L’ importanza del Benessere Psicofisico

Le vacanze sono terminate e la ripresa della vita quotidiana risulta essere sempre molto difficile e pesante, andando spesso a compromettere il nostro benessere psicofisico. Il benessere psicofisico è la semplice somma di uno stato di salute fisica e mentale. Esso ha luogo quando entrambe queste importantissime sfere dell’esistenza entrano in sinergia e si alimentano reciprocamente, dando luogo a quell’equilibrio che ci permette di affrontare le sfide della vita con lucidità ed energia. Quando si utilizza la locuzione “benessere psicofisico”, si fa normalmente riferimento a qualcosa che va oltre alla semplice assenza di malattia. Il benessere psicofisico coinvolge quindi tutto ciò che ruota intorno al raggiungimento di un buon livello di serenità, se non addirittura di felicità e soddisfazione. Ed è per questo motivo che in qualsiasi discorso sul benessere psicofisico emerge l’importanza della sfera dell’emotività e dei sentimenti personali. Al pari dell’alimentazione, anche lo sport quindi contribuisce a mantenere in salute sia la mente, migliorando l’umore, sia il corpo tonificando e rafforzando tendini, ossa e muscoli. Da non trascurare infine il fatto che un corpo più sano ed in forma ci fa sentire inevitabilmente più sicuri ed attraenti: ciò si ripercuote in modo massiccio anche sul nostro modo di vivere le relazioni personali! Anche se all’inizio potrà sembrarti complicato, una volta ingranata la giusta marcia inizierai a godere di tutti i benefici che solo uno stile di vita sano può darti. In fin dei conti, per vivere una vita appagante e godere del proprio benessere psicofisico è necessario prima di tutto volersi bene!
L’utilizzo del Protocollo DAC a scuola

Il comportamento è l’insieme delle azioni che un soggetto compie; è la risposta (reazione) dell’individuo a stimoli interni o esterni. Forse una reazione ad una situazione!
Questo vuol dire che c’è sempre un evento iniziale che precede un comportamento e in alcuni casi lo determina.
L’Utilizzo dei Dispositivi Elettronici come Mezzi di Apprendimento: Una Prospettiva Psicologica

Nell’era digitale odierna, l’uso dei dispositivi elettronici è diventato una parte integrante della nostra vita quotidiana. Questo fenomeno ha rivoluzionato molti aspetti della società, compreso il modo in cui apprendiamo. L’introduzione di tablet, smartphone e computer nel contesto educativo ha aperto nuove opportunità, ma ha anche sollevato questioni importanti riguardanti il loro impatto psicologico. In questo articolo, esamineremo l’uso dei dispositivi elettronici come mezzi di apprendimento dal punto di vista di uno psicologo, esplorando sia i benefici che i potenziali rischi associati a questa pratica. I Benefici dell’Apprendimento Elettronico Accessibilità e Inclusività Uno dei principali vantaggi dell’uso dei dispositivi elettronici nell’apprendimento è l’accessibilità. Le risorse educative digitali possono essere facilmente distribuite e accessibili da qualsiasi luogo e in qualsiasi momento, rendendo l’istruzione più inclusiva. Gli studenti con disabilità fisiche o di apprendimento possono trarre vantaggio da strumenti adattivi, come i software di sintesi vocale e i testi ingranditi, che migliorano significativamente l’esperienza educativa. Personalizzazione dell’Apprendimento I dispositivi elettronici consentono una maggiore personalizzazione dell’apprendimento. Attraverso l’uso di algoritmi e analisi dei dati, le piattaforme educative possono adattare i contenuti alle esigenze specifiche di ogni studente, offrendo un’esperienza di apprendimento su misura. Questo approccio individualizzato può aumentare la motivazione e il coinvolgimento degli studenti, poiché il materiale è presentato in modo rilevante e stimolante. Collaborazione e Comunicazione La tecnologia ha facilitato nuovi modi di collaborare e comunicare. Gli studenti possono lavorare insieme su progetti attraverso piattaforme online, partecipare a forum di discussione e ricevere feedback in tempo reale dai loro insegnanti. Questi strumenti promuovono un ambiente di apprendimento interattivo e partecipativo, che può migliorare le competenze sociali e collaborative degli studenti. I Rischi e le Sfide Distrazioni e Procrastinazione Uno