LA PERSUASIONE – ROBERT CIALDINI
La persuasione è una comunicazione interpersonale o di massa, che mira a influenzare convinzioni/opinioni dell’audience e dichiara esplicitamente questo fine. Essa li propone come punti di vista, non come verità oggettive. Le teorie legate alla persuasione sono dei concetti studiati dalla psicologia della pubblicità. Durante la Seconda Guerra Mondiale, infatti, si sviluppano gli studi sugli atteggiamenti e sui meccanismi di persuasione. In questo articolo, verranno illustrati i sei principi della persuasione individuati da Robert Cialdini. 1. Reciprocità Si fonda sull’idea che le persone in generale tendono a restituire i favori. In ambito pubblicitario, se una pubblicità offre un’esperienza positiva per le persone, esse implicitamente possono sentirsi in dovere di fare qualcosa per sdebitarsi, ossia acquistare il prodotto/servizio del brand. Questo è il caso dei free sample: ricevere un omaggio ci rende più propensi a ricambiare il favore, acquistando il prodotto. Altro esempio sono le app create dalle aziende di cosmetici per capire come sta sul cliente un certo make-up oppure le app per l’allenamento di Nike o Adidas. Sulla base di questo principio, sono state sviluppate una serie di tecniche (applicate soprattutto alle vendite porta a porta oppure per la sottoscrizione di abbonamenti…): Tecnica della porta in faccia: volutamente il venditore fa una richiesta esagerata per farsi “sbattere la porta in faccia”. Dopo aver fatto questa prima richiesta a cui le persone rispondono no, si fa una seconda richiesta di minor entità, a cui le persone sono più propense a dire di sì per un effetto cortesia. Tecnica del “e non è tutto”: aggiungere ulteriori informazioni che rendono via via la richiesta sempre più desiderabile (ad esempio partire dal costo e poi rivelare i benefit dell’offerta). Il consumatore pensa che il venditore aggiunga per lui benefit non dovuti quando magari erano presenti nel prodotto in linea standard 2. Impegno e Coerenza Le persone tendono ad essere coerenti con quello che dicono. Se prendono un impegno, tendenzialmente cercano di onorarlo per non perderci la faccia. Un esempio nel marketing è l’utilizzo di applicazioni per porsi degli obiettivi scritti (ad esempio smettere di fumare, risparmiare, allenarsi ecc.). Altro esempio sono i siti per la prenotazione viaggi. Essi chiedono una serie di informazioni che in qualche modo sono una sorta di committment con quel sito. Si generano una serie di piccoli sì, prima di arrivare al grande sì. Spesso ci sono anche una serie di costi nascosti che non si notano nei primi sì. Uno degli obiettivi di molte aziende è quello di convincere i consumatori ad iscriversi alla newsletter per avere una banca dati di persone che vuole essere esposta alla comunicazione dell’azienda (per questo c’è sempre uno sconto associato all’iscrizione alla newsletter). Visto che per iscriversi alla newsletter bisogna fornire molte informazioni, di norma il primo passaggio fa inserire solamente la mail (sì piccolo) prima di dover inserire tutto il resto (sì più oneroso). Questo principio si lega alla tecnica del piede nella porta. Accettare prima una richiesta di piccola entità porta più facilmente ad accettare una seconda richiesta di maggiore entità. Sembra l’opposto della porta in faccia, ma dipende da quanto è onerosa la richiesta finale. Se la richiesta finale è molto onerosa, allora è meglio lavorare sul committment; se, invece, la richiesta finale non è enorme, ma c’è il rischio che venga rifiutata, opero per reciprocità. Un’altra tecnica, che però è controproducente, è quella del colpo basso, come cambiare le condizioni in peggio dopo che la richiesta è già stata accettata (ad esempio aggiungere costi in seguito). Questa tecnica può essere efficace nel breve termine perché permette di concludere l’affare; a lungo termine, però, il cliente non avrà un ricordo positivo dell’esperienza di acquisto; quindi, non porta ad engagement e fedeltà. 3. Riprova sociale Soprattutto in condizione di incertezza, si tendono ad usare gli altri come riferimento per le proprie azioni. Ad esempio, negli hotel, per promuovere un comportamento sostenibile negli ospiti vengono appesi cartelli con scritto “Molti altri ospiti hanno riutilizzato gli asciugamani”; oppure Amazon usa “Spesso comprati insieme” o “Molte persone simili a te hanno comprato anche…”; Netflix usa “I più visti”. 