La comunicazione pubblicitaria durante il Covid

Allo scoppio della pandemia da Covid-19, le aziende si sono interrogate su come procedere nella comunicazione pubblicitaria. Le strade che potevano intraprendere erano tre: Continuare con le comunicazioni in corso con il rischio che si creasse un effetto straniante nel vedere la vita pre-pandemia) Sospendere tutte le attività con il rischio di suscitare la percezione di abbandono/disinteresse Modificare/adattare le comunicazioni con il rischio di suscitare la percezione di speculazione/insensibilità Le aziende hanno intrapreso le tre diverse strade. Alcune sono state molto reattive e hanno mandato in onda le prime campagne dopo poche settimane dallo scoppio della pandemia. Altre, invece, hanno aspettato e in parte sospeso le loro attività comunicative. Pensando alle aziende che non si sono fermate in termini di comunicazione pubblicitaria, alcune hanno puntato più su una dimensione di rassicurazione (“Andrà tutto bene”), altre sulla gestione concreta della quarantena con consigli su attività da svolgere. Da metà maggio 2020, invece, hanno iniziato a puntare più sul tema della ripartenza. In generale, dunque, si prospetta il tema del “Ci rivediamo”. Le campagne pubblicitarie che ci hanno accompagnato nei mesi della pandemia da Covid-19, però, erano tutte identiche. Dicevano tutte le stesse cose con lo stesso tone of voice e lo stesso storytelling, lasciando il focus sui prodotti e i brand in secondo piano. Ad esempio, erano sempre presenti la bandiera italiana, le persone al balcone, gli arcobaleni, le persone che cucinano, il personale sanitario, il tempo libero in casa e le videocall… Questo ha comportato sicuramente diversi rischi, tra cui il cosiddetto rischio di Covid-washing. Tutte le aziende fanno vedere di essere vicine agli italiani, ma al contempo fanno perdere di vista il messaggio. Questa strada intrapresa dalle aziende si è dimostrata essere un problema solo a posteriori, in quanto diventava difficile per i consumatori capire quale brand avesse detto cosa. La difficoltà a riconoscere un brand portava anche ostacoli nel ricordarlo. Inoltre, molti brand si sono allontanati eccessivamente dai propri valori fondativi. La ruota di Schwartz individua più di 50 valori fondativi delle persone e anche delle personalità di un brand. Dunque, ogni brand ha un posizionamento chiaro su questa ruota. Durante la pandemia, improvvisamente tutti i brand sono andati a coprire i valori di benevolenza, universalismo e tradizione. Per alcuni brand era corretto rispondere a questi valori in quanto sono sempre stati posizionati in quell’area, per altri no in quanto stonavano con i propri valori fondativi. Una ricerca svolta da Hokuto e Conic nel lockdown indica che il 60% degli italiani si era stancato della comunicazione pubblicitaria legata al Covid e il 50% sosteneva che la pubblicità aveva esagerato ad adeguare i contenuti all’emergenza sanitaria. Al tempo stesso, però, il 72% dei consumatori si aspettava che le aziende offrissero il proprio contributo in quanto aventi una responsabilità sociale. Il 70% dei consumatori volevano sentire cosa i brand potessero offrire per superare la crisi. In conclusione, più che proporre un generico messaggio di resistenza e resilienza, sarebbe stato importante mostrare in modo concreto come il brand, con i suoi prodotti e servizi, poteva aiutare il consumatore a superare la crisi, guidandoli verso una nuova normalità, restando però coerenti con la propria mission, vision e valori di riferimento. Questo avrebbe significato articolare le azioni di marketing su diversi livelli: Mostrare empatia: soprattutto nella primissima fase Favorire l’adattamento ad una nuova realtà: proponendo nuove attività da fare Promuovere una visione su un futuro post-Covid BIBLIOGRAFIA Hokuto & Conic (2020). Come è cambiata l’attenzione dei telespettatori nei confronti degli spot pubblicitari ai tempi del Coronavirus?
