se c’è un conflitto interno, bisogna sapere se quell’ adolescente è consapevole di se stesso. Cosa possiamo fare quando identifichiamo un conflitto interno in un adolescente? Come possiamo aiutarlo a gestire due forze contrapposte? Agiamo a livello mentale e proviamo a scomporre il conflitto in vari microconflitti. Nella speranza che semplici domande aiutino l’adolescente a non disperdersi e a non perdere la sua integritò psichica,proviamo a rispondere: a)perchè l’adolescente si sente così? b) quando gli accade questo contrasto interiore? c) sorge sempre in alcuni contesti? d)si verifica sempre con alcune persone? Si tratta di una gerarchia di domande che riguardano motivazioni da carenza e corrispondono a veri e propri momenti di crescita. Alla base di queste domande c’è il principio di autorealizzazione, che coincide con una efficace percezione della realtà e con la capacità di discriminare ciò che è concreto da ciò che è astratto. Sul piano delle ricadute il soggetto potrebbe cominciare a pensare al cambiamento, all’autocritica e alla modificazione del sè. Avere conflitti interni non è certamente un problema, il problema è gestirli. Lo scopo è favorire l’economia dello sviluppo psichico. Ricordando sempre che,per quanto riguarda il conflitto, la capacità di resistere è una meta affascinante per ogni adolescente. Una possibile resistenza richiede grande attenzione e grande apertura mentale se si vuole ottenere qualcosa del semplice conflitto interiore. L’evitamento non serve,importante è la resistenza.

Sull’importanza del 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne

Per l’Organizzazione Mondiale della Sanità, la violenza sulle donne è un problema di salute di proporzioni globali. È un fenomeno in crescita che ha numerose conseguenze non solo sulle donne, a livello psicologico, sociale e relazionale, ma sulla società tutta. È un fenomeno pervasivo, per cui sono necessari interventi decisi ed efficaci a livello sociale e culturale, insieme ad una presa in carico globale delle donne. In questo quadro, gli psicologi possono svolgere un ruolo fondamentale. Il 25 novembre appena trascorso è stata la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne, ufficializzata dalle Nazioni Unite nel 1999. È una giornata di riflessione, confronto, rabbia, dolore, forza e coraggio. I dati condivisi sono sempre più allarmanti e disegnano una situazione che sottolinea l’importanza di giornate come il 25 novembre. Nel mondo la violenza contro le donne interessa 1 donna su 3. In Italia i dati Istat mostrano che il 31,5% delle donne ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale. Le forme più gravi di violenza sono esercitate da partner o ex partner, parenti o amici. Tra il 1° gennaio e il 19 novembre 2023 in Italia sono stati commessi 106 femminicidi. Sono state uccise 106 donne, una ogni tre giorni. 87 donne sono state uccise in ambito familiare o affettivo, di cui 55 per mano del partner o dell’ex. Sono 30.581 le chiamate registrate al numero antiviolenza 1522 nei primi 9 mesi del 2023 (dati Istat). Circa i due terzi delle chiamate viene poi indirizzata ai servizi più idonei, che in oltre 9 casi su 10 sono centri e servizi antiviolenza, case protette e di accoglienza. Nel 2023, il 47,6 per cento dei casi ha chiesto aiuto poiché vittima di violenza fisica, a seguire c’è la violenza psicologica. La maggior parte delle vittime riporta un lungo vissuto di violenze e in quasi 8 casi su 10 si tratta di violenza in ambito domestico. In oltre la metà dei casi i figli hanno assistito alla violenza. Le vittime hanno dichiarato di aver paura di morire, di temere per la propria incolumità e dei propri cari, di provare ansia e di essere in grave stato di soggezione. Emerge una persistente resistenza a denunciare: solo il 15,8% ha denunciato la violenza subita a causa della vittimizzazione secondaria da parte del sistema giudiziario e dei media. Nonostante tutto questo, si investe ancora troppo poco in prevenzione. Se ne parla ancora poco, spesso in modo confuso. Il ruolo degli psicologi, tra i tanti, è proprio quello di aiutare a sensibilizzare sul tema: conoscerne gli aspetti psicologici, ma anche sociali e culturali, imparare a riconoscere i primi segnali di violenza, sviluppare sensibilità ed empatia, aiutare ad assumere un atteggiamento non giudicante ma accogliente del dolore altrui, riflettere su come si parla di violenza e perché spesso si innalzano difese consce o meno nelle discussioni sul tema. Sono tante le modalità di condivisione e prevenzione del problema della violenza contro le donne, ma qualcosa deve muoversi. Deve avvenire un cambiamento radicale a livello sociale e culturale, dobbiamo comprendere che tutti ne facciamo parte e assumerci, come individui e come società, la responsabilità di dover intervenire, adesso.

