Il breadcrumber nelle relazioni interpersonali

Una nuova parola mutuata dai social che riguarda le relazioni virtuali, e non solo, è breadcrumber. Come molti altri termini ha una origine anglosassone e deriva dal verbo “spargere briciole”. E’ ormai una parola di uso comune per definire un comportamento vero e proprio, con delle tecniche relazionali specifiche. In primis, il breadcrumber utilizza questo atteggiamento, cerca di far avvicinare un’altra persona con piccoli e invitanti comportamenti. Mette in atto cioè, degli atteggiamenti e allusioni, che denotano interesse. Una sorta di corteggiamento, in cui messaggi, complimenti, attenzioni in generale fanno abbassare le difese. Per richiamare il termine stesso, sparge delle briciole per attirare a sé la propria vittima, per poi sparire del tutto senza un apparente motivo. In effetti, non è una vera e propria sparizione. Dopo un po’, infatti al breadcrumber fa il suo ritorno con la stessa strategia comportamentale. Quindi si crea un circolo vizioso in cui si spargono briciole di avvicinamento e poi si sparisce. In realtà questo atteggiamento ha una motivazione ben precisa e soprattutto di natura psicologica. Insieme all’orbiting e al ghosting, il breadcrumbing rapprenta un comportamento molto diffuso nelle relazioni soprattutto virtuali, ma che poi si ripercuotono anche in quelle reali. Innanzitutto è una forma di manipolazione dell’altro, della propria vittima che determina un senso di potere sull’altro, soprattutto se viene riaccolto nella relazione. C’è un problema di autostima in entrambi i protagonisti: da un lato c’è colui che ha bisogno di conferme affettive, tornando all’attacco, e dall’altro un desiderio di affezione e cedimento alle lusinghe. Ambedue, quindi, giocano la loro partita in una distorta relazione, in cui nessuno si assume la responsabilità delle loro azioni e di troncare definitivamente un rapporto del genere.
IL BISOGNO DI UNA RINNOVATA CULTURA DEL MOVIMENTO

di Margherita Sassi Noi esseri umani siamo costantemente protagonisti di situazioni davvero straordinarie che, tuttavia, non stimolano appieno la nostra capacità di meravigliarci. Tra le situazioni straordinarie che ignoriamo, forse perché oggetto di un riscontro naturale, è possibile annoverare non solo il corpo umano, ma anche la mente e il cervello che lo fanno funzionare, secondo una complessa causalità. Quello che la scienza sta indagando, secondo diversi punti di vista, è come poter usare queste straordinarie situazioni, sia per offrire a tutti la possibilità di essere fisicamente attivi, che per favorire, dove opportuno, lo sviluppo ottimale di chi è dedito all’alta prestazione. La Psicologia dello Sport, che rientra appieno tra le Scienze dello Sport odierne, prende forma ufficialmente nel 1965, a Roma, in occasione del Primo Congresso Mondiale di Psicologia dello Sport. Attualmente, indaga le abilità, i processi e le conseguenze della pratica motoria e quindi sportiva in relazione all’individuo e al gruppo, soggetti dell’attività. Pertanto, assodato che il movimento è connaturato all’uomo, se si vuole trattare in maniera esaustiva questo argomento, occorre ammettere di dover fare i conti con la complessità dell’essere umano. Stando alle indagini recenti, nelle aree di sviluppo all’interno delle quali si indaga la valenza del movimento, confluiscono aspetti fisiologici, cognitivi, emozionali e di salute, che rappresentano solo alcuni degli innumerevoli livelli di approfondimento possibili. In questi termini, l’obiettivo attuale della Psicologia dello Sport è quello di ottimizzare le abilità mentali in funzione del gesto, motorio o sportivo che sia, impiegando, così, al meglio la piena consapevolezza dell’interazione mente-corpo. Ma veniamo a trattare la questione con qualche dato alla mano; anzitutto va detto che non bisogna sorprendersi alla notizia che, in Italia, i dati relativi alla pratica delle attività sportive, sono rimasti un tema di forte disinteresse fino a pochi decenni