L’effetto Dunning-Kruger

Spesso pensiamo di saperne tanto su un argomento anche se in realtà non ci siamo informati abbastanza. A volte chi ne sa di meno pensa di saperne più di tutti gli altri. Come mai? L’effetto Dunning-Kruger può aiutarci a capire questo comportamento abbastanza diffuso. Cos’è l’effetto Dunning-Kruger? Consiste nel pregiudizio cognitivo secondo cui le persone sopravvalutano erroneamente la loro conoscenza o competenza in uno specifico campo. Può essere definito come un fenomeno psicologico che si verifica quando una persona con scarse conoscenze tende a sovrastimare le proprie competenze in un determinato campo, sottovalutando allo stesso tempo quelle degli altri. Questo fenomeno è stato identificato e descritto per la prima volta dagli psicologi sociali David Dunning e Justin Kruger nel 1999. Secondo gli studiosi, alcune persone avrebbero una percezione distorta della propria competenza e spesso si mostrano eccessivamente sicure delle proprie opinioni, nonostante l’evidente mancanza di conoscenza o abilità. Questo avviene in quanto vi è una forte mancanza di consapevolezza di sé, tanto da impedirgli di valutare le proprie competenze in modo adeguato. Al contrario, le persone altamente competenti tendono ad avere una maggiore consapevolezza delle proprie lacune e a mostrarsi meno sicure di sé. Tutto ciò può avere un impatto sia a livello psicologico che sociale. Lo studio David Dunning e Justin Kruger della Cornell University, in seguito ad un evento di cronaca alquanto bizzarro, in cui un uomo decise di rapinare due banche convinto di essersi reso invisibile dopo essersi cosparso di succo di limone, decisero di studiare l’accaduto sotto un profilo scientifico. Iniziarono, così, uno studio sui test di umorismo, grammatica e ragionamento logico coinvolgendo i propri allievi. Prima di svolgere i test, i partecipanti espressero il proprio grado di competenza in ognuno dei tre campi. I risultati dimostrarono come i partecipanti meno competenti si autovalutavano molto al di sopra delle proprie capacità, mentre i partecipanti più competenti si valutavano leggermente al di sotto. Conclusero così che coloro che hanno meno conoscenza in un campo sono spesso quelli che sopravvalutano le proprie competenze, mentre quelli più esperti sono quelli che sottostimano le proprie abilità. Il fenomeno venne chiamato effetto Dunning-Kruger. Inoltre, i risultati dello studio dimostrarono che le autovalutazioni non veritiere degli incompetenti sono molto difficili da correggere. L’effetto Dunning-Kruger e le conseguenze psicosociali Conseguenze possono osservarsi a livello dell’autostima, fino a distorsioni della realtà, della consapevolezza del sé, della percezione delle proprie capacità, dei successi e degli insuccessi, soprattutto nel rapporto con gli altri. L’effetto Dunning-Kruger conduce il più delle volte a un eccesso di fiducia in sé stessi e nelle proprie capacità. Questa sovrastima porta, a sua volta, a prendere decisioni sbagliate, a problemi relazionali e spesso a compiere giudizi affrettati. Spesso ci si sente esperti di un argomento solo dopo aver letto sommariamente un articolo sporadico, o dopo aver letto notizie sparse sui social, arrogandosi anche il diritto di dare la propria opinione per certa, fino a voler spiegare agli altri perché si sbagliano. Si diventa subito certi della propria opinione e della sua unicità, fino ad affermarla con arroganza. Questo porta con sé anche un non voler confrontare varie fonti ed a non essere aperti ad ascoltare altre opinioni. Di conseguenza, spesso si danno giudizi affrettati e si mette da parte lo sviluppo di un pensiero critico e di una complessità che a volte è difficile da comprendere ed accettare. Il confronto, l’ascolto aperto del pensiero altrui, la volontà di informarsi di continuo e cercare sempre più fonti sono strumenti che possono aiutarci ad allontanare l’effetto Dunning-Kruger di cui, in modo maggiore o minore, potremmo tutti essere vittima.

