Quando il giudizio degli altri diventa troppo importante: il fenomeno dell’ansia sociale

di Loredana Luise Negli ultimi tempi incontro sempre più spesso ragazzi o ragazze che mi raccontano di provare una forte ansia, soprattutto in situazioni nelle quali devono riuscire a dimostrare il loro valore agli altri, come nelle interrogazioni a scuola e nelle gare sportive. Lavorando negli sportelli d’ascolto a scuola mi capita d’imbattermi in ragazzi dagli 11 anni in su, che mi riferiscono di sentirsi minacciati da quello che gli altri possono pensare, e non necessariamente dagli adulti, quanto piuttosto dai loro coetanei. E’ una vera e propria necessità di evitare figuracce, o situazioni imbarazzanti, che possano metterli in cattiva luce rispetto al gruppo, del quale ricercano continuamente l’approvazione. Spesso sono ragazzi timidi e taciturni che osservano in silenzio le dinamiche del gruppo, ma a volte sono anche soggetti ben inseriti che invece si sentono sempre sotto giudizio dei loro coetanei. Mi capita di ricevere richieste di consulenza da parte di genitori preoccupati dei loro figli che manifestano questo tipo di disagio emotivo, e altre volte da parte di insegnanti che si trovano a gestire situazioni piuttosto difficili e particolari nel contesto classe. La pandemia ha peggiorato la situazione L’ansia sociale è un fenomeno conosciuto e studiato lungamente, ma probabilmente, le situazioni di isolamento degli ultimi due anni, legate alla situazione pandemica, hanno notevolmente esacerbato questa sintomatologia. La mia sensazione è che chi probabilmente già prima della pandemia in qualche modo provava molta apprensione per i contesti di prestanza, avendo sperimentato per lungo tempo l’isolamento, ed evitato situazioni di gruppo o semplicemente di confronto, sia ancora più disabituato a dimostrare agli altri quanto valga veramente. Limite tra timidezza e ansia sociale I ragazzi timidi e riservati sono sempre esistiti, noi tutti abbiamo avuto un compagno talmente timido dall’averne sentito a malapena la voce, ma il limite tra timidezza ed evitamento per ansia sociale è molto sottile. Molti soggetti timidi riescono comunque a essere prestanti e a  vivere il loro stato di riservatezza come una caratteristica personale anche apprezzata o apprezzabile, altri invece, lottano con la paura di confrontarsi al punto da isolarsi. La riduzione delle esperienze sociali e delle situazioni di confronto pubblico ha sicuramente fornito invece esperienze piacevoli di isolamento che hanno rafforzato la strategia di evitamento dei contesti pubblici di confronto. Il fenomeno dell’isolamento sociale da parte di ragazzi, giovani adulti e anche adulti è oramai una realtà in crescendo e va di pari passi con l’iperconnessione ad internet e il progressivo estraniamento da contesti di vita concreta. Anche chi da lungo tempo lavora in smartworking, ed ha da sempre delle caratteristiche di personalità tendenti all’individualità, sicuramente predilige la situazione che vive evitando i contesti di confronti che sono da sempre fonte di ansia, con il rischio di non riuscire più a gestire però un futuro rientro in un contesto sociale. Quali sono i vissuti di chi vive questo stato emotivo I ragazzi che si rivolgono agli sportelli d’ascolto o che vengono con le famiglie in consulenza privata riportano spesso come sintomi anticipatori stati di tachicardia, iperventilazione, difficoltà a deglutire o problemi gastrointestinali. Gli effetti sull’evento specifico invece sono l’impossibilità o la difficoltà a parlare, l’annebbiamento, l’amnesia momentanea o lo stato confusionale generalizzato. Tra gli adulti che nel tempo hanno imparato a riconoscere i sintomi mi raccontano di utilizzare varie strategie di evitamento che spesso però si correlano con sintomi fisici precisi dei quali sanno fare dettagliatamente il resoconto. A conferma di uno studio  condotto da Beck e Emery la modalità che utilizzano questi soggetti per valutare le situazioni a rischio ha un doppio codice. Quando sono lontani dallo stimolo fonte d’ansia, hanno una valutazione completamente razionale mentre appena si avvicinano alla situazione ansiogena utilizzano un codice del tutto irrazionale che non consente loro di affrontarla in modo adeguato, per lo meno emotivamente. Molti di loro riescono anche a essere comunque produttivi e precisi ma lo sforzo per raggiungere tale perfezione va notevolmente a discapito di un minimo equilibrio emotivo e lontanissimo dalla possibilità di poter godere del risultato. Altri invece sono in tale difficoltà che pregiudicano notevolmente il risultato inanellando una serie d’insuccessi l’uno sull’altro che minano completamente la loro autostima. Ma qual è l’origine di questo estremo bisogno di approvazione altrui? L’ansia sociale è un vero e proprio disturbo multifattoriale e per tale motivo si presume che possa originare da fattori genetici, da fattori ambientali e educativi o in alcuni causi da eventi traumatici. Molti studi confermano il fatto che crescere con un genitore che ha un vissuto simile, con molta probabilità comporterà l’insorgere di questa sintomatologia: l’ipervigilanza, l’atteggiamento fobico controllante o le eccessive aspettative di risultati e successi come modalità educativa dei genitori sono altri fattori predisponenti. L’autostima è sicuramente il valore chiamato in causa principalmente in questi contesti esperenziali. Un soggetto che non ha un’adeguata autostima, che vive da sempre grandi insicurezze rispetto le sue capacità e potenzialità, sicuramente teme molto di più il giudizio degli altri rispetto a chi è riuscito ad accrescere la propria autostima e il proprio valore personale. Quindi le modalità di attacamento con i genitori o le figure di accudimento, una tendenza educativa giudicante e molto attenta alle apparenze e all’immagine pubblica possono sicuramente influire sull’insorgenza di questi vissuti emotivi. Quando si trasforma in un vero e proprio disturbo Sappiamo che è impossibile prescindere completamente dal giudizio degli altri. In una società in cui la ricerca del LIKE sui social e della continua approvazione di massa, il rischio che si corre è che si perda di vista l’importante processo di autodeterminazione e di valore personale che sono necessari alla formazione dell’autostima. Se già da bambini si inizia a vivere i contesti sociali in questo modo, la vita diventa veramente faticosa, ed in effetti molti studi dimostrano come sia logorante per il fisico e per la mente mantenere costanti questi alti livelli d’ansia e di connessa ipervigilanza. Riconoscere quanto prima in modo razionale la possibilità di incorrere in un vero e proprio disturbo è il primo passo, affrontare un preciso percorso per gestire la sintomatologia e lavorare sui pregressi

