La Dolcezza della Morte: Un Viaggio tra Riti Arcaici e Miti di Rigenerazione

ll tempo non si regala né si conserva in banche del tempo, il tempo lo viviamo ogni giorno ed è la cosa più preziosa. Forse questa trattativa è un retaggio genetico di quando di notte, dividevamo talvolta la grotte con l’ Ursus spelaeus e poi di giorno dovevamo vedercela con quel frutto velenoso, con la natura con cui imparavamo a trattare per garantirci la vita e le nostre care riserve di cibo. De Martino nel saggio “Morte e pianto rituale”dedica un densissimo capitolo al legame tra raccolto, passione vegetale e pianto rituale. Mietitura, vendemmia, raccolta dei frutti e dei cereali, sono tutte attività agricole che instaurano un ciclo di morte e rinascita, che legano una specie vegetale ad un destino culturale. Tuttavia, rimane sempre uno scarto tra controllo umano e ambiente naturale, un’area di rischio che mette costantemente in pericolo la comunità umana. In tutte le culture arcaiche la morte è un processo attivo, non passivo. E’ la fine di un ciclo. Attraverso il mito della rigenerazione, i contesti cerealicoli impararono a contenere l’esperienza della morte vegetale, in cui l’ultima mietitura faceva paura perché poteva essere l’ultima in assoluto. Il lamento funebre si configura prima di tutto come rito agrario, ed è solo in seguito trasposto alla morte umana. Così il rituale praticato dalle prefiche, le lamentatrici, di staccare i capelli al defunto, era legato simbolicamente alla mietitura. Il taglio del grano e dei capelli permette il ritorno, così anche i banchetti che in alcune tradizioni funebri avvengono, rappresentano il mito della rinascita e di quanto con la morte si dia inizio alla nuova vita. Mi rifaccio ad una frase rivoluzionaria a mio avviso del dott. Tamino : “Imparare a cogliere la dolcezza della morte”. Ammettere che noi della morte non sappiamo nulla, ma che per poterla pensare, dobbiamo anche attivare una morte immaginativa, dolce, che non nega quella reale, ma la rende “mangiabile”. Come arteterapeuta Poliscreativa condivido il concetto che noi esseri umani oscilliamo costantemente tra l’idea di essere mortali e quella di essere immortali. Bisogna cercare di dialogare tra queste parti, per evitare che si crei un’unica polarità che ingolfi i pensieri e il vivere, imparando a contattare la dolcezza della morte, per apprezzare anche la vita. Ne “Il settimo sigillo” Ingmar Bergman immagina una partita a scacchi con la morte. Imparare a pensare dolcemente ai nostri morti e alla morte, così facendo depotenziamo il perturbante che questi argomentoni portano con sé. Come abbiamo sottolineato inizialmente, l’essere umano è storicamente legato alla morte e alla resurrezione vegetale che ha colpito l’uomo anche per la sua stretta dipendenza dallo stesso. Se dunque lo “spirito arboreo” doveva morire per poi risorgere, è nella buona, morte che si assicurava la rigenerazione.

La dissociazione nelle dipendenze patologiche.

