L’illusione di ‘Riempire’: L’atto del Mangiare come nesso Simbolico tra Corpo, Cibo e Amore

di Valeria Bassolino da Psicologinews Scientific “Evitate di ingoiare bocconi fisici ementali che sono destinati arimanere corpi estranei del vostrosistema.Per capire ed assimilare il mondo,dovete usare molto i vostri denti”.F. Perls scientific marzo 2 La funzione alimentare, per quanto essenziale, non è del tutto innata, ma ha bisogno di essere formata, e ciò equivale a dire che tale funzione può essere deviata dalla propria destinazione originaria, qualora la formazione in questione sia mal condotta. Dalle parole di A. Mindell: “Esiste un corpo inconscio, “un corpo che sogna” che è contemporaneamente corpo e sogno e indica la personalità globale con tutti i suoi canali. Chiamiamo “sintomo” i l segnale che giunge attraverso il corpo e “simbolo” quello che si manifesta attraverso il sogno”. Fritz Perls, in “L’ Io, la fame e l’aggressività”, spiega come il bambino cominci ad acquisire autonomia già con la dentizione, quando può masticare e destrutturare da solo il cibo, assimilarlo e farlo proprio. In termini psicologici, il ‘destrutturare’ vuol dire scomporre l’esperienza, masticarla. In tal modo, è p o s s i b i l e a t t i v a r e un processo elaborativo interno che consente di non incorporare passivamente i messaggi genitoriali, ma di assimilarne le parti buone e rifutarne quelle cattive. L’aggressività è intesa, in senso etimologico (adgredior), come energia dell’ ‘andare verso’ e afferrare, prendere, impossessarsi dell’esperienza. La rabbia, dunque, è l’emozione che ci permette di affrontare ciò che è pericoloso per noi o di respingerlo. Per questa ragione, la repressione della rabbia nel bambino gli impedisce di sfruttare energie vitali indispensabili. Il bambino, quindi, porterà alla bocca e inghiottirà tutto ciò che gli sembra ‘buono’, desiderabile, suscettibile di soddisfare i bisogni, rifiutando e sputando ciò che considera ‘cattivo’. Nelle fasi iniziali della vita, quindi, nessuna altra funzione vitale svolge un ruolo importante nella crescita quanto l’alimentazione. Soddisfare la fame produce un sentimento di sicurezza e di benessere; nell’allattamento il bambino prova il primo sollievo dal disagio fisico, e il contatto ‘caloroso’ con la pelle della madre gli dà la sensazione di essere amato. Durante l ’ a l l a t t a m e n t o , sperimenta sensazioni piacevoli nella bocca, nelle labbra e sulla lingua, che poi cercherà di produrre, in assenza della madre, succhiandosi il dito. Così, le sensazioni di sazietà, di sicurezza e di amore sono indivisibili nelle prime esperienze del bambino. Hilde Bruch sostiene che – quando la madre non risponde in maniera adeguata ai messaggi del figlio – questo perde ben presto la capacità di discriminare fame e sazietà. Vi sono madri che alimentano il proprio figlio tutte le volte che piange, perché sono incapaci di immaginare altri bisogni. Si sviluppa in tal modo il nesso simbolico in cui il cibo rappresenta amore, sicurezza e soddisfazione del bisogno; in questo caso, il cibo sarà utilizzato in maniera inadeguata ed esagerata allo scopo di risolvere tutti i problemi della sua esistenza. In età adulta, quello che per alcune persone è un ‘buco nero’, per altre è un ‘vuoto incolmabile’ e mangiare diventa il modo per riempirlo e riempirsi, per non sentire il vuoto affettivo e relazionale circostante. Quando è una carenza affettiva ad aver segnato e caratterizzato l’infanzia, quando non si riesce a percepire il calore e l’amore di chi sta attorno, ingerire una grande quantità di cibo può essere un modo appreso per ‘scaldarsi’ e gratificarsi. Se immaginiamo l’espressione della sofferenza che si sviluppa lungo un continuum che va dalla condizione ‘sana’ alla patologia, possiamo osservare manifestazioni d i d i s a g i o solo quantitativamente differenti; dalla ‘normalità’, ove sono sempre possibili fasi di sofferenza seppur episodiche o rivelate limitatamente nel tempo, fino ai Disturbi della Condotta alimentare. H. Bruch afferma che i Disturbi della Condotta Alimentare sono espressione esterna di disagi inerenti al Sé, al senso di inadeguatezza e alla bassa autostima che successivamente, nelle fasi critiche di passaggio, arrivano a manifestare disturbi nella sfera alimentare. In genere, afferma, tali pazienti sono state bambine compiacenti, brave, obbedienti, che ad una certa età incominciano a diventare oppositive e ribelli. L’Analisi Transazionale individua ingiunzioni del tipo: ‘Non essere te stessa’, ‘Non sentire’, ‘Non appartenere’ e Spinte del tipo: ‘Sii perfetta!’, ‘Sforzati!’, ‘Sbrigati!’. Si osserva, in questi casi, un Processo di Copione del tipo ‘finché’. Per esempio: ‘Finché non sarò magra non potrò essere felice’. Schematicamente, di seguito sono r a p p r e s e n t a t e l e S p i n t e Comportamentali applicate al cibo: ‘Sii forte!’ diventa ‘Mangia anche ciò che non ti piace’ ‘Sii perfetta!’ diventa ‘Mangia solo ciò che ti fa bene’ ‘Compiaci!’ diventa ‘Mangia tutto quello che ti do, tutto quello che dico io’ ‘Sforzati!’ diventa ‘Mangia fino alla fine, anche se non ti va, non lasciare niente’ ‘Sbrigati!’ diventa ‘Mangia veloce, presto’ Secondo Renate Göckel, gli attacchi di fame, dal punto di vista simbolico, hanno varie valenze. Per esempio, dalle parole di alcune pazienti: ‘Devo tapparmi la bocca perché quello che ho da dire veramente potrebbe essere o risultare aggressivo o distruttivo, quindi minacciare il rapporto che ho in corso’. Oppure: ‘Ho bisogno di colmare il terribile vuoto che mi porto dentro e che identifico come sintomo di fame anche se so che non è così’. In altro modo: ‘Potrebbe servire a ‘placarmi’ in qualche modo sollevandomi momentaneamente dall’ansia di dover dare delle ragioni profonde per questo senso di sgomento e di scontentezza di me e degli altri’. Anche sulla base di questi elementi, l ’ a u t r i c e r i t i e n e c h e i d i s t u r b i dell’alimentazione producono lo stesso risultato: creano distanza. I n f a t t i , “ L’ a n o r e s s i c a s i e r g e psicologicamente su tutti gli altri; la bulimica offre agli altri un’immagine di sé diversa dalla realtà, una sorta di finta