4. Autorità Le persone tendono ad affidarsi e a seguire consigli di chi è ritenuto una fonte autorevole, autorità o esperto. In pubblicità, esempi sono tutti quei prodotti che sul packaging hanno “Il più raccomandato da…” oppure tutte le pubblicità con qualche personaggio vestito da esperto (es. camice). Il tema dell’autorità, specialmente in ambito scientifico, è molto meno sentito rispetto al passato (si veda ad esempio tutto ciò che è successo con il Covid e i vaccini). 5. Simpatia Tendiamo a seguire e ascoltare richieste che arrivano da persone che ci piacciono e/o a cui piacciamo. Le persone che di norma ci piacciono sono quelle simili a noi (Sé reale), persone a cui aspiriamo (Sé ideale) o persone fisicamente attraenti. Anche quando vengono usate persone non conosciute nelle pubblicità, sono persone di norma sopra la media rispetto ai canoni condivisi di bellezza. Non è un caso che, in alcuni negozi, ci sia un personale simile al cliente medio che acquista in quei negozi (ad esempio i negozi di cosmetica hanno commesse sempre ben truccate). Anche tutte le promozioni che usano “Porta un amico e avrete entrambi uno sconto” utilizzano questa tecnica: è molto più facile che sia un tuo amico a convincerti ad usare un prodotto/servizio rispetto ad uno sconosciuto. Il principio della simpatia funziona anche con persone a cui pensiamo di piacere (ad esempio commesse che riempiono di complimenti). 6. Scarsità La percezione di scarsità genera domanda: alle persone non piace perdersi buoni affari e sono attratti dai prodotti che generano elevata domanda. Un esempio di questi prodotti sono le limited edition. Questi sei diversi principi funzionano in maniera universale e trasversale a tutte le culture. Cialdini però ha visto che ci sono dei principi che funzionano meglio in certi Paesi. Ad esempio, il principio dell’autorità funziona meglio nei Paesi asiatici, quello della simpatia in Spagna e nei Paesi latini. Mentre la reciprocità pare essere più efficace negli Stati Uniti e infine, l’impegno e la coerenza in Germania. BIBLIOGRAFIA Cialdini, R. (1984). Le
La Sindrome di Medea

La sindrome di Medea deriva da una delle più disperate ed eroiche tragedie greche, Medea è nipote della maga Circe, dalla quale eredita i suoi poteri magici. Innamoratasi di Giasone, lo aiuta ad impossessarsi del vello d’oro arrivando persino ad uccidere il proprio fratello, in modo che il padre, intento a raccogliere i resti del figlio, non possa impedire la fuga degli Argonauti e di Medea stessa, che in seguito sposerà il suo amato. L’irriconoscenza di Giasone fa sì che questo, dopo qualche anno, ripudia Medea, innamorandosi di un’altra donna giovane e bella e mostrando il suo interesse a sposarla: Medea si tormenta dal dolore e prepara la sua vendetta fingendo una riconciliazione: tesse il vestito di nozze per la nuova moglie intriso dei più mortali veleni, la poveretta morirà appena indossato tra le più strazianti grida. La vendetta di Medea non si arresta, lacerata dall’odio uccide anche i propri figli, come discendenza e sangue di Giasone, baciandoli prima più volte. La Sindrome di Medea viene utilizzata dallo psicologo Jacobs (1988) per indicare il comportamento materno finalizzato alla distruzione del rapporto tra padre e figli dopo le separazioni conflittuali. L’uccisione del legame tra genitore e figlio avviene nel concreto quando uno dei due genitori parla male dell’altro davanti al figlio o ai figli, mettendo in atto una vera e propria manipolazione.Così come è stato per Medea, si tratta di una vendetta che però non porta alcun beneficio a nessuno membro della famiglia. La violenza in questo caso non è fisica ma si trova su un piano più emotivo e psicologico. L’alienazione parentale comporta una sofferenza che non riguarda unicamente i genitori ma si estende ai figli e alle famiglie d’origine. In caso di alienazione genitoriale, o più in generale in tutti i casi in cui sia presente un conflitto genitoriale, può essere utile rivolgersi , ad un terapeuta per una terapia familiare per individuare le risorse di ciascuno a cui tutti i componenti della famiglia possono attingere per affrontare in modo funzionale la difficile fase della separazione.
