Tempo di vacanze: via allo scrolling infinito

di Loredana Luise Tempo di meritate vacanze dallo studio, dagli impegni scolastici e dalle molteplici attivitàpomeridiane che molto spesso scandiscono il tempo di almeno nove mesi l’anno. Estate, sole, maremontagna ma anche giornate intere senza fare nulla o quasi, cercando di far passare il tempo pernon sentire la noia e la frustrazione del non saper cosa fare.Spesso i cellulari sostituiscono le babysitter: alcune famiglie mi confidano che lascianotranquillamente soli i loro figli perché, “sono a casa, si comportano bene, stanno un po’ al telefono enon è necessario che qualcuno sia presente o controlli…….. guardano un po’ il telefono, ma sonotranquilli e stanno lontani da rischi e pericoli” : questo quello che mi sento dire di frequente aconferma di una normale consuetudine in molte famiglie, impegnate ad incastrare mille impegni edattività quotidiane tra le quali anche il tempo libero dei figli.Il telefono, il computer o il tablet sono ormai compagni di vita e come tali sono sempre presenti econnessi per tutti noi. Per i ragazzi è una vera e propria calamita. Rimangono incollati a guardaresenza percezione alcuna dello scorrere del tempo e della loro passività assoluto nell’azione chestanno compiendo. Guardano input diversi che per algoritmo si organizzano per compiacerli:continuano incuriositi e compiaciuti, a seguire ogni novità, considerando questa coincidenza dicontenuti quasi come fosse una magia alla quale non devono dare spiegazione, ma solocuriosamente seguire. A volte l’esperienza è piacevole, altre lo è meno, ed è proprio questaincertezza che attira li ancora di più, perché non sanno precisamente cosa può accadere propriocome spesso accade nel gioco d’azzardo.Se a queste visioni fanno seguito poi le gratificazioni derivanti dall’interazione con altre persone,dall’essere riconosciuti, apprezzati e seguiti, nessun’altra esperienza diventa più molto importante.Le mie emozioni provengono ed escono da quello schermo e tutto il resto è noia. Paradossalmentequella che un tempo era noia ora è solo attesa di ricevere quella gratificazione. Basta muovere i duepollici verso l’alto che ricompare quella strana sensazione di alienante benessere.Se traduciamo questi comportamenti in termini di meccanismo psicologico quello che  si trova allabase della necessità di scorrere continuamente lo schermo del telefono è il meccanismo dellaricompensa. Quando andiamo a cercare notizie, informazioni e immagini che in qualche modorichiamano la nostra attenzione attiviamo dei meccanismi di tipo compulsivo perché il nostrocervello ad ogni “like”, riconoscimento o coincidenza di contenuti per noi piacevoli producedopamina che è alla base del nostro senso di gratificazione. Anche se la risposta non èimmediatamente positiva, più frequentemente riusciamo ad esperire gratificazione più andiamocompulsivamente alla ricerca di gratificazione.Questo è il meccanismo che si trova alla base di tutte le dipendenze e quindi, in quanto tale, fa inmodo che un po’ alla volta si diventi totalmente dipendenti dalla continua ricerca di gratificazioneattraverso lo “scrolling”. Ma quanto tempo passano realmente i ragazzi on line? Per loro sempre poco mentre per i genitori questo argomento diventa oggetto di contestazione e dilotta quotidiana con i figli. La maggior parte dei genitori non sa neanche che esista la possibilità di vedere quanto tempo sirimane connessi, accedendo semplicemente alle impostazioni del telefono. Quando durante leconsulenze chiedo ai genitori di farlo assieme, improvvisamente scoprono la quantità di tempo cheloro stessi passano on line. Mi sono capitati mamme e papà che stavano connessi più dei figli!Quindi come fare per far si che l’esperienza on line dei ragazzi non diventi solo una compulsionedettata da una dipendenza?Innanzitutto è necessario acquisire consapevolezza dell’esistenza di questo rischio e renderealtrettanto consapevoli i figli della possibilità che ciò possa accadere. Quando è ancora possibile ènecessario fare una vera e propria prevenzione coinvolgendo i figli nella gestione del tempo, nellacondivisione delle esperienze e nel lasciare sempre una porta aperta per dubbi o confronti. Non sitratta di vigilare o di imporre delle regole ma di condividere assieme una modalità di gestioneadeguata a salvaguardare la loro salute e la loro esperienza di vita.Nelle situazioni in cui si sia creata già una dipendenza è sicuramente molto più complicato, maanche in questo caso diventa indispensabile condividere con i figli la necessità di regolarsi e di farsiaiutare a farlo.L’estate offre mille occasioni per fare esperienze all’aria aperta godendo del bel tempo e delle molteore di luce. Offrire esperienze diverse, coinvolgerli in situazioni reali nelle quali sperimentareemozioni e sensazioni, può essere realmente una nuova palestra di vita. E’ un altro ambitoeducativo che richiede energie ed impegno costante da parte dei genitori, ma la posta in gioco èmolto alta, l’equilibrio emotivo dei nostri figli che devono avere l’occasione di provare che leemozioni non vanno in stand by, non hanno bisogno di essere messe in carica, ci sono e ci allenanocontinuamente ad affrontare tutte le sfide della vita. Bibliografia Le dipendenze tecnologiche, valutazione diagnosi e cura G. Lavenia – Giunti Editore 2018Tutto troppo presto A. Pellai DeAgostini 2021Figli di internet M. Lancini Erickson 2022Disconnessi e felici M. Masip Edizioni Il Punto 2019Genitorilità positiva M. Iavarone Città nuova edizione 2023