fa. La prima indagine ISTAT sull’argomento è del ‘59, nel periodo precedente i Giochi della XVII Olimpiade svoltisi a Roma nel ‘60, quando venne realizzato uno studio in cui si chiedeva unicamente agli intervistati se praticavano sport e quale fosse, in caso di risposta affermativa. È solo dagli anni ’80, infatti, che lo sport diventa un tema talmente interessante da divenire oggetto di una regolare rilevazione statistica. Stando a quanto riportato nell’Annuario Statistico Italiano 2020, nel 2019 il 35% della popolazione con più di 3 anni di età pratica almeno uno sport nel tempo libero, il 26,6% in maniera continuativa e l’8,4% saltuariamente. Le persone che dichiarano di svolgere qualche attività fisica (passeggiare, nuotare, andare in bicicletta) sono il 29,4% (in leggero aumento rispetto alla rilevazione riferita al 2018). I sedentari (coloro che non svolgono né uno sport né attività fisica) sono il 35,6%. Le quote più alte di sportivi continuativi si riscontrano tra i 6 e i 17 anni, in particolare fra i maschi di 6-10 anni (61,9%). All’aumentare dell’età diminuisce la pratica sportiva, mentre aumenta la quota di coloro che svolgono qualche attività fisica, raggiungendo i valori massimi tra i 60 e i 74 anni, per poi diminuire sensibilmente. A partire dai 75 anni, infatti, il 67,5% degli intervistati dichiara di non svolgere alcuna attività fisica. Si osservano differenze di genere rispetto alla pratica sportiva: tra gli uomini il 31,2% pratica sport con continuità e il 9,8% saltuariamente; tra le donne i valori scendono rispettivamente al 22,2% e al 7,0%. Invece, la quota di coloro che svolgono qualche tipo di attività fisica è più alta tra le donne: 31,1% vs il 27,5% degli uomini. Riguardo alla distribuzione territoriale, si conferma il gradiente Nord-Sud, con livelli più elevati di uno sport continuativo nelle Regioni settentrionali, in particolare nelle due Province Autonome (Bolzano 42,4%, Trento 33,7%) e in Valle d’Aosta (34,1%). Le Regioni con la più bassa quota di sportivi sono la Campania (16,5%) e la Sicilia (18,2%). Analogamente, la pratica di qualsiasi attività fisica fa registrare un gradiente decrescente da Nord verso Sud e Isole (Molise 19,8%, Sicilia 21,4%), mentre per la sedentarietà l’andamento è geograficamente inverso: il 50,2% della popolazione residente nelle Isole, il 47,8% di quella residente al Sud vs il 24,7% di quella al residente al Nord-Est. Trattando di sedentarietà va aggiunto un altro dato significativo, quello evidenziato da Nerio Alessandri, wellness designer, fondatore e presidente della Technogym, il quale sottolinea che per la prima volta nella storia dell’umanità, il numero complessivo degli individui in sovrappeso supera quello degli individui in stato di denutrizione. Attualmente, per quanto nel mondo centinaia di milioni di persone soffrono la fame, un numero che nel corso dell’ultimo anno ha raggiunto gli 811 milioni, all’opposto c’è un altro numero altrettanto impressionante. Si stima che quasi 2 miliardi di persone siano sovrappeso o obese a causa di alimentazione scorretta e stile di vita sedentario. In breve, da un lato abbiamo la statistica, che testimonia l’incremento della sedentarietà dall’altro il bisogno di un’attività fisica naturale e giornaliera, fondamentale per la sopravvivenza. Il fatto è che se la popolazione dei Paesi ricchi continua a ingrassare e ad ammalarsi, questo avviene perché esistono potenti motivazioni culturali e psicologiche, quindi comportamentali, che promuovono il consumo del cibo sulla pratica del movimento. Ed è evidente che gli interventi debbano essere ben articolati, così come lo sono diventate le indagini più recenti in materia. Di sicuro, essendo questa la situazione, il lavoro dello psicologo è di enorme rilevanza nel supportare le soluzioni al problema e lo sarà ancora di più negli anni a venire, secondo termini e modalità che, però, ad oggi richiedono ancora una grande attenzione.
Il bebè è arrivato e siamo diventati genitori.

