L’Attaccamento Affettivo agli Oggetti: Quando Cose e Cuori si Legano

È comune osservare nei bambini un forte attaccamento a oggetti come coperte o peluche, ma anche gli adulti possono sviluppare legami significativi con oggetti materiali. Questo fenomeno, esaminato dalla psicologia, rivela molto sul nostro comportamento e sui nostri bisogni emotivi. Da Dove Nasce Questo Legame Psicologicamente, l’attaccamento affettivo agli oggetti può essere visto come una manifestazione del nostro bisogno di sicurezza e comfort. Gli oggetti diventano simboli di tranquillità e possono fungere da “oggetti di transizione”, come teorizzato dal pediatra e psicoanalista Donald Winnicott. Gli oggetti di transizione aiutano i bambini a passare dall’essere totalmente dipendenti dai genitori all’autonomia, fornendo un senso di sicurezza durante periodi di stress o cambiamento. Non Solo i Bambini Sebbene sia più evidente nei bambini, l’attaccamento agli oggetti non scompare con l’età. Gli adulti spesso attribuiscono significato sentimentale a oggetti come libri, gioielli o anche automobili, che possono rappresentare ricordi, persone care, o momenti felici della vita. Questi oggetti possono evocare comfort e offrire stabilità emotiva in momenti di cambiamento o solitudine. Il Valore Psicologico degli Oggetti Dal punto di vista psicologico, mantenere certi oggetti può aiutare a preservare l’identità personale e la continuità di sé nel tempo. In condizioni di lutto o perdita, oggetti che appartenevano a una persona amata possono servire come connessione tangibile a quella persona, aiutando nel processo di elaborazione del lutto. Quando l’Attaccamento Diventa un Problema Tuttavia, un eccessivo attaccamento agli oggetti può anche segnalare problemi psicologici, come nel caso dell’accumulo patologico, dove la difficoltà a separarsi dagli oggetti può portare a gravi condizioni di disordine domestico. Questo può essere il sintomo di problemi più profondi, come l’ansia, la depressione o disturbi ossessivo-compulsivi. Conclusione L’attaccamento affettivo agli oggetti è un fenomeno complesso che svolge molteplici funzioni nella nostra vita. Fornisce comfort e sicurezza, aiuta nella gestione del cambiamento e della perdita, e può anche essere un indicatore di salute mentale. Comprendere il significato psicologico dietro questo attaccamento può offrire intuizioni importanti sul comportamento umano e sulle strategie di adattamento. Nel contesto della psicologia, esplorare questi legami può aprire la strada a interventi più efficaci per coloro che soffrono di problemi legati all’accumulo o altri disturbi correlati.
L’atelofobia: una paura subdola con risvolti sociali

Una delle fobie sociali poco riconosciuta ma largamente diffusa è l’atelofobia. Essa nasce dalla paura di commettere sempre errori e di conseguenza non essere all’altezza delle situazioni e degli altri. La differenza con la sindrome dell’impostore sta nell’azione stessa. In quest’ultima patologia, la vittima non si riconosce meritevole del risultato o del successo ottenuto, mentre nell’atelofobia, per paura di sbagliare non agisce. Le manifestazioni più evidenti, oltre al non fare nulla di fronte ad uno stimolo, sono l’ansia e il panico, la cui esasperazione porta all’isolamento sociale. Nelle prime forme, l’atelofobia crea uno stato di stress, dovuto all’anticipazione cognitiva del senso di inadeguatezza. La scarsa stima di sé e delle proprie capacità gioca quindi il ruolo di manipolatore dei pensieri negativi, che si amplificano e riverberano in diversi contesti quotidiani. Il leit motiv ansioso ingigantisce inoltre anche le conseguenze dell’eventuale comportamento, virando ovviamente verso l’aspetto disastroso. Un punto cruciale da tenere in considerazione è che il desiderio di essere perfetti si sostituisce alla ricerca dell’efficienza. La vittima, quindi, per voler sembrare decisamente all’altezza del compito da eseguire si lascia trasportare dal senso del controllo al punto da paralizzarsi. Ed ecco che l’atelofobo comincia il suo stato di agitazione che nel tempo lo porta poi ad evitare continuamente le sfide quotidiane. Ciò che inoltre sono seriamente compromesse, sono le relazioni affettive e lavorative: non c’è fiducia nell’’assegnare un compito, non ci si può contare, portando così a forme di isolamento. Un’esperienza psicologica funzionale di riconoscimento delle proprie capacità e potenzialità rappresenta il primo passo verso una reale lettura della realtà e del compito da svolgere. C’è, quindi, in ogni situazione non solo margini di errori, ma soprattutto di miglioramento personale. “La perfezione non esiste…Perché ogni imperfezione è diversità…Possiamo essere molto più che perfetti. Possiamo essere sinceri e veri. Unici (Agostino Degas)