Riflessione sul concetto di spettro autistico: il ruolo George Frankl e Grunya Sukhareva

di Roberto Ghiaccio Gli studiosi hanno a lungo speculato su come le descrizioni di Kanner e Asperger circa a descrizione del disturbo autistico siano apparse solo con un anno di differenza in America e Austria in un tempo “lento”, non connesso e non digitalizzato, affranto e messo inginocchio dalla Seconda guerra mondiale che aveva oltretutto interrotto le comunicazioni tra i due paesi. Per anni si è creduto ad una eccessiva sincrona serendipità, ad una magia condivisa, ad una intuizione unisona. Ora sta emergendo una spiegazione più semplice e più razionale. Conoscenze autistiche incrociate hanno navigato e volato sull’Atlantico con Georg Frankl, un “uomo nel mezzo”, che ha contaminato con le sue intuizioni o ha “copia e incollato” ante litteram le intuizioni di altri. Frankl per anni è stato invisibile perché ha lasciato ben poco in termini di articoli pubblicati. Al fine della loro vita, Kanner e Asperger descrissero le loro condizioni come separate e distinte. Georg Frankl ha aiutato entrambi i nomi noti a vedere l’autismo come lo conosciamo oggi e per la prima volta ha visto l ‘ampiezza di quel continuum di quel che oggi chiamiamo spettro. La visione di Frankl era ed è tuttora innovativa, ha proposto che l’autismo potrebbe coprire uno spettro di condizioni a partire dalle difficoltà nel “linguaggio affettivo” come stato mentale non necessariamente anormale trattandosi di una condizione neurobiologica, che ha bisogno principalmente di essere compresa dagli altri. Per quasi 70 anni, le origini dell’autismo come categoria diagnostica distinta sono state legate a due nomi: Hans Asperger, un pediatra che ha lavorato a Vienna e Leo Kanner, uno psichiatra che ha lavorato a Baltimora, nel Maryland ma la pubblicazione ormai non recente di due articoli Silberman’s NeuroTribes (2015) Donvan e Zucker’s (2016) pongono attenzione ad una “delle grandi coincidenze della medicina del XX secolo”, in quanto i due autori famosi non si conoscevano. Frankl era un anziano membro della facoltà della Lazar Clinic quando Asperger si unì come residente nel 1932. Quando Frankl lasciò Vienna nel 1937, portò con se le idee di Asperger sul comportamento autistico in America. Come insegnante di Asperger, ha portato le sue idee che in seguito ha condiviso con Kanner. “L’etichetta” autistica è apparsa a solo 1 anno di distanza nel Maryland e in Austria, questa coincidenza ha sconcertato i ricercatori per decenni. Nel 1943, lo psichiatra di Baltimora Leo Kanner ha pubblicato “Autistic Disturbances Affective Contact” sulla rivista americana Nervous Child. A. Pochi mesi dopo, nel 1944, il pediatra viennese Hans Asperger ha pubblicato la sua tesi “Die ‘Autistischen Psychopathen’ im Kindesalter” – le psicosi autistiche nell’infanzia – Archiv fur Psychiatrie un Nervenkrankheiten. Ci sono somiglianze nelle loro descrizioni, ovviamente la più pregnante è l’apparente distacco dei soggetti dalle altre persone. La maggior parte dei soggetti descritti emetteva rituali e routine, con un certo grado di inconsapevolezza dei segnali sociali espressi ma non detti dagli altri. Questi tratti sono elementi importanti oggi nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (5a ed.; DSM-5) per descrivere il disturbo dello spettro