L’esperienza della dislessia: uno studio longitudinale sulle reazioni ansiose

di Roberto Ghiaccio da Psicologinews Scientific Il presente lavoro indaga l’ evoluzione dell’impatto e del vissuto della dislessia sul vissuto psicologico, di 35 dislessici maschi valutati nel 2010 e ri-valutati nel 2019. Il campione è appaiato per fascia di reddito genitoriale, trattamenti riabilitativi ricevuti, età prima diagnosi Emerge come la dislessia sia un fattore di vulnerabilità che comporta un elevata ansia situazionale-prestazionale, per cui i trattamenti dovrebbero rivolgersi non solo al miglioramento della prestazione accademica ma anche agli aspetti psicologici. Nel lontano ottobre del 2011 ad un anno dall’uscita della legge 170/ 2010 e a pochi mesi dall’uscita della Consensus Conference muovendo dal quesito B 4.2 della Consensus parte il nostro studio. La riposta dal quesito B4.2 riporta che non ci sono prove di correlazione uni lineare diretta tra tra la presenza di dislessia e un aumento del rischio di sviluppare disturbi psicopatologici. Eppure grand parte dei ragazzi che vedevamo all’epoca mostrano segni di ansia e e riportavano vissuti di inadeguatezza. Quando si parla di Disturbi specifici dell’apprendimento il confronto tra scuole di pensiero è ancora acceso, trattandosi di una caratteristica estremamente complessa per quanto “specifica” e “specificata” in letteratura e nelle varie definizioni-sistemazioni n o s o g r a fi c h e . A f f a c c i a n d o s i “nell’universo dell’infanzia” si deve esser pronti ad affrontare argomentazioni complesse e ricche di controversie, dilemmi tali da mettere in crisi le più consolidate certezze scientifiche ed antropologiche. Il disturbo della lettura spesso si verifica in concomitanza con altri disturbi dello sviluppo neurologico e questo ha importanti implicazioni sia per la diagnosi c h e p e r g l i i n t e r v e n t i riabilitativi. Comprendere la natura e le cause delle comorbidità è al centro della comprensione dei disturbi dello sviluppo. Ad esempio, se il Disturbo X si manifesta frequentemente con il Disturbo Y, ciò indica il funzionamento dei fattori di rischio condivisi e migliora la comprensione delle cause di ciascuno di questi disturbi. La comorbilità può essere trovata tra disturbi all’interno dello stesso gruppo diagnostico ( comorbilità omotipica : p. Es., Disturbo della lettura e disturbo della matematica), nonché tra disturbi di d i v e r s i g r u p p i d i a g n o s t i c i ( comorbilità eterotipica ), come tra disturbo della lettura e disturbi comportamentali (deficit di attenzione -Disturbo da iperattività (ADHD) e disturbo della condotta) o disturbo della lettura e problemi emotivi (ansia e depressione) (Angold, Costello, & Erkanli, 1999 ). I bambini sanno quanto sia importante la lettura. Lo sentono dai loro genitori e insegnanti fin dalla tenera età. Quindi, quando i bambini difficoltà lottano con quell’abilità vitale, possono crearsi reazioni ansiose. Spesso queste reazioni sono transitorie a situazioni che implicano la lettura. Ma a volte, i bambini con d i fferenti caratteristiche di apprendimento sviluppano un problema più grande con l’ansia, ma attenzione l ’ a n s i a non è connaturata a l l a “deviazione” degli apprendimenti ma all’adattamento dei contesti. I bambini con dislessia hanno spesso paura di ciò che potrebbe accadere quando leggono. Possono avere paura di fallire, o di essere giudicati o di sentirsi. imbarazzati. Potrebbero anche esserci momenti in cui temono che non impareranno mai o non avranno successo in nulla a causa delle loro difficoltà di lettura, che coinvolge non solo l’alunno ma tutta l’identità del bambino. Queste emozioni negative devono essere comprese ed accolte con il giusto supporto, per evitare lo strutturarsi di certe reazioni. L o s c o p o d i q u e s t o l a v o r o è comprendere le possibili evoluzioni e i possibili effetti a cascata del disturbo di lettura nel corso della scolarità e dello sviluppo intercettando le eventuali reazioni disadattamento che possono sfuggire alla semplice valutazione psicometrica. La dislessia evolutiva neurovarietà dell’apprendimento di natura neurobiologica è soggetta ad una “ eterotrofia fenotipica” che può non riguardare solo i parametri diagnostici ma estendersi a estendersi a fattori emotivi-motivazionali. Spesso, purtroppo ancora oggi, le difficoltà scolastiche vengono scambiate per pigr izia, scarso interesse o mancanza di volontà. I frequenti fallimenti e le frustrazioni a cui possono andare incontro i ragazzi con DSA possono dare vaiati di inadeguatezza ed incapacità a soddisfare le aspettative altrui, creando una serie di effetti socio-emotivi. Molti studi hanno riscontrato che i bambini con dislessia presentano alti livelli di ansia e stress correlato alla performance come sintomi secondari al disturbo. Obiettivo: effettuare uno studio longitudinale circa i vissuti della dislessia e la “digestione” delle misure dispensati e degl i st rument i compensat ivi . Campione: 35 soggetti maschi, frequentanti la terza e la quarta primaria, con diagnosi di dislessia. Il campione è appaiato per fascia di reddito genitoriale, trattamenti riabilitativi ricevuti, età prima diagnosi. I soggetti sono stati valutati nel 2010 e nel 2019. La selezione e il reclutamento dei pazienti è avvenuta tramite l’ASL BN e la sezione AID BN. Materiali: Nel 2010 Scala di Auto-somminist razione per Fanciul l i e Adolescent i – SAFA (Cianchet t i – Fancello, 2011) lette dall’esaminatore, per indagare la presenza di diverse comorbilità psichiatriche e il Parent Stress Inventory (Laghi et all., 2008), per valutare lo stress nella relazione genitore-bambino e per definire un profilo di stile genitoriale. Nel 2019: Questionario per la Valutazione della Psicopatologia negli Adolescenti – Q-PAD (Sica et all., 2011) e il Parent Stress Inventory. Dall’analisi dei dati è emerso che l’85% del nostro campione mostra significativi livelli di ansia scolastica e prestazionale, l’80% lamenta somatizzazioni multiple (dolori a d d o m i n a l i , c e f a l e a , d o l o r e aspecifico alla gola) e deflessioni dell’umore con senso di colpa e frustrazione (70%). Il livello di stress totale percepito dai genitori è superiore all’85°percentile (cut – off utilizzato per l’individuazione di profili genitoriali a rischio).