L’architettura psicologica dell’apprendimento corsaro

L’apprendimento ha molte facce, fra cui l’acquisizione di conoscenze e lo sviluppo di abilità di competenze. Con il termine “apprendimento corsaro”
L’ansia. Il vortice che blocca il fluire della vita

L’ansia è un’esperienza naturale, fa parte della vita. Tuttavia, può sfociare in forme patologiche anche gravi e di sofferenza estrema. La parola ‘ansia’, dal latino angere, vuol dire ‘stringere’. Nel dizionario di Battaglia, l’ansia corrisponde a uno “stato tormentoso dell’anima, provocato dall’incertezza circa il conseguimento di un bene sperato o la minaccia di un male temuto”. Che cos’è l’ansia? Secondo la psicoterapia della Gestalt, l’ansia è una eccitazione. Un’energia vitale e creativa fondamentale per la sopravvivenza e la realizzazione di se stessi. Ogni persona ha una tensione naturale verso il soddisfacimento dei propri bisogni e desideri e tutte le risorse per affrontare la vita. Tuttavia, se dentro di sé, o nell’ambiente, viene a mancare il sostegno necessario per entrare in contatto con l’esperienza, l’eccitazione si blocca. Il sintomo dell’ansia nasce da una costrizione involontaria del petto che priva l’organismo della quantità adeguata di ossigeno. Rappresenta l’esito di un conflitto, tra l’eccitazione forte e l’autocontrollo eccessivo. Quando l’eccitazione è bloccata, la crescita creativa è bloccata. Di conseguenza si crea un accumulo di tensione psichica che genera malessere. E così, l’ansia perde la sua funzione naturale e si trasforma in un disagio. Ansia e emozioni: l’evitamento del contatto Esiste, dunque, un’ansia naturale, che fa parte della vita, e un’ansia patologica, che nasce da una perdita di contatto e di sé. Nell’articolo “l’inganno del tempo“, abbiamo visto come l’emozione sia sempre presente, in ogni momento dell’esistenza. In condizioni naturali, infatti, l’energia scorre in modo continuo, nel fluire della vita. Tuttavia, l’uomo occidentale tende a escludere dalla consapevolezza la continuità della sua esperienza. Poiché, sin da bambino, impara a considerare le emozioni come turbamenti da evitare. A privilegiare le esigenze del mondo esterno, a scapito del suo sentire e in cambio di riconoscimento. L’evitamento del contatto con l’esperienza proibita lascia insoddisfatti i propri bisogni autentici. Blocca la tendenza naturale all’autorealizzazione. Impedisce di ancorare la propria esistenza al tempo, come continuità della coscienza, fino a procurare, all’estremo, una dolorosa lacerazione interiore. Una perdita di significati che svuota la vita di senso. Le forme dell’ansia L’ansia può assumere varie forme. Può essere un’ansia generalizzata e manifestarsi nel vivere quotidiano in modo più o meno costante, come difficoltà di attenzione e stato di agitazione. E, tra gli altri possibili sintomi, con tachicardia, senso di oppressione al petto, nausea. Oppure, può essere un’ansia che si esprime mediante pensieri ossessivi e azioni ossessive che si impongono senza tregua. L’ansia si rivela in modo acuto, invece, con una esplosione dei sintomi, nelle fobie e negli attacchi di panico. In questi ultimi, vi è una scompensazione emozionale improvvisa e imprevedibile. Si tratta di un’angoscia devastante, che assume il volto del terrore, sconvolgendo una vita, fino a quel momento, in apparenza normale. Le cose dentro e fuori di sé diventano di colpo estranee. In pochi minuti si viene trascinati nella percezione di una incombente fine del mondo. Nello stato d’animo di una morte imminente. Il vortice di passato, presente e futuro Nell’ansia si crea un vortice di passato, presente e futuro, in cui predominano sentimenti di colpa, paura, solitudine e morte. Il passato, che non può essere storicizzato, oscura il presente con i ricordi. Mentre il futuro si spegne come orizzonte del possibile, per attualizzarsi mediante un’anticipazione di eventi densa di inquietudini. Fritz Perls definisce