La resilienza e la nascita di un nuovo Sé

di Carol Pomante La sofferenza che siamo costretti a fronteggiare nella vita spesso ha un senso. Se pensiamo ad esempio al forte dolore che una donna sperimenta durante il parto, una sofferenza necessaria per far nascere una nuova vita o anche in alcune situazioni,come nelle malattie croniche, dove chi ne soffre prova dolore ogni giorno senza trovare una via di uscita e fa difficoltà ad accettarlo e riuscire a trovargli un senso; in tali circostanze non troviamo nulla di positivo e pensiamo che sarebbe sicuramente meglio se non esistessero.La resilienza è un concetto molto importante in psicologia per la nostra salute mentale, questo termine si usa anche in ingegneria meccanica nel settore della metallurgica e consiste nella capacità di un materiale di subire urti senza rompersi. In psicologia è la capacita che possiede ogni persona di affrontare le dure avversità della vita ed uscirne più rafforzata di prima. Essa è influenzata da alcune componenti soggettive come la tolleranza alle frustrazioni, la creatività, la flessibilità e delle relazioni sociali di supporto che determinano la risposta personale agli eventi stressanti. Alcuni individui sono resistenti al dolore e resilienti e riescono a forgiare il carattere, lo spirito ed il corpo proprio come fa un combattente trasformando così il dolore in una nuova consapevolezza di se stessi e del mondo, donandola poi talvolta anche agli altri. La resilienza è una forza interiore che ci permette di adattarci a situazioni traumatiche, è una risorsa che tutti in minima parte possediamo e si può anche incrementare in un percorso di psicoterapia dove si valorizzano le nostre risorse personali e si fortificano le nostre debolezze al fine di avere una maggiore consapevolezza di noi stessi. La vita spesso ci mette a dura prova proprio sulle nostre debolezze, inizialmente pensiamo di non avere le risorse necessarie, poi invece scopriamo all’improvviso una forza dentro di noi, una luce segreta che permette al nostro corpo ed alla nostra mente di affrontare la battaglia e di superarla. Esce infine fuori un nuovo sé, più forte di prima, più maturo, più empatico, con una sensibilità più accentuata e pronto a cogliere ciò che prima non riuscivamo a recepire. Nella vita ci ritroviamo ad affrontare molte situazioni difficili, ma attraverso di esse ci perfezioniamo sempre più ricreando ogni volta una nuova immagine di noi stessi.

