Paura: scoperta la molecola che ci fa spaventare

Si conosce da tempo il ruolo dell’amigdala nella generazione dell’esperienza di paura. Una piccola e potentissima porzione di tessuto del nostro cervello, a forma di mandorla e delle dimensioni di un grosso fagiolo, è di fatto la responsabile del nostro sistema di allerta e di protezione. L’amigdala è una formidabile e complessa centralina: ci aiuta a rilevare le minacce intorno a noi, elabora le paure e altre emozioni che le minacce, più o meno reali, suscitano nel cervello e segnala alla nostra mente e ai nostri muscoli che dobbiamo preparare una risposta: che sia fuggire o combattere, oppure paralizzarci. L’amigdala è anche la parte del cervello coinvolta nella formazione dei ricordi spaventosi: un adattamento evolutivo essenziale, che ci aiuta a sopravvivere attraverso il comportamento appreso. Se manteniamo memoria dei pericoli possiamo essere maggiormente al sicuro; potremo evitarli o attrezzarci per combatterli, potremo collaborare con i nostri simili per proteggerci a vicenda e costruire solidarietà e aiuto reciproco, ma anche, nell’ approccio opposto, diffidenza e distanza per preservarci dalle minacce. Insomma, questa funzione utilissima alla nostra sopravvivenza, la memoria della paura, svolge purtroppo anche un ruolo in diversi disturbi mentali, come ad esempio nel disturbo da stress post-traumatico (PTSD), una condizione patologica innescata dall’aver vissuto in prima persona un evento terrificante o dall’avervi assistito, che origina sintomi pesantemente invalidanti, ansia frequente e molto intensa, calo del tono dell’umore, oltre a provocare pensieri, immagini e ricordi intrusivi, come se la persona rivivesse nel presente l’episodio traumatico. Ma come fa l’amigdala ad elaborare la paura e a trasformare semplici segnali sensoriali in campanelli d’allarme emotivi? Il Salk Institute for Biological Studies di La Jolla, San Diego, California, ha aperto un nuovo scorcio nell’esplorazione dei meccanismi che costruiscono la paura. I ricercatori hanno scoperto un percorso molecolare chiave nel cervello che distilla immagini, suoni e odori minacciosi e ci dice di provare paura. Combina tutti i segnali provenienti dai nostri organi di senso e li integra in una sensazione perfettamente integrata. In uno studio pubblicato lo scorso agosto sulla rivista Cell Reports, i ricercatori del Salk hanno individuato nel cervello una minuscola proteina: il peptide correlato al gene della calcitonina (CGRP). Hanno scoperto che, nel cervello dei topi, due distinte popolazioni di neuroni CGRP, una nel talamo e una nel tronco cerebrale, assemblano i segnali provenienti da vista, udito, gusto, olfatto e tatto in un segnale unificato di pericolo nell’amigdala. In questo modo trasmettono un forte avvertimento di pericolo, che consente all’animale di rispondere rapidamente alle minacce percepite. Inoltre, i ricercatori hanno scoperto che lo stesso percorso è coinvolto in modo critico nella formazione della memoria della paura. La scoperta di questo percorso sensoriale unificato, che combina in un unico segnale le minacce sensoriali provenienti da tutto il cervello e le trasmette all’amigdala, dimostra esattamente ciò che i neuroscienziati conoscevano da tempo e apre a molti possibili approfondimenti per passare dal modello animale all’uomo. Ricerche precedenti avevano infatti ampiamente dimostrato che, mentre molti percorsi diversi trasmettono indipendentemente suono, vista, tatto e altri potenziali segnali di pericolo attraverso più regioni del cervello, in qualche modo l’amigdala riceve questo input totale in parallelo, tutto in una volta. Quello che mancava era capire come il cervello potesse ottenere questo raggruppamento di segnali: il team di ricercatori del Salk ha scoperto che i responsabili di questo compito sono i neuroni con il neuropeptide CGRP. Come in tutti i sistemi, il malfunzionamento del nostro sistema di allarme può portare a falsi allarmi. Le persone, in questo caso, percepiscono come minacce segnali sensoriali altrimenti avvertiti come assolutamente normali. I disturbi di ipersensibilità possono ovviamente anche influenzare la memoria del pericolo, come si può intuire anche dall’esperienza quotidiana. Ma è possibile trovare