L’equilibrio tra i tre mondi: una chiave per il benessere psicologico

Il Modello di Articolazione Intersistemica, sviluppato da Baldascini, rappresenta un’importante chiave di lettura per comprendere il funzionamento della psiche umana in relazione ai sistemi che la influenzano. Questo approccio mette in evidenza il concetto di tre sistemi fra loro “interconessi”: Cognitivo, Emotivo e Motorio-Istintuale. L’intento è esplorare il significato di ognuno di essi ed il modo in cui interagiscono, ma soprattutto l’importanza della figura dello psicoterapeuta nel facilitare un equilibrio dinamico tra le diverse dimensioni dell’esperienza umana. Difatti, queste tre parti a volte sono in armonia, ma altre volte invece, ci si può trovare in un “disequilibrio” che induce ad una “disarmonia”. Come viene articolato questo modello? I tre sistemi fondamentali che consentono di comprendere meglio il nostro funzionamento sono: Il sistema cognitivo, legato al pensiero ed alla razionalità. Il sistema emotivo, legato alle emozioni Il sistema motorio-istintuale, responsabile dell’impulso e della risposta immediata agli stimoli. Se tali sistemi comunicano in modo fluido tra loro, ci sentiamo in equilibrio, se invece, uno di essi prende il sopravvento sugli altri possiamo sperimentare “disagio psicologico”. Se il sistema cognitivo domina infatti, si rischia di vivere troppo nella mente, ad analizzare ogni situazione razionalizzando eccessivamente. Se, invece, l’emotivo è troppo forte si rischia di essere travolti dai sentimenti ed il rischio è la vulnerabilità. Infine, quando è il motorio istintuale a prendere il sopravvento, si rischia di agire in maniera impulsiva e la gestione delle emozioni può diventare impossibile. Come si ritrova l’equilibrio? Il ruolo della terapia Il Modello di Articolazione Intersistemica di Baldascini ci mostra quanto sia fondamentale l’apporto del terapeuta nel ristabilire il benessere. Esso nasce dall’integrazione di pensiero, emozione ed azione. Nessuno di questi sistemi è “giusto” o “sbagliato”, ma è il loro equilibrio a determinare la nostra capacità di affrontare la vita in modo armonioso. La Terapia diventa, quindi, un viaggio di riconversione e di integrazione, e supporta il paziente nel ritrovare un equilibrio più “sano” tra le sue diverse dimensioni di esistenza. Ma c’è una buona notizia: l’equilibrio non è qualcosa di statico, ma un processo in continuo movimento che possiamo coltivare con consapevolezza ed ascolto di noi stessi! In fondo, la felicità sta nel trovare un modo autentico di abitare il nostro mondo interiore, le nostre azioni ed il mondo che ci circonda. Bibliografia L’adolescente tra appartenenze e trasformazioni, Luigi Baldascini.
L’epifania della psicologia in ciascuno di noi

La traduzione dal greco più acclarata della parola epifania è sicuramente manifestazione. Secondo la tradizione cattolica, Gesù Bambino “si manifesta “ ai Re Magi, nella sua natura umana e quindi corporea. Allo stesso tempo, gli viene attribuita anche una dimensione spirituale, interiore. Per i bambini, l’ epifania corrisponde all’arrivo della Befana, che premia o punisce in base al comportamento assunto durante l’anno. La calza piena di carbone, dolce o reale che sia, spinge alla riflessione interiore, sin dalla più tenera età. Rappresenta quindi il modo di abituarsi all’idea che siamo parte di relazioni e che il nostro comportamento influisce su quello degli altri. La duplice lettura dell’epifania riporta, di conseguenza, l’attenzione all’importanza della manifestazione o rivelazione in senso psicologico. Quando, infatti, l’individuo percepisce un forte cambiamento di se stesso, si trova di fronte ad una rinascita psicologica. Attraverso una riflessione, una intuizione, l’accendersi di una lampadina, l’individuo aggiunge nuove conoscenze di se stesso. Comincia, quindi, a percepirsi diverso, rispetto ad un prima, adattandosi a questo cambiamento. In questa manifestazione psicologica, si struttura un nuovo equilibrio. Si innesca un bilanciamento tra ciò che si percepisce individualmente e ciò che ci rimandano le persone con le quali interagiamo quotidianamente. Risulta importante, di conseguenza, prendere consapevolezza di ciò che siamo diventati, per costruire e modulare l’immagine di noi stessi. Immagine non solo data dalla riflessione interiore, ma anche da una lettura delle relazioni interpersonali, di qualunque natura. Ecco che eventi religiosi o del folklore popolare si trasformano in spunti di riflessione e cambiamento personale. Una migliore consapevolezza di se stessi e dei ruoli da assolvere determinano così l’idea che la maschera che indossiamo può essere rimossa, cambiata o addirittura abbellita.