L’estate e la mente: come la stagione calda influenza la nostra psiche

L’estate, con la sua luce abbondante, le temperature elevate e i ritmi rallentati, è molto più di una semplice stagione meteorologica: è un potente agente psicologico che modifica emozioni, comportamenti e percezione del tempo. Le sue implicazioni sul benessere mentale sono complesse, oscillando tra miglioramenti dell’umore e potenziali disagi legati al caldo e ai cambiamenti di routine. Analizzare l’impatto dell’estate sulla nostra psiche ci permette di comprendere meglio come il contesto ambientale influenzi la salute mentale e il comportamento sociale.  Luce solare e umore: una relazione luminosa Uno dei fattori più significativi dell’estate è l’aumento dell’esposizione alla luce solare. La luce naturale stimola la produzione di serotonina, il neurotrasmettitore associato al buonumore e alla regolazione dell’umore, e contribuisce alla sincronizzazione del ritmo circadiano, migliorando la qualità del sonno e la sensazione di benessere complessivo (Lam et al., 2001).Inoltre, l’estate contrasta la depressione stagionale (SAD, Seasonal Affective Disorder), che colpisce soprattutto nei mesi invernali a causa della ridotta esposizione alla luce. Nei mesi estivi, molte persone sperimentano un aumento dell’energia, della motivazione e della socialità, anche grazie all’attività all’aperto e al contatto con la natura. Quando il caldo disturba: disagio termico e salute mentale Tuttavia, l’estate non è sempre sinonimo di benessere. Temperature eccessivamente alte possono provocare stress termico, disidratazione e insonnia, influenzando negativamente l’umore e la capacità di concentrazione. Studi recenti hanno evidenziato una correlazione tra ondate di calore e aumento dei disturbi d’ansia, irritabilità e perfino aggressività (Anderson & Bell, 2009).Inoltre, alcune persone sperimentano una forma estiva di disturbo affettivo stagionale (Summer SAD), meno comune ma caratterizzata da inquietudine, insonnia e perdita di appetito, spesso legata al disagio fisico provocato dal caldo e alla pressione sociale verso un’estetica “estiva” idealizzata. Vacanze, tempo libero e ristrutturazione della mente L’estate è anche il periodo delle ferie, delle pause lavorative e del tempo libero. Questo cambiamento nei ritmi quotidiani favorisce la ristrutturazione cognitiva, ovvero l’opportunità di riflettere, ridefinire priorità e ritrovare energie mentali. Il tempo libero permette di ridurre lo stress cronico, migliorare la regolazione emotiva e rafforzare i legami sociali, fattori essenziali per la salute mentale (Kuykendall et al., 2015).Tuttavia, per alcune persone, le vacanze possono diventare fonte di ansia da tempo libero, senso di vuoto o difficoltà nel gestire un ritmo diverso da quello abituale. Ciò avviene spesso in soggetti molto performanti, che faticano a “staccare” e a tollerare l’ozio.  Socialità, natura e identità estiva Il clima favorevole e le giornate lunghe facilitano le interazioni sociali e il contatto con la natura. Entrambi sono elementi potenti per il benessere mentale: il supporto sociale è un fattore protettivo contro ansia e depressione, mentre stare nella natura riduce i livelli di cortisolo (l’ormone dello stress) e favorisce la mindfulness spontanea.Inoltre, l’estate può favorire una sperimentazione dell’identità: si è più propensi a uscire dalla propria routine, viaggiare, vestirsi in modo diverso, incontrare persone nuove. Questa apertura può aiutare a scoprire lati inediti di sé, rinforzando l’autostima e la flessibilità psicologica. Conclusione: estate come opportunità (e sfida) psicologica L’estate è una stagione psicologicamente densa, capace di portare benessere, rigenerazione e connessione, ma anche disagi legati al caldo, al cambiamento di routine o alle aspettative sociali. Conoscere questi effetti ci permette di sfruttare il potenziale positivo della stagione, prevenendo al contempo eventuali ricadute sul piano emotivo. Come tutte le transizioni, anche quella stagionale è un’occasione per osservare il nostro equilibrio interiore e prendercene cura. Bibliografia Anderson, C. A., & Bell, M. L. (2009). Weather-related mortality: How heat, cold, and heat waves affect mortality in the United States. Epidemiology, 20(2), 205–213. Lam, R. W., Levitt, A. J., Levitan, R. D., Enns, M. W., Morehouse, R., Michalak, E. E., & Tam, E. M. (2001). The CAN-SAD study: A randomized controlled trial of the effectiveness of light therapy and fluoxetine in patients with winter seasonal affective disorder. American Journal of Psychiatry, 158(6), 882–890. Kuykendall, L., Tay, L., & Ng, V. (2015). Leisure engagement and subjective well-being: A meta-analysis. Psychological Bulletin, 141(2), 364–403. Rosenthal, N. E. (1998). Seasonal Affective Disorder and Beyond: Light Treatment for SAD and Non-SAD Conditions. Oxford University Press.

