FoMO: la paura di essere tagliati fuori

Hai spesso la sensazione di poter perdere qualche occasione o opportunità? Allora conosci sicuramente la sindrome del FoMO. Negli ultimi giorni ha spopolato sui social la notizia che Victoria De Angelis, nota bassista dei Maneskin, ha rivelato, durante un’intervista in Radio, di soffrire di FoMO. La FoMO, letteralmente <<Fear of Missing Out>>, può essere definita come una preoccupazione pervasiva e costante di essere “tagliati fuori”. Consiste nella sensazione che gli altri vivano esperienze gratificanti dalle quali si rischia di rimanere esclusi. In altre parole, la FoMO porta alla condizione per cui, anche se si è estremamente stanchi, o si desidera fortemente restare in casa, si viene assaliti da un profondo disagio governato dalla credenza che qualcosa di grande e incredibile possa accadere in nostra assenza. Diviene quindi fonte di malessere qualsiasi situazione o momento di calma e solitudine. Tutto ciò comporta, parallelamente, la necessità costante di monitorare gli altri. Infatti, si cerca di controllare le azioni delle persone che ci circondano, nel tentativo illusorio di diminuire la propria ansia. Non a caso, la FoMO è strettamente correlata all’uso compulsivo dei social network. Qualcuno mi sta inviando un messaggio? Mi sta scrivendo una mail? I miei amici si stanno scambiando foto a mia insaputa? C’è qualcosa che sta accadendo e che io dovrei sapere? Sono solo alcuni dei pensieri intrusivi che guidano, nella FoMO, la necessità di sorvegliare continuamente il proprio smartphone nell’utopia dell’ “iper-connessione” promessa dal mondo dell’online. L’illusione e il disagio di questa condizione deriva dal necessario paradosso insito nell’aspettativa che qualcosa di strepitoso potrebbe compiersi in nostra assenza. Che qualcosa di incredibile possa, cioè, avvenire in momenti che non sono mai quelli che stiamo vivendo. In un’attesa costante, con l’attenzione rivolta ad un ipotetico che non potrà, per paradigma, mai realizzarsi.

La terapia cognitivo-comportamentale nella pratica clinica-seconda parte

Verranno messe in risalto alcune delle tecniche della terapia cognitivo-comportamentale che utilizzano i conseguenti di un comportamento. Nel precedente articolo abbiamo preso in considerazione gli antecedenti di un comportamento e come possono essere utilizzati in terapia. Ora vedremo cosa si intende per conseguenti e quanto possono essere utili per modificare comportamenti disfunzionali. In particolare parleremo di: rinforzatori punizioni. Andrea (nome di fantasia) è un ragazzino piuttosto introverso, ha paura di relazionarsi agli altri e questo lo limita molto nei suoi contesti di vita. In terapia, lo aiutiamo a modificare questi comportamenti agendo non soltanto sugli antecedenti (come abbiamo visto nel precedente articolo), ma soprattutto sui conseguenti attraverso i rinforzatori. Ad esempio, dico ad Andrea quanto è stato bravo, sottolineando il suo impegno. Che cos’è il rinforzatore? Il rinforzatore è una conseguenza ad un comportamento che aumenta la probabilità che esso si ripresenti. Può essere di tipo positivo se è una conseguenza gradita; di tipo negativo se viene tolto uno stimolo avversivo (ad esempio, quando metto la cintura di sicurezza in macchina per far cessare il suono fastidioso di allarme). Possono essere divisi, a loro volta, in rinforzatori sociali (“sei molto bravo”); dinamici (“usciamo”), tangibili (oggetti preferiti). Si potrebbe pensare che questo possa produrre risultati artificiali e, in un primo momento, potrebbe essere così. E’ per questo motivo che nella pratica clinica si lavora fin da subito per rendere i risultati più naturali e fare in modo che gli effetti si mantengano nel tempo. In che modo? Cambiando le regole per ottenere i rinforzatori; cambiando tipologie di rinforzatori (è sempre un bene utilizzare quelli di tipo sociale più che tangibili); generalizzando in più contesti. Come utilizzare la punizione? La punizione è un’altra conseguenza del comportamento che, però, diminuisce la probabilità che esso si ripresenti. Tuttavia, è importante considerare che spesso gli effetti sono passeggeri e i rischi maggiori. Soprattutto, durante una terapia, va utilizzata con molta cautela e solo quando altri metodi centrati sulla relazione non sono efficaci. Con i bambini, va programmata e spiegata in modo che non ci siano sorprese spiacevoli. Anche le punizioni si classificano come positive (quando si aggiunge qualcosa come una predica o una punizione fisica) e negative (si toglie qualcosa di piacevole). Nelle terapie, ovviamente, si possono utilizzare quest’ultime. E’ fondamentale comunque che lo psicoterapeuta parli di questi aspetti con i genitori che spesso si ritrovano a mettere in atto comportamenti, inconsapevoli degli effetti che possono produrre. Si può discutere di come potrebbe essere utilizzata la punizione in modo da massimizzare gli effetti positivi e minimizzare quelli negativi.