modi per calmare il sovraccarico sensoriale manipolando il circuito di allarme? Secondo i ricercatori del Salk, ora che i circuiti cerebrali specifici che trasformano i segnali sensoriali negativi in paura sono stati indagati, questa scoperta di base potrebbe suggerire modi per placare la paura o i suoi effetti sviluppando farmaci antagonisti, indicati per le persone che soffrono di disturbo da stress post-traumatico o di disturbi di ipersensibilità, come accade ad esempio nello spettro autistico. La strada è ancora lunga: occorre infatti trovare terapie che aiutino a calmare il circuito quando agisce in modo anomalo, preservando tuttavia e non compromettendo il ruolo chiave del nostro sistema di allarme in caso di pericoli reali, come un terremoto o un incendio. Gli studi dello Stalk dimostrano che i neuroni all’interno dell’amigdala che utilizzano il peptide CGRP sono fondamentali per combinare insieme, nel contesto della minaccia, informazioni provenienti da sensi diversi e trasformarle in un’esperienza integrata. Siccome i bloccanti del CGRP sono stati recentemente sviluppati in studi clinici con oggetti completamente differenti, rivelandosi come trattamenti efficaci per l’emicrania, questo aprirebbe la via a possibili ricerche sugli effetti clinici del blocco del CGRP negli esseri umani anche per ciò che concerne i disturbi del funzionamento del nostro sistema di allarme. Tre anni di pandemia, la guerra in Europa e il fantasma delle armi nucleari hanno prepotentemente messo la paura al centro delle nostre sensazioni quotidiane, con un ampio spettro di manifestazioni e di manipolazioni sociali, culturali e politiche di uno dei meccanismi più utili alla nostra sopravvivenza, ma allo stesso tempo responsabile di possibili risposte ipertrofiche e disfunzionali che tanto influenzano la vita degli esseri umani: dalla ricerca dei meccanismi può venire qualche prima, utile, risposta e un’accelerazione delle strategie di contenimento dei malfunzionamenti, nella direzione di alleviare i sintomi. Con implicazioni future forse assai più grandi di quanto possiamo ora immaginare.
Il disagio della generazione post Covid: tra suicidio e Hikikomori

Il disagio psicologico della generazione post Covid: tra tentativi di suicidio e Hikikomori (sindrome da ritiro sociale).Lo scenario della salute mentale dei giovani, post pandemia, non è affatto rassicurante. I nostri ragazzi sono sempre più spaventati, costretti a subire traumi ripetuti e scenari apocalittici: dal Covid alle guerre, fino alla crisi economica mondiale. Il sentiment condiviso è di sfiducia per il futuro delle nuove generazioni, che crescono in assenza di certezze, speranze, obiettivi.La conseguenza è un ritiro dal mondo, dalla vita, in senso figurato o purtroppo letterale. Il Presidente della Federazione Italiana Medici Pediatri Antonio D’Avino ha condiviso dei dati allarmanti. Negli ultimi due anni si registra un caso al giorno di suicidio tra adolescenti con una percentuale del 75%. L’ospedale pediatrico “Bambino Gesù” di Roma ha rilevato un aumento di oltre il 60% nel biennio 2020-21 degli accessi per per ideazione suicidaria, tentativo di suicidio e autolesionismo. Non solo: Il numero di consulenze neuropsichiatriche richieste per stati depressivi o ansiosi è aumentato di ben 11 volte. Nello specifico, sono aumentate di circa 40 volte le consulenze urgenti per ideazione e tentativi di suicidio. La costante di questo forte disagio è il desiderio di scomparire, dalla vita reale come da quella sociale. Infatti, i dati sulla sindrome di Hikikomori, riportati dal Presidente di Hikikomori Italia al congresso FIMP, parlano di 100mila giovani che hanno scelto l’isolamento sociale nel periodo post Covid. I dati dell’Associazione Nazionale Hikikomori parlano di una prevalenza di maschi affetti dalla sindrome, pari all’87%. L’età media di insorgenza dei primi segnali del fenomeno si aggira intorno ai 15 anni, nel delicato passaggio tra scuole medie alle superiori. Emerge come un grido il bisogno vitale di un supporto psicologico costante. Da un lato per recuperare i casi in cui il disagio è conclamato; dall’altro per svolgere un’azione preventiva e aiutare i giovani a sviluppare efficaci strategie di coping in questo momento così delicato.