dei principali rischi associati all’uso dei dispositivi elettronici è la distrazione. La presenza costante di notifiche e la possibilità di accedere a contenuti non correlati all’apprendimento possono portare alla procrastinazione e a una diminuzione della concentrazione. È essenziale che gli educatori e i genitori aiutino gli studenti a sviluppare abilità di gestione del tempo e a creare ambienti di studio privi di distrazioni. Impatto sulla Salute Mentale L’uso prolungato dei dispositivi elettronici può avere effetti negativi sulla salute mentale degli studenti. L’eccessiva esposizione agli schermi è stata associata a disturbi del sonno, affaticamento visivo e sintomi di ansia e depressione. È importante che gli studenti bilancino il tempo trascorso davanti agli schermi con attività fisiche e sociali per mantenere un benessere psicologico ottimale. Dipendenza Tecnologica La dipendenza tecnologica è un’altra preoccupazione significativa. L’eccessiva dipendenza dai dispositivi elettronici per l’intrattenimento e l’interazione sociale può interferire con lo sviluppo di competenze interpersonali e di risoluzione dei problemi. Gli educatori devono incoraggiare l’uso equilibrato della tecnologia, promuovendo al contempo attività che favoriscano l’interazione faccia a faccia e il pensiero critico. Strategie per un Uso Equilibrato Educazione alla Digital Literacy Un’educazione efficace alla digital literacy è fondamentale per preparare gli studenti a utilizzare i dispositivi elettronici in modo responsabile e produttivo. Gli studenti devono essere informati sui rischi associati all’uso eccessivo della tecnologia e ricevere formazione su come utilizzare gli strumenti digitali in modo sicuro ed etico. Creazione di Routine e Limiti Gli educatori e i genitori devono lavorare insieme per stabilire routine e limiti chiari sull’uso dei dispositivi elettronici. Ad esempio, impostare orari specifici per lo studio e per il tempo libero, limitare l’uso dei dispositivi prima di andare a letto e promuovere pause regolari durante le sessioni di studio per evitare l’affaticamento mentale. Promozione di Attività Non Digitali Incoraggiare gli studenti a partecipare ad attività non digitali è essenziale per mantenere un equilibrio sano. Attività come lo sport, la lettura di libri cartacei e le interazioni sociali faccia a faccia possono contribuire a ridurre la dipendenza tecnologica e a migliorare il benessere generale degli studenti. Conclusione L’uso dei dispositivi elettronici come mezzi di apprendimento presenta sia opportunità significative che sfide importanti. Dal punto di vista psicologico, è cruciale adottare un approccio equilibrato che massimizzi i benefici dell’apprendimento digitale, minimizzando al contempo i potenziali rischi. Educatori, genitori e studenti devono lavorare insieme per sviluppare strategie efficaci che promuovano un uso sano e responsabile della tecnologia, garantendo che i dispositivi elettronici rimangano strumenti potenti per l’educazione e lo sviluppo personale. Bibliografia Carr, N. (2010). The Shallows: What the Internet Is Doing to Our Brains. New York: W.W. Norton & Company. Greenfield, P. M. (2009). Technology and Informal Education: What Is Taught, What Is Learned. Science, 323(5910), 69-71. Keller, J. M. (1987). Development and Use of the ARCS Model of Instructional Design. Journal of Instructional Development, 10(3), 2-10. Livingstone, S. (2012). Critical Reflections on the Benefits of ICT in Education. Oxford Review of Education, 38(1), 9-24. Rideout, V. J., Foehr, U. G., & Roberts, D. F. (2010). Generation M2: Media in the Lives of 8- to 18-Year-Olds. Henry J. Kaiser Family Foundation. Turkle, S. (2011). Alone Together: Why We Expect More from Technology and Less from Each Other. New York: Basic Books. Twenge, J. M. (2017). iGen: Why Today’s Super-Connected Kids Are Growing Up Less Rebellious, More Tolerant, Less Happy–and Completely Unprepared for Adulthood–and What That Means for the Rest of Us. New York: Atria Books. Young, K. S. (1998). Internet Addiction: The Emergence of a New Clinical Disorder. CyberPsychology & Behavior, 1(3), 237-244. Zhao, Y. (2003). What Teachers Should Know about Technology: Perspectives and Practices. Information Age Publishing.
