La Fragilità dell’Adolescente di Oggi: uno sguardo psicoanalitico tra Lacan, Dolto e Mannoni

L’adolescenza è sempre stata una soglia complessa, un territorio di passaggio in cui l’individuo si confronta con il desiderio, l’identità e l’alterità. Oggi questo tempo psichico appare particolarmente esposto: gli adolescenti sembrano più fragili, più permeabili allo sguardo dell’Altro, più dipendenti da conferme istantanee e più spaventati dall’idea di mancare. La psicoanalisi offre una lente preziosa per comprendere questa vulnerabilità contemporanea. Lacan ci mostra come l’identità nasca sempre nello sguardo dell’Altro. Nel mondo digitale, questo Altro non è più soltanto la famiglia o il gruppo dei pari, ma una moltitudine di occhi virtuali che costantemente valutano, commentano e definiscono. L’adolescente si trova così immerso in uno specchio infinito, dove la domanda “Che cosa sono per l’Altro?” diventa pressante e continua. L’ideale dell’Io che ne deriva è iper-esigente e spesso irraggiungibile, generando senso di inadeguatezza e angoscia. Dolto ci guida invece a osservare il corpo adolescente come luogo di trasformazione e di enigma. Il corpo, che cambia rapidamente e si sessualizza, parla prima delle parole. Ma oggi questo corpo è anche esposto, fotografato e confrontato con modelli digitali che rischiano di trasformarlo in un oggetto da mostrare piuttosto che in uno spazio da abitare. Restituire all’adolescente la possibilità di dare senso a ciò che vive nel corpo, di nominare ciò che sente, diventa un passaggio fondamentale per la costruzione della sua soggettività. Mannoni invita a riconoscere che la crisi adolescenziale non è un malfunzionamento, ma un momento fondativo. Oggi, però, il disagio del ragazzo assume forme silenziose: ritiro sociale, apatia, irritabilità, sintomi somatici, difficoltà a sostenere la frustrazione. L’adolescente spesso non protesta, ma si ritrae. In un mondo che chiede performance costante, la crisi viene talvolta neutralizzata troppo in fretta, impedendo al giovane di attraversarla e trasformarla. Nel contesto contemporaneo non si può parlare di fragilità come debolezza. È piuttosto il risultato di una ipersollecitazione continua: tutto è immediato, pubblico, confrontabile. Ogni errore appare definitivo, ogni emozione amplificata, ogni scelta carica di conseguenze. L’adolescente vive immerso in un rumore identitario che rende più difficile distinguere ciò che desidera da ciò che gli viene richiesto. La psicoanalisi può offrire uno spazio diverso, dove non c’è urgenza di prestazione e dove è possibile mettere parole sulle esperienze più confuse. È un luogo in cui il giovane può esplorare il proprio desiderio, separarlo dallo sguardo dell’Altro e riconoscere la propria verità interna. Seguendo Lacan, si apre uno spazio di incontro con ciò che determina il soggetto; con Dolto, si dà forma e significato alla voce del corpo; con Mannoni, si attraversa la crisi come un momento necessario della crescita. La fragilità dell’adolescente di oggi non è una diagnosi, ma un segnale. È il punto in cui il mondo interiore incontra le pressioni dell’epoca. La psicoanalisi, con la sua capacità di ascolto e di lettura del desiderio, permette di accogliere questa vulnerabilità senza giudicarla, accompagnando il giovane nella costruzione di spazi più autentici per esistere.