Sviluppo e apprendimento:aspetti psicologici

Lo sviluppo è dato dell’interazione di fattori genetici e fattori ambientali, che “amalgamandosi” generano l’individuo nella sua essenza e nella sua specificità. Ecco perchè gli aspetti psicologici risiedono nell’interazione tra sviluppo e apprendimento. Lo sviluppo è un processo lungo, lento e graduale, che porta il soggetto a riconoscersi come individuo autonomamente sociale.
FoMO: la paura di essere tagliati fuori

Hai spesso la sensazione di poter perdere qualche occasione o opportunità? Allora conosci sicuramente la sindrome del FoMO. Negli ultimi giorni ha spopolato sui social la notizia che Victoria De Angelis, nota bassista dei Maneskin, ha rivelato, durante un’intervista in Radio, di soffrire di FoMO. La FoMO, letteralmente <<Fear of Missing Out>>, può essere definita come una preoccupazione pervasiva e costante di essere “tagliati fuori”. Consiste nella sensazione che gli altri vivano esperienze gratificanti dalle quali si rischia di rimanere esclusi. In altre parole, la FoMO porta alla condizione per cui, anche se si è estremamente stanchi, o si desidera fortemente restare in casa, si viene assaliti da un profondo disagio governato dalla credenza che qualcosa di grande e incredibile possa accadere in nostra assenza. Diviene quindi fonte di malessere qualsiasi situazione o momento di calma e solitudine. Tutto ciò comporta, parallelamente, la necessità costante di monitorare gli altri. Infatti, si cerca di controllare le azioni delle persone che ci circondano, nel tentativo illusorio di diminuire la propria ansia. Non a caso, la FoMO è strettamente correlata all’uso compulsivo dei social network. Qualcuno mi sta inviando un messaggio? Mi sta scrivendo una mail? I miei amici si stanno scambiando foto a mia insaputa? C’è qualcosa che sta accadendo e che io dovrei sapere? Sono solo alcuni dei pensieri intrusivi che guidano, nella FoMO, la necessità di sorvegliare continuamente il proprio smartphone nell’utopia dell’ “iper-connessione” promessa dal mondo dell’online. L’illusione e il disagio di questa condizione deriva dal necessario paradosso insito nell’aspettativa che qualcosa di strepitoso potrebbe compiersi in nostra assenza. Che qualcosa di incredibile possa, cioè, avvenire in momenti che non sono mai quelli che stiamo vivendo. In un’attesa costante, con l’attenzione rivolta ad un ipotetico che non potrà, per paradigma, mai realizzarsi.