L’uragano dell’adolescenza si è abbattuto sulla famiglia

L’adolescenza è una fase di passaggio e di crescita, in cui si esplica la trasformazione dell’ essere bambino al diventare adulto. Questa transizione non è serena, ma rappresenta un vero e proprio uragano, con conseguenze sia devastanti che di ricostruzione. Lo sviluppo puberale e la comparsa dei caratteri sessuali secondari costituisce l’inizio dell’adolescenza. I notevoli cambiamenti fisici fanno da cornice alle turbolenze di natura affettiva. Con il corpo, cambia anche lo sviluppo emotivo e relazione del ragazzo. L’adolescente perde la propria condizione di bambino e crea dei nuovi ruoli e regole comportamentali in famiglia, a scuola e nel gruppo dei pari. E’ un processo che influenza sensibilmente l’equilibrio familiare per i suoi molteplici aspetti. E’ uno degli eventi critici del ciclo vitale della famiglia. Durante l’adolescenza la parola d’ ordine è contraddizione: da una parte si reclama l’indipendenza e l’autonomia dai genitori, mentre dall’altro si percepisce la necessità di una sicurezza familiare, dettata da una casa, lo studio, le relazioni stabili e storiche. Attualmente, con l’industrializzazione e il prolungamento della scolarizzazione obbligatoria, si assiste ad un allungamento del limite temporale adolescenziale. A tali fattori si aggiungono le difficoltà a trovare un lavoro stabile e ben remunerato. I genitori però non sono esenti da questa prolungata adolescenza. Spesso si rendono protagonisti e fautori di questo status quo. Essi mettono in atto strategie comportamentali di protezione nei confronti dei loro figli, compromettendo lo sviluppo e il consolidamento della loro autostima. Spesso, per evitare gli effetti logoranti dell’uragano, i genitori tendono ad essere estremamente permissivi e non prediligono il dialogo/confronto. Non si facilita il processo di separazione, ma li si rende ancora più dipendenti, aumentando la già fisiologica confusione, per mancanza di regole e di modelli di identificazione. Portami dove nascono gli uragani e poi arrivano gli arcobaleni più belli.(Fabrizio Caramagna)
L’insicurezza del lavoratore

di Veronica Sarno Le organizzazioni mostrano un interesse crescente verso forme di contratto a termine (Hellgren, 2000). La globalizzazione ha indotto le aziende a doversi rendere sempre più flessibili, a causa della forte competizione e dei costi del lavoro, che l’azienda tenta di ridurre, attuando processi di rimpicciolimento dei diritti dei lavoratori e/o deterioramento delle condizioni lavorative (Nixon, 1994); questo cambia la natura del lavoro anche per chi ha mantenuto il posto, in quanto aumenta il carico di lavoro pro capite, ed una conseguente incertezza del lavoratore relativa alla propria performance (Nelson, 1998); i cambiamenti organizzativi introducono quindi nei lavoratori un senso di insicurezza, che si esprime nella preoccupazione riguardo l’esistenza futura del proprio lavoro (Ruvio, 1996), nella percezione di una potenziale minaccia alla continuità della propria attività professionale (House, 1994), nelle aspettative professionali di continuità della propria mansione (Davy, 1997); a cui si aggiunge un mercato del lavoro poco attivo che non consente facili transizioni lavorative. L’incertezza del lavoratore è in continuo aumento, si genera in sicurezza lavorativa, espressione usata da Hellgren (2002), per indicare le reazione negative dei lavoratori a tutti questi cambiamenti che investono il loro lavoro, al senso di impotenza nel mantenere la continuità in una situazione lavorativa, sino ad arrivare alla paura della perdita totale del lavoro. Rosenblatt (1984) considera l’insicurezza lavorativa un costrutto complesso multidimensionale, che include la combinazione di minacce al lavoro in sé, le minacce alle caratteristiche reputate importanti del lavoro, il senso di impotenza nel contrastare tali minacce e l’importanza complessiva del lavoro. Rubio (1999) reputa che gli effetti dell’insicurezza lavorativa, varino in base al genere, gli uomini avvertono il senso di minaccia soprattutto sul versante economico e mostrano effetti negativi riguardo al coinvolgimento organizzativo e sviluppano piuttosto velocemente l’intenzione di abbandonare quel lavoro; le donne manifestano maggiormente la propria insofferenza con una diminuzione della propria performance e sentono meno supporto organizzativo. Tuttavia, le differenze individuali possono cambiare la percezione di insicurezza lavorativa. Secondo Hartley (1991) i fattori che incidono sulla diversa percezione di insicurezza lavorativa sono i seguenti: a) Differenze individuali; b) Equità; c) Sostegno. Fournier (1993) invece reputa che ad incidere sulla percezione di insicurezza lavorativa siano il: Locus of control; Bisogno di sicurezza; Centralità lavoro. Secondo Pozner (1980) la possibilità di partecipare alle decisioni modera inoltre l’effetto dello stress legato al ruolo lavorativo, in quanto i lavoratori esperiscono un senso di controllo sulle proprie condizioni. Tuttavia, è stato riscontrato che le reti di sostegno sociale non lavorative (come famiglia e amici) hanno un effetto positivo nella relazione tra insicurezza e insoddisfazione per la propria vita, mentre le reti lavorative fungono da cuscinetto contro gli effetti negativi dell’insoddisfazione per il proprio lavoro, della ricerca proattiva di impiego e dei comportamenti lavorativi non conformi alle norme (Lim, 1996). Hartley (1991) ha definito l’insicurezza