La formazione dell’identità e della differenziazione del Sé

L’identità e la personalità di un essere umano si costruiscono attraverso le esperienze e le relazioni che ogni persona vive nella sua vita, soprattutto nei primi anni. Sono fondamentali i rapporti significativi, cioè quelli che nascono da una relazione che si costruisce giorno dopo giorno su uno scambio affettivo costante e condiviso. È ampiamente risaputo che per la formazione dell’identità e del sé è necessario un rapporto primario solido ed empatico. Il caregiver il più delle volte è la madre del bambino e per tale motivo si è studiato a fondo negli anni il rapporto che quest’ultima ha con il figlio. La funzione di specchio che la madre svolge nei confronti del bambino fin dai primi istanti di vita, è fondamentale per la formazione del Sé (Winnicott). Dai primi istanti di vita si crea tra la madre ed il bambino un’area di adattamento reciproco: i ritmi materni esprimono una serie di segnali che la madre manda per dare un senso a ciò che dal figlio le arriva. Grazie a questo gioco di rimandi, torneranno al bambino gesti, sguardi e suoni, che genereranno in lui una struttura portante per la percezione di sé e per la formazione di un’immagine di sé. La continuità di questa struttura di base, in continuo sviluppo e adattamento, getterà la base per la continuità e stabilità del sé e degli oggetti che sono in torno a lui. Quanto più questa struttura si baserà sulla capacità di tollerare la frustrazione, più il bambino sentirà favorevolmente il senso della propria esistenza e del mondo che lo circonda. Quando, invece, queste condizioni favorevoli non si verificano, può svilupparsi un’incapacità a gestire le emozioni. Il vuoto d’origine può portare all’incapacità di provare sentimenti dolorosi di perdita poiché da bambini si è attraversato uno stato esistenziale di non esperienza. Questo vuoto d’origine riguarda deprivazioni basilari inflitte dalla madre al figlio che hanno colpito diversi piani: un mancato investimento libidico sul corpo del bambino con gravi ripercussioni sul confine e sul Sé corporeo; un’assenza d’investimento narcisistico, che crea una grossa lacuna sull’immagine di sé come oggetto amato e desiderato, un’impossibilità di tenere nella mente l’altro. Questi bambini che non hanno potuto usufruire di oggetti-sé costanti,sentono di vivere di rifiuti, sentono la mancanza del senso del proprio essere al mondo. (Kohut). Mancando della continuità del sé, il loro sentimento sarà principalmente d’impotenza e di povertà interna, perciò nella loro vita tenderanno a distruggere piuttosto che a costruire.

La fobia scolare: e se dipendesse dalla famiglia?

fobia scolare

L’ingresso del bambino nel mondo della scuola può generare lo sviluppo della fobia scolare. Il bambino manifesta comportamenti irrazionali, in cui la paura e l’ansia la fanno da padrone. La collaborazione tra la famiglia e l’ insegnante è alla base del buon inserimento del bambino nel suo gruppo classe. E’ necessario che la triangolazione genitore-bambino-insegnante crei un clima favorevole al dialogo e alla stima reciproca. D’ altro canto, non sempre l’ingresso nel mondo della scuola risulta essere sereno. I primi giorni di scuola, infatti, possono rappresentare per i genitori, e per le madri in particolare, un momento di esordio per i vissuti depressivi. Di conseguenza, un bambino sensibile, capace percepire il malessere del genitore, comincia a manifestare i primi rifiuti. Tale atteggiamento, sintomatico della fobia scolare, si caratterizza spesso con pianti e urla, o ancora vomito, diarrea e malessere generale. Gli eventi scatenanti il rifiuto di andare a scuola, possono essere molteplici: l’inizio dell’ anno scolastico, un lungo periodo di malattia, la nascita di un fratellino o ancora un rimprovero da parte dell’ insegnante. Esistono però situazioni in cui il rifiuto della scuola è dettato da problematiche in seno alla famiglia. Il caso emblematico è quello della famiglia con genitori conflittuali. Qui, il bambino particolarmente sensibile, mette in atto una forma di protezione nei confronti del genitori. Preferisce rimanere a casa in modo da evitare che i propri genitori, in sua assenza, scatenino un litigio con conseguente malessere protratto nella giornata. Particolare attenzione va posta anche alla situazione in cui il bambino rappresenta il fulcro affettivo dell’ intero nucleo familiare. Ciascun membro non riesce ad investire i propri bisogni affettivi sugli altri e limitano il contatto con il mondo esterno. Sono famiglie che si chiudono al proprio interno e la tutela dell’unità familiare è garantita solo dalla cura del bambino.