autistico. C’erano anche differenze significative, come già noto, in primo luogo il funzionamento apparente dei soggetti. I soggetti di Asperger possedevano linguaggio chiaro, preciso e buone capacità cognitive. Molti dei soggetti di Kanner non parlavano affatto o erano minimamente verbali, la maggior parte aveva deficit cognitivi. Ma da una recente pubblicazione a cura di Muratori (2021) al nome di Frankl, che riteneva alla base delle problematiche autistiche una scarsa comprensione del contenuto emotivo, si aggiunge il nome di Annie Weiss che si concentrò sull’intelligenza nascosta, le fissazioni e le difficoltà di comunicazione. Le storie dei due “dimenticati” si intrecciano alla Vienna degli anni 30, al clima antisemita, alla scesa degli ideali nazisti, al prolifera della forza della banalità del male. Quel clima di avversità e di intolleranza costrinse Weiss, nel 1934, e poi Frankl, nel 1937, a lasciare Vienna, prima ancora dell’inizio dell’abominio dell’Olocausto. Fuggendo le loro opere sono state abbandonate non citate e dimenticate. Ma ancora un nome si affaccia tra Asperger e Kanner, lo psichiatra Russo Grunya Sukhareva che aveva pubblicato un articolo sui bambini con disturbi della personalità schizoide nel 1926. Ma nonostante la pubblicazione ben 20 anni prima rispetto ad Asperger, questa non fu mai citata, per motivi a noi ignoti, ma per molti studiosi attuali perché, semplicemente, di origine ebraica. All’oscurantismo semita si aggiunge la discriminazione maschilista dell’accademia del tempo, molte donne avevano descritto l’autismo ed i suoi sintomi con intuizioni e ricerche ancora oggi attuali e d’impatto, tuttavia, il loro ruolo non stato riconosciuto, ma peggio è stato dimenticato e non per anni neppure citato. Lo sforzo del nostro Frankl non è stato un mero sforzo di sistematizzazione, di categorizzazione, non si è avvicinato ai bambini con fini nosografie ma pensi d i comprensione, di esplorazione di un mondo, di mondi e di modi apparentemente così lontani, così anormali. Il dimenticato Frankl ha offerto un’analisi del linguaggio autistico e la sua indagine è stata guidata dalla domanda: in che modo i l bambino autistico comunica o non comunica con le persone che lo circondano? Prende forma l’ipotesi che una persona possa essere in una condizione o in una diversa e forse complementare. Frankl sottolinea l’importanza dell’osservazione, partecipata e naturalista, nel cogliere i temi dell’intersoggettività e dell’interpersonale, soffermandosi sul principio che nelle persone autistiche l’interazione sociale e la comunicazione non sono assenti, ma qualitativamente diverse. Nell’ultima parte della sua ricerca si focalizza sugli aspetti linguistici – comunicativi. Nell’ evoluzione del concetto dello spettro dell’autismo, il ruolo di Frankl non può essere relegato a quello di portatore di “copia e incolla” o veicolo inconsapevole di informazione tra Kanner ere Asperger, ma le sue intuizioni, le sue osservazioni le sue riflessioni sui bambini che attenzioava con strutturazione ancora oggi attuali hanno permesso tra Vienna e Baltimora, ad Asperger e a Kanner di sviluppare le proprie idee sui bambini a sviluppo atipico atipici. La posizione del dimentico Frankl è attuale tutt’oggi in quanto ha proposto che l’autismo potrebbe coprire uno spettro di condizioni; che è uno