l’ansia come “la lacuna tra l’ora e il poi”. Chi non vive nel qui e ora, ma attraverso l’aspettativa del futuro, vive in una realtà falsamente presente. A differenza di chi si rifugia nel passato, non è fissato su ciò che è perduto, bensì su ciò che potrà accadere. Ma il suo modo di anticipare non è libero e aperto a ogni possibilità: segue una forma fissa. Una certa rigidità dettata dagli ideali e dal copione di vita. L’ansia fa vivere la vita come una insondabile ripetizione. L’ansia è energia vitale che chiede di essere liberata L’ansia è il sintomo basilare di ogni disagio. Talvolta presente in figura, talvolta sullo sfondo. E’ una richiesta di attenzione, che l’organismo invia, verso una parte di sé non riconosciuta che chiede di essere vista e accolta. E’ una situazione del passato rimasta incompiuta. Un bisogno insoddisfatto che reclama gratificazione. E’ l’energia vitale che non può fluire, intrappolata nei ‘devi‘ e nei ‘non essere‘ del mondo esterno, messi dentro sin da piccoli come pezzi propri. Nelle paure, che non trovano adeguato sostegno. Liberare l’energia bloccata implica un confronto doloroso con vissuti e aspetti che spaventano. Richiede uno spazio di cura e fiducia. Un lavoro di terapia che accompagni e sostenga questo contatto. In modo che ci si riappopri di se stessi e la vita possa essere vissuta nel qui e ora della realtà presente. Con consapevolezza e responsabilità. “La vita non è una domanda che deve trovare una risposta,ma un’esperienza che deve essere vissuta”.(Søren Kierkegaard) Bibliografia Borgna E. (2011). Le figure dell’ansia. Feltrinelli. Milano Iorio V. (2021). Il vortice dell’ansia. Articolo pubblicato in “Psicologi news scientific”. Anno I, n. 1-2 Perls F. Hefferline R. F. Goodman P. (1997). Teoria e pratica della terapia della Gestalt. Vitalità e accrescimento della personalità umana. Astrolabio. Roma.
L’ansia: quando diventa un ostacolo che limita le azioni

Cosa si può fare quando si soffre di un disturbo d’ansia? La mindfulness può essere di aiuto? Cerchiamo di scoprirlo in questo articolo. Nel mio studio incontro Sandra. Non riesce a studiare, nè a lavorare, nè ad uscire. Quando provo a capire cosa succede in quei casi, la sua risposta è: “non so cosa succede o perchè, ma sto male!”. Approfondendo la situazione, capiamo che Sandra ha sviluppato un disturbo d’ansia. Quando solitamente si sente parlare di ciò, la prima reazione è l’ansia stessa! “E’ brutta, fa paura, non la voglio!”. Essa, infatti, si manifesta attraverso sensazioni di timore e apprensione, che possono essere correlate da tremori, sudorazione, palpitazioni. Tuttavia, ansia e paura sono emozioni che da sempre fanno parte della storia dell’uomo. Quando è talmente forte da interferire con il funzionamento generale dell’individuo, allora diventa disfunzionale e può trasformarsi in un “disturbo”. Come nel caso di Sandra. Come abbiamo agito con Sandra allora? Sicuramente spiegare il meccanismo che avvia il circolo vizioso dell’ansia può essere di aiuto, ma non basta. E’ infatti una reazione automatica che si crea dinanzi a contesti percepiti come pericolosi. Lavorare sulle strategie di evitamento che l’individuo adotta. Se aprire il libro per studiare mi crea ansia, evitare l’ansia (e quindi di aprire il libro) diventa la mia azione abituale. Ciò vuol dire che non studierò più, rimarrò indietro con gli esami e questo innescherà molti sensi di colpa e pensieri di non essere in grado. Esponendo, in caso contrario, il soggetto, alle situazioni che creano più agitazione, gli si farà sperimentare che è possibile “stare con l’ansia” e, nonostante essa, mettere in atto azioni che hanno valore. Perchè la mindfulness può essere di aiuto? La mindfulness può essere molto utile nei casi di ansia patologica poichè, durante la pratica, si riesce a ridurre l’attività del sistema nervoso simpatico che è alla base dei meccanismi di ansia. Con essa, inoltre, si possono affinare le abilità di osservazione di ciò che accade dentro e fuori di sè, aumentando la propria consapevolezza. Sandra, con tanto esercizio, è riuscita a riconoscere i pensieri come tali e a non farsi agganciare da essi, notando se stessa come “soggetto osservante”, nonchè a portare l’attenzione sul momento presente, senza focalizzarsi sui sintomi dell’ansia e sul circolo vizioso che solitamente si innescava con essi.