Il Fenomeno del Catcalling

Il catcalling deriva dalla fusione dei termini “cat” (gatto) e “calling” (chiamare), e non è altro che la molestia verbale destinata prevalentemente a donne incontrate per strada. Il catcalling comprende commenti indesiderati, gesti, strombazzi, fischi e avance sessuali in luoghi pubblici come strade e mezzi di trasporto. Il fenomeno è in crescita e condiziona molte donne che non si sentono più libere di camminare per strada e indossare ciò che vogliono. Le molestie di strada non sempre includono azioni o commenti con connotazione sessuale. A volte prevedono anche insulti omofobici e altri commenti che fanno riferimento a religione, etnia, classe sociale e disabilità. Il catcalling, come gli altri tipi di molestie, è caratterizzato dall’oggettivazione della vittima: il cat caller non vede una persona ma un oggetto sessuale. Molte donne che hanno subito una molestia verbale per strada hanno difatti dichiarato di essersi sentite sporche e inutili, in quanto in quei momenti ci si sente deumanizzati, privati di un nome ed una personalità mentre degli estranei squadrano il tuo corpo senza che tu possa dire nulla. In questa dinamica il cat caller si colloca in una posizione di potere rispetto alla vittima, la quale, dopo aver ricevuto fischi, un “ciao bella” o uno sguardo di troppo, prova sentimenti contrastanti. E poi vi è la rabbia per aver subito una molestia e allo stesso tempo la frustrazione ed impotenza legate al non aver reagito per timore di scatenare reazioni incontrollabili nel cat caller. Tutto ciò si tramuta in una forte paura che porta ad una profonda modificazione del proprio stile di vita nella speranza di evitare che quell’evento si verifichi nuovamente, come: vestirsi in maniera differente, scegliere di non percorrere certe strade, non socializzare o rincasare prima che faccia buio. L’aspetto subdolo del catcalling è che la molestia vera e propria, si nasconde dietro ad un complimento. infatti, vi è tanta gente che pensa sia un buon modo per approcciarsi all’altro ed esprimere interesse. Quindi fischiare o fare complimenti per strada sarebbe sinonimo di interesse verso l’altroe soprattutto, dal punto di vista di chi lo esercita, dovrebbe essere vissuto come un complimento da chi lo vive. In molti Paesi il catcalling è considerato un reato. Nel 2018 in Francia è stata approvata una legge sulle molestie verbali e contro il catcallingche prevede sanzioni in multe dai 90 ai 1500 euro, a seconda della gravità della molestia. Anche in altri Paesi, come il Perùe lo stato dell’Illinois, sono previste sanzioni. In Italia il catcalling non è considerato reato e dunque non sono previste sanzioni per le molestie di strada. Tuttavia, il catcalling potrebbe essere inquadrato nella fattispecie di cui all’art. 660 del Codice penale, che disciplina lacontravvenzione di molestia o disturbo alle persone. Ad ogni modo, in Italia l’assenza di normative specifiche contro questo tipo di condotta amplifica la banalizzazione del problema, che andrebbe risolto anche attraverso la prevenzione e l’educazione già dai primi anni di scuola
Quali sono i vantaggi del parent training?

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Fattori cognitivi ed emotivi nella ricerca di informazioni

In momenti storici e collettivi di grave rischio per sé e per gli altri, è fondamentale tenersi informati e comprendere ciò che sta accadendo. Tuttavia, la sovrabbondanza di informazioni e il fenomeno dell’infodemia che essa comporta rende sempre più difficoltoso ritrovare fonti e notizie attendibili. L’incertezza e la confusione che caratterizza eventi di questo tipo possono portare a comportamenti ossessivi riguardo la ricerca di informazioni oppure, di contro, ad un completo evitamento. Diversi fattori cognitivi ed emotivi influenzano ed orientano il comportamento relativo alla ricerca di informazioni durante momenti di rischio individuale e collettivo. Esempio esplicativo è quello della pandemia: l’impatto improvviso e globale del COVID-19 ha portato molte persone a cercare informazioni. I dati sulle