Caldo da record: gli effetti sul benessere psichico

Caldo da record: gli effetti sul benessere psichico Che sia al supermercato, sul posto di lavoro o con gli amici, ormai non si parla d’altro: le temperature da record degli ultimi giorni. Non è un caso che ci sentiamo stanchi e affaticati, e la frase che più sentiamo ripetere è: sarà il caldo! Ma il nostro benessere fisico non è l’unico ad essere a rischio. Anche il benessere psicologico ed emotivo è messo a dura prova per cause dirette ed indirette del caldo. Non è la prima volta che si studiano gli effetti psicologici del caldo sulle persone, in particolare nelle neuroscienze. È ormai famoso lo studio della Harvard T.H. Chan School (Cedeno J. C., 2018), che dimostra che le alte temperature hanno un impatto negativo sulle abilità cognitive. In particolare, l’esposizione prolungata alle stesse sembrerebbe diminuire la velocità di pensiero. Ciò accade indipendentemente dall’età e dalla vulnerabilità della popolazione. Tale confusione mentale sembrerebbe direttamente correlata con l’aumento di aggressività e di criminalità che si registra proprio durante i periodi più caldi. Tuttavia, il mio occhio da clinica mi porta a prendere in considerazione anche altri fattori di impatto sul benessere psichico. Proprio qualche giorno fa, mentre cercavo riparo dal caldo nei pressi di un fiume abruzzese, una donna mi confida di come la necessità di avere i condizionatori accesi durante il giorno la faccia star male. <<Dover stare con le finestre chiuse tutto il tempo, mi fa venire l’ansia>>. In effetti il caldo ci costringe a restare serrati in casa (o negli uffici) nelle ore più calde, che si diramano sempre più nell’arco della giornata. Mi ricorda, sebbene limitata ad alcune ore del giorno, di una condizione di isolamento forzato già vissuta negli ultimi anni, di cui tutt’oggi ne paghiamo le conseguenze. È stato registrato infatti un aumento dell’impatto del disagio psicologico durante le alte temperature che potrebbe, almeno in parte, essere spiegato da questa condizione di chiusura.  Tutto ciò deve farci aprire gli occhi: il caldo ha un forte impatto sul nostro benessere fisico ed emotivo, indipendentemente dalla fascia di età e dalla condizione della popolazione.

Cosa può consentire ad una relazione di coppia di mantenersi nel tempo?

Nello scorso articolo abbiamo iniziato a vedere quali possono essere le teorie alla base della scelta di un partner. Proviamo a prenderne in considerazione altre. Nello scorso articolo, l’assunto principale era che esiste una continuità tra le rappresentazioni delle esperienze d’attaccamento infantili e il tipo di esperienze relazionali successive. Ora mettiamo in luce un’impostazione diversa, dove la relazione di coppia costituisce un nuovo contesto, in cui si crea un legame d’attaccamento specifico del rapporto con il partner che potrà condizionare la qualità e l’esito della relazione. Secondo i teorici dell’attaccamento le differenze individuali di ciascun partner potrebbero portare ad un esito diverso. Tuttavia bisognerebbe prendere in considerazione diversi fattori tra cui la soddisfazione, la felicità, la stabilità, il senso di riuscita. La durata, la stabilità, il senso di riuscita La durata fa riferimento alla parte temporale e non alla qualità del rapporto; la stabilità viene collegata alla disposizione della relazione a mantenere le proprie caratteristiche (positive o negative) stabili nel tempo. La riuscita fa largamente riferimento alla qualità della relazione: indica un legame che mantiene costanti le caratteristiche positive e che si protrae nel tempo. Dunque, un legame può essere stabile e riuscito o stabile e non riuscito; ma anche instabile (come la coppia in crisi, dove si avverte una minaccia alla relazione) o instabile (nella coppia fluttuante, dove ci sono repentini cambiamenti). Potremmo quindi affermare che una relazione riuscita è qualcosa di più di una relazione stabile, in quanto dovrebbe consentire ai partner di sperimentare emozioni positive e un senso di soddisfazione. Un attaccamento sicuro, dunque, potrebbe essere un buon predittore dell’esito di una relazione soprattutto perchè porta ad una migliore capacità di esprimere apertamente i propri bisogni di conforto e vicinanza e di accogliere quelli del proprio partner. Fondamentale risulta essere poi la sintonia che consente di entrare in contatto con gli stati affettivi dell’altro per poter riparare alle eventuali crisi vissute.

