L’inganno del tempo

Cenni di fenomenologia, psicoterapia della Gestalt e Analisi Transazionale “Che cos’è il tempo? Se nessuno me lo domanda, lo so; se voglio spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so più”. Da questa riflessione di S. Agostino si evince l’impossibilità per l’essere umano di definire il tempo, la cui realtà risiede nella continuità interiore della coscienza. Il pensiero agostiniano traccia una netta demarcazione tra il tempo dell’orologio del mondo esterno e il tempo vissuto del mondo interno. Mentre le lancette separano i momenti dell’esistenza (tempo dal greco ‘temneim’ significa per l’appunto dividere, separare), l’anima per sua natura fluisce liberamente nello scorrere ininterrotto dell’esperienza e nell’unico tempo realmente esistente: il presente.  Alterazioni del tempo vissuto Il tempo interiore è sempre intonato emotivamente, per cui assume in ogni momento ampiezza, densità e coloritura in relazione all’eccitazione e allo stato d’animo che si sta vivendo. Se per qualche ragione il flusso spontaneo dell’energia vitale viene inibito, il ciclo naturale dell’esperienza si interrompe e l’accumulo di tensione psichica che si crea può sfociare in forme di disagio e disarticolazioni temporali. Il tempo può rallentare o accelerare, arrivare a coagularsi e immobilizzarsi in stati di passività oppure intraprendere una frenetica e inefficace corsa in cui ogni cosa sembra sfuggire. In questo scenario si collocano le esperienze depressive e ansiose. Nelle prime, vi è un passato che ristagna nel presente oscurato dai ricordi e un eclissarsi della speranza che spegne il futuro. Nelle seconde, le tre dimensioni temporali – passato, presente e futuro – coesistono in una vorticosa anticipazione di eventi, perlopiù negativa e drammatica, in cui vi è una certa rigidità dovuta al riproporsi del passato e dei suoi aspetti fissi.  L’evitamento del presente Ogni individuo, in quanto organismo completo e capace di adattarsi all’ambiente, possiede tutte le risorse per affrontare il presente, rispondere ai propri bisogni e autorealizzarsi. Tuttavia, in assenza dello sviluppo di una adeguata autonomia, il processo di autoregolazione organismica può bloccarsi a causa di meccanismi che intervengono per interrompere il contatto e impedire l’esperienza. Tali meccanismi, se da un lato svolgono una funzione difensiva dall’altro determinano un evitamento della realtà che, nel tentativo di eludere la sofferenza naturale che fa parte della vita e i rischi emotivi che la crescita e il cambiamento comportano, diventa responsabile dell’insorgere del malessere. Chi evita il contatto può rifugiarsi in una realtà falsamente presente. Nei ricordi di un passato mantenuto vivo anche se di fatto non esiste più, oppure nelle fantasie, salvifiche o catastrofiche, su un futuro che viene anticipato e vissuto come già conosciuto. Quando le capacità adulte sono disattivate, il ricorso a modalità arcaiche rivelatesi efficaci in epoche precedenti, che offrono una protezione solo illusoria di fronte alle difficoltà della vita, lascia i bisogni del presente insoddisfatti, generando frustrazione e senso di impotenza. La psicoterapia: emozioni, qui e ora, autonomia La psicoterapia è il luogo in cui i vissuti vengono riconosciuti, espressi e integrati. Mentre la cultura occidentale, nel valorizzare le qualità della ragione e del fare a scapito del sentire, con l’idea che il mondo e gli spazi vuoti debbano essere riempiti, crea la strada per le interruzioni del contatto e l’esclusione degli aspetti di sé indesiderati, la terapia sostiene la consapevolezza dell’esperienza e la sua naturale continuità. La sofferenza, la paura della morte e l’angoscia esistenziale, che quanto più sono temute e negate tanto più trattengono l’energia vitale e lacerano l’esistenza, possono essere accolte, rivelate, e infine, tollerate internamente. La noia può essere sperimentata nella sua assenza di struttura e il nulla, spogliato dell’aspettativa che debba essere qualcosa, si trasforma nel vuoto fertile da cui nasce il nuovo. Il terapeuta invita la persona ad abbandonare gli evitamenti, gli attaccamenti al passato e le anticipazioni del futuro e a stare nel qui e ora. Dando il permesso a sentire e accogliere ogni parte di sé senza giudizio, sostiene e guida la persona ad essere ciò che è e ad accettare la realtà per quella che è. L’accompagna a divenire consapevole delle modalità infantili, manipolative e dipendenti che mette in atto, deresponsabilizzandosi, e dei messaggi genitoriali introiettati cui resta fedele, nonostante limitino la sua espressività e autonomia. Il processo terapeutico mira a liberare il presente dai condizionamenti copionali che imprigionano nella ripetizione degli schemi antichi e nelle impasse dei conflitti, tra il sentire che reclama attenzione e soddisfacimento da una parte e gli impedimenti interni all’espressione di sé e alla gratificazione dei bisogni dall’altra. Quando il passato può essere storicizzato e il futuro vissuto come dimensione aperta al possibile, la persona può disporre delle sue risorse per rispondere in modo coerente al qui e ora della realtà interna ed esterna che vive e realizzare pienamente sé stessa.