“Lasciami stare”: appunti su nervosismo e irritabilità

“Era così nervosa”; “In questo periodo mi irrito per nulla”; “Mi sveglio al mattino e sono già nervoso”.  Le espressioni “ho i nervi” e “non farmi venire il nervoso” sono parte della nostra quotidianità e di condizioni che possono essere considerate nella norma quando durano qualche ora o sono collegate a un evento preciso. Ma quando diventano insistenti e persistenti come possiamo comprenderle meglio? E come si possono arginare e affrontarle nelle persone vicine? L’irritabilità è uno stato d’animo in cui si ha una maggiore propensione a rispondere alle frustrazioni, anche piccole, con rabbia eccessiva rispetto a ciò che ci si potrebbe aspettare nella situazione: un’ipersensibilità che continua a indirizzare la nostra attenzione su piccoli incidenti e osservazioni banali, in questo modo sottraendo energia e tempo a compiti importanti o alle relazioni che contano. È una condizione che si autoalimenta e si rinforza, in un circolo vizioso di attenzione selettiva agli stimoli ambientali e contestuali negativi. Conosciamo tutti la potenza dell’attenzione selettiva: si tratta di quella portentosa capacità del nostro cervello di allinearsi con quello che cerchiamo. Abbiamo tutti sperimentato che, quando ad esempio  dobbiamo acquistare un’automobile o comprare o affittare una casa, gli annunci di auto o di case in vendita sembrano aumentare in modo esponenziale: in realtà, lungi dall’essere una coincidenza fortunata e opportuna nella nostra vita, si tratta di una vera e propria antenna che attiviamo e che ci permette di individuare alcuni annunci che pochi giorni prima non notavamo affatto. Nel caso dell’ irritabilità, la probabilità che ci fissiamo su qualcosa di fastidioso aumenta significativamente; alimentiamo così ulteriormente la nostra irritabilità, aumentando il cattivo umore con una continua scansione del nostro ambiente, alla ricerca di frustrazioni esterne (facilissime da trovare!). Come nell’esempio dell’automobile o della casa, noteremo meno gli stimoli che non ci servono, come annunci di lavatrici, di vacanze in montagna o di maschere subacquee, assolutamente fuori dalla nostra attenzione del momento: allo stesso modo, quando siamo irritabili, diventa molto meno probabile che notiamo eventi ed esperienze positive. La tendenza dell’irritabilità ad autoalimentarsi è una risposta adattiva ipertrofica e disfunzionale: è come se, avendo avvertito una minaccia, la ingigantissimo per prepararci a difenderci meglio e, allo stesso tempo, cercassimo altri rinforzi che confermino l’utilità del nostro comportamento. Le ragioni all’origine di questo stato emotivo sono ovviamente molto complesse e legate sia alla storia personale che a quella evolutiva, da indagare con un professionista se la condizione diventa poco tollerabile e gestibile e fonte di sofferenza. Ma come consiglia Guy Winch, che pubblica sull’argomento e sull’opportunità che tutti coltiviamo competenze per un pronto soccorso emotivo, è importante stare attenti sia alla propria irritabilità sia a quella delle persone vicine che possono influenzare la nostra vita. Un primo passo per affrontare il problema può essere far notare la nostra preoccupazione per loro, empatizzando quando ci raccontano i motivi e le situazioni difficili che stanno affrontando, ma sottolineando allo stesso tempo come la loro irritabilità ha un forte impatto su di noi, facendoci sentire sempre come se li infastidissimo. Winch indica, tra i possibili strumenti per arginare l’irritabilità, la riformulazione o rivalutazione cognitiva, una tecnica di regolazione emotiva efficace per ridurre il disagio emotivo e l’irritabilità. Si tratta di esplorare come riformulare la lettura della situazione, della storia, individuando almeno un lato positivo. Può essere anche utile un esercizio mirato di consapevolezza: individuare cosa ha scatenato l’umore irritabile e ammorbidire, attraverso la concentrazione e  la respirazione, il segno emotivo dell’avvenimento per contrastare la naturale tendenza a rinforzare l’umore negativo. Quando ad essere irritabile è qualcuno di vicino, può essere opportuno sottrarsi per un po’ e aspettare che le condizioni emotive del nostro interlocutore diventino migliori. È sempre importante ricordare, inoltre, che (in ambito non patologico) gli umori sono passeggeri e che anche le condizioni sottostanti tendono a presentarsi in modo ciclico. Per questo una pausa, un tempo sospeso, può migliorare la giornata. Diamoci tempo. E compassione: ci farà bene.