L’infanzia è un periodo ricco di possibilità di crescita per gli individui, ma è tuttavia un periodo molto delicato nel quale alcune esperienze possono rivelarsi come traumatiche ed interferire con la crescita e lo sviluppo armonico. Le esperienze traumatiche nei bambini posso patologizzarsi: cioè la naturale predisposizione al ‘ritiro’ transitorio in condizioni di stress, può diventare un’esperienza in cui rifugiarsi per non sentire l’esperienza di un ambiente non protettivo. La dissociazione è una funzione naturale della mente che esclude dal campo della coscienza emozioni, sensazioni troppo forti ed accompagnate da sofferenza: si tratta di un meccanismo di sbarramento che mette al riparo la coscienza ordinaria da un eccesso di stimoli dolorosi. Essa ha dunque il compito durante tutte le fasi dello sviluppo di proteggere l’individuo per mezzo dell’alterazione dello stato id coscienza ordinario tramite un processo inibitorio attivo delle informazioni intollerabili e sopraffacenti, e la costruzione di una realtà parallela più favorevole e nella quale trovare rifugio. Il sollievo che si ricava nel ritirarsi temporaneamente in questo rifugio non ha nulla di patologico e può essere messo al servizio dell’Io dell’energia personale e della creatività. Ma quando il ritiro diventa eccessivo e tende alla reiterazione esso comporta il rischio dell’isolamento e la distorsione del senso del Sé, della relazione, del contatto con la realtà a favore di attività autoerotiche, compulsive caratteristiche delle varie forme di ‘dipendenza patologica’, nella forma più estrema a veri e propri disturbi dissociativi.  In questi casi si assiste alla disgregazione delle componenti cognitive ed emotive, all’incapacità di ‘mentalizzazione’ cioè di trovare un senso coeso all’esperienza stressante e di conseguenza la sostanza piò fungere da ‘calmante’ rispetto all’incapacità di sostenere un’esperienza emotiva dolorosa. Questo meccanismo di difesa accanto ad altri fattori traumatici e ad un attaccamento disorganizzato concorrono allo stato di dipendenza. In francese l’abuso di sostanza viene indicato dal termine ‘toxicomanie’ che definisce uno stato psichico di tipo esaltativo, mentre in inglese per la dipendenza si usa il termine ‘addiction’ esso deriva dal latino ‘addictus’ che fa riferimento ad una condotta attraverso cui un individuo è reso schiavo perché sottende l’assenza di libertà delle dipendenze patologiche. Nonostante le evidenti differenze in merito all’oggetto della dipendenza, i comportamenti additivi sembrano rappresentare un tentativo disfunzionale di contrastare l’emergere incontrollato di vissuti traumatici infantili, se le emozioni traumatiche tendono ad emergere esse si presentano il più delle volte in forma di sintomi post traumatici (iperattività, rabbia, confusione nel pensiero, disturbi somatici) che il soggetto cerca di contrastare ritirandosi in stati mentali dissociati per mezzo dell’oggetto-droga.