L’influenza della madre nella relazione padre-bambino: Maternal Gatekeeping

La relazione che un padre può instaurare con i propri figli può essere facilitata o ostacolata da più fattori, uno di questi è il comportamento della madre. Dalla letteratura scientifica si evince che i padri sono maggiormente coinvolti nello sviluppo dei loro bambini quando i cogenitori si sostengono a vicenda nei loro ruoli genitoriali (Hohmann-Marriott 2011). Sarah M. Allen e Alan J. Hawkins hanno utilizzato il termine “maternal gatekeeping” per indicare «un insieme di credenze e comportamenti che inibiscono uno sforzo collaborativo tra uomini e donne nel lavoro familiare limitando le opportunità degli uomini nel prendersi cura della casa e dei bambini». Le madri possono svolgere il ruolo di gatekeeper (custode), ostacolando ma anche incoraggiando e sostenendo il coinvolgimento dei padri (DeLuccie, 1995; Fagan & Barnett, 2003). Le prime ricerche sul gatekeeping materno si sono concentrate esclusivamente sui comportamenti scoraggianti delle madri che influenzavano il coinvolgimento paterno nella relazione con i figli in famiglie sposate e in coppie con padri residenti (Altenburger, Schoppe-Sullivan & Kamp Dush, 2018). Tuttavia, i ricercatori hanno sottolineato che un’attenzione esclusiva dei comportamenti scoraggianti è troppo ristretta per catturare l’intera gamma dei comportamenti che le madri potrebbero mostrare nei confronti dei padri. In aggiunta, gli stessi evidenziano che le madri sono capaci anche di impegnarsi in comportamenti incoraggianti e di sostegno che potevano migliorare la qualità delle relazioni padre-bambino (Altenburger, Schoppe-Sullivan & Kamp Dush, 2018; Puhlman & Pasley, 2013; Schoppe-Sullivan, et al., 2008; Van Egeren & Hawkins, 2004). Da una ricerca di Fagan e Barnett (2003) si evidenzia come le madri che attribuivano maggiore valore al ruolo dei padri riferivano che i padri erano più coinvolti. Inoltre, le madri che consideravano i padri come genitori competenti avevano meno probabilità di attuare comportamenti di gatekeeping. Le ricerche in questo campo, però, hanno utilizzato principalmente – se non esclusivamente – i resoconti delle madri sul coinvolgimento del padre. Le valutazioni future dovrebbero misurare il gatekeeping materno mediante osservazioni, ciò potrebbe fornire una valutazione più pura del costrutto (Altenburger, Schoppe-Sullivan & Kamp Dush, 2018).  Inoltre, la ricerca si è concentrata maggiormente sulla quantità del coinvolgimento del padre – tramite self-report – piuttosto che sulla qualità della genitorialità dei padri – tramite osservazioni – che è maggiormente determinante per lo sviluppo socio-emotivo dei bambini (Pleck, 2010). Bibliografia Allen, S. M., & Hawkins, A. J. (1999). Maternal gatekeeping: Mothers’ beliefs and behaviors that inhibit greater father involvement in family work. Journal of Marriage and the Family, 61, 199–212. Altenburger, L. E., Schoppe-Sullivan, S. J., & Kamp Dush, C. M. (2018). Associations between maternal gatekeeping and fathers’ parenting quality. Journal of Child and Family Studies, 27(8), 2678–2689. Hohmann-Marriott, B. (2011). Coparenting and father involvement in married and unmarried coresident couples. Journal of Marriage and Family, 73, 296–309. Pleck, J. H. (2010). Paternal involvement: Revised conceptualization and theoretical linkages with child outcomes. In E. M. Lamb (Ed.). The role of the father in child development, (58-93). Wiley. Schoppe-Sullivan, S. J., Brown, G. L., Cannon, E. A., Mangelsdorf, S. C. & Sokolowski, M. S. (2008). Maternal gatekeeping, coparenting quality, and fathering behavior in families with infants. Journal of Family Psychology, 22, 389–398. Van Egeren, L. A. & Hawkins, D. P. (2004). Coming to terms with coparenting: Implications of definition and measurement. Journal of Adult Development, 11, 65–178.