La fine del percorso psicologico dagli occhi dello psicologo

La fine di un percorso psicologico, vi siete mai chiesti com’è vissuto attraverso gli occhi dello psicologo? N. entra nella stanza radiosa, noto con piacere la cura riposta nella scelta dell’abbigliamento. <<Ora mi piace guardarmi allo specchio>>, disse con orgoglio qualche seduta precedente. Legge spedita gli homework assegnati per la settimana. Ricordo i primi esercizi letti con difficoltà, la vista offuscata dal timore di apparire incapace persino ad un semplice compito di lettura e comprensione del testo, di essere esposta al giudizio di una psicologa molto più giovane di età. Anche lo sguardo è vivo e presente, non si perde più nella parete dietro la mia poltrona e N. non mi chiede di ripetere ancora una volta ciò che sto dicendo.  <<L’ansia>>, mi dice, <<è ancora qui con me. Ma ora non ho paura. So di essere più forte di questa vecchia amica>>. Dopo aver ascoltato in silenzio gli homework e il racconto della settimana, accenno un sorriso sereno:<<sa che giorno è oggi?>> . N., un po’ preparata a questa notazione, risponde veloce :<< Sono sicura manchino almeno altri due incontri!>>. Sorrido accogliente, ma resto in attesa. N. resta un po’ in silenzio, lo sguardo timido, come prima di un saluto che teme di essere l’ultimo. <<… e adesso?>>. Io ed N. avevamo concordato l’obiettivo di raggiungere una maggiore “chiarezza”, come lei dice al primo incontro. La capacità di capire cosa stesse provando, pensando e agendo in determinati momenti. Di raggiungere inoltre quegli strumenti per fronteggiare i momenti di “crisi”, quando cioè l’ansia diventa molto forte ed N. non riesce a mettere a frutto quanto raggiunto nelle terapie precendenti. <<Io sono soddisfatta di ciò che abbiamo raggiunto insieme>>, le dico. <<Si, ma insieme…>>, incalza lei. <<Ciò che abbiamo fatto qui insieme mi sembra lei lo abbia reso sempre più parte di sè…ricorda com’era all’inizio?>>. Ripercorriamo le tappe del percorso e le risorse emerse. N., che ha portato più volte in seduta la sua paura di non riuscire a “camminare” sicura da sola, accetta la mia proposta di rivederci tra due settimane, per cominciare a vedere come va in autonomia. Mi ringrazia per la fiducia che sto mostrando in lei. Quando un percorso psicologico finisce, è il più delle volte una gran gioia. Osservo con fierezza L. riappropriarsi della propria autonomia. Ma quando un percorso finisce non chiudi la porta. Quella poltrona che N. ha definito talvolta scomoda e dura, è sempre pronta ad accogliere, a rispolverare quelle risorse che ogni tanto non riusciamo a vedere. <<Di ogni percorso fatto mi porto una frase. Da questa mi porto: “non importa quanto grande, ma nessuna difficoltà potrà mai essere più grande di me>>. Per N. l’ansia non è più così grande. Per me N. ora lo è di più. Quando finisce un percorso psicologico, dagli occhi dello psicologo.

La Fiducia: Un Pilastro Essenziale per le Relazioni Umane e il Benessere Psicologico