lavorativa come la discrepanza tra il livello di sicurezza esperito dal lavoratore e il livello che invece preferirebbe. Un senso continuo e minaccioso di insicurezza logora psicologicamente un lavoratore e parallelamente subentrano malesseri fisici, si può assistere ad una sintomatologia simile e a quella identificata per lo stress da lavoro correlato ed al burn-out, il fattore più significativo risiede nella diminuzione della soddisfazione per il proprio lavoro Moore e Greenberg (1998), e nel conseguente desiderio di cambiare lavoro e trovarne uno dalle caratteristiche migliori. La crescente ed attuale dinamicità del mondo del lavoro esige dalle persone coinvolte di mostrarsi sempre più malleabili ed adattabili alle esigenze della situazione. Hall (2002) ha coniato a questo proposito il concetto di carriera proteiforme, che consiste in una forte elasticità e capacità da par te del lavoratore di gestire molteplici identità e ruoli lavorativi, in contrasto con la concezione tradizionale di carriera che risponde a un contratto di tipo paternalistico tra datore di lavoro e lavoratore, la realtà del lavoro attuale mette l’ individuo di fronte ad un’esperienza di carriera autogestita e senza confini precisi, composta da differenti posizioni all’interno di più organizzazioni entra in gioco la necessità di negoziare un numero sempre più ampio di transizioni di ruolo. La capacità di tollerare i cambiamenti e di adattarsi è indispensabile, e se presente rende l’individuo proattivo di riuscire a migliorare la propria vita, cercando continuamente nuovi e migliori lavori, che però sono molto difficili da trovare. Fugate (2004) conia il costrutto di impiegabilità, che sposta la responsabilità per lo sviluppo di carriera dal datore di lavoro al lavoratore. L’impiegabilità è considerata una forma di adattabilità lavorativa attiva che consenta ai lavoratori di concretizzare le opportunità di carriera che si possano loro presentare, facilitando la mobilità all’interno di un’organizzazione e tra più organizzazioni e di conseguenza aumentando le probabilità di impiego di un individuo. Il costrutto di impiegabilità si fonda principalmente sui concetti di adattabilità attiva e proattività. Per il lavoratore che intende cambiare azienda devono affrontare una transizione, confrontandosi attivamente col proprio ambiente di lavoro, mentre ricerca informazioni adeguate sull’ambiente lavorativo, sullo status del lavoratore e sulle sue relazioni al l’interno del l’ambiente stesso, ma devono anche possedere una disposizione adeguata all’adattamento, ottimismo e senso di autoefficacia e schemi cognitivi che consentano di affrontare la sfida di un cambiamento, soprattutto i lavoratori devono mostrarsi flessibili e in grado di modificare cognizioni, affetti e comportamenti qualora se ne presentasse la necessità. Fugate (2004) parla di identità di carriera: la definizione di sé in un contesto lavorativo in termini di “chi sono/chi voglio essere” che può motivare l’individuo ad adattarsi per raggiungere o creare le opportunità che coincidono con le proprie aspirazioni; le informazioni raccolte sull’ambiente lavorativo devono essere infatti rilevanti per un’identità saliente. Gli individui proattivi hanno minori difficoltà ad adattare la situazione lavorativa ai propri bisogni, mostrandosi inclini ad apprendere e a sfruttare attivamente ogni elemento in grado di modificare la situazione in modo da raggiungere l’identità desiderata sul piano lavorativo; sono avvantaggiati anche perché sono più flessibili nel modificare cognizioni e comportamenti al fine di ottimizzare sia la situazione che gli outcome prevedibili (Fugate et al., 2004). Inoltre, l’orientamento proattivo ha un effetto positivo anche sul senso di incertezza,
L’Importanza della Comunicazione in Famiglia: Creare Relazioni Sane e Crescere Insieme

La comunicazione in famiglia è un aspetto fondamentale per la crescita emotiva e psicologica di ogni individuo. In un contesto familiare, la comunicazione non si limita al semplice scambio di parole, ma rappresenta uno strumento essenziale per costruire relazioni profonde e autentiche, rafforzare il legame tra i membri e affrontare insieme le sfide della vita. Una comunicazione sana e aperta in famiglia non solo promuove il benessere di ogni individuo, ma favorisce anche l’armonia e la coesione dell’intero nucleo familiare. 1. Perché è importante la comunicazione in famiglia? La comunicazione rappresenta il canale attraverso il quale le persone esprimono bisogni, sentimenti e pensieri. In una famiglia, questo processo è ancora più cruciale poiché crea la base per un ambiente sicuro e accogliente. Una buona comunicazione aiuta a: Comprendere i bisogni emotivi: Spesso i bambini e gli adolescenti non sanno come esprimere ciò che provano. Con una comunicazione empatica e rispettosa, i genitori possono identificare le emozioni dei figli, aiutandoli a sviluppare una maggiore consapevolezza emotiva. Rafforzare l’autostima: Quando ci sentiamo ascoltati e compresi, la nostra autostima cresce. In famiglia, sentirsi accettati e apprezzati per ciò che siamo è un fattore fondamentale per il benessere psicologico. Una comunicazione efficace aiuta ogni membro a sentirsi valorizzato. Risolvere i conflitti: Nessuna famiglia è esente da incomprensioni e divergenze. La capacità di comunicare in modo assertivo e rispettoso è uno strumento prezioso per risolvere i conflitti, permettendo alle persone di esprimere i propri punti di vista senza creare tensioni o ferite emotive. 