LA RESILIENZA E I SUOI FALSI MITI

di Muriel Frascella Cosa non è la resilienza? Io e i miei colleghi (Dell’Erba G.L., Leo M., Mariano E., Mascellino R., 2021) abbiamo deciso di parlare ancora una volta di questo costrutto, forse uno dei più citati di sempre (in tempi di pandemia ancora di più) per rivedere e smontare i falsi miti ad esso associati.E’ comune, per esempio, accostare la parola resilienza a quella di stress solitamente con la seguente accezione: ‘’sono resiliente se gestisco bene gli stress della mia vita’’. Quindi una risposta resiliente in questa senso non sarebbe altro che un tipo di risposta che noi esseri umani possiamo avere di fronte ad eventi considerati stressanti.Ma cosa sono gli eventi stressanti? Che caratteristiche hanno? Esistono eventi oggettivamente stressanti?La risposta a queste domande arriva già negli anni ’80 da Lazarus e Folkman, i quali si sono focalizzati non tanto sul concetto di ‘’stress’’ inteso come sforzo o fatica, ma sul significato (interpretazione) che ogni individuo può conferirgli sulla base di due variabili:la valutazione delle proprie capacità e delle proprie risorse personali per far fronte ad un evento; e l’interpretazione che l’individuo fa rispetto alla probabilità e alla gravità percepita della dannosità dell’effetto temuto.In questo modo, finalmente, è possibile spostare la nostra attenzione dagli eventi/fatti che ci capitano, ai significati e alle valutazioni che elaboriamo rispetto ad un evento specifico.In una psicoterapia (ad approccio cognitivo-comportamentale), condividiamo con i nostri pazienti il così detto modello A-B-C, per accompagnarli nella comprensione del proprio funzionamento psicologico e della propria sofferenza. Le “B” consistono in una sorta di dialogo interno fatto di verbalizzazioni e/o pensieri automatici relativi ad “A” (i fatti/gli eventi). I passaggi più complessi del nostro intervento con i pazienti, a questo livello, sono solitamente due: far comprendere la differenza che c’è tra il concetto di realtà, evento/ dato di fatto e quello di rappresentazione, ovvero la sua valutazione, pensiero o opinione relativi a quell’evento/dato di fatto promuovendone un primo cambio di prospettiva; introdurre il concetto di problema secondario: non soffro perché sono esposto a un evento stressante, ma perché valuto negativamente il fatto di esserlo. Mi giudico e mi critico perché provo determinati stati emotivi negativi (C).Inoltre, spesso, molti eventi valutati come stressanti o frustranti non sono in nostro potere: non li abbiamo cercati né voluti, né lontanamente desiderati.Riconoscersi come persone in grado di risolvere dei problemi, avere la capacità di accettare e regolare i propri stati emotivi, evitare l’isolamento e sapere di poter contare su una rete sociale, sono tutte variabili sulle quali si può lavorare in psicoterapia con l’obiettivo di favorire una maggiore flessibilità psicologica e la conseguente adozione di strategie di coping (da to cope = fronteggiare) più funzionali.Per dirla con le parole di Steven Hayes <>.Riassumendo, combattere strenuamente contro eventi non graditi e non previsti – e qui ci riferiamo non solo ad eventi esterni ma anche ad aspetti tipici del nostro funzionamento interno come provare determinate emozioni e sensazioni fisiche – può rappresentare il vero ostacolo al perseguimento dei nostri scopi, facendoci perdere di vista ciò che conta.Mettere da parte le pretese, e accettare eventi che non si possono modificare perché non in nostro potere ci aiuta, invece, a essere più flessibili investendo, nuovamente, su ciò che per noi è davvero importante.Resilienza, dunque, è tutto questo.Provo ora a rispondere alla domanda con la quale ho aperto questo breve articolo: cosa non è resilienza?Sicuramente non è un tratto stabile e costituzionale. E’ più corretto, invece, pensare che ci siano dei fattori di rischio (e di protezione) che espongono gli individui a sviluppare (o meno) Disturbi dell’Adattamento, Disturbi Post-Traumatici da Stress e altre condizioni psicopatologiche. Nonostante ciò la resilienza va considerata come un’abilità psicologica appresa che richiede un allenamento costante.Non è una dote straordinaria tipica di persone favolose o estremamente coraggiose. Anche in questo caso va considerata come un’abilità strettamente psicologica che tutti noi possiamo esercitare, al meglio che possiamo, quotidianamente.Essere resiliente non significa essere ‘’immune’’ dalle forti emozioni. Al contrario, un individuo resiliente accetta e accoglie le emozioni negative e non si giudica o si autocritica per esse. Anche la letteratura recente (si veda Barlow, Sauer-Zavala, Carl, Bullis, Ellard, 2014) ha evidenziato come le persone che hanno una propensione a provare frequenti emozioni negative intense (nevroticismo) tenderebbero a valutare le proprie esperienze emotive in modo negativo (ad esempio, <>; <<è terribile quest’ansia, non la sopporto>>). Questa modalità auto-giudicante spinge l’individuo a mettere in atto una serie di sforzi al fine di sopprimere tali stati emotivi peggiorando la sua situazione (Purdon, 1999).Ecco perché si inizia finalmente a parlare di interventi trans-diagnostici che possano prendere di mira tutti gli evitamenti e gli sforzi che l’individuo mette in atto contro i propri stati interni negativi (emozioni e sensazioni fisiche), andando in una direzione diametralmente opposta a quello che possiamo definire il ‘’mito dell’immunità emotiva’’.E, infine, essere resiliente non significa poter modificare l’immodificabile. Un atteggiamento resiliente include, al contrario, la capacità di saper riconoscere ciò che non è in nostro potere/controllo e saper accettarlo.BibliografiaBarlow, D. H., Sauer-Zavala, S., Carl, J. R., Bullis, J. R., Ellard, K.K. (2014). The nature, diagnosis, and treatment of neuroticism: Back to the future. Clinical Psychological Science, 2 (3), 344-365.Beck A.T. (1976) Principi di Terapia Cognitiva. Un approccio nuovo alla cura dei disturbi affettivi. Astrolabio, Roma, 1988.Dell’Erba G.L., Nuzzo E., Torsello V., Notaristefano A., Frascella M., Leo M., Mascellino R., Mariano E. (2020) Interventi e idee-chiave per psicologi per l’emergenza Covid-19 Psicoterapeuti In-Formazione, APRILE 2020, NUMERO SPECIALE COVID-19.Ellis A. (1962) Ragione ed emozione in psicoterapia, Astrolabio, Roma, 1989.Hayes S.C., Strosahl K., Wilson K.G. (2014). Acceptance and commitment therapy: Understanding and treating human suffering. New York: Guilford.Purdon, C. (1999). Thought suppression and psychopathology. Behaviour research and Therapy, 37, 1029-1054. doi: 10.1016/ S0005-7967(98)00200-9.

LA RELAZIONE MADRE-BAMBINO: la base della propria conoscenza e della formazione del sé

