Il disturbo ossessivo-compulsivo in età evolutiva

Il disturbo ossessivo-compulsivo: inquadramento diagnostico e trattamento Il disturbo ossessivo-compulsivo (DOC) è caratterizzato da ossessioni e compulsioni che interferiscono con il normale sviluppo cognitivo e sociale del bambino, compromettendone le prestazioni scolastiche e le relazioni sociali. Le ossessioni sono pensieri, impulsi, immagini ricorrenti e persistenti, vissuti come intrusivi, che causano ansia o disagio marcati. In età evolutiva, le ossessioni più frequenti possono essere collegate a timori di contaminazione, timori di farsi del male o di fare del male a qualcuno, bisogno di simmetria ed ordine. Le compulsioni, invece, possono essere mentali (ad esempio pregare, contare, ripetere parole nella mente) o comportamentali (lavarsi le mani, riordinare, controllare). La persona si sente obbligata a mettere in atto questi comportamenti in risposta ad un’ossessione. In età evolutiva le compulsioni riguardano principalmente rituali di controllo, lavaggio, ordine, simmetria. Per identificare un comportamento di natura ossessiva-compulsiva vanno osservati: il tempo, in quanto le ossessioni e le compulsioni comportano una notevole perdita di tempo; il contenuto bizzarro; il disagio provato in quanto i sintomi compromettono la qualità di vita del bambino e della famiglia. La diagnosi in età evolutiva E’ fondamentale, soprattutto in età evolutiva, diagnosticare ed intervenire precocemente affinché il disturbo non si cronicizzi nel tempo. La differenza tra il disturbo che si manifesta in età evolutiva e in età adulta sta nell’insight: i bambini non riconoscono come irragionevoli le loro ossessioni e compulsioni e, spesso, minimizzano i sintomi per paura o per sensi di colpa. Ciò può ostacolare non soltanto la diagnosi, ma anche la pianificazione dell’intervento. Come intervenire? Il trattamento d’elezione del DOC risulta essere la terapia cognitivo-comportamentale. Lo scopo non è soltanto quello di ridurre i sintomi ossessivi e compulsivi, ma migliorare la qualità di vita del bambino e della sua famiglia. La terapia è quindi orientata anche al miglioramento dell’autostima, delle abilità sociali, delle relazioni familiari e del funzionamento scolastico del bambino/adolescente. E’ molto importante coinvolgere nella terapia i genitori o altre figure educative che ruotano intorno al bambino per eliminare le risposte comportamentali che rinforzano i sintomi del DOC promuovendo il ricorso a strategie di problem solving adeguate.

L’alessitimia

Il termine alessitimia o alexitimia deriva dal greco (a- significa «mancanza», lexis «parola» e thymos «emozione») con il significato di “mancanza di parola per esprimere le emozioni” ed è stato coniato da Sifneos nel 1973 successivamente ad una serie di colloqui effettuati con pazienti con malattie psicosomatiche classiche. Ad oggi, possiamo definire l’alessitimia un costrutto dimensionale o tratto di personalità (Taylor, Bagby, Parker, 1991). Le persone alessitimiche hanno difficoltà a mentalizzare i propri stati mentali interni e per questo possono avere difficoltà a gestire le proprie emozioni in modo sano. Possono essere più propensi a reagire in modo impulsivo o compulsivo (ad esempio abbuffarsi di cibo o l’abuso di sostanze) (Caretti, La Barbera, 2005). Il concetto di alessitimia (Nemiah, Freybarger e Sifneos, 1976) è multisfaccettato in quanto costituito: dalla difficoltà nell’identificare e descrivere le proprie emozioni (con un vocabolario emotivo limitato), dalla difficoltà nel distinguere i sentimenti emotivi dalle sensazioni corporee, uno “stile di pensiero orientato all’esterno”, un’immaginazione e attività fantasmatica limitata. Per comprendere a pieno l’alessitimia, è importante capire la differenza tra emozioni (emotions) e sentimenti (feelings). Le emozioni (emotions) sono risposte biologiche innate che sono mediate dal sistema nervoso centrale. Sono spesso accompagnate da cambiamenti fisici, come il battito cardiaco accelerato, la sudorazione o la tensione muscolare. Le emozioni sono fondamentali per la sopravvivenza della specie, poiché ci aiutano a rispondere a situazioni di pericolo o di stress. I sentimenti (feelings), invece, sono esperienze soggettive che si basano sulle emozioni. Sono mediati dal cervello e dipendono da fattori individuali, come la cultura, le esperienze personali e le credenze. I sentimenti ci aiutano a comprendere e interpretare le nostre emozioni. Le persone alessitimiche hanno difficoltà a comprendere e interpretare i loro sentimenti. Possono provare emozioni, ma non sono in grado di identificarle o di descriverle in modo appropriato. Possono anche avere difficoltà a comprendere le emozioni degli altri (Taylor, 2004). Bibliografia Caretti, V., & La Barbera, D. (2005). Alessitimia. Valutazione e trattamento. Roma: Astrolabio Nemiah, J. C., Freyberger, H., & Sifneos, P. E. (1976). Alexithymia: A view of the psychosomatic process. In O. W. Hill (Ed.), Modern trends in psychosomatic medicine (Vol. 3; pp. 430-439). London: Butterworths. Sifneos, P. E. (1973). The prevalence of “alexithymic” characteristics in psychosomatic patients. Psychotherapy and Psychosomatics, 22(2-6), 255–262. Taylor, G. J. (2004). Alexithymia: 25 years of theory and research. In I. Nyklíček, L. Temoshok, & A. Vingerhoets (Eds.), Emotional expression and health: Advances in theory, assessment and clinical applications (pp. 137–153). Brunner-Routledge. Taylor, G. J., Bagby, R. M., & Parker, J. D. (1991). The alexithymia construct: A potential paradigm for psychosomatic medicine. Psychosomatics: Journal of Consultation and Liaison Psychiatry, 32(2), 153–164.