L’ansia generalizzata: conoscerla per affrontarla

Quando si ha un problema, è normale provare ansia o preoccuparsi fino a quando non si trovano delle soluzioni oppure si impara a conviverci, laddove è difficile risolvere. Ma l’ansia generalizzata è un’altra cosa. Ci si preoccupa delle cose minime per tanto, troppo tempo. La differenza, dunque, tra chi soffre di Disturbo d’Ansia Generalizzata e chi no sta nel fatto di preoccuparsi in modo efficace o patologico, eccessivo. Vediamo nel dettaglio di cosa si tratta. Nel DSM-5-TR (APA, 2022) quali sono i criteri diagnostici? Ansia e preoccupazioni eccessive che si manifestano per la maggior parte dei giorni per almeno 6 mesi; L’individuo ha difficoltà a controllare la preoccupazione; L’ansia o la preoccupazione è associata a 3 o più dei seguenti sintomi: sentirsi irrequieti, agitati; sentirsi stanchi facilmente; difficoltà a concentrarsi o vuoti di memoria; irritabilità; tensione muscolare; disturbi del sonno. Causano disagio clinicamente significativo o compromissione del funzionamento sociale, lavorativo o in altre aree importanti, Non è attribuibile agli effetti di sostanze o altre condizioni mediche; Non è meglio specificato da un altro disturbo mentale. Le cause del disturbo d’ansia generalizzata possono essere variabili psicologiche, biologiche e ambientali in relazione tra loro che costituiscono anche dei fattori di rischio. Ad esempio, vivere esperienze traumatiche; essere stati esposti per lungo tempo a fattori di stressanti; soffrire di malattie croniche e invalidanti; avere la tendenza ad essere pessimisti, introversi, a favorire l’evitamento, ma anche il desiderio di avere tutto sotto controllo; avere in famiglia qualcuno che già ne soffre; vivere in un ambiente educativo che, anche se inconsapevolmente, sprona a considerare pericoloso il correre dei rischi e a temere troppo le responsabilità e gli errori, iperprotettivo e poco incoraggiante. Ovviamente questo non dà la certezza di sviluppare un disturbo d’ansia ma fa aumentare la vulnerabilità a svilupparlo. Nel prossimo articolo porteremo l’attenzione alla natura dell’ansia e alle sue funzioni.