2. Gli ostacoli alla comunicazione familiare Sebbene l’importanza della comunicazione in famiglia sia evidente, molte famiglie incontrano ostacoli significativi che impediscono una comunicazione efficace. Tra questi: Stress e mancanza di tempo: Le famiglie moderne spesso devono affrontare ritmi di vita frenetici. Impegni lavorativi, scolastici e sociali limitano il tempo che i membri possono dedicare a un’interazione profonda e significativa. Difficoltà nell’esprimere le emozioni: Alcune persone, anche adulti, trovano difficile parlare apertamente delle proprie emozioni. Questo può portare a un silenzio emotivo che ostacola la comunicazione e l’empatia in famiglia. Modelli di comunicazione negativi: Quando un genitore utilizza un linguaggio critico o svalutante, crea un ambiente di sfiducia e insicurezza. I bambini, specialmente, tendono a interiorizzare questi modelli, riproducendoli poi nelle loro future relazioni. 3. Come migliorare la comunicazione in famiglia Per costruire un ambiente familiare basato sulla comunicazione efficace, è importante adottare strategie che promuovano un dialogo sano e aperto. Ecco alcuni consigli pratici: Ascolto attivo L’ascolto attivo è la capacità di prestare piena attenzione al parlante senza interromperlo o giudicarlo. Questo tipo di ascolto, che richiede empatia e pazienza, permette all’interlocutore di sentirsi realmente compreso e valorizzato. Ad esempio, durante una conversazione con un adolescente che sta attraversando un momento difficile, è importante evitare di minimizzare il suo problema. Al contrario, è utile dimostrare interesse e comprensione, invitandolo a esprimersi liberamente. Creare momenti di dialogo Dedicate del tempo ogni giorno per parlare senza distrazioni. Anche solo 15 minuti di “tempo in famiglia” dedicati esclusivamente alla comunicazione possono fare una grande differenza. È utile creare una routine di dialogo – ad esempio, durante la cena o prima di andare a dormire – dove ogni membro possa parlare della propria giornata o delle proprie preoccupazioni. Espressione delle emozioni Incoraggiate i membri della famiglia a parlare apertamente delle proprie emozioni. È fondamentale che i genitori diano il buon esempio, mostrando che esprimere le proprie emozioni è normale e salutare. Questa pratica non solo aiuta i bambini a sviluppare una maggiore intelligenza emotiva, ma li rende anche più propensi a condividere i propri sentimenti e pensieri senza paura. Rispetto reciproco Il rispetto è alla base di qualsiasi comunicazione efficace. Ogni persona ha il diritto di esprimere le proprie opinioni e sentimenti senza essere giudicata o interrotta. In una famiglia, mostrare rispetto per le idee e le emozioni altrui contribuisce a creare un ambiente di fiducia, dove ogni membro si sente libero di essere se stesso. 4. I benefici di una comunicazione efficace in famiglia Una comunicazione sana e costruttiva porta con sé numerosi benefici per la famiglia. Tra i principali: Maggiore coesione e senso di appartenenza: Una famiglia che comunica bene è una famiglia unita, dove ciascun membro si sente parte di un gruppo che lo sostiene. Questa coesione è fondamentale per affrontare insieme le difficoltà e le sfide della vita. Sviluppo di una sana autostima: I bambini che crescono in un ambiente comunicativo sano tendono a sviluppare una maggiore autostima e una migliore percezione di sé. Sentirsi ascoltati e rispettati all’interno della propria famiglia rafforza la fiducia in se stessi. Capacità di risolvere i conflitti: Una comunicazione efficace permette alla famiglia di affrontare e risolvere i conflitti in modo costruttivo. Invece di accumulare tensioni, i membri imparano a confrontarsi in modo rispettoso, cercando soluzioni che soddisfino le esigenze di tutti. Benessere emotivo: Essere ascoltati e compresi riduce lo stress e l’ansia, creando un clima di serenità all’interno della famiglia. Questo benessere emotivo si riflette anche nelle relazioni esterne, poiché le persone che hanno relazioni familiari positive tendono a sviluppare relazioni interpersonali più equilibrate e gratificanti. Conclusioni La comunicazione in famiglia è la base di ogni relazione sana e soddisfacente. Investire tempo ed energie per migliorare la comunicazione con i propri cari è un investimento che porta benefici duraturi. Una comunicazione aperta e rispettosa crea un ambiente di fiducia, rafforza il legame tra i membri e favorisce il benessere emotivo di ciascuno. Affinché questo sia possibile, è necessario che ogni membro della famiglia sia disposto ad ascoltare, comprendere e rispettare l’altro, contribuendo così a creare un ambiente accogliente e armonioso dove ognuno può crescere e svilupparsi al meglio. Bibliografia Bowlby, J. (1988). A Secure Base: Parent-Child Attachment and Healthy Human Development. Basic Books. Gottman, J. M., & Silver, N. (1999). The Seven Principles for Making Marriage Work: A Practical Guide from the Country’s Foremost Relationship Expert. Harmony Books. Patterson, G. R., DeBaryshe, B. D., & Ramsey, E. (1989). “A Developmental Perspective on Antisocial Behavior.” American Psychologist Faber, A., & Mazlish, E. (1980). How to
L’immaginazione eroica e la resilienza degli studenti

Ecco allora agire con domande he hanno lo scopo di mettere lo studente nelle condizioni di riflettere. Ma su cosa deve riflettere? Certamente sulle sue capacità e su quelle dell’eroe di superare le difficoltà della vita.