La terapia cognitivo-comportamentale nella pratica clinica-seconda parte

Verranno messe in risalto alcune delle tecniche della terapia cognitivo-comportamentale che utilizzano i conseguenti di un comportamento. Nel precedente articolo abbiamo preso in considerazione gli antecedenti di un comportamento e come possono essere utilizzati in terapia. Ora vedremo cosa si intende per conseguenti e quanto possono essere utili per modificare comportamenti disfunzionali. In particolare parleremo di: rinforzatori punizioni. Andrea (nome di fantasia) è un ragazzino piuttosto introverso, ha paura di relazionarsi agli altri e questo lo limita molto nei suoi contesti di vita. In terapia, lo aiutiamo a modificare questi comportamenti agendo non soltanto sugli antecedenti (come abbiamo visto nel precedente articolo), ma soprattutto sui conseguenti attraverso i rinforzatori. Ad esempio, dico ad Andrea quanto è stato bravo, sottolineando il suo impegno. Che cos’è il rinforzatore? Il rinforzatore è una conseguenza ad un comportamento che aumenta la probabilità che esso si ripresenti. Può essere di tipo positivo se è una conseguenza gradita; di tipo negativo se viene tolto uno stimolo avversivo (ad esempio, quando metto la cintura di sicurezza in macchina per far cessare il suono fastidioso di allarme). Possono essere divisi, a loro volta, in rinforzatori sociali (“sei molto bravo”); dinamici (“usciamo”), tangibili (oggetti preferiti). Si potrebbe pensare che questo possa produrre risultati artificiali e, in un primo momento, potrebbe essere così. E’ per questo motivo che nella pratica clinica si lavora fin da subito per rendere i risultati più naturali e fare in modo che gli effetti si mantengano nel tempo. In che modo? Cambiando le regole per ottenere i rinforzatori; cambiando tipologie di rinforzatori (è sempre un bene utilizzare quelli di tipo sociale più che tangibili); generalizzando in più contesti. Come utilizzare la punizione? La punizione è un’altra conseguenza del comportamento che, però, diminuisce la probabilità che esso si ripresenti. Tuttavia, è importante considerare che spesso gli effetti sono passeggeri e i rischi maggiori. Soprattutto, durante una terapia, va utilizzata con molta cautela e solo quando altri metodi centrati sulla relazione non sono efficaci. Con i bambini, va programmata e spiegata in modo che non ci siano sorprese spiacevoli. Anche le punizioni si classificano come positive (quando si aggiunge qualcosa come una predica o una punizione fisica) e negative (si toglie qualcosa di piacevole). Nelle terapie, ovviamente, si possono utilizzare quest’ultime. E’ fondamentale comunque che lo psicoterapeuta parli di questi aspetti con i genitori che spesso si ritrovano a mettere in atto comportamenti, inconsapevoli degli effetti che possono produrre. Si può discutere di come potrebbe essere utilizzata la punizione in modo da massimizzare gli effetti positivi e minimizzare quelli negativi.
“Lasciami stare”: appunti su nervosismo e irritabilità

“Era così nervosa”; “In questo periodo mi irrito per nulla”; “Mi sveglio al mattino e sono già nervoso”. Le espressioni “ho i nervi” e “non farmi venire il nervoso” sono parte della nostra quotidianità e di condizioni che possono essere considerate nella norma quando durano qualche ora o sono collegate a un evento preciso. Ma quando diventano insistenti e persistenti come possiamo comprenderle meglio? E come si possono arginare e affrontarle nelle persone vicine? L’irritabilità è uno stato d’animo in cui si ha una maggiore propensione a rispondere alle frustrazioni, anche piccole, con rabbia eccessiva rispetto a ciò che ci si potrebbe aspettare nella situazione: un’ipersensibilità che continua a indirizzare la nostra attenzione