La disabilità intellettiva. Alcune considerazioni per la valutazione clinica

di Francesca Dicè Si definisce disabilità una condizione nella quale la persona presenta una ridotta capacità d’interazione con l’ambiente rispetto a ciò che è considerata la norma, con una minore autonomia nello svolgere le attività quotidiane e spesso in condizioni di svantaggio nel partecipare alla vita sociale (Pagani, 2012; Convenzione ONU, 2006). Questa nuova visione della disabilità si sostituisce al concetto di handicap che prima evidenziava gli aspetti deficitari della persona. Un’importante esempio di tale cambiamento può essere rappresentato dalla Disabilità Intellettiva, prima indicata con il termine Ritardo Mentale (in seguito sostituito perché considerato valutativo e stigmatizzante) ed ora definita dal DSM 5 come appartenenti ai Disturbi del Neurosviluppo. Affinché essa sia diagnosticata, è necessario che la persona presenti un deficit del funzionamento intellettivo (es. ragionamento, funzioni esecutive, apprendimento) e adattivo (es. mancato suggerimento dell’autonomia), entrambi con insorgenza durante l’età evolutiva; quest’ultimo criterio è fondamentale per la diagnosi differenziale con i disturbi neurocognitivi e le demenze (Gruppo Studi Cognitivi; DSM-5; ANFASS). Sempre secondo il DSM-5, il livello di gravità della disabilità intellettiva può essere definito lieve, moderato, grave e profondo e, per determinare tale caratteristica, è indispensabile considerare le difficoltà delle persone nella gestione dei compiti quotidiani, come ad esempio le faccende domestiche, il tempo e lo spazio, il denaro, le relazioni affettive (Gruppo Studi Cognitivi; DSM-5; ANFASS). È possibile, inoltre, che le persone con disabilità intellettiva possano essere più lente, rispetto agli altri, nell’acquisire nuove abilità e più inclini a perderle, oltre a non riuscire sempre a comprendere nuove informazioni o a interagire con gli altri (Gruppo Studi Cognitivi; DSM-5; ANFASS). Se le cause della disabilità intellettiva possono essere biologiche, psicosociali o una combinazione di entrambe, i principali fattori di rischio per la sua insorgenza possono riguardare ereditarietà, alterazioni precoci dello sviluppo embrionale (es. mutazioni genetiche), danni prenatali (es. infezioni), problemi nel periodo perinatale (es. nascite premature), condizioni mediche infantili (es. condizioni traumatiche); influenze ambientali o disturbi mentali (es. altri disturbi del neurosviluppo) (Gruppo Studi Cognitivi; DSM-5; ANFASS). La disabilità intellettiva è una condizione permanente e copre l’intero arco della vita, ma i livelli di gravità possono cambiare secondo le età delle persone e le condizioni ambientali in cui esse versano. Ciononostante, la maggior parte di esse spesso riesce a vivere in maniera abbastanza autonoma, soprattutto se sono stati forniti opportuni supporti, utili a sviluppare nuove abilità e soprattutto misurati sulle specifiche caratteristiche delle persone e del loro contesto di vita (Gruppo Studi Cognitivi; DSM-5; ANFASS). Pertanto, nella valutazione di queste condizioni, è fondamentale che la corretta rilevazione della gravità, oltre ad essere agevolata dal ricorso a test specifici come le Matrici Progressive di Raven (Raven et al., 2003), le Scale Wechsler (Wechsler et al., 2008a; 2008b; 2008c) e le Scale Vineland (Sparrow et al., 2005) (Di Nuovo & Buono, 2010), si accompagni ad un adeguato approfondimento dei desideri, delle paure e delle preferenze della persona. Ciò potrebbe agevolare la strutturazione di uno piano di supporto specificamente strutturalmente sui bisogni della persona e utile a migliorarne la sua qualità di vita (Gruppo Studi Cognitivi; DSM-5; ANFASS). Tali approfondimenti sarebbero inoltre indispensabili a definire interventi abilitativi precoci e duraturi nel tempo, migliorando d i conseguenza i l comportamento adattivo della persona e favorendo il conferimento di sempre maggiori autonomie nella vita quotidiana (Gruppo Studi Cognitivi; DSM-5; ANFASS). Bibliografia American Psychiatric Association (2014). Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali – Quinta Edizione (DSM-5). Ed It. Milano: Raffaello Cortina Editore. Associazione Nazionale di Famiglie di Persone con Disabilità Intellettiva e/o Relazionale (ANFASS), Disabilità intellettive, cosa sono. Retrieved from http://www.anffas.net/it/disabilita-intellettivee-disturbi-dello-spettro-autistico/ cosa-sono/disabilita-intellettivecosa-sono/ Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità (2006). Retrieved from https://www.lavoro.gov.it/temi-e-priorita/ disabilita-e-non-autosufficienza/focus-on/Convenzione-ONU/Documents/Convenzione%20ONU.pdf Di Nuovo S. & Buono S. (2010). Strumenti psicodiagnostici per il r i tardo mentale. L’assessment psicologico nella disabilità intellettiva. Roma: Franco Angeli Editore. Gruppo Studi Cognitivi, Ritardo Mentale o Disabilità Intellettiva, Retrieved from https:// www.intherapy.it/disturbo/ritardo-mentaleo-disabilita-intellettiva/ Pagani L. (2012) Disabilità. Dizionario di Economia e Finanza, Enciclopedia Treccani. Retrieved from https://www.treccani.it/enciclopedia/disabilita_%28Dizionario-di-Economia-e-Finanza%29/ Raven J., Raven J. C., & Court J. H. (1998, updated 2003). Manual for Raven’s Progressive Matrices and Vocabulary Scales. Sect ion 1: General Overview. San Antonio, TX: Harcourt Assessment ISBN 9781856390170. Sparrow S. S, Cicchetti V. D & Balla A. D. (2005). Vineland adaptive behavior scales. 2nd edition. Circles Pines: American Guidance Service. Wechsler D. (2008a) Manual for the Wechsler Preschool and Primary Scale of Intelligence (WPPSI) – IV. The Psychological Corporation, New York (Tr. It. 2 0 1 3, GIUNTI Psychometrics). Wechsler D. (2008b). Manual for the Wechsler Intelligence Scale for Children (WAIS)-IV. The Psychological Corporation, New York (Tr. It. 2013, GIUNTI Psychometrics). Wechsler D. (2008c). Manual for the Wechsler Intelligence Scale for Children-Revised (WISC) – IV. The Psychological Corporation, New York (Tr. It. 2013, GIUNTI Psychometrics).