STRESS POST TRAUMATICO: I PEAKY BLINDERS

A partire dall’analisi dei personaggi chiave dei film e delle serie tv possiamo comprendere meglio alcuni concetti psicologici, tra cui il Disturbo Post-Traumatico da Stress. In questo caso illustreremo il Disturbo Post-Traumatico da Stress a partire da uno dei protagonisti chiave di una nota serie tv “Peaky Blinders”: Thomas Shelby. Per chi non lo sapesse, Thomas Shelby è il capo di una band di Birmingham chiamata Peaky Blinders. Questo nome deriva da una particolare forma di paraocchi del berretto all’interno del quale nascondono una lametta che viene usata come arma. Questa serie tv racconta le vicende della famiglia Shelby, che, dopo il ritorno dalla guerra di Thomas e dei suoi fratelli, vuole riprendere gli affari lasciati in sospeso nel mondo della criminalità. Ma cosa succede? Una volta conclusa la Prima Guerra Mondiale, la vita degli Shelby non è più come prima. La guerra, infatti, ha lasciato degli strascichi importanti sulla loro personalità e ha portato allo sviluppo del Disturbo Post-Traumatico da Stress. Il Disturbo Post-Traumatico da Stress (PTSD) è una condizione che si sviluppa solitamente dopo essere esposti a eventi traumatici stressanti, come potrebbe essere la guerra. Uno dei sintomi caratteristici è il continuo rivivere l’evento traumatico. Nel nostro caso, Thomas Shelby ha ricorrenti e intrusivi flashback, durante i quali ricorda i combattimenti al fronte. Questa condizione può comportare una perdita di lucidità e, dunque, esporre anche il rischio del suicidio. Può capitare anche che si presentino stati dissociativi, dove la persona agisce e si sente come se l’evento si stesse ripresentando. Inoltre, le persone che soffrono di PTSD sperimentano disagio psicologico e reattività fisiologica nel momento in cui vengono esposti a eventi/stimoli che assomigliano a qualche aspetto dell’evento traumatico. Di regola, infatti, la persona si sforza volontariamente per evitare pensieri e conversazioni che possano in qualche modo ricordare il trauma. In questi casi, le persone tendono a presentare sintomi di ansia che portano a difficoltà di addormentarsi o a mantenere il sonno, incubi, irritabilità e scoppi d’ira. Questo è ben visibile nei fratelli di Thomas: Arthur e John, infatti, sono molto aggressivi e irritabili e provano piacere nel minacciare e uccidere. Proseguendo, solitamente dopo l’evento traumatico queste persone provano un minor interesse nei confronti del mondo esterno, chiamato paralisi psichica o anestesia emozionale. Nel nostro caso, Thomas Shelby manifesta dei sentimenti di distacco nei confronti degli altri, tanto che vuole portare a termine la maggior parte dei suoi affari autonomamente anche di fronte a grandi difficoltà. Da questo articolo, si evince come i film e le serie tv riproducano esperienze di vita reali e molto vicine alla disciplina psicologica. Al di là del loro intento cinematografico, essi possono contestualizzare importanti tematiche stimolando la riflessione in chi legge. In questo caso emerge quanto sia importante nella vita reale elaborare i traumi del passato per fare in modo che essi non condizionino il proprio presente e futuro. Tutto questo soprattutto senza aver paura di chiedere aiuto esterno! BIBLIOGRAFIA: Sanavio, E., & Cornoldi, C. (2017). Psicologia clinica. Terza Edizione aggiornata al DSM-5. Bologna: Il Mulino