Childfree: è effettivamente una libera scelta?

childfree

Il Childfree è diventato nella società moderna un modo di vivere la propria vita. Come si evince dalla stessa parola, il suo significato è tradotto come libera scelta di non avere figli. Molti giovani, attualmente, considerano il childfree un’opportunità per vivere una nuova modalità di famiglia. Nell’ottica tradizionale, infatti, la coppia, nel suo percorso di crescita, legato quindi al ciclo di vita della famiglia, ad un certo punto deve perpetuarsi con la nascita di un figlio. Oggigiorno, invece, si assiste ad una tendenza contraria: le coppie , quindi, scelgono volontariamente di non avere figli per varie ragioni. Alcune sono di natura personale, quali il non sentirsi in grado di assumere la responsabilità genitoriale o la riduzione della libertà personale per doversi occupare di un bambino. In altre occasioni, invece, le motivazioni che spingono le giovani coppie a non procreare sono di natura socio-economica. Alcuni giovani hanno un lavoro precario o da pendolare, con poco tempo a disposizione da dedicare alla famiglia. Altri invece, sono obbligati a trasferirsi lontano dal nucleo familiare d’origine che potrebbe supportare e aiutare nella gestione quotidiana di bambini. Oggigiorno, il childfree è ancora considerato una scelta egoistica da parte dei giovani, che antepongono, quindi, la loro libertà alla famiglia tradizionale. In effetti, qualora questa decisione incontra un partner consenziente, c’è comunque da fare i conti con il proprio contesto familiare e sociale. Altro forte attacco subito da coloro che optano una vita senza figli, è dettato dal pregiudizio e dalle aspettative deluse degli amici e parenti. Frasi del tipo ” Ma quando avremo un nipotino? ” oppure ” La famiglia non è completa senza un bambino” sono esempi tipici di quanto una scelta personale diventa oggetto di critica altrui. Di conseguenza, l’ironia è proprio nell’etimologia della parola: si chiama libertà, ma comunque è una scelta prigioniera delle opinioni invadenti altrui.