Polivet lancia la campagna #loveyourvet. Burnout, i veterinari una della categorie più a rischio

Maggio, mese della salute mentale. Polivet lancia la campagna #loveyourvet Burnout, i veterinari una della categorie più a rischio Almeno la metà dei veterinari vede la sua salute mentale in pericolo. In cima ai fattori di stress il rapporto con i proprietari Roma, 25 maggio- Amiamo gli animali: ma chi ama i veterinari? Si occupano con passione e dedizione dei nostri animali domestici. Ci aspettiamo che siano reperibili, disponibili e infaticabili. Eppure il loro lavoro spesso manca di riconoscimenti, e diventa fonte di uno stress a volte ingestibile. I veterinari sono una delle categorie lavorative a più alto rischio di burnout ed episodi di autolesionismo. Un dato indagato in questi ultimi anni da varie ricerche negli Stati Uniti, in Germania, in Belgio e in Australia. Molto meno in Italia, dove la letteratura scientifica si occupa da tempo di indagare lo stress e il burnout nelle professioni sanitarie, ma non si può dire altrettanto per la professione del medico veterinario.Eppure qualcosa si è mosso, negli ultimi anni, anche se i risultati raramente hanno raggiunto il grande pubblico. In occasione del mese della salute mentale, l’ospedale veterinario Polivet di Roma ha somministrato un questionario online anonimo ai medici veterinari che ruotano intorno alla struttura (collaboratori diretti e medici che hanno aderito ai corsi di formazione, con un campione che va a coprire la totalità delle regioni italiane). “Il veterinario, a differenza delle altre professioni sanitarie, vive un dualismo complicato: da un lato il rapporto medico ed emotivo con il paziente, dall’altro quello con il proprietario dell’animale” spiega il direttore sanitario Polivet Simone Rota. “Con la nostra indagine abbiamo voluto mettere in risalto proprio questo aspetto, che è una delle maggiori fonti di disagio per i colleghi”. Una prima indagine, condotta nel 2013 da Alessandro Schianchi*, ha ipotizzato che circa il 25% dei veterinari si trovi in una condizione di elevato stress. Una seconda indagine del 2015** ha portato al primo posto tra i fattori di stress i rapporti conflittuali con proprietari difficili e lo scarso riconoscimento economico e professionale. Un dato che trova conferma nelle testimonianze anonime raccolte tramite il questionario Polivet. “La nostra professione è molto difficile. I proprietari degli animali pretendono troppo in termini di dedizione al loro animale. Manca il rispetto per la nostra professione. Con la scusa che abbiamo molta passione per gli animali tutto è dovuto. Dovremmo porre dei limiti come per i medici. Limiti sugli orari e sulle pretese assurde da parte di proprietari che perdono il senso della misura e pretendono da noi tantissimo” è lo sfogo di un titolare di ambulatorio di una grande città lombarda. Gli fa eco una collega dipendente di una clinica veterinaria “Serve sensibilizzare le persone sul fatto che non siamo dei, e che quindi non tutto ci è possibile” A rendere più complessa la situazione, continua il dottor Rota “è il fatto che molto spesso le cure veterinarie non vengono viste in ottica di prevenzione, ma come ultima spiaggia. Arrivano spesso animali già molto compromessi e si pretendono miracoli. Per questo una buona fetta del nostro lavoro come clinica si basa sulla sensibilizzazione nella prevenzione”. Un ulteriore studio del 2020*** ha messo in risalto come siano soprattutto le donne a soffrire di stress collegato alla professione veterinaria, con un mix di carico emotivo e lavorativo, e il mancato riconoscimento anche sociale del doversi rapportare quotidianamente con il dolore, la morte e la gestione del lutto. Degli intervistati tramite il questionario Polivet, 1 su 4 ha avuto pensieri autolesionisti o suicidi, quasi la metà conosce colleghi che si sono trovati in situazioni di burnout estremo. La maggior parte sono donne. “In  passato ho sofferto 2-3 volte di burnout, mi sono dovuta affidare a degli psichiatri e da 10 anni sto affrontando un percorso di psicoterapia”, racconta una veterinaria marchigiana, e come lei altre colleghe dichiarano di aver dovuto chiedere aiuto: “Lavoravo in una clinica veterinaria con un turno di notte fisso a settimana e una domenica al mese: ho rischiato il burnout. Non mi sentivo adeguata al lavoro, cominciavo a detestare clienti e pazienti, pensavo di dover cambiare lavoro” scrive una veterinaria dal Veneto, e una collega dalla Lombardia denuncia “Sono in terapia psicologica da 4 mesi per over stress, ansia e sbalzi d’umore. Sempre più clienti ci attaccano malamente accusandoci di voler solo “spillare soldi” vogliono tutto e subito con la salvezza del loro pet benché si dica che la prognosi è riservata, minacce e parolacce oltre a recensioni negative non veritiere sono quasi all’ordine del giorno”. Una soluzione facile non è a portata di mano, ma si può fare molto, specialmente nel migliorare il rapporto e la comunicazione tra medici veterinari e proprietari, facendo cadere il tabù della salute mentale anche tra colleghi. Come riassume una collega veneta: “Parlare di questi problemi. Far capire che siamo tutti, chi più chi meno, sulla stessa barca. Far capire ai titolari di cliniche e ambulatori e ai clienti che il nostro è un lavoro, non una missione, e abbiamo diritto a vivere e a mantenere i nostri spazi”. *A. Schianchi, A. Pelosi, “La dimensione del benessere nella categoria professionale dei medici veterinari”, 2013 **A. Schianchi, A. Pelosi, “Stress, burnout e strategie di coping nei veterinari italiani”, 2015 ***A.Musetti, A.Schianchi et al” Exposure to animal suffering, adult attachment styles, and professional quality of life in a sample of Italian veterinarians” Gli specialisti Polivet sono a disposizione per commenti e interviste su tutto quello che riguarda il mondo degli animali domestici Per informazioni Flaminia Festuccia – ufficio stampa Polivet 3280077916 ufficiostampa@polivet.it

La dissociazione nelle dipendenze patologiche.