La fiducia è uno degli elementi fondamentali che regola la vita sociale e personale degli individui. Essa rappresenta la base su cui si costruiscono relazioni sane, stabili e durature, sia in ambito familiare, amicale, che professionale. La fiducia implica una percezione di sicurezza e affidabilità nei confronti dell’altro, che consente di aprirsi emotivamente e condividere aspetti significativi di sé. Dal punto di vista psicologico, la fiducia non è solo un concetto sociale, ma è anche profondamente legata al benessere emotivo e mentale degli individui. Definizione di FiduciaLa fiducia è una forma di aspettativa positiva nei confronti delle azioni o delle intenzioni di un’altra persona. Essa coinvolge la convinzione che l’altro agirà in modo prevedibile e che non sfrutterà la nostra vulnerabilità. In psicologia, la fiducia è spesso vista come un costrutto multidimensionale che include aspetti cognitivi, emotivi e comportamentali. A livello cognitivo, la fiducia richiede la valutazione razionale delle intenzioni dell’altro; a livello emotivo, richiede un’apertura e un senso di sicurezza; a livello comportamentale, la fiducia si esprime attraverso l’azione, come il delegare compiti o confidare segreti personali. La fiducia è una componente cruciale in tutte le fasi della vita, a partire dall’infanzia. Secondo Erik Erikson (1963), la prima fase dello sviluppo psicologico è basata sulla formazione della fiducia di base. Se un bambino riceve cure costanti e amorevoli, sviluppa la fiducia verso il mondo. Al contrario, la mancanza di queste cure può portare allo sviluppo di una sfiducia di base che si riflette in relazioni difficili in età adulta. La Fiducia nelle Relazioni Interpersonali La fiducia è alla base delle relazioni interpersonali. Senza di essa, le relazioni diventano fragili e instabili. Una delle forme più comuni di fiducia nelle relazioni è la fiducia interpersonale, che si basa sulla convinzione che l’altro si comporterà in modo coerente con i nostri valori e aspettative. Questa fiducia si costruisce nel tempo, attraverso esperienze ripetute di interazione positiva e affidabilità. Tuttavia, una volta violata, la fiducia può essere difficile da recuperare, poiché richiede non solo il perdono, ma anche un processo di ricostruzione delle aspettative. La psicologia sociale ha studiato a lungo il concetto di fiducia nelle relazioni di coppia. Secondo il modello di investimento di Caryl Rusbult (1980), la fiducia si sviluppa quando entrambi i partner percepiscono che i loro investimenti nella relazione sono valorizzati e che ci sono poche alternative esterne preferibili. La fiducia in questo contesto è vista come una forma di impegno relazionale, in cui entrambi i partner sentono che la relazione è un luogo sicuro in cui condividere emozioni, vulnerabilità e bisogni. Fiducia in Sé Stessi (Autostima e Autoefficacia) La fiducia non riguarda solo le relazioni interpersonali, ma anche la relazione che ciascun individuo ha con se stesso. Due concetti psicologici chiave legati alla fiducia in sé stessi sono l’autostima e l’autoefficacia. L’autostima è il giudizio complessivo che una persona ha del proprio valore; quando un individuo ha un’alta autostima, tende a fidarsi delle proprie capacità e a sentirsi sicuro nelle proprie decisioni. L’autoefficacia, introdotta da Albert Bandura (1977), si riferisce alla convinzione