L’Endometriosi e la relazione di coppia

di Catalina Croitoru Cos’è l’endometriosi L’endometriosi è la presenza di endometrio, mucosa che normalmente riveste esclusivamente la cavità uterina, all’esterno dell’utero e può interessare la donna già alla prima mestruazione e accompagnarla fino alla menopausa. Ogni mese, sotto gli effetti degli ormoni del ciclo mestruale, il tessuto endometriale impiantato in sede anomala va incontro a sanguinamento, nello stesso modo in cui si verifica a carico dell’endometrio, normalmente presente in utero. Tale sanguinamento comporta una irritazione dei tessuti circostanti, che dà luogo a formazioni di tessuto cicatriziale e aderenze. Gli organi nei quali è presente il focolaio di endometriosi vengono sottoposti a una ciclica e cronica infiammazione che incide pesantemente sulla qualità della vita della donna poiché il forte dolore invalida lo svolgimento delle comuni attività quotidiane. Alcuni studi istologici hanno evidenziato che nell’endometriosi, l’endometrio è simile a quello normale. Si contraddistingue dalla presenza di recettori ormonali, come l’endometrio normale, ma ha un’alta capacità di adesività che gli permette di aderire a strutture extrauterine, come le sedi in cui l’endometriosi si sviluppa. Nonostante sia ritenuta una patologia dell’età riproduttiva, sono descritti rari casi di endometriosi anche in post menopausa, soprattutto in donne che stiano assumendo trattamenti ormonali sostitutivi. Prevalenza dell’Endometriosi in Italia Secondo il Ministero della Salute in Italia sono affette da endometriosi il 10-15% delle donne in età riproduttiva; la patologia interessa circa il 30-50% delle donne infertili o che hanno difficolta a concepire. Le donne con diagnosi conclamata sono almeno 3 milioni. Il picco si verifica tra i 25 e i 35 anni, ma la patologia può comparire anche in fasce d’età più basse. La diagnosi arriva spesso dopo un percorso lungo e dispendioso, il più delle volte vissuto con gravi ripercussioni psicologiche per la donna. Sintomi diagnosi prevenzione e cure Le donne che soffrono di endometriosi riferiscono sintomi quali: dolori premestruali e mestruali molto intensi; Irregolarità del ciclo mestruale; dispareunia (dolore durante i rapporti sessuali) e altre disfunzioni sessuali; dolore pelvico diffuso; dolore durante la minzione e/o la defecazione. Tali sintomi spesso non rispondono, o rispondono poco, ai comuni farmaci antinfiammatori. Nella maggior parte dei casi il dolore è persistente e cronico e spesso si aggrava nel periodo mestruale. Nel 30-50% dei casi l’endometriosi causa subfertilità o infertilità. Tale situazione è ulteriormente aggravata dal fatto che, al momento attuale, non esiste una terapia definitiva per questa condizione. Gli interventi più comuni consistono nell’utilizzo di farmaci antidolorifici che possono aiutare nella gestione del dolore ma che non agiscono direttamente sulla malattia. Molecole che stabilizzano la degranulazione mastocitaria e antiossidanti dovrebbero essere impiegati in associazione alle terapie farmacologiche e chirurgiche di protocollo al fine di ridurre il dolore e l’elevato stress ossidativo cellulare e di incrementare la fertilità compromessa. I medici di medicina generale e i ginecologi operanti sul territorio sono le figure strategiche per una pronta diagnosi e un trattamento in grado di migliorare la qualità di vita e prevenire l’infertilità. Di grande utilità è l’ecografia, soprattutto per le forme ovariche (cisti ovariche definite endometriomi) e le forme di endometriosi profonda (DIE). Sin dalla più giovane età è molto importante sapere che i dolori mestruali e durante i rapporti non sono normali e che non devono essere taciuti. Le donne che hanno la madre o una sorella affette da endometriosi hanno un rischio di svilupparla sette volte maggiore. Gli aspetti psicologici che interferiscono nella vita di coppia Il ritardo diagnostico può causare gravi conseguenze negative sul piano psicologico. Quando il medico ‘liquida’ la paziente attribuendo il suo dolore a cause psicologiche, la paziente può avere l’impressione che il suo dolore sia solo nella sua testa. Tutto questo influenza la sua qualità della vita, la fiducia in sé stessa e la stima di sé. Oltre ai sintomi dolorosi, le donne con endometriosi, provano molto spesso una grande stanchezza. Questo sintomo, può essere di difficile accettazione e comprensione da parte degli altri e bisogna far attenzione a non scambiarla per un sintomo di depressione, anche se spesso risulta essere una sua conseguenza. La condizione di stanchezza può interferire con la vita della donna comportando ritiro sociale, conflitti familiari o problematiche lavorative, ma soprattutto il pervasivo e notevole impatto negativo all’interno della coppia. Per molte donne la sessualità rappresenta una importante sfera della propria vita e una bassa soddisfazione sessuale comporta numerosi effetti negativi sulla coppia, quali la perdita di autostima e relazioni sentimentali più difficoltose. Le difficoltà della donna nell’avere rapporti sessuali possono creare sintomi disfunzionali anche nell’uomo, come caduta di desiderio, difficoltà di mantenimento dell’erezione, eiaculazione precoce, creando di fatto un circolo vizioso di mantenimento del problema. Nelle donne si possono verificare atteggiamenti fobici e comportamenti di evitamento dell’attività sessuale. Sapendo preventivamente che il rapporto sarà doloroso, la donna comincerà a perdere il desiderio sessuale fino a sviluppare timore nei confronti del sesso, dovuto all’associazione con qualcosa di spiacevole e doloroso. La donna, in questo caso, non sarebbe in grado di rilassarsi completamente, vivendo la sessualità come una prova da superare e innescando così sentimenti ed emozioni negative che finiranno per compromettere ulteriormente il desiderio e la disponibilità erotica. Per paura di essere abbandonata dal partner, potrebbe sviluppare sentimenti depressivi e di autosvalutazione e colpa. A causa di tutto questo le donne hanno rapporti sempre meno frequenti e tutto questo si ripercuote sulla qualità della relazione di coppia. Lavorare su questi aspetti in una terapia ad approccio breve strategico e/o cognitivo comportamentale permette di interrompere gli evitamenti riconoscendo i meccanismi associati.In Italia esiste dal 2017 la Fondazione Italiana Endometriosi, che fa parte della Associazione e supporta il Centro Italiano Endometriosi per la Ricerca Traslazionale della Malattia, la Fondazione attraverso un Network scientifico costituito con ben 11 istituzioni pubbliche e private italiane ed estere, sviluppa la ricerca sulla endometriosi con eccellenti risultati che si trasmettono direttamente sulla prevenzione, diagnosi e cura della malattie e delle patologie ad essa associate. Bibliografia Bottaccioli, F; Bottaccioli A, G. (2017), Psiconeuroendocrinoimmunologia e scienza della cura integrata – Il Manuale, Edra Masson, Milano. Sitografia: Associazione progetto endometriosi onlus A.P.E. (2016). Consultato in data Novembre 05, 2022, da Ministero Della Salute. Patologie al femminile-Endometriosi. Consultato in data