L’ESITANZA VACCINALE E LA PSICOLOGIA

Per esitanza vaccinale si intende l’espressione da parte degli individui di dubbi e perplessità circa i vaccini. Questo li porta a non sottoporsi alle vaccinazioni. A seguito della pandemia Covid-19, risulta interessa indagare il fenomeno dell’esitanza vaccinale da un punto di vista psicologico. La psicologia, infatti, può dare una chiave di comprensione delle motivazioni dietro all’esitazione di molte persone. Prima di entrare nel merito del caso Covid-19, bisogna fare delle considerazioni generali che riguardano tutti i diversi tipi di vaccinazioni. A un livello individuale, secondo l’immaginario collettivo, vaccinare significa inoculare un agente patogeno in un organismo sano, cioè che non presenta i segni della malattia per il quale il vaccino promette di proteggere. Questo attiva delle paure profonde che fanno venire a meno il pensiero logico-razionale. Queste fantasie inconsce sono tanto più presenti, quanto più la vaccinazione sia a protezione di una patologia spaventosa e sconosciuta, come poteva esserlo il Covid-19. Fortunatamente, però, non siamo sempre in balia dei nostri impulsi. Oltre al livello individuale, entra in gioca anche l’influenza sociale. Essa è un fenomeno psicologico che rimanda alla psicologia delle masse e all’effetto gregge studiato da Le Bon. La base di questi studi si fonda sull’idea che le decisioni di un individuo inserito in un “gregge” spesso non dipendono tanto da un ragionamento personale, quanto più dal comportamento degli altri membri del gregge. Soprattutto in situazioni di incertezza, infatti, le persone tendono a emulare il comportamento altrui. Questo fenomeno è molto visibile al giorno d’oggi. I nuovi media, infatti, hanno la possibilità di uniformare l’opinione pubblica eliminando le differenze individuali nei processi di scelta. Nel mondo della salute, oggi le persone sui social media non solo condividono informazioni, ma cercano anche supporto emotivo per migliorare la convivenza con la propria malattia. Se da una parte questo può dare dei risvolti positivi, dall’altra essi diventano dei contesti dove nascono facilmente fake news. Le persone tendono a rifugiarsi nelle fake news in quanto esse semplificano fenomeni complessi. Sono, però, molto pericolose in quanto possono manipolare le percezioni degli individui. Secondo il bias di auto-conferma, gli individui tendono a ritenere “più vere” informazioni incontrate più frequentemente nel loro processo di ricerca e dunque, in parte già immagazzinate in memoria. Sui social media si verifica il fenomeno della bolla informativa in quanto per via di algoritmi matematici, la persona tende a essere più esposta solo a una selezione di contenuti più coerenti a quelli ricercati in precedenza. A questo punto diventa importante chiedersi come ridurre la tanto ormai diffusa esitanza vaccinale. La psicologia dei consumi e della salute può dare un importante contributo in questo ambito perché in primo luogo si mette in ascolto delle preoccupazioni delle persone e solo successivamente sviluppa una campagna vaccinale centrata su una comunicazione autentica. Non si parla solo di autenticità, ma anche della capacità di costruire fiducia alla cui base c’è l’ascolto e la comprensione dei dubbi. Solo ascoltandoli e capendoli, infatti, si possono smontare. Dunque, per sconfiggere l’esitanza vaccinale è necessario creare delle campagne comunicative che seguono un preciso schema. Prendendo come esempio il caso Covid-19: STEP 1: generalmente la prima parte della comunicazione contiene un esplicito rimando alla minaccia. Si fa spesso ricorso a dati epidemiologici/statistiche relative al Covid-19. STEP 2: segue poi una sezione in cui si rievocano alcune preoccupazioni e false credenze sul vaccino, che vengono riportate in modo aneddotico (ad esempio come “Molti temono che questo vaccino sia poco sicuro perché creato troppo in fretta”). STEP 3: l’ultima parte della comunicazione riporta dati scientifici forti e convincenti contro la minaccia e le false credenze ricordate nello step precedente. Solitamente questa parte della comunicazione è riportata in modo chiaro, razionale e con il supporto di dati da fonti ufficiali in modo da enfatizzarne la salienza e persuasività. BIBLIOGRAFIA Graffigna, G. (2021). Esitanti: quello che la pandemia ci ha insegnato sulla psicologia della prevenzione. Roma: Il Pensiero Scientifico Editore
L’EMERGENZA CLIMATICA: TIME TO CHANGE