L’autostima è utile per essere positivi o negativi

autostima

L’autostima è un concetto psicologico su cui sono stati effettuati numerosi studi per comprenderne bene le diverse sfaccettature. L’autostima positiva è considerata il fattore centrale di un buon adattamento socio-emozionale. Avere una buona autostima ci rende più sicuri, più felici, più desiderabili e ci aiuta a rispondere adeguatamente alle sfide della vita. Tuttavia non possiamo essere certi che un’alta autostima sia la causa di una buona performance, o che sia vero il contrario, cioè che una buona performance sia la causa di un’alta autostima. La causalità operi in entrambe le direzioni: l’impressione che uno ha sulla propria performance influenza le proprie autovalutazioni e le convinzioni che un individuo ha su sé stesso hanno un impatto sulla sua performance. In altre parole la considerazione di se può essere sia causa sia effetto di un buono o cattivo funzionamento in aree specifiche della personalità. L’autostima non è un riflesso delle capacità delle persone. Le persone con alta autostima non sono necessariamente più dotate (intelligenti, competenti) di quelle con bassa. Quello che le distingue sono le loro convinzioni sulle proprie capacità, il loro atteggiamento rispetto alle prove della vita, le loro reazioni ai successi/fallimenti. Coloro che hanno alta autostima tendono ad essere ottimiste e riescono a gestire gli eventi negativi con serenità; le persone con scarsa considerazione tendono ad essere pessimiste e non sfruttano le loro potenzialità per far fronte agli eventi negativi. Le persone con alta autostima prima di intraprendere ogni attività, risolvere un problema, appaiono in genere sicure di sé e sono convinte di avere buone probabilità di successo. Spesso hanno alle spalle una storia di successi che alimentano le rosee aspettative e anche quando in passato sono incappati in qualche delusione, tendono a pensare che “stavolta andrà bene”. Per questi soggetti le situazioni e le prove difficili risultano stimolanti, sono una sfida da raccogliere per dimostrare a loro stessi e agli altri che sono in gamba. Le persone con bassa autostima si trovano nella situazione opposta: prima di ogni prova, si sentono ansiose e preoccupate, vorrebbero tanto “darsela a gambe”. Hanno molti dubbi sull’esito dei loro sforzi, non hanno fiducia nelle loro capacità, e l’esperienza passata non gli suggerisce pronostici favorevoli. Si raffigurano già il momento in cui dovranno fare i conti con l’ennesimo fallimento. Essi non vedono le prove come stimolanti sfide, ma come occasioni in cui rischiano di dimostrare di non essere abbastanza capaci e intelligenti. Dati questi timori non aspirano a conseguimenti eccezionali. A loro basterebbe non fare una figuraccia, rientrare nella media, non risultare troppo inadeguati. I conseguimenti delle persone con alta autostima saranno ben più numerosi ed elevati di quelli delle persone con bassa autostima a causa del grado di impegno e persistenza che mettono negli obiettivi che si prefiggono. Le persone con alta autostima pur essendo soddisfatte di sé spesso lavorano sodo per migliorare le loro aree di debolezza. Le persone con bassa autostima, “dando per persa la partita”, tendono ad impegnarsi poco e ad essere sopraffatte dall’ansia.

L’AUTO-EFFICACIA E I SUOI AMBITI DI INTERVENTO

l'auto-efficacia

L’auto-efficacia percepita si riferisce alle credenze e aspettative relative alla propria capacità di azione in compiti e situazioni futuri. In relazione al costrutto psicologico di auto-efficacia, esistono diversi ambiti di intervento che spaziano dalla promozione della salute, al contesto professionale e lavorativo fino all’ambito sportivo. Di seguito si parlerà di alcune applicazioni di tale costrutto. 1. Numerosi studi hanno evidenziato che le persone con convinzioni positive di auto-efficacia tendono a mettere in atto comportamenti che favoriscono la promozione della salute. In particolare, i ricercatori si sono interessati al legame tra questo costrutto e la modifica di abitudini e comportamenti di rischio per la salute individuale. Ad esempio l’uso del preservativo come prevenzione dall’HIV, la regolazione dell’esercizio fisico dopo un attacco cardiaco, la cura dell’igiene dentale… Da questi studi emerge che le campagne di salute più efficaci sono quelle che integrano la trasmissione delle informazioni con il rafforzamento della percezione di auto-efficacia personale. Le persone che hanno sviluppato un alto livello di auto-efficacia sono coloro che riescono a modificare le loro abitudini e a mantenere nel tempo le nuove. 2. Ulteriori filoni di ricerca hanno dimostrato come le prestazioni di un atleta non dipendano solamente dalle sue abilità fisiche. Entrano in gioco anche l’auto-efficacia percepita e la motivazione personale. Gli atleti che hanno un alto livello di auto-efficacia sono bravi nella gestione dello stress e dell’ansia prima e durante la competizione. Inoltre, sono in grado di stabilire per se stessi obiettivi ambiziosi, ma realistici. Molti studi suggeriscono che il ruolo dell’allenatore sia determinante sullo sviluppo e sul mantenimento della stessa e della motivazione dell’atleta. 3. Esiste anche l’auto-efficacia collettiva intesa come la convinzione condivisa all’interno di un gruppo di essere in grado di raggiungere insieme gli obiettivi prestabiliti. L’auto-efficacia collettiva può anche essere considerata un fattore protettivo nei confronti del burnout in quanto contribuisce al benessere del gruppo. BIBLIOGRAFIA Carver, C.S., Scheier, M.F., Giampietro, M., & Iannello, P. (2019). Psicologia della personalità: prospettive teoriche, strumenti e contesti applicativi. Milano-Torino: Pearson Italia