L’esperienza della dislessia: uno studio longitudinale sulle reazioni ansiose

di Roberto Ghiaccio da Psicologinews Scientific Il presente lavoro indaga l’ evoluzione dell’impatto e del vissuto della dislessia sul vissuto psicologico, di 35 dislessici maschi valutati nel 2010 e ri-valutati nel 2019. Il campione è appaiato per fascia di reddito genitoriale, trattamenti riabilitativi ricevuti, età prima diagnosi Emerge come la dislessia sia un fattore di vulnerabilità che comporta un elevata ansia situazionale-prestazionale, per cui i trattamenti dovrebbero rivolgersi non solo al miglioramento della prestazione accademica ma anche agli aspetti psicologici. Nel lontano ottobre del 2011 ad un anno dall’uscita della legge 170/ 2010 e a pochi mesi dall’uscita della Consensus Conference muovendo dal quesito B 4.2 della Consensus parte il nostro studio. La riposta dal quesito B4.2 riporta che non ci sono prove di correlazione uni lineare diretta tra tra la presenza di dislessia e un aumento del rischio di sviluppare disturbi psicopatologici. Eppure grand parte dei ragazzi che vedevamo all’epoca mostrano segni di ansia e e riportavano vissuti di inadeguatezza. Quando si parla di Disturbi specifici dell’apprendimento il confronto tra scuole di pensiero è ancora acceso, trattandosi di una caratteristica estremamente complessa per quanto “specifica” e “specificata” in letteratura e nelle varie definizioni-sistemazioni n o s o g r a fi c h e . A f f a c c i a n d o s i “nell’universo dell’infanzia” si deve esser pronti ad affrontare argomentazioni complesse e ricche di controversie, dilemmi tali da mettere in crisi le più consolidate certezze scientifiche ed antropologiche. Il disturbo della lettura spesso si verifica in concomitanza con altri disturbi dello sviluppo neurologico e questo ha importanti implicazioni sia per la diagnosi c h e p e r g l i i n t e r v e n t i riabilitativi. Comprendere la natura e le cause delle comorbidità è al centro della comprensione dei disturbi dello sviluppo. Ad esempio, se il Disturbo X si manifesta frequentemente con il Disturbo Y, ciò indica il funzionamento dei fattori di rischio condivisi e migliora la comprensione delle cause di ciascuno di questi disturbi. La comorbilità può essere trovata tra disturbi all’interno dello stesso gruppo diagnostico ( comorbilità omotipica : p. Es., Disturbo della lettura e disturbo della matematica), nonché tra disturbi di d i v e r s i g r u p p i d i a g n o s t i c i ( comorbilità eterotipica ), come tra disturbo della lettura e disturbi comportamentali (deficit di attenzione -Disturbo da iperattività (ADHD) e disturbo della condotta) o disturbo della lettura e problemi emotivi (ansia e depressione) (Angold, Costello, & Erkanli, 1999 ). I bambini sanno quanto sia importante la lettura. Lo sentono dai loro genitori e insegnanti fin dalla tenera età. Quindi, quando i bambini difficoltà lottano con quell’abilità vitale, possono crearsi reazioni ansiose. Spesso queste reazioni sono transitorie a situazioni che implicano la lettura. Ma a volte, i bambini con d i fferenti caratteristiche di apprendimento sviluppano un problema più grande con l’ansia, ma attenzione l ’ a n s i a non è connaturata a l l a “deviazione” degli apprendimenti ma all’adattamento dei contesti. I bambini con dislessia hanno spesso paura di ciò che potrebbe accadere quando leggono. Possono avere paura di fallire, o di essere giudicati o di sentirsi. imbarazzati. Potrebbero anche esserci momenti in cui temono che non impareranno mai o non avranno successo in nulla a causa delle loro difficoltà di lettura, che coinvolge non solo l’alunno ma tutta l’identità del bambino. Queste emozioni negative devono essere comprese ed accolte con il giusto supporto, per evitare lo strutturarsi di certe reazioni. L o s c o p o d i q u e s t o l a v o r o è comprendere le possibili evoluzioni e i possibili effetti a cascata del disturbo di lettura nel corso della scolarità e dello sviluppo intercettando le eventuali reazioni disadattamento che possono sfuggire alla semplice valutazione psicometrica. La dislessia evolutiva neurovarietà dell’apprendimento di natura neurobiologica è soggetta ad una “ eterotrofia fenotipica” che può non riguardare solo i parametri diagnostici ma estendersi a estendersi a fattori emotivi-motivazionali. Spesso, purtroppo ancora oggi, le difficoltà scolastiche vengono scambiate per pigr izia, scarso interesse o mancanza di volontà. I frequenti fallimenti e le frustrazioni a cui possono andare incontro i ragazzi con DSA possono dare vaiati di inadeguatezza ed incapacità a soddisfare le aspettative altrui, creando una serie di effetti socio-emotivi. Molti studi hanno riscontrato che i bambini con dislessia presentano alti livelli di ansia e stress correlato alla performance come sintomi secondari al disturbo. Obiettivo: effettuare uno studio longitudinale circa i vissuti della dislessia e la “digestione” delle misure dispensati e degl i st rument i compensat ivi . Campione: 35 soggetti maschi, frequentanti la terza e la quarta primaria, con diagnosi di dislessia. Il campione è appaiato per fascia di reddito genitoriale, trattamenti riabilitativi ricevuti, età prima diagnosi. I soggetti sono stati valutati nel 2010 e nel 2019. La selezione e il reclutamento dei pazienti è avvenuta tramite l’ASL BN e la sezione AID BN. Materiali: Nel 2010 Scala di Auto-somminist razione per Fanciul l i e Adolescent i – SAFA (Cianchet t i – Fancello, 2011) lette dall’esaminatore, per indagare la presenza di diverse comorbilità psichiatriche e il Parent Stress Inventory (Laghi et all., 2008), per valutare lo stress nella relazione genitore-bambino e per definire un profilo di stile genitoriale. Nel 2019: Questionario per la Valutazione della Psicopatologia negli Adolescenti – Q-PAD (Sica et all., 2011) e il Parent Stress Inventory. Dall’analisi dei dati è emerso che l’85% del nostro campione mostra significativi livelli di ansia scolastica e prestazionale, l’80% lamenta somatizzazioni multiple (dolori a d d o m i n a l i , c e f a l e a , d o l o r e aspecifico alla gola) e deflessioni dell’umore con senso di colpa e frustrazione (70%). Il livello di stress totale percepito dai genitori è superiore all’85°percentile (cut – off utilizzato per l’individuazione di profili genitoriali a rischio).