tendenze di Google mostrano che “COVID-19” è stata la parola chiave più cercata in tutto il mondo a marzo e aprile 2020 (Google Trends, 2020). Ciò indica l’importanza della disponibilità delle informazioni durante una crisi di salute pubblica ma, al tempo stesso, mette in evidenza anche la necessità di garantire la corretta gestione di un flusso massiccio di informazioni e il ciclo di notizie 24 ore su 24. Tuttavia, in situazioni come questa, diversi fattori cognitivi ed emotivi influenzano la ricerca di informazioni o il suo evitamento. Ricerca o evitamento di informazioni Barsevick e Johnson (1990) hanno definito il comportamento di ricerca di informazioni come “azioni utilizzate per ottenere la conoscenza di un evento o situazione specifica”. In quanto tale, il comportamento di ricerca di informazioni enfatizza il comportamento attivo ed intenzionale, piuttosto che la scansione passiva dei media. L’elusione delle informazioni, descritta come “negazione, attenuazione o repressione” (Lambert e Loiselle, 2007), si riferisce alla scelta di un individuo di distogliere l’attenzione dalle informazioni. La paura di sapere nasce da istinti difensivi. Tale risposta difensiva si applica all’auto-riconoscimento degli individui e alla loro percezione dell’ambiente. Mentre un’epidemia rappresenta una grave minaccia per la società, i messaggi di rischio prolungati possono sopraffare le persone, soprattutto alla luce di informazioni massicce e contraddittorie che circolano attraverso vari canali di informazione. Le persone possono nascondersi da notizie angoscianti e deludenti e sentirsi insignificanti e impotenti perché alti gradi di incertezza fanno sembrare insensati gli sforzi individuali (Zhao e Liu, 2021). Fattori cognitivi ed emotivi A livello cognitivo, quando la persona sente una discrepanza tra ciò che dovrebbe conoscere su una determinata informazione e ciò che effettivamente sa, si attiva il comportamento della ricerca di informazioni. La persona decide così che ha bisogno di maggiori informazioni e sceglie il meccanismo di ricerca e le strategie di elaborazioni delle informazioni più adatti per arrivare al suo scopo. A livello emotivo, diverse ricerche hanno indicato che sia le emozioni negative che quelle positive possono stimolare comportamenti di ricerca di informazioni, specialmente in contesti ad alto rischio. Studio di Zhao e Liu (2021) Nel loro studio, Zhao e Liu (2021) hanno esaminato la relazione tra fattori cognitivi e affettivi e i comportamenti di ricerca o evitamento di informazioni delle persone in situazioni di rischio acuto attraverso un sondaggio online, con un campione di 1.946 persone, condotto nel febbraio 2020, durante lo scoppio della pandemia di COVID-19 in Cina. I risultati mostrano come l’insufficienza informativa percepita è correlata negativamente con il comportamento di ricerca di informazioni. L’insufficienza informativa percepita incoraggia il comportamento di evitamento delle informazioni e scoraggia il comportamento di ricerca di informazioni. Inoltre, è stata rilevata una relazione a forma di U invertita tra insufficienza informativa e comportamento di evitamento. Quando il livello di insufficienza informativa è relativamente basso, le persone evitano deliberatamente le informazioni rilevanti. Quando il divario di inadeguatezza delle informazioni si allarga, si passa a una ridotta tendenza a evitare. Tale risultato può essere spiegato sostenendo che il principio di sufficienza informativa si basa sull’analisi costi-benefici e non tiene conto del fatto che più informazioni non sempre aiutano le persone a prendere decisioni informate, specialmente nell’era di Internet (Zhao e Liu, 2021). In effetti, una maggiore conoscenza può causare dissonanza cognitiva o paura, specialmente tra le persone con bassa fiducia nel giudizio. Per quanto riguarda la dimensione affettiva, il sentirsi preoccupati o incoraggiati si correla positivamente con il comportamento di ricerca di informazioni, mentre l’elusione delle informazioni si correla positivamente con il sentirsi arrabbiati ed