Lo scaffolding psicologico nella relazione sanitaria

Il termine scaffolding viene utilizzato in psicologia per indicare l’aiuto dato da una persona ad un’altra al fine di svolgere in modo ottimale un compito. Scaffolding deriva dall’inglese “scaffold” che tradotto letteralmente indica “impalcatura”, “ponteggio”. Venne utilizzato per la prima volta da Bruner il quale si era rifatto al socio-costruttivismo di Vygotskij. La prima funzione dello scaffolding è il “sostegno alla competenza”, in quanto attraverso esso si può adoperare un vero e proprio “supporto” al professionista. La seconda funzione è invece di tipo “consulenziale”, ovvero di consulenza rispetto ad altre professionalità, in special modo viene applicato alla relazione sanitaria. Scaffolding alla relazione sanitaria La relazione medico-paziente è una relazione “passiva” che si caratterizza di un rapporto “asimmetrico” che funziona sulla base di una asimmetria di competenze spesso confusa con una asimmetria di ruoli. Una delle fasi più delicate, nella quale sembra indispensabile l’intervento dello psicologo è la comunicazione della diagnosi. Ed è proprio in questo momento che si può intervenire attraverso lo “scaffolding”. Durante questa fase così difficile, compito dello psicologo è quello di attivare un “setting parallelo”. Adoperare un processo di “delega” alimenta l’asimmetria e permette al medico di mantenere un proprio “holding”.  La soggettività del paziente viene spesso, però, posta sullo sfondo. Il medico è quasi sempre “additato” di essere senza cuore e non si verificano dialoghi costruttivi, ragion per cui l’intervento dello psicologo che fa da “mediatore” può essere utile anche al fine di comunicare in maniera più serena e di provare a stabilire uno scenario parallelo entro il quale far comprendere al paziente che non è solo e contemporaneamente offrire le proprie competenze come supporto al medico che spesso sembra non essere in grado di legittimare le proprie emozioni. Breve excursus di una ricerca sul campo Da un lavoro svolto nell’ambito della pediatria sono state contate tutte le interazioni dialogiche tra le emozioni del paziente e le risposte del medico. Si cercava di capire in che modo il medico rispondesse alle emozioni del paziente. Dalle analisi statistiche è emerso un atteggiamento di “evitamento” da parte del medico abbastanza sostanziale. Il medico in linea di massima non “legittima” l’emozione del paziente per delle ragioni ben precise. Innanzitutto perché se il paziente mette in campo la paura, essa diventa un’emozione così forte da impedire a tutti i protocolli di andare avanti. Le possibilità di esplorare un’emozione sono abbastanza limitate in determinate fasi di trattamento, vi è implicata anche la variabile tempo, il medico non ha abbastanza tempo da dedicare al piano emotivo, poichè per lo più sente la necessità di “agire” e di “trovare una soluzione”. Questo può, però creare una difficoltà nell’espressione degli stati emotivi da parte del paziente che potrebbe sentirsi come una “matricola”. Dunque se da un lato viviamo questa prospettiva, dall’altra indaghiamo la finalità dell’intervento psicologico con gli operatori sanitari, le quali sono rivolte nella maggior parte dei casi a ridefinire strategie più congrue per relazionarsi con le famiglie, ad individuare elementi disturbanti e da ultimo ad attenzionare eventuali problematiche ricorrenti che possano meritare la progettazione di azioni di carattere preventivo o di contenimento rispetto al rischio elevatissimo di “bournout”. In conclusione Lo psicologo che lavora al fianco del medico si pone come obiettivo cardine del proprio operato quello di migliorare la qualità globale del processo di cura ed assistenza lavorando sulle “risonanze emotive” non solo dei malati, ma anche di operatori e famiglie. Bibliografia Freda, M.F. (2013, May). Lo Scaffolding Psicologico alla relazione sanitaria [Psychological Scaffolding tothe healthcare relationship]. Paper presented at the X Congresso Nazionale della S.I.P.Sa–SocietàItaliana di Psicologia della Salute. Orvieto, IT. Freda, M.F., & Dicé, F. (2015). Metodi per lo Scaffolding Psicologico alla Relazione Sanitaria in Pediatria: ISetting di Ascolto Congiunto [Methods for Psychological Scaffolding for Healthcare Relationship inPediatrics: Joint Listening Setting]. In S. Di Nuovo (Ed.), Psicologia della Salute e Salute dellaPsicologia. Proceedings of the XI Congresso Nazionale della S.I.P.Sa–Società Italiana di Psicologiadella Salute (p. 64). Acireale: Bonanno Edizioni. Freda, M.F., & Dicè, F. (2015). A methodological proposal of integration: The Psychological Scaffolding for the healthcare relationship. Rivista di Psicologia Clinica.