L’autismo: una proposta di sensibilizzazione per studenti

L’autismo come Neurodiversità: una breve proposta di sensibilizzazione interattiva per studenti. Neurodiversità Per fortuna, al mondo siamo tutti diversi. Non esistono due persone uguali al mondo. La diversità ha un fondamento e una funzione bio-psico-sociale tanto semplice quanto importante. Se non fossimo diversi nei tratti somatici, ad esempio, non potremmo distinguerci e riconoscerci tra noi. Se non fossimo diversi nei gusti, ciò che ci piacerebbe si estinguerebbe! Se venissimo tutti dallo stesso luogo, staremmo stretti. Se non avessimo specializzazioni differenti, il mondo non si evolverebbe. In cos’altro siamo differenti? Non esistono due persone al mondo con lo stesso cervello. Conosciamo oggi tante forme di intelligenza differente, persone con un’intelligenza più emotiva, ragazzi con intelligenza analitica, chi con una intelligenza sociale. Si sta abbandonando l’idea di una sola struttura cerebrale “normale”, da cui una persona può più o meno distanziarsi, a favore di una idea inclusiva di neuro-diversità. Autismo Nella tradizione folkloristica europea, si attribuiva l’autismo alle fate, che si credeva sostituissero di nascosto i propri neonati, denominati Changeling o Servan, con quelli umani. Questi bambini, infatti, erano riconosciuti come molto più intelligenti della norma, ma con dei comportamenti un po’… bizzarri! Il cervello di una persona con autismo, nonostante la diversità propria di ogni essere umano, ha delle caratteristiche semplicemente diverse. Ad esempio, hanno una memoria superiore alla media, fino ad arrivare ad una vera e propria memoria fotografica. È il caso di famosissimi artisti come Stephen Wilshire, l’uomo che disegnò Manhattan a memoria. Inoltre, hanno la caratteristica di avere interessi circoscritti, questo gli permette di diventare molto più bravi degli altri nelle attività di loro interesse! È il caso di Lionel Messi, il famosissimo calciatore. Eppure talvolta, per loro è difficile mantenere l’attenzione sul mondo circostante. Come mai? Curiosi di vedere il mondo dal loro punto di vista? Una caratteristica dell’autismo è infatti l’iperstimolazione sensoriale. Fa un po’ paura, vero? Le persone con autismo sono per questo facilmente in ansia e sotto stress. Per gestire questa condizione mettono in ansia dei comportamenti per noi un po’ bizzarri. Ad esempio, quelle che vengono chiamate “stereotipie”, come il dondolarsi sulla sedia, oppure l’isolamento autistico, da cui prendono il nome. Cosa possiamo fare per rendere la classe accogliente e inclusiva? Per quanto appena detto, possiamo quindi impegnarci a rendere l’ambiente semplicemente inclusivo, per persone che hanno un cervello con diverse caratteristiche. Ad esempio, possiamo impegnarci ad evitare di fare rumori fastidiosi, di parlare a voce troppo alta, di ridere troppo forte. Evitiamo di fare troppi cambiamenti all’ambiente in classe, o di utilizzare luci troppo forti. Una cosa molto importante è quella di evitare il contatto fisico improvviso o continuo. Semplicemente approcciarsi con curiosità e diversità!. Come un extraterrestre che si è perso senza un manuale per sapere come orientarsi. Non desidero essere guarito da me stesso. Concedetemi la dignità di ritrovare me stesso nei modi che desidero. Riconoscere che siamo diversi l’uno dall’altro, che il mio modo di essere non è soltanto una versione guasta del vostro. Interrogatevi sulle vostre convinzioni. Lavorate con me per costruire ponti tra noi (Jim Sinclair).