L’infanzia è un periodo ricco di possibilità di crescita per gli individui, ma è tuttavia un periodo molto delicato nel quale alcune esperienze possono rivelarsi come traumatiche ed interferire con la crescita e lo sviluppo armonico. Le esperienze traumatiche nei bambini posso patologizzarsi: cioè la naturale predisposizione al ‘ritiro’ transitorio in condizioni di stress, può diventare un’esperienza in cui rifugiarsi per non sentire l’esperienza di un ambiente non protettivo. La dissociazione è una funzione naturale della mente che esclude dal campo della coscienza emozioni, sensazioni troppo forti ed accompagnate da sofferenza: si tratta di un meccanismo di sbarramento che mette al riparo la coscienza ordinaria da un eccesso di stimoli dolorosi. Essa ha dunque il compito durante tutte le fasi dello sviluppo di proteggere l’individuo per mezzo dell’alterazione dello stato id coscienza ordinario tramite un processo inibitorio attivo delle informazioni intollerabili e sopraffacenti, e la costruzione di una realtà parallela più favorevole e nella quale trovare rifugio. Il sollievo che si ricava nel ritirarsi temporaneamente in questo rifugio non ha nulla di patologico e può essere messo al servizio dell’Io dell’energia personale e della creatività. Ma quando il ritiro diventa eccessivo e tende alla reiterazione esso comporta il rischio dell’isolamento e la distorsione del senso del Sé, della relazione, del contatto con la realtà a favore di attività autoerotiche, compulsive caratteristiche delle varie forme di ‘dipendenza patologica’, nella forma più estrema a veri e propri disturbi dissociativi.  In questi casi si assiste alla disgregazione delle componenti cognitive ed emotive, all’incapacità di ‘mentalizzazione’ cioè di trovare un senso coeso all’esperienza stressante e di conseguenza la sostanza piò fungere da ‘calmante’ rispetto all’incapacità di sostenere un’esperienza emotiva dolorosa. Questo meccanismo di difesa accanto ad altri fattori traumatici e ad un attaccamento disorganizzato concorrono allo stato di dipendenza. In francese l’abuso di sostanza viene indicato dal termine ‘toxicomanie’ che definisce uno stato psichico di tipo esaltativo, mentre in inglese per la dipendenza si usa il termine ‘addiction’ esso deriva dal latino ‘addictus’ che fa riferimento ad una condotta attraverso cui un individuo è reso schiavo perché sottende l’assenza di libertà delle dipendenze patologiche. Nonostante le evidenti differenze in merito all’oggetto della dipendenza, i comportamenti additivi sembrano rappresentare un tentativo disfunzionale di contrastare l’emergere incontrollato di vissuti traumatici infantili, se le emozioni traumatiche tendono ad emergere esse si presentano il più delle volte in forma di sintomi post traumatici (iperattività, rabbia, confusione nel pensiero, disturbi somatici) che il soggetto cerca di contrastare ritirandosi in stati mentali dissociati per mezzo dell’oggetto-droga.

I MEME E IL LEGAME CON LA PSICOLOGIA

I meme

Con le nuove tecnologie, le persone sono sempre più solite comunicare attraverso i meme. Dietro l’utilizzo di queste forme di comunicazione si trovano numerose teorie psicologiche.  Ma cosa sono i meme? Essi sono immagini prese da contesti culturali specifici, a cui si mette un testo aggiuntivo che arricchisce la lettura di quell’immagine. Solitamente questa descrizione tende a ironizzare sulla quotidianità.  Questo termine viene coniato dal biologo Dawkins nel 1976. Egli lo definisce come un artefatto che, come i geni, si trasmette di generazione in generazione tramite l’imitazione. Tuttavia, non tutte le informazioni vengono diffuse, ma solamente quelle reputate più valide ed efficaci. Nel concetto originario di meme c’è sempre la concezione che alcune idee possano essere scartate, mentre altre possono diventare virali e riscontrare un grande successo. Dunque, anche in questo caso si può parlare di viralità. Questa prima concezione si è sviluppata enormemente fino ad arrivare al concetto di “Internet meme”. Esso è un’informazione che si replica via Internet sotto forma di immagini, video o frasi che può mutare ed evolversi. Un meme deve contenere elementi di novità per attirare l’attenzione, deve essere in grado di contrapporsi a una cultura dominante, deve essere conciso, facile da imitare e con un alto potere espressivo. Ma tra tutto, un meme è tale perché virale. Quali sono le funzione dei meme? Nella maggior parte dei casi, un meme nasce per far divertire gli utenti. In realtà, possono anche essere usati per garantire un impatto emotivo maggiore a un determinato concetto. Infine, sono molto usati anche all’interno della sfera politica e sociale in quanto riescono a far riflettere e a conquistare l’opinione pubblica.  La psicologia dove si colloca in tutto questo?  Secondo Wagner, un meme è in grado di far emergere un significato per gli individui appartenenti a determinate generazioni. Dunque, ha delle conseguenze importanti a livello di processi psicologici. Una persona, infatti, userà i meme dei gruppi ai quali appartiene. La comunicazione dei meme avviene in fasi sequenziali. Prima deve essere identificato e interpretato dai membri di un gruppo, poi viene condiviso in quanto ne rafforza il senso di appartenenza e infine diventa virale. Dunque, gli elementi psicologici che emergono dall’uso dei meme sono quelli di identità sociale e senso di appartenenza. Tajfel e Turner definiscono l’identità sociale come quella parte della propria identità che deriva dalla consapevolezza di appartenere a un gruppo sociale. Ciò che ci spinge a condividere un meme è il bisogno di approvazione da parte degli altri.  Nonostante i meme siano popolari nel mondo dei consumatori, sono anche potenti per le aziende. Le aziende possono usarli per: condividere informazioni in un formato divertente e memorabile dare connotati umani al proprio brand  semplificare concetti complessi come la cultura organizzativa aziendale ottenere un maggior coinvolgimento del proprio pubblico I brand dovrebbero imparare a tradurre la loro pubblicità in questo nuovo modo.  Grazie alle nuove tecnologie e ai social media, i meme sono diventate una delle forme comunicative più utilizzate al giorno d’oggi. Essi permettono di esprimere il proprio sé e il gruppo al quale si appartiene. La loro viralità e immediatezza li rende sempre una modalità comunicativa sempre più affermata. BIBLIOGRAFIA www.focus.it www.stateofmind.it