L’infanzia fatta di trascuratezza e abusi

I genitori maltrattanti I genitori maltrattanti manifestano minore soddisfazione nel crescere i figli, percepiscono l’accudimento come conflittuale, poco gratificante e utilizzano metodi educativi maggiormente controllanti. I genitori abusanti non sostengono l’autonomia dei figli, anzi a volte interferiscono con lo sviluppo dei bambini, obbligandoli a vivere in un contesto familiare isolato. Il clima affettivo di queste famiglie è spesso caratterizzato da poche emozioni positive e maggiormente negative. Le madri non accudenti tendono ad avere poche aspettative nei confronti dei propri bambini, mostrano una scarsa responsività nei confronti dei loro segnali e non riescono a contenere le loro emozioni. L’attaccamento nei bambini maltrattati I bambini maltrattati crescono in un contesto multiproblematico, caratterizzato da povertà, violenza o psicopatologia genitoriale, criminalità, abuso di droghe e alcol e condizioni ambientali pericolose. L’attaccamento dei bambini maltrattati è profondamente influenzato dalle interazioni con i genitori.  Sviluppano un attaccamento insicuro che può essere ansioso-evitante o ansioso-resistente (Ammaniti).  Spesso sviluppano strategie contradditorie o disorganizzate nei confronti delle separazioni e dei riavvicinamenti con i propri genitori. Si può quindi sviluppare un attaccamento disorganizzato dovuto a stili contraddittori di accudimento da parte dei genitori. La rabbia I bambini maltrattati hanno una ridotta capacità di riconoscere le emozioni unita ad un’ipersensibilità verso la rilevazione della rabbia. La capacità di riconoscimento delle emozioni dei bambini maltrattati, in particolare vittime di abusi fisici, appare ridotta. Vi è una forte sensibilità nei confronti dei segnali associati alla rabbia e una scarsa capacità attentiva e di riconoscimento nei confronti degli altri segnali emozionali. La rabbia è percepita come l’espressione emozionale più saliente del proprio ambiente di vita poiché rappresenta il maggiore elemento predittivo delle situazioni imminenti di minaccia e pericolo. Disturbo di personalità antisociale La madre che non investe il bambino a livello emotivo e libidico, che è distante e non emotivamente disponibile appare come una “madre morta”. Questo crea nel figlio un sentimento affettivamente morto ed emotivamente distante nella relazione. Il bambino non comprende una tale freddezza e distanza, così rispecchia il proprio oggetto materno identificandosi con la madre morta. Questo tipo di esperienza risulta predittivo delle manifestazioni del disturbo di personalità antisociale. Interazione geni-ambiente L’interazione dei geni e dell’ambiente è strettamente associata alla suscettibilità differenziale all’ambiente e alle esperienze di accudimento. Esistono bambini maggiormente suscettibili che presentano un’accentuata sensibilità alle influenze ambientali sia positive sia negative e bambini con una bassa reattività che funzionano in modo adeguato in diverse situazioni, anche quelle avverse.

L’Importanza Della Noia Nel Bambino

di Annaviola Caiaffa “La capacità di annoiarsi permette al bambino di crescere” scriveva lo psicoanalista Adam Phillips nel suo libro ‘Sul bacio, il solletico, la noia’. Spesso diciamo che i bambini oggi sono troppo viziati, sin dalla loro nascita hanno a disposizione centinaia di giochi, peluche, supporti digitali. Eppure ciò che manca loro è una cosa essenziale e intangibile: la noia. Può sembrare una contraddizione ma non lo è. Ai bambini dovrebbe essere insegnato il valore del tempo passato ad annoiarsi. Mi spiego meglio. Se aveste a disposizione un bel piatto di spaghetti fumante da un lato e dall’altro tutti gli ingredienti per poterlo preparare, cosa scegliereste? Probabilmente la prima, perché avreste già quello che desiderate ma non sfruttereste le vostre capacità, non scoprireste, ad esempio, che potreste diventare uno chef, non cambiereste le ricette, non scoprireste qualcosa di nuovo, non sperimentereste. Anche nel gioco con i bambini succede questo. Bisogna dar loro la materia grezza e degli strumenti semplici affinché possano creare con le loro mani, affinché possano stupirsi di ciò che possono fare da soli. I bambini hanno bisogno di annoiarsi perché grazie alla noia si può sviluppare la creatività. La creatività non è altro che la capacità cognitiva di trovare soluzioni nuove e originali. Guilford ci spiega proprio la distinzione tra pensiero convergente (logoco-matematico, tipico dei problemi che hanno un’unica soluzione) e pensiero divergente (pensiero creativo, originale, aperto a più soluzioni). Vien da sé, quindi, l’importanza di stimolare nel bambino la ricerca di soluzione nuove che gli permettano di avere una visione a tutto tondo. Cosa possiamo fare nel concreto per stimolare la creatività nei bambini? Lasciamo loro il tempo per annoiarsi! La noia non deve essere vista con una connotazione negativa, è il giusto tempo per riprendere le energie e per sperimentare. Per i Romani l’otium era imprescindibile, essendo il tempo dedicato alla cura di se stessi sottoforma di contemplazione spirituale e di studio. Facciamo scegliere loro le attività! Leggere, disegnare, costruire oggetti con materiali da riciclo, fare una passeggiata o semplicemente passare del tempo a guardare fuori dalla finestra. I bambini avranno la possibilità di pensare, di immaginare le forme delle nuvole, di inventare storie. Quando ce lo chiedono giochiamo con loro! Per Winnicott il gioco non ha età, l’adulto e il bambino che giocano insieme sfruttano la creatività, riempiendo lo spazio e il tempo non con oggetti ma con la loro immaginazione.