L’atto creativo tra Neuroscienze e Psicologia

di Scilla Esposito L’atto creativo è unico e irripetibile, viviamo inconsapevolmente e costantemente come fossimo un’ “opera d’arte”, il nostro corpo relazionale interagisce più o meno consapevolmente, con altri corpi e in questo spazio di incontro si crea un vero e proprio linguaggio collettivo comune, dove lo scambio relazionale diventa legame produttivo,abbiamo, solo bisogno di rendercene conto, per diventare consapevoli di quanta potenza trasformativa ed aggregativa abbiamo a disposizione, proviamo ad ascoltare i nostri bisogni, accogliendo con slancio quella quota di originalità, imprevedibilità e unicità, necessarie per la nostra integrità.Fare arte è un esigenza essenziale per la sopravvivenza della nostra specie, ad oggi sono molte le ricerche scientifiche che individuano nell’incapacità creativa dell’uomo di Neanderthal una possibile motivazione della sua estinzione, a differenza del nostro antenato l’uomo di Cro-Magnon che ha saputo considerarla ed utilizzarla proprio come un vantaggio evolutivo, sopravvivendo, anche grazie ad essa e restando al passo con i grandi cambiamenti ambientali, proprio in virtù di questo potente adattamento creativo.Un interessante ricerca pubblicata sul “Scientific Reports” da Hiroki, secondo lo studio congiunto della Nagoya University e dell’Università di Tokio, in Giappone, ha concluso che tra le due specie esistevano significative differenze neuroanatomiche, Homo sapiens ha saputo adattarsi all’ambiente in maniera più flessibile, il suo cervello era dotato di una morfologia cerebrale diversa e più ampia nei correlati occipitali, strutture deputate alla comprensione e la produzione del linguaggio, della memoria di lavoro e della flessibilitàcognitiva. Tale condizione lascia dedurre che il pensiero creativo, gli insight trasformativi, l’arte del saper creare, abbiano in qualche modo giocato un ruolo determinante, tra le relazioni evolutive umane della specie, offrendo così una opportunità, adattativa superiore all’ambiente, alimentando occasioni di stimolazioni cognitive e condizioni di vissuti emotivi preziosi. La motivazione neurofisiologica strutturale, che spinge le persone a fare esperienzad’arte, si relativizza in una modalità di funzionamento specie specifica, in cui il paradigma scientifico delle neuroscienze porta la sua parte, chiaramente ciò non è sufficiente e quindi il paradigma delle scienze psicologiche aggiunge criteri, contenuti e prospettive, le due anime scientifiche si sostanziano con reciprocità, diventandoirriducibili l’una all’altra, nonostante siano radicalmente diverse, in quanto la prima tende a comprendere i processi biologici nelle esperienze, la seconda tenta di spiegare e comprendere la realtà dell’esperienza vissuta; l’interconnessione tra biologia, cognizione ed emozioni completano la comprensione dell’esperienza creativa, in cui il nostro “sentire”, viene totalmente travolto dalla situazione. La neurobiologia permette di indagare i meccanismi cerebrali responsabili di ciò che proviamo osservando una creazione d’arte o ascoltando una sinfonia musicale, l’attività metabolica delle regioni orbito frontali e l’aumento dell’attività elettrica della corteccia dorsolaterale sinistra sono osservabili attraverso immagini strumentali che abbiamo le neuroscienze ci mettono disposizione.Gli anni 90 sono stati anni di intensa ricerca neurofisiologica, il team Neuroscientifico di Parma di Rizzolati e Gallese individuò nell’area di Broca e nelle Corteccia parietale inferiore dei neuroni chiamati a specchio abilitati alla capacità di relazionarci con gli altri, la scoperta è probabilmente una delle più importante del XX secolo. Quando osserviamo un’azione compiuta da altri, ne apprendiamo le modalità empaticamente, proprio come fossimo noi stessi a compiere il gesto, ne apprendiamo il processo motorio, cogliamo i significati empatici, e mentalizziamo attraversol’esperienza il vissuto emozionale altrui. Secondo Vittorio Gallese infatti “percepire un’azione e comprenderne il significato, equivale a simularla internamente”. In questo processo neurofisiologico definito dal neuroscienziato “simulazione incarnata”, sono coinvolti i correlati celebrali dell’insula, il giro cingolato e l’amigdala aree implicate anche nell’esperienza emozionale, per quanto riguarda l’azione e l’osservazione dei gesti e dei processi motori, le porzione strutturali implicate sono quella rostrale anteriore, del lobo parietale inferiore, il settore inferiore del giro pre-centrale, la parte posteriore del giro frontale inferiore, in alcuni esperimenti si osservano attività anche in un’area anteriore del giro frontale inferiore, nella corteccia pre-motoria dorsale. La Psicologia da sempre si interessa di emozioni, ad oggi il dibattito è ancora aperto, non essendo ancora giunti ad una definizione univoca di come e dove nascono, sappiamo che il vissuto percepito della reazione ad uno stimolo, sia esso reale, sia essoimmaginario è caratterizzato da aspetti fisiologici e da aspetti cognitivi, che producono risposte intense e di breve durata, ma chiaramente non è totalmente sufficiente per la comprensione della loro natura.Il paradigma della dott.ssa Lisa Feldman Barrett ipotizza che siano un processo cocostruito in base alla cultura in cui viviamo, un processo in cui la determinazione dell’ intelligenza emotiva è fondamentale, in quanto sembrerebbe possibile riconoscere quale emozione si adatti meglio alla situazione attualizzata, per poi poterla creare, utilizzando i processi fisiologici a disposizione, in pratica più il numero delle emozioni riconosciute è alto più la possibilità di funzionare meglio abbiamo, tale capacità viene chiamata “granularità emotiva”, competenza che consente anche la capacità di mentalizzazione delle emozioni altrui. In sostanza, secondo la Barrett la “teoria dell’emozione costruita”, consente al cervello umano di essere predittivo relativamente all’esperienza, in quanto nel corso della nostra interazione con l’ambiente, abbiamo incorporato dei concetti che utilizziamo per intuire i futuri input sensoriali provenienti dal mondo e dal corpo categorizzandoli, creando esperienze significative, definite “concettualizzazioni situate” ossia fenomeni dinamici sensibili al contesto e all’ambiente. In altre parole, il nostro cervello costruisce categorizzazioni, di istanze emotive sulla base di conoscenze concettuali incarnate in precedenza, apprese grazie alle nostre esperienze immersive con l’ambiente. Grazie a queste conoscenze possiamo comprendere meglio quanto l’esigenza di creare, sia necessaria e insita in ogni individuo, è un vero proprio bisogno primario di realizzazione del sé, favorisce l’accrescimento dell’identità, sviluppando parti autentiche, coltivando le proprie aspettative essenziali, legate alla necessità di auto realizzazione attraverso la mediazione creativa. Attraverso l’atto creativo, grazie al gesto corporeo, alla fusione con le forme della materia, con i colori vivi e gli odori delle esperienze d’arte è possibile tuffarsi in un vissuto d’arte incarnata, in cui sentire, odorare, vedere, toccare, le emozioni diventa possibile, producendo occasioni potenti, al di là dei limiti generazionali, diventando occasione trasformativa e riparativa, una possibilità da cui partire, da cui ricominciare, una vera e propria opportunità evolutiva, uno spazio di realizzazione del possibile, una modalità di accudimento, di incontro a cui