di Cinzia Iole Gemma L’importanza del legame che si instaura, fin dalla nascita, tra il bambino e chi si occupa di lui con continuità e amore è ormai riconosciuta. Il rapporto genitore-figlio, e più nello specifico madre-bambino, costituisce una delle premesse essenziali per tutte le relazioni che l’individuo andrà a stringere da bambino e da adulto con i membri della propria famiglia e con altri significativi nella sua vita. Attraverso la relazione con i genitori, e in particolare modo con la madre, il bambino impara a riconoscersi come individuo unico e a dare significato ai propri comportamenti, a quelli degli altri e in generale al mondo che lo circonda. Se il bambino avrà una base sicura a cui appoggiarsi allora sarà più stimolato a sperimentare ed esprimere le sue possibilità creative. Così anche per la stessa intelligenza, che appare sin dall’inizio legata alla vita affettiva; ogni bambino nasce dotato di un patrimonio genetico: lo sviluppo, però, delle sue potenzialità fisiche, intellettuali ed affettive dipendono dal rapporto che il bambino stesso stabilisce con le persone che si prendono cura di lui. Dopo la nascita, per almeno i primi sei mesi, il bambino continua a non percepire la madre come un’entità separata, ma piuttosto come un insieme di sensazioni prodotte da sé. E’ possibile quindi che le sensazioni corporee e i mutamenti fisiologici possano costituire una modalità attraverso la quale il bambino ristabilisce la presenza della madre quando questa è assente (Trombini, 1994). Una presenza materna adeguata è pertanto indispensabile per il conseguimento di un sano sviluppo della percezione di sé come corpo, oltre al raggiungimento di un valido equilibrio psicosomatico (Winnicott, 1989). Perciò non possiamo considerare il bambino a prescindere dalla madre, senza l’intimità e le cure costanti della figura parentale. A partire dagli anni Settanta, gli studi sullo sviluppo del bambino hanno focalizzato la loro attenzione all’interno degli scambi interattivi della diade, dove si sviluppano le abilità sociali, cognitive e linguistiche del bambino stesso. Alla nascita il bambino, possiede una predisposizione innata al comportamento sociale che può essere:– Strutturale: l’insieme di meccanismi di origine endogena con cui entrare in rapporto con la persona che si prende cura del bambino (es: apparato orale per la suzione).– Funzionale: comporta la presenza di un comportamento spontaneo e attivo, pre-programmato secondo una struttura ritmica endogena che si modula su eventi esterni (organizzazione temporale dei ritmi di suzione). La madre compie una serie di gesti e attività che costituiscono una “cornice” in cui il piccolo sviluppa le sue abilità e competenze, passando così da uno stato di apparente passività ad un ruolo sempre più attivo nella relazione. Il comportamento materno con il suo fluire continuo, con il rispetto dei ritmi attività- pausa, con l’alternanza del turno nella vocalizzazione fornisce la prima esperienza della struttura di base della comunicazione e attraverso questi primi dialoghi il bambino acquisisce in modo graduale le nozioni di intenzionalità e reciprocità. Nei primi mesi è la madre che dà significato ai comportamenti del bambino considerandoli come “segnali” del suo stato di bisogno (es. il pianto, il riso, smorfie); la madre tratta il bambino “come se” fosse in grado di comunicare intenzionalmente. Successivamente il bambino si renderà conto che il suo comportamento ha un valore comunicativo e può essere usato per influenzare gli altri in questo modo viene a crearsi una reciprocità, intesa come il ruolo degli interlocutori in una sequenza interattiva, ed è acquisita quando il bambino è in grado di sostenere all’interno della comunicazione un ruolo pari a quello dell’adulto, inizialmente, infatti, i dialoghi sono unidirezionali ma alla fine del primo anno, quando il bambino assume un ruolo attivo, diventano bidirezionali (Camaioni, Di Blasio, 2007). Intenzionalità e reciprocità sono i pre-requisiti della comunicazione linguistica che per essere tale deve risultare intenzionale e deve avvenire sotto forma di dialogo e di scambio tra due interlocutori. Il bambino comunica intenzionalmente quando inizia ad utilizzare il gesto dell’indicare ed è in grado di attribuire all’altro la capacità di comprendere la sua intenzione e la volontà di soddisfarla, inoltre le esperienze di interazione devono avere infatti, regolarità, stabilità, e continuità. Il bambino, per sviluppare le sue abilità mentali, necessita della mente della madre (o di un altro adulto che si prende cura) in modo che condivida con lui le esperienze, attribuendo significati e ordine. Se le esperienze di interazione risultano discontinue, frettolose, e la madre è poco disponibile, queste impediscono al bambino di sperimentare il piacere del contatto fisico, vocale e visivo; il bambino entra in contatto con stimolazioni improvvise, non organizzate, troppo differenti e ha difficoltà ad organizzarle, a dare un senso e a costruirsi una trama di esperienze piacevoli da cui partire per stabilire un contatto positivo con il mondo. Questo concetto viene definito con il termine di responsiveness (comprensività, sensibilità, empatia) e comprende le risposte contingenti e pronte dei genitori ai comportamenti del bambino, influenzandone lo sviluppo mentale e sociale (Genta, 2000). Tutto questo percorso di costruzione del sé in un contesto interattivo, dalle prime regolazioni corporee fino agli stili relazionali adulti, è chiamato “processo di attaccamento” (Siegel, 2001). Tra madre e bambino si instaura un “allineamento di stati emotivi”, una sintonizzazione che rispetta i tempi con il sé e con gli altri (Trevarthen, 1993). Genitori invece non responsivi e inadeguati nei tempi e nelle risposte rispetto ai bisogni del bambino, contribuiscono alla formazione di un attaccamento insicuro/ambivalente. Infine i genitori che incutono paura o che sono loro stessi spaventati possono produrre uno stile di attaccamento disorientato/disorganizzato. La relazione fa dunque da cornice allo sviluppo mentale e ciò che attiva e regola sono le interazioni affettive. Se si verificano delle alterazioni alle predisposizioni del bambino e a quelle del genitore, lo scambio interattivo può subire notevoli modificazioni che porteranno ad alterazioni nella relazione e nell’attivazione della reciprocità, dell’intenzionalità e, quindi, nelle acquisizioni mentali e cerebrali ad esse connesse. BibliografiaAttili, G., Vermigli, P. (2002). Attaccamento insicuro della madre, temperamento difficile del bambino e costruzione della relazione madre-figlio. Psichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza, (pp. 29-41).Camaioni, L. (1996). La prima infanzia. Bologna: Il Mulino.Camaioni,