L’equilibrio tra i tre mondi: una chiave per il benessere psicologico

Il Modello di Articolazione Intersistemica, sviluppato da Baldascini, rappresenta un’importante chiave di lettura per comprendere il funzionamento della psiche umana in relazione ai sistemi che la influenzano. Questo approccio mette in evidenza il concetto di tre sistemi fra loro “interconessi”: Cognitivo, Emotivo e Motorio-Istintuale. L’intento è esplorare il significato di ognuno di essi ed il modo in cui interagiscono, ma soprattutto l’importanza della figura dello psicoterapeuta nel facilitare un equilibrio dinamico tra le diverse dimensioni dell’esperienza umana. Difatti, queste tre parti a volte sono in armonia, ma altre volte invece, ci si può trovare in un “disequilibrio” che induce ad una “disarmonia”. Come viene articolato questo modello? I tre sistemi fondamentali che consentono di comprendere meglio il nostro funzionamento sono: Il sistema cognitivo, legato al pensiero ed alla razionalità. Il sistema emotivo, legato alle emozioni Il sistema motorio-istintuale, responsabile dell’impulso e della risposta immediata agli stimoli. Se tali sistemi comunicano in modo fluido tra loro, ci sentiamo in equilibrio, se invece, uno di essi prende il sopravvento sugli altri possiamo sperimentare “disagio psicologico”. Se il sistema cognitivo domina infatti, si rischia di vivere troppo nella mente, ad analizzare ogni situazione razionalizzando eccessivamente. Se, invece, l’emotivo è troppo forte si rischia di essere travolti dai sentimenti ed il rischio è la vulnerabilità. Infine, quando è il motorio istintuale a prendere il sopravvento, si rischia di agire in maniera impulsiva e la gestione delle emozioni può diventare impossibile. Come si ritrova l’equilibrio? Il ruolo della terapia Il Modello di Articolazione Intersistemica di Baldascini ci mostra quanto sia fondamentale l’apporto del terapeuta nel ristabilire il benessere. Esso nasce dall’integrazione di pensiero, emozione ed azione. Nessuno di questi sistemi è “giusto” o “sbagliato”, ma è il loro equilibrio a determinare la nostra capacità di affrontare la vita in modo armonioso. La Terapia diventa, quindi, un viaggio di riconversione e di integrazione, e supporta il paziente nel ritrovare un equilibrio più “sano” tra le sue diverse dimensioni di esistenza. Ma c’è una buona notizia: l’equilibrio non è qualcosa di statico, ma un processo in continuo movimento che possiamo coltivare con consapevolezza ed ascolto di noi stessi! In fondo, la felicità sta nel trovare un modo autentico di abitare il nostro mondo interiore, le nostre azioni ed il mondo che ci circonda. Bibliografia L’adolescente tra appartenenze e trasformazioni, Luigi Baldascini.

L’epifania della psicologia in ciascuno di noi

epifania

La traduzione dal greco più acclarata della parola epifania è sicuramente manifestazione. Secondo la tradizione cattolica, Gesù Bambino “si manifesta “ ai Re Magi, nella sua natura umana e quindi corporea. Allo stesso tempo, gli viene attribuita anche una dimensione spirituale, interiore. Per i bambini, l’ epifania corrisponde all’arrivo della Befana, che premia o punisce in base al comportamento assunto durante l’anno. La calza piena di carbone, dolce o reale che sia, spinge alla riflessione interiore, sin dalla più tenera età. Rappresenta quindi il modo di abituarsi all’idea che siamo parte di relazioni e che il nostro comportamento influisce su quello degli altri. La duplice lettura dell’epifania riporta, di conseguenza, l’attenzione all’importanza della manifestazione o rivelazione in senso psicologico. Quando, infatti, l’individuo percepisce un forte cambiamento di se stesso, si trova di fronte ad una rinascita psicologica. Attraverso una riflessione, una intuizione, l’accendersi di una lampadina, l’individuo aggiunge nuove conoscenze di se stesso. Comincia, quindi, a percepirsi diverso, rispetto ad un prima, adattandosi a questo cambiamento. In questa manifestazione psicologica, si struttura un nuovo equilibrio. Si innesca un bilanciamento tra ciò che si percepisce individualmente e ciò che ci rimandano le persone con le quali interagiamo quotidianamente. Risulta importante, di conseguenza, prendere consapevolezza di ciò che siamo diventati, per costruire e modulare l’immagine di noi stessi. Immagine non solo data dalla riflessione interiore, ma anche da una lettura delle relazioni interpersonali, di qualunque natura. Ecco che eventi religiosi o del folklore popolare si trasformano in spunti di riflessione e cambiamento personale. Una migliore consapevolezza di se stessi e dei ruoli da assolvere determinano così l’idea che la maschera che indossiamo può essere rimossa, cambiata o addirittura abbellita.