L’ansia dei buoni propositi tra obiettivi e ideali di perfezione

L’ansia dei nuovi propositi per il nuovo anno: in bilico tra obiettivi e ideali di perfezione irraggiungibili.L’avvento del nuovo anno è da sempre considerato un momento di bilancio e di profonda riflessione su quello appena trascorso. “Ho raggiunto i traguardi che mi ero prefissato? Quali obiettivi voglio perseguire in questo 2023?”Sono solo alcune delle domande più frequenti quando ci si avvicina al fatidico conto alla rovescia. L’abitudine di creare una lista di aspirazioni e buoni propositi per il nuovo anno è sicuramente preziosa. Ci aiuta ad allineare la nostra mente sui progetti futuri, facendo emergere ambizioni e desideri e stimolando la pianificazione per concretizzarli. Esiste però un rovescio della medaglia: talvolta i propositi che ci prefiggiamo sono molto più che ambiziosi, sono irrealistici. Nella nostra società siamo abituati ad essere troppo esigenti, soprattutto con noi stessi. Desideriamo tutto e subito, saltando al risultato. Dunque pretendiamo che il cambiamento sia immediato e non frutto di un processo graduale. La smania di arrivare immediatamente al risultato genera in noi un forte stress, una continua ansia da prestazione, che si trasforma in frustrazione ogni volta che non riusciamo a portare a termine l’obiettivo nei tempi e modi prefissati. Non solo, le nostre aspettative sono fortemente condizionate dagli ideali e dai modelli di perfezione della nostra società, amplificati dai social networks. Spesso vogliamo raggiungere determinati traguardi esclusivamente per ottenere approvazione sociale e rispondere ad un’immagine idealizzata e irrealistica. Lo scontro con questi standard di perfezione ci fanno star male, intrappolandoci in una spirale di ansia e insoddisfazione.
L’Ansia da Prestazione: Comprenderla e Superarla

L’ansia da prestazione è un fenomeno psicologico comune che colpisce individui in vari ambiti della vita, dal lavoro allo sport, fino alla sessualità. Si tratta di una condizione caratterizzata da un’intensa paura di fallire o di non essere all’altezza delle aspettative, portando a sintomi psicofisiologici che compromettono la performance. Le Cause dell’Ansia da PrestazioneL’ansia da prestazione può avere radici diverse, spesso riconducibili a fattori psicologici e ambientali. Tra le cause principali troviamo: Aspettative eccessive: l’autopercezione negativa e la paura del giudizio altrui creano un circolo vizioso che alimenta l’ansia. Esperienze passate negative: un fallimento precedente può generare una paura costante di ripetere l’errore. Pressione sociale e culturale: in molte aree della vita, la società impone standard elevati, inducendo un senso di inadeguatezza. Autocritica e perfezionismo: il desiderio di ottenere sempre risultati eccellenti può trasformarsi in un’ossessione, bloccando la naturale espressione delle proprie capacità. Fattori biologici e genetici: alcune persone potrebbero essere più predisposte all’ansia a causa di fattori ereditari o di alterazioni neurobiologiche legate alla regolazione degli ormoni dello stress, come il cortisolo. Mancanza di esperienza o preparazione: quando una persona non si sente adeguatamente preparata per affrontare una determinata situazione, l’ansia può aumentare. Sintomi e Manifestazioni L’ansia da prestazione si manifesta con una combinazione di sintomi fisici, emotivi e cognitivi. Tra i più comuni troviamo: Sintomi fisici: tachicardia, sudorazione eccessiva, tensione muscolare, tremori, nausea e difficoltà respiratorie. Sintomi emotivi: paura intensa, insicurezza, irritabilità, frustrazione e senso di inadeguatezza. Sintomi cognitivi: pensieri catastrofici, difficoltà di concentrazione, tendenza a rimuginare sugli errori. Sintomi comportamentali: evitamento della situazione ansiogena, procrastinazione, ricerca di continue rassicurazioni. Ansia da Prestazione e Sessualità Uno dei contesti più sensibili in cui si manifesta l’ansia da prestazione è la sfera sessuale. Uomini e donne possono sperimentare difficoltà legate alla paura di non soddisfare il partner, portando a problemi come disfunzione erettile, calo del desiderio o difficoltà