La Triangolazione nel Sistema Familiare

In psicologia, il termine triangolazione rappresenta una specifica dinamica relazionale nella quale la comunicazione e le interazioni tra due individui non avvengono direttamente, ma sono mediate da una terza persona.  Il concetto di triangolazione si è sviluppato principalmente nell’ambito della terapia familiare (Bowen, 1985) per identificare una modalità di gestione della tensione e dei conflitti all’interno di un rapporto significativo.  Secondo Bowen, i rapporti diadici (es. tra marito e moglie, tra fratelli, o tra genitore e figlio) sono intrinsecamente instabili durante situazioni di stress. Quando tali situazioni si verificano, si ricorre quindi ad una terza persona che viene messa in causa per diminuire o gestire lo stress.  Anche se la triangolazione non è di per sé negativa, un utilizzo abituale di questa strategia può diventare un vero e proprio elemento di tossicità psicologica all’interno di un rapporto affettivo. All’interno di sistemi familiari particolarmente disfunzionali, la triangolazione può anche coinvolgere i figli, i quali vengono chiamati in causa da uno o da entrambi i genitori per gestire o diminuire lo stress emotivo legato al loro conflitto interpersonale. La triangolazione diventa dunque disfunzionale quando causa eccessivo stress alla terza parte della configurazione triangolare, quando impedisce la risoluzione del conflitto della diade anziché contribuire a risolverlo, e/o quando viene utilizzata deliberatamente per garantirsi un maggior controllo della relazione Di solito nel sistema familiare, la triangolazione si verifica quando l’aumento della tensione relazionale tra i coniugi viene gestito e contenuto coinvolgendo uno dei figli: questa alleanza con “un altro più vulnerabile” mira alla costruzione di una relazione più stabile.  La triangolazione, dispiegandosi da una generazione all’altra, rende sempre più difficile il processo di individuazione dei singoli membri della famiglia, fino ad arrivare ai casi estremi di simbiosi familiare in cui la non differenziazione del sé di ciascuno è massima. Secondo Bowen è un tipo di coazione a ripetere applicata alle generazioni, in cui ogni generazione fa ricadere la sofferenza su quella successiva (Hoffman L, 1984) L’aspetto patologico della triangolazione intergenerazionale risiede nel fatto che le risorse psicologiche ed emotive del bambino vengono utilizzate per regolare il conflitto tra adulti, a scapito dei suoi bisogni evolutivi. In questo modo si realizza un processo di delega che, di generazione in generazione, che porta avanti la richiesta di soddisfacimento di bisogni originari rimasti inappagati. Inoltre, la posizione di funzionamento del bambino all’interno del triangolo inevitabilmente condizionerà il suo modo di pensare, sentire e agire, modellando qualitativamente il suo senso di identità e appartenenza e di conseguenza le possibilità di differenziazione dalla famiglia di origine. La non differenziazione dalla famiglia di origine porterà, in un momento successivo del ciclo di vita dell’individuo, a uno spostamento sul partner della richiesta di soddisfacimento dei bisogni rimasti inappagati; quando questa richiesta di appagamento, inevitabilmente, fallirà l’ansia spingerà nuovamente alla ricerca di un’alleanza con i figli. 