People pleasing: il bisogno esasperato di compiacere gli altri

people pleasing

Nella società in cui viviamo siamo alla continua ricerca di approvazione e gratificazione per sentirci apprezzati dagli altri. Alcune persone, in particolare, percepiscono in modo esasperato il bisogno di piacere e di compiacere gli altri. Comincia così la corsa ossessiva verso un irraggiungibile ideale di perfezione, che coinvolge il mondo patinato dei social quanto la vita privata e professionale. Quando la disperata ricerca della perfezione è alimentata dal terrore di deludere le persone, potrebbe trattarsi di “People pleasing“. Questo argomento è diventato un trend topic da quando, in una recente intervista, l’attrice Matilda De Angelis ha dichiarato di averne sofferto per anni. Il People pleasing è un disturbo che nasce dal desiderio incessante di piacere, accontentare e assecondare gli altri a tutti i costi, spesso sacrificando i propri bisogni e desideri. Ad oggi il “people pleasing” non risponde ad una diagnosi vera e propria e non è misurabile come specifico tratto della personalità, ma possiamo considerarla un’etichetta informale per descrivere un’insieme di comportamenti. Identikit del people pleaser Il people pleaser orienta la sua condotta sul bisogno esasperato di compiacere gli altri, spesso a causa di una scarsa autostima e assertività. Incapace di porre dei limiti e di venire meno ad eventuali richieste per paura di non essere accettato o di perdere l’approvazione. Il people pleaser si sforza continuamente di rispettare le aspettative altrui, sacrificando troppe volte il proprio modo di essere. Non è in grado di affrontare i conflitti e finge di essere sempre d’accordo con tutti, modulando il proprio carattere e la propria personalità a seconda dell’interlocutore. Il prezzo da pagare è innanzitutto la perdita della propria autenticità e della genuinità di rapporti sinceri. Dover accontentare sempre tutti, mostrarsi accondiscendenti e plasmabili a seconda delle situazioni e delle esigenze, può esporre ad ansia e stress che, perpetrati a lungo, causano burnout. Reprimere le proprie inclinazioni e i propri desideri per lungo tempo, può causare una crisi di identità, oltre ad innescare frustrazione e risentimento. Come guarire dal people pleasing? La chiave è iniziare un percorso volto all’accettazione e alla consapevolezza di sé. Per stabilire una corretta relazione con gli altri, il people pleaser deve prima costruire una profonda e deliberata relazione d’amore con se stesso.