L’Endometriosi e la relazione di coppia

di Catalina Croitoru Cos’è l’endometriosi L’endometriosi è la presenza di endometrio, mucosa che normalmente riveste esclusivamente la cavità uterina, all’esterno dell’utero e può interessare la donna già alla prima mestruazione e accompagnarla fino alla menopausa. Ogni mese, sotto gli effetti degli ormoni del ciclo mestruale, il tessuto endometriale impiantato in sede anomala va incontro a sanguinamento, nello stesso modo in cui si verifica a carico dell’endometrio, normalmente presente in utero. Tale sanguinamento comporta una irritazione dei tessuti circostanti, che dà luogo a formazioni di tessuto cicatriziale e aderenze. Gli organi nei quali è presente il focolaio di endometriosi vengono sottoposti a una ciclica e cronica infiammazione che incide pesantemente sulla qualità della vita della donna poiché il forte dolore invalida lo svolgimento delle comuni attività quotidiane.  Alcuni studi istologici hanno evidenziato che nell’endometriosi, l’endometrio è simile a quello normale. Si contraddistingue dalla presenza di recettori ormonali, come l’endometrio normale, ma ha un’alta capacità di adesività che gli permette di aderire a strutture extrauterine, come le sedi in cui l’endometriosi si sviluppa. Nonostante sia ritenuta una patologia dell’età riproduttiva, sono descritti rari casi di endometriosi anche in post menopausa, soprattutto in donne che stiano assumendo trattamenti ormonali sostitutivi. Prevalenza dell’Endometriosi in Italia Secondo il Ministero della Salute in Italia sono affette da endometriosi il 10-15% delle donne in età riproduttiva; la patologia interessa circa il 30-50% delle donne infertili o che hanno difficolta a concepire. Le donne con diagnosi conclamata sono almeno 3 milioni. Il picco si verifica tra i 25 e i 35 anni, ma la patologia può comparire anche in fasce d’età più basse. La diagnosi arriva spesso dopo un percorso lungo e dispendioso, il più delle volte vissuto con gravi ripercussioni psicologiche per la donna. Sintomi diagnosi prevenzione e cure Le donne che soffrono di endometriosi riferiscono sintomi quali: dolori premestruali e mestruali molto intensi; Irregolarità del ciclo mestruale; dispareunia (dolore durante i rapporti sessuali) e altre disfunzioni sessuali; dolore pelvico diffuso; dolore durante la minzione e/o la defecazione. Tali sintomi spesso non rispondono, o rispondono poco, ai comuni farmaci antinfiammatori. Nella maggior parte dei casi il dolore è persistente e cronico e spesso si aggrava nel periodo mestruale. Nel 30-50% dei casi l’endometriosi causa subfertilità o infertilità. Tale situazione è ulteriormente aggravata dal fatto che, al momento attuale, non esiste una terapia definitiva per questa condizione. Gli interventi più comuni consistono nell’utilizzo di farmaci antidolorifici che possono aiutare nella gestione del dolore ma che non agiscono direttamente sulla malattia.  Molecole che stabilizzano la degranulazione mastocitaria e antiossidanti dovrebbero essere impiegati in associazione alle terapie farmacologiche e chirurgiche di protocollo al fine di ridurre il dolore e l’elevato stress ossidativo cellulare e di incrementare la fertilità compromessa. I medici di medicina generale e i ginecologi operanti sul territorio sono le figure strategiche per una pronta diagnosi e un trattamento in grado di migliorare la qualità di vita e prevenire l’infertilità. Di grande utilità è l’ecografia, soprattutto per le forme ovariche (cisti ovariche definite endometriomi) e le forme di endometriosi profonda (DIE). Sin dalla più giovane età è molto importante sapere che i dolori mestruali e durante i rapporti non sono normali e che non devono essere taciuti. Le donne che hanno la madre o una sorella affette da endometriosi hanno un rischio di svilupparla sette volte maggiore. Gli aspetti psicologici che interferiscono nella vita di coppia  Il ritardo diagnostico può causare gravi conseguenze negative sul piano psicologico. Quando il medico ‘liquida’ la paziente attribuendo il suo dolore a cause psicologiche, la paziente può avere l’impressione che il suo dolore sia solo nella sua testa. Tutto questo influenza la sua qualità della vita, la fiducia in sé stessa e la stima di sé. Oltre ai sintomi dolorosi, le donne con endometriosi, provano molto spesso una grande stanchezza. Questo sintomo, può essere di difficile accettazione e comprensione da parte degli altri e bisogna far attenzione a non scambiarla per un sintomo di depressione, anche se spesso risulta essere una sua conseguenza. La condizione di stanchezza può interferire con la vita della donna comportando ritiro sociale, conflitti familiari o problematiche lavorative, ma soprattutto il pervasivo e notevole impatto negativo all’interno della coppia. Per molte donne la sessualità rappresenta una importante sfera della propria vita e una bassa soddisfazione sessuale comporta numerosi effetti negativi sulla coppia, quali la perdita di autostima e relazioni sentimentali più difficoltose. Le difficoltà della donna nell’avere rapporti sessuali possono creare sintomi disfunzionali anche nell’uomo, come caduta di desiderio, difficoltà di mantenimento dell’erezione, eiaculazione precoce, creando di fatto un circolo vizioso di mantenimento del problema. Nelle donne si possono verificare atteggiamenti fobici e comportamenti di evitamento dell’attività sessuale. Sapendo preventivamente che il rapporto sarà doloroso, la donna comincerà a perdere il desiderio sessuale fino a sviluppare timore nei confronti del sesso, dovuto all’associazione con qualcosa di spiacevole e doloroso. La donna, in questo caso, non sarebbe in grado di rilassarsi completamente, vivendo la sessualità come una prova da superare e innescando così sentimenti ed emozioni negative che finiranno per compromettere ulteriormente il desiderio e la disponibilità erotica. Per paura di essere abbandonata dal partner, potrebbe sviluppare sentimenti depressivi e di autosvalutazione e colpa. A causa di tutto questo le donne hanno rapporti sempre meno frequenti e tutto questo si ripercuote sulla qualità della relazione di coppia.  Lavorare su questi aspetti in una terapia ad approccio breve strategico e/o cognitivo comportamentale permette di interrompere gli evitamenti riconoscendo i meccanismi associati.In Italia esiste dal 2017 la Fondazione Italiana Endometriosi, che fa parte della Associazione e supporta il Centro Italiano Endometriosi per la Ricerca Traslazionale della Malattia, la Fondazione attraverso un Network scientifico costituito con ben 11 istituzioni pubbliche e private italiane ed estere, sviluppa la ricerca sulla endometriosi con eccellenti risultati che si trasmettono direttamente sulla prevenzione, diagnosi e cura della malattie e delle patologie ad essa associate. Bibliografia Bottaccioli, F; Bottaccioli A, G. (2017), Psiconeuroendocrinoimmunologia e scienza della cura integrata – Il Manuale, Edra Masson, Milano. Sitografia:  Associazione progetto endometriosi onlus A.P.E. (2016). Consultato in data Novembre 05, 2022, da Ministero Della Salute. Patologie al femminile-Endometriosi. Consultato in data