Il fenomeno Jeffrey Dahmer

La serie tv Dahmer ha debuttato un paio di settimane fa, diventando rapidamente una delle serie più popolari di Netflix e soprattutto arrivando ad essere un argomento molto dibattuto tra i giovani su Tik Tok. Prima di entrare nel merito delle polemiche, raccontiamo per grandi linee la trama di questa miniserie composta da 10 episodi. La storia ripercorre la vita di Jeffrey Dahmer, passato alla storia come Mostro di Milwaukee per aver ucciso brutalmente diverse persone tra il 1978 e il 1991. La serie, oltre a focalizzarsi sui vari omicidi compiuti da Dahmer, si sofferma anche sulla psicologia del personaggio, andando ad indagare le vicende di un’infanzia infelice e problematica che l’hanno portato dall’essere semplicemente Jeffrey, a trasformarsi in un mostro capace di uccidere e mangiare le sue vittime. Questa descrizione del personaggio ha portato i telespettatori a guardare il killer con occhi diversi, questo è successo sia perché si è distratti dalla bravura dell’attore che ha intrepretato Dahmer con una interpretazione magistrale, sia perché si è descritta la dolorosa vita del protagonista che emerge in primo piano rispetto alla brutalità degli eventi accaduti. Da parte della serie non c’è alcun tentativo di giustificazione, sia ben chiaro. Semmai si cerca di contestualizzare cotanta malvagità che, a questi livelli, risulta contro natura. Per farlo si dà voce anche alle vittime, passando dal loro punto di vista a quello del serial killer. A conquistare quindi è il cortocircuito tra una storia agghiacciante, che definiresti di fantasia ma che invece non lo è. Diventando così una realtà ancora più terribile. La serie è stata subissata da critiche da parte della comunità lgbtq+ e dai familiari delle vittime che hanno trovato traumatico assistere a un ritorno di interesse del pubblico nei confronti del serial killer cannibale. Questo grande interesse del pubblico ha quindi trasformato Dahmer da serial Killer a personaggio da ricordare, diventando anche un costume di Halloween. Ed è proprio questo che non riusciamo a spiegarci, com’è possibile che persone capaci di atti così violenti e sconvolgenti diventino dei veri e propri personaggi famosi e, in ultimo, attirino così tanto la nostra attenzione? Alla base di questo fascino così duraturo c’è anche il nostro desiderio, quasi una necessità, di trovare una spiegazione a ciò che ci appare come inconcepibile, mostruoso, disumano. Perché se per l’efferatezza, le mutilazioni, la ferocia si può trovare una spiegazione “logica” e psicologica allora ci fanno meno paura e possono essere previste e prevenute.