eccitati. I risultati hanno indicato che durante un’emergenza di salute pubblica, messaggi più intensi e rischiosi (come rabbia) possono stimolare un comportamento di evitamento delle informazioni. Conclusione Diversi sono i meccanismi che portano alla ricerca spasmodica di informazioni o al suo evitamento durante eventi globali ad alto rischio. Fondamentale è conoscerli e riconoscerli per poter implementare un’informazione funzionale, sviluppare pensiero critico e costruire comportamenti consapevoli. Fonti Zhao S and Liu Y (2021) The More Insufficient, the More Avoidance? Cognitive and Affective Factors that Relates to Information Behaviours in Acute Risks. Front. Psychol. 12:730068. doi: 10.3389/fpsyg.2021.730068 Barsevick, A. M., and Johnson, J. E. (1990). Preference for information and involvement, information seeking and emotional responses of women undergoing colposcopy. Res. Nurs. Health 13, 1–7. doi: 10.1002/nur.4770130103 Lambert, S. D., and Loiselle, C. G. (2007). Health information-seeking behaviour. Qual. Health Res. 17, 1006–1019. doi: 10.1177/1049732307305199
Dal nucleo al “sistema”

di Francesca Giuglielmetti Una delle cose che spesso risulta incomprensibile ai piú è perché, anche quando ci si trova palesemente davanti al disagio di un singolo, il terapeuta della famiglia convochi tutto il nucleo. Ora confesso che, nonostante tutti gli anni di studio, questa faccenda mi è stata realmente chiara solo passeggiando in una vigna. Si, una vigna, ma non una qualsiasi eh!, ma una magnifica, dolcemente adagiata sulle sponde del lago di Toblino, in Trentino. Durante la passeggiata (strategicamente ricercata per digerire la dodicesima portata di un pranzo di nozze) lo sguardo mi cadde su un elemento decisamente anomalo rispetto al contesto: davanti ad ogni filare c’era infatti un bellissimo cespuglio di rose. La questione doveva essere assolutamente indagata! Così, anche per sfuggire al Karaoke che incombeva, mi misi alla ricerca di una risposta. Fu la saggia zia, grande intenditrice di Gewürztraminer, a spiegarmi che la rosa ha una funzione ben precisa nei vigneti poiché è una “pianta spia”, una vera e propria sentinella, in grado di prevenire le “malattie” del vigneto. Il viticoltore guarda la rosa pensando al vigneto poiché il fiore manifesta in tempi prematuri rispetto al filare, i sintomi dovuti ad eventuali patologie. Attraverso la rosa il viticoltore monitora lo stato di salute del filare e, se necessario, è in grado di intervenire rapidamente nel caso in cui la malattia minacci la sua vigna. La passeggiata, ripresa all’imbrunire dopo i necessari chiarimenti, mi portó a pensare che il terapeuta, proprio come il viticoltore attento, per prima cosa nell’accogliere una famiglia cercherà ed osserverà la rosa. Quello che in letteratura si chiama “paziente designato” altro non è che un fiore bellissimo e delicato che porta in sé, anticipandolo al terapeuta, tutto il dolore del nucleo familiare. Le famiglie giungono in terapia letteralmente portate da un sintomo, da un disagio, da una difficoltà di uno dei suoi componenti. Mentre la famiglia, comprensibilmente, è tutta focalizzata sul disagio del suo membro, il terapeuta sa che il “paziente” è parte di un sistema. Il terapeuta sa poi che per essere efficace il suo intervento dovrà partire dal paziente, riconoscerne il dolore e prendersene cura ma sa anche che il paziente, così come la rosa, pur nella sua peculiarità, è parte del sistema e che la cura per essere efficace, pur iniziando dal paziente, deve coinvolgere e riguardare tutto il filare ossia tutta la famiglia. Nel prendersi cura della rosa il viticoltore si interconnette alla vigna e fa in modo che la sofferenza della rosa non sia stata vana ma sia servita a far crescere rigoglioso il vigneto; Nel prendersi cura del “paziente” il terapeuta si interconnette alla famiglia e fa in modo che tutto il suo dolore, la sua sofferenza ed il suo disagio siano riconosciuti nella funzione protettiva del singolo individuo che, sofferente e fragile, sta offrendo un’occasione di cura a tutta la famiglia.