L’attaccamento è la base dello sviluppo

Come mai i bambini, che siano appena nati o più grandicelli, cercano immediatamente la madre o il caregiver iniziando anche piangere appena ne sentono la lontananza? Questo comportamento di ricerca della figura genitoriale o in generale del caregiver, nelle situazioni di stress, fatica o di potenziale pericolo viene chiamato attaccamento. L’attaccamento è definito da Bowlby, come la ricerca attiva della vicinanza protettiva da parte di un membro della propria specie nei momenti di vulnerabilità interna o esterna. La vulnerabilità viene intesa sia una minaccia esterna come una situazione nuova, la presenza di un estraneo o effettivamente un pericolo ma anche una minaccia interna come il sentirsi male. Da questa definizione si capisce subito la funzione primaria dell’attaccamento, ovvero il garantire una maggiore probabilità di sopravvivenza. Infatti, se al momento della percezione del pericolo ne consegue una richiesta attiva di protezione questo fa si che un adulto possa provvedere alle esigenze di cura richieste dal bambino. Grazie anche agli studi etologici di Lorenz si è evinto che sia un comportamento innato permettendo lo sviluppo di studi concentrati sul verificare il collocamento cerebrale: l’attaccamento risiede nell’area limbica del cervello. L’attaccamento si sviluppa, secondo alcune tappe, nel corso dei primi anni di vita tramite la ripetizione, generalmente coerente, delle risposte genitoriali nei confronti delle richieste dei figli; in oltre la costruzione del legame di attaccamento permette la costruzione generale di uno sviluppo armonico. Tipicamente i comportamenti di attaccamento si manifestano nei primi anni di vita verso i caregiver di riferimento per poi allargarsi anche verso altre figure come i parenti, gli amici e poi successivamente si ampliano anche alle relazioni amorose. Bowlby parla di stili di attaccamento in quanto non ci esiste una sola modalità di relazione caregiver-bambino. I vari stili di attaccamento sono stati analizzati tramite l’esperimento della Strange Situation della Ainsworth. Da questo studio sono emerse diverse tipologie di relazione madre-bambino, Bowlby spiega che possano esserci diverse modalità di ricerca di protezione e che dipenda da come i genitori e i bambini interagiscano nei momenti di richiesta di protezione. Gli stili principali vengono chiamati sicuro (associato alla lettera B), evitante (A) e resistente (C). Il sicuro si configura, nel bambino piccolo, con una ricerca della vicinanza in modo attivo. Si associa una “consapevolezza” (data dalla costruzione di particolare Modello Operativo Interno) per la quale il bambino sa che per una sua richiesta di supporto ne conseguiranno le cure del caregiver e quindi il bambino si sente meritevole delle cure calmandosi calma al momento del ricongiungimento. L’evitante invece tende non essere ascoltato nei momenti di richiesta di aiuto e quindi ha sviluppato la “consapevolezza” di non essere adeguato a ricevere le cure. All’apparenza rimane imperturbabile provando a provvedere in modo autonomo ai propri bisogni o a reprimerli. Per quanto riguarda i resistenti (C) invece tendono a attivare eccessivamente e in modo iper-continuato i comportamenti di attaccamento in quanto non sono sicuri di ottenere una risposta da parte dei caregivers. È stato anche individuato un quarto stile, il disorganizzato (D), esso viene a svilupparsi solitamente con i bambini i cui genitori hanno severe patologie in quanto la loro risposta ai richiami è talmente imprevedibile da non poter garantire la costruzione di alcun tipo di attaccamento. Bibliografia Ainsworth M. D. S., Blehar M. C., Waters E., Wall S. (1978), Patterns of attachment: A