Narrazioni nelle relazioni scuola-famiglia

Narrazioni nella relazione scuola-famiglia
10 Ottobre Giornata Mondiale della Salute Mentale

La Giornata Mondiale della Salute Mentale (World Mental Health Day) si celebra oggi, 10 ottobre. Ogni anno, da 30 anni, questa data è dedicata alla promozione, prevenzione e promulgazione della salute mentale e del benessere psicologico. La Federazione Mondiale per la Salute Mentale (World Federation for Mental Health) ha istituito questa giornata nel 1992, riconosciuta anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS); il suo obiettivo è quello di promuovere la consapevolezza e la difesa della salute mentale contro lo stigma sociale, attraverso campagne e attività di promozione e sensibilizzazione. La salute mentale è parte integrante della salute e del benessere. Questo viene sottolineato dalla definizione di salute della Costituzione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS): “La salute è uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, e non semplice assenza di malattia o di infermità”. Ogni anno si porta il focus della giornata su un argomento diverso legato alla salute mentale e al benessere psicologico. Per la Giornata Mondiale della Salute Mentale 2022 è stato scelto il tema “Rendere la salute mentale e il benessere di tutti una priorità globale” (Make Mental Helath & Well-Being For All a Global Priority). Con questo tema si cerca di sottolineare l’importanza di incentivare e attivare politiche che portino la salute mentale al centro del dibattito politico, sociale e collettivo. Stigma e discriminazione continuano a rappresentare una barriera all’inclusione sociale e all’accesso alle cure adeguate. Obiettivo del 10 ottobre 2022 è quello di sviluppare e rafforzare le conoscenze, le competenze, i processi e le risorse di cui i servizi di salute mentale e le comunità necessitano, così da poter dare una risposta rapida ed efficace ai bisogni di salute mentale delle persone. Proprio in questo periodo storico, scosso da guerre, emergenza climatica ed effetti a lungo termine della pandemia, risulta di grande importanza sottolineare la necessità di promuovere benessere psicologico e salute mentale, che deve diventare una priorità alla portata di tutti. Anche se la consapevolezza dell’importanza della salute mentale è sempre più diffusa, è necessario lavorare sempre più affinché la prevenzione dei disturbi mentali e il benessere di ogni cittadino sia possibile. “Il tema della Giornata mondiale della salute mentale del 2022 Rendere la salute mentale e il benessere per tutti una priorità globale ci offre l’opportunità di riaccendere i nostri sforzi per rendere il mondo un posto migliore.Siamo ad un bivio. È imperativo prendere la strada giusta.” (Professor Gabriel Ivbijaro MBE JP) #WorldMentalHealthDay #WMHD2022 Per approfondire: https://wmhdofficial.com/ https://www.salute.gov.it/portale/saluteMentale/dettaglioNotizieSaluteMentale.jsp?lingua=italiano&menu=notizie&p=dalministero&id=6019 https://www.huffingtonpost.it/blog/2022/10/08/news/psicologo_giovani-10368888/
Guardiamo attraverso ciò che siamo: la “verità” di Silente

Tutti noi guardiamo il mondo attraverso ciò che siamo. Ma allora, cos’è la “verità” secondo la psicologia? Harry: è vero tutto questo… o sta accadendo dentro la mia testa? Silente: Certo che sta accadendo dentro la tua testa, Harry. Vorrebbe voler dire che non è vero? Okay, lo ammetto: sono una fan di Harry Potter. Ma in questa meravigliosa scena tratta dalla seconda parte di “Harry Potter e i doni della morte” Silente, nella sua semplicità, esprime un argomento ampiamente condiviso e discusso in psicologia: il concetto di “Realtà” Spesso siamo alla ricerca della verità, ma esiste davvero? O meglio, di quale verità stiamo parlando? Immaginate di osservare un quadro in una galleria d’arte. Siete certi di guardare lo stesso oggetto che sta osservando la persona accanto a voi? Immaginate di star osservando il vostro dipinto preferito, durante un viaggio desiderato da tanto. Sentite e assaporate le emozioni che vi suscita: serenità, felicità, gioia, curiosità. Immaginate i colori e le forme, vivide e precise. Immaginate invece che alla persona accanto a voi lo stesso quadro non piaccia, che abbia appena litigato con il proprio partner e che sia tremendamente affamato. Le forme e i colori che guarderà saranno ugualmente accesi e vividi come li vedete voi? Il ricordo sarà ugualmente chiaro e piacevole come il vostro? La stessa realtà oggettiva sarà decisamente diversa per due sguardi distinti. Ogni giorno filtriamo ciò che accade intorno a noi attraverso le lenti della nostra storia, degli schemi interiorizzati, delle relazioni e delle emozioni che ci circondano. Tutto ciò che suscita una sensazione diventa quindi “vero” per noi, e non c’è persona o argomentazione che tenga ad affermare il contrario. Se per me è importante, è reale, e in quanto tale deve essere affrontato e discusso. Affermare la propria verità è l’atto di rispetto e di amore verso sè stessi più profondo che possa esserci. Ciò che possiamo fare è divenire consapevoli delle nostre lenti, e renderle più vivide e tinte dei nostri colori preferiti!