“SEX EDUCATION” E IL RUOLO DELLA TERAPIA

di Paola Papini La serie televisiva britannica “Sex Education” è essenziale in un mondo che fa fatica a considerare lapluralità identitaria che caratterizza gli adolescenti dell’ultimo ventennio.La serie teen parla di Otis, un ragazzo di 13 anni, dei suoi compagni di scuola e ha come parola d’ordinel’inclusione. La stagione di chiusura, uscita a settembre del 2023, non ha deluso le aspettative. Infatti, èstata in grado di sfatare miti e tabù sul sesso in modo schietto e semplice, ci ha regalato una visione di unascuola progressista che fa attenzione al benessere della persona e dell’ambiente che viviamo e ha dato lapossibilità di riconoscere quelle che sono le tante condizioni in cui viene vissuta la sessualità e l’intimità adun’età tanto critica come l’adolescenza ma anche a chi, invece, questa fase l’ha già superata.“Sex education” non è solo questo, durante le quattro stagioni si parla di dubbi e paure che si affrontanoalle scuole media, bullismo, genitorialità prendendo in considerazione il contesto e un vissuto di cui si caricaogni attore. Le scene vengono scandite dai diversi personaggi che affrontano i vari compiti evolutivirappresentati come delle sfide e che comportano la messa in gioco delle emozioni così come l’emergere dideterminati tratti di personalità. La fase più comune che è stata rappresentata è quella della formazione diidentità, più nello specifico si parla di diffusione dell’identità.Blos sostiene che obiettivo dell’adolescenza sia l’elaborazione delle esperienze da parte di ragazze e ragazziper arrivare ad un’organizzazione stabile dell’Io. Nel raggiungimento di tale obiettivo l’autore sottolinea daun lato lo sviluppo sessuale e la conseguente lotta che l’Io ingaggia per non essere sopraffatto dall’ondatapulsionale ad esso collegata e, dall’altro, introduce, mutuando il concetto dalla Malher (1975) che avevadefinito l’adolescenza il “secondo processo d’individuazione”, l’attivazione da parte dell’adolescente deiprocessi di separazione e individuazione, che lo porteranno alla costituzione del senso d’identità.Centrale nella serie è, inoltre, il ruolo che riveste la terapia. Emblema di quest’ultima è la mamma di OtisMilburne, che diventa dapprima la terapeuta della scuola per poi passare il testimone al figlio e alla suaamica Maeve che si convincono che possono essere terapeuti dei loro stessi compagni organizzandosi in unprimo momento in dei bagni abbandonati per poi ritagliarsi uno spazio all’interno della scuola.La serie sembra voler, da una parte, normalizzare in modo da far sembrare affrontabili, umane, gestibili e,soprattutto, reali quelle che oggi vengono ancora da molti viste come diversità (omogenitorialità,bisessualità, transessualità…). Viene affrontata, in maniera indiretta, la mancanza di personaleadeguatamente formato all’interno delle scuole che siano in grado di affrontare determinati temi. D’altraparte c’è il rischio di ridurre a dei clichè il ruolo del terapeuta, di confondere quest’ultimo come qualcunoche dispensa consigli piuttosto che occuparsi della sofferenza psicologica, dell’empatizzazione con leemozioni degli altri, dell’ascolto dei pensieri, delle paure, delle gioie e delle delusioni attraverso delletecniche acquisite con la formazione e l’esperienza.Il mondo in cui è ambientato “Sex education” è fondamentale per aprire un dialogo ma allo stesso tempopotrebbe risultare eccessivamente utopico e difficilmente comprensibile a chi ancora mostra delleresistenze alla società contemporanea. Bibliografia Blos P. (1962) L’adolescenza. Un’interpretazione psicoanalitica trad. it., Franco Angeli, Milano, 1980.Mahler M. S., Pine F., Bergman A. (1975) La nascita psicologica del bambino trad. it., Boringhieri, Torino,1978.Erik H. Erikson, I cicli della vita. Continuità e mutamenti. Armando editore