Sensation seeking: il piacere nel rischio

Che cos’è la sensation seeking? L’essere umano è sempre stato attratto dall’idea dell’avventura e dell’eccitazione; per alcune persone, però, questa ricerca di stimolazione è più spasmodica che per altre. La tendenza verso la ricerca del rischio ha interessato diversi studiosi ricercatori nel campo della psicologia, portando alla formulazione del concetto di “sensation seeking”. La ricerca di sensazioni, chiamata appunto sensation seeking, rappresenta uno dei motivi impliciti che può spingere un individuo a preferire attività rischiose nella scelta di come impiegare il proprio tempo. Questa spinta motivazionale è direttamente correlata alla ricerca di novità (novelty seeking) e si riflette nella volontà di percepire sensazioni nuove ed intense.  La sensation seeking, nello specifico, è un tratto di personalità che fa riferimento alla ricerca di esperienze nuove e complesse e alla volontà di correre dei rischi correlati alle emozioni intense che ne possono scaturire. Per i sensation seeker, ovvero le persone che ricercano questo tipo di stimoli, non è importante il risultato finale dell’attività, bensì il piacere provato nell’affrontare e padroneggiare la situazione rischiosa. Ad esempio, non sarà fondamentale raggiungere la vetta, ma arrampicarsi privi dei necessari supporti in luoghi poco agevoli.  Differenze individuali  Marvin Zuckerman, professore presso l’Università del Delaware, ha individuato per primo la sensation seeking, descrivendola come “un tratto definito dalla ricerca di comportamenti a rischio, sensazioni ed esperienze varie e intense, e dalla disponibilità a correre rischi fisici, sociali, legali e finanziari, per il piacere di tali situazioni”. La sua spiegazione alla base della sensation seeking si basa un modello in cui fattori genetici, biologici, psicofisiologici e sociali si trovano ad interagire tra loro, influenzando così le preferenze individuali ed i conseguenti comportamenti ed atteggiamenti. Diversi studi, tra cui si possono citare nuovamente quelli di Zuckerman, hanno fatto emergere una differenza significativa che contraddistingue le persone con un alto livello di ricerca di sensazioni: l’arousal. L’arousal, ossia il livello di attivazione del sistema nervoso, risulta essere tendenzialmente più elevato in queste persone e ciò porta ad una necessità di sensazioni più intense per raggiungere il loro livello ottimale di eccitazione e poter percepire la stimolazione. Caratteristiche della sensation seeking Al fine di valutare le differenze individuali nella stimolazione sensoriale necessaria per potersi sentire attivati, Zuckman ha elaborato una scala specifica, la Sensation Seeking Scale. Tale questionario è stato elaborato strutturando il costrutto in quattro differenti componenti: Ricerca di brivido e d’avventura (thrill and adventure seeking): riflette una tendenza a favorire attività rischiose nell’impiego del proprio tempo libero che portino a sensazioni forti; Ricerca di esperienze (experience seeking): riguarda il desiderio di provare nuove attività stimolanti di differenti tipi che riflettano una diversità ed un’originalità; Disinibizione (disinhibition): fa riferimento ad una tendenza a liberarsi delle inibizioni in differenti contesti sociali attraverso, ad esempio, comportamenti eccessivi durante le feste, comportamenti sessuali promiscui, elevato consumo di alcolici; Suscettibilità alla noia (boredom susceptibility): indica una tendenza ad evitare tutto ciò che può apparire monotono e ripetitivo, il che comprende l’esclusione di vari eventi e contesti sociali ma anche di persone ritenute noiose. Conclusioni Un alto livello di sensation seeking può portare le persone ad essere più aperte a nuove esperienze, a viaggi avventurosi con conseguente conoscenza del mondo e delle varie culture, può anche portare ad una maggiore creatività, innovazione e successo personale. Tuttavia, la scarsa percezione del rischio, o meglio la ricerca attiva dello stesso, può comportare anche rischi significativi. La ricerca di sensazioni, infatti, potrebbe portare le persone ad un’inclinazione verso comportamenti pericolosi, quali abuso di sostanze o guida spericolata, i quali potrebbero causare grandi rischi per la propria salute. Inoltre, sono emerse correlazioni anche con una maggiore vulnerabilità riguardante la salute mentale, in quanto la difficoltà nel trovare attività soddisfacenti nella quotidianità potrebbe portare a sintomi ansioso-depressivi. Bibliografia  De Beni, R., Carretti, B., Moe, A., & Pazzaglia, F. (2008). Psicologia della personalità e delle differenze individuali (pp. 1-229). Il mulino. Earleywine, M., & Finn, P. R. (1991). Sensation seeking explains the relation between behavioral disinhibition and alcohol consumption. Addictive behaviors, 16(3-4), 123-128. Kish, G. B., & Donnenwerth, G. V. (1969). Interests and stimulus seeking. Journal of Counseling Psychology, 16(6), 551. Malkin, M. J., & Rabinowitz, E. (1998). Sensation seeking and high-risk recreation. Parks and Recreation, 33(7), 34-40. Zuckerman, M. (1971). Dimensions of sensation seeking. Journal of consulting and clinical psychology, 36(1), 45. Zuckerman, M. (1984). Sensation seeking: A comparative approach to a human trait. Behavioral and brain sciences, 7(3), 413-434. Zuckerman, M. (1994). Behavioral expressions and biosocial bases of sensation seeking. Cambridge university press. Zuckerman, M. (2014). Sensation seeking (psychology revivals): Beyond the optimal level of arousal. Psychology Press. Zuckerman, M., 1979. Sensation seeking: beyond the optimal level of arousal. L. Erlbaum Associates. Zuckerman, M., Eysenck, S. B., & Eysenck, H. J. (1978). Sensation seeking in England and America: cross-cultural, age, and sex comparisons. Journal of consulting and clinical psychology, 46(1), 139.