La terapia cognitivo-comportamentale nella pratica clinica

La terapia cognitivo-comportamentale si avvale di molte tecniche. Proviamo a prenderne in rassegna alcune, utili nel lavoro con i pazienti. Nei precedenti articoli abbiamo più volte messo in risalto l’importanza che assume la famiglia, nel lavoro con i più piccoli. In questo articolo vogliamo spiegare alcune delle strategie che possono essere utilizzate nella pratica clinica, al fine di chiarire i principi alla base di una terapia cognitivo-comportamentale. In particolare, verrà spiegato: il significato di controllo dello stimolo; l’apprendimento senza errori; l’analisi del compito. Cosa si intende per controllo da parte dello stimolo? Sono tutte quelle situazioni in cui uno stimolo controlla, modifica o determina un comportamento. Facciamo un esempio: quando siamo in macchina e vediamo che il semaforo è rosso, ci fermiamo. Il rosso è lo stimolo che controlla il nostro comportamento di fermarci. Nell’ambiente naturale, siamo circondati da numerosi stimoli che determinano i nostri comportamenti. Durante una psicoterapia, la figura dello psicoterapeuta può fungere da stimolo: sia tramite il comportamento (la postura, il tono di voce, uno sguardo), ma anche attraverso ciò che dice verbalmente. Prima di procedere, ricordiamo innanzitutto l’importanza che assume l’analisi funzionale nella terapia cognitivo-comportamentale: in ogni situazione c’è qualcosa che determina un comportamento (antecedente), il comportamento che deriva dall’antecedente e la conseguenza (A-B-C). L’apprendimento senza errori E una particolare forma di controllo dello stimolo. L’apprendimento senza errori consiste nell’inserire nell’antecedente un aiuto che renda improbabile una risposta sbagliata. Questa forma di aiuto viene definita prompt. Ad esempio, quando chiedo ad un bambino di indicarmi l’immagine di una casa, lo aiuto fin da subito ad emettere il comportamento corretto attraverso diverse tipologie di prompt (fisico, gestuale). A questa forma di aiuto deve poi seguire il fading che consiste nell’attenuarlo in maniera graduale finchè il bambino non avrà più bisogno di essere aiutato. L’analisi del compito L’ultima strategia presa in considerazione in questo articolo è l’analisi del compito. Anche questa tecnica lavora sull’antecedente e spesso viene usata per favorire delle autonomie. Quando ad esempio un compito è troppo complesso, si può suddividerlo in sotto-obiettivi. Pensiamo all’azione di lavarsi le mani: apro il rubinetto, metto le mani sotto l’acqua, schiaccio il sapone, strofino le mani, metto le mani ancora sotto l’acqua, chiudo il rubinetto, asciugo le mani. Questa è un’analisi del compito. Attraverso il raggiungimento di ogni sotto-obiettivo, gradualmente, quel soggetto potrà apprendere l’intera azione. Nel prossimo articolo, prenderemo in considerazione altre strategie che utilizzano i conseguenti di un comportamento.