L’empatia è la capacità che stiamo perdendo

empatia

L’empatia è un termine oggigiorno molto usato, ma poco vissuto. La parola ha origini greche ed è mutuata dalle arti figurative del teatro. Consiste nella tecnica usata dall’attore di “partecipare “ alle emozioni. Nella vita quotidiana, quindi, l’empatia è per definizione, la capacità di mettersi nei panni dell’altro, percependo il pathos, lo stato emotivo e soprattutto la sofferenza altrui. Dal punto di vista pratico, l’empatia può essere considerata una sorta di immedesimazione. Di conseguenza, l’interlocutore, che ha sviluppato questa capacità, comprende l’altro sotto il profilo emotivo. Alla luce degli innumerevoli fatti di cronaca nera che accadono ogni giorno, una riflessione è doverosa. Stalking, bullismo, femminicidi sono solo alcuni degli esempi della mancata capacità empatica. Allo stesso tempo, l’alienazione emotiva e il distacco dalla realtà che i social determinano, contribuiscono a dare poco valore alla vita e agli altri in generale. Oggi, purtroppo, si è troppo presi esclusivamente da se stessi, dal condividere e postare le cose che facciamo sui social, dallo sbirciare nella vita degli altri. Passiamo moto tempo a controllare continuamente le notifiche, senza accorgersi di chi abbiamo non solo dall’altra parte dello schermo, ma anche vicino a noi. Tutto questo fa si che ci si dimentica che quelle stesse persone da cui “dipendiamo “ virtualmente provano emozioni di cui bisogna avere rispetto. La vittima peggiore della mancanza di empatia è la relazione con l’altro. L’assenza di sintonizzazione emotiva porta con se la mancanza di fiducia e rispetto. Queste sono le capacità che costituiscono la base di tutti i rapporti, da quelli affettivi a quelli professionali. Sarebbe opportuno ritornare al calore delle relazioni umane. Bisogna mettere in atto incontri in cui si mantiene il contatto visivo con l’altro e si mette in pratica l’ascolto e un’apertura non giudicante.

L’EMOZIONE: QUESTA COMPLESSA E SCONOSCIUTA…

di Antonia Bellucci Siamo certi di sapere cosa siano le emozioni? Nonostante tutti abbiano una propria conoscenza di cosa sia un’emozione, risulta difficile darne una definizione generale poiché il termine “emozione” si riferisce ad un’ampia gamma di risposte. Possiamo provare tristezza durante la visione di un film, imbarazzo di fronte al comportamento di un collega, noia se bloccati nel traffico, paura di essere in ritardo ad un appuntamento, senso di colpa per essersi arrabbiati con un genitore, gioia e sollievo per aver avuto una diagnosi positiva ad una visita medica. Queste emozioni possono essere di media o alta intensità, negative o positive, brevi o di lunga durata, primarie (reazione emotiva iniziale) o secondarie (reazione ad un’emozione primaria). L’emozione, come rapida reazione che avviene quando l’organismo elabora uno stimolo significativo e consente un adattamento ad un cambiamento, si distingue dall’umore (inteso come stato emotivo diffuso con lento innesco e non legato a specifici oggetti o stimoli), ma anche dall’affetto, che è un costrutto complesso comprendente sia l’emozione che l’umore e riguarda lo stato generale che l’individuo sta sperimentando le sensazioni, piacevoli o spiacevoli, con diversi livelli di intensità, durata e pattern di innesco. L’emozione si attiva, generalmente, in risposta ad uno stimolo (trigger) o una situazione psicologicamente rilevante, che può essere esterna (es: assistere ad un incidente) oppure interna (es: anticipare un confronto col capo). Secondo le teorie cognitive, l’emozione si innesca quando si vive una situazione che viene valutata sulla base della sua rilevanza rispetto agli scopi dell’individuo. Gli scopi sono rappresentazioni che s i basano sui valori, sul contesto culturale di appartenenza, sulle caratteristiche della situazione attuale, sulle norme sociali, sulla fase di vita e sulla personalità dell’individuo. Proprio in base a ciò, è possibile che due persone che affronta la stessa situazione, avendo diversi scopi attivi, possano prestarvi attenzione e valutare la situazione differentemente. Un esempio per esprimere meglio il concetto: se un professore dice a due allievi “so che potresti fare meglio alla seconda prova rispetto a ciò che è emerso dalla prima” potrebbe sollecitare due reazioni differenti; il primo studente potrebbe sentirsi incoraggiato a fare meglio mentre il secondo potrebbe sentirsi criticato e deprimersi per non essere andato bene. La differenza nelle reazioni dei due studenti è data dai loro scopi e, quindi dalle successive valutazioni dell’evento; di conseguenza, ne deriva che anche le emozioni positive si attivano quando la persona percepisce di perseguire adeguatamente i propri obiettivi, mentre le emozioni negative possono scaturire quando una situazione viene valutata come un ostacolo ai propri scopi. Così come le cose cambiano nel tempo, sia la persona che la situazione o il significato che l’individuo attribuisce alla situazione, anche le emozioni possono cambiare. Le componenti di un’emozione, dunque, sono: l’esperienza soggettiva, gli ingredienti cognitivi, la reazione fisiologica o somatica, l’espressione facciale, il comportamento o la tendenza all’azione. Tra queste, le espressioni facciali e l’impulso ad agire sono associati ad alterazioni autonomiche e neuroendocrine anticipano, accompagnano e seguono la risposta comportamentale. Le componenti sono diverse a seconda del tipo di emozione. Ad esempio, nell’ansia, connessa fortemente allo stile di vita odierno ed alle spinte e richieste della società attuale, è possibile generalmente osservare: un intenso stato di agitazione (esperienza soggettiva), la percezione di una minaccia valutata come grave, imminente e difficilmente affrontabile con le proprie risorse (ingredienti cognitivi), accelerazione del battito cardiaco, modifica del ritmo del respiro, sudorazione, ecc. (reazioni fisiologiche o somatiche), occhi spalancati e sopracciglia elevate (espressione facciale) , tendenza ad evitare o fuggire dalla potenziale minaccia (tendenza all’azione). Infine, un’altra caratteristica delle emozioni è la loro malleabilità, cioè sono modificabili e transitorie; una volta attivata, la risposta delle emozioni segue il suo naturale decorso. Le emozioni possono irrompere nella nostra esperienza anche indipendentemente dalla nostra consapevolezza e possono anche confliggere con altre risposte alla situazione (es: due emozioni contrapposte). Umore ed emozioni possono interagire dinamicamente. Le emozioni possono portare a particolari tipi di umore e l’umore può aumentare la probabilità che si attivino determinate emozioni. Attualmente, le scienze affettive vedono umore ed emozioni come due costrutti strettamente interconnessi: l’umore può potenziare o alterare una reazione emotiva. Ad esempio, l’umore irritabile può facilitare una reazione emotiva di rabbia, l’umore ansioso può facilitare il panico o uno stato emotivo di tristezza può sviluppare un umore triste. Tutti proviamo emozioni ma cambia l’intensità, il tipo di trigger, la frequenza e la soglia di attivazione delle stesse. Non provare emozioni è una condizione patologica. Se questo è vero, in che senso le emozioni sono centrali nella psicopatologia e possono esse stesse essere il sintomo, il segno, di una patologia in corso? Secondo una prospettiva funzionalista, le emozioni sono risposte importanti dal punto di vista dell’evoluzione perché spesso sono reazioni adattive a problemi o situazioni che si incontrano. Le teorie attuali sulle emozioni, invece, enfatizzano l’importanza delle stesse nel guidare il comportamento, l’azione e le risposte fisiologiche, nel facilitare il processo di decision-making, nel favorire la memoria di eventi importanti e nella gestione delle interazioni interpersonali. Le emozioni possono essere d’aiuto ma alcune volte possono interferire negativamente sul comportamento, risultando inappropriate al contesto. Ed allora: se è vero che le emozioni hanno una funzione adattiva che consente all’individuo di autoregolare il proprio comportamento in funzione del raggiungimento di scopi rilevanti, è anche vero che in alcuni casi le emozioni possono diventare un sintomo. Quando l’emozione può inquadrarsi all’interno della psicopatologia? Innanzitutto, vi sono emozioni che risultano essere componenti centrali dei disturbi mentali (Depressione maggiore: tristezza, colpa, anedonia; Mania: eccessiva euforia, irritabilità; Schizofrenia: appiattimento affettivo, anedonia; Panico: improvvisa ed intensa reazione di paura; Disturbo ossessivo-compulsivo: senso di colpa, pensieri ansiosi ripetitivi; Disturbo borderline di personalità: instabilità emotiva, attacchi di rabbia; Ipocondria: paura persistente di avere una malattia, ansia). In altre parole, ogni disturbo è caratterizzato da emozioni che risultano disfunzionali e che possono diventare il sintomo. Pertanto, l’emozione potrebbe essere appropriata alla valutazione della situazione ma può essere inappropriata la sua intensità o durata nel tempo; l’intensità e la durata possono dipendere da alcuni meccanismi psicopatologici, come ad esempio i tentativi