“L’Importanza dell’Autostima nella Tua Vita”

di Viviana Loffredo L’autostima è un aspetto fondamentale della nostra salute mentale e del nostro benessere emotivo. Rappresenta il modo in cui ci percepiamo e il valore che attribuiamo a noi stessi. Un’adeguata autostima è essenziale per affrontare le sfide della vita, costruire relazioni sane e realizzare i nostri obiettivi. Cos’è l’autostima? L’autostima è la fiducia e il rispetto che nutriamo per noi stessi. Si basa sulle nostre percezioni e valutazioni personali, influenzate dall’esperienza di vita, dall’educazione, dalle relazioni e dalle realizzazioni personali. Un’alta autostima è spesso associata a un senso di sicurezza, capacità di prendere decisioni consapevoli e affrontare le sfide con resilienza. Importanza dell’autostima: 1. Relazioni Salutari: Un’adeguata autostima è cruciale per costruire relazioni sane. Quando ci amiamo e rispettiamo, siamo più propensi a stabilire relazioni basate sul rispetto reciproco e sulla comunicazione aperta. 2. Successo Personale: Un’autostima sana è un catalizzatore per il successo personale. Le persone con una buona autostima sono più propense a fissare obiettivi ambiziosi e a lavorare per raggiungerli. 3. Salute Mentale: Una bassa autostima è spesso correlata a problemi di salute mentale come l’ansia e la depressione. Al contrario, una sana autostima può contribuire a una migliore salute mentale. 4. Resilienza: L’autostima è un fattore chiave nella resilienza. Le persone con una buona autostima affrontano meglio le avversità e si riprendono più rapidamente dalle delusioni. Come sviluppare l’autostima: 1. Autocoscienza: Comincia con l’autocoscienza. Riconosci i tuoi punti di forza e le aree in cui desideri migliorare. 2. Accetta i Fallimenti: Accetta che i fallimenti fanno parte della vita. Impara dalle tue esperienze senza giudicarti duramente. 3. Comunicazione Positiva: Sii gentile con te stesso nella tua conversazione interna. Sostituisci pensieri negativi con affermazioni positive. 4. Imparare a Dire No: Impara a stabilire confini sani e dire “no” quando è necessario. Rispettare i tuoi bisogni è un segno di autostima. 5. Cura di Te Stesso: Fisicamente ed emotivamente. Mangia sano, fai esercizio fisico e dedica del tempo alle tue passioni. 6. Cerca Supporto: Non esitare a cercare il supporto di amici, familiari o professionisti se hai bisogno di aiuto nell’aumentare la tua autostima. L’autostima è un elemento chiave per una vita soddisfacente e appagante. Investire nel tuo sviluppo personale, nella tua autostima e nella tua fiducia in te stesso può fare una differenza significativa nelle tue relazioni, nel tuo successo e nel tuo benessere generale. Ricorda, sei un individuo unico e prezioso, e meritare il rispetto e l’amore, in primo luogo da te stesso.