L’IMPORTANZA DELLA COMUNICAZIONE

di Valentina Valenzano La parola Comunicazione deriva dal latino communico = mettere in comune ed indica quel processo responsabile dello scambio di informazioni, di trasmissione di un messaggio o l’espressione delle proprie emozioni e stati d’animo tra due o più interlocutori. L’essere umano utilizza la comunicazione quasi inconsapevolmente: ricorriamo ad essa, ad esempio, per esprimere qualcosa di noi stessi, per acquisire informazioni sull’ambiente che ci circonda e sulle altre persone, per instaurare relazioni interpersonali di ogni genere. La comunicazione, dunque, è un processo basilare nella vita di una persona, eppure, se ci fermiamo per un attimo a riflettere, molti sono i fattori che possono ostacolare la buona comunicazione. Non è sempre facile comunicare a qualcuno i propri sentimenti, le proprie opinioni, soprattutto se controverse, avanzare delle richieste o dire un semplice “No”. Ma perché? Prendiamo, ad esempio, il caso in cui non siamo d’accordo con un’idea espressa dal nostro capo, al pensiero di esprimere il nostro disaccordo e di proporre un’alternativa, potrebbero subentrare sentimenti di ansia e diversi dubbi che improvvisamente mettono in discussione la validità della nostra alternativa. Oppure può capitare di non riuscire a dire ad un/a nostro/a amico/a di essere stati infastiditi da un suo comportamento o da un’affermazione perché non vogliamo ferire i suoi sentimenti, discutere, o nel peggiore dei casi, interrompere il rapporto. E allora, quando una comunicazione può definirsi efficace? Per rispondere alla domanda è necessario specificare l’esistenza di tre stili di comunicazione: Stile passivo: la persona che si esprime in modo passivo tende a non esprimere pensieri e bisogni perché li reputa inferiori rispetto a quelli degli altri. Subisce senza far valere le proprie opinioni. Non prende posizione; Stile aggressivo: la persone che si esprime in modo aggressivo ha la percezione di essere migliore degli altri. Non lascia spazio di espressione, vi è un’imposizione del proprio pensiero e manca della capacità di ascoltare; Stile assertivo: esattamente nel mezzo tra i due precedenti stili, rappresenta la comunicazione efficace. La persona assertiva è in grado di esprimere propri pensieri e bisogni, di farsi ascoltare, ma anche di lasciare spazio all’interlocutore. Riesci ad esprimere pareri contrari e a dire di no senza ferire o sentirsi in colpa. Quindi, in conclusione, una comunicazione efficace necessità di elementi come assertività, rispetto, reciprocità, sincerità e ascolto attivo.

L’importanza del percorso Pre-Adottivo

Tutte le coppie che decidono di intraprendere il meraviglioso viaggio dell’adozione, secondo la normativa Italiana, devono partecipare ad un percorso di sostegno e formazione che permette loro di avere tutte le informazioni adeguate per poter diventare genitori adottivi. Durante questo percorso oltre ad avere nuove nozioni in merito l’adozione, saranno anche valutate le coppie, al fine di stilare delle relazioni che verrano poi valutate dal Tribunale per i Minori, per poi quindi rilasciare o meno l’idoneità per poter adottare. Uno dei punti che viene maggiormente sottolineato è il concetto stesso che si ha dell’adozione. Infatti l’adozione va intesa non come il diritto di una coppia di genitori ad avere un figlio, ma ciò che viene riconosciuto è il diritto di un bambino ad avere una famiglia. Tutto quindi il procedimento adottivo tiene conto e salvaguarda il benessere del minore, informando le coppie dei vari tipi di adozioni a cui possono accedere. Durante questo percorso le coppie vengono poste difronte alla loro ferita, ovvero l’elaborazione del lutto di un bambino biologico mai nato, al fine quindi di far comprendere loro che la richiesta adottiva non è una cura dal dolore e quindi non riempie i buchi. L’adozione nasce quindi da un dolore che deve essere elaborato per dare spazio ad una nuova fase di vita, il bambino ideale deve lasciare spazio  all’incontro con il bambino reale, e nessuno più di un bambino adottato necessita di essere accolto e accettato.  Alla base quindi dell’adozione, c’è quindi il Patto adottivo, ovvero una doppia mancanza, la mancanza da parte della coppia della realizzazione del bisogno di maternità – paternità, e la mancanza da parte del bambino di una famiglia. L’adozione ha successo quando entrambe le mancanze sono stata elaborate ed incanalate da un comune impegno a generare legami. Il patto adottivo è il progetto e l’impegno che nasce dall’incastro dei bisogni di due generazioni: dal riconoscimento della differenza genetica si costruisce una comune appartenenza familiare. Questi sono solo alcuni dei punti che vengono affrontati durante il percorso pre-adottivo, ma si evince la grande importanza di tali tematiche al fine di poter evitare i tanti fallimenti adottivi in cui i minori vengono allontanati ancora una volta da famiglie che avrebbero dovuto proteggerli.