La CAA come strumento nei disturbi dello spettro autistico

La difficoltà ad utilizzare il linguaggio verbale, caratteristica dei Disturbi dello Spettro Autistico, costituisce un grave limite per l’integrazione sociale e scolastica. Una soluzione è rappresentata dalla Comunicazione Aumentativa e Alternativa, ovvero un sistema che utilizza scrittura, simboli, immagini, strumenti, dispositivi o gesti per “compensare” le difficoltà di comunicazione. L’uso di modalità visive di comunicazione dovrebbe essere centrale negli interventi per le persone con autismo in quanto lavora su un unico canale e favorisce gli apprendimenti. Cosa si intende per CAA? Nella comunicazione aumentativa e alternativa le modalità di comunicazione utilizzate sono tese non a sostituire ma ad accrescere la comunicazione naturale. Nella comunicazione alternativa i sistemi utilizzati (segni, immagini, disegni) costituiscono «un’alternativa» vera e propria al linguaggio verbale. Nello sviluppo tipico, il bambino apprende la natura della comunicazione già a 6 mesi di età quando hanno inizio le interazioni con la madre e il padre. Queste routine non comprendono ancora parole, ma un approccio in cui egli ottiene l’attenzione del genitore, attraverso vocalizzazioni, lallazioni o indicazioni. Poiché l’interazione coinvolge eventi piacevoli per il piccolo, sono cioè dei “rinforzatori”, è probabile che il bambino ripeta il comportamento. Il bambino, dunque, apprende che le azioni che mette in atto producono un risultato desiderato attraverso la mediazione di un adulto. L’azione che il bambino attua è quindi “sotto il controllo” di stimoli ambientali. Poiché i bambini con diagnosi di disturbo dello spettro autistico non apprendono a comunicare nelle situazioni naturali, è necessario costruire un ambiente di apprendimento nel quale si aumentino le probabilità di una comunicazione funzionale, utilizzando strumenti di supporto. I sistemi CAA si basano sull’utilizzo di strategie che “supportano” le persone con disabilità comunicative, affinché possano comunicare spontaneamente e in autonomia i propri bisogni; fare delle scelte; interagire con l’ambiente circostante in maniera appropriata e funzionale, riducendo, laddove si manifestano, i comportamenti problematici, l’aggressività e gli eccessi di rabbia. Quali sono i sistemi di supporto a bambini con difficoltà comunicative? I sistemi che supportano l’esigenza della persona con disabilità di comunicare attraverso dispositivi esterni vengono definiti come strumenti di compensazione e sono utili affinchè il bambino sviluppi un sistema comunicativo tale da permettergli di esser compreso non solo dalle figure significative. Un esempio è il sistema PECS (Picture Exchange Communication System), basato su un complesso di immagini; altro esempio è costituito dal LIAR un software che favorisce lo scambio di messaggi attraverso la selezione di una serie di pittogrammi con sintesi vocale in lingua italiana. I soggetti con disturbo dello spettro autistico presentano spesso delle spiccate abilità di elaborazione visiva e per questo motivo la CAA può essere di valido aiuto, in quanto essa sfrutta stimoli che vengono elaborati più facilmente rispetto a quelli verbali. Un altro aspetto a favore di questo abbinamento riguarda l’ansia e l’interazione sociale stessa. Poiché i bambini non possiedono mezzi per interagire funzionalmente, sviluppano relazioni ansiogene. La CAA facilita lo sviluppo del bambino e il superamento di queste difficoltà dal momento che essa funge da interfaccia con il partner comunicativo riducendo il disagio che può derivare dall’interazione stessa. Altri metodi di comunicazione Tra i metodi di comunicazione aumentativa alternativa, vi è anche il linguaggio dei segni che permette di comunicare senza utilizzare la voce: non è un linguaggio mimico, ma possiede una grammatica e una sintassi con regole precise che possono variare da una lingua dei segni all’altra. Esistono infatti diverse lingue dei segni in base alla nazione in cui viene utilizzata. La lingua dei segni italiana (LIS), viene principalmente usata per le persone sordo-mute, ma può essere estesa ad altri disturbi che comportano difficoltà nella comunicazione. Tali difficoltà comunicative ostacolano un’adeguata interazione e conduce all’emissione di comportamenti disfunzionali a causa del sentimento di incomprensione che i bambini possono provare. Questo linguaggio sfrutta il canale visivo-gestuale, infatti mentre gli occhi ascoltano, le mani parlano.