GLI INFLUENCER E IL LORO RUOLO OGGI

Gli influencer sono un fenomeno abbastanza recente, che però in qualche modo ha raggiunto la sua maturità.  Si possono distinguere due approcci. In un primo caso, possono essere coinvolti in test di prodotto o in eventi a titolo gratuito. In un secondo caso, invece, sono interpretati come veri e propri media di cui acquistare uno spazio o con cui instaurare una collaborazione remunerata. Questo approccio non si limita alla richiesta di foto/video brandizzati, ma si spinge alla co-creazione di prodotti in cui c’è una forma di collaborazione fra il brand e l’influencer (ad esempio le capsule collection o limited edition).  Tale collaborazione è tanto più efficace quanto più è genuina: è importante che ci sia coerenza tra i valori del brand e quelli dell’influencer. Se la collaborazione è di natura commerciale, l’influencer deve dichiararlo per legge anche con dicitura diversa (adv, ad, partnership, gifted by…). Esistono, però, alcuni che non dichiarano esplicitamente la natura commerciale (ad esempio perché rischiano di perdere credibilità, soprattutto quando si fanno tantissime collaborazioni). Nel mondo dell’influencer, c’è una precisa classificazione: Nano influencer: tutti siamo influencer di qualcuno Tra i 1000 e i 10.000 follower si inizia a parlare di micro-influencer: sono definiti anche influencer verticali e hanno una grande influenza sulla loro nicchia di riferimento. Sulle centinaia di migliaia di follower si parla di professional influencer: raggiungono molte persone, hanno una competenze/conoscenza su un tema specifico e sono anche conosciuti al di fuori della loro nicchia sopra il milione di follower si parla di vip-guru: hanno un’altissima reach, ma meno persone interagiscono attivamente con loro Questi ultimi diventano delle vere e proprie celebrities/testimonial con cui è difficile stabilire un rapporto paritario. Cominciano a diventare delle figure molto aspirazionali e lontane dalla quotidianità.  Per questo motivo, le aziende si affidano spesso ai micro, cioè persone che hanno un numero di follower più ristretto (circoscritto a diverse decine di migliaia), ma che hanno un rapporto con la community molto più stretto e alla pari. Essi consentono di raggiungere target molto più mirati e specifici, a differenza di quelli macro che attirano un pubblico più eterogeneo.  Se un’azienda identifica bene il target, può essere più interessante avviare collaborazione con 4 diversi micro-influencer rispetto a un unico grande.  In conclusione, per un’azienda è fondamentale conoscere questo fenomeno, soprattutto nella scelta di avviare determinati tipi di collaborazioni. Non conta solamente guardare la quantità di follower, ma anche l’engagement e il rapporto che l’influencer riesce a creare con la sua community. BIBLIOGRAFIA: Fennis, B. M., & Stroebe, W. (2015). The Psychology of Advertising. New York: Routledge

Lo sai che l’orientatore non è uno psicologo?

L’orientatore non è uno psicologo, ma un docente di ruolo che si dichiara disponibile a ad essere formato per poi ricoprire l’incarico. Dopo la formazione il Dirigente scolastico procede alla sua nomina. L’orientatore si ispira alle linee guida per l’orientamento, valorizza le potenzialità degli studenti dal punto di vista pedagogico-didattico e tiene conto dei punti di debolezza e dei punti di forza di ciascun studente.

Gestalt play therapy: il lavoro di terapia con i bambini

Sempre più spesso arrivano in terapia bambini che portano disagi di origine psicologica. La pediatria di base è diventata nel tempo più sensibile rispetto alla salute psicologica dei bambini, questo lo dico perché sempre più spesso ad inviare il bambino ad un consulto è proprio il pediatra di libera scelta.Nel tempo la professione e l’opera dello psicologo con gli adulti è stata sdoganata probabilmente anche dalla necessità di sostegno che le persone hanno potuto riconoscere di avere a causa del Covid-19 e dell’isolamento ad esso conseguente. Le conseguenze dell’isolamento sociale hanno richiesto una massiccia opera da parte degli psicologi.Trovo tuttavia ancora delle resistenze e delle perplessità quando si parla della psicoterapia per i bambini.Le perplessità dei genitori rispetto alla psicoterapia rivolta al bambino riguardano il fatto che il bambino non possa essere in grado di trarre benefici dalla psicoterapia perché piccolo o che essa sia semplicemente un momento di gioco fine a se stesso. I sintomi che il bambino porta con sé hanno un significato e quando esso viene ‘letto’ e svelato essi svaniscono. Il bambino che viene in terapia non parla o gioca semplicemente come farebbe in un contesto della sua vita. In terapia il bambino disegna, gioca o parla con le sue ‘paure’ con i suoi ‘mostri’ con i suoi ‘sintomi’ e questa conoscenza ‘accompagnata’ diventa la terapia stessa. Dietro la pratica clinica ci sono le teorie psicoevolutive e le ricerche scientifiche ben chiare e che fanno da guida nella mente del terapeuta. Il terapeuta che lavora con i bambini ha da imparare a volte molto dai suoi piccoli pazienti e deve essere disposto a ‘scendere’ dalle scarpe e abbassarsi fino al pavimento e a giocare. A diventare un po’ bambino con il bambino. In questo modo si stabilisce un ponte tra il corpo, le emozioni e la volontà, come per esempio nel caso dei bambini iperattivi quando lavorando con l’esperienza tattile ci si concentra nel ‘qui ed ora’ dell’esperienza e il bambino diventa più consapevole dell’esperienza interna, nominandola ed esplorandola. Nel mio approccio il sintomo non serve a ‘diagnosticare’ il disturbo, esso diventa un atto creativo per mezzo del quale il bambino sta affrontando un disagio. Il terapeuta diventa come un alchimista alle prese di pozioni ed incantesimi immerso nel mondo un po’ magico del bambino.