L’impatto psicologico della Procreazione Medicalmente Assistita

di Cinzia Iole Gemma Per affrontare la tematica della procreazione medicalmente assistita è necessario anzitutto definire cosa s’intende per fertilità e sterilità. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) una coppia è da considerare infertile quando non è in grado di concepire o di avere un bambino dopo un anno o più di rapporti non protetti, viceversa è da considerare sterile una coppia nella quale uno o entrambi i coniugi sono affetti da una condizione fisica permanente che non renda possibile avere dei bambini. Secondo l’OMS l’infertilità rappresenta un problema che colpisce il 10%-15% degli individui in età fertile, perciò su scala mondiale si stima l’infertilità di 50-80 milioni di soggetti, in particolari nei paesi industrializzati. Questo quadro secondo quanto riportato, può aumentare nel prossimo futuro, anche a causa di un numero crescente di donne che decidono di ritardare la possibilità di avere dei bambini. Per milioni di coppie nel mondo, l’impossibilità biologica di avere dei bambini è considerata come un dramma ed è descritta come un’esperienza che induce stress sia all’interno della coppia sia individualmente (Andreotti et al. 2000). La riproduzione o procreazione medicalmente assistita (PMA) si riferisce all’insieme di metodiche e trattamenti che aiutano il processo riproduttivo, siano esse chirurgiche, farmacologiche, ormonali o di altro tipo. La scelta di intraprendere un percorso di riproduzione assistita viene vissuta dalla coppia come l’ultima possibilità per poter coronare il proprio sogno. Ed è proprio in nome di tale desiderio che viene intrapreso questo percorso impegnativo, fatto di esami diagnostici, terapie e procedure più o meno invasive sul proprio corpo (Righetti et al. 2001). La PMA si pone come una pratica emotivamente costosa che investe gravosamente chi la affronta, ponendolo in una condizione di disagio emotivo. Scoprire e avere la consapevolezza di non essere abili al concepimento diventa fonte di alterazione della vita di coppia che coinvolge l’individuo con notevoli ripercussioni sociali e sofferenza personale che con il tempo non fanno altro che acuirsi diventando incontenibili andando a inficiare il benessere e l’equilibrio mentale (Conversano et al. 2007) L’infertilità è concettualizzata come una grave crisi nella vita. Una crisi che evoca reazioni emotive che è possibile classificare in quattro fasi principali: La fase iniziale (shock, sorpresa, negazione); la fase reattiva (frustrazione, rabbia, ansia, senso di colpa, dolore, depressione, isolamento); la fase di adattamento (accettazione) e una fase di risoluzione (pianificazione per soluzioni future). Le reazioni nel corso di una crisi sono determinati da fattori quali le influenze della manifestazione in sé, personalità preesistente, fattori culturali e il sostegno della famiglia e amici (Conversano et al. 2007). Gli effetti della diagnosi di sterilità hanno ripercussioni: · Sull’identità personale: conseguente perdita dell’autostima e dubbi rispetto alla propria identità e quella di coppia. · Rispetto alla relazione con il proprio partner: paura di essere abbandonati associata a un sentimento ambivalente che vede da una parte la chiusura nei confronti dell’altro e dall’altra ricerca di supporto e di avvicinamento. • Sulla vita sociale: isolamento e vergogna per la propria condizione. In questo contesto assume particolare importanza la reazione della coppia a tale diagnosi.  Le persone che affrontano tale realtà, infatti, si percepiscono come corpi malati che non sono in grado di procreare e quindi sottratti della possibilità di perpetuare sé stessi attraverso un’altra vita. La coppia va incontro a un vero e proprio trauma, con la presenza di sentimenti ambivalenti di vergogna e di invidia verso chi ha la possibilità di procreare. Successivamente si sviluppa un sentimento di perdita, del tutto analogo a quello provato durante un lutto vero e proprio. Le cognizioni di pretrattamento di impotenza e di accettazione rispetto alla possibile mancanza di figli sono i fattori che giocano un ruolo fondamentale nel determinare la risposta emotiva al fallimento del trattamento. Risulta quindi importante, fin dall’inizio, attivare un‘assistenza psicosociale dedicata a cambiare il significato della sterilità. Di conseguenza, il sostegno psicologico dovrebbe essere non solo specificamente mirato ad aiutare la donna a regolare la propria accettazione emotiva di un possibile fallimento del trattamento e dell’eventuale sterilità, ma anche offrire un’opportunità per discutere le reali possibilità di gravidanza e l’opportunità di continuare o meno il trattamento, compresi gli aspetti emotivi a lungo termine coinvolti nella decisione. I professionisti che si occupano della fertilità possono promuovere il processo di accettazione, discutendo i problemi d’infertilità con le coppie e migliorando la loro comunicazione sulla questione, cercando di pianificare con la coppia i trattamenti in caso di insuccesso e misurare eventuali differenze di motivazione per il trattamento tra i coniugi (Boivin et al. 2001; Kentenich et al. 2002). I professionisti dovrebbero anche preparare i loro pazienti alle possibili reazioni emotive che un trattamento senza successo può scatenare. Infatti, Hammarberg et al. (2008) sottolineano come sia necessario per la coppia informarsi sugli aspetti emotivi dei loro problemi di fertilità. Tale educazione psicosociale, ad esempio,si propone dispiegare in anticipo alla coppia che una maggiore sofferenza è una reazione naturale al trattamento senza successo e ciò potrebbe migliorare il loro controllo sulla risposta emotiva al fallimento del trattamento. Nella maggior parte dei casi, la conoscenza riassicurerà la coppia che ciò che sta sperimentando è parte di una reazione normale e non un’indicazione di regolazione disfunzionale. Bibliografia Andreotti S, Bucci AR, Marozza MI (1999). Gravidanza Fivet: rappresentazioni materne e aspetti psicologici. Psichiatria e Psicoterapia Analitica 18, 34-42. Ardenti R (1999). Il supporto psicologico durante l’iter della PMA. Bambini e genitori speciali? Dal bambino desiderato al bambino reale. Atti di Convegno Internazionale. Reggio Emilia 30-31 ottobre 1998 Roma: Percorsi editoriali. Boivin J, Griffiths E, Venetis CA (2011). Emotional distress in infertile women and failure of assisted reproductive technologies: meta-analysis of prospective psychosocial studies. British Medical Journal 223-342. Cecotti M (2004). Procreazione medicalmente assistita. Roma: Armando editore. Cipolletta S, Faccio E (2013). Time experience during the assisted reproductive journey: A phenomenological analysis of Italian couples’ narratives. Journal of Reproductive and Infant Psychology, 31(3), 285-298 Conversano G, Valentino V, Lensi E, Cela V, Artini PG, Genazzani AR (2007). Dalla diagnosi di sterilità/infertilità ai protocolli di procreazione assistita: vissuti psicologici delle coppie sterili. Giornale Italiano di