di essere in grado di gestire situazioni specifiche e di raggiungere gli obiettivi desiderati. Le persone con alta autoefficacia affrontano le sfide con più fiducia, perseverano di fronte alle difficoltà e sono più resilienti allo stress. Le Conseguenze Psicologiche della Mancanza di Fiducia La mancanza di fiducia può avere conseguenze psicologiche significative. Quando una persona non si fida degli altri, può sviluppare comportamenti difensivi, paura dell’intimità e difficoltà nel formare relazioni autentiche. Questa sfiducia può derivare da esperienze traumatiche, come il tradimento, l’abbandono o il rifiuto, che lasciano cicatrici emotive difficili da guarire. Una persona che è stata tradita può sviluppare una visione del mondo come pericoloso e inaffidabile, riducendo la sua capacità di aprirsi e creare legami significativi. Allo stesso modo, la mancanza di fiducia in sé stessi può portare a un ciclo di insicurezza e bassa autostima. Le persone che non si fidano delle proprie capacità possono evitare di affrontare nuove sfide per paura di fallire, limitando così il loro sviluppo personale e professionale. Inoltre, la sfiducia in sé stessi può contribuire allo sviluppo di disturbi psicologici come l’ansia e la depressione, poiché il continuo dubbio delle proprie capacità crea uno stato di stress emotivo costante. Il Ruolo della Fiducia nella Psicoterapia La fiducia gioca un ruolo fondamentale anche nella relazione terapeutica tra psicologo e paziente. La fiducia tra il paziente e il terapeuta è una componente essenziale per il successo della terapia. Carl Rogers, fondatore della terapia centrata sul cliente, ha sottolineato l’importanza della fiducia nel creare un ambiente terapeutico sicuro e non giudicante, in cui il paziente possa esplorare liberamente i propri sentimenti e pensieri. La fiducia consente al paziente di aprirsi, affrontare i propri problemi e lavorare verso il cambiamento. Una relazione terapeutica basata sulla fiducia permette al paziente di sentirsi compreso e supportato, elementi chiave per il processo di guarigione psicologica. Tuttavia, costruire questa fiducia può richiedere tempo, soprattutto per pazienti che hanno subito traumi o esperienze di tradimento, e la sua perdita, anche in un contesto terapeutico, può essere difficile da recuperare. Costruire e Ristabilire la Fiducia La fiducia è un elemento che può essere costruito e ricostruito nel tempo, anche dopo che è stata compromessa. Tuttavia, la ricostruzione della fiducia richiede impegno, comunicazione aperta e coerenza. In ambito psicologico, è importante riconoscere che la fiducia non è una dimensione fissa, ma un processo dinamico che si evolve attraverso esperienze continue di affidabilità e rispetto reciproco. Quando una persona o una relazione perde fiducia, è fondamentale intraprendere un percorso di riparazione che coinvolga il riconoscimento degli errori, il perdono e un costante impegno nel cambiare il comportamento. La fiducia, quindi, non è solo un sentimento astratto, ma un costrutto psicologico che permea ogni aspetto delle relazioni umane e dell’esperienza personale. Essa ha il potere di facilitare il benessere e la crescita, così come la sua mancanza può ostacolare lo sviluppo psicologico e sociale. Bibliografia Bandura, A. (1977). Self-efficacy: Toward a unifying theory of behavioral change. Psychological Review,