PRODOTTI FREE FROM E IL LORO CONSUMO

prodotti free from

Al giorno d’oggi, il consumatore è sempre più alla ricerca dei cosiddetti prodotti free from. Egli, infatti, ha sviluppato un’avversione nei confronti di alcune componenti che fino a poco tempo fa venivano usate senza alcuna preoccupazione.   I prodotti free from sono quelli che presentano sul packaging o sulle etichette scritte come “senza olio di palma”, “senza conservanti”, “pochi zuccheri” e così via. L’Osservatorio Immagino Nielsen ha riportato che più di 10.000 prodotti alimentari riportano sulle loro confezioni una scritta che sottolinea l’assenza o la bassa presenza di un determinato ingrediente.  Queste tendenze non riguardano solamente il mondo dei prodotti alimentari, ma quelli dell’igiene e della cura della persona dove si trovano claim come “senza coloranti”, “senza alcool”, “senza profumo” … Gli addetti al marketing si sono adattati a questa nuova tendenza inserendo i claim “senza”, “zero”, e “no” nella parte anteriore o superiore del packaging in modo tale che siano più visibili agli occhi dei consumatori.  Ma perchè il consumatore odierno è più attratto dai prodotti free from? Per esplorare i meccanismi dietro a queste decisioni, bisogna partire dalla crisi economica del 2008. Essa, infatti, ha avuto un forte impatto psicologico sui consumatori in quanto ha richiesto loro un cambio di prospettiva.  Se con la Rivoluzione Industriale si era affermata l’idea di una crescita continua, con la crisi economica il consumatore si trova di fronte a una messa in discussione di queste convinzioni in quanto inizia a interfacciarsi con l’idea del limite e con il tema dell’ecologia. A partire da questo presupposto, alcuni studiosi hanno individuato 3 fattori che possono essere alla base della diffusione dei prodotti free from: 1. Riaffermazione di antichi valori (come l’avversione allo spreco, il risparmio, la moderazione nei consumi…) Si diffonde, infatti, uno stile di vita improntato al fare a meno di tutto ciò che è superfluo. 2. Diffusione dei consumi green Questa nuova tendenza porta un’attenzione estrema alla qualità del prodotto che deve essere il più possibile naturale e rispettoso dell’ambiente. Questa tendenza giustifica l’avversione nei confronti di quelle componenti considerate pericolose per l’ambiente e per la salute delle persone.  3. Meccanismi di difesa messi in atto dal consumatore a seguito della crisi come la scissione. La scissione è un processo psicologico tipico dello sviluppo del neonato in relazione al primo oggetto d’amore (il seno della madre). Esso assume una duplice connotazione: diventa un oggetto buono quando lo nutre; mentre nei momenti di assenza si trasforma in oggetto cattivo. Allo stesso modo, il consumatore ricerca nei prodotti quelle caratteristiche che lo gratificano e respinge ed evita quelle che considera frustranti e dannose.  In conclusione, possiamo dire che la crisi economica ha avuto degli effetti pragmatici sui comportamenti dei consumatori e sull’acquisto di prodotti free from. L’enfasi sul “non contiene un determinato ingrediente” evoca e rafforza l’idea che quel determinato ingrediente sia cattivo. Dunque, non contenendolo più il prodotto si qualifica di per sé come buono.  BIBLIOGRAFIA Klein, M. (1946). Notes on some schizoid mechanism. The International Journal of psycho-analysis, 27, 99 Lozza, E., & Fusari, G. (2019). Psicologia del senza. Nuovi modelli di consumo, nuovi consumatori e prodotti “senza”. Cinisello Balsamo: Edizioni San Paolo srl