L’arrivo di un bebè è spesso il risultato di una scelta consapevole di entrambi i partner. Esso, però, è un evento critico del ciclo vitale della famiglia, perché introduce un nuovo legame, quello genitoriale, che è incancellabile e profondamente diverso da quello coniugale. Dal punto di vista psicologico, la nascita di un figlio assume un grande valore: è, infatti, la realizzazione di un progetto personale e di coppia e porta con sé un’ambivalenza di fondo. Innanzitutto, il desiderio di avere un bambino, può avere radici inconsce. Spesso un bebè può rappresentare un modo per colmare un vuoto personale: si desidera un figlio come forma alternativa di gratificazione al rapporto con il partner. Questa scelta, ancora, può essere anche una spinta dettata da stereotipi sociali, secondo i quali la famiglia è completa se ci sono figli. Non va dimenticato, però, che il bebè è portatore di diritti propri che spesso devono confrontarsi con le aspettative dei suoi genitori, a volte troppo elevate o poco rispondenti alla realtà. In questo modo, il neonato rischia di perdere le proprie caratteristiche di inviduo a sè per diventare oggetto di gratificazione e soddisfazione dei desideri dei genitori. Il bebè può diventare la dimostrazione delle proprie capacità sia come persona che come genitore. Questo atteggiamento può determinare un senso di frustrazione e di incapacità di fronte alle difficoltà. E’ importante quindi una ridefinizione dei ruoli di entrambi i partner, affinché si crei un clima innanzitutto di accoglienza che diventi funzionale alla crescita e al benessere del bebè. I neo genitori rimoduleranno anche i rapporti con la famiglia di origine stabilendo con essa confini chiari. Nel momento in cui nasce un bambino, nasce anche la madre. Lei non è mai esistita prima. Esisteva la donna, ma la madre mai. Una madre è qualcosa di assolutamente nuovo.(Osho)
Il bambino dallo psicologo: sfatare i miti

il bambino dallo psicologo
Il bambino adottato e l’importanza delle prime figure di attaccamento

È nel nucleo familiare che nascono le prime relazioni interpersonali: in famiglia si apprende la maniera di rapportarsi agli altri, dell’esprimersi verbalmente, del dare e del ricevere. L’importanza del primo legame di accudimento Winnicott sostiene che, per un sano sviluppo, il bambino debba crescere in un ambiente favorevole dove la madre (o il cargiver) sappia comprendere appieno i bisogni del figlio. Attraverso l’handiling ossia la manipolazione, la madre avvia un processo di personalizzazione senza il quale il bambino non potrebbe sentirsi “persona”. La rottura del legame di attaccamento è probabile causa di disturbo, così anche l’internalizzazione di modelli d’attaccamento precoce disturbati, possono influenzare le relazioni successive in modo da rendere la persona più esposta e più vulnerabile (Bowlby). Bowlby rileva, dunque, la necessità di “una base sicura” per una buona salute mentale, l’attaccamento di cui parla va oltre il soddisfacimento dei bisogni primari, si tratta del bisogno concreto di vicinanza e di affetto. Determinate carenze dell’infanzia possono portare a disturbi del comportamento o a patologie come la depressione o all’ansia, come esito di disgregazioni infantili del legame con i genitori, fino a comportamenti psicopatici. La funzione riparativa dei genitori adottivi Il bambino adottato è un bambino che, nella maggior parte dei casi, non ha vissuto questo primo legame d’attaccamento per cui i genitori adottivi si trovano a dover fare una sorta di “riparazione” per cercare di riproporre un nuovo legame di attaccamento. La coppia genitoriale dovrebbe cercare di creare un proprio spazio interno, uno spazio emotivo-affettivo per il bambino adottato, che gli permetta di sviluppare le proprie potenzialità, di accogliere i suoi bisogni specifici e di favorire l’elaborazione del suo passato traumatico. La coppia dovrebbe cercare di aiutare il figlio adottivo ad elaborare il lutto per i genitori biologici, lavoro senza il quale risulta difficile pensare ad un buon attaccamento ed un successivo adattamento ai genitori adottivi. Nei casi in cui il bambino è informato o ha il vissuto del fatto che i genitori biologici lo hanno rifiutato, può avere delle fantasie aggressive verso quest’ultimi con la conseguente paura di essere punito. Questa situazione lo porterà a conformarsi facilmente alle richieste della famiglia adottiva, sviluppando un falso Se’ (Winnicott). Quando la relazione adottiva non segue il suo giusto percorso si farà presente un sentimento di estraneità e di diversità che segnala l’impossibilità reciproca di amarsi.