La paralisi cerebrale infantile: una diagnosi dalla A alla Z

La paralisi cerebrale infantile (anche nota con l’acronimo PCI) è la causa più comune di disabilità intellettiva in età evolutiva. E’ definita come un gruppo di disordini dello sviluppo del movimento e della postura che causano una limitazione delle attività di deambulazione.  Come si manifesta? Le manifestazioni sono molteplici e variano da soggetto a soggetto, ma solitamente dalle primissime osservazioni compare una debolezza nel tono muscolare ed uno stentato controllo dei movimenti. La sua natura è genetica, i bambini con PCI non percorrono le normali fasi dello sviluppo quanto piuttosto un loro personale sviluppo delle funzioni residue. E’ una condizione permanente e i problemi che ne derivano non possono estinguersi, ma possono modificarsi nel tempo. I bambini apprendono strategie per far fronte alla loro situazione man mano che che crescono e il trattamento spesso determina miglioramenti significativi nelle aree funzionali interessate. I percorsi riabilitativi per questo tipo di disturbo sono sempre personalizzati poichè influenzati dalle risorse residuali e dalle aree di potenziamento. In linea di massima, il primo principale obiettivo posto dalla famiglia quanto dagli specialisti riguarda il raggiungimento di una certa dose di autonomia. Mentre la medicina ha la necessità di individuare le caratteristiche che “inseriscono” un soggetto all’interno di una categoria nosografico-descrittiva, la psicologia ha piuttosto bisogno di evidenziare i tratti esclusivi che danno specificità alla persona e che consentono di strutturare per lei un piano di lavoro individualizzato.  Si può parlare di disabilità intellettiva quando il Q.I. si colloca su un valore al di sotto dei 70-75/100 e le difficoltà specifiche investono più aree: comunicazione, cura di sè, relazione, basse prestazioni scolastiche.  Disabilità intellettiva a scuola La scuola di oggi, per poter essere definita come “scuola inclusiva” è chiamata a rispondere alla varietà di bisogni espressi dagli alunni. A tal proposito, dunque, risulta necessario che all’insegnante vengano forniti strumenti utili per cogliere in tempo le difficoltà riscontrate dall’alunno nonchè provare a sfruttare tutte le risorse dello studente affinchè si avvicini sempre di più alla “normalità”. Gli interventi rispetto a questo tipo di disturbo coinvolgono diverse figure professionali. Nell’interazione col bambino è molto utile l’utilizzo di alcune tecniche volte a favorire l’apprendimento di nuove competenze. In particolare l’insegnante si rifà all’uso di un apprendimento di tipo “sensoriale” attraverso l’uso di plastilina, sabbiera, costruzioni e pittura. Bibliografia Bratton, S.C., Ray, D., Rhine, T., & Jones, L. (2005), “The Efficacy of Play Therapy with Children: A Meta-Analytic Review of Treatment Outcomes”, American Psychological Association, Professional Psychology: Research and Practice, Vol. 36, No. 4, pp. 376-390Celi, F. (2005), “Le nuove tecnologie per il ritardo mentale e i disturbi di apprendimento”, INDIRECrawford, M.R., & Schuster, J.W. (1993), “Using Microswitches to Teach Toy Use”, Journal of Developmental and Physical Disabilities, n. 5, pp. 349-368.De Neri, M. (2004), Neuropsichiatria dell’età evolutiva – Neurofisiopatologia, Psicopatologia dello sviluppo, Clinica e Terapia, Padova: Piccin.Glennen, S.L., & De Coste, D.C. (1997), The Handbook of Augmentative and Alternative Communication, San Diego: Singular Publishing Group.Griffith, M. (2002), “The Educational Benefits of Videogames”, Education and Health, vol. 20, n. 3, pp.47-51.Guerra Lisi, S., La Malfa, G., & Masi, G. (1997), Viaggio nel ritardo mentale – Aspetti clinici e riabilitativi: un modello integrato, Pisa: Edizioni del Cerro.