La felicità fa bene alla salute?

Una ricerca mette in luce connessioni sorprendenti. Un interessante articolo di Erman Misirlisoy fa riferimento a uno studio pubblicato nel 2020, che dimostra come la felicità di una persona appaia correlata a un prolungato mantenimento della memoria e a un declino cognitivo più lento nel tempo. Al di là di tutti i luoghi comuni, ovviamente sensati, su quanto possa essere d’aiuto per la salute fisica e mentale sentirsi felici, è molto difficile effettuare ricerche in questo campo. Lo studio citato si basa sull’analisi dei risultati di una lunga ricerca longitudinale, durata 18 anni, da metà anni ’90 a metà anni 2010, a cura di Emily Hittner e colleghi. I soggetti coinvolti avevano un’età compresa tra i 40 e i 60 anni: in tre diversi momenti temporali, a distanza di nove anni l’uno dall’altro, i partecipanti sono stati intervistati a proposito di come si erano sentiti emotivamente durante i 30 giorni precedenti. Veniva loro chiesto di riferire quante volte, durante quell’arco di tempo, si fossero sentiti di buon umore, allegri, motivati, entusiasti, calmi e sereni. Durante il secondo e il terzo incontro, cioè a 9 e 18 anni di distanza dalla prima rilevazione, i ricercatori hanno anche raccolto dati sulle prestazioni della memoria dei partecipanti. Il test consisteva in un messaggio telefonico in cui venivano elencate 15 parole non correlate: alle persone veniva poi chiesto di ricordarne il maggior numero possibile, entro 90 secondi. I dati raccolti hanno confermato due semplici assunti, per quanto riguarda i soggetti coinvolti: 1. che la memoria diminuisce con l’età e 2. che i sentimenti positivi (che possiamo grossolanamente raggruppare nel termine “felicità”) aumentano invece con l’età. In realtà, questo vale perché nel campione non erano rappresentate persone molto giovani. È infatti provato, dalle ricerche sulla felicità in diversi paesi del mondo, come esista una costante rilevabile: le persone hanno in genere un’elevata felicità nella fascia comprendente i giovani adulti; la curva di felicità scende nella fascia di età dei 40-50enni (intorno ai 30-40 si ha il picco dello stress), per poi risalire di nuovo oltre i 60 anni. Hittner e colleghi hanno rilevato che le persone che avevano riferito di sentirsi più felici, durante la misurazione a nove anni dall’inizio dello studio, hanno mostrato un minore declino della memoria alla fine dello studio  nove anni dopo, cioè a 18 anni dall’inizio della ricerca. In conclusione: una minore “felicità”, percepita e riferita dalle persone coinvolte, era costantemente collegata a una maggiore perdita di memoria nel tempo. I dati di questo lungo studio longitudinale suggeriscono che la felicità può proteggere dal declino della memoria fisiologicamente correlato all’età. Naturalmente, si tratta di uno studio che si basa puramente sull’osservazione nel tempo dei percorsi spontanei delle persone coinvolte. Per capire davvero se la felicità sia in grado di causare cambiamenti, nella salute psicologica e fisica, sarebbe necessario manipolare i livelli di felicità dei partecipanti e misurare i risultati sulla salute; operazione che ha ovvie implicazioni di complessità progettuale e di proponibilità etica. Ma è proprio questo che un altro studio del 2020 ha cercato di fare. Sono stati coinvolti 155 adulti; metà delle persone partecipanti sono state casualmente assegnate a ricevere un “trattamento di felicità”. Di cosa si trattava? Di beneficiare di un programma di 12 settimane di attività, progettate appositamente per aumentare la felicità. Ogni settimana, durante la durata del trattamento, i ricercatori chiedevano ai soggetti di valutare la propria salute fisica, gli stati d’animo generali e la propria soddisfazione esistenziale. Le persone che avevano ricevuto il trattamento hanno riferito di aver sperimentato un numero superiore di emozioni positive e un numero minore di emozioni negative durante il percorso, oltre a dichiarare, in termini generali, una maggiore soddisfazione per la vita. Al contrario, il gruppo di controllo che non ha ricevuto alcun trattamento non ha mostrato segni di progresso. Ma il trattamento per la felicità ha anche contribuito a migliorare la salute fisica? Alla fine del percorso, i partecipanti al trattamento avevano circa il 20% di probabilità in più, rispetto al gruppo di controllo, di avere una giornata in cui “si sentivano sani e pieni di energia”. Avevano anche un tasso di incidenza di circa il 30% in meno di riferire un giorno di malattia. I ricercatori non sono però riusciti a trovare marcatori biologici affidabili alla base dei miglioramenti di salute auto-riferiti dalle persone (venivano misurati solo la pressione sanguigna e l’indice di massa corporea), il che conferma la complessità di una ricerca in questo campo, anche perché nello studio citato si utilizzava solo un gruppo di controllo passivo. Per uno studio più completo, come suggerisce Misirlisoy, occorrerebbe confrontare l’intervento sulla felicità con un intervento (difficile da progettare) che abbia funzione di placebo, per constatare se i risultati sono confermati anche nel caso in cui i partecipanti di entrambi i gruppi si aspettino di ottenere un beneficio. In conclusione: se è ragionevole rimanere cauti nell’interpretare l’influenza della felicità sulla salute fisica delle persone, ci sono motivi per credere che il buon umore e la serenità siano essenziali per sostenere una biologia più sana e che i dati di studi e ricerche future, auspicabilmente ancora più rigorosi, grazie a metodi innovativi, possano confortare il buon senso comune: che sorridere di più, sentirsi a proprio agio e approfittare di ogni piccola risorsa di gioia faccia davvero bene a tutti noi.