Non riesco a lasciar andare: il fenomeno del sunk cost

Non riesco a lasciar andare: il fenomeno del sunk cost Ti è mai capitato di non riuscire ad abbandonare un piano, un obiettivo o una storia, anche quando risulta evidente che sia un investimento a perdere?. No, non c’è nulla che non va in te, sei probabilmente solo soggetto ad uno dei bias cognitivi più frequenti quando entra in campo la previsione di una perdita. Immagina di essere il direttore e proprietario di una società che produce aerei. Immagina che al momento ha speso 900 milioni di euro per completare il 90% di un progetto per la costruzione di un modello innovativo. Mancano altri 100 milioni di euro per completare la progettazione e cominciare a venderli. Tuttavia, ti viene detto che una società concorrente mette in vendita un aereo con caratteristiche nettamente migliori dei tuoi, e ad un prezzo concorrenziale. Cosa faresti? Sceglieresti di spendere altri 100 milioni di euro rischiando di fallire per completare il progetto, oppure decideresti di lasciar perdere e impiegare quei 100 milioni in qualcos’altro? Adesso invece, immagina di essere il direttore e proprietario della stessa società. Devi scegliere se investire o meno 100 milioni di euro per completare la progettazione degli aerei. Ti viene detto che la società concorrente mette in vendita un aereo migliore ad un prezzo concorrenziale.  Tuttavia, non hai già investito altro denaro prima. Che cosa sceglieresti di fare? Se la tua risposta è di investire i 100 milioni di euro alla prima condizione, e di non investirli nella seconda, hai agito sotto il fenomeno del sunk cost. Infatti, Tversky e Kaneman (1981) scoprono che generalmente i soggetti che erano sottoposti alla prima ipotesi sceglievano di finire il progetto, a differenza del gruppo ai quali viene specificata solo la cifra da dover ancora spendere (100 milioni) e non quella già investita (900 milioni). La persistenza in un investimento, quindi, dipende non solo da quanto ci si aspetta che possa andare bene, ma anche da quanto si è già investito. Il bias del sunk cost consiste nella tendenza a mantenere un investimento per il semplice fatto che ci abbiamo già investito tanto impegno e risorse personali. Si ha cioè l’impressione che abbandonare quel progetto equivalga ad abbandonare anche le risorse che vi sono già state spese. Questa convinzione è in parte legata alla illusione del cosiddetto “belief in a just world” (Lerner, 1980), cioè all’idea che l’aver investito tanto in un bene implichi il diritto a non perderlo. In questo modo, rinunciare al bene implicherebbe ammettere di meritare la perdita, cioè una vera e propria autosvalutazione. Insomma, questo fenomeno ci dice una cosa: il passato, per gli esseri umani, ha un valore in sé. Bibliografia Perdighe, Gragnani (A cura di), 2021, Psicoterapia cognitiva, comprendere e curare i disturbi mentali, Raffaello Cortina Editore, Roma.

Il disturbo ossessivo-compulsivo in età evolutiva

Il disturbo ossessivo-compulsivo: inquadramento diagnostico e trattamento Il disturbo ossessivo-compulsivo (DOC) è caratterizzato da ossessioni e compulsioni che interferiscono con il normale sviluppo cognitivo e sociale del bambino, compromettendone le prestazioni scolastiche e le relazioni sociali. Le ossessioni sono pensieri, impulsi, immagini ricorrenti e persistenti, vissuti come intrusivi, che causano ansia o disagio marcati. In età evolutiva, le ossessioni più frequenti possono essere collegate a timori di contaminazione, timori di farsi del male o di fare del male a qualcuno, bisogno di simmetria ed ordine. Le compulsioni, invece, possono essere mentali (ad esempio pregare, contare, ripetere parole nella mente) o comportamentali (lavarsi le mani, riordinare, controllare). La persona si sente obbligata a mettere in atto questi comportamenti in risposta ad un’ossessione. In età evolutiva le compulsioni riguardano principalmente rituali di controllo, lavaggio, ordine, simmetria. Per identificare un comportamento di natura ossessiva-compulsiva vanno osservati: il tempo, in quanto le ossessioni e le compulsioni comportano una notevole perdita di tempo; il contenuto bizzarro; il disagio provato in quanto i sintomi compromettono la qualità di vita del bambino e della famiglia. La diagnosi in età evolutiva E’ fondamentale, soprattutto in età evolutiva, diagnosticare ed intervenire precocemente affinché il disturbo non si cronicizzi nel tempo. La differenza tra il disturbo che si manifesta in età evolutiva e in età adulta sta nell’insight: i bambini non riconoscono come irragionevoli le loro ossessioni e compulsioni e, spesso, minimizzano i sintomi per paura o per sensi di colpa. Ciò può ostacolare non soltanto la diagnosi, ma anche la pianificazione dell’intervento. Come intervenire? Il trattamento d’elezione del DOC risulta essere la terapia cognitivo-comportamentale. Lo scopo non è soltanto quello di ridurre i sintomi ossessivi e compulsivi, ma migliorare la qualità di vita del bambino e della sua famiglia. La terapia è quindi orientata anche al miglioramento dell’autostima, delle abilità sociali, delle relazioni familiari e del funzionamento scolastico del bambino/adolescente. E’ molto importante coinvolgere nella terapia i genitori o altre figure educative che ruotano intorno al bambino per eliminare le risposte comportamentali che rinforzano i sintomi del DOC promuovendo il ricorso a strategie di problem solving adeguate.