MARCHE IDEOLOGIE: IL CASO BARILLA

De Martini conia il termine marche ideologie: egli sostiene che al giorno d’oggi una marca vincente è simile a un’ideologia. In questo articolo analizzeremo il caso Barilla. Per farci capire questo concetto usa un esempio in cui chiede a quali di questi eventi CocaCola riuscirebbe a sopravvivere: A causa di una misteriosa catastrofe naturale, nel giro di una notte CocaCola perde tutte le proprie unità produttive A causa di una misteriosa patologia collettiva, tutte le persone al mondo perdono memoria di CocaCola. Il primo evento sarebbe sicuramente un problema, ma una volta ricostruiti gli stabilimenti CocaCola potrebbe riprendere da dove si è interrotto. Il secondo evento è molto più grave perché si perderebbero gli anni in cui CocaCola è riuscita a costruire il proprio capitale di immagine. Questo per un’azienda come CocaCola è ben più pericoloso e nocivo rispetto a un puro danno materiale ed economico.  Le marche ideologie sono quei brand il cui patrimonio culturale di significati e di valori è nettamente più importante rispetto ai propri asset materiali.  De Martini parla di marche-istituzione, cioè quelle marche che meglio di altri hanno saputo individuare un bisogno profondo e condiviso e hanno saputo costruire una serie di ideali a partire dall’identificazione di esso. Vediamo ora come Barilla è entrata a far parte delle marche ideologie, considerando l’evoluzione della sua comunicazione: A fine anni ’60, la comunicazione passa su Carosello, è presente un’esibizione di Mina che canta ed è una pubblicità molto lunga in quanto c’è una spiegazione di come si prepara la pasta Il brand diventa colui che offre uno spettacolo (esibizione di Mina che canta), viene usato un testimonial che promuove l’italianità della pasta (Mina è la voce d’Italia, dunque Barilla è la pasta d’Italia) e il focus è sul prodotto e sugli aspetti funzionali (si sottolinea il tempo di cottura). 2. Negli anni ’70-’80 si introduce l’elemento della famiglia, del pranzo come tipico momento italiano, la gioia del mangiare insieme. Si mette in scena un rituale, cioè quello dell’Italia della periferia e della provincia in cui tutti a mezzogiorno si fermano per la pausa pranzo. L’ideologia di Barilla inizia ad avere gli elementi tipici della cerimonia e sacralità. Tuttavia, non sparisce del tutto l’aspetto funzionale, che torna sul finale. 3. Negli anni ’80 si toccano note più emotive rispetto agli spot precedenti. Si lancia lo slogan “Dove c’è Barilla c’è casa”. Si parla poco del prodotto, ma c’è un’associazione tra Barilla e la casa. Barilla mette qui a punto la sua ideologia: “Barilla è casa ed è famiglia“. 4. Negli anni ’90-2000, Barilla porta avanti il suo messaggio, adattandolo ai cambiamenti del contesto storico e sociale caratterizzato dalla diffusione delle prime tecnologie. Lo spot mostra una coppia lontana ma che si sente vicina perché mangia la stessa pasta.  5. Negli anni 2000, lo spot riprende Mina e quindi l’elemento dell’italianità, mettendo un focus sulle radici e sulla tradizioni 6. Nel 2013, Guido Barilla durante un’intervista dice “Sono per la famiglia tradizionale”. Se fosse successo qualche anno prima magari ci sarebbe stato un minore effetto, ma nel 2013 anche per la presenza dei social media quest’affermazione determina uno scandalo.   7. Nel 2015, si realizza un’altra pubblicità dove c’è una famiglia “diversa” (nello spot, infatti, ci sono solo padre e figlia). 8. Nel 2018, c’è un’altra polemica perché ci si accorge che sui pacchi di pasta c’è scritto che non tutto il grano utilizzato è grano italiano (in quest’epoca c’è un’attenzione particolare al Made in Italy). Si realizza un nuovo spot in cui c’è un nuovo slogan, non c’è più la frase “Dove c’è Barilla c’è casa”, ma c’è la promozione di una nuova linea di pasta fatta solo con grano italiano (in risposta alla polemica). Tuttavia, è una pubblicità molto diversa da tutte quelle precedenti e si perde un po’ l’ideologia storica di Barilla. Sembra più una risposta a una polemica e non un cambiamento di direzione preso con cognizione di causa. Si uniscono troppi elementi nuovi e sembra che la cosa più importante non sia più che “Pasta è casa”, ma il legame tra Barilla e l’italianità.  9. Infine, nel 2022 Barilla ha anche cambiato logo. Nel nuovo logo compare la scritta “dal 1877”. Forse Barilla sta cambiando la sua ideologia, legandola più al concetto di tradizione italiana e non più casa e famiglia. BIBLIOGRAFIA De Martini, A. (2017). Brand Narrative Strategy: il segreto dell’onda. Milano: Franco Angeli

Travel Therapy

La valenza terapeutica del viaggio è stata al centro di varie ricerche scientifiche, che hanno indagato come, a livello neurale e psicologico, l’esplorazione abbia un impatto positivo sul benessere mentale.  In generale, i ricercatori concordano riguardo al fatto che il cambio di scenario abbia una sorta di effetto domino sull’umore, stimolando gli ormoni della felicità e generando quindi un senso di serenità che si propaga in tutto il corpo.  Da notare che, quando si viaggia, complice il cambio di abitudini, ritmi, cultura e ambiente, si tende a reagire in modo diverso agli imprevisti e ai problemi che possono presentarsi nel corso di una vacanza. Quello che, nella vita di tutti i giorni, potrebbe essere un’ulteriore fonte di stress, durante un viaggio viene spesso gestito in modo decisamente più rilassato. L’effetto benefico del viaggio sembrerebbe essere immediato. Secondo un’indagine condotta da Expedia e Research Now e pubblicata dall’Ansa, il 31 % degli italiani afferma di sentirsi soddisfatto subito dopo aver prenotato una vacanza e il 48% dice di percepire sensazioni positive al termine dell’acquisto. Questa sensazione di benessere riemerge al momento della partenza. Questa progressiva presa di coscienza dei benefici del viaggio sulla psiche ha dato origine a una nuova mini-sezione della psicologia che viene definita “travel therapy”. Come l’espressione suggerisce, si tratta di una sorta di terapia finalizzata ad aiutare le persone a sopravvivere ai momenti di disagio, una via di guarigione per coloro che, in un dato momento della loro esistenza, si sono sentiti smarriti, confusi, bisognosi di trovare risposte ai loro dubbi. Viaggiare diviene così una sorta di terapia psicologica volta a ritrovare sé stessi, per guarire le ferite dell’anima e per superare i propri limiti, in modo che, al ritorno, ci si senta pronti per affrontare un nuovo capitolo della propria esistenza.  In questi percorsi tesi al conseguimento del benessere psicologico, l’individuo svolge un’attività introspettiva che lo porta a esplorare le proprie emozioni e sensazioni, fino a raggiungere l’obiettivo, che è quello di rigenerarsi e migliorare la propria qualità di vita.