LA FAMIGLIA E’ DOVE C’E’ AMORE: Famiglie Arcobaleno

Per famiglia arcobaleno si intende, una famiglia composta da coppie dello stesso sesso che hanno dei figli.  A volte si tratta di uomini o donne che sono diventati padri e madri da una precedente relazione eterosessuale, prima di scoprire di avere un altro orientamento sessuale o, possono essere coppie omosessuali che desiderando un figlio ricorrono alla fecondazione assistita all’estero o all’adozione.  Fanno parte delle famiglie arcobaleno anche genitori single omosessuali che, per ragioni diverse, riescono ad avere un bambino diventando successivamente genitori single. Le famiglie omogenitoriali si trovano ad affrontare quotidianamente molte sfide: ottenere supporto dalle famiglie di origine, affermare la legittimità della loro realtà e affrontare i giudizi degli altri.Un altro grave indice che conduce all’ignoranza, ovvero l’ignorare il sapere su queste famiglie, è dato dalla naturalizzazione: l’omogenitorialità viene spesso considerata inammissibile sulla base del presupposto che due individui dello stesso sesso non sono in grado di generare vita.  STUDI SULL’OMOGENITORIALITA’ I numerosi studi sull’argomento si sono principalmente incentrati sull’influenza che questi genitori possono avere sui figli e in particolare sul condizionamento della loro sessualità, sullo sviluppo psicologico e sui possibili problemi sociali. Come affermato da vari autori, da David Cramer a Charlotte J. Patterson, non si ha alcuna evidenza empirica per cui individui omosessuali non siano in grado di essere buoni genitori. Come affermato da Patterson stesso, gli studi hanno messo in evidenza che la maggior parte delle coppie omosessuali tende a dividersi alla pari il lavoro domestico e familiare e si ritengono soddisfatte della loro vita di coppia.  Sempre Cramer a Pattinson esprimono quali siano i timori secondo i quali si ritiene che non si possano affidare figli a coppie lesbiche e gay:  il primo è che lo sviluppo dell’identità sessuale possa essere messo a repentaglio nei figli di coppie omosessuali; il secondo è che i figli possano avere maggiori insorgenze di disturbi mentali, di adattamento, problemi comportamentali durante le varie fasi dello sviluppo;  il terzo è che la prole potrebbe avere difficoltà relazionali a causa delle etichette e dello stigma; inoltre che possano essere maggiormente esposti all’abuso sessuale da parte di amici dei genitori o dei genitori stessi in quanto ritenuti “perversi”.  Per quanto riguarda il primo timore è utile considerare tre aspetti dell’identità sessuale: l’identità di genere, il comportamento di ruolo di genere e l’orientamento sessuale. Per quanto riguarda l’identità di genere è stata condotta una ricerca in cui tutti i bambini, che sono stati seguiti durante l’età infantile, adolescenziale e poi nella fase adulta hanno avuto uno sviluppo di identità di genere ordinario ovvero che tutti si riconoscevano nel proprio genere di appartenenza.  Circa il comportamento del ruolo di genere gli studi affermano, sia per gli interessi che per le preferenze di attività, i figli di genitori gay e lesbiche hanno comportamenti meno stereotipati, meno legati al ruolo di genere e al comportamento di genere ovvero che tendono a scegliere liberamente sport, studi e professioni considerati tipicamente maschili o femminili.  Rispetto all’orientamento sessuale dei minori, una delle preoccupazioni è che i figli di genitori omosessuali potessero divenire omosessuali a loro volta mentre i dati espongono, rispetto all’orientamento sessuale, che i figli di persone gay e lesbiche hanno la stessa probabilità di essere eterosessuali o omosessuali. L’American Psychiatric Association e Patterson (1995) hanno evinto che lo sviluppo delle relazioni con i pari è ordinario in quanto i figli di genitori omosessuali hanno medesime capacità relazionali di bambini cresciuti in famiglie eterosessuali. Inoltre, in una ricerca condotta in Inghilterra, nella relazione con gli adulti (Golombok, 1983), le madri lesbiche divorziate tendono ad avere contatti maggiori con il padre rispetto alle madri divorziate eterosessuali. Per quanto riguarda la discriminazione da parte dei pari essa dipende dagli ambienti e dai contesti che sono più o meno ostili ed in cui è radicato il pregiudizio.  È stato studiato che le conseguenze di tale pregiudizio produrrebbero traumi psicologici o difficoltà dovuti ad atti di bullismo. Ciò è osservabile anche in altre situazioni familiari atipiche come nei figli di genitori separati o stranieri.  Per quanto riguarda gli abusi sessuali questi vengono perpetrati per la maggior parte da maschi, come dimostrato, e hanno luogo solitamente in famiglia; sono i padri perlopiù che abusano delle figlie femmine e quindi in un contesto eterosessuale. I risultati delle ricerche internazionali dimostrano quindi che i figli di genitori gay o lesbiche si sviluppano emotivamente, cognitivamente, socialmente e sessualmente, esattamente come i bambini che hanno genitori eterosessuali. L’orientamento sessuale dei genitori conta molto meno dell’avere genitori che li amino e li educhino. Il riconoscimento delle famiglie omogenitoriali nelle nostre società non toglie valori alla societàsemmai ne aggiunge. Andiamo incontro ad una società sempre più variegata, un futuro sempre più cosmopolita; accettare le differenze, qualunque esse siano, non potrà che renderci più ricchi e migliori.