La relazione cogenitoriale e coniugale

L’importanza di studiare le transizioni familiari è stata ampiamente enfatizzata dalla teoria familiare, in quanto i cambiamenti che avvengono nel sistema familiare richiedono un adattamento e una riorganizzazione dell’intera unità. Il passaggio alla genitorialità viene riconosciuto come impegnativo, in quanto richiede ai nuovi genitori degli adattamenti. Cowan et al. (1985) hanno individuato cinque aree che subiscono profondi cambiamenti nel momento della transizione alla genitorialità che sono: l’identità e la vita interiore; i ruoli e la relazione coniugale, che comportano un adattamento alle diverse divisioni del lavoro intra ed extrafamiliare con una nuova suddivisione dei ruoli; i ruoli e le relazioni esterne; i ruoli e le relazioni intergenerazionali; e infine, la modalità di assunzione del ruolo genitoriale. Per questo motivo, la soddisfazione coniugale tende a diminuire durante questo periodo, mentre aumenta il conflitto coniugale (Gottman, 1994; Doss, et al., 2009; Lawrence, et al., 2008; Mitnick, et al., 2009). Alcuni ricercatori sottolineano che i coniugi che sperimentano fiducia e affetto durevoli l’uno verso l’altro possono essere più predisposti a lavorare in modo cooperativo nel dominio della cogenitorialità (Christopher, et al., 2015; McHale e Fivaz-Depeursinge 1999; Schoppe Sullivan & Mangelsdorf, 2013). Inoltre, la ricerca evidenzia che i matrimoni caratterizzati da sostegno e amore, quando hanno un bambino piccolo, hanno un’influenza positiva sulla cogenitorialità (Cox et al. 1999, b; Schoppe-Sullivan et al. 2004); al contrario il conflitto coniugale è stato associato al coparenting competitivo (Krishnakumar e Buehler 2000). La ricerca nell’ambito della cogenitorialità si è, quindi, domandata su quale fosse il rapporto tra i processi coniugali e cogenitoriali (Ardone & Chiarolanza, 2007). È importante considerare che la cogenitorialità è teorizzata ad un livello triadico o dell’intera famiglia, mentre la relazione coniugale si struttura ad un livello diadico. La teoria sistemico familiare considera la relazione coniugale e la relazione coparentale come due sottosistemi diversi, ma interconnessi e interdipendenti tra di loro. L’analisi della letteratura fornisce un supporto empirico parziale ma rilevante rispetto a questa ipotesi, in quanto evidenzia una connessione tra la relazione coniugale e cogenitoriale. Da un punto di vista coniugale le coppie che si definiscono soddisfatte mostrano più calore, cooperazione, supporto reciproco e meno conflittualità quando interagiscono di fronte ai figli, rispetto alle coppie insoddisfatte (Lewis, Tresch-Owen & Cox, 1988). Altri ricercatori (Erel & Burman, 1995) hanno sostenuto che la cogenitorialità può essere influenzata dal conflitto coniugale. Inoltre, come riportato dalle autrici R. Ardone e C. Chiarolanza (2007, pag. 166): «la presenza di uno squilibrio di potere nella relazione coniugale si legherebbe a una maggiore discrepanza tra padre e madre nel coinvolgimento parentale», con le madri maggiormente coinvolte nelle relazioni triadiche. La discrepanza di potere nella coppia e nella relazione con bambini può portare a varie situazioni familiari: un partner ha potere in entrambe le aree; oppure un partner ha più potere nell’area coniugale e l’altro nell’area genitoriale in modo compensatorio. La relazione coparentale è una componente dinamica che in parte è distinta sia dalla relazione coniugale e da quella genitore-figlio. La letteratura ha evidenziato che il comportamento coparentale esercita sullo sviluppo infantile un’influenza maggiore di quella esercitata dal comportamento coniugale (McHale & Rasmussen, 1998). Margolin, Gordis e John (2001) sottolineano che la cogenitorialità può essere considerata un fattore che media l’associazione tra relazione coniugale e genitorialità. Una cogenitorialità funzionale può supportare anche la relazione genitoriale diadica, permettendo così che si rimettano in equilibrio il peso e l’ansia delle responsabilità parentali, prevenendo percorsi depressivi da parte di ciascun genitore che si può trovare a vivere una condizione emotiva di solitudine (Ardone & Chiarolanza, 2007). Per comprendere come i cambiamenti nella qualità coniugale possono avere effetti sul processo cogenitoriale esistono tre ipotesi: l’ipotesi dello Spillover, l’ipotesi Compensatoria e l’ipotesi del Fattore Comune. L’ipotesi dello Spillover o ipotesi del riversamento (Easterbrooks & Emde, 1988) sostiene che, se i genitori sperimentano delle relazioni matrimoniali soddisfacenti saranno più disponibili e sensibili nei confronti dei bisogni del figlio e nel caso di relazioni insoddisfacenti possono essere meno disponibili e sensibili verso i figli; questa ipotesi è la più studiata e confermata in letteratura. L’ipotesi Compensatoria (Engfer, 1988; Goldberg & Easterbrooks, 1984) sostiene, invece, una relazione inversa tra soddisfazione coniugale e qualità della relazione genitoriale. Ciò implica che un livello elevato di stress coniugale può incrementare l’attenzione dei genitori nei confronti dei bisogni dei figli, per compensare la soddisfazione carente nell’altro sottosistema (Engfer, 1988; Goldberg & Easterbrooks, 1984). Infine, l’ipotesi del Fattore Comune propone che le caratteristiche di personalità dei genitori potrebbero essere ritenute come variabili esplicative alla base sia della relazione instaurata con il figlio che di quella fra i partner (Binda, 1996). Tra i pochi studi longitudinali che esaminano le relazioni familiari e il loro impatto sulla genitorialità e sullo sviluppo del bambino, vi è la ricerca di Christopher, et al., (2015); i risultati di questa ricerca insieme agli studi recenti suggeriscono che il modo in cui la qualità coniugale si collega e influenza la genitorialità può essere diverso per madri e padri. Questo perché esistono ruoli diversi tra i genitori nel sistema familiare. Pertanto, sebbene sia le madri che i padri sperimentino emozioni negative in seguito a una qualità coniugale compromessa, la ricerca ci porta a pensare che la genitorialità dei padri può essere maggiormente influenzata negativamente dal conflitto interparentale rispetto alla genitorialità delle madri (Christopher, et al., 2015; Harold et al. 2012; Coiro & Emery, 1998; Levenson & Gottman, 1985; Wang & Crane, 2001). Ad oggi, nonostante alcuni dati empirici, la comprensione del rapporto tra il sottosistema coniugale e quello cogenitoriale non è completa (Margolin, Gordis & John, 2001). Complice di questa poca chiarezza è sicuramente la mancanza di ricerche longitudinali, ma anche ricerche che hanno utilizzato misure pre-natali della coniugalità, valutazioni dei genitori sulle aspettative della genitorialità prima della nascita del figlio o una singola misura della coniugalità nello stesso momento della valutazione della cogenitorialità (Christopher, et al., 2015). La letteratura sulle dinamiche di coparenting per quanto sia ancora in evoluzione, sottolinea l’importanza di creare interventi che sostengano la transizione alla genitorialità per i coniugi e che promuovano la qualità coniugale durante questa