Robot al posto dei terapeuti? Un’occhiata all’intelligenza artificiale

Sono sempre più numerose le app per la salute e il benessere mentale e mentre alcune sono semplicemente una trasposizione digitale di interventi che prima potevano avvenire solo in presenza, cioè sono un tramite per contattare persone reali, psicologi e psicoterapeuti da consultare online, altre sono completamente affidate ai robot, i cosiddetti bot. Ne ho viste diverse, mi hanno incuriosita per come sono costruite e ingegnerizzate, e ne ho scaricata una che mi sembrava ben concepita, per utilizzarla e provarla in prima persona: ne ho scelta una basata sui principi e sulle teorie della terapia cognitivo- comportamentale, perché mi sembrava adatta allo scopo e perché numerose ricerche sembrano concludere che la terapia cognitivo comportamentale sia efficace anche quando non viene somministrata da una persona. Siamo ormai tutti abituati alla velocità di accesso ad ogni fruizione: internet è un luogo disponibile e accessibile sempre. L’esplosione di app basate sull’intelligenza artificiale e altri strumenti digitali consentono alle persone di accedere alla terapia ovunque si trovano e ogni volta che possono. Questi prodotti consentono un accesso immediato a un sostegno online, sono ben concepiti sia come design che come testi, e forniscono molti interessanti spunti di riflessione e di informazione. Ma uno dei grandi ostacoli di questi prodotti è che tendono ad avere un basso valore di persistenza nel tempo: le persone spesso abbandonano i programmi digitalizzati prima di aver ottenuto un reale beneficio. L’ingrediente mancante è la connessione umana: i pazienti cercano qualcuno con cui sviluppare un legame emotivo. Il bot è incoraggiante, supportivo, presente sempre, ma non è un essere umano. Molti consorzi di salute mentale, in particolare nei paesi anglofoni, a partire da Stati Uniti e Canada, hanno cercato di risolvere questo problema introducendo la terapia cognitivo comportamentale computerizzata sul posto di lavoro. Ci sono buone ragioni per cui le organizzazioni investono nella salute mentale dei propri dipendenti: i dipendenti che non si sentono al meglio sono ovviamente anche meno coinvolti e produttivi sul lavoro. Il punto di partenza di queste iniziative era un quesito: se la terapia cognitivo comportamentale digitalizzata facesse parte di iniziative di benessere aziendale, con i datori di lavoro che finanziano l’accesso alla piattaforma e danno ai dipendenti tempo e spazio per impegnarsi con essa, questo potrebbe risolvere il problema della scarsa persistenza e aiutare le persone a sentirsi meglio al lavoro? La risposta, in breve, è positiva. Come nel caso di Hikai: un robot, anzi precisamente una chatbot, basato sull’intelligenza artificiale e progettato per il posto di lavoro, pensato e sperimentato per la realtà canadese, in collaborazione con aziende e imprenditori e con The Decision Lab. Il bot funziona fornendo assistenza personalizzata: gli utenti (cioè i dipendenti dell’azienda coinvolta) ricevono moduli di contenuto personalizzati in base ai loro obiettivi, punti di forza e di debolezza e completano i questionari giornalieri di dieci secondi via e-mail, per informare Hikai di come si sentono. Il programma fornisce anche report aggregati alla direzione aziendale (per preservare ovviamente la privacy dei singoli dipendenti) in modo che i dirigenti possano avere un’idea del benessere del proprio team e capire dove possono apportare modifiche. Parlare con una chatbot può essere meno intimidatorio rispetto a forme di trattamento più tradizionali: i bot possono “ascoltare” gli utenti e facilitare la riflessione, senza imporre alcun giudizio. Nel complesso, gli strumenti automatizzati come Hikai sono ottime opzioni per le persone che cercano aiuto a un’intensità inferiore e ad un livello di impegno inferiore rispetto a quelli di una terapia classica. In tutti gli altri casi, quando si tratta di situazioni complesse (cioè quasi sempre, quando si tratta di essere umani che chiedono un intervento psicologico, mi sento di aggiungere) le app possono fornire un