Le trame psicologiche dell’apprendimento

La persona è nata per apprendere, ma deve preparsi a farlo. Maria Anna Formisano Sin dalla nascita siamo immersi in un mondo fatto suoni, odori, sapori, figure, oggetti e volti. I nostri sensi ci aprono al mondo e a varie esperienze che, passo dopo passo, lasciano una traccia nella nostra mente. Non c’è dubbio che, nel corso dello sviluppo, il cervello ha bisogno di fare diverse esperienze, affinchè si sviluppino connessioni anche in altre aree. Pensare, ragionare, ricordare, parlare e percepire sono alcuni dei processi coinvolti che si intrecciano con le trame dell’apprendimento. Poichè la nostra mente assorbe milioni di informazioni, è molto importante conoscere le trame psicologiche dell’apprendimento, che stimolano la curiosità, il dubbio e a volte anche l’incertezza,ma vale comunque la pena di conoscerle. Le trame psicologiche dell’apprendimento Se l’ intelligenza e le altre attitudini incidono sull’apprendimento è anche vero che le trame psicologiche hanno la stessa influenza. L’apprendimento si distingue per le sue trame psicologiche. Esistono alcune “trame” che possono essere qui sintetizzate: a) l’autopercezione b) la consapevblezza emotiva c) la motivazione L’autopercezione è un processo di interpretazione che la persona fa di sè stesso, delle proprie azioni e delle proprie emozioni. L’autopercezione varia da soggetto a soggetto. Avere una buona percezione di se stessi è fondamentale per riuscire nell’apprendimento. Ricordiamo sempre le parole di Edward de Bono quando afferma che: non dobbiamo fidarci troppo della percezione immediata. Possono esserci anche cose di grandissimo valore positivo, ma che non risultano affatto evidenti a prima vista. La consapevolezza emotiva fa riferimento al giusto equilibrio delle emozioni e soprattutto alla capacità dell’individuo di gestire anche le emozioni negative. L’uso più attento che si possa fare dell nostra vita è prendere consapevolezza delle nostre emozioni. Dovremmo gestire le nostre emozioni, evitando come diceva Gandhi: il potere di autosuggestione che, spesso è così forte, che un uomo finisce per diventare quello che crede di essere. La motivazione è la vera spinta ad agire, senza esitazioni, evitando di preocciparsi non tanto del risultato, ma di ciò che si conosce, man mano che si apprende. Ogni apprendimento nasce da una motivazione. La motivazione nasce sempre da un perchè. E ricordiamoci sempre che, si puo cercare di fare cose, che non si è capaci di fare, per imparare come farle (Pablo Picasso). Conclusioni Quando apprendiamo realizziamo noi stessi. Evitiamo, quindi, di concentrarci sulle aspettative e cominciamo ad esplorare le vere trame psicologiche, che senza dubbio ci fanno sentire il nostro mondo interiore. L’effetto delle trame psicologiche è la loro influenza sull’apprendimento. Dopo aver analizzato una trama psicologica si rimane stupiti dei poteri della nostra mente. Le trame psicologiche nell’apprendimento rappresentano la vera confessione della nostra mente, modulata da variabili culturali, sociali e biologiche, che incidono profondamente sull’individuo. Lo scopo dell’apprendimento è la crescita, e la nostra mente, a differenza del nostro corpo, può continuare a crescere fintanto che continuiamo a vivere (Mortimer J. Adler).