Psychological Study of the strange Situation. Erlbaum. Hillsdale. Ainsworth, M. D. S., (1982). Attachment: Retrospect and Prospect. In C. M. Parkes, & J. Stevenson-Hinde (Eds.), The Place of Attachment in Human Behavior (pp. 3-30). New York. Basic Books Bowlby J. (1969/1982), Attachment and loss: I, Attachment. Hogarth Press, London. [Attaccamento e perdita: 1 L’attaccamento alla madre, Boringhieri, Torino 1972; 2a edizione Bollati Boringhieri, Torino 1989]. Bowlby J., (1973). Attachment and loss: 2, separation: anxiety and anger. Attachment. Hogarth press, London. [Attaccamento e perdita: 2, La separazione dalla madre, Boringhieri, Torino 1975]. Bowlby J., (1979). The making and breaking of affectional bonds. Tavistock, London. [Costruzione e rottura dei legami affeetivi, Raffaello Cortina Editore, Milano 1982]. Bowlby J., (1980). Attachment and loss: 3, Loss: sadness and depression. Hogarth Press, London. [Attaccamento e perdita: 3, La perdita della madre, Boringhieri, Torino 1983]. Bowlby J., (1982), Attachment and loss. (Vol. 1). Attachment (2nd ed.). New York, NY: Basic Books

L’Attaccamento Affettivo agli Oggetti: Quando Cose e Cuori si Legano

È comune osservare nei bambini un forte attaccamento a oggetti come coperte o peluche, ma anche gli adulti possono sviluppare legami significativi con oggetti materiali. Questo fenomeno, esaminato dalla psicologia, rivela molto sul nostro comportamento e sui nostri bisogni emotivi. Da Dove Nasce Questo Legame Psicologicamente, l’attaccamento affettivo agli oggetti può essere visto come una manifestazione del nostro bisogno di sicurezza e comfort. Gli oggetti diventano simboli di tranquillità e possono fungere da “oggetti di transizione”, come teorizzato dal pediatra e psicoanalista Donald Winnicott. Gli oggetti di transizione aiutano i bambini a passare dall’essere totalmente dipendenti dai genitori all’autonomia, fornendo un senso di sicurezza durante periodi di stress o cambiamento. Non Solo i Bambini Sebbene sia più evidente nei bambini, l’attaccamento agli oggetti non scompare con l’età. Gli adulti spesso attribuiscono significato sentimentale a oggetti come libri, gioielli o anche automobili, che possono rappresentare ricordi, persone care, o momenti felici della vita. Questi oggetti possono evocare comfort e offrire stabilità emotiva in momenti di cambiamento o solitudine. Il Valore Psicologico degli Oggetti Dal punto di vista psicologico, mantenere certi oggetti può aiutare a preservare l’identità personale e la continuità di sé nel tempo. In condizioni di lutto o perdita, oggetti che appartenevano a una persona amata possono servire come connessione tangibile a quella persona, aiutando nel processo di elaborazione del lutto. Quando l’Attaccamento Diventa un Problema Tuttavia, un eccessivo attaccamento agli oggetti può anche segnalare problemi psicologici, come nel caso dell’accumulo patologico, dove la difficoltà a separarsi dagli oggetti può portare a gravi condizioni di disordine domestico. Questo può essere il sintomo di problemi più profondi, come l’ansia, la depressione o disturbi ossessivo-compulsivi. Conclusione L’attaccamento affettivo agli oggetti è un fenomeno complesso che svolge molteplici funzioni nella nostra vita. Fornisce comfort e sicurezza, aiuta nella gestione del cambiamento e della perdita, e può anche essere un indicatore di salute mentale. Comprendere il significato psicologico dietro questo attaccamento può offrire intuizioni importanti sul comportamento umano e sulle strategie di adattamento. Nel contesto della psicologia, esplorare questi legami può aprire la strada a interventi più efficaci per coloro che soffrono di problemi legati all’accumulo o altri disturbi correlati.