L’infanzia fatta di trascuratezza e abusi

I genitori maltrattanti I genitori maltrattanti manifestano minore soddisfazione nel crescere i figli, percepiscono l’accudimento come conflittuale, poco gratificante e utilizzano metodi educativi maggiormente controllanti. I genitori abusanti non sostengono l’autonomia dei figli, anzi a volte interferiscono con lo sviluppo dei bambini, obbligandoli a vivere in un contesto familiare isolato. Il clima affettivo di queste famiglie è spesso caratterizzato da poche emozioni positive e maggiormente negative. Le madri non accudenti tendono ad avere poche aspettative nei confronti dei propri bambini, mostrano una scarsa responsività nei confronti dei loro segnali e non riescono a contenere le loro emozioni. L’attaccamento nei bambini maltrattati I bambini maltrattati crescono in un contesto multiproblematico, caratterizzato da povertà, violenza o psicopatologia genitoriale, criminalità, abuso di droghe e alcol e condizioni ambientali pericolose. L’attaccamento dei bambini maltrattati è profondamente influenzato dalle interazioni con i genitori. Sviluppano un attaccamento insicuro che può essere ansioso-evitante o ansioso-resistente (Ammaniti). Spesso sviluppano strategie contradditorie o disorganizzate nei confronti delle separazioni e dei riavvicinamenti con i propri genitori. Si può quindi sviluppare un attaccamento disorganizzato dovuto a stili contraddittori di accudimento da parte dei genitori. La rabbia I bambini maltrattati hanno una ridotta capacità di riconoscere le emozioni unita ad un’ipersensibilità verso la rilevazione della rabbia. La capacità di riconoscimento delle emozioni dei bambini maltrattati, in particolare vittime di abusi fisici, appare ridotta. Vi è una forte sensibilità nei confronti dei segnali associati alla rabbia e una scarsa capacità attentiva e di riconoscimento nei confronti degli altri segnali emozionali. La rabbia è percepita come l’espressione emozionale più saliente del proprio ambiente di vita poiché rappresenta il maggiore elemento predittivo delle situazioni imminenti di minaccia e pericolo. Disturbo di personalità antisociale La madre che non investe il bambino a livello emotivo e libidico, che è distante e non emotivamente disponibile appare come una “madre morta”. Questo crea nel figlio un sentimento affettivamente morto ed emotivamente distante nella relazione. Il bambino non comprende una tale freddezza e distanza, così rispecchia il proprio oggetto materno identificandosi con la madre morta. Questo tipo di esperienza risulta predittivo delle manifestazioni del disturbo di personalità antisociale. Interazione geni-ambiente L’interazione dei geni e dell’ambiente è strettamente associata alla suscettibilità differenziale all’ambiente e alle esperienze di accudimento. Esistono bambini maggiormente suscettibili che presentano un’accentuata sensibilità alle influenze ambientali sia positive sia negative e bambini con una bassa reattività che funzionano in modo adeguato in diverse situazioni, anche quelle avverse.
Il modello Poliscreativa e la questione della temporalità

La temporalità negli interventi di tipo trasformativo, soprattutto quelli riguardanti i percorsi psicoterapeutici, rappresenta un aspetto che voglio evidenziare in questo articolo ed in altri che seguiranno. L’andamento, le varie velocità e i percorsi che tendono a verificarsi nei processi trasformativi sono fondamentali per il nostro approccio di arteterapeuti secondo il modello Poliscreativa. Se pensiamo alla vulgata psicoanalitica ad esempio, siamo portati ad immaginare che l’intervento trasformativo avvenga quasi in maniera esplosiva. Il termine tecnico sempre meno usato sarebbe “guarigione per abreazione”. Abbiamo parlato di vulgata perché questo tipo di andamento esplosivo si trova più nei film di Alfred Hitchcock, vagamente ispirati al modello freudiano, che nella letteratura