L’immagine di se e il concetto di autostima

immagine di se

L’immagine di sé e l’autostima sono due concetti che hanno ricevuto considerevole attenzione nella letteratura psicologica.  L’immagine di sé rappresenta la costellazione di elementi a cui una persona fa riferimento per descrivere sé stessa. Essa riguarda tutte le conoscenze sul sé, come il nome, la razza, ciò che piace o non piace, le credenze, i valori e le descrizioni fisiche. Una persona può ad esempio vedere sé stessa come un lavoratore, come l’amico di Marco, come una persona interessata alla fantascienza, e così via.  L’autostima è invece una valutazione circa le informazioni contenute nel concetto di sé; è la reazione emotiva che le persone sperimentano quando osservano e valutano cose diverse su di sé. Esso è collegato alle credenze personali circa le abilità, le capacità, i rapporti sociali, e i risultati futuri. Il concetto di autostima e l’immagine di sé sono quindi collegati ma diversi. L’autostima dipende sia da fattori interni, cioè dalla sua soggettiva visione della realtà e di sé stessi, e sia da fattori esterni, come ad esempio i successi che otteniamo e la qualità dei “messaggi” che riceviamo dalle altre persone.Le persone infatti sviluppano un’idea di sé sulla base di come sono trattate o viste dagli altri: “gli altri ci fanno da specchio, e noi tendiamo a vederci come loro ci vedono, a giudicarci come loro ci giudicano”. In altre parole ciò che gli altri pensano di noi, cioè l’immagine di noi che ci rimandano, diventa pian piano ciò che noi pensiamo di noi stessi. Ma se è vero che quello che gli altri pensano di noi influenza quello che noi pensiamo di noi stessi, è vero però anche l’inverso. Anche gli altri sono altrettanto influenzati dal nostro giudizio su noi stessi e tendono a vederci come noi ci vediamo. Non c’è infatti luogo comune più veritiero di quello secondo cui “Per piacere agli altri bisogna innanzitutto piacere a noi stessi”.

L’IMMAGINARIO COME TECNICA DI ELABORAZIONE DEL PROFONDO NEL SOSTEGNO E CURA INTEGRATA AI METODI COGNITIVO-COMPORTAMENTALI