su piccoli incidenti e osservazioni banali, in questo modo sottraendo energia e tempo a compiti importanti o alle relazioni che contano. È una condizione che si autoalimenta e si rinforza, in un circolo vizioso di attenzione selettiva agli stimoli ambientali e contestuali negativi. Conosciamo tutti la potenza dell’attenzione selettiva: si tratta di quella portentosa capacità del nostro cervello di allinearsi con quello che cerchiamo. Abbiamo tutti sperimentato che, quando ad esempio dobbiamo acquistare un’automobile o comprare o affittare una casa, gli annunci di auto o di case in vendita sembrano aumentare in modo esponenziale: in realtà, lungi dall’essere una coincidenza fortunata e opportuna nella nostra vita, si tratta di una vera e propria antenna che attiviamo e che ci permette di individuare alcuni annunci che pochi giorni prima non notavamo affatto. Nel caso dell’ irritabilità, la probabilità che ci fissiamo su qualcosa di fastidioso aumenta significativamente; alimentiamo così ulteriormente la nostra irritabilità, aumentando il cattivo umore con una continua scansione del nostro ambiente, alla ricerca di frustrazioni esterne (facilissime da trovare!). Come nell’esempio dell’automobile o della casa, noteremo meno gli stimoli che non ci servono, come annunci di lavatrici, di vacanze in montagna o di maschere subacquee, assolutamente fuori dalla nostra attenzione del momento: allo stesso modo, quando siamo irritabili, diventa molto meno probabile che notiamo eventi ed esperienze positive. La tendenza dell’irritabilità ad autoalimentarsi è una risposta adattiva ipertrofica e disfunzionale: è come se, avendo avvertito una minaccia, la ingigantissimo per prepararci a difenderci meglio e, allo stesso tempo, cercassimo altri rinforzi che confermino l’utilità del nostro comportamento. Le ragioni all’origine di questo stato emotivo sono ovviamente molto complesse e legate sia alla storia personale che a quella evolutiva, da indagare con un professionista se la condizione diventa poco tollerabile e gestibile e fonte di sofferenza. Ma come consiglia Guy Winch, che pubblica sull’argomento e sull’opportunità che tutti coltiviamo competenze per un pronto soccorso emotivo, è importante stare attenti sia alla propria irritabilità sia a quella delle persone vicine che possono influenzare la nostra vita. Un primo passo per affrontare il problema può essere far notare la nostra preoccupazione per loro, empatizzando quando ci raccontano i motivi e le situazioni difficili che stanno affrontando, ma sottolineando allo stesso tempo come la loro irritabilità ha un forte impatto su di noi, facendoci sentire sempre come se li infastidissimo. Winch indica, tra i possibili strumenti per arginare l’irritabilità, la riformulazione o rivalutazione cognitiva, una tecnica di regolazione emotiva efficace per ridurre il disagio emotivo e l’irritabilità. Si tratta di esplorare come riformulare la lettura della situazione, della storia, individuando almeno un lato positivo. Può essere anche utile un esercizio mirato di consapevolezza: individuare cosa ha scatenato l’umore irritabile e ammorbidire, attraverso la concentrazione e la respirazione, il segno emotivo dell’avvenimento per contrastare la naturale tendenza a rinforzare l’umore negativo. Quando ad essere irritabile è qualcuno di vicino, può essere opportuno sottrarsi per un po’ e aspettare che le condizioni emotive del nostro interlocutore diventino migliori. È sempre importante ricordare, inoltre, che (in ambito non patologico) gli umori sono passeggeri e che anche le condizioni sottostanti tendono a presentarsi in modo ciclico. Per questo una pausa, un tempo sospeso, può migliorare la giornata. Diamoci tempo. E compassione: ci farà bene.