interessante momento di formazione psicopedagogica e stimolare riflessioni, ma allo stato attuale non sono in grado di offrire a un paziente ciò che un terapeuta in carne ed ossa, e cervello, può offrire, nell’esplorazione profonda dei meccanismi che ci governano e nel sostegno al cambiamento e all’accettazione delle nostre parti più fragili. Tornando a Hikai, il programma è stato testato come pilota in tre luoghi di lavoro nel corso di due settimane e ha portato l’82% dei dipendenti a riferire che il chatbot li ha aiutati a gestire meglio lo stress. È probabile che strumenti come questo svolgeranno un ruolo nel futuro panorama della salute mentale. L’attenzione a questi argomenti, che nasce in questo caso per un miglioramento delle condizioni psicologiche dei lavoratori per evidente interesse anche all’ottimizzazione delle prestazioni e per una ricaduta economica positiva, è tuttavia in continua crescita. Questa è una trasformazione abbastanza recente, un segno dei tempi: e può costituire un passo importante per fondare le basi di una maggiore cultura del benessere, in cui l’intelligenza artificiale può coadiuvare gli operatori della salute psicologica e consentire l’accesso ad elementi psicoeducativi anche a categorie che hanno minori possibilità economiche e maggiore stigma nell’affrontare alcuni argomenti. Senza sostituire il fattore umano, che resta centrale e non surrogabile: nemmeno con gli ausili del bot più brillante del mondo. E forse nemmeno in un futuro remoto.
Hikikomori: il fenomeno dell’isolamento e del ritiro sociale

Annullare ogni contatto con il mondo utilizzando la rete come unica fonte di comunicazione con l’esterno. Questo tipo di disagio psicologico che porta alla rinuncia di qualsiasi luogo di interazione, prende il nome di Sindrome di Hikikomori. Il termine giapponese “Hikikomori“, coniato nel 1998 dallo psichiatra Tamaki Saito, significa letteralmente “ritirarsi” e descrive la condizione psicologica di isolamento dalla socialità. Questa condizione, molto diffusa anche in Italia soprattutto tra adolescenti e giovani adulti, prevede un ritiro sociale assoluto e prolungato da tutti i luoghi di interazione, come la scuola o il lavoro. Quali sono le cause? Negli anni lo psichiatra Saito ha condotti diversi studi in Giappone, volti ad indagare le cause di questa autoesclusione sociale. Il quadro che emerge è quello di una società sempre più competitiva e perfezionista in cui l’Hikikomori non si riconosce. I giovani, sempre più sotto pressione, reagiscono a questi modelli di comportamento super efficienti con un tentativo di evasione. Preferiscono quindi isolarsi nella comfort zone della propria casa per evitare di affrontare le sfide della vita quotidiana. Il comune denominatore tra questi ragazzi è senz’altro la bassa autostima che incide inevitabilmente sulla qualità dei rapporti sociali. L’Associazione Hikikomori Italia ha censito alcuni fattori significativi per l’insorgenza del fenomeno: caratteriali: spesso gli hikikomori sono particolarmente sensibili e inibiti socialmente, il che aumenta le difficoltà nell’instaurare relazioni soddisfacenti e durature; familiari: nelle ricerche condotte in Giappone sono presenti casi di abbandono o di dipendenza emotiva che condizionano in modo rilevante la vita sociale dei ragazzi; scolastici: uno degli eventi sentinella è sicuramente il rifiuto ad andare a scuola. Quello che viene vissuto come un ambiente di scambio e socializzazione potrebbe rivelare episodi di bullismo; sociali: come anticipato, i giovani hikikomori subiscono il peso di uno standard di perfezione ed efficienza imposto dalla moderna società, a cui cercano di sfuggire. Hikikomori e Internet Addiction Esiste una stretta correlazione tra la sindrome di Hikikomori e l’Internet Addiction, tuttavia dagli studi condotti in materia non è chiaro se la dipendenza da internet sia una causa scatenante o una conseguenza dell’isolamento. Il web e la tecnologia in generale rappresentano uno strumento ambivalente: un rifugio dalla vita che si cerca di rifuggire, ma al contempo un modo per rimanere in contatto con il mondo esterno.