nel raggiungimento dell’orgasmo. In questi casi, l’ansia crea un circolo vizioso in cui il timore del fallimento porta a un ulteriore peggioramento della performance.Uno degli aspetti più complessi dell’ansia da prestazione sessuale è la sua natura ciclica: un’esperienza negativa porta ad un aumento della preoccupazione e dell’autoconsapevolezza nella successiva occasione, il che può aggravare ulteriormente il problema. Inoltre, la comunicazione con il partner gioca un ruolo fondamentale: spesso, la mancata condivisione delle proprie paure e insicurezze peggiora il disagio emotivo e la qualità della relazione. Strategie per Superare l’Ansia da Prestazione Fortunatamente, esistono diverse strategie efficaci per affrontare e gestire l’ansia da prestazione: Modificare il dialogo interno: sostituire i pensieri negativi con affermazioni più realistiche e incoraggianti aiuta a ridurre la pressione su se stessi. Tecniche di rilassamento: pratiche come la respirazione diaframmatica, la meditazione e la mindfulness riducono la tensione e migliorano il controllo emotivo. Accettare l’errore come parte del percorso: normalizzare la possibilità di sbagliare permette di ridurre il peso emotivo della prestazione. Affrontare le proprie paure: invece di evitarle, esporsi gradualmente alle situazioni ansiogene aiuta a desensibilizzarsi e ad acquisire sicurezza. Terapia psicologica: il supporto di un professionista, come la terapia cognitivo-comportamentale, può aiutare a identificare le radici dell’ansia e fornire strumenti per affrontarla. Preparazione e allenamento mentale: visualizzare il successo e adottare tecniche di ripetizione mentale può essere utile per rafforzare la sicurezza nelle proprie capacità. Attività fisica regolare: l’esercizio fisico aiuta a ridurre i livelli di stress e migliora il benessere psicofisico, contribuendo alla gestione dell’ansia. Migliorare la comunicazione: nei casi di ansia da prestazione sessuale, parlare apertamente con il partner può ridurre la pressione e favorire un clima di comprensione e supporto reciproco. Quando Rivolgersi a un Professionista In alcuni casi, l’ansia da prestazione può diventare invalidante e interferire in modo significativo con la qualità della vita. È importante rivolgersi a un professionista quando: L’ansia è costante e persistente, compromettendo il benessere psicologico. Si evitano costantemente situazioni in cui ci si sente sotto pressione. Si sviluppano sintomi depressivi o una forte frustrazione a causa della paura di fallire. Le strategie di auto-aiuto non risultano efficaci.Uno psicologo o uno psicoterapeuta può aiutare attraverso percorsi mirati di terapia cognitivo-comportamentale, tecniche di rilassamento e strategie di gestione dello stress. In alcuni casi, può essere utile anche un supporto farmacologico, sotto supervisione medica, per alleviare i sintomi più intensi. Conclusioni L’ansia da prestazione è un problema comune, ma affrontabile. Accettare i propri limiti, adottare strategie di gestione dello stress e, se necessario, rivolgersi a un esperto, sono passi fondamentali per riconquistare la fiducia in se stessi e vivere le proprie esperienze con maggiore serenità. Ricordiamoci che il vero successo non sta nella perfezione, ma nella capacità di esprimere al meglio le proprie potenzialità, senza timore del giudizio altrui. Bibliografia Beck, A. T. (1976). Cognitive Therapy and the Emotional Disorders. New York: International Universities Press. Bandura, A. (1986). Social Foundations of Thought and Action: A Social Cognitive Theory. Englewood Cliffs, NJ: Prentice-Hall. Lazarus, R. S., & Folkman, S. (1984). Stress, Appraisal, and Coping. New York: Springer. Masters, W. H., & Johnson, V. E. (1966). Human Sexual Response. Boston: Little, Brown. Seligman, M. E. P. (1991). Learned Optimism: How to Change Your Mind and Your Life. New York: Knopf. Spielberger, C. D. (1972). Anxiety: Current Trends in Theory and Research. New York: Academic Press. Sarason, I. G. (1988). Anxiety, Self-Preoccupation, and Attention. Journal of Research in Personality, 22(3), 285-305. Zeidner, M. (1998). Test Anxiety: The State of the Art. New York: Springer.