L’alessitimia

Il termine alessitimia o alexitimia deriva dal greco (a- significa «mancanza», lexis «parola» e thymos «emozione») con il significato di “mancanza di parola per esprimere le emozioni” ed è stato coniato da Sifneos nel 1973 successivamente ad una serie di colloqui effettuati con pazienti con malattie psicosomatiche classiche. Ad oggi, possiamo definire l’alessitimia un costrutto dimensionale o tratto di personalità (Taylor, Bagby, Parker, 1991). Le persone alessitimiche hanno difficoltà a mentalizzare i propri stati mentali interni e per questo possono avere difficoltà a gestire le proprie emozioni in modo sano. Possono essere più propensi a reagire in modo impulsivo o compulsivo (ad esempio abbuffarsi di cibo o l’abuso di sostanze) (Caretti, La Barbera, 2005). Il concetto di alessitimia (Nemiah, Freybarger e Sifneos, 1976) è multisfaccettato in quanto costituito: dalla difficoltà nell’identificare e descrivere le proprie emozioni (con un vocabolario emotivo limitato), dalla difficoltà nel distinguere i sentimenti emotivi dalle sensazioni corporee, uno “stile di pensiero orientato all’esterno”, un’immaginazione e attività fantasmatica limitata. Per comprendere a pieno l’alessitimia, è importante capire la differenza tra emozioni (emotions) e sentimenti (feelings). Le emozioni (emotions) sono risposte biologiche innate che sono mediate dal sistema nervoso centrale. Sono spesso accompagnate da cambiamenti fisici, come il battito cardiaco accelerato, la sudorazione o la tensione muscolare. Le emozioni sono fondamentali per la sopravvivenza della specie, poiché ci aiutano a rispondere a situazioni di pericolo o di stress. I sentimenti (feelings), invece, sono esperienze soggettive che si basano sulle emozioni. Sono mediati dal cervello e dipendono da fattori individuali, come la cultura, le esperienze personali e le credenze. I sentimenti ci aiutano a comprendere e interpretare le nostre emozioni. Le persone alessitimiche hanno difficoltà a comprendere e interpretare i loro sentimenti. Possono provare emozioni, ma non sono in grado di identificarle o di descriverle in modo appropriato. Possono anche avere difficoltà a comprendere le emozioni degli altri (Taylor, 2004). Bibliografia Caretti, V., & La Barbera, D. (2005). Alessitimia. Valutazione e trattamento. Roma: Astrolabio Nemiah, J. C., Freyberger, H., & Sifneos, P. E. (1976). Alexithymia: A view of the psychosomatic process. In O. W. Hill (Ed.), Modern trends in psychosomatic medicine (Vol. 3; pp. 430-439). London: Butterworths. Sifneos, P. E. (1973). The prevalence of “alexithymic” characteristics in psychosomatic patients. Psychotherapy and Psychosomatics, 22(2-6), 255–262. Taylor, G. J. (2004). Alexithymia: 25 years of theory and research. In I. Nyklíček, L. Temoshok, & A. Vingerhoets (Eds.), Emotional expression and health: Advances in theory, assessment and clinical applications (pp. 137–153). Brunner-Routledge. Taylor, G. J., Bagby, R. M., & Parker, J. D. (1991). The alexithymia construct: A potential paradigm for psychosomatic medicine. Psychosomatics: Journal of Consultation and Liaison Psychiatry, 32(2), 153–164.