Uomini Altamente Sensibili

di Federico Rossi Cosa significa essere un (vero) uomo?In fondo un uomo non è che un essere umano che dimora all’interno di un corpo maschile. Spessoquesto ce lo dimentichiamo.Siamo un po’ tutti vittime del patriarcato, di questa mascolinità tossica che contraddistingue lanostra società. Ma non solo. Siamo anche vittime del matriarcato, di una femminilità avvelenatadalla stessa spasmodica brama di controllo del suo equivalente maschile. Entrambi condividono illoro scopo: acquisire potere per dominare e trionfare sul mondo, negando, di fatto, i propri limiti ele proprie oscurità.L’essere umano appena nato aspira naturalmente ad essere onnipotente fin dalla nascita e dai primirapporti con il caregiver. Nel tempo e col tempo, questo suo bisogno egocentrico deve fare i conticon il principio di realtà, con l’osmotico confronto con se stesso e ciò che lo circonda. Diconseguenza non resta che innalzare difese, sviluppare fantasie, scendere a patti con se stessi, leproprie vulnerabilità ed i vissuti inaccettabili che spesso ci portano ad agire come chi dovremmoessere, piuttosto che come siamo.Non è cosa semplice essere realmente autentici quando alla libertà d’animo si contrappongonoresistenze ed ostacoli psicologici, personali, sociali e culturali. Da questi attriti e divergenzeemergono perpetui conflitti, in cui il ‘divenire’ diventa lotta costante verso il mondo e se stessi, unlusso riservato a pochissimi, un miracolo di vita che germoglia e si sviluppa per essere poi acquisitorealmente soltanto nel corso della vita.Come disse lo Psicoanalista Svizzero Carl G. Jung: “Il privilegio di una vita è diventare chi seiveramente.”Lo sa bene l’uomo, quello altamente sensibile, che lotta costantemente contro uno stereotipomaschile che spesso non ha nulla a che vedere con la sua natura.Durante la crescita l’uomo si trova immerso e trascinato dalle correnti gravitazionali del suo sesso,imbevuto di preconcetti costruiti, che trovano le loro radici nell’inconsapevolezza della gente, mache tuttavia ne determinano il comportamento.Il patriarcato in fondo è proprio questo, un sistema di potere che stabilisce una gerarchia basatasulla presunta superiorità degli uomini rispetto alle altre identità di genere, portando adiscriminazioni, pregiudizi culturali e limitazioni nell’accesso alle posizioni di potere per chi non siidentifica come maschio eterosessuale. Questo sistema permea la società moderna, influenzando lenorme culturali e coinvolgendo tutti gli individui, incluse le donne, poiché crescono immerse inquesta cultura patriarcale.Ne deriva la concettualizzazione di una ‘mascolinità tossica’, funzionale al mantenimento del primomodello dominante, ma che ha subito cambiamenti nel corso del tempo. L’origine del termine risaleagli anni ’80, quando lo psicologo Shepherd Bliss lo coniò per la prima volta. Secondo uno studiopubblicato nel Journal of School of Psychology, la mascolinità tossica è definita come: “l’insieme ditratti maschili socialmente regressivi che promuovono il dominio, la denigrazione delle donne,l’omofobia e la violenza insensata.”Questa visione tossica della mascolinità può essere suddivisa in alcune caratteristiche chiave:→ Durezza: Gli uomini sono spinti a mostrare forza fisica, insensibilità emotiva ecomportamenti aggressivi.→ Anti femminilità: Gli uomini dovrebbero respingere tutto ciò che è considerato femminile,inclusa l’espressione emotiva e l’accettazione d’aiuto.→ Potere: Gli uomini sono incoraggiati a cercare il potere e lo status (sia sociale chefinanziario) per ottenere il rispetto altrui.La mascolinità tossica, spesso definita come machismo, si manifesta attraverso una serie dicomportamenti che possono avere conseguenze dannose, non solo per gli uomini ma per tutti,indipendentemente dal genere o dall’identità di genere.Chi abbraccia questa visione di mascolinità:X Mostra una mancanza di connessione emotiva con se stesso e gli altri.X Evita il confronto, preferendo mantenere il controllo e prendere decisioni unilateralmente.X Ha difficoltà a chiedere aiuto quando ne ha bisogno.Si crea così una figura mitologica e totemica presa a modello, in assenza di altri riferimenti, dalsesso maschile. Una sorta di lobby non dichiarata, in cui determinati gruppi ed individui nonpossono che godere di vantaggi significativi. Ne sono avvantaggiati ad esempio i soggetti cherispecchiano i tratti della “triade oscura” (narcisismo, machiavellismo e psicopatia), come moltisoggetti “tradizionalisti”, fino ad arrivare alle imponenti strutture di potere, come le corporazioni. Imedia spesso amplificano questi ideali, mentre settori quali la tecnologia e la sanità possonoinvolontariamente perpetuarli. Non da ultimi la religione e lo sport sovente consolidano questenorme, sostenendo visioni conservatrici o fondamentaliste.Siamo tutti testimoni di una società che è vittima ed artefice di un’esacerbata industrializzazione edi una cultura consumistica “usa e getta” post-industriale, in cui si segue un percorso di intensaoggettificazione umana, grazie al quale la parola “successo” è sinonimo di status e ricchezzamateriale. Ciò non può che portare ad un contesto con una maggioranza insoddisfatta, in cui glisforzi per incarnare l’ideale di “vero uomo” nella società attuale rischiano di vacillare e crollare. E’una condizione paradossale, soprattutto se si tiene presente quanto, durante l’epoca georgiana(1714-1830) prima della Rivoluzione Industriale, la mascolinità era associata a saggezza, virtuositàe libera espressione emotiva, contrapponendosi drasticamente alle successive concezioni industrialie belliche di virilità. Tuttavia, per riscrivere queste norme, gli uomini necessitano del supporto delledonne, che li accettino per ciò che sono veramente. Hanno bisogno di accettare e che vengaaccettata la propria sensibilità, ma anche dell’incoraggiamento empatico e comprensivo da parte dialtri uomini.Di tale cambiamento di mentalità gioverebbero tutti, single e famiglie, soprattutto in salute. Datialla mano dimostrano che, nonostante gli uomini abbiano minori diagnosi di disturbi d’ansia odepressivi rispetto alle donne (segno in questo caso di un trattamento ricevuto dalla società piùadeguato ai loro bisogni e desideri), essi presentano un tasso di suicidio significativamentesuperiore alle stesse, salendo al 77% dei casi negli USA. Il sesso maschile è inoltre più suscettibilealle dipendenze, oltre che rappresentare circa il 93% della popolazione carceraria. Questi numerisorprendenti sono rimarcati anche dal fatto che che gli uomini vivono in media 5-10 anni in menodelle donne. Il dott. Thomas Perls, professore alla School of Medicine dell’Università di Boston,sostiene che circa il 70% di questa differenza nell’aspettativa di vita sia attribuibile allo stile di vitaed ai fattori ambientali, mentre solo il 30% a fattori biologici. Questa teoria è corroborata daulteriori studi su monaci e suore del dott. Marc Luys, tramite i quali si coglie che in quei casi lalongevità è risultata quasi identica tra i due sessi, grazie a uno stile di vita simile e regolamentato.Come conseguenza all’imperare di queste “pre-concezioni” maschili, l’uomo (con più o menosensibilità) non può che ritrovarsi costretto a seguire tali ideali,