L’ALTA SENSIBILITA’ ED I DISTURBI PSICOLOGICI

di Federico Rossi Uno dei tratti di temperamento più sottovalutati nella comprensione diagnostica dei pazienti èquella dell’alta sensibilità. Le persone altamente sensibili costituiscono circa il 20% dellapopolazione umana e hanno l’unicità di percepire e rispondere acutamente alle diverse sfumatureemotive e sensoriali del mondo che le circonda.Le persone altamente sensibili (PAS) sono dotate di un sistema nervoso centrale particolarmentereattivo, che le rende più suscettibili agli stimoli esterni. Nello specifico le PAS hannocaratteristiche neurobiologiche distintive che influenzano la loro profonda elaborazione delleinformazioni, la loro intensa risposta emotiva, la loro spiccata empatia ed alta sensibilità agli stimoliambientali esterni. Nello specifico: presentano un’aumentata attività cerebrale a riposo, con una maggiore attivazione delle areecoinvolte nell’elaborazione visiva e dell’attenzione; hanno specifiche variazioni genetiche legate ai neurotrasmettitori quali la serotonina, ladopamina e la norepinefrina; mostrano una maggiore reattività alla dopamina; hanno maggiore attività nei neuroni specchio; presentano una corteccia prefrontale ventromediale (vmPFC) più attiva; mostrano inoltre una maggiore attivazione della corteccia e dell’insula, specie del girotemporale medio (MTG).Queste caratteristiche si traducono in una maggiore sensibilità emotiva, sensoriale ed intuitiva. Lepersone altamente sensibili possono essere facilmente sovraccaricate dall’eccesso di stimolazioneesterna, come rumori forti, luci intense e/o situazioni caotiche ed essendo altamente empatichepossono percepire in maniera profonda le intenzioni ed emozioni altrui.Lo psicoanalista Carl Jung fu uno dei primi a parlare di “sensibilità innata”, introducendo i concettidi introversione ed estroversione nella psicologia della personalità. Successivamente, Hans JürgenEysenck collegò i concetti di Jung alla teoria del temperamento di Ippocrate, sottolineando ledifferenze tra persone introverse ed estroverse. Jerome Kagan, professore di psicologia evolutivapresso l’Università di Harvard, condusse studi longitudinali sui bambini, facendo una distinzione trabambini ‘inibiti’ e ‘disinibiti’. Secondo Kagan, i bambini ‘inibiti’ mostrano un comportamentocauto, introspettivo e timido di fronte a nuove situazioni e/o persone sconosciute. Hanno una sogliadi eccitazione più bassa della media e presentano una maggiore reattività del sistema nervososimpatico di fronte a queste situazioni.L’alta sensibilità, quale tratto temperamentale indipendente ed alla pari con la tendenzaall’estroversione o all’introversione, viene spesso confuso erroneamente con diversi disturbimentali. Mentre un individuo può essere molto sensibile, oltre ad avere anche un disturbopsicologico, l’alta sensibilità non è di per sé uno scompenso psicologico. Il disturbo psicologico èinfatti tipicamente caratterizzato da un insieme di sintomi cognitivi, emotivi e comportamentali chemettono a dura prova l’individuo, compromettendone il funzionamento sociale, professionale e nonsolo. Risulta necessario quindi comprendere come si differenzia l’alta sensibilità da un disturbo ditipo psicologico: Disturbi affettivi: i disturbi affettivi, quali la depressione ed il disturbo bipolare, hanno a chevedere con cambiamenti d’umore. Gli individui altamente sensibili oltre a ciò possonoprovare sentimenti di scarsa fiducia in se stessi o avere come la percezione di possedere una“pelle più sottile” degli altri, ma i disturbi affettivi veri e propri vanno ben oltre questesensazioni, includendo sintomi quali una tristezza pervasiva, mancanza di energia, disturbi del sonno e perdita di interesse nella vita, fino a coltivare pensieri suicidari. I disturbi di tipoaffettivo causano disagi significativi e compromissione del funzionamento quotidiano. Fobia sociale: la fobia sociale, nota anche come disturbo d’ansia sociale, è caratterizzatadall’intensa paura di essere giudicati o imbarazzati all’interno di situazioni sociali. Mentregli individui altamente sensibili possono sentirsi ansiosi in determinati contesti sociali, unadiagnosi di fobia sociale richiede disagio emotivo esplicito, comportamento evitante esintomi d’ansia specificamente correlati a determinate situazioni sociali temute. Disturbo post-traumatico da stress (PTSD): il disturbo da stress post-traumatico è