People pleasing: il bisogno esasperato di compiacere gli altri

Nella società in cui viviamo siamo alla continua ricerca di approvazione e gratificazione per sentirci apprezzati dagli altri. Alcune persone, in particolare, percepiscono in modo esasperato il bisogno di piacere e di compiacere gli altri. Comincia così la corsa ossessiva verso un irraggiungibile ideale di perfezione, che coinvolge il mondo patinato dei social quanto la vita privata e professionale. Quando la disperata ricerca della perfezione è alimentata dal terrore di deludere le persone, potrebbe trattarsi di “People pleasing“. Questo argomento è diventato un trend topic da quando, in una recente intervista, l’attrice Matilda De Angelis ha dichiarato di averne sofferto per anni. Il People pleasing è un disturbo che nasce dal desiderio incessante di piacere, accontentare e assecondare gli altri a tutti i costi, spesso sacrificando i propri bisogni e desideri. Ad oggi il “people pleasing” non risponde ad una diagnosi vera e propria e non è misurabile come specifico tratto della personalità, ma possiamo considerarla un’etichetta informale per descrivere un’insieme di comportamenti. Identikit del people pleaser Il people pleaser orienta la sua condotta sul bisogno esasperato di compiacere gli altri, spesso a causa di una scarsa autostima e assertività. Incapace di porre dei limiti e di venire meno ad eventuali richieste per paura di non essere accettato o di perdere l’approvazione. Il people pleaser si sforza continuamente di rispettare le aspettative altrui, sacrificando troppe volte il proprio modo di essere. Non è in grado di affrontare i conflitti e finge di essere sempre d’accordo con tutti, modulando il proprio carattere e la propria personalità a seconda dell’interlocutore. Il prezzo da pagare è innanzitutto la perdita della propria autenticità e della genuinità di rapporti sinceri. Dover accontentare sempre tutti, mostrarsi accondiscendenti e plasmabili a seconda delle situazioni e delle esigenze, può esporre ad ansia e stress che, perpetrati a lungo, causano burnout. Reprimere le proprie inclinazioni e i propri desideri per lungo tempo, può causare una crisi di identità, oltre ad innescare frustrazione e risentimento. Come guarire dal people pleasing? La chiave è iniziare un percorso volto all’accettazione e alla consapevolezza di sé. Per stabilire una corretta relazione con gli altri, il people pleaser deve prima costruire una profonda e deliberata relazione d’amore con se stesso.
La CAA come strumento nei disturbi dello spettro autistico

La difficoltà ad utilizzare il linguaggio verbale, caratteristica dei Disturbi dello Spettro Autistico, costituisce un grave limite per l’integrazione sociale e scolastica. Una soluzione è rappresentata dalla Comunicazione Aumentativa e Alternativa, ovvero un sistema che utilizza scrittura, simboli, immagini, strumenti, dispositivi o gesti per “compensare” le difficoltà di comunicazione. L’uso di modalità visive di comunicazione dovrebbe essere centrale negli interventi per le persone con autismo in quanto lavora su un unico canale e favorisce gli apprendimenti. Cosa si intende per CAA? Nella comunicazione aumentativa e alternativa le modalità di comunicazione utilizzate sono tese non a sostituire ma ad accrescere la comunicazione naturale. Nella comunicazione alternativa i sistemi utilizzati (segni, immagini, disegni) costituiscono «un’alternativa» vera e propria al linguaggio verbale. Nello sviluppo tipico, il bambino apprende la natura della comunicazione già a 6 mesi di età quando hanno inizio le interazioni con la madre e il padre. Queste routine non comprendono ancora parole, ma un approccio in cui egli ottiene l’attenzione del genitore, attraverso vocalizzazioni, lallazioni o indicazioni. Poiché l’interazione coinvolge eventi piacevoli per il piccolo, sono cioè dei “rinforzatori”, è probabile che il bambino ripeta il comportamento. Il bambino, dunque, apprende che le azioni che mette in atto producono un risultato desiderato attraverso la mediazione di un adulto. L’azione che il bambino attua è quindi “sotto il controllo” di stimoli ambientali. Poiché i bambini con diagnosi di disturbo dello spettro autistico non