L’empatia è la capacità che stiamo perdendo

L’empatia è un termine oggigiorno molto usato, ma poco vissuto. La parola ha origini greche ed è mutuata dalle arti figurative del teatro. Consiste nella tecnica usata dall’attore di “partecipare “ alle emozioni. Nella vita quotidiana, quindi, l’empatia è per definizione, la capacità di mettersi nei panni dell’altro, percependo il pathos, lo stato emotivo e soprattutto la sofferenza altrui. Dal punto di vista pratico, l’empatia può essere considerata una sorta di immedesimazione. Di conseguenza, l’interlocutore, che ha sviluppato questa capacità, comprende l’altro sotto il profilo emotivo. Alla luce degli innumerevoli fatti di cronaca nera che accadono ogni giorno, una riflessione è doverosa. Stalking, bullismo, femminicidi sono solo alcuni degli esempi della mancata capacità empatica. Allo stesso tempo, l’alienazione emotiva e il distacco dalla realtà che i social determinano, contribuiscono a dare poco valore alla vita e agli altri in generale. Oggi, purtroppo, si è troppo presi esclusivamente da se stessi, dal condividere e postare le cose che facciamo sui social, dallo sbirciare nella vita degli altri. Passiamo moto tempo a controllare continuamente le notifiche, senza accorgersi di chi abbiamo non solo dall’altra parte dello schermo, ma anche vicino a noi. Tutto questo fa si che ci si dimentica che quelle stesse persone da cui “dipendiamo “ virtualmente provano emozioni di cui bisogna avere rispetto. La vittima peggiore della mancanza di empatia è la relazione con l’altro. L’assenza di sintonizzazione emotiva porta con se la mancanza di fiducia e rispetto. Queste sono le capacità che costituiscono la base di tutti i rapporti, da quelli affettivi a quelli professionali. Sarebbe opportuno ritornare al calore delle relazioni umane. Bisogna mettere in atto incontri in cui si mantiene il contatto visivo con l’altro e si mette in pratica l’ascolto e un’apertura non giudicante.
L’EMOZIONE: QUESTA COMPLESSA E SCONOSCIUTA…

di Antonia Bellucci Siamo certi di sapere cosa siano le emozioni? Nonostante tutti abbiano una propria conoscenza di cosa sia un’emozione, risulta difficile darne una definizione generale poiché il termine “emozione” si riferisce ad un’ampia gamma di risposte. Possiamo provare tristezza durante la visione di un film, imbarazzo di fronte al comportamento di un collega, noia se bloccati nel traffico, paura di essere in ritardo ad un appuntamento, senso di colpa per essersi arrabbiati con un genitore, gioia e sollievo per aver avuto una diagnosi positiva ad una visita medica. Queste emozioni possono essere di media o alta intensità, negative o positive, brevi o di lunga durata, primarie (reazione emotiva iniziale) o secondarie (reazione ad un’emozione primaria). L’emozione, come rapida reazione che avviene quando l’organismo elabora uno stimolo significativo e consente un adattamento ad un cambiamento, si distingue dall’umore (inteso come stato emotivo diffuso con lento innesco e non legato a specifici oggetti o stimoli), ma anche dall’affetto, che è un costrutto complesso comprendente sia l’emozione che l’umore e riguarda lo stato generale che l’individuo sta sperimentando le sensazioni, piacevoli o spiacevoli, con diversi livelli di intensità, durata e pattern di innesco. L’emozione si attiva, generalmente, in risposta ad uno stimolo (trigger) o una situazione psicologicamente rilevante, che può essere esterna (es: assistere ad un incidente) oppure interna (es: anticipare un confronto col capo). Secondo le teorie cognitive, l’emozione si innesca quando si vive una situazione che viene valutata sulla base della sua rilevanza rispetto agli scopi dell’individuo. Gli scopi sono rappresentazioni che s i basano sui valori, sul contesto culturale di appartenenza, sulle caratteristiche della situazione attuale, sulle norme sociali, sulla fase di vita e sulla personalità dell’individuo. Proprio in base a ciò, è possibile che due persone che affronta la stessa situazione, avendo diversi scopi attivi, possano prestarvi attenzione e valutare la situazione differentemente. Un esempio per esprimere meglio il concetto: se un professore dice a due allievi “so che potresti fare meglio alla seconda prova rispetto a ciò che è emerso dalla prima” potrebbe sollecitare due reazioni differenti; il primo studente potrebbe sentirsi incoraggiato a fare meglio mentre il secondo potrebbe sentirsi criticato e deprimersi per non essere andato bene. La differenza nelle reazioni dei due studenti è data dai loro scopi e, quindi dalle successive valutazioni dell’evento; di conseguenza, ne deriva che anche le emozioni positive si attivano quando la persona percepisce di perseguire adeguatamente i propri obiettivi, mentre le emozioni negative possono scaturire quando una situazione viene valutata come un ostacolo ai propri scopi. Così come le cose cambiano nel tempo, sia la persona che la situazione o il significato che l’individuo attribuisce alla situazione, anche le emozioni possono cambiare. Le componenti di un’emozione, dunque, sono: l’esperienza soggettiva, gli ingredienti cognitivi, la reazione fisiologica o somatica, l’espressione facciale, il comportamento o la tendenza all’azione. Tra queste, le espressioni facciali e l’impulso ad agire sono associati ad alterazioni autonomiche e neuroendocrine anticipano, accompagnano e seguono la risposta comportamentale. Le componenti sono diverse a seconda del tipo di emozione. Ad esempio, nell’ansia, connessa fortemente allo stile di vita odierno ed alle spinte e richieste della società attuale, è possibile generalmente osservare: un intenso stato di agitazione (esperienza soggettiva), la percezione di una minaccia valutata come grave, imminente e difficilmente affrontabile con le proprie risorse (ingredienti cognitivi), accelerazione del battito cardiaco, modifica del ritmo del respiro, sudorazione, ecc. (reazioni fisiologiche o somatiche), occhi spalancati e sopracciglia elevate (espressione facciale) , tendenza ad evitare o fuggire dalla potenziale minaccia (tendenza