Di Federico Rossi “L’immaginazione è più importante della conoscenza. La conoscenza è limitata, l’immaginazione abbraccia il mondo, stimolando il progresso, facendo nascere l’evoluzione,” così disse il fisico tedesco Albert Einstein. Le capacità immaginative rappresentano le modalità tramite cui gli esseri umani registrano ed elaborano i contenuti intollerabili dall’Io. L’assenza di una soluzione ad un quesito crea angoscia, il cervello s’impegna ad applicare la propria curiosità creativa e a completare gli elementi mancanti del quesito grazie all’immaginario. Dagli archetipi e dai primi traumi, fino ai casi più conclamati di sintomatologia psicotica (quali confabulazioni, dissociazioni, e/o distorsioni percettive), l’utilizzo dell’immaginazione e del linguaggio metaforico dell’immaginario ci assiste per elaborare la realtà che ci circonda, contenendo le nostre più forti angosce. Immaginare è una capacità che ha preceduto la cognizione nell’evoluzione filogenetica degli esseri umani. È emersa presto come abilità, consentendo ai primi uomini di formare immagini mentali, simulare scenari ed impegnarsi nella risoluzione creativa dei problemi. L’immaginazione, radicata nel corpo e nelle emozioni, ha svolto un ruolo fondamentale nell’adattamento,per poi evolversi successivamente con il linguaggio ed il pensiero simbolico, rimanendoinfluente negli sforzi creativi dell’uomocome nella poesia e nelle altre arti. Lo psicoanalista Sigmund Freud sosteneva che:“La creatività èun tentativo di risolvere un conflitto generato da pulsioni istintive biologiche non scaricate, perciò i desideriinsoddisfatti sono la forza motrice della fantasia ed alimentano i sogninotturni e quelli ad occhi aperti.” Le fasi evolutive dell’immaginazione riflettono lo sviluppo delle capacità immaginative umane nel corso del tempo. In una prima fase, presumibilmente all’epoca del Pliocene (circa 3-5 milioni di anni fa) ci fu un’immaginazione involontaria, simile alle libere associazioni nei sogni. I nostri antenati potevano ovviamente percepire un leone nella savana, ma potevano anche far affiorare in modo imprevedibile immagini casuali di leoni mentre si trovavano impegnati in lavori quotidiani. Successivamente nell’epoca del Pleistocene (circa tra i 2,58 milioni ed i 11.700 anni fa), si sviluppò un’immaginazione semi-volontaria, che coinvolseuna cognizione a caldo in tempo reale (hot cognition) eduna creatività improvvisata. Possiamo ipotizzaread esempio che i comportamenti ritualizzati, guidati dagli sciamani, avrebbero portato alla coscienzaesseri immaginari (quali ad esempio i leoni) attraverso azioni e gesti abituali. Infine si sviluppò l’immaginazione volontaria, dal Paleolitico Superiore (40.000 – 10.000anni fa) all’Olocene (12000 – 9000 mila anni fa), che incorporò processi cognitivi controllati e deliberati. Se si pensa alle pitture rupestri de “l’uomo leone” a Hohlenstein-Stadel in Germania e “l’uomo bisonte” nella Grotte de Gabillou in Francia, esse potrebbero essere le prime manovre trasgressive e trasformative di logica immaginativa, quali mescolanze tra forme animali ed umane all’interno delle arti visive. Queste fasi evolutive ci portano alla distinzione tra immaginazione ed immaginario, dove l’immaginazione rappresenta una forma di pensieroche non segue regole fisse né legami logici, ma si presenta come elaborazione libera di contenuto di un’esperienza sensoriale, legata a un determinato stato affettivo.D’altra parte l’immaginario è la rappresentazione metaforica del singolo che, tramite la metafora simbolica,elabora i contenuti della psiche a metà tra il conscio e l’inconscio. Per citare lo psicoanalista Carl G. Jung: “La scarpa che sta bene ad una persona sta stretta a un’altra. Non c’è una ricetta di vita che vada bene per tutti.” La progressione evolutiva dell’immaginario, nei singoli e nei gruppi, rappresenta oggi, come nella storia, un valido strumento progressivo e funzionale al superamento dei limiti imposti dalla logica e dalla ragione. Il suo sviluppo nel tempo rappresenta quanto le capacità dell’immaginario si siano ampliate ed affinate, denotando un sempre maggiore sviluppo sociale, culturale ed umano e rappresentando uno degli strumenti atavicamente più efficaci per portar luce ai pensieri “non pensabili” dell’inconscio. Come gli animali utilizzano immagini (ricordi visivi, uditivi, olfattivi) per adattarsi a nuovi territori e problematiche, così l’uomo genera informazioni per poi dipingerne rappresentazioni immaginifiche. E’ nell’assenza di sicurezza, di certezze, che l’uomo crea e riempie tale vuoto con il proprio immaginario. Nel corso degli anni certi simboli e metafore entrano nella memoria semantica dell’uomo, divenendo “certezze” ipotetiche dei misteri della vita e della morte e permettendo, grazie ad una traslazione immaginifica, la trasformazione di pensieri ‘instabili’ in pensieri ‘stabili’. Il lavoro di cura e sostegno, tramite l’immaginario del paziente, permette l’elaborazione attiva del profondo mediato dalla simbologia interiorizzata dell’individuo,favorendone l’evoluzione internae promuovendonela cura. L’introduzione di tecniche cognitivo-comportamentali nasceper identificare e modificare modelli di pensiero e comportamenti disadattivi. Queste tecniche comportano un esame consapevole, una sfidaalle proprie credenze sul mondo, bias e distorsioni, proponendo una loro possibile sostituzione con schemi più adattivi e positivi. Il loro approccio “evidence-based” segue un percorso top-down, un’elaborazione di tipo induttivo, basata su dati comportamentali e sulle loro conseguenze. Nei disturbi di personalità ad esempio, grazie all’approccio cognitivo-comportamentale, si agisce sui pensieri e sulle credenze consce, elaborando verbalmente la propria psiche in maniera lucida e razionale. Questo si contrappone ad un percorso analitico Immaginario, di stampo psicodinamico e di tipo deduttivo-simbolico, che utilizza il materiale inconscio immaginifico, come l’imagérie, i sogni, le associazioni libere ed intuitive, unitamente alla teoria ed alla tecnica psicoanalitica, per favorire l’insight. Come disse il fisico Albert Einstein:”La logica ti porta da A a B. L’immaginazione ti porta ovunque.”Per stabilire un cambiamento radicale e duraturo è necessario che la struttura di significato del paziente venga attivata anche a livello emotivo (Greenberg& Malcolm, 2002; Holmes e Mathew, 2005). Qualora le tecniche di elaborazione verbale CBT non fossero in grado di modificare il nucleo delle patologie (come in alcuni disturbi di personalità), l’integrazione di tecniche esperienziali, specie quelle immaginative, acquisisce un ruolo centrale per l’elaborazione delle emozioni (Lang, 1987).Le immagini rappresentano una via d’accesso diretta alle emozioni ed al loro utilizzo, risultano più efficaci dell’elaborazione verbale ed attivano le stesse aree cerebrali coinvolte nella percezione (Holmes e Matthews, 2006; 2010). Dove l’approccio CBT permette un’elaborazione top-down, il lavoro svolto in parallelo a livello bottom-up da immaginazione ed immaginario, promuove un effetto sinergico e diffuso di varie reti neurali associate alla cognizione, alla memoria, all’emozione, ed al comportamento. Quando elaboriamo i pensieri usiamo il cognitivo e la razionalità, quando interagiamo con le immagini mentaliutilizziamo la nostra intuizione. Quando immaginiamo volutamente mescoliamo immagini, proposte di azione, ricordi, esperienze in tempo reale, nonché suoni, storie e sentimenti. La nostra mente diventa un processore multimediale che si sposta lateralmente tra le connotazioni,

L’illusione di comunicare: quello che diciamo viene capito davvero?