più seria del settore. Basti pensare ai film Io ti salverò del 1945 (Titolo originale Spellbound– Incantata) e al thriller psicologico Marnie del 1964. Attualmente sia il modello psicoanalitico sia la nostra esperienza con Poliscreativa tende a privilegiare aspetti più di tipo estensivo che intensivo. Questo perché? Quando una situazione è molto, ma molto appariscente e anche molto teatrale, in realtà è qualcosa di non veramente autentico. Non che esistano le cose completamente autentiche. Infatti, qualunque cosa diciamo ha una componete teatrale che non coincide con l’esperienza stessa. Pensiamo alla parola. Quando io dico una parola, sono sia la parola che dico, sia lo spettatore, sia l’attore che la dice. In una buona comunicazione tutte queste componenti sono in una dinamica di tipo circolare. Non c’è un polo che viene privilegiato. L’ esperienza ci insegna che quando si privilegia troppo un aspetto di tipo esplosivo, molto teatrale e d’effetto, probabilmente, nel profondo della persona non c’è un aspetto veramente trasformativo. Per questo il modello Poliscreativa tende a privilegiare molto più un approccio di tipo estensivo che intensivo. Questo tipo d’impostazione proviene dal fatto che nel nostro gruppo c’è chi ha lavorato per molto tempo in campo antropologico culturale e, in particolare, in psichiatria e psicoterapia transculturale. Lo studio molto attento che è stato fatto ad esempio dei rituali esorcistici ha evidenziato in qualche modo una sorta di continuità con degli aspetti di tipo sciamanico, pur appartenendo entrambi ad universi ideologici diversi. Il nostro gruppo ha seguito e studiato per quasi 25 anni i rituali esorcistici di padre Gabriele Amorth, fondatore dell’Associazione Internazionale Esorcisti, che potremmo considerare tra gli esorcisti più famosi del mondo. Sempre a proposito di vulgata, si può pensare che nell’ andamento del rituale esorcistico il manifestarsi della presenza che possiede, avvenga in maniera eclatante. In realtà, gli esorcismi di padre Amorth non avevano affatto questo tipo di andamento. A proposito di film, nulla di quello che faceva don Amorth era sovrapponibile al famoso film L’esorcista. Abbiamo scoperto che gli esorcismi di don Amorth, ad esempio, non duravano mai più di 15-20 minuti. Si svolgevano secondo un percorso che aveva una sua temporalità. La cadenza degli incontri era soprattutto bisettimanale e duravano in media dai 5 ai 7 anni, un minimo di 2 anni era necessario affinché l’esorcista avesse un minimo di efficacia, per arrivare fino a 12 anni nei casi che lui considerava cronici. Lavorando anche su certi aspetti di alcune culture sciamaniche si vede come la dimensione teatrale più eclatante fosse molto limitata. Piano piano si poteva osservare la costruzione dell’immaginario adeguato a quel determinato contesto ideologico e come l’andamento di questa costruzione avvenisse molto gradualmente. Anche nei protocolli dei colleghi che hanno studiato attentamente i rituali esorcistici ad esempio in un caso di lutto non elaborato, il paziente esorcizzato, mentre durante la fase iniziale di trans dei primi esorcismi chiamava le persone care che aveva perso, man mano che si andava strutturando il rituale esorcistico la persona parlava di satana, del diavolo e poi molto gradatamente anche questo aspetto veniva sciolto. Non devono esserci equivoci, per noi il diavolo non è altro che una delle tante possibili metafore. Quello che vogliamo sottolineare con questo discorso è come certi aspetti estremamente esplosivi e teatrali siano messi in scena in certe trasmissioni televisive volte a spettacolarizzare alcune esperienze del profondo per ottenere audience, mentre per noi è molto importante l’aspetto graduale perché riteniamo che tutto questo abbia a che fare con l’autenticità profondamente sentita, in relazione sia col profondo delle persone che con il loro contesto.