Sexting tra Adolescenti

Con il termine sexting, si può definire quella pratica che prevede l’invio, la ricezione o la condivisione di messaggi di testo, foto o video sessualmente espliciti o comunque riguardanti la sfera sessuale, il tutto avviene tramite l’utilizzo dello smartphone, del pc o di qualsiasi altro dispositivo elettronico. È un fenomeno comune tra gli/le adolescenti di oggi, in quanto data la disponibilità delle nuove tecnologie, vivono in maniera inedita la fase di scoperta della propria identità e, in particolare, della propria sessualità. Il fenomeno si verifica più frequentemente tra i ragazzi delle scuole superiori e proprio per questo è importante la prevenzione durante gli anni della scuola.  Diffondere un’immagine “provocante” di sé stessi può rappresentare un “regalo” molto intimo per un fidanzato o una fidanzata; può anche rappresentare un modo per dimostrarsi “adulti” o “più maturi” non solo agli occhi degli altri, ma anche verso sé stessi e può aiutare per gestire, a livello inconsapevole, le tante insicurezze tipiche dell’età adolescenziale. Perché spesso il sexting diventa un problema L’aspetto preoccupante del sexting in età adolescenziale riguarda la mancata consapevolezza dei rischi associati all’utilizzo improprio del web e la difficoltà di comprendere quali possano essere le conseguenze per sé stessi nel momento in cui ci si relaziona con persone potenzialmente pericolose. Ad esempio, in alcuni casi la perdita di controllo del materialesessuale nel web, può comportare diversi rischi. I più comuni e conosciuti sono il revenge porn e il cyberbullismo. Per evitare di giungere a conseguenze negative dovute al sexting, è indispensabile non la negazione della sessualità nei minori, cosa impossibile poiché è normale il processo di consapevolezza sessuale in quei determinati anni, ma piuttosto l’incremento di educazione sessuale e quindi di consapevolezza di cosa è il sesso e di come si caratterizza, si sperimenta e si vive nel rapporto tra pari. È questo un modo sano e utile per prevenire più il possibile condotte pericolose e dannose per sé stessi e per gli altri.

La Coppia

Perché si forma la coppia Nella coppia il singolo porta se stesso ed i suoi vissuti infantili. La crescita ed il formarsi delle funzioni psichiche dipendono dal tipo e dalla qualità d’incontro intersoggettivo che contribuiscono allo stile personale di gestione delle dinamiche affettive. Stern sostiene che le relazioni umane possono essere un tentativo di autoregolare lo stato interno per mezzo del rapporto con l’altro. La rappresentazione dell’altro ossia le immagini interne, formano relazioni con persone importanti. Cioè gli scambi con gli altri lasciano il segno, sono internalizzate e quindi modellano i successivi atteggiamenti e percezioni delle relazioni successive. Le persone vedono nella relazione affettiva duratura e significativa di coppia una sorta di “relazione terapeutica naturale” dove si mettono in atto relazioni oggettuali irrisolte. Il partner funge da contenitore di un oggetto interno dell’altro a cui vengono affidati aspetti del proprio Sé.  Avviene, quindi, un’identificazione proiettiva. Secondo Zavattini le identificazioni proiettive incrociate rappresentano il tentativo di ripristinare l’integrità del Sé che è andata incontro a esperienze di rottura interne che portano forti angosce. L’altro diventa quindi la via di scarico di aspetti indesiderati, rifiutati. L’incastro di due mondi interni L’altro può essere usato in modo propulsivo per conoscersi e per crescere, ma può anche essere usato in modo delirante, spesso collusivo.  Aspetti scissi, perversi e superegoici di entrambi si potenziano determinando un contesto frustrante ma corrispondente a esigenze difensive per ciascun partner. Quando una coppia si forma, vi è un ingaggio reciproco che può essere sia all’insegna di un compito evolutivo legato a processi di separazione individuazione e di monitoraggio affettivo reciproco, sia la creazione di una relazione interna regressiva e frustrante. Le aspettative che si hanno sull’altro e le fantasie idealizzanti distruggono il legame poiché appare deludente e non corrispondente all’idea iniziale.  Dovrebbe nascere la capacità di elaborare l’uso che si può fare delle risorse affettive dell’altro e di Sé, tollerando quello che non ci si può aspettare. L’interesse per il partner può rappresentare un modo di sbarazzarsi proiettivamente di parti di Sé indesiderate. In questo modo, l’altro diventa l’oggetto disprezzato da dominare oppure l’oggetto danneggiato da riparare. Come cambia la coppia con i figli Il contesto affettivo che regola la coppia richiede una riorganizzazione quando arriva un figlio. Il bisogno di attaccamento del nuovo nato, riporta in primo piano le rappresentazioni interne di figure genitoriali in relazione alle prime esperienze affettive e la tendenza a ripetere i modelli interiorizzati. L’assunzione del ruolo di genitore costituisce un periodo di riassetto della personalità che può comportare momenti di grande confusione e insicurezza che investono l’individuo nel suo senso d’identità. L’importanza della progettualità della coppia è fondamentale come momento di confronto e allineamento di motivazioni ed impegno.