apprendono a comunicare nelle situazioni naturali, è necessario costruire un ambiente di apprendimento nel quale si aumentino le probabilità di una comunicazione funzionale, utilizzando strumenti di supporto. I sistemi CAA si basano sull’utilizzo di strategie che “supportano” le persone con disabilità comunicative, affinché possano comunicare spontaneamente e in autonomia i propri bisogni; fare delle scelte; interagire con l’ambiente circostante in maniera appropriata e funzionale, riducendo, laddove si manifestano, i comportamenti problematici, l’aggressività e gli eccessi di rabbia. Quali sono i sistemi di supporto a bambini con difficoltà comunicative? I sistemi che supportano l’esigenza della persona con disabilità di comunicare attraverso dispositivi esterni vengono definiti come strumenti di compensazione e sono utili affinchè il bambino sviluppi un sistema comunicativo tale da permettergli di esser compreso non solo dalle figure significative. Un esempio è il sistema PECS (Picture Exchange Communication System), basato su un complesso di immagini; altro esempio è costituito dal LIAR un software che favorisce lo scambio di messaggi attraverso la selezione di una serie di pittogrammi con sintesi vocale in lingua italiana. I soggetti con disturbo dello spettro autistico presentano spesso delle spiccate abilità di elaborazione visiva e per questo motivo la CAA può essere di valido aiuto, in quanto essa sfrutta stimoli che vengono elaborati più facilmente rispetto a quelli verbali. Un altro aspetto a favore di questo abbinamento riguarda l’ansia e l’interazione sociale stessa. Poiché i bambini non possiedono mezzi per interagire funzionalmente, sviluppano relazioni ansiogene. La CAA facilita lo sviluppo del bambino e il superamento di queste difficoltà dal momento che essa funge da interfaccia con il partner comunicativo riducendo il disagio che può derivare dall’interazione stessa. Altri metodi di comunicazione Tra i metodi di comunicazione aumentativa alternativa, vi è anche il linguaggio dei segni che permette di comunicare senza utilizzare la voce: non è un linguaggio mimico, ma possiede una grammatica e una sintassi con regole precise che possono variare da una lingua dei segni all’altra. Esistono infatti diverse lingue dei segni in base alla nazione in cui viene utilizzata. La lingua dei segni italiana (LIS), viene principalmente usata per le persone sordo-mute, ma può essere estesa ad altri disturbi che comportano difficoltà nella comunicazione. Tali difficoltà comunicative ostacolano un’adeguata interazione e conduce all’emissione di comportamenti disfunzionali a causa del sentimento di incomprensione che i bambini possono provare. Questo linguaggio sfrutta il canale visivo-gestuale, infatti mentre gli occhi ascoltano, le mani parlano.
PRODOTTI FREE FROM E IL LORO CONSUMO

Al giorno d’oggi, il consumatore è sempre più alla ricerca dei cosiddetti prodotti free from. Egli, infatti, ha sviluppato un’avversione nei confronti di alcune componenti che fino a poco tempo fa venivano usate senza alcuna preoccupazione. I prodotti free from sono quelli che presentano sul packaging o sulle etichette scritte come “senza olio di palma”, “senza conservanti”, “pochi zuccheri” e così via. L’Osservatorio Immagino Nielsen ha riportato che più di 10.000 prodotti alimentari riportano sulle loro confezioni una scritta che sottolinea l’assenza o la bassa presenza di un determinato ingrediente. Queste tendenze non riguardano solamente il mondo dei prodotti alimentari, ma quelli dell’igiene e della cura della persona dove si trovano claim come “senza coloranti”, “senza alcool”, “senza profumo” … Gli addetti al marketing si sono adattati a questa nuova tendenza inserendo i claim “senza”, “zero”, e “no” nella parte anteriore o superiore del packaging in modo tale che siano più visibili agli occhi dei consumatori. Ma perchè il consumatore odierno è più attratto dai prodotti free from? Per esplorare i meccanismi dietro a queste decisioni, bisogna partire dalla crisi economica del 2008. Essa, infatti, ha avuto un forte impatto psicologico sui consumatori in quanto ha richiesto loro un cambio di prospettiva. Se con la Rivoluzione Industriale si era affermata l’idea di una crescita continua, con la crisi economica il consumatore si trova di fronte a una messa in discussione di queste convinzioni in quanto inizia a interfacciarsi con l’idea del limite e con il tema dell’ecologia. A partire da questo presupposto, alcuni studiosi hanno individuato 3 fattori che possono essere alla base della diffusione dei prodotti free from: 1. Riaffermazione di antichi valori (come l’avversione allo spreco, il risparmio, la moderazione nei consumi…) Si diffonde, infatti, uno stile di vita improntato al fare a meno di tutto ciò che è superfluo. 