unarisposta ad un evento traumatico che coinvolge sintomi quali ricordi intrusivi,intorpidimento emotivo, evitamento di fattori scatenanti, ipervigilanza e problemi di sonno.Gli individui altamente sensibili possono essere più in sintonia con il loro ambiente, mentreil disturbo da stress post-traumatico si distingue in quanto derivante da una specificaesperienza traumatica che si manifesta in una gamma più ristretta di stimolazioni esterne. Disturbi di personalità: i disturbi di personalità, quali i disturbi borderline, ansioso-evitante enarcisistico, esitano in problematiche significative nei tratti della personalità, nei modellicomportamentali e nel funzionamento interpersonale. Mentre gli individui altamentesensibili possono condividere alcune caratteristiche, quale l’intensità emotiva o la sensibilitàalle critiche, sono la gravità, la consistenza e la gamma dei sintomi a differenziare i disturbidi personalità dall’alta sensibilità temperamentale. A titolo esemplificato, una personapsicologicamente sana ed altamente sensibile risulta possedere una bassa impulsività,caratteristica opposta a quella di una persona con diagnosi borderline. Bibliografia “The Highly Sensitive Person” di Elaine Aron“The Highly Sensitive Man” di Tom Falkenstein
L’alessitimia

Il termine alessitimia o alexitimia deriva dal greco (a- significa «mancanza», lexis «parola» e thymos «emozione») con il significato di “mancanza di parola per esprimere le emozioni” ed è stato coniato da Sifneos nel 1973 successivamente ad una serie di colloqui effettuati con pazienti con malattie psicosomatiche classiche. Ad oggi, possiamo definire l’alessitimia un costrutto dimensionale o tratto di personalità (Taylor, Bagby, Parker, 1991). Le persone alessitimiche hanno difficoltà a mentalizzare i propri stati mentali interni e per questo possono avere difficoltà a gestire le proprie emozioni in modo sano. Possono essere più propensi a reagire in modo impulsivo o compulsivo (ad esempio abbuffarsi di cibo o l’abuso di sostanze) (Caretti, La Barbera, 2005). Il concetto di alessitimia (Nemiah, Freybarger e Sifneos, 1976) è multisfaccettato in quanto costituito: dalla difficoltà nell’identificare e descrivere le proprie emozioni (con un vocabolario emotivo limitato), dalla difficoltà nel distinguere i sentimenti emotivi dalle sensazioni corporee, uno “stile di pensiero orientato all’esterno”, un’immaginazione e attività fantasmatica limitata. Per comprendere a pieno l’alessitimia, è importante capire la differenza tra emozioni (emotions) e sentimenti (feelings). Le emozioni (emotions) sono risposte biologiche innate che sono mediate dal sistema nervoso centrale. Sono spesso accompagnate da cambiamenti fisici, come il battito cardiaco accelerato, la sudorazione o la tensione muscolare. Le emozioni sono fondamentali per la sopravvivenza della specie, poiché ci aiutano a rispondere a situazioni di pericolo o di stress. I sentimenti (feelings), invece, sono esperienze soggettive che si basano sulle emozioni. Sono mediati dal cervello e dipendono da fattori individuali, come la cultura, le esperienze personali e le credenze. I sentimenti ci aiutano a comprendere e interpretare le nostre emozioni. Le persone alessitimiche hanno difficoltà a comprendere e interpretare i loro sentimenti. Possono provare emozioni, ma non sono in grado di identificarle o di descriverle in modo appropriato. Possono anche avere difficoltà a comprendere le emozioni degli altri (Taylor, 2004). Bibliografia Caretti, V., & La Barbera, D. (2005). Alessitimia. Valutazione e trattamento. Roma: Astrolabio Nemiah, J. C., Freyberger, H., & Sifneos, P. E. (1976). Alexithymia: A view of the psychosomatic process. In O. W. Hill (Ed.), Modern trends in psychosomatic medicine (Vol. 3; pp. 430-439). London: Butterworths. Sifneos, P. E. (1973). The prevalence of “alexithymic” characteristics in psychosomatic patients. Psychotherapy and Psychosomatics, 22(2-6), 255–262. Taylor, G. J. (2004). Alexithymia: 25 years of theory and research. In I. Nyklíček, L. Temoshok, & A. Vingerhoets (Eds.), Emotional expression and health: Advances in theory, assessment and clinical applications (pp. 137–153). Brunner-Routledge. Taylor, G. J., Bagby, R. M., & Parker, J. D. (1991). The alexithymia construct: A potential paradigm for psychosomatic medicine. Psychosomatics: Journal of Consultation and Liaison Psychiatry, 32(2), 153–164.