all’azione). Infine, un’altra caratteristica delle emozioni è la loro malleabilità, cioè sono modificabili e transitorie; una volta attivata, la risposta delle emozioni segue il suo naturale decorso. Le emozioni possono irrompere nella nostra esperienza anche indipendentemente dalla nostra consapevolezza e possono anche confliggere con altre risposte alla situazione (es: due emozioni contrapposte). Umore ed emozioni possono interagire dinamicamente. Le emozioni possono portare a particolari tipi di umore e l’umore può aumentare la probabilità che si attivino determinate emozioni. Attualmente, le scienze affettive vedono umore ed emozioni come due costrutti strettamente interconnessi: l’umore può potenziare o alterare una reazione emotiva. Ad esempio, l’umore irritabile può facilitare una reazione emotiva di rabbia, l’umore ansioso può facilitare il panico o uno stato emotivo di tristezza può sviluppare un umore triste. Tutti proviamo emozioni ma cambia l’intensità, il tipo di trigger, la frequenza e la soglia di attivazione delle stesse. Non provare emozioni è una condizione patologica. Se questo è vero, in che senso le emozioni sono centrali nella psicopatologia e possono esse stesse essere il sintomo, il segno, di una patologia in corso? Secondo una prospettiva funzionalista, le emozioni sono risposte importanti dal punto di vista dell’evoluzione perché spesso sono reazioni adattive a problemi o situazioni che si incontrano. Le teorie attuali sulle emozioni, invece, enfatizzano l’importanza delle stesse nel guidare il comportamento, l’azione e le risposte fisiologiche, nel facilitare il processo di decision-making, nel favorire la memoria di eventi importanti e nella gestione delle interazioni interpersonali. Le emozioni possono essere d’aiuto ma alcune volte possono interferire negativamente sul comportamento, risultando inappropriate al contesto. Ed allora: se è vero che le emozioni hanno una funzione adattiva che consente all’individuo di autoregolare il proprio comportamento in funzione del raggiungimento di scopi rilevanti, è anche vero che in alcuni casi le emozioni possono diventare un sintomo. Quando l’emozione può inquadrarsi all’interno della psicopatologia? Innanzitutto, vi sono emozioni che risultano essere componenti centrali dei disturbi mentali (Depressione maggiore: tristezza, colpa, anedonia; Mania: eccessiva euforia, irritabilità; Schizofrenia: appiattimento affettivo, anedonia; Panico: improvvisa ed intensa reazione di paura; Disturbo ossessivo-compulsivo: senso di colpa, pensieri ansiosi ripetitivi; Disturbo borderline di personalità: instabilità emotiva, attacchi di rabbia; Ipocondria: paura persistente di avere una malattia, ansia). In altre parole, ogni disturbo è caratterizzato da emozioni che risultano disfunzionali e che possono diventare il sintomo. Pertanto, l’emozione potrebbe essere appropriata alla valutazione della situazione ma può essere inappropriata la sua intensità o durata nel tempo; l’intensità e la durata possono dipendere da alcuni meccanismi psicopatologici, come ad esempio i tentativi
L’effetto spettatore nei luoghi di lavoro

Perché si assiste a comportamenti scorretti senza intervenire e come promuovere la responsabilità individuale Il silenzio collettivo negli ambienti lavorativi Capita spesso, nei luoghi di lavoro, di assistere a comportamenti scorretti come microaggressioni, esclusione sociale, mobbing o vere e proprie violazioni etiche, senza che nessuno intervenga. Colleghi che evitano lo scontro, manager che fanno finta di non vedere, interi team che tacciono. Questo fenomeno ha un nome ben preciso nella psicologia sociale: l’effetto spettatore, o bystander effect.Originariamente studiato in situazioni di emergenza fisica (come nel celebre caso di Kitty Genovese a New York nel 1964), l’effetto spettatore si manifesta quando più persone assistono a un evento problematico ma nessuno si assume la responsabilità di agire, aspettandosi che “qualcun altro” lo faccia. Più spettatori ci sono, più cala la probabilità che ciascuno intervenga.Nel contesto lavorativo, questo meccanismo è particolarmente insidioso. Il timore di ritorsioni, la gerarchia, il desiderio di evitare conflitti e il bisogno di “non esporsi” rendono il silenzio una scelta apparentemente più sicura. Ma così facendo, il comportamento scorretto si normalizza, e chi ne è vittima si ritrova isolato due volte: dall’aggressore e da chi assiste senza dire nulla. Le cause psicologiche del non intervento Le ragioni per cui i dipendenti non intervengono di fronte a un comportamento scorretto sono molteplici, e affondano le radici in dinamiche sociali ben documentate: Diffusione della responsabilità: se siamo in tanti, sentiamo meno la pressione individuale ad agire. Ambiguità della situazione: spesso non è chiaro se ciò che si sta osservando è davvero “sbagliato” o se si sta esagerando. Conformismo e norme silenziose: se nessun altro interviene, si tende a pensare che “non sia poi così grave”. Timore di ritorsioni: paura di danneggiare le proprie relazioni professionali o la carriera. Disumanizzazione o distanza emotiva: chi agisce in modo scorretto può essere percepito come “potente” o intoccabile, mentre la vittima viene spesso isolata anche sul piano emotivo. Il costo del silenzio Ignorare un comportamento scorretto non significa essere neutrali. Anzi, spesso equivale a legittimarlo. Le conseguenze sono pesanti: Aumento del turnover tra i dipendenti. Diminuzione della motivazione e della fiducia organizzativa. Maggiore rischio di burnout per chi subisce o assiste. Peggioramento del clima aziendale e calo della produttività. In altre parole, il silenzio ha un costo economico, umano e culturale. Strategie per promuovere la responsabilità individuale Contrastare l’effetto spettatore non è semplice, ma è possibile. Serve un cambiamento sia culturale che strutturale, che responsabilizzi i singoli e favorisca una cultura del coraggio e della cura collettiva.Ecco alcune strategie concrete: 1. Formazione mirata su etica e comportamento Organizzare workshop e moduli formativi sul bystander effect, l’assertività, la gestione dei conflitti e il riconoscimento delle microaggressioni. La consapevolezza è il primo passo verso l’azione. 2. Creazione di canali sicuri per le segnalazioni La presenza di strumenti anonimi, come mailbox digitali o figure aziendali dedicate (es. “whistleblower advisor”), facilita il processo di denuncia senza esporsi direttamente. 3. Rafforzare la cultura del feedback Favorire una comunicazione aperta e non giudicante, dove i dipendenti si sentano liberi di esprimere disagio o dubbio senza temere ripercussioni. 