2. Diffusione dei consumi green Questa nuova tendenza porta un’attenzione estrema alla qualità del prodotto che deve essere il più possibile naturale e rispettoso dell’ambiente. Questa tendenza giustifica l’avversione nei confronti di quelle componenti considerate pericolose per l’ambiente e per la salute delle persone. 3. Meccanismi di difesa messi in atto dal consumatore a seguito della crisi come la scissione. La scissione è un processo psicologico tipico dello sviluppo del neonato in relazione al primo oggetto d’amore (il seno della madre). Esso assume una duplice connotazione: diventa un oggetto buono quando lo nutre; mentre nei momenti di assenza si trasforma in oggetto cattivo. Allo stesso modo, il consumatore ricerca nei prodotti quelle caratteristiche che lo gratificano e respinge ed evita quelle che considera frustranti e dannose. In conclusione, possiamo dire che la crisi economica ha avuto degli effetti pragmatici sui comportamenti dei consumatori e sull’acquisto di prodotti free from. L’enfasi sul “non contiene un determinato ingrediente” evoca e rafforza l’idea che quel determinato ingrediente sia cattivo. Dunque, non contenendolo più il prodotto si qualifica di per sé come buono. BIBLIOGRAFIA Klein, M. (1946). Notes on some schizoid mechanism. The International Journal of psycho-analysis, 27, 99 Lozza, E., & Fusari, G. (2019). Psicologia del senza. Nuovi modelli di consumo, nuovi consumatori e prodotti “senza”. Cinisello Balsamo: Edizioni San Paolo srl
Sexting tra Adolescenti

Con il termine sexting, si può definire quella pratica che prevede l’invio, la ricezione o la condivisione di messaggi di testo, foto o video sessualmente espliciti o comunque riguardanti la sfera sessuale, il tutto avviene tramite l’utilizzo dello smartphone, del pc o di qualsiasi altro dispositivo elettronico. È un fenomeno comune tra gli/le adolescenti di oggi, in quanto data la disponibilità delle nuove tecnologie, vivono in maniera inedita la fase di scoperta della propria identità e, in particolare, della propria sessualità. Il fenomeno si verifica più frequentemente tra i ragazzi delle scuole superiori e proprio per questo è importante la prevenzione durante gli anni della scuola. Diffondere un’immagine “provocante” di sé stessi può rappresentare un “regalo” molto intimo per un fidanzato o una fidanzata; può anche rappresentare un modo per dimostrarsi “adulti” o “più maturi” non solo agli occhi degli altri, ma anche verso sé stessi e può aiutare per gestire, a livello inconsapevole, le tante insicurezze tipiche dell’età adolescenziale. Perché spesso il sexting diventa un problema L’aspetto preoccupante del sexting in età adolescenziale riguarda la mancata consapevolezza dei rischi associati all’utilizzo improprio del web e la difficoltà di comprendere quali possano essere le conseguenze per sé stessi nel momento in cui ci si relaziona con persone potenzialmente pericolose. Ad esempio, in alcuni casi la perdita di controllo del materialesessuale nel web, può comportare diversi rischi. I più comuni e conosciuti sono il revenge porn e il cyberbullismo. Per evitare di giungere a conseguenze negative dovute al sexting, è indispensabile non la negazione della sessualità nei minori, cosa impossibile poiché è normale il processo di consapevolezza sessuale in quei determinati anni, ma piuttosto l’incremento di educazione sessuale e quindi di consapevolezza di cosa è il sesso e di come si caratterizza, si sperimenta e si vive nel rapporto tra pari. È questo un modo sano e utile per prevenire più il possibile condotte pericolose e dannose per sé stessi e per gli altri.