Depressione post-partum. Succede anche ai papà

La depressione post partum può includere diversi sintomi, da una grave flessione dell’umore a tendenze suicidarie della madre nel primo anno dopo la nascita del bambino. È una condizione ancora poco diagnosticata e poco trattata, a volte con tragiche conseguenze. Ma anche gli uomini possono soffrire di questa condizione mentale? In un articolo per la BBC, Amanda Ruggeri mette in luce come anche in campo medico questa condizione sia stata e sia tuttora spesso totalmente ignorata, se declinata al maschile. Eppure, le ricerche cominciano ad andare in questa direzione. Si stima che circa il 10% dei padri sia depresso nel primo anno dopo la nascita del bambino: si tratta del doppio dell’incidenza della depressione nella popolazione maschile generale. Ma secondo altre ricerche e casistiche cliniche, questa sembrerebbe una sottostima: dopo quattro-sei mesi dalla nascita del bambino, circa il 25% dei papà soffrirebbe di ansia generalizzata, di disturbi ossessivi e di disturbo post traumatico da stress. Quando un problema di salute mentale riguarda la popolazione maschile è meno probabile che ci sia una richiesta di aiuto. La convinzione di dover risolvere da soli è spesso ancora molto presente: cercare aiuto significa, per molti uomini, un segno di debolezza. È stigmatizzato e considerato un comportamento appartenente alla sfera femminile. La cultura, le aspettative su di sé, le credenze, le provenienze familiari: sono molti i fattori che condizionano e orientano la scelta. E lo stesso contesto culturale è significativamente presente anche tra gli operatori della salute: viene spesso detto ai papà che il loro compito è di essere di supporto alla mamma che aspetta e partorisce, con sottovalutazione delle ansie e delle paure che anche i padri potrebbero provare. Uno stereotipo sostenuto a vari livelli, che rende difficile mettere in luce il bisogno di sostegno della popolazione maschile in generale e in particolare in questa delicata fase perinatale. Una ricerca inglese ha raccolto le testimonianze dei papà che hanno avuto sintomi: ricorrono, nelle interviste, dichiarazioni circa la propria incapacità, la sensazione di essere dei falliti, di non sentirsi “un vero uomo”, di non poter parlare con nessuno della propria condizione mentale, di non essere in grado di supportare la propria compagna nel ruolo di madre, oltre a sensazioni di vergogna molto diffuse: quale uomo si deprimerebbe dopo aver avuto un bambino? Le madri hanno maggiori probabilità di ammalarsi di depressione nel periodo postnatale (in media circa il 24% madri, 10% padri – ma occorre tenere conto, per i padri, di un vasto numero di mancati accessi e relative diagnosi); e, ovviamente, i cambiamenti ormonali hanno una parte in causa nel caso della madre. Ma la portata psicologica è di importante e significativa centralità, sia nel caso delle madri sia in quello dei padri. E per quanto riguarda i sintomi? Ogni caso è naturalmente a sé, ma in linea generale le manifestazioni variano. Le madri che soffrono di depressione post partum possono non riuscire ad alzarsi dal letto, sperimentare frequenti episodi di pianto e disperazione profonda; mentre negli uomini prevalgono indecisione, irritabilità, estrema autocritica, comportamenti ossessivi, con aumento delle ore di lavoro, oppure abuso di sostanze e di bevande alcoliche o ancora somatizzazioni. Anche in questo, la portata delle credenze e della cultura ha un ruolo determinante nella natura dell’espressione sintomatica, femminile e maschile. E anche gli ormoni maschili hanno un ruolo da poco evidenziato. Recenti ricerche dimostrano che gli ormoni dei padri cambiano, fin dai mesi successivi al concepimento: i livelli di testosterone diminuiscono durante la gravidanza del partner e gli estrogeni aumentano verso la fine della gravidanza. Ovviamente, a parte le cause fisiologiche, sia le madri sia i padri vanno incontro a un profondo stravolgimento con la nascita di un bambino, che riguarda la vita di relazione, la vita sessuale di coppia, la relazione con il bambino, la pressione della responsabilità, le preoccupazioni finanziarie. E, aggiungo io, la posizione all’interno delle famiglie di origine; un aspetto identitario spesso trascurato e poco considerato, che merita invece un’attenzione dedicata: cambiano gli equilibri, le percezioni delle persone coinvolte, lo status all’interno della famiglia allargata, con grande impatto sulla psicologia della neomadre e del neopadre. Su alcuni fattori di predisposizione non abbiamo strumenti per agire. Ma sugli aspetti culturali e sociali si può fare molto; si può dare spazio a questi argomenti, se ne può parlare a scuola, si può insegnare alle nuove generazioni che la vulnerabilità va riconosciuta. E che merita attenzione.