La Dipendenza Affettiva

La Dipendenza Affettiva (Love Addiction) viene considerata come facente parte delle Nuove Dipendenze (New Addiction), ossia le dipendenze comportamentali, dipendenze in cui, al posto di una sostanza, vi è dipendenza da un comportamento. Le Nuove Dipendenze sono entrate a far parte della classificazione ufficiale DSM per la prima volta con la pubblicazione DSM 5, nella categoria dei “Disturbi Correlati A Sostanze”. E’ caratterizzata da un legame doloroso in cui è alterato l’equilibrio tra il dare e il ricevere.  La dipendente affettiva dedica completamente il proprio corpo e la propria mente all’altro.  Si riscontrano dei forti sintomi di malessere quando il partner non c’è o, peggio ancora, quando interrompe la relazione.  Ci si sente vuote, si cerca di tenere la vicinanza con l’altro, si provano vissuti di ansia, depressione e malessere fisico. Il partner si trasforma in una sorta di droga a cui si deve attingere per riempire un vuoto profondo e stare bene. Non si riesce a beneficiare dell’amore nella sua profondità e intimità, ma si cerca un piacere immediato, l’alleviamento di una tensione o il superamento di un’insicurezza.  Ottenuto l’appagamento, questo è così tranquillizzante e soddisfacente che si ha voglia di rivivere e reinnescare la vicinanza con il partner.Non ci si rende conto della sofferenza e dannosità del legame, si è disposti a tutto pur di stare con l’altro.  La dipendente affettiva non è in grado di uscire dal rapporto con il partner, anche se ammette che la relazione è senza speranza, insoddisfacente e autodistruttiva. Sviluppa anche sintomi come ansia generalizzata, depressione, inappetenza, insonnia, malinconia, idee ossessive. La psicoterapia per la dipendenza affettiva è un percorso che può risultare lungo e faticoso, ma sicuramente consente di rafforzare e migliorare la qualità della vita individuale e relazionale. Riconoscere le dinamiche tipiche è il primo passo per riacquistare la propria serenità!