Il bacio sulla fronte tra psicologia e simbologia

In diverse culture del mondo, si può assistere quotidianamente ad un gesto molto affettuoso: il bacio sulla fronte. Esso è un atto d’amore che esula dall’aspetto erotico dell’intimità, per approdare su territori più profondi dell’amore stesso. I primi contatti fisici e intimi tra un genitore e il proprio neonato sono in genere caratterizzati da un bacio sulla fronte. Attraverso di esso, si stimolano le terminazioni olfattive basate sugli ormoni, che creano e rafforzano i legami affettivi. Successivamente, questa esperienza di benessere, non si perde. Al contrario, rimane immutata: il bacio sulla fronte diventa così un momento di intimità tra due persone che si vogliono bene. Il gesto, quindi, non cambia il significato a seconda dei protagonisti. Che sia una madre che da la buonanotte al proprio figlio, oppure due giovani in un parco o ancora un adulto che saluta il proprio genitore, la funzione protettiva si conserva. In effetti, la scelta della fronte come parte da baciare non è a caso. La ghiandola pineale, infatti, si trova proprio al centro di questa zona, tra l’emisfero destro e sinistro del cervello. Secondo Cartesio, inoltre, la ghiandola rappresenta la propria anima: quindi attraverso questo gesto affettuoso si ha accesso a quella parte intima di chi lo riceve. Зробіть ставки на Парі Матч і просто відпочиньте тут… Questo tipo di bacio, quindi, mette non solo in sintonia due persone, che nutrono affetto e stima reciproca, ma ha in sè un aspetto simbolico di affidamento e protezione. Nel momento stesso in cui le labbra si posano sulla fronte, per entrambi i protagonisti, il tempo si ferma: ciascuno a suo modo, vive con estrema intensità l’attimo, cogliendo l’essenza stessa della vita.
Il “languishing”. Apatici e senza gioia in pandemia

Secondo un recente articolo del New York Times, il “languishing” è l’emozione più diffusa in questo periodo di pandemia. Non depressione, ma assenza di gioia. Con il perdurare della pandemia molte persone vivono un senso di stagnazione e vuoto. “Ti senti come se ti stessi confondendo tra i giorni, come se guardassi la tua vita da un finestrino appannato”, scrive lo psicologo Adam Grant. Il termine, coniato dal sociologo Corey Keyes, fa riferimento ad una condizione in cui non vi è depressione ma neppure benessere. “Non hai sintomi di disturbi psichici ma non sei nemmeno il ritratto della salute. Non stai funzionando a pieno regime”. “Languishing” letteralmente significa “languire”. Uno stato di abbattimento causato dal confinamento domestico obbligato, dall’incertezza, dalla paura, dall’assenza di lavoro e di vita sociale. L’aspetto centrale di questa condizione è l’inconsapevolezza. Ci si trascina lentamente nell’apatia e nella solitudine, senza avvertire di stare male, fino ad arrivare a sentirsi senza uno scopo. Adam Grant parla di un antidoto. Lasciarsi andare ad un flusso (“flow”) che stimoli i sensi e riaccenda le emozioni. Può essere qualunque attività, in cui immergersi piacevolmente, che favorisca uno stato di abbandono completo. Quello stato dove il tempo, lo spazio e i pensieri si dissolvono. E, infine, conclude con un avvertimento: cercare il più possibile di dedicarsi un tempo non frammentato. Lasciarsi alle spalle l’abitudine di spezzettare il tempo, acquisita durante il lockdown, quando abbiamo dovuto fare in modo di tenere insieme smart working, famiglia, casa, figli, DAD. Il languishing si supera con la consapevolezza Per risvegliarsi dal torpore di una consapevolezza addormentata bisogna innanzitutto riconoscersi. Portare l’attenzione ai segnali corporei ed emotivi e prendersene cura. Alcune emozioni possono essere difficili da sostenere ma negarle comporta solo altro malessere. Dare un nome al nostro sentire e sapere che molte altre persone condividono le nostre stesse esperienze aiuta. Non passivizzarsi e chiedere aiuto Dopo più di un anno di pandemia, le risorse per fronteggiare lo stress servite in fase iniziale non bastano. Occorre ristrutturare abitudini, modi di essere e agire, passando per la perdita di ciò che era la vita prima. È faticoso. Emergono rabbia, smarrimento, paura, angoscia. E sebbene siamo equipaggiati per far fronte a tutte le situazioni, il miglior adattamento possibile non sempre coincide con uno stato di salute. Bisogna riconoscere i propri limiti e saper chiedere aiuto quando necessario. Aver cura degli affetti e delle relazioni Il distanziamento fisico e le restrizioni imposte dall’emergenza sanitaria hanno introdotto forti limitazioni nella vita relazionale. Il senso di rifiuto verso questi cambiamenti può riversarsi sui propri bisogni e sfociare nella rinuncia, tradursi in un ritiro. È fondamentale rimanere aperti agli affetti e continuare ad alimentare la fonte di nutrimento della condivisione e dello scambio con l’altro. Vivere nel qui e ora Porsi nell’attesa passiva che tutto finisca determina uno stato di sospensione tra il prima e il dopo che impedisce di accettare e vivere il presente. Occorre stare nel qui e ora. Lasciar andare il passato e interrompere le anticipazioni sul futuro. Canalizzare le risorse nell’esperienza che stiamo vivendo, momento per momento. Coltivare il desiderio per uscire dal languishing Per combattere l’apatia (“assenza di passioni”) è utile costruire uno spazio di creatività e progettualità personale in cui esprimersi liberamente, provare piacere, nutrire il desiderio. Amare, noi stessi e gli altri, e amare quello che facciamo è energia vitale. Dà senso della nostra esistenza. Ci fa stare in salute, sostenere e affrontare le difficoltà della vita.