Sensation seeking: il piacere nel rischio

Che cos’è la sensation seeking? L’essere umano è sempre stato attratto dall’idea dell’avventura e dell’eccitazione; per alcune persone, però, questa ricerca di stimolazione è più spasmodica che per altre. La tendenza verso la ricerca del rischio ha interessato diversi studiosi ricercatori nel campo della psicologia, portando alla formulazione del concetto di “sensation seeking”. La ricerca di sensazioni, chiamata appunto sensation seeking, rappresenta uno dei motivi impliciti che può spingere un individuo a preferire attività rischiose nella scelta di come impiegare il proprio tempo. Questa spinta motivazionale è direttamente correlata alla ricerca di novità (novelty seeking) e si riflette nella volontà di percepire sensazioni nuove ed intense.  La sensation seeking, nello specifico, è un tratto di personalità che fa riferimento alla ricerca di esperienze nuove e complesse e alla volontà di correre dei rischi correlati alle emozioni intense che ne possono scaturire. Per i sensation seeker, ovvero le persone che ricercano questo tipo di stimoli, non è importante il risultato finale dell’attività, bensì il piacere provato nell’affrontare e padroneggiare la situazione rischiosa. Ad esempio, non sarà fondamentale raggiungere la vetta, ma arrampicarsi privi dei necessari supporti in luoghi poco agevoli.  Differenze individuali  Marvin Zuckerman, professore presso l’Università del Delaware, ha individuato per primo la sensation seeking, descrivendola come “un tratto definito dalla ricerca di comportamenti a rischio, sensazioni ed esperienze varie e intense, e dalla disponibilità a correre rischi fisici, sociali, legali e finanziari, per il piacere di tali situazioni”. La sua spiegazione alla base della sensation seeking si basa un modello in cui fattori genetici, biologici, psicofisiologici e sociali si trovano ad interagire tra loro, influenzando così le preferenze individuali ed i conseguenti comportamenti ed atteggiamenti. Diversi studi, tra cui si possono citare nuovamente quelli di Zuckerman, hanno fatto emergere una differenza significativa che contraddistingue le persone con un alto livello di ricerca di sensazioni: l’arousal. L’arousal, ossia il livello di attivazione del sistema nervoso, risulta essere tendenzialmente più elevato in queste persone e ciò porta ad una necessità di sensazioni più intense per raggiungere il loro livello ottimale di eccitazione e poter percepire la stimolazione. Caratteristiche della sensation seeking Al fine di valutare le differenze individuali nella stimolazione sensoriale necessaria per potersi sentire attivati, Zuckman ha elaborato una scala specifica, la Sensation Seeking Scale. Tale questionario è stato elaborato strutturando il costrutto in quattro differenti componenti: Ricerca di brivido e d’avventura (thrill and adventure seeking): riflette una tendenza a favorire attività rischiose nell’impiego del proprio tempo libero che portino a sensazioni forti; Ricerca di esperienze (experience seeking): riguarda il desiderio di provare nuove attività stimolanti di differenti tipi che riflettano una diversità ed un’originalità; Disinibizione (disinhibition): fa riferimento ad una tendenza a liberarsi delle inibizioni in differenti contesti sociali attraverso, ad esempio, comportamenti eccessivi durante le feste, comportamenti sessuali promiscui, elevato consumo di alcolici; Suscettibilità alla noia (boredom susceptibility): indica una tendenza ad evitare tutto ciò che può apparire monotono e ripetitivo, il che comprende l’esclusione di vari eventi e contesti sociali ma anche di persone ritenute noiose. Conclusioni Un alto livello di sensation seeking può portare le persone ad essere più aperte a nuove esperienze, a viaggi avventurosi con conseguente conoscenza del mondo e delle varie culture, può anche portare ad una maggiore creatività, innovazione e successo personale. Tuttavia, la scarsa percezione del rischio, o meglio la ricerca attiva dello stesso, può comportare anche rischi significativi. La ricerca di sensazioni, infatti, potrebbe portare le persone ad un’inclinazione verso comportamenti pericolosi, quali abuso di sostanze o guida spericolata, i quali potrebbero causare grandi rischi per la propria salute. Inoltre, sono emerse correlazioni anche con una maggiore vulnerabilità riguardante la salute mentale, in quanto la difficoltà nel trovare attività soddisfacenti nella quotidianità potrebbe portare a sintomi ansioso-depressivi. Bibliografia  De Beni, R., Carretti, B., Moe, A., & Pazzaglia, F. (2008). Psicologia della personalità e delle differenze individuali (pp. 1-229). Il mulino. Earleywine, M., & Finn, P. R. (1991). Sensation seeking explains the relation between behavioral disinhibition and alcohol consumption. Addictive behaviors, 16(3-4), 123-128. Kish, G. B., & Donnenwerth, G. V. (1969). Interests and stimulus seeking. Journal of Counseling Psychology, 16(6), 551. Malkin, M. J., & Rabinowitz, E. (1998). Sensation seeking and high-risk recreation. Parks and Recreation, 33(7), 34-40. Zuckerman, M. (1971). Dimensions of sensation seeking. Journal of consulting and clinical psychology, 36(1), 45. Zuckerman, M. (1984). Sensation seeking: A comparative approach to a human trait. Behavioral and brain sciences, 7(3), 413-434. Zuckerman, M. (1994). Behavioral expressions and biosocial bases of sensation seeking. Cambridge university press. Zuckerman, M. (2014). Sensation seeking (psychology revivals): Beyond the optimal level of arousal. Psychology Press. Zuckerman, M., 1979. Sensation seeking: beyond the optimal level of arousal. L. Erlbaum Associates. Zuckerman, M., Eysenck, S. B., & Eysenck, H. J. (1978). Sensation seeking in England and America: cross-cultural, age, and sex comparisons. Journal of consulting and clinical psychology, 46(1), 139.