La Diagnosi di Dislessia Evolutiva: le strategie per riconoscerla ed affrontarla

di Veronica Lombardi Secondo il DSM-5 manuale statistico e diagnostico dei disturbi mentali, la dislessia è un disturbo della lettura che si manifesta in individui in età evolutiva privi di deficit neurologici, cognitivi, sensoriali e relazionali e che hanno usufruito di norma le opportunità educative e scolastiche. Più precisamente la dislessia è la difficoltà del controllo del codice scritto, difficoltà che riguarda la capacità di leggere e scrivere in modo corretto e fluente. I bambini dislessici mostrano un inefficace automatizzazione del processo di lettura, abilità che dovrebbe essere strutturata dalla elementare, età in cui il bambino dovrebbe cominciare a velocizzare la scrittura e nella lettura accedere direttamente al significato (R. Militerni, Neuropsichiatria Infantile, Idelson – Gnocchi, 2006). L’attenzione è del tipo focale, il bambino cioè, si concentra specificatamente sulla decodifica del testo stancandosi rapidamente commettendo errori, rimanendo indietro e di conseguenza avendo difficoltà di acquisizione. La difficoltà di lettura può essere più o meno grave e spesso si accompagna a problemi della scrittura nel calcolo e talvolta anche in altre attività mentali, queste tre abilità. Infatti, lettura, scrittura e calcolo, presentano delle basi comuni. La dislessia non è causata da mancanza di intelligenza ne dà problemi ambientali o psicologici o da deficit sensoriali o neurologici anzi, i bambini dislessici sono intelligenti e creativi, il loro rendimento scolastico è però generalmente carente, portando gli insegnanti a credere che il bambino abbia difficoltà intellettive, in realtà, il problema nasce dal fatto che il bambino dislessico durante la lettura presenta una scarsa attivazione dei meccanismi cerebrali deputati a tale compito, alla quale, di contro, corrisponde un eccessiva attivazione di aree cerebrali deputate ad altre attività. È stato inoltre dimostrato che alcune competenze, come ad esempio quelle linguistiche, metalinguistiche, visuo-spaziali siano compromesse (M. Pratelli, Le difficoltà di apprendimento e la dislessia. Diagnosi, prevenzione, terapia e consulenza alla famiglia, Edizioni Junior (BG), 2004). Le strategie per aiutare un bambino dislessico Le ricerche più recenti sull’argomento confermano l’ipotesi di un’origine costituzionale della dislessia evolutiva; ci sarebbe cioè una base genetica e biologica che origina la predisposizione al disturbo (Giacomo Stella, La Dislessia – Quando un bambino non riesce a leggere: cosa fare, come aiutarlo, Bologna, Il Mulino, 2004). Nella dislessia evolutiva ciò che viene a mancare è la correttezza e la rapidità con cui si legge, la comprensione del testo è variabile ma generalmente buona o sufficiente riguardo alla correttezza di lettura. Ecco alcuni degli errori tipici del bambino dislessico: 1. Errori di tipo visivo scambio di lettere che hanno tratti simili o speculari (e con a, r con e, m con n, b con d); 2. Errori di tipo fonologico: scambio di lettere che hanno la stessa radice f con b; c con g. I disturbi di scrittura associati alla dislessia evolutiva sono detti disortografie, cioè difficoltà nel realizzare i processi di correzione automatica del testo. Ecco alcuni degli errori tipici: 1. Errori fonologici: scambi di lettere che hanno tratti di siti simili o speculari (e con a, r con e, m con n, b con d, p con q; omissioni o aggiunte di lettere o sillabe; inversioni inesattezze grafiche. 2. Errori non fonologici: separazioni illegali o fusioni illegali, scambio grafema omofono per omissione o aggiunta di h. Oltre a ciò generalmente, il bambino con dislessia evolutiva non riesce imparare le tabelline e al cune informazioni in sequenza, come le lettere dell’alfabeto, i giorni della settimana, i mesi dell’anno, può far confusione per quanto riguarda i rapporti spaziali e temporali, per esempio destra-sinistra, ieri/domani, prima/dopo e può avere difficoltà a esprimere verbalmente ciò che pensa e in alcuni casi sono presenti difficoltà in alcune abilità motorie, nella capacità di attenzione e  concentrazione. Frequentemente il bambino dislessico ha difficoltà a copiare dalla lavagna e a prendere nota delle istruzioni impartite oralmente. Appare evidente come il bambino dislessico possa perdere la fiducia in se stesso con conseguenti alterazioni del comportamento. Spesso sono propri i bambini dislessici non diagnosticati ad accusare come primi sintomi ansia da prestazione, stati depressivi che sviluppano scarsa autostima. Riguardo allo stile di apprendimento, è stato rilevato che nei bambini dislessici l’acquisizione delle abilità connesse alle prime fasi dello sviluppo parlare o camminare è stato più lento rispetto alla media, il bambino dislessico apprende rapidamente attraverso l’osservazione e soprattutto grazie a supporti visivi. La diagnosi della dislessia evolutiva deve basarsi tanto su indagini neuropsicologiche che fisiologiche importante, innanzitutto, escludere con mezzi, oggettivi, deficit sensoriali della vista dell’udito neurologici, cognitivi ed emotivo relazionali. Il disturbo deve essere analizzato nelle sue diverse componenti per capire le aree di difficoltà del bambino e soprattutto le strategie che utilizza durante la lettura. Egli, infatti, durante il corso della scuola primaria metterà in atto alcune strategie di compensazione tenendo cioè a compensare con altre abilità le sue carenze. È essenziale che la diagnosi sia il risultato di un lavoro multidisciplinare tra neuropsichiatra logopedista psicologo psicopedagogista la diagnosi deve riguardare infatti le capacità cognitive del bambino le abilità prassiche e spaziali la memoria il linguaggio e l’apprendimento in senso stretto (C. Cornoldi, Le difficoltà di apprendimento a scuola, Bologna, Il Mulino, 1999). Partendo dal presupposto che i dislessici hanno un diverso modo di imparare Ma che possono imparare, diamo qui di seguito alcuni consigli per gli adulti che nei diversi ruoli, si trovano ad avere a che fare con un bambino dislessico. Quello che possono fare i genitori: 1. Informarsi sul problema anche attraverso l’applicazione della legislazione, per esempio, è bene sapere che la legge permette di prendere permessi di lavoro per seguire i figli dislessici (articolo 6 legge 170). 2. Cercare un’appropriata valutazione diagnostica. 3. Instaurare con gli insegnanti un rapporto di fiducia e verificare come il bambino affronta le difficolta in classe. 4. Aiutare il bambino nelle attività scolastiche, per esempio, leggergli ad alta voce sostituire la lettura con altri strumenti per esempio registrazioni DVD computer. Quello che possono fare gli insegnanti: 1. accogliere realmente la diversità studiarla comunicare e serenamente con il bambino e dimostrargli comprensione come prevede la norma giuridica; 2. Parlare alla classe non

LA CULTURA INFLUENZA LE PERCEZIONI?