4. Esempio dall’alto I leader hanno un impatto fondamentale: il loro comportamento modella quello degli altri. Se manager e responsabili intervengono tempestivamente contro le scorrettezze, anche il resto del team sarà più propenso a farlo. 5. Riconoscere e valorizzare chi interviene Premiare i “bystander attivi” con menzioni pubbliche, bonus etici o altre forme di riconoscimento può rafforzare comportamenti virtuosi. Conclusione Nel mondo del lavoro, l’effetto spettatore rappresenta un ostacolo invisibile ma potentissimo alla creazione di ambienti sani, equi e collaborativi. Superarlo non è una questione solo individuale, ma collettiva: si tratta di costruire una cultura in cui ciascuno senta che il proprio sguardo ha valore e il proprio silenzio un peso.Intervenire richiede coraggio, ma non intervenire può essere ancora più dannoso. E ogni piccola azione può diventare un grande esempio. Bibliografia Darley, J. M., & Latané, B. (1968). Bystander intervention in emergencies: Diffusion of responsibility. Journal of Personality and Social Psychology, 8(4p1), 377. Staub, E. (2003). The Psychology of Good and Evil: Why Children, Adults, and Groups Help and Harm Others. Cambridge University Press. Bowes-Sperry, L., & O’Leary-Kelly, A. M. (2005). To act or not to act: The dilemma faced by sexual harassment observers. Academy of Management Review, 30(2), 288–306. Latané, B., & Nida, S. (1981). Ten years of research on group size and helping. Psychological Bulletin, 89(2), 308. Ashford, S. J., Sutcliffe, K. M., & Christianson, M. K. (2009). Speaking up and speaking out: The leadership dynamics of voice in organizations. In Greenberg, J., & Edwards, M. S. (Eds.), Voice and Silence in Organizations(pp. 175–202). Emerald Group Publishing. Cortina, L. M. (2008). Unseen injustice: Incivility as modern discrimination in organizations. Academy of Management Review, 33(1), 55–75.
L’effetto Asch nell’era dei social media: siamo davvero liberi di pensare?

Nel 1951 lo psicologo Solomon Asch condusse uno degli esperimenti più noti della psicologia sociale. Invitò dei partecipanti a un test di percezione visiva: dovevano confrontare la lunghezza di alcune linee e indicare quale fosse uguale al campione mostrato. Il compito era semplice, ma con un dettaglio cruciale: tutti i presenti tranne uno erano complici dell’esperimento. Quando questi complici iniziavano a dare risposte sbagliate in modo coordinato, il partecipante reale spesso si adeguava, anche se visibilmente perplesso. L’effetto Asch, come è stato poi chiamato, dimostrava il potere del conformismo: la pressione implicita del gruppo può spingerci a mettere in discussione anche ciò che vediamo con i nostri occhi. Settant’anni dopo, i gruppi non si formano più solo attorno a un tavolo da laboratorio, ma si moltiplicano ogni giorno nelle piazze virtuali dei social network. E proprio lì, il conformismo continua a manifestarsi in forme tanto sottili quanto pervasive. Conformismo 2.0: like, follower e opinioni condivise Nei social media, l’equivalente moderno delle risposte dei complici di Asch si chiama consenso visibile. Ogni post, commento o video è accompagnato da un contatore di like, condivisioni e cuori. Quando una posizione riceve migliaia di approvazioni, siamo più propensi a considerarla valida, anche se va contro il nostro pensiero iniziale. Il meccanismo è spesso inconscio: vediamo che “tutti” la pensano in un certo modo, e allora forse siamo noi a sbagliare. Le piattaforme amplificano questa dinamica anche attraverso gli algoritmi di raccomandazione, che tendono a mostrarci contenuti simili a quelli che abbiamo già apprezzato. Questo crea delle vere e proprie bolle di opinione, dove ciò che pensano “gli altri” non è rappresentativo della collettività, ma solo del gruppo in cui ci troviamo. Silenzio e autocensura: il nuovo volto della pressione sociale L’effetto Asch non si manifesta solo con l’adesione esplicita a un’opinione, ma anche con il silenzio di chi dissente. Nei social media, prendere posizione in contrasto con la maggioranza può esporre al rischio di critiche, ridicolizzazione o esclusione. Questo fenomeno porta a una forma di conformismo passivo, in cui molte persone scelgono di non esprimersi per evitare conflitti. È una forma moderna di censura sociale, spesso più efficace di quella imposta dall’alto. Le micro-pressioni quotidiane Oltre alle grandi discussioni su politica, diritti o scienza, il conformismo digitale si insinua anche nelle piccole scelte quotidiane: cosa indossare, cosa mangiare, come allenarsi, perfino come allestire la propria casa. Le “tendenze” su Instagram o TikTok non sono altro che manifestazioni virali di norme sociali emergenti. Chi non si adegua, rischia di sentirsi fuori posto. Possiamo sfuggire al conformismo online? Essere influenzati dal gruppo è parte dell’essere umani. Il bisogno di appartenenza è un motore sociale potente e positivo, ma diventa rischioso quando ci porta a rinunciare al pensiero critico. Per contrastare il conformismo digitale, possiamo: Domandarci attivamente: questa opinione è davvero mia o l’ho assorbita da ciò che vedo online? Cercare attivamente voci diverse, uscendo dalle nostre bolle digitali. Coltivare il dissenso costruttivo, sostenendo chi esprime idee fuori dal coro in modo rispettoso. Educare all’alfabetizzazione digitale e psicologica, sin dai primi anni di utilizzo dei social. Conclusione L’effetto Asch non è rimasto confinato nei laboratori degli anni ‘50. È più vivo che mai, travestito da like, influencer e commenti virali. La buona notizia è che riconoscerlo è il primo passo per resistergli. In un mondo che ci chiede continuamente di conformarci, pensare con la propria testa è un atto di coraggio e di libertà. Bibliografia Asch, S. E. (1955).Opinions and social pressure.Scientific American, 193(5), 31–35. Cialdini, R. B. (2009).Influence: Science and Practice (5th ed.). Pearson Education. Bond, R., & Smith, P. B. (1996).Culture and conformity: A meta-analysis of studies using Asch’s (1952b, 1956) line judgment task.Psychological Bulletin, 119(1), 111–137. Sunstein, C. R. (2009).On Rumors: How Falsehoods Spread, Why We Believe Them, and What Can Be Done.Farrar, Straus and Giroux. Pariser, E. (2011).The Filter Bubble: What the Internet Is Hiding from You.Penguin Press. Centola, D. (2018).How Behavior Spreads: The Science of Complex Contagions.Princeton University Press. Ross, L., & Nisbett, R. E. (2011).The Person and the Situation: Perspectives of Social Psychology.Pinter & Martin.