Il “Contratto Invisibile”: Cosa sono i Mandati Familiari e come influenzano la nostra vita

Vi è mai capitato di sentire una spinta irrazionale verso una certa carriera, o di provare un senso di colpa inspiegabile quando prendete una decisione che si allontana dalle tradizioni della vostra famiglia? Se la risposta è sì, probabilmente siete entrati in contatto con un mandato familiare. In psicologia, i mandati familiari sono una sorta di “testamento psicologico” che i genitori (e le generazioni precedenti) trasmettono ai figli. Non sono indicazioni scritte su carta, ma risultano scolpite nel profondo della nostra identità. Che cos’è, esattamente, un mandato? Il mandato familiare è un’assegnazione di ruolo o di destino. È l’aspettativa inconscia che il figlio debba riparare un fallimento dei genitori, portare avanti un prestigio familiare o colmare un vuoto affettivo. Possiamo distinguerli in due grandi categorie: Mandati Espliciti: “In questa casa siamo tutti medici”, “Tu sarai quello che si prenderà cura di noi da vecchi”. Sono chiari, diretti, ma non per questo meno pesanti. Mandati Impliciti: Sono più sottili. Si trasmettono attraverso i silenzi, gli sguardi di disapprovazione o i miti familiari. Ad esempio, il mito del “sacrificio” può spingere un figlio a non godersi mai il successo perché, inconsciamente, sente che la felicità è un tradimento verso chi ha sofferto prima di lui. La “Lealtà Invisibile” Perché è così difficile dire di no a questi mandati? Il concetto chiave è quello di lealtà familiare. Per il bambino, aderire al mandato è una questione di sopravvivenza emotiva: “Se faccio ciò che ci si aspetta da me, sarò amato e farò parte del gruppo”. Il problema sorge nell’età adulta, quando il mandato entra in conflitto con il nostro Sé autentico. Qui nasce il disagio: ansia, depressione, senso di blocco o relazioni tossiche. Come iniziare a svincolarsi? Svincolarsi non significa necessariamente rompere i ponti con la famiglia, ma passare da una lealtà cieca a una lealtà consapevole. Ecco alcuni passi fondamentali: E’ fondamentale chiedersi: “Questa scelta la sto facendo per me o per compiacere qualcuno?”. Prova a rintracciare le origini delle tue convinzioni più rigide. Guarda la storia dei tuoi genitori e dei tuoi nonni. Quali sogni hanno abbandonato? Cosa proiettano su di te? Spesso i mandati sono tentativi di riparare traumi passati. “Il Permesso di Tradire”. Sembra una parola forte, ma crescere richiede un piccolo “tradimento” delle aspettative altrui per restare fedeli a sè stessi. “L’eredità, in fin dei conti, non è solo ciò che riceviamo, ma ciò che decidiamo di farne.” Riconoscere un mandato familiare è il primo passo verso la libertà. Non siamo nati per essere la versione corretta dei nostri genitori, ma per scrivere la nostra storia originale.
Il “busy bragging”: più occupato più importante?