Infodemia: cos’è e quali conseguenze psicologiche comporta

L’era moderna e il massiccio e costante utilizzo di internet permette a tutti di accedere a numerose informazioni in ogni momento della giornata. Tuttavia non tutte le informazioni sono accurate e imparare a navigare tra di esse e scegliere quelle più attendibili non è sempre semplice. Inoltre, soprattutto in momenti di crisi storica e sociale, questa costante valanga di fatti e parole può avere conseguenze significative a livello psicologico, sociale e comportamentale. Che cos’è l’infodemia? Durante la fase più acuta della pandemia da Covid-19, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha ripreso il termine infodemia, definendola come una “sovrabbondanza di informazioni – alcune accurate e altre no – che rende difficile per le persone trovare fonti affidabili e una guida affidabile quando ne hanno bisogno”[1]. In generale, secondo il Vocabolario Treccani, l’infodemia può essere definita come la “circolazione di una quantità eccessiva di informazioni, talvolta non vagliate con accuratezza, che rendono difficile orientarsi su un determinato argomento per la difficoltà di individuare fonti attendibili”. Infodemia e pandemia La pandemia ha portato con sé anche un’ondata di informazioni e di fake news, rendendo difficile orientarsi tra le notizie e scegliere quelle attendibili e ufficiali. In effetti, durante una pandemia, tutti siamo più vulnerabili ai deepfake, come la disinformazione deliberata, e ai rischi per la salute mentale pubblica che coinvolgono paura, panico, atteggiamenti xenofobi e pregiudizi. Inoltre, le risposte della società dimostrano che i danni causati dall’infodemia superano anche l’impatto biomedico della pandemia. Il sovraccarico di informazioni e la disinformazione in relazione al Covid-19 hanno suscitato una notevole ansia nell’opinione pubblica e creato ulteriori minacce per la salute. Ad esempio, la paura e l’ansia di massa instillate dalla confusione e dalla sfiducia nella capacità di far fronte a una crisi a livello individuale e di gruppo hanno un impatto negativo sulla salute mentale. Infodemia e guerra Un simile trend si sta sviluppando anche nei confronti dell’attuale guerra in Ucraina, dove la grande quantità di informazioni non vagliate aumenta la confusione e l’incertezza. È necessario che in situazioni di emergenza, le informazioni e le indicazioni siano chiare e accurate. Sotto la valanga di informazioni che internet ci propone, diventa sempre più difficile orientarsi, distinguere il falso dal vero. Come conseguenza, è semplice sentirsi sopraffatti e affidarsi, senza approfondire, ai primi articoli che incontriamo o alle notizie che maggiormente collidono con i nostri pensieri, le nostre credenze o la nostra emotività. Quale reazione generale all’ondata di informazioni? Di fronte a questa montagna insormontabile di informazioni, che possono riguardare la pandemia, la guerra o altri eventi emergenziali o crisi globali, l’essere umano può reagire in diversi modi e attuare diversi meccanismi di coping. Si è visto che, durante la pandemia, nella grande maggioranza dei casi, il meccanismi messo in atto per far fronte all’ansia, alla paura e alla mancanza di controllo è la ricerca spasmodica di informazioni su ciò che sta avvenendo[2]. L’incertezza generale dovuta alla criticità di determinati momenti storici spinge le persone verso una ricerca spasmodica di informazioni, ovvero verso il fenomeno