Chiediamo ai bambini: Chi vuoi essere da grande?

Chiediamo ai bambini: Chi vuoi essere da grande? “E son sempre stata abituata a dire ciò che faccio, che quando mi hanno chiesto chi sono non ho saputo rispondere”. Durante una seduta, G. mi ripete più volte che non sa spiegarsi perché la sua migliore amica continua a tenerci così tanto a lui. È senso di colpa quello che emerge, mentre racconta che lei è sempre pronta a fare qualcosa, alle sue richieste d’aiuto. Al contrario, però, lei non gli chiede di fare nulla. <<Dove hai imparato che l’amore passa per l’azione?>> – gli chiedo. Il primo giorno di terapia personale, il dott. P. mi chiede:<<Beh, e tu chi sei?>>. Ho balbettato goffamente la mia laurea, citato il master post-laurea e l’ennesimo nuovo corso di studi intrapreso. Dopo qualche minuto di silenzio, credo di aver timidamente accennato all’associazione in cui, di tanto in tanto, facevo qualche valutazione psicodiagnostica. Non ho saputo dire altro. <<Che cosa vuoi fare da grande?>>. È una domanda a cui ho imparato a rispondere sin dai primi anni d’asilo. <<Voglio fare la mamma!>>- dicevo mentre imitavo mia madre nelle faccende domestiche. <<La veterinaria!>> – è diventato quando è arrivato il nostro primo cagnolino di famiglia. <<La psicologa!>> – è stato durante gli anni di liceo e università. Ho imparato a riconoscermi in ruoli che veicolano un set di azioni ben precise, e poche caratteristiche individuali deducibili. Questo è ciò che caratterizza l’approccio della performatività, crea giovani studenti promettenti e plurilaureati lavoratori di multinazionali. L’azione fa poi riferimento a poli duali: può essere buona/cattiva, difficile/facile, coraggiosa/codarda. L’azione non ammette troppe vie di mezzo e non accetta riposo immeritato. Ci può rendere ammirabili o, al contrario, colpevoli. Ci muove nel mondo orientando comportamenti che ci connettono o disconnettono agli altri. Ma quando l’azione viene minacciata o ostacolata, subentra il timore di vuoto. È un timore mortifero che minaccia il nulla anche solo al prospetto di un lontano e dubbio fallimento. Anche l’attesa diviene così minacciosa, quanto per definizione è sospensione di azione, e ci lascia con un’assenza di significato. Nei periodi di non-azione, non sappiamo più definirci. Avete mai provato a chiedere ai bambini “Chi vuoi essere da grande”? Sorridono, arrossiscono, si imbarazzano quando viene chiesto loro di approcciare ad un contesto semantico differente da quelli che afferiscono all’azione. Il chi vuoi essere fa riferimento all’esplorazione di un campo sovraordinato, ingloba l’azione in un set più ampio di valori, ideali, caratteristiche e risorse. Sprona ad esplorare tra infiniti modi di essere, fondamentale fase fisiologica in adolescenza. Esplorazione necessaria per la costruzione di un nucleo solido identitario che sopravvive ai momenti di tentennamento e attesa. Il primo giorno di scuola, nel primo tema in classe, chiediamo ai bambini “Chi vuoi essere da grande?”.