La cultura in cui siamo cresciuti influenza le nostre percezioni sul mondo. In particolare, la nostra vista non è solo un processo fisico di recepimento della luce, ma anche un’interpretazione influenzata dalla cultura in cui siamo immersi. Due esempi ci aiutano a comprendere cometa cultura influenza le nostre percezioni: il disegno del diapason del diavolo e la percezione di un cacciatore. Il diapason del diavolo ha tre prolungamenti… o ne ha due? Difficilmente riusciremmo a riprodurre fedelmente il disegno su un foglio bianco, a meno che non facessimo parte di una tribù africana che ha avuto pochissimi contatti la cultura occidentale. Per loro il compito è semplice! Una spiegazione sembra essere che gli occidentali automaticamente interpretano l’immagine come qualcosa che non può esistere in tre dimensioni e dunque sono bloccati nel riprodurla. I membri di una tribù africana non fanno automaticamente la supposizione che la figura sia “impossibile” e dunque la guardano secondo due dimensioni. Questo permette loro di copiarla perfettamente. Vediamo ora questo altro esempio. Il cacciatore sta mirando all’antilope o all’elefante? Un occidentale direbbe che il cacciatore sta mirando all’antilope perché è in primo piano, mentre l’elefante si trova in lontananza sotto un albero sullo sfondo. Un africano di una tribù isolata direbbe il contrario, cioè che il cacciatore sta mirando all’elefante. Gli occidentali usano la differenza di dimensioni tra i due animali come un indizio della loro distanza. Al contrario, i membri delle tribù africane non sono abituati a indicazioni di profondità e quindi pensano che la preda sia l’elefante. Le interpretazioni erronee create dalle illusioni ottiche sono il risultato di errori dovuti sia all’elaborazione visiva sia nel modo in cui il cervello interpreta le informazioni che riceve. Il nostro bagaglio di conoscenze, le nostre visioni e aspettative rispetto al mondo che ci circonda sono enormemente connessi al modo in cui lo percepiamo e interpretiamo. In conclusione, la cultura influisce il nostro modo di percepire gli stimoli esterni. Ogni persona percepisce e interpreta l’ambiente in modo diverso e unico e questo ci permette di dare il nostro contributo al mondo circostante. BIBLIOGRAFIA Feldman, R.S., Amoretti, G., & Ciceri, M.R. (2017). Psicologia generale. New York: McGraw-Hill

LA CULTURA DEL FEEDBACK NELLE AZIENDE

feedback

In molte aziende il feedback è ancora vissuto come un momento formale, spesso legato a valutazioni annuali o a frasi di circostanza. Eppure, il feedback è molto più di uno strumento di controllo: è un motore di crescita, motivazione e benessere psicologico. Perché funzioni davvero, però, deve diventare parte integrante della cultura organizzativa, non un rituale imposto dall’alto. Per anni si è parlato di dare feedback secondo la tecnica del sandwich: una nota positiva, la critica, e infine un’altra nota positiva così da rendere più digeribile l’osservazione negativa. Tuttavia, i risultati reali spesso sono opposti: il messaggio centrale (la parte critica) rischia di perdersi la persona percepisce artificiosità e poca autenticità la fiducia nella relazione si riduce. Dal punto di vista psicologico, ciò che conta non è la formula, ma il contesto di fiducia. Un buon feedback: è specifico: descrive un comportamento, non la persona; è tempestivo: arriva vicino al momento dell’azione; è bidirezionale: apre spazio al confronto e all’ascolto, non si limita a “correggere”; è orientato al futuro: non punisce, ma indica possibilità di crescita. Il feedback non è quindi una freccia a senso unico, ma una conversazione che valorizza la relazione. Parlare di feedback mette in ansia molte persone. Non è raro che venga percepito come sinonimo di “critica” o, peggio, di “giudizio”. Se in azienda il feedback arriva solo una volta l’anno, magari durante la valutazione delle performance, è facile che venga visto come un momento teso e spiacevole. Spesso chi lo riceve si mette sulla difensiva e chi lo dà si sente a disagio, temendo di ferire l’altro. Il problema è che in molte organizzazioni manca una vera cultura del confronto aperto: i manager non sempre sono formati alla comunicazione assertiva, i team non si sentono al sicuro nel condividere opinioni, e così il feedback diventa un evento eccezionale, carico di aspettative e timori. In queste condizioni, persino un apprezzamento sincero può sembrare poco autentico o manipolatorio. Per passare dal rito alla cultura del feedback servono alcune pratiche: Formare i leader a dare e ricevere feedback con autenticità e competenza relazionale. Normalizzare la pratica: non solo nei momenti critici, ma anche in piccole interazioni quotidiane. Creare sicurezza psicologica: le persone devono sapere che esprimersi non porta conseguenze punitive. Incentivare il feedback tra pari, non solo top-down: il riconoscimento tra colleghi rafforza la collaborazione. Il feedback non è un obbligo di calendario, né un “sandwich” da servire con delicatezza. È una conversazione autentica che, se coltivata con coerenza, rafforza fiducia, performance e benessere. Le organizzazioni che sanno trasformarlo in parte della propria cultura costruiscono non solo team più efficaci, ma anche persone più motivate e resilienti.