Reale-Virtuale-Reale-Virtuale-Reale-Virtuale

Quando affrontiamo il tema di cosa sia reale e cosa sia virtuale, fermo restando che reale e virtuale sono due cose ben diverse, in realtà dal punto di vista concettuale ci troviamo davanti ad una differenziazione non così semplice. Se facciamo una breve riflessione infatti, nella nostra attività di pensiero e di utilizzazione di qualunque forma di linguaggio, noi facciamo un’esperienza virtuale. Facciamo un semplice esempio: nel momento in cui io dico “penna” e voi capite “penna”, ho evocato qualcosa di virtuale, qualcosa non nuova alla storia dell’arte se pensiamo ai pittori surrealisti con Renè Magritte con la sua famosa Ceci n’est pas une pipe. Qualunque tipo di linguaggio è una forma di esperienza virtuale. La differenza tra reale e virtuale dicevamo non è così netta, soprattutto dal punto di vista percettivo, quello che cambia è il fatto che le informazioni ci giungono da più canali percettivi: canale olfattivo, canale tattile, canale visivo, canale uditivo ed è tutto questo insieme che rende la comunicazione qualcosa di molto complesso. L’altra considerazione da fare tra reale e virtuale è che il corpo reale possiede tutta una serie di meravigliosi sistemi di consapevolezza riguardante la comunicazione non verbale tra i corpi.  Quando ad esempio in un branco di mammiferi ci sono scontri per mettere in discussione la gerarchia all’interno del branco non ci scappa mai il morto. Se due cervi si scontrano, uno dei due manda dei segnali non verbali di accettazione di resa l’altro accetta la resa e lo scontro termina.  Però per far sì che ciò avvenga occorrono dei contatti corporei che nella realtà virtuale mancano ed è anche per questo che essa diventa sempre più aggressiva.  Quando la realtà è solo virtuale non c’è un coinvolgimento del corpo quindi non ti puoi basare su tutta una serie di segnali inibitori, soprattutto dell’aggressività, che provengono dal linguaggio non verbale. Cosa c’entra questo con l’arteterapia?  Nel momento in cui io disegno con una persona, ma non solo, tengo conto anche del corpo di chi mi sta nei paraggi, visto che il nostro schema corporeo è sempre relazionale. Il nostro corpo frutto delle interazioni arcaiche di chi e con chi si è preso cura di noi nelle prime fasi della nostra vita, è in continua relazione con quello degli altri, così anche il nostro funzionamento cognitivo. Per noi la questione dell’arteterapia è importante in questo contesto perché vuol dire ampliare la percezione, cioè armonizzarla con tutto quello che ci riguarda, considerando che la cosa virtuale è anche reale così come la cosa reale ha una componente virtuale.   Affrontando il tema del reale e del virtuale in riferimento alle nuove tecnologie, dobbiamo stare attenti a non farci travolgere dall’assurdità che queste ultime possano essere eliminate o peggio ancora, farsi prendere dalla nostalgia per il passato. Tutte le volte che è stata introdotta una nuova tecnologia è chiaro che si perde qualche cosa, ma si guadagna qualcos’ altro. Possiamo concludere questa riflessione su reale e virtuale dicendo che il linguaggio s’ invera e si conferma attraverso la relazione e l’appartenenza alle radici.