L’effetto spettatore nei luoghi di lavoro

Perché si assiste a comportamenti scorretti senza intervenire e come promuovere la responsabilità individuale Il silenzio collettivo negli ambienti lavorativi Capita spesso, nei luoghi di lavoro, di assistere a comportamenti scorretti come microaggressioni, esclusione sociale, mobbing o vere e proprie violazioni etiche, senza che nessuno intervenga. Colleghi che evitano lo scontro, manager che fanno finta di non vedere, interi team che tacciono. Questo fenomeno ha un nome ben preciso nella psicologia sociale: l’effetto spettatore, o bystander effect.Originariamente studiato in situazioni di emergenza fisica (come nel celebre caso di Kitty Genovese a New York nel 1964), l’effetto spettatore si manifesta quando più persone assistono a un evento problematico ma nessuno si assume la responsabilità di agire, aspettandosi che “qualcun altro” lo faccia. Più spettatori ci sono, più cala la probabilità che ciascuno intervenga.Nel contesto lavorativo, questo meccanismo è particolarmente insidioso. Il timore di ritorsioni, la gerarchia, il desiderio di evitare conflitti e il bisogno di “non esporsi” rendono il silenzio una scelta apparentemente più sicura. Ma così facendo, il comportamento scorretto si normalizza, e chi ne è vittima si ritrova isolato due volte: dall’aggressore e da chi assiste senza dire nulla. Le cause psicologiche del non intervento Le ragioni per cui i dipendenti non intervengono di fronte a un comportamento scorretto sono molteplici, e affondano le radici in dinamiche sociali ben documentate: Diffusione della responsabilità: se siamo in tanti, sentiamo meno la pressione individuale ad agire. Ambiguità della situazione: spesso non è chiaro se ciò che si sta osservando è davvero “sbagliato” o se si sta esagerando. Conformismo e norme silenziose: se nessun altro interviene, si tende a pensare che “non sia poi così grave”. Timore di ritorsioni: paura di danneggiare le proprie relazioni professionali o la carriera. Disumanizzazione o distanza emotiva: chi agisce in modo scorretto può essere percepito come “potente” o intoccabile, mentre la vittima viene spesso isolata anche sul piano emotivo. Il costo del silenzio Ignorare un comportamento scorretto non significa essere neutrali. Anzi, spesso equivale a legittimarlo. Le conseguenze sono pesanti: Aumento del turnover tra i dipendenti. Diminuzione della motivazione e della fiducia organizzativa. Maggiore rischio di burnout per chi subisce o assiste. Peggioramento del clima aziendale e calo della produttività. In altre parole, il silenzio ha un costo economico, umano e culturale. Strategie per promuovere la responsabilità individuale Contrastare l’effetto spettatore non è semplice, ma è possibile. Serve un cambiamento sia culturale che strutturale, che responsabilizzi i singoli e favorisca una cultura del coraggio e della cura collettiva.Ecco alcune strategie concrete: 1. Formazione mirata su etica e comportamento Organizzare workshop e moduli formativi sul bystander effect, l’assertività, la gestione dei conflitti e il riconoscimento delle microaggressioni. La consapevolezza è il primo passo verso l’azione. 2. Creazione di canali sicuri per le segnalazioni La presenza di strumenti anonimi, come mailbox digitali o figure aziendali dedicate (es. “whistleblower advisor”), facilita il processo di denuncia senza esporsi direttamente. 3. Rafforzare la cultura del feedback Favorire una comunicazione aperta e non giudicante, dove i dipendenti si sentano liberi di esprimere disagio o dubbio senza temere ripercussioni. 4. Esempio dall’alto I leader hanno un impatto fondamentale: il loro comportamento modella quello degli altri. Se manager e responsabili intervengono tempestivamente contro le scorrettezze, anche il resto del team sarà più propenso a farlo. 5. Riconoscere e valorizzare chi interviene Premiare i “bystander attivi” con menzioni pubbliche, bonus etici o altre forme di riconoscimento può rafforzare comportamenti virtuosi. Conclusione Nel mondo del lavoro, l’effetto spettatore rappresenta un ostacolo invisibile ma potentissimo alla creazione di ambienti sani, equi e collaborativi. Superarlo non è una questione solo individuale, ma collettiva: si tratta di costruire una cultura in cui ciascuno senta che il proprio sguardo ha valore e il proprio silenzio un peso.Intervenire richiede coraggio, ma non intervenire può essere ancora più dannoso. E ogni piccola azione può diventare un grande esempio. Bibliografia Darley, J. M., & Latané, B. (1968). Bystander intervention in emergencies: Diffusion of responsibility. Journal of Personality and Social Psychology, 8(4p1), 377. Staub, E. (2003). The Psychology of Good and Evil: Why Children, Adults, and Groups Help and Harm Others. Cambridge University Press. Bowes-Sperry, L., & O’Leary-Kelly, A. M. (2005). To act or not to act: The dilemma faced by sexual harassment observers. Academy of Management Review, 30(2), 288–306. Latané, B., & Nida, S. (1981). Ten years of research on group size and helping. Psychological Bulletin, 89(2), 308. Ashford, S. J., Sutcliffe, K. M., & Christianson, M. K. (2009). Speaking up and speaking out: The leadership dynamics of voice in organizations. In Greenberg, J., & Edwards, M. S. (Eds.), Voice and Silence in Organizations(pp. 175–202). Emerald Group Publishing. Cortina, L. M. (2008). Unseen injustice: Incivility as modern discrimination in organizations. Academy of Management Review, 33(1), 55–75.