La cronostesia e la percezione del tempo

cronostesia

Agli inizi degli anni 2000, lo scienziato Tulving, introduce il concetto di cronostesia, inteso proprio come abilità cognitiva per poter viaggiare nel tempo. Il nostro cervello, secondo i suoi studi, ha la capacità non solo di riflettere e riguardare il proprio passato, ma anche di pre-immaginare il futuro. Mediante la cronostesia, ognuno di noi si crea uno spazio interiore in cui poter agire con la consapevolezza delle proprie risorse e abilità. Il nostro passato è fondato su ricordi piacevoli che aiutano il rilascio della dopamina e quindi dell’ormone del benessere. Ci sono però anche situazioni che aprono a sentimenti come il rimorso o il rimpianto. Spesso si dà la colpa agli altri o al destino avverso, quando le circostanze non sono favorevoli e creano un’ombra spiacevole nel nostro umore. D’altro canto, ci proiettiamo anche al futuro, immaginandocelo e augurandocelo che sia il più roseo e prosperoso possibile. Creiamo così aspettative importanti e positive, affidando, però, sempre alla casualità l’evolversi degli eventi. Come se noi fossimo spettatori e non protagonisti delle azioni che ci riguardano. Costruiamo un futuro immaginario in cui ci osserviamo realizzare i nostri sogni e viviamo felicemente la nostra vita. In effetti, Tulving analizza la cronostesia come un’opportunità che ci viene offerta del presente. Si potrebbe definirla una macchina del tempo motivazionale. Attraverso il nostro presente, le nostre capacità mnemoniche e cognitive riflettono su cosa sia realmente importante nella nostra vita. Si parla proprio di uno spazio del presente in cui possiamo tranquillamente analizzare il passato, senza essere condizionati dalla sfera emotiva. La cronostesia è l’opportunità, inoltre, di costruire un futuro realistico, in cui grazie all’immaginazione di esso, abbiamo già preso decisioni consapevoli. Non è nelle stelle che è conservato il nostro destino, ma in noi stessi. (William Shakespeare)

La crisi nel ciclo vitale della famiglia

Il termine crisi deriva dal greco e significa separazione, scelta, valutazione; essa rappresenta un momento di riflessione sulla condizione attuale per poi effettuare un cambiamento. Gli sviluppi politici ed economici degli ultimi cinquant’anni hanno rafforzato purtroppo la connotazione negativa e nefasta del termine: in questo modo si è consolidata in noi l’idea che l’arrivo di una crisi comporti un peggioramento della situazione. Nello specifico, l’arrivo di una crisi rompe l’equilibrio raggiunto e spinge verso una ristrutturazione della situazione fino al raggiungimento di una nuova stabilità. La stessa famiglia, che è un sistema dinamico in continua trasformazione, subisce e affronta spesso momenti di crisi, durante il suo percorso. Da tali crisi, infatti, sono emerse anche nuove tipologie di famiglia, basate su legami affettivi in aggiunta a quella tradizionale (qui). A tal proposito, gli psicologi sostengono l’esistenza di un ciclo vitale della famiglia. Esso parte dalla sua formazione e attraversa degli stadi evolutivi, ognuno dei quali ha un vero e proprio evento cruciale. Gli studi psicologici sulla famiglia hanno così suddiviso il ciclo di vita familiare in 6 stadi, che implicano un evento cruciale e specifici compiti di sviluppo personali. Si studia, quindi, lo sviluppo della famiglia, osservando la sua evoluzione nel tempo, e col progredire dell’età dei membri. Di conseguenza, gli stadi prevedono la classificazione della famiglia in: Formazione della coppia Nascita del primo figlio Con bambini Di adolescenti Con figli adulti Di anziani Gli eventi critici sono quindi dei periodi di transizione, più o meno lunghi, in cui ogni familiare ha un ruolo attivo e ne subisce le conseguenze. Ogni famiglia, partendo dall’evento stressante, attiva le proprie risorse e strategie personali per ristrutturarsi e far fronte al cambiamento. La parola crisi, scritta in cinese, è composta di due caratteri. Uno rappresenta il pericolo e l’altro rappresenta l’opportunità.(John Fitzgerald Kennedy)