Il contributo che ciascuno di noi può dare alla soluzione dell’emergenza climatica viene abitualmente sottostimato. Tutti noi, anche se non sempre ne siamo consapevoli, possiamo contribuire a un cambiamento positivo in ambito ambientale nei nostri molteplici ruoli, ovvero come consumatori rendendo gli stili di vita e di consumo più sostenibili, come cittadini con un impegno attivo e il volontariato, come elettori tramite il voto a partiti con programmi Green, come risparmiatori attraverso la scelta di investimenti responsabili, come donatori sostenendo le associazioni ambientaliste e come genitori tramite l’educazione ai figli. La rappresentazione mediatica dei problemi ambientali oggi è centrata sulle EMERGENZE. Questo induce un allarme crescente per lo stato dell’ambiente, rischiando di generare un senso di impotenza, rassegnazione e passività. Ad oggi purtroppo si parla molto di effetti, ma non delle cause e ancor meno delle possibili soluzioni. Alla preoccupazione per l’emergenza climatica si è associata una lenta, ma crescente disponibilità ad accettare modifiche dello stile di vita. Il ruolo della comunicazione sociale è fondamentale per informare fasce ampie di popolazione, soprattutto per far conoscere i piccoli gesti quotidiani che ognuno di noi può mettere in atto per salvaguardare il pianeta. Una comunicazione sociale è efficace quando produce una modifica dei comportamenti in modo stabile e non temporaneo. Esistono diverse teorie psicologiche, utili per spiegare come avviene un cambiamento comportamentale e quali sono le variabili che agiscono sulla motivazione a cambiare. I due più importanti vengono spiegati qui sotto. SELF-EFFICACY MODEL (Bandura) Secondo tale modello, la decisione a mettere in atto un comportamento dipende dalla convinzione che le persone hanno circa la propria capacità di mettere in atto le sequenze di azioni necessarie per perseguire il risultato desiderato. HEALTH BELIEF MODEL (Becker) Secondo questo modello, un individuo capirà di dover cambiare una determinata situazione se si verificano le seguenti condizioni: Crede che il problema lo coinvolga direttamente: in questo caso si parla di suscettibilità percepita Pensa che il problema possa avere conseguenze gravi per la sua salute e il suo benessere: qui ci si riferisce alla gravità percepita Crede che il comportamento preventivo possa ridurre la minaccia e portare conseguenze positive: in questo caso di parla di benefici percepiti Pensa che i costi psicologici e/o economici da sostenere siano minori rispetto ai benefici che trarrà: cioè i limiti percepiti In conclusione, dai due modelli presentati possiamo identificare alcune regole che rendono efficace una comunicazione sociale: Sottolineare la prossimità del problema nel tempo e nello spazio: il problema deve essere rappresentato come prossimo e non collocato in un futuro distante Presentare la soluzione, non solo il problema: quanto più il problema viene descritto come grave/drammatico tanto più deve essere affiancato dalla proposta di soluzioni credibili e praticabili; le persone, soprattutto i giovani, apprezzano i messaggi focalizzati sull’efficacia delle soluzioni piuttosto che sulla gravità dei problemi. In assenza di soluzioni adeguate, la proposta di scenari catastrofici induce solamente reazioni di negazione e/o di rimozione. Valorizzare il contributo personale: per contrastare il senso di inefficacia è importante dare alle persone la sensazione di poter agire Dare visibilità ai risultati positivi ottenuti: bisogna da una parte il senso di efficacia, dall’altra l’orgoglio di quello che si è fatto Associare la sostenibilità ad un incremento di benessere e di qualità della vita: le scelte di sostenibilità vengono troppo spesso associata a una prospettiva di privazioni, rinunce e sacrifici. È importante mettere in luce i vantaggi che la sostenibilità comporta non solo per l’ambiente, ma anche in termini di salute, benessere e qualità della vita Dare il buon esempio: dare esempi concreti di comportamenti sostenibili e di risultati raggiunti Dare visibilità alle buone pratiche: potrebbe essere efficace rendere visibili le scelte sostenibili prese da parte di amministrazioni locali, piccoli grandi e imprese, associazioni, singoli individui; tutto questo nell’ottica di offrire spunti per agire. Rafforzare il senso di un impegno comune: sottolineare che tutti noi siamo impegnati nella lotta contro l’emergenza climatica Comunicazione di senso positivo: deve allertare sui rischi, ma allo stesso tempo rafforzare la fiducia nella possibilità di poter invertire la tendenza. BIBLIOGRAFIA Bandura, A. (1978). Reflections on self-efficacy. Advances in Behaviour Research and Therapy, 1(4) 237-269. Becker, M. H., & Maiman, L. A. (1975). Sociobehavioral determinants of compliance with health and medical care recommendations. Medical Care, 13(1), 10-24. Becker, M. H., Maiman, L. A., Kirscht, J. P., Haefner, D. P., & Drachman, R. H. (1977). The health belief model and prediction of dietary compliance: A field experiment. Journal of Health and Social Behavior, 348-366. Fattori, G. (2020). Manuale di marketing sociale per la salute e per l’ambiente. Non solo saponette. Cultura e Salute Editore Perugia