La realtà virtuale in ambito clinico

La realtà virtuale

Le grandi potenzialità della realtà virtuale hanno reso le sue applicazioni sempre più numerose in ambito clinico, in particolare nella psicoterapia.  Prima di analizzarle, è bene chiarire il concetto di realtà virtuale e le sue caratteristiche.  La realtà virtuale è una combinazione di dispostivi hardware e software che generano una stimolazione multisensoriale sincronizzata, in grado di creare nell’utente l’illusione di essere fisicamente situato in uno spazio tridimensionale e di poter interagire con gli oggetti e gli utenti in esso collocati. Per definizione, un sistema di realtà virtuale dovrebbe coinvolgere tutti i canali sensoriali. Ad oggi, tuttavia, i sistemi di realtà virtuale più diffusi si limitano alla stimolazione dei soli canali visivo, uditivo e tattile. I sistemi di realtà virtuale sono generalmente classificati in tre categorie:  Sistemi immersivi: creano nell’utente l’impressione di essere circondato dall’ambiente virtuale, isolandolo parzialmente o completamente dallo spazio fisico in cui si trova. Ad esempio: i caschi virtuali Sistemi non immersivi: l’utente osserva l’ambiente virtuale attraverso una sorta di finestra rappresentata dal monitor e interagisce con i suoi contenuti utilizzando un joystick. Ad esempio: i videogiochi Sistemi di telepresenza: consentono all’utente di eseguire operazioni manuali in luoghi difficilmente accessibili o pericolosi, mediante l’uso di telecamere periferiche o robotizzate (ad esempio esplorazioni interplanetarie, subacquee o microchirurgia).  La realtà virtuale trasforma l’utente da osservatore di un’esperienza a protagonista di quella stessa esperienza. Egli non è più solamente un passivo destinatario di informazioni, ma è un soggetto in grado di modificare in tempo reale i contenuti della propria esperienza con scelte e azioni.  Un’interfaccia di realtà virtuale ben progettata permette alla persona di sperimentare un senso di presenza individuale e sociale. La percezione di essere presenti in uno spazio si traduce nella capacità di agire intuitivamente. Noi ci sentiamo presenti in un ambiente virtuale in quanto esso impiega dei meccanismi simulativi molto simili a quelli usati dalla nostra mente. Il senso di presenza sarebbe allora generato dalla capacità virtuale di generare contenuti digitali coerenti con le previsioni fatte dalla nostra mente. Più la previsione è corretta, più il soggetto si sentirà presente nell’ambiente virtuale che sta sperimentando, pur sapendo che esso non è reale.  Una volta creato un ambiente virtuale in grado di farci sentire presenti, è necessario concentrarsi sul tema della presenza sociale. La presenza sociale indica la sensazione di essere con altri all’interno dell’ambiente virtuale e quindi coincide con la capacità di cogliere le intenzioni altrui.  Occupiamoci ora delle diverse applicazioni in ambito psicoterapeutico.  La realtà virtuale viene specialmente usata nel trattamento dei disturbi d’ansia e dello stress, delle fobie, dei disturbi dell’immagine corporea associati ad obesità e disturbi alimentari.  Il trattamento dei disturbi d’ansia e delle fobie è solitamente basato sull’esposizione, mediante la quale la persona viene esposta allo stimolo temuto o alla situazione che le genera ansia. L’ambiente virtuale permette di fare esperienze che nella realtà sarebbero impossibili, come salire su un aereo per affrontare la paura del volo oppure essere immerso gradualmente in un ambiente pieno di ragni. L’obiettivo della terapia virtuale, definita anche cyberterapia, è quello di far sperimentare al paziente delle esperienze simulate che richiamino situazioni della vita reale percepite come particolarmente critiche o minacciose, con l’obiettivo di favorire la gestione delle emozioni negative che queste elicitano.  Un ulteriore esempio riguarda il trattamento del disturbo post-traumatico da stress, comune nei soldati veterani. Sempre con la stessa logica, la realtà virtuale permette alla persona di immergersi gradualmente nella situazione stressante con la possibilità di escludere qualsiasi cosa che non voglia ancora affrontare.   Un’altra applicazione riguarda i disturbi del comportamento alimentare. La realtà virtuale può essere utile per modificare le emozioni negative associate al cibo attraverso l’esposizione controllata degli alimenti che generano maggiore ansia. Inoltre, può essere usata anche per modificare le distorsioni cognitive che alterano la propria immagine corporea. Tutti questi esempi mostrano come i sistemi di realtà virtuale possiedono le caratteristiche necessarie per poter essere efficacemente usate nella psicoterapia. Purtroppo sono ancora poco diffusi a causa degli elevati costi e delle numerose implicazioni etiche associate al loro utilizzo. BIBBLIOGRAFIA Riva, G., & Gaggioli, A. (2019) Realtà virtuali. Gli aspetti psicologici delle tecnologie simulative e il loro impatto sull’esperienza umana. Giunti