La Creatività: Un Viaggio nell’Animo Umano

La creatività è uno degli aspetti più affascinanti e complessi della mente umana. La creatività non è solo l’abilità di produrre arte o musica, ma è una componente fondamentale del nostro pensiero e delle nostre azioni, influenzando ogni aspetto della nostra esistenza. La Natura della Creatività La creatività può essere definita come la capacità di vedere il mondo in modi nuovi, di trovare connessioni nascoste tra idee apparentemente distinte, e di generare soluzioni originali ai problemi. Questa definizione sottolinea l’importanza della flessibilità mentale e dell’apertura all’esperienza. Non è limitata agli artisti o agli scienziati; chiunque può essere creativo nel proprio ambito, che sia la cucina, l’ingegneria o la gestione aziendale. Le Radici Psicologiche della Creatività Le radici della creatività affondano profondamente nella nostra psiche. La teoria della psicologia dinamica suggerisce che la creatività emerga da un conflitto interno tra il desiderio di esprimere se stessi e le pressioni sociali che cercano di conformarci. Questo conflitto genera tensione, che può essere risolta attraverso l’atto creativo. Freud, ad esempio, vedeva la creatività come un modo per sublimare impulsi inconsci in accettabili espressioni artistiche. D’altra parte, la psicologia cognitiva si concentra sui processi mentali che facilitano la creatività. Secondo questa prospettiva, la creatività è il risultato di operazioni cognitive complesse come la combinazione di conoscenze diverse, la memoria a lungo termine e la capacità di immaginazione. Studi neuroscientifici hanno dimostrato che la creatività coinvolge diverse aree del cervello, tra cui la corteccia prefrontale, responsabile del pensiero divergente, e le reti di default mode, attive durante i momenti di riflessione spontanea. Fattori che Influenzano la Creatività Numerosi fattori influenzano la nostra capacità di essere creativi. Tra questi, l’ambiente gioca un ruolo cruciale. Un ambiente stimolante, ricco di nuove esperienze e privo di giudizi negativi, favorisce la creatività. Inoltre, l’interazione con altre persone creative può essere fonte di ispirazione e motivazione. La personalità è un altro elemento chiave. Le persone con una forte apertura all’esperienza, una caratteristica della teoria dei Big Five, tendono ad essere più creative. Questo tratto implica una curiosità insaziabile, un amore per la novità e una tolleranza per l’ambiguità. Al contrario, l’ansia e la paura del giudizio possono inibire la creatività, poiché limitano la nostra volontà di rischiare e sperimentare. Promuovere la Creatività Come possiamo promuovere la creatività nella nostra vita quotidiana? Prima di tutto, è essenziale coltivare un atteggiamento di curiosità e apertura. Esplorare nuovi interessi, leggere libri diversi dal solito, viaggiare e conoscere culture diverse sono tutte attività che arricchiscono il nostro bagaglio di esperienze e stimolano la nostra mente. Un’altra strategia efficace è dedicare del tempo al riposo e alla riflessione. La creatività spesso fiorisce nei momenti di rilassamento, quando la mente è libera di vagare e di fare nuove connessioni. Attività come la meditazione, il camminare nella natura o semplicemente prendersi del tempo per sognare ad occhi aperti possono essere estremamente benefiche. Conclusioni La creatività è un dono prezioso che ognuno di noi possiede in qualche misura. È una forza che ci spinge a migliorare, a innovare e a trovare significato nella nostra vita. Come psicologo, incoraggio tutti a coltivare la propria creatività, non solo come mezzo per realizzare opere d’arte o innovazioni tecnologiche, ma come un percorso per la crescita personale e il benessere mentale. In un mondo in costante cambiamento, la capacità di pensare creativamente è una risorsa inestimabile che ci permette di adattarci, evolverci e prosperare.