Nella nostra società frenetica, essere occupati è spesso sinonimo di successo. Spesso ci si lamenta delle lunghe ore di lavoro o dei mille progetti in corso e la mancanza di tempo libero, in un certo senso esibendoli quasi come se fossero trofei di cui vantarsi. Ma dietro questa ostentazione della frenesia, si nasconde un bisogno più profondo di riconoscimento e approvazione. Uno studio recente ha rivelato che sempre più persone tendono a vantarsi della propria frenetica vita, anche quando non è del tutto vera. Questo fenomeno, definito ‘busy bragging’, sembra essere alimentato dal bisogno di apparire produttivi e di successo agli occhi degli altri. Ma quali sono le implicazioni psicologiche di questo comportamento? Cos’è il busy bragging? Con il termine “busy bragging” si intende la tendenza a vantarsi di essere costantemente occupati, spesso per ottenere approvazione sociale o per dare l’impressione di essere importanti. Tale fenomeno è sempre più in aumento nella società moderna e connessa, generando un forte impatto sulla percezione di noi stessi e degli altri. Sul tema del busy bragging si è concentrata negli ultimi anni Silvia Bellezza, docente di psicologia del marketing alla Columbia Business School, che a questo proposito ha pubblicato uno studio sul Journal of Consumer Research. Bellezza ha condotto un esperimento in cui ha chiesto a un gruppo di persone di giudicare post di sconosciuti, ricavandone che chi è pieno di impegni viene considerato effettivamente di status superiore, poiché il suo valore di mercato cresce e risulta più vicino al successo lavorativo. Questa convinzione, però, può rivelarsi una trappola. Secondo la psicologa, chi si lamenta sui social di essere troppo impegnato ne farebbe poi spesso motivo di orgoglio. Secondo lei, il busy bragging sarebbe il nuovo status symbol del millennio e dietro la lamentela di chi è oberato di cose da fare si nasconderebbe una simulazione. Questa necessità di mostrarsi sempre impegnati e con pochissimo tempo libero può generare quella che la psicologa Shneider ha definito “produttività tossica”, ovvero una ricerca malsana di produttività che va altro i limiti compatibili della salute. Questo può generare aspettative impossibili da raggiungere e senso di colpa quando ci si concede un momento di pausa o riposo, da cui può nascere la necessità a mostrarsi a tutti i costi impegnati e produttivi. Tuttavia, come è stato dimostrato, essere sempre occupati non migliora la produttività, ma può avere effetti deleteri sia sulla salute che sul rendimento lavorativo. Motivazioni e conseguenze Le motivazioni psicologiche alla base di tali fenomeni possono essere diverse. Può nascere da un bisogno di approvazione, per cui vantarsi di essere occupati può essere un modo per cercare riconoscimento e validazione sociale; può essere collegato all’ansia da prestazione, ovvero alla paura di non essere all’altezza e al bisogno di dimostrare continuamente il proprio valore; ruolo centrale è svolto anche dalla cultura della produttività, in quanto la nostra società premia l’efficienza e la produttività, incentivando questo comportamento. Inevitabilmente, il fenomeno del busy bragging genera delle conseguenze negative sulla salute delle persone, primo fra tutti un maggiore rischio di sviluppare alti livelli di stress e burnout, in quanto la costante ricerca di occupazione può generare un sovraccarico mentale ed emotivo. Inoltre, tale comportamento può portare a una diminuzione della soddisfazione personale e della qualità della vita. Lo stimolo ad essere sempre produttivi non porta ad un aumento della produttività Tuttavia, Schulte ha dimostrato che questo sistema di iperproduttività non garantisce l’efficienza dei lavoratori, anzi la compromette. Lo stimolo ad essere sempre produttivi non porta ad un aumento della produttività, anzi spesso è vero l’esatto opposto. È scientificamente dimostrato che in qualsiasi campo il lavoratore che si sottopone a ore e ore di lavoro senza sosta perde in efficienza e creatività. Fondamentale diventa il tempo libero per potersi rigenerare. Riempirsi di cose da fare e di impegni da smarcare equivale a sentirsi importante, richiesto, utile agli altri e alla società. Ma tutto questo è pericoloso, perché ci toglie il tempo di oziare, inteso come tempo da dedicare ad attività rigeneranti per corpo e mente, attività essenziali per il benessere psicologico. Alternative positive possono essere la mindfulness o attività di meditazione, pratiche per focalizzarsi sul presente e apprezzare le piccole cose, o anche lo stabilire dei limiti, per avere maggiore equilibrio tra vita privata e vita lavorativa. Oggi, che viviamo in un momento storico in cui lo stress emotivo e psicologico hanno raggiunto vette elevate, il tempo da dedicare ad attività che non hanno per forza un risvolto produttivo è quanto mai necessario, per evitar rischi come il burnout, in quanto il nostro valore individuale non dipende sempre e solo dalla quantità degli impegni che abbiamo.
Il vero potere della metacognizione

Il potere della metacognizione nell’ apprendimento