La Realtà virtuale come Strumento Clinico Innovativo per la Cura

di Antonella Catalano La realtà virtuale( RV) è una realtà riprodotta digitalmente in un ambiente tridimensionale che, grazie all’utilizzo di determinati dispositivi, può essere esplorato, facendo immergere la persona in ambienti non reali, dando la percezione di essere in situazioni realmente esistenti. Questa tecnica funziona grazie all’attivazione e l’amplificazione percettiva e multisensoriale. Questa tecnologia per quanto possa essere percepita come molto innovativa e moderna, ha radici remote, infatti nasce nel 1957 grazie al progetto “Sensorama” di Morton Heilig, anche se non aveva ancora un utilizzo clinico. Successivamente, nel 1984 grazie al VLP Research, viene coniato il binomio RV. Finalmente nel 1992 la RV approda in ambito clinico, grazie al progetto Cave (Cave Automatic Virtual Environment), che consiste in una stanza in cui vengono riprodotte immagini tridimensionali. Nel 2012 la società Oculus VR crea un prototipo di visore, il cui utilizzo era finalizzato al campo dei videogiochi. Nel 2019 il settore si vede protagonista di una vera e propria rivoluzione, anche grazie a Facebook, infatti viene creato un visore che funziona in autonomia e da lì in poi siamo arrivati ai Visori di ultimissima generazione che oggi possiamo facilmente reperire in commercio. Come la Realtà Virtuale si inserisce nell’applicazione clinica?  Negli ultimi anni, la realtà virtuale (RV) è approdata nel mondo della psicologia, proponendosi da subito come strumento innovativo e potente per il trattamento di alcuni disturbi, diventando integrazione della pratica clinica nel trattamento di disturbi come le fobie, il disturbo da stress post-traumatico (PTSD) e l’ansia. La RV sta rapidamente diventando un’alleata nella pratica terapeutica, offrendo nuove soluzioni per affrontare sfide complesse. In ambito psicologico può amplificare l’esperienza percettiva somatica, emotiva, immaginativa e metacognitiva degli utenti con lo scopo di trarre materiale utile al cambiamento positivo. La VRET permette ai pazienti di essere immersi in ambienti virtuali progettati per esporli in modo controllato e graduale in situazioni e scenari che normalmente possono far emergere paura o stress. L’ esposizione a questi scenari avviene in un contesto sicuro e protetto che consente agli utenti di affrontare e rielaborare i propri traumi in modo diretto, ma con il supporto costante del terapeuta. Con questo strumento clinico, particolarmente potente, Il trattamento delle fobie può avvenire con una simile intensità di esperienza non possibile in un setting tradizionale. I pazienti possono confrontarsi con le loro paure più profonde e vincolanti per la loro vita, come: volare, parlare in pubblico, andare dal dentista, fare una risonanza magnetica o un prelievo, tutto questo senza mai lasciare lo studio del terapeuta, che può monitorare in tempo reale le reazioni e l’attivazione del paziente durante le esperienze virtuali. L’ utilizzo della realtà virtuale in psicoterapia è vantaggioso per il paziente, ma offre anche un supporto concreto ai professionisti, un altro aspetto che rende la RV così potente nella psicologia clinica è la sua capacità di essere altamente personalizzata. I terapeuti possono creare scenari che rispecchiano le specifiche problematiche dei pazienti, migliorando l’efficacia del trattamento. La RV consente una desensibilizzazione graduale e controllata permettendo al paziente di affrontare il ricordo, in caso di episodi traumatici, in un ambiente sicuro, senza essere sopraffatto da emozioni travolgenti e incontrollabili. Inoltre, si è rivelato uno strumento molto efficace in accostamento alle tecniche di rilassamento, mindfulness e respirazione profonda amplificano e arricchiscono l’efficacia del trattamento importanti per l’approccio terapeutico, tra i benefici principali: riduzione dei livelli di cortisolo e aumento della consapevolezza del sé e del controllo emotivo, favorendo un miglioramento del benessere psicofisico. La combinazione tra il feedback del paziente e le simulazioni virtuali consente di ottenere interventi sempre più mirati e personalizzati, inoltre con l’utilizzo del biofeedback si può monitorare lo stato di attivazione attraverso alla risposta galvanica della pelle. Nel campo della riabilitazione cognitiva, il focus riguarda utenti affetti da disturbi cognitivi, traumi cerebrali e declino neurologico, che possono trarre benefici grazie ad ambienti virtuali specifici e progettati per la stimolazione cognitiva utilizzando elementi riabilitativi della vita di tutti i giorni, facilitando l’apprendimento di strategie corrette, utili alla memoria, attenzione e funzioni esecutive. In sintesi, la realtà virtuale non è solo una tecnologia, ma rappresenta una rivoluzione nella psicologia clinica supportata da numerosi dati scientifici. Come per ogni innovazione, è fondamentale ricordare che il suo utilizzo deve essere consapevole e regolato, senza mai sostituire l’importanza della relazione umana tra terapeuta e paziente. La psicologia del “futuro”, che oggi è già realtà, si basa su un importante equilibrio tra tecnologia e umanità, dove la realtà virtuale si affiancherà ai tradizionali metodi terapeutici, offrendo la possibilità di portare la cura psicologica a livelli mai raggiunti prima. Riferimenti: La maggior parte dei riferimenti fanno parte della masterclass di Idego alla quale ho partecipato nel 2024. Guida psicologica alla rivoluzione digitale autore Bernaldelli Luca ed. Giunti Botella, C., Fernández-Álvarez, J., Guillén, V., García-Palacios, A.(2017) Riva G come trasformare la tecnologia da un problema ad un opportunità 2019 Morgati ,riva 2016 conoscenza , comunicazione e tecnologia : aspetti cognitivi della realtà virtuale