“L’Importanza dell’Autostima nella Tua Vita”

di Viviana Loffredo L’autostima è un aspetto fondamentale della nostra salute mentale e del nostro benessere emotivo. Rappresenta il modo in cui ci percepiamo e il valore che attribuiamo a noi stessi. Un’adeguata autostima è essenziale per affrontare le sfide della vita, costruire relazioni sane e realizzare i nostri obiettivi. Cos’è l’autostima? L’autostima è la fiducia e il rispetto che nutriamo per noi stessi. Si basa sulle nostre percezioni e valutazioni personali, influenzate dall’esperienza di vita, dall’educazione, dalle relazioni e dalle realizzazioni personali. Un’alta autostima è spesso associata a un senso di sicurezza, capacità di prendere decisioni consapevoli e affrontare le sfide con resilienza. Importanza dell’autostima: 1. Relazioni Salutari: Un’adeguata autostima è cruciale per costruire relazioni sane. Quando ci amiamo e rispettiamo, siamo più propensi a stabilire relazioni basate sul rispetto reciproco e sulla comunicazione aperta. 2. Successo Personale: Un’autostima sana è un catalizzatore per il successo personale. Le persone con una buona autostima sono più propense a fissare obiettivi ambiziosi e a lavorare per raggiungerli. 3. Salute Mentale: Una bassa autostima è spesso correlata a problemi di salute mentale come l’ansia e la depressione. Al contrario, una sana autostima può contribuire a una migliore salute mentale. 4. Resilienza: L’autostima è un fattore chiave nella resilienza. Le persone con una buona autostima affrontano meglio le avversità e si riprendono più rapidamente dalle delusioni. Come sviluppare l’autostima: 1. Autocoscienza: Comincia con l’autocoscienza. Riconosci i tuoi punti di forza e le aree in cui desideri migliorare. 2. Accetta i Fallimenti: Accetta che i fallimenti fanno parte della vita. Impara dalle tue esperienze senza giudicarti duramente. 3. Comunicazione Positiva: Sii gentile con te stesso nella tua conversazione interna. Sostituisci pensieri negativi con affermazioni positive. 4. Imparare a Dire No: Impara a stabilire confini sani e dire “no” quando è necessario. Rispettare i tuoi bisogni è un segno di autostima. 5. Cura di Te Stesso: Fisicamente ed emotivamente. Mangia sano, fai esercizio fisico e dedica del tempo alle tue passioni. 6. Cerca Supporto: Non esitare a cercare il supporto di amici, familiari o professionisti se hai bisogno di aiuto nell’aumentare la tua autostima. L’autostima è un elemento chiave per una vita soddisfacente e appagante. Investire nel tuo sviluppo personale, nella tua autostima e nella tua fiducia in te stesso può fare una differenza significativa nelle tue relazioni, nel tuo successo e nel tuo benessere generale. Ricorda, sei un individuo unico e prezioso, e meritare il rispetto e l’amore, in primo luogo da te stesso.