George Bernard Shaw la metteva in questi termini: “Il maggiore problema della comunicazione è l’illusione che abbia avuto luogo”. Certo, sembra paradossale: comunicare, mettere in comune, dovrebbe significare poter passare in modo immediato informazioni, sentimenti, opinioni, racconti e intenzioni, da un soggetto emittente a un soggetto ricevente che condividono la stessa lingua. Dovrebbe. Ma sappiamo tutti molto bene che la cosa è assai più complicata. È una questione di filtri in entrata: tutti li abbiamo, di quasi tutti siamo inconsapevoli; e molto spesso non siamo in grado di individuare né di riconoscere minimamente quelli dei nostri interlocutori. Questo è naturalmente un terreno fertile per incomprensioni e, in alcuni casi, per pericolose escalation nella comunicazione. Oggi prendiamo in considerazione gli insegnamenti del dottor Marshall B. Rosenberg (1934-2015), che ha affrontato scientificamente il tema e ha lavorato in tutto il mondo come pacificatore prima di fondare il Centro per la comunicazione non-violenta. Partiamo da una semplice constatazione: quando comunichiamo verbalmente con persone diverse siamo spesso sorpresi dal fatto che, in qualche modo, i nostri interlocutori non abbiano sentito quello che pensavamo di avere detto. Le nostre parole, infatti, arrivano loro attraverso filtri potentissimi di accesso. Per fare un’analogia con la vista, è come se tutti indossassero occhiali da sole con sfumature di colore differente: la nostra camicia bianca verrebbe percepita come rosa, azzurra, verde o marrone, a seconda della lente attraverso cui fosse guardata. A seconda del filtro di chi ascolta, il messaggio più semplice può arrivare in modo radicalmente diverso. “Puoi scrivermi una nuova versione di questo articolo?” potrebbe arrivare, a seconda dell’interlocutore, come “Chiede a me perché non ha voglia di lavorarci”; oppure: “Non è assolutamente in grado di farlo e ha bisogno del mio aiuto”; o ancora “Delega per sottolineare la sua posizione di superiore nell’organigramma”. E potete immaginare numerosi altri modi di interpretare un messaggio all’apparenza così banale, a seconda del filtro e delle attese del ricevente. Quindi: comunicare in modo efficace significa non solo assumersi la responsabilità di ciò che si dice; ma anche di come il nostro messaggio viene ascoltato, tenendo in considerazione molti fattori. Ma come si possono individuare i filtri di ascolto delle altre persone? Rosenberg indica nove bisogni umani fondamentali, da considerare come filtri di base attraverso i quali le nostre parole vengono percepite: Affetto, Creazione, Ricreazione, Libertà, Identità, Comprensione, Partecipazione, Protezione, Sussistenza. Possiamo pensare anche a quanto la Teoria dell’Attaccamento potrebbe contribuire nel comprendere meglio e individuare i filtri: una persona con attaccamento sicuro reagirà allo stesso messaggio in modo differente da qualcuno con attaccamento ansioso-ambivalente. La materia è vasta quanto il bisogno umano di comunicare, ma è anche affascinante e ancora totalmente da approfondire. Intanto, ricordiamoci che i filtri ci sono sempre. Quando conosciamo bene qualcuno è possibile anticipare attraverso quale filtro è più probabile che ci stia ascoltando e adattare il nostro messaggio di conseguenza, per essere più sicuri che arrivi proprio ciò che volevamo dire. Chiedere all’ascoltatore di ripetere ciò che pensa di aver sentito può sembrare inutile e faticoso, ma spesso è il modo migliore per capire se la nostra vera intenzione sia stata comunicata. Le possibilità di essere compresi migliorano anche se spieghiamo chiaramente ed esplicitiamo la nostra motivazione: far sapere all’ascoltatore cosa c’è dietro la nostra richiesta o affermazione renderà meno probabile la stratificazione delle interpretazioni in entrata. In ultima istanza, è importante essere consapevoli del fatto che tutti, e prima di tutto noi stessi, ascoltiamo gli altri attraverso potenti filtri individuali, dovuti alla nostra impostazione, alla nostra esperienza e alla personale visione del mondo. Curiosità, apertura e un freno alle interpretazioni aiutano ad avvicinarci al messaggio di chi parla con noi e alle sue intenzioni.  Coltivare il dubbio, chiedere e offrire spiegazioni è forse il più utile esercizio per evitare distorsioni nella comunicazione, in entrata e in uscita. Per andare un po’ più in là nell’illusione, che rimane in parte tale, di potersi comprendere davvero.