dell’infodemia. La sovraesposizione di notizie spesso contrastanti da una parte facilita la diffusione di false notizie, dall’altra non fa altro che confondere le idee. Tale incertezza, a sua volta, può far aumentare i livelli di stress ed ansia della popolazione, mostrando una maggiore propensione alla distrazione e un peggioramento dei sintomi ansiosi. I tentativi di ottenere il controllo attraverso la ricerca di informazioni durante un’infodemia non mitigano i livelli di ansia ma anzi possono persino aggravare i problemi di salute mentale [2]. Dinamiche della ricerca di informazioni La ricerca di informazioni durante momenti critici sociali gode, inoltre, dell’opzionalità, ovvero ognuno può decidere se accogliere o meno un’informazione. Per comprendere tale fenomeno, quindi, è necessario capire che la ricerca di informazioni sottende delle dinamiche specifiche che vengono messe in atto quando processiamo le informazioni. In estrema sintesi, tali dinamiche sono: confirmation bias, ovvero la tendenza a cercare informazioni che confermino le nostre convinzioni e ad ignorare informazioni contrastanti; echo chamber, ovvero la creazione di gruppi che condividono una stessa visione, rinforzandola; polarizzazione, ovvero la tendenza a generalizzare e includere le diverse realtà in una stessa categoria. Come contrastare l’infodemia? L’infodemia porta con sé una spasmodica ricerca di informazioni che potrebbe causare ripercussioni negative sul benessere psicologico della popolazione. Per contrastare l’infodemia, è necessario mettere in campo misure a livello sia pubblico sia comunitario sia individuale. Affrontare in modo intelligente tale minaccia significa intervenire su più livelli, utilizzando in modo efficiente competenze professionali e pensiero critico. A tale scopo, anche i social media, riconosciuti come il principale mezzo attraverso cui naviga la disinformazione, possono essere utilizzati come uno strumento utile per affrontare l’infodemia[2]. Le organizzazioni di sanità pubblica possono utilizzare i social media per prevenire o ridurre al minimo la diffusione di notizie false e sensibilizzare l’opinione pubblica diffondendo informazioni affidabili e comunicando attivamente con i gruppi target nella comunità. Inoltre, possono essere utilizzati come strumento educativo, aiutando a frenare la diffusione di informazioni false, insegnando alle persone come valutare criticamente la credibilità e l’affidabilità di tali informazioni e incoraggiandole a interrompere la condivisione di messaggi che contengono informazioni discutibili o non verificate. Conclusione È necessario promuovere una cultura della consapevolezza e della conoscenza. Occorre intensificare le azioni di formazione e sensibilizzazione, aiutando le persone ad acquisire strumenti per orientarsi tra informazioni e notizie. L’impatto a lungo termine delle conseguenze psicosociali dell’infodemia e dei suoi correlati a livello psicologico e sociale dipenderà dagli sforzi collettivi per costruire competenze personali e sociali adeguate basate sull’intelligenza e sulla resilienza per affrontare le sfide future. Fonti [1] World Health Organization (2020). Novel Coronavirus(2019-nCoV) Situation Report – 13. [2] Ying W and Cheng C (2021). Public Emotional and Coping Responses to the COVID-19 Infodemic: A Review and Recommendations. Front. Psychiatry 12:755938. doi: 10.3389/fpsyt.2021.755938 https://www.treccani.it/vocabolario/infodemia_(Neologismi)

