Il Cervello di una Persona Bugiarda funziona in modo diverso

di Loredana Luise Siamo tutti dei potenziali disonesti e la semplicità con la quale la menzogna accompagna l’operato di alcune persone, anche molto in vista come ad esempio i politici, ne normalizza l’uso come strumento per raggiungere finalità diverse più o meno personali. In Psicologia si distingue tra menzogne esplicite, esagerazioni, minimizzazioni e bugie sottili. L’uso della bugia è esperienza comune a tutti, si finge a volte a fin di bene, si finge per lavoro in modo funzionale al raggiungimento degli obiettivi, e si può fingere per noia o stanchezza per evitare delle incombenze. Le occasioni nella vita per fingere sono molte e i bambini lo sanno bene quanto la finzione possa fungere da sperimentazione e ricerca, ma il limite tra mentire al mondo e iniziare a mentire a sé stessi è molto sottile e valicare questo confine corrisponde ad iniziare a mentire in modo malato e disfunzionale. Come diceva Mark Twain “l’uomo è l’unico animale che arrossisce” ma non per questo l’unico a mentire. La differenza tra l’uomo e gli altri animali che mentono come le scimmie, è che l’uomo ha una sorta di coscienza che lo fa dubitare nell’attuare la menzogna e lo controlla nella reiterazione della medesima. Quindi noi tutti abbiamo una specie di controllo o come si dice un “Super io” che vigila sulla nostra onestà, anche se non per tutti è così; per qualcuno mentire diventa un’abitudine di vita che lo accompagna e segna ogni passaggio e relazione. Tra gli studi di Neuroscienze che più mi hanno appassionata nell’ultimo periodo c’è quello condotto da Yaling Yang e Adrian Raine , pubblicato dal British Journal of Psychiatry, nel quale sono state individuate alcune caratteristiche cerebrali tipiche delle persone che, attraverso alcuni parametri, erano state identificate come bugiarde patologiche. Per comprendere queste diversità dobbiamo innanzitutto considerare questo principio: Quello di cui hanno bisogno fondamentalmente i bugiardi seriali è una gran MEMORIA e in secondo luogo di una buona dose di FREDDEZZA.UNA SUPER MEMORIACome evidenziato dallo studio precedentemente citato, dopo aver analizzato la struttura cerebrale dei soggetti campione è stato rilevato che queste persone dalla bugia seriale avevano un 14% in meno di materia grigia e circa il 24% in più di materia bianca a livello della corteccia prefrontale rispsetto al campione di confronto. Questo sta a significare che il bugiardo, nel suo ALLENAMENTO costante alla bugia, stabilisce molte più associazioni tra le sue idee e i suoi ricordi per necessità vitale. Questo continuo meccanismo gli consente di dare coerenza alle bugie che diventano la base del suo pensiero e il fondamento delle sue relazioni. Da qui la sua gran MEMORIA che deriva dalla continua attivazione a livello delle connessioni della corteccia prefrontale. ALLENAMENTO, questo è quello che accade realmente. Il cervello si allena a reagire sempre allo stesso modo adattandosi a livello strutturale a questa nuova modalità di pensiero.COMPARSA DELLA FREDDEZZANel contempo l’allenamento alle bugie modifica anche il modo in cui viene attivata l’AMIGDALA, zona deputata all’elaborazione emotiva degli stimoli ricevuti dall’esterno. Come riportato in uno studio pubblicato su “Nature Neuroscience, con il tempo il bugiardo patologico attiva sempre meno questa ghiandola cerebrale diventando sempre più insensibile alle sollecitazioni emotive con una conseguente FREDDEZZA che lo contraddistingue e lo accompagna sempre più. E’ come se il senso di colpa che accompagna le prime bugie non venisse rinforzato da esiti negativi nell’immediato e il compiacimento per l’ottenimento del risultato senza ricadute negative portasse ad un affievolimento progressivo del senso di colpa stesso di volta in volta.PERCHE’ MENTIRE?Le motivazioni che inducono una persona ad iniziare a mentire, e in seguito a perpetuare questo tipo di comportamento, hanno origine nella formazione del soggetto stesso e spesso derivano da bisogni di riconoscimento, di dominio, di rivalsa o di creazione di un’autostima che risulta non adeguata o traballante. Anche la modalità educativa con la quale i genitori affrontano la realtà con i propri figli è molto importante e deve adattarsi alle diverse fasi di sviluppo cerebrale. Se le piccole bugie che si raccontano per addolcire la realtà, o minimizzare i risvolti negativi, possono essere efficaci e adeguate nella prima infanzia, già nella preadolescenza i ragazzi iniziano a capire che mentire è sbagliato e che questo tipo di comportamento può far perdere la fiducia degli altri. Come evidenziato da Paul Ekman nel suo testo “La Seduzione delle bugie