L’Educazione Emotiva

di Veronica Lombardi L’educazione emotiva degli individui rappresenta oggi un fertile terreno di dibattito con cui si confrontano tanto la politica quanto la scienza (Elias & Harrett, 2003). Sul piano strettamente politico si va componendo un generale consenso sulla centralità di un’educazione alle emozioni, necessaria per il benessere individuale e sociale, che deve essere inserita all’interno dei piani d’istruzione e formazione come una componente importante delle strategie educative. A livello per così dire applicativo, l’educazione socio-emotiva e le progettualità a essa connesse trovano uno spazio sempre maggiore all’interno della programmazione didattica, innescando anche un dibattito interessante su quale debba essere il terreno di azione di un insegnante rispetto a un tema fortemente connesso con la dimensione intima della persona e non facilmente riconducibile all’interno delle prassi didattiche abituali (Mariani & Schiralli, 2012; Pellai, 2016).Più in generale la salute emotiva è un tema sempre più presente all’interno delle agende politiche di molti Paesi (Watt Smith, 2018), diventando trasversale a molte sfere della vita sociale. Il lavoro, la scuola, la famiglia, ecc. sono ambiti della vita individuale in cui sempre maggiore attenzione viene posta su come possa essere garantito e tutelato il benessere emotivo. Dal punto di vista delle performance lavorative, ad esempio, è data enfasi al benessere emotivo poiché è stato correlato con migliori prestazioni, maggiori capacità di presa di decisione, rapporti più stabili all’interno dello staff, ecc. (Watt Smith, 2018; Goleman, 2005). Che cos’è un’emozione? Definire in maniera chiara e univoca che cos’è un’emozione è piuttosto complesso, e questo per una serie di ragioni che verranno di seguito brevemente argomentate. L’emozione può essere analizzata da diversi punti di vista, e letta ed interpretata con metodi differenti. Secondo la prospettiva di un neuro-scienziato essa è rappresentata dall’attivazione dell’amigdala, centro di comando di tutto il sistema emotivo, che manda segnali che sono poi processati nell’ambito del cosiddetto cervello limbico, da cui dipende un’elaborazione emozionale (Odgen & Fisher, 2016). In questa prospettiva l’è un fatto essenzialmente biologico che innesca una varietà di reazioni: aumento del battito cardiaco, rilascio di ormoni, contrazione dei muscoli, ecc. Ma come apprendiamo fin dai primissimi mesi di vita le emozioni non sono solo un fatto biologico, ma anche e soprattutto un fatto sociale. La contrazione dei muscoli, l’allargamento delle palpebre, il rossore sulle gote, da eventi spiccatamente fisiologici si trasformano in messaggi e simboli che trasmettono delle informazioni sui nostri stati d’animo e che comportano delle reazioni in chi riceve tali messaggi. La biologia delle emozioni si incontra presto con i processi evolutivi, culturali e sociali che modellano il modo in cui le emozioni possono e debbono essere manifestate e che, di pari passo, influenzano il modo in cui l’individuo percepisce le proprie emozioni. In questo intreccio tra biologia, società e cultura viene a formarsi una rappresentazione individuale e collettiva di emozione che incide sul benessere della persona. In una società in cui, ad esempio, le emozioni legate alla paura o all’ansia tendono a essere sottodimensionate, se non addirittura represse è possibile che gli individui vivano degli stati d’animo conflittuali che incidono in maniera fortemente negativa sul benessere individuale (Srivastava et al., 2014). Le emozioni sono, dunque, oggetto di un processo di socializzazione e sono influenzate dalle idee portanti, dalle aspettative e dai valori dei gruppi sociali di cui l’individuo fa parte. Si parla in tal senso di culture emotive proprio a voler sottolineare come l’emozione sia a tutti gli effetti un fatto culturale che va a caratterizzare determinati gruppi sociali soprattutto nei modi in cui esprimono, giudicano e rappresentano specifiche emozioni (Watt Smith, 2018). E la pressione culturale influenza enormemente il modo in cui gli individui sentono le emozioni nella misura in cui richiedono di rispettare delle convenzioni sociali (Srivastava et al., 2014). Abbandonando per un momento la dimensione sociale delle emozioni e concentrandosi su quella individuale è interessante fare riferimento al modello differenziale proposto da Izard (1977) nel quale viene sviluppato un set di emozioni di base innate, che sono consustanziali alla natura umana e che vengono vissute dall’individuo in maniera spontanea, come risposta a degli stimoli esterni ben precisi. Con il tempo e l’esperienza, l’individuo impara a gestire queste emozioni, provando a governarle, attribuendone un nome e veicolandole verso l’esterno, attraverso una serie di comportamenti e di messaggi verbali e non verbali. Le Breton (2007) fa notare come pur avendo una capacità innata d i provare delle emozioni, ciò che percepiamo – e il modo in cui reagiamo a queste percezioni – è modellato dall’educazione e dalla storia emotiva personale. In effetti ogni gruppo sociale elabora e trasmette un modello sensoriale, che contraddistingue l’appartenenza al gruppo stesso e che a sua volta plasma un modello emotivo. In questo quadro, l’esperienza, la pratica delle emozioni e il modo in cui sono percepite, espresse e lette permettono all’individuo di sviluppare delle competenze specifiche, portando allo sviluppo di una sorta d’intelligenza dedicata alla conoscenza, gestione ed espressione delle emozioni. Il termine meta-emozione riassume una non meglio precisata capacità – o insieme di capacità – di avere consapevolezza delle proprie emozioni (Goleman, 2005). In questo modello, poi ché appunto considerata come una capacità, è possibile che essa possa essere sviluppata, migliorata, plasmata ed educata. Può esistere, dunque, un’educazione emotiva che passa