L’atelofobia: una paura subdola con risvolti sociali

l'atelofobia

Una delle fobie sociali poco riconosciuta ma largamente diffusa è l’atelofobia. Essa nasce dalla paura di commettere sempre errori e di conseguenza non essere all’altezza delle situazioni e degli altri. La differenza con la sindrome dell’impostore sta nell’azione stessa. In quest’ultima patologia, la vittima non si riconosce meritevole del risultato o del successo ottenuto, mentre nell’atelofobia, per paura di sbagliare non agisce. Le manifestazioni più evidenti, oltre al non fare nulla di fronte ad uno stimolo, sono l’ansia e il panico, la cui esasperazione porta all’isolamento sociale. Nelle prime forme, l’atelofobia crea uno stato di stress, dovuto all’anticipazione cognitiva del senso di inadeguatezza. La scarsa stima di sé e delle proprie capacità gioca quindi il ruolo di manipolatore dei pensieri negativi, che si amplificano e riverberano in diversi contesti quotidiani. Il leit motiv ansioso ingigantisce inoltre anche le conseguenze dell’eventuale comportamento, virando ovviamente verso l’aspetto disastroso. Un punto cruciale da tenere in considerazione è che il desiderio di essere perfetti si sostituisce alla ricerca dell’efficienza. La vittima, quindi, per voler sembrare decisamente all’altezza del compito da eseguire si lascia trasportare dal senso del controllo al punto da paralizzarsi. Ed ecco che l’atelofobo comincia il suo stato di agitazione che nel tempo lo porta poi ad evitare continuamente le sfide quotidiane. Ciò che inoltre sono seriamente compromesse, sono le relazioni affettive e lavorative: non c’è fiducia nell’’assegnare un compito, non ci si può contare, portando così a forme di isolamento. Un’esperienza psicologica funzionale di riconoscimento delle proprie capacità e potenzialità rappresenta il primo passo verso una reale lettura della realtà e del compito da svolgere. C’è, quindi, in ogni situazione non solo margini di errori, ma soprattutto di miglioramento personale. “La perfezione non esiste…Perché ogni imperfezione è diversità…Possiamo essere molto più che perfetti. Possiamo essere sinceri e veri. Unici (Agostino Degas)