La rappresentazione delle malattie mentali sui social networks

malattie mentali social

Le malattie mentali sono diventate un vero e proprio trend di discussione sui social networks.Dalle star che rompono il silenzio per sdoganare lo stigma sociale sui disturbi mentali, agli influencer che documentano in real time il proprio disagio, il web è pieno di canali che parlano di salute mentale. Da un lato questo fenomeno ha degli effetti positivi, perché contribuisce a rompere il tabù della malattia mentale e a normalizzare il disagio psichico. Dall’altro però stiamo assistendo a una spettacolarizzazione dei disturbi mentali, talvolta strumentalizzata per avere maggiore attenzione e visibilità. Romanticizzare i disturbi La conferma arriva dai giovanissimi: cercando “depressione” sui social, appaiono tantissimi post raffiguranti ragazze e ragazzi bellissimi e trasgressivi con frasi che parlano di sofferenza, disagio e malessere. La tendenza a raffigurare le malattie mentali in chiave glamour e romanticizzata prende il nome di “sofferenza estetizzata”. Questo rebranding patinato e instagrammabile è pericoloso perché propone un’immagine di adolescenti “problematici” e fascinosi, sminuendo l’importanza del disagio e soprattutto del percorso di cura.Ma risulta addirittura deleteria per chi soffre di malattie mentali e non si rispecchia affatto nel ritratto romanzato e artefatto del web.Il risultato è una spaccatura tra il “disagiocool” tanto di moda e i “matti” tradizionali, che si allontanano sempre di più dall’ideale di normalizzazione e inclusione nella società. Influencer e disturbi mentali C’è bisogno di parlare di malattie mentali in modo autentico, genuino, equilibrato: senza indorare la realtà ma nemmeno dipingendo i malati come mostri. Parlare di salute mentale in rete è importante e può avere degli effetti positivi potentissimi. Sono molti gli influencer che mostrando la loro vita, con le proprie fragilità e debolezze ma anche con successi e conquiste danno forza e speranza a chi soffre dello stesso disturbo.Anche la testimonianza di personaggi famosi che “ce l’hanno fatta” si rivela preziosa per portare alla normalità il tema della salute mentale. Ma anche per acquisire la consapevolezza che un disturbo non ci impedisce di crescere e di avere successo, raggiungendo i nostri obiettivi. Non è affatto sbagliato utilizzare i social per parlare di disturbi mentali. È sbagliato dare un’immagine distorta della realtà o parlare solo degli aspetti negativi, che contribuiscono ad aggravare la concezione comune. Bisogna trovare la giusta misura per parlare degli aspetti positivi e negativi delle malattie mentali, promuovendo l’informazione, la consapevolezza e l’inclusione.

La rabbia: l’emozione temuta in terapia

La rabbia: l’emozione temuta in terapia Questo non è il primo articolo che scrivo riguardo le emozioni e, soprattutto, la rabbia. Spulciando tra i vari lavori divulgativi, nei principali programmi di life skills e di educazione alle emozioni per bambini, adulti e adolescenti, viene posto molto accento sul tema della gestione della rabbia. L’aspetto comportamentale correlato alla rabbia, infatti, porta con sé l’idea di attacco. Rossore, sguardo e postura di minaccia fino, nei casi più estremi, ad arrivare ad un’aperta aggressività. Vengono usati termini quali “scoppi”, “scatti”, “esplosioni” di ira. Tali parole, come qualsiasi fenomeno improvviso e dirompente, richiamano l’idea di qualcosa di spaventoso che va arginato, gestito. Rabbia è minaccia di conflitto e, in quanto tale, va gestita. In una interessante supervisione a cui ho partecipato di recente, il supervisore sottolineava di come anche in terapia la rabbia del paziente sia un tasto dolente per il terapeuta. La reazione, nella relazione, è quella di timore. Ha inizio così una corsa ad applicare strategie per arginare, gestire appunto. Tutto ciò, rischia di spostare l’accento da un punto che, per le altre emozioni, risulta più facile ed immediato. La rabbia infatti, prima di essere gestita, va innanzitutto capita. Molto banalmente, cos’è che ti fa arrabbiare tanto? Questa importantissima emozione ci comunica che il paziente sente di aver subito o di aver assistito ad una grave ingiustizia. Possiamo quindi solo immaginare quale dolore e torto subito possa celarsi dietro una dimensione così esplosiva. Spesso, il paziente non ha nel proprio vocabolario le parole per descrivere tutto ciò, ed è innanzitutto qui che la curiosità e l’attenzione empatica del terapeuta deve posarsi. In un movimento di connessione con ciò che altro non è dolore, del paziente. Come possiamo infatti gestire, prima ancora di capire?

La punizione come metodo educativo funziona?