Cara Rose, sei certa che Jack sia esistito davvero?

di Fabio Battisti “Non ho niente di lui, vive solo nei miei ricordi” Una Rose ultracentenaria è l’unica in grado in grado di ricordare una delle più belle storie d’amore d’inizio e fine del XX secolo. Lo sfondo cinematografico del Titanic sembra quasi una scusa per narrarla, soprattutto per giustificare la sua breve durata attraverso una tragedia nella sciagura. Ma siamo sicuri che il naufragio abbia avuto esclusivamente questa funzione? Le funzioni psichiche del cinema sono conosciute quanto sottovalutate e molteplici. L’idea della grande storia d’amore che termina suo malgrado ricorda tanto le mitiche vicende di “Via col vento” e “Casablanca”, nelle quali la relazione, cristallizzata nel tempo, permetteva al grande pubblico di immedesimarsi per via delle frustrazioni sentimentali del passato oppure per le insoddisfazioni correlate con la vita matrimoniale. In “Titanic” tuttavia la decisione non appartiene ad uno o entrambi i protagonisti, quanto a un fato cinico che tronca l’esistenza di uno dei due amanti. Quest’ultimo sembra tuttavia completare il “rituale iniziatico” che caratterizza il racconto stesso di Rose: le conferma che diventerà una donna libera, emancipata, sicura di sè, a prescindere dalle situazioni economiche e sociali nelle quali si ritroverà a vivere scambiando la sua identità con una ragazza defunta, totalmente speculare a quella di una ragazza ricca intrappolata in un destino di schiava e sull’orlo del suicidio. L’idea struggente dell’amore perduto appare un dazio obbligato, da pagare per essere salvata e traghettata verso una nuova vita, anagrafica e mentale. Il fatto è che Jack sembra fin troppo funzionale e curato, calato ad arte in quello che si rivelerà il processo evolutivo di Rose. Visto che di mezzo c’è una sciagura con in mezzo migliaia di vittime e questa ragazza a distanza di oltre 80 anni ricorda tutto…potrei concedermi una deformazione professionale? Uno shock del genere non avrà comportato un trauma, in grado di dare forma e contenuti al bisogno di essere salvata sia dalla morte fisica che da quella interiore? Come ricorda nel finale, “Jack mi ha salvato, in tutti i modi in cui una persona può essere salvata”: un Principe Azzurro, già di suo poco credibile, al confronto passerebbe per un dilettante. D’altra parte oltre a Jack vengono a mancare i suoi amici, mentre chi lo ha conosciuto non si potrà più riconfrontare con Rose per eventuali smentite. Esiste quindi la possibilità che non viva soltanto nei suoi ricordi, ma nella sua immaginazione. Inverosimile? Eppure stiamo parlando di un periodo storico nel quale Freud curava le “paralisi isteriche” e altre problematiche riguardanti quelle donne rispecchianti le condizioni sociali e psichiche di Rose, incastrate tra agiatezze economiche e vincoli culturali dell’epoca. Solo che non c’era tempo e spazio per la Psicoanalisi e tanto meno per gestire eventuali conseguenze post-traumatiche: l’esigenza di Rose di liberarsi dalla prigione dorata si sarebbe correlata al trauma stesso, includendovi la possibilità di un’ampia zona d’ombra dove nascondere un amore in ogni caso impossibile. C’è una forte possibilità che “My heart will go on” di Celine Dion si riferisca a una figura immaginaria? Scusatemi, non si tratta di un “esperimento sociale” per polarizzare l’odio di una generazione verso il mio mestiere. Non dimentichiamo che in ogni caso l’intera storia d’amore è di per sè un evento di fantasia, come tante trasposizioni cinematografiche.  Quello che potrebbe sorprendere in realtà sono le nostre capacità adattive, anche nei momenti più gravi, nei contesti più insopportabili e perfino nelle…patologie, seppur controproducenti in queste situazioni sono comunque un tentativo di tutela da qualcosa di insopportabile e devastante. In fondo, qualora Jack fosse stato veramente il frutto dell’immaginazione di Rose, chi avrebbe ritenuto giusto biasimarla?