L’effetto Pigmalione: quando la profezia si autoavvera

L’effetto Pigmalione, conosciuto anche come effetto Rosenthal dal nome dello studioso che per primo lo ha approfondito, è un fenomeno psicologico intrigante che illustra come le aspettative degli altri nei nostri confronti possano suggestionare o condizionare significativamente il nostro comportamento e il nostro rendimento. Alla base dell’effetto Pigmalione ci sarebbe il concetto secondo cui le aspettative altrui nei nostri confronti possono diventare una sorta di profezia autoavverante. Se qualcuno ci tratta o ci vede come se fossimo capaci di realizzare qualcosa, allora la probabilità che svilupperemo le abilità necessarie per farlo sarà maggiore, e viceversa. Origine e riferimenti mitologici L’effetto Pigmalione trae il suo nome alla mitologia greca, riferendosi all’omonimo mito ovidiano. Nelle Metamorfosi, Ovidio narra di Pigmalione, un re di Cipro dell’antica Grecia, il quale scolpì una statua di una donna ideale. Lo scultore, adorando la statua rappresentativa del suo ideale di perfezione, finì poi per innamorarsi della stessa. Iniziò così a dedicare le sue preghiere alla dea Afrodite affinché la statua potesse acquisire sembianze umane e poterla così sposare. L’esperimento di Rosenthal L’esperimento condotto da Robert Rosenthal e Lenore Jacobson nel 1968 mostrò come le aspettative degli insegnanti potessero influenzare le prestazioni degli studenti. Dopo aver somministrato test di intelligenza standardizzati all’inizio dell’anno, gli studiosi etichettarono casualmente un gruppo di studenti come “ad alto potenziale intellettuale”, basandosi su un criterio casuale. Ignari dell’etichettamento artificiale, gli insegnanti furono informati che questi studenti avrebbero ottenuto progressi significativi nel corso dell’anno. Alla fine dell’anno scolastico, i risultati mostrarono un miglioramento effettivo nel gruppo “ad alto potenziale”. Questo miglioramento, tuttavia, non era il risultato di abilità cognitive innate superiori, ma piuttosto delle aspettative degli insegnanti che avevano incanalato risorse aggiuntive e incoraggiamento verso questo gruppo specifico. Applicazioni nell’istruzione L’effetto Pigmalione è particolarmente evidente nel contesto educativo. Gli insegnanti, con le loro aspettative, possono influenzare direttamente le prestazioni degli studenti. Studi hanno dimostrato che quando gli insegnanti credono fermamente nelle abilità di un allievo, questi tendono ad ottenere risultati migliori rispetto a quando le aspettative sono basse. La qualità delle interazioni tra insegnanti e studenti svolge un ruolo cruciale. Il feedback positivo, l’incoraggiamento e la creazione di un clima di fiducia sono fondamentali per attivare l’effetto Pigmalione in modo costruttivo. I docenti consapevoli di questo fenomeno possono adottare strategie mirate per promuovere un ambiente di apprendimento positivo. L’altra faccia della medaglia L’effetto Golem rappresenta l’opposto dell’effetto Pigmalione, manifestandosi quando aspettative negative o limitanti nei confronti di un individuo influenzano sfavorevolmente il suo comportamento e le sue prestazioni. In altre parole, se una persona viene continuamente svalutata o trattata con aspettative pessimistiche, è probabile che internalizzi ciò, con conseguente impatto negativo sul proprio rendimento. Questo fenomeno può emergere in varie situazioni, tra cui relazioni personali, ambiente lavorativo o contesto educativo. Conclusioni L’effetto Pigmalione illustra il potere delle aspettative nel plasmare il comportamento e il rendimento. La consapevolezza di questo fenomeno può guidarci verso relazioni più positive, un ambiente educativo più favorevole e un supporto reciproco che favorisce il successo. Come il mito di Pigmalione, le nostre aspettative possono trasformare la pietra grezza del potenziale umano in opere d’arte viventi. Bibliografia Brown, R. (2005). Psicologia sociale dei gruppi. Il mulino. Merton, R. K. (1971). La profezia che si autoavvera. Teoria e struttura sociale, 2. Rosenthal, R., & Jacobson, L. (1968). Pygmalion in the classroom. The urban review, 3(1), 16-20. Rosenthal, R., & Jacobson, L. (1992). Pygmalion in the classroom. Expanded edition. New York: Irvington, 382. Stoichita, V. I. (2006). L’effetto Pigmalione: breve storia dei simulacri da Ovidio a Hitchcock. Il Saggiatore.