La punizione va usata? Proviamo a capire insieme quali possono essere le valide alternative al castigo e perché è preferibile usarle. Spesso, quando un adulto si ritrova di fronte ad un bambino che ha messo in atto un comportamento inadeguato, si ricorre alla punizione. Perché? Sono tanti i motivi che inducono ad agire così e, se ognuno di noi prova a fermarsi un attimo e a riflettere sulle motivazioni reali, possiamo notare che molto ha a che vedere con la nostra rabbia, la nostra impazienza, la nostra stanchezza. Inizialmente, l’adulto potrebbe ignorare quel comportamento che non piace, ma poi il fastidio aumenta e, dopo l’avvertimento verbale (“smettila!”), si passa all’azione attraverso, ad esempio, sculacciate o togliendo qualcosa che piace al bambino. Che cos’è la punizione? Nell’ambito della psicologia comportamentale, vengono descritti due tipi di punizione: positiva e negativa. Nella prima è aggiunto uno stimolo avversivo (ad esempio, uno schiaffo); nella seconda è tolto un elemento positivo (ad esempio, i cartoni animati). In entrambi i casi, la conseguenza sarà una diminuzione del comportamento che non piace. Ma perché è preferibile utilizzare delle alternative alla punizione? Quando l’adulto punisce il bambino, quest’ultimo non sta apprendendo quale sarebbe il comportamento corretto da utilizzare e non riceve dunque nessun tipo di beneficio. Anzi, piuttosto, potrebbe imparare ad utilizzare il comportamento osservato nell’adulto per relazionarsi agli altri. Secondariamente, la punizione può innescare sensi di colpa nel genitore quanto nel bambino. In questo caso, il genitore dispiaciuto potrebbe interrompere la punizione e il bambino potrebbe interiorizzare un messaggio tipo “non fa niente se mi comporto male, i miei genitori mi perdonano”. Inoltre, quando si è arrabbiati, spesso non si riesce a dare peso alle parole che si dicono. I bambini registrano, infatti, qualsiasi informazione e dire “sei cattivo, sei disobbediente, non ti voglio bene” potrebbe infierire sull’autostima del bambino e sul suo sviluppo. In alcuni casi, potrebbe anche succedere che, attraverso la punizione, il bambino abbia delle attenzioni che non sente di ricevere in altri momenti dall’adulto. In questo caso, potrebbe apprendere comportamenti inadeguati che hanno la funzione di ricevere maggiori attenzioni dal caregiver. Cosa fare allora per correggere il comportamento del bambino in modo più costruttivo? Si potrebbe aiutare il bambino a raggiungere il suo scopo, gradualmente e dando attenzioni ai comportamenti positivi che mette in atto, anche se piccoli. Potrebbe essere importante stabilire con il bimbo quali sono le conseguenze naturali di un comportamento e condividere poche regole e basilari. Ad esempio, si può dire di non tirare fuori un giocattolo finché non si mette apposto quello che si usa. Si può mostrare il comportamento adeguato incoraggiando il bambino a metterlo in atto e lodandolo in tutti i suoi progressi. Questo atteggiamento sarà utile per il bambino poiché imparerà a comportarsi in modo corretto, ma soprattutto potrebbe portare benefici nella relazione con l’adulto. “Tre cose ci sono rimaste del paradiso: le stelle, i fiori e i bambini”- Dante Alighieri

La Psicoterapia Sistemico Relazionale

La Psicoterapia Sistemico Relazionale è uno dei tanti approcci esistenti nella psicoterapia, viene anche chiamata terapia sistemica familiare o semplicemente terapia familiare perché ha come focus di osservazione l’individuo inserito all’interno di vari sistemi, primo tra tutti la famiglia.  Per questo motivo, si tratta di un approccio che viene spesso utilizzato nel lavoro terapeutico con le famiglie. Tuttavia, è più corretto parlare di psicologia e psicoterapia sistemico relazionale perché è possibile utilizzarla anche per la Psicoterapia individuale o per la Terapia di coppia La Terapia sistemico-relazionale nasce come terapia delle relazioni. Fin dalla sua nascita l’individuo è inserito in una rete di relazioni, per questo il malessere del singolo non può essere slegato dal contesto a cui appartiene.  Questa visione permette di allargare la visuale da cui spesso si guarda erroneamente l’individuo portatore del sintomo, spostandosi da una dimensione soggettiva ad una dimensione relazionale.  Nello specifico, il terapeuta sistemico-relazionale ridefinisce il sintomo non più come problematica unicamente individuale, pensiero che ritroviamo in molti approcci terapeutici, ma come l’espressione di un malessere che affligge anche il proprio contesto di relazioni significative. Le relazioni disfunzionali possono riguardare il sistema famiglia, il sistema coppia, il contesto lavorativo o quello amicale. In questa ottica, l’individuo portatore del sintomo non viene colpevolizzato, ma accolto come colui che sta mostrando al suo contesto di appartenenza un malessere di cui sono tutti vittime consapevoli e non, spetterà al terapeuta cambiare le dinamiche relazionali disfunzionali in funzionali, restituendo benessere non solo all’individuo ma anche al suo contesto relazionale. Cenni storici sulla psicoterapia sistemico-relazionale La teoria sistemico relazionale è nata a partire dalla teoria generale dei sistemi, formulata da Ludwig von Bertalanffy (1901-1972), un biologo austriaco che faceva parte della scuola di Palo Alto e in seguito del Circolo di Vienna.  La Scuola di Palo Alto è una corrente psicologica statunitense che prende il nome dalla città californiana dove sorge il Mental Research Institute, centro di ricerca e terapia psicologica  fondatoda Donald de Avila Jackson nel 1959. Secondo la teoria dei sistemi esiste un’interdipendenza e un’interrelazione tra tutti i fenomeni osservati, le cui proprietà non possono essere ridotte a quelle delle parti che lo compongono, cioè all’interno di un sistema il tutto è più della somma delle parti.  Il sistema, secondo la teoria sistemica, è un’unità intera e unica, composta da parti, ognuna con la sua funzione, che sono in relazione tra loro che tendono all’equilibrio. Nel sistema l’intero risulta diverso dalla semplice somma delle parti e qualsiasi cambiamento in una sua parte influenza l’intero sistema nel suo insieme. Come interviene la psicoterapia sistemico-relazionale L’intervento terapeutico basato sulla teoria sistemico-relazionale tiene conto della storia familiare e transgenerazionale che va ad influenzare il contesto di riferimento, ma l’approccio si focalizza sul presente e sull’analisi delle difficoltà del momento attuale.  Lo scopo è quello di modificare i modelli e le dinamiche disfunzionali presenti attraverso un processo di co-costruzione che coinvolge attivamente terapeuta e individuo/famiglia.  La psicoterapia sistemico-relazionale ha il compito di andare a riparare quelle relazioni che l’individuo avverte come problematiche tramite il cambiamento delle dinamiche disfunzionali presenti nel proprio contesto di riferimento; la sua funzione è quella di apportare un rinnovato benessere soggettivo e sociale.