L’effetto Asch nell’era dei social media: siamo davvero liberi di pensare?

Nel 1951 lo psicologo Solomon Asch condusse uno degli esperimenti più noti della psicologia sociale. Invitò dei partecipanti a un test di percezione visiva: dovevano confrontare la lunghezza di alcune linee e indicare quale fosse uguale al campione mostrato. Il compito era semplice, ma con un dettaglio cruciale: tutti i presenti tranne uno erano complici dell’esperimento. Quando questi complici iniziavano a dare risposte sbagliate in modo coordinato, il partecipante reale spesso si adeguava, anche se visibilmente perplesso. L’effetto Asch, come è stato poi chiamato, dimostrava il potere del conformismo: la pressione implicita del gruppo può spingerci a mettere in discussione anche ciò che vediamo con i nostri occhi. Settant’anni dopo, i gruppi non si formano più solo attorno a un tavolo da laboratorio, ma si moltiplicano ogni giorno nelle piazze virtuali dei social network. E proprio lì, il conformismo continua a manifestarsi in forme tanto sottili quanto pervasive. Conformismo 2.0: like, follower e opinioni condivise Nei social media, l’equivalente moderno delle risposte dei complici di Asch si chiama consenso visibile. Ogni post, commento o video è accompagnato da un contatore di like, condivisioni e cuori. Quando una posizione riceve migliaia di approvazioni, siamo più propensi a considerarla valida, anche se va contro il nostro pensiero iniziale. Il meccanismo è spesso inconscio: vediamo che “tutti” la pensano in un certo modo, e allora forse siamo noi a sbagliare. Le piattaforme amplificano questa dinamica anche attraverso gli algoritmi di raccomandazione, che tendono a mostrarci contenuti simili a quelli che abbiamo già apprezzato. Questo crea delle vere e proprie bolle di opinione, dove ciò che pensano “gli altri” non è rappresentativo della collettività, ma solo del gruppo in cui ci troviamo. Silenzio e autocensura: il nuovo volto della pressione sociale L’effetto Asch non si manifesta solo con l’adesione esplicita a un’opinione, ma anche con il silenzio di chi dissente. Nei social media, prendere posizione in contrasto con la maggioranza può esporre al rischio di critiche, ridicolizzazione o esclusione. Questo fenomeno porta a una forma di conformismo passivo, in cui molte persone scelgono di non esprimersi per evitare conflitti. È una forma moderna di censura sociale, spesso più efficace di quella imposta dall’alto. Le micro-pressioni quotidiane Oltre alle grandi discussioni su politica, diritti o scienza, il conformismo digitale si insinua anche nelle piccole scelte quotidiane: cosa indossare, cosa mangiare, come allenarsi, perfino come allestire la propria casa. Le “tendenze” su Instagram o TikTok non sono altro che manifestazioni virali di norme sociali emergenti. Chi non si adegua, rischia di sentirsi fuori posto. Possiamo sfuggire al conformismo online? Essere influenzati dal gruppo è parte dell’essere umani. Il bisogno di appartenenza è un motore sociale potente e positivo, ma diventa rischioso quando ci porta a rinunciare al pensiero critico. Per contrastare il conformismo digitale, possiamo: Domandarci attivamente: questa opinione è davvero mia o l’ho assorbita da ciò che vedo online? Cercare attivamente voci diverse, uscendo dalle nostre bolle digitali. Coltivare il dissenso costruttivo, sostenendo chi esprime idee fuori dal coro in modo rispettoso. Educare all’alfabetizzazione digitale e psicologica, sin dai primi anni di utilizzo dei social. Conclusione L’effetto Asch non è rimasto confinato nei laboratori degli anni ‘50. È più vivo che mai, travestito da like, influencer e commenti virali. La buona notizia è che riconoscerlo è il primo passo per resistergli. In un mondo che ci chiede continuamente di conformarci, pensare con la propria testa è un atto di coraggio e di libertà. Bibliografia Asch, S. E. (1955).Opinions and social pressure.Scientific American, 193(5), 31–35. Cialdini, R. B. (2009).Influence: Science and Practice (5th ed.). Pearson Education. Bond, R., & Smith, P. B. (1996).Culture and conformity: A meta-analysis of studies using Asch’s (1952b, 1956) line judgment task.Psychological Bulletin, 119(1), 111–137. Sunstein, C. R. (2009).On Rumors: How Falsehoods Spread, Why We Believe Them, and What Can Be Done.Farrar, Straus and Giroux. Pariser, E. (2011).The Filter Bubble: What the Internet Is Hiding from You.Penguin Press. Centola, D. (2018).How Behavior Spreads: The Science of Complex Contagions.Princeton University Press. Ross, L., & Nisbett, R. E. (2011).The Person and the Situation: Perspectives of Social Psychology.Pinter & Martin.