Oltre la patologia: non siamo i nostri sintomi.

Come, la presenza della patologia, contribuisce ad accentuare l’immutabilità dell’immagine che abbiamo dell’altro? <<Io ti conosco>>. Le tre parole più pericolose in una relazione, le definiva la prof. del corso di filosofia morale, che chiudono il mondo del possibile e incasellano, rendendo immutabile, l’evolvere della relazione. Ma cosa succede quando siamo in presenza di una patologia?  Ne ho fatto sorprendentemente esperienza durante un turno notturno in casa famiglia. Sono le 22.00 ed è ora di andare a letto per i più piccoli che, come sempre, dopo un po’ di proteste si avviano nelle proprie camere. Tutti tranne P. P. dopo l’ultima visita dal neuropsichiatra ha da pochissimo cambiato terapia. Ora prende un antipsicotico a basso dosaggio che viene utilizzato, nei bambini, per trattare i disturbi della condotta. L’introduzione del nuovo farmaco è stata accolta con sorpresa ma anche legittimazione da parte di noi educatori. Quella sera, come quasi tutte, P. non vuole andare a letto per continuare a guardare la televisione. Noto distrattamente che stava guardando dei video Youtube su due uomini che costruiscono case in un villaggio, con il susseguirsi del giorno e della notte. <<Ci risiamo>>, penso tra me e me; così mi armo di pazienza mentre la accompagno verso la cameretta. P. fa meno storie del solito e, dopo qualche versetto di lamento, mi segue sbuffando. Quando arriviamo in stanza salta sul letto e, indicando la parete di fronte a lei, sguardo serio, dice <<guarda! Ci sono le stelle!>>. Automaticamente mi giro di scatto e, sbarrando gli occhi, dico:<<cosa?!>>. Il mio pensiero vola già al peggio: sta avendo delle allucinazioni?. P. esita alla vista della mia preoccupazione, e timidamente ripete:<< lì, guarda, ci sono le stelle! Si è fatta notte. E lì, stanno costruendo una casa>>. Comincia a percorrere con il suo piccolo indice ogni crepa e la rende stella, le macchie di pastello sul muro diventano casette. Ricostruisce le scene viste poco prima in tv come strategia di autocontenimento per tollerare la frustrazione! Interrompe la narrazione in attesa di una mia reazione, accennando ad un sorriso che attende conferma. Mi sento una sciocca e scoppio in un’allegra risata. Così presa dal sintomo che non ho lasciato spazio alla più semplice e pura delle ipotesi: il gioco spontaneo di un bambino! Mi siedo sul letto e la faccio accoccolare sulle mie gambe: << e poi?>>. Continuiamo a ripercorrere difetto dopo difetto rendendolo soggetto, oggetto, storia. Arricchiamo insieme la narrazione di nuovi particolari tra sorrisi e carezze, in un gioco magico perché privo di preconcetti. Noi non siamo i nostri sintomi.