La famiglia del ventesimo secolo

I bambini hanno bisogno di contenimento emotivo di Federica Cirino Pomicino Oggi la famiglia appare un luogo con molte discrepanze e continue difficoltà. I bambini per crescere sani hanno bisogno di cure materiali, certo, ma volendo parlare di un concetto più ampio e più strettamente psicologico, hanno un fondamentale bisogno di “contenimento emotivo” (Wilfred Bion). Avere uno spazio protetto ed un limite al loro egocentrismo e alla loro aggressività è fondamentale. Oggi sembra che tutto questo accada con grande difficoltà, che i genitori fatichino a mettere limiti e regole, forse perché troppo presi dalla loro vita. Spesso è più facile dire si ai figli, piuttosto che dover discutere o metterli in punizione. A volte, nelle famiglie di oggi ci sono “piccoli dittatori” che comandano. Ma sentire di essere così potenti fa poi crollare questi bambini dinanzi alle frustrazioni che inevitabilmente la vita propone. Molti bambini vivono inchiodati davanti a tv e videogiochi ed hanno in mano cellulari con libero accesso ad internet.  Vengono gettati nel mondo adulto senza protezione e senza spiegazioni. Nel ventesimo secolo ancora non è chiaro che con i bambini si deve parlare e che loro provano paure ed angosce proprio come noi adulti e che non bisogna avere paura di parlare di emozioni e di ciò che si prova. La genitorialità Molti genitori appaiono sprovveduti di quelle “capacità genitoriali” che crediamo dovrebbero essere scontate. Il così detto “buon senso” sembra essere scomparso e molti genitori non si fidano più delle proprie capacità, del proprio istinto genitoriale senza dover per forza leggere un libro sull’argomento o chiedere consiglio a chiunque. Madre e padre si trovano spesso a divergere sull’educazione dei figli e a sminuire l’autorità dell’altro. Sappiamo tutti quanto l’autorità paterna sia funzionale alla crescita di un figlio all’interno di una famiglia. Ma oramai, molto spesso, l’autorità paterna, nel nostro secolo, appartiene più alle donne. La madre “sufficientemente buona, ” come la definisce Winnicott, dovrebbe essere in grado di accudire il figlio e comprenderlo nei suoi bisogni materiali ed emotivi ma, quando cresce, dovrebbe avere anche la capacità di lasciarlo andare sostenendo la sua personalità. I genitori diventano gli “oggetti buoni introiettati” (Melanie Klein) che rendono capace il figlio di affrontare poi la vita da solo. Esistono madri ingombranti e castranti che non riescono a far svincolare da loro questi figli maschi. Questo vale, in ogni modo per tutti i figli, maschi o femmine che siano. Infatti, il bisogno dei figli di autonomia e d’individuazione-separazione che avviene concretamente nell’età adolescenziale (Peter Blos), appare spesso ostacolato dai genitori che faticano a trovare “la giusta distanza” per lasciarli crescere.

La donna sui social: tra perfezione e femminismo 2.0

donna social

L’immagine della donna sui social: dalla ricerca della perfezione alla conquista del femminismo 2.0. Cosa significa essere donna nel 2022, ai tempi dei social networks? Essere donna è un dato di fatto che definisce la nostra identità nell’accezione più letterale del termine. Eppure, al giorno d’oggi, essere donna implica una responsabilità: quella di prendere consapevolezza e controllo della propria immagine. Con l’introduzione dei mezzi di comunicazione virali e alla portata di tutti, una lente di ingrandimento si è avvicinata in maniera invasiva alle nostre vite. Essere online per le nuove generazioni equivale ad esistere. Tutte le informazioni presenti in rete influenzano le percezioni e le rappresentazioni che gli altri utenti hanno di noi, dando vita alla web reputation.Se questa regola vale per tutti gli individui, perché ancora oggi rappresenta un problema quasi unicamente per le donne? Purtroppo è ancora presente e ben radicato lo stereotipo che vede la donna inscatolata in categorie ben precise che ne definiscono le sorti personali e professionali. La lotta agli stereotipi sui socialL’universo digitale ha amplificato la tendenza a giudicare la donna in base ad alcune caratteristiche e non nella sua interezza. Questa presa di coscienza ha spronato la nascita di community a supporto delle donne e di campagne volte e stravolgere la rappresentazione tradizionale della donna. I media sono stati spesso utilizzati per raccontare discriminazioni attraverso voci e volti noti, tra cui diverse influencer che hanno aderito alla causa. Tra cui Chiara Ferragni, che parlato di alcuni tristi fenomeni del nostro tempo, come il revenge porn, lo slut-shaming e il victim blaming. Ricerca della Perfezione e Dismorfismo da socialInternet è tuttavia, il posto delle grandi contraddizioni. Mentre le attiviste conducono battaglie, tante donne si adeguano agli elevatissimi standard estetici dei social networks, ritoccando le foto o emulando le star del web.Da un lato vediamo donne alla continua ricerca di una perfezione resa ancora più irraggiungibile dall’utilizzo di filtri e ritocchi. Dall’altro uomini (e donne) che si sentono in diritto di giudicare e commentare l’immagine di una donna. Come se da una foto derivasse tutta la sua identità. Riusciremo ad uscire da questo stigma quando ogni donna avrà l’opportunità di esprimere ogni sua sfumatura con ogni mezzo a sua disposizione, senza essere giudicata.