L’ansia. Il vortice che blocca il fluire della vita

L’ansia è un’esperienza naturale, fa parte della vita. Tuttavia, può sfociare in forme patologiche anche gravi e di sofferenza estrema. La parola ‘ansia’, dal latino angere, vuol dire ‘stringere’. Nel dizionario di Battaglia, l’ansia corrisponde a uno “stato tormentoso dell’anima, provocato dall’incertezza circa il conseguimento di un bene sperato o la minaccia di un male temuto”. Che cos’è l’ansia? Secondo la psicoterapia della Gestalt, l’ansia è una eccitazione. Un’energia vitale e creativa fondamentale per la sopravvivenza e la realizzazione di se stessi. Ogni persona ha una tensione naturale verso il soddisfacimento dei propri bisogni e desideri e tutte le risorse per affrontare la vita. Tuttavia, se dentro di sé, o nell’ambiente, viene a mancare il sostegno necessario per entrare in contatto con l’esperienza, l’eccitazione si blocca. Il sintomo dell’ansia nasce da una costrizione involontaria del petto che priva l’organismo della quantità adeguata di ossigeno. Rappresenta l’esito di un conflitto, tra l’eccitazione forte e l’autocontrollo eccessivo. Quando l’eccitazione è bloccata, la crescita creativa è bloccata. Di conseguenza si crea un accumulo di tensione psichica che genera malessere. E così, l’ansia perde la sua funzione naturale e si trasforma in un disagio. Ansia e emozioni: l’evitamento del contatto Esiste, dunque, un’ansia naturale, che fa parte della vita, e un’ansia patologica, che nasce da una perdita di contatto e di sé. Nell’articolo “l’inganno del tempo“, abbiamo visto come l’emozione sia sempre presente, in ogni momento dell’esistenza. In condizioni naturali, infatti, l’energia scorre in modo continuo, nel fluire della vita. Tuttavia, l’uomo occidentale tende a escludere dalla consapevolezza la continuità della sua esperienza. Poiché, sin da bambino, impara a considerare le emozioni come turbamenti da evitare. A privilegiare le esigenze del mondo esterno, a scapito del suo sentire e in cambio di riconoscimento. L’evitamento del contatto con l’esperienza proibita lascia insoddisfatti i propri bisogni autentici. Blocca la tendenza naturale all’autorealizzazione. Impedisce di ancorare la propria esistenza al tempo, come continuità della coscienza, fino a procurare, all’estremo, una dolorosa lacerazione interiore. Una perdita di significati che svuota la vita di senso. Le forme dell’ansia L’ansia può assumere varie forme. Può essere un’ansia generalizzata e manifestarsi nel vivere quotidiano in modo più o meno costante, come difficoltà di attenzione e stato di agitazione. E, tra gli altri possibili sintomi, con tachicardia, senso di oppressione al petto, nausea. Oppure, può essere un’ansia che si esprime mediante pensieri ossessivi e azioni ossessive che si impongono senza tregua. L’ansia si rivela in modo acuto, invece, con una esplosione dei sintomi, nelle fobie e negli attacchi di panico. In questi ultimi, vi è una scompensazione emozionale improvvisa e imprevedibile. Si tratta di un’angoscia devastante, che assume il volto del terrore, sconvolgendo una vita, fino a quel momento, in apparenza normale. Le cose dentro e fuori di sé diventano di colpo estranee. In pochi minuti si viene trascinati nella percezione di una incombente fine del mondo. Nello stato d’animo di una morte imminente. Il vortice di passato, presente e futuro Nell’ansia si crea un vortice di passato, presente e futuro, in cui predominano sentimenti di colpa, paura, solitudine e morte. Il passato, che non può essere storicizzato, oscura il presente con i ricordi. Mentre il futuro si spegne come orizzonte del possibile, per attualizzarsi mediante un’anticipazione di eventi densa di inquietudini. Fritz Perls definisce l’ansia come “la lacuna tra l’ora e il poi”. Chi non vive nel qui e ora, ma attraverso l’aspettativa del futuro, vive in una realtà falsamente presente. A differenza di chi si rifugia nel passato, non è fissato su ciò che è perduto, bensì su ciò che potrà accadere. Ma il suo modo di anticipare non è libero e aperto a ogni possibilità: segue una forma fissa. Una certa rigidità dettata dagli ideali e dal copione di vita. L’ansia fa vivere la vita come una insondabile ripetizione. L’ansia è energia vitale che chiede di essere liberata L’ansia è il sintomo basilare di ogni disagio. Talvolta presente in figura, talvolta sullo sfondo. E’ una richiesta di attenzione, che l’organismo invia, verso una parte di sé non riconosciuta che chiede di essere vista e accolta. E’ una situazione del passato rimasta incompiuta. Un bisogno insoddisfatto che reclama gratificazione. E’ l’energia vitale che non può fluire, intrappolata nei ‘devi‘ e nei ‘non essere‘ del mondo esterno, messi dentro sin da piccoli come pezzi propri. Nelle paure, che non trovano adeguato sostegno. Liberare l’energia bloccata implica un confronto doloroso con vissuti e aspetti che spaventano. Richiede uno spazio di cura e fiducia. Un lavoro di terapia che accompagni e sostenga questo contatto. In modo che ci si riappopri di se stessi e la vita possa essere vissuta nel qui e ora della realtà presente. Con consapevolezza e responsabilità. “La vita non è una domanda che deve trovare una risposta,ma un’esperienza che deve essere vissuta”.(Søren Kierkegaard) Bibliografia Borgna E. (2011). Le figure dell’ansia. Feltrinelli. Milano Iorio V. (2021). Il vortice dell’ansia. Articolo pubblicato in “Psicologi news scientific”. Anno I, n. 1-2 Perls F. Hefferline R. F. Goodman P. (1997). Teoria e pratica della terapia della Gestalt. Vitalità e accrescimento della personalità umana. Astrolabio. Roma.