I giovani boicottano i social media per riappropriarsi della socialità

La pandemia sembra aver scosso profondamente le nostre vite, ricalibrando le priorità e gli stili di vita delle persone sulla base di un nuovo equilibrio. In particolare i giovani stanno totalmente rivoluzionando abitudini, trend e convinzioni della loro vita privata e professionale. Abbiamo visto come sta cambiando il paradigma del lavoro e la concezione dell’individuo in riferimento all’identità professionale nelle nuove generazioni. Oggi c’è una nuova tendenza che denota un’inversione di marcia rispetto agli anni passati: sempre più giovani stanno eliminando il proprio account social. Molti Millennials e Gen Z hanno deciso di allontanarsi dai media per ristabilire il proprio benessere psico-fisico e riprendere il controllo del loro tempo. Il dato emerge dall’ultimo sondaggio della Digital Society Index – condotta a livello globale da Dentsu Aegis Network. La causa principale di questa tendenza è la difficoltà di gestione dei social media. Nel corso degli anni i social media sono diventati indispensabili nella vita quotidiana. Si sono sostituiti ai motori di ricerca, sono diventati strumenti di aggregazione sociale e intrattenimento, nonché potenti mezzi di diffusione per l’attività professionale. Ma perchè sono così difficili da padroneggiare? Ladri di tempo e concentrazione Il tempo speso sui social, talvolta in modo quasi inconsapevole, è disarmante. Consultare continuamente lo smartphone rallenta le attività che stiamo svolgendo, incidendo in maniera significativa sulla concentrazione.Lo “scrolling selvaggio” genera un notevole dispendio di tempo ed energie, focalizzando la nostra attenzione su contenuti che spesso nemmeno ci interessano. Generatori di stress e ansia Abbiamo ampiamente parlato di “social addiction” e di ansia da prestazione dovuta ai modelli di perfezione irraggiungibile proposti dai media. Le nuove psicopatologie connesse all’utilizzo di internet e in particolare dei social network, minacciano la salute mentale dei nostri giovani. Incoraggiano legami superficiali Al giorno d’oggi la popolarità si misura a colpi di followers, eppure i ragazzi non sono mai stati così soli. La corsa all’approvazione e lo stress del consenso a tutti i costi influenzano l’autostima e la percezione del proprio IO. I giovani di oggi vogliono essere se stessi, mostrarsi senza filtri e ad essere apprezzati in maniera più profonda e genuina. E se per ritornare autentici è necessario abbandonare per un pò la tecnologia, che differenza fa?Come in tutte le cose, è auspicabile trovare un equilibrio con se stessi e con gli altri, imparando a vivere gli strumenti tecnologici con misura e consapevolezza, a proprio piacimento.
Abbreviare le parole è uno strumento di comunicazione?

Ormai utilizzare gli acronimi e abbreviare le parole sono una modalità entrata a gamba tesa nella comunicazione quotidiana. Le parole abbreviate, infatti, sono una tecnica usata non solo dai zoomer, ma anche gli adulti ne fanno un largo ab-uso. La necessità di accorciare le parole, e usare semplici abbreviazioni nasce nel settore stenografico per velocizzare la scrittura di un discorso. Negli ultimi anni, invece, l’esigenza si è accentuata in ambito della messaggistica. Alcuni social “primitivi” o compagnie telefoniche ponevano il limite di caratteri da poter utilizzare per l’ invio di un messaggio. Da qui si è sempre più diffusa questa tecnica tanto da essere utilizzabile senza rendersi conto più del contesto. Le abbreviazioni più comuni sono quelle che riguardano le emozioni: “LOL” o “OMG”, “QQ” o ancora “TVB”. Negli ultimi anni questo tipo di espressioni è dato ancora sostituito da emoticon che ne riduce ancor di più lo spazio utilizzato e rendere più “colorato” il messaggio. Altre parole abbreviate invece sono rappresentate da congiunzioni (nn=non, pk=perchè, cmq=comunque). In questo modo, il contenuto trasmesso è visivamente più breve e permette al lettore di non perdere la concentrazione. Frasi troppo lunghe, infatti, fanno calare sensibilmente l’attenzione, compromettendone la comprensione piena. Cosa ci spinge adesso che non c’è più la necessità a continuare ad abbreviare le parole scritte? Abitudine, pigrizia? In effetti, il nostro cervello si è adeguato ai ritmi frenetici della vita quotidiana, dove il tempo è sempre poco e fugace. Tutto scorre intorno a noi molto rapidamente e anche le dita sulla tastiera eseguono la loro danza a velocità impressionante. Va però ricordato che tutto va contestualizzato. Una conversazione tra amici, può essere free, a differenza di una lettera di candidatura per un colloquio di lavoro, anche se l’azienda è giovane. Anche la lettura di un bel libro o articolo non può essere snaturata da abbreviazioni o assenze di congiunzioni, che danno comunque musicalità al testo stesso.