attraverso lo sviluppo della meta-emozione, fatto attraverso proposte didattiche mirate, in cui la scuola si presenta come un terreno di coltura ideale. Un siffatto intervento educativo deve sviluppare una serie di competenze, tra di loro intrecciate. Occorre sviluppare la competenza nel saper dare un nome alle emozioni, capendo in che modo ognuna di esse vada ad agire sull’equilibrio individuale, e imparando a esprimerle in forma socializzata. È poi necessario sviluppare una competenza di lettura delle emozioni altrui cui si assomma quella di comprensione del modo in cui le emozioni dell’altro interagiscono con le emozioni individuali. C’è infine la componente relazionale fondata sulla competenza di comprensione del ruolo delle emozioni nei rapporti sociali, che procede in stretta cooperazione con la competenza nel saper socializzare un’emozione secondo le modalità che sono proprie del gruppo sociale di appartenenza. La psicologia
L’Autodifesa della Mente

di Veronica Lombardi I l cervel l o è un organo complesso e soprattutto complessi sono i meccanismi di difesa della mente. L’insorgenza dei distrurbi psichici scatena delle reazioni p s i c o s o m a t i c h e c h e coinvolgono le capacità mentali e sensoriali del corpo, incrementandole o inibendole, a secondo delle circostanze, e lo stato in cui si presenta a l l ‘ o r g a n i s m o . ( S e m i A., Tecnica del colloquio. Raffaello Cortina Editore, Milano,1985) Tutto questo accade in modo i n c o n s a p e v o l e , automaticamente e spesso restano sconosciute le cause s t e s s e d e l l ‘ i n s o r g e n z a dell’ansia, possiamo parlare allora di origine inconsce. A questo stesso livello di non consapevolezza, esistono dei meccanismi di difesa che h a n n o l a f u n z i o n e d i proteggere da stati affettivi dolorosi provocati da situazioni spiacevoli o da conflitti con l’ambiente o con se stessi, tali meccanismi sono numerosi e non sempre separabili l’uno dall’altro ma in ogni caso descrivono caratteristiche diverse dalla modalità di autodifesa della psiche u m a n a ; p r e s e n t o q u i brevemente i più importanti (Gabbard G.O., Introduzione a l l a p s i c o t e r a p i a psicodinamica. C o r t i n a Editore, Milano, 2005). Vediamo alcuni dei principali meccanismi di autodifesa della mente. L ‘ i n t r o i e z i o n e e l’identificazione: Una prima modalità difensiva della mente quella che tende a c a m b i a r e i l r a p p o r t o dell’individuo con il mondo esterno, invitando da portare all’interno di se, in forma di immagini mentali o di simboli alcune parti della realtà. Questo è quanto avviene nei confronti delle persone, delle quali si avverte la necessità di introiettare atteggiamenti valori schemi e modalità cognitivo-comportamentali; in altri termini possiamo parlare d i u n p r o c e s s o d i i d e n t i fi c a z i o n e . Questo meccanismo di difesa si presenta assai presto, sin d a l l ‘ i n f a n z i a c o n identificazione primaria del neonato nei confronti della madre, che rappresenta il prototipo delle successive forme di tale meccanismo nella vita adulta. Esso e’ dunque r i levante per la formazione delle competenze sociali, cioè che la capacità di vivere positivamente d i interazione con g l i a l t r i i n d i v i d u i . I l s u o v a l o r e difensivo sta nel permettere la risoluzione di conflitti e paure nei confronti di persone influenti. L’individuo si confronta loro tipo di vita e mostra un comportamento simile a quello della persona presa a modello e questo c o n s e n t e l ‘ a d a t t ame n t o sociale e l’evitamento della punizione; inoltre lo porta a percepirsi come ’’l’altro’’. Annulla i l pericolo della sanzione stessa in quanto chi applica questo meccanismo di difesa diventa parte dello s t e s s o a g g r e s s o r e . L’incorporazione degli aspetti positivi degli altri che vengono considerati come propri, c o r r i s p o n d e a u n soddisfacimento fantastico, ma denota p o t e n z i a l i t à di fens i ve, per esempio, quando l’introduzione avviene verso aspettative magiche o di onnipotenza così, come accade nell’infanzia nei confronti dei genitori.Così l’individuo può sentirsi in una p o s i z i o n e d i c o s t a n t e sicurezza verso gli eventi più drammatici, ricorrendo alle stesse forme magiche tipiche d e l p e n s i e r o i n f a n t i l e (Imbasciati A., Fondamenti psicoanalitici della psicologia clinica. UTET Libreria). La proiezione: Questo fenomeno psichico, al contrario del precedente, fa a t t r i b u i r e a l c u n e d e l l e caratteristiche del soggetto a una o più persone estranee. Il suo aspetto difensivo consiste nell’evitare di prendere consapevolezza dei propri impulsi proibiti che altrimenti scatenerebbero l’ansia. In questo modo la persona evita di consultare in sé la presenza di caratteristiche odiose e inaccettabili, che consideriamo present i negl i al t r i , con conseguenze negative sui rapporti sociali. La fissazione: Un altro meccanismo che tende a mantenere l’equilibrio psicologico in situazioni conflittuali ansiogene e’ la fissazione, caratteristica di coloro che sono stati molto protetti e gratificati nel loro ambiente (per esempio i figli unici). Essa consiste in una interruzione parziale della maturazione per cui possono manifestarsi atteggiamenti e tipicamente infantili quali ad esempio l ‘ a g g r e s s i v i t à distruttiva (che si manifesta anche solo a livello mentale) e i sentimenti di desiderio di possesso accompagnati da profonde sensazioni di odio e r a n c o r e ( G a b b a r d G.O., Introduzione a l l a psicoterapia psicodinamica. Cortina Editore, Milano, 2005). La regressione: Frequentemente si trova associata alla precedente difesa la regressione, che riporta la personalità ha uno s t a d i o d i m a t u r a z i o n e precedente o comunque passata. Stato descritto dallo stesso Freud come frequente e normale simile a un esercito che avanzando sul campo