Come stai?

“Come stai? È la frase d’esordio nel mondo che ho intorno ..” Così intona una canzone di Dario Brunori cantautore calabrese che ha accompagnato come sottofondo la stesura di questo nuovo articolo. “Come stai?”,  questa domanda nonostante la sua brevità è capace, nelle relazioni umane, di costruire un ponte, dare possibilità relazionali agli incontri tra persone. Usiamo spesso questa frase, sia negli incontri frettolosi e numerosi del vivere giornaliero, sia in quelli profondi che si vivono spesso in relazioni di cura tra bambini e caregiver o anche in spazi e rapporti terapeutici come in una seduta dallo psicoterapeuta o dal medico. Con il “come stai?” mettiamo un ponte tra due castelli vicini e, per qualche ragione, comunicanti. I modi di rispondere sono tantissimi, forse non sempre consapevoli , ma tutti nella maggior parte dei casi, validi. “Abbastanza bene” è decisamente tra tutti i modi su cui ho riflettutto, quello che trovo più cortese. Negli incontri veloci lascia spazio di domanda, d’immaginazione così come anche di chiusura, mentre in quelli per così dire “profondi” in cui ci si dedica a relazioni di cura, dà la possibilità ad esempio al terapeuta, di dare senso a quel curioso “abbastanza”. Sia ben chiaro che coltivo profondo rispetto verso gli incontri/scontri del vivere quotidiano, non sia solo perchè sono napoletana, ma anche perchè ne ho visto sul campo professionale l’importanza. Talvolta infatti  questo tipo di relazioni sono dei salvavita: quella risata scambiata con la salumiera, così come la chiacchiera fuori scuola dei figli con qualche mamma o anche la parolaccia lanciata dall’automobilista al pedone indisciplinato, restano fondamentali e assolutamente non di serie B. Mi voglio però riferire maggiormente alle relazioni negli spazi di cura in cui, chi domanda, chi inizia quel ponte è un terapeuta, una persona che lavora e si forma costantemente per manipolare al meglio quel “abbastanza bene”. Una danza ritminca che va dal “come stai?” al “come sto?”.  Questo oscillare non rigarda solo la persona al di là delle nostre scrivanie e dei nostri ruoli, ma anche noi terapeuti. Ciò rievoca naturalmente concetti come transfert e controtransfert che nei prossimi articoli mi piacerebbe approfondire. Più che una trincea con battaglioni l’uno contro l’altro armati con momenti di tregua, sto imparando a vederla come una danza, questo sicuramente grazie al mio lavoro di continua formazione come arteterapeuta. Una danza che oserei chiamare collettiva, in cui entrano e si scambiano il passo i numerosi personaggi che incontro quotidianamente e nel profondo ogni giorno da generazioni. Una formazione transculturale che mi permette di osservare e lavorare con la complessità dei passi altrui e non solo. A Napoli c’è un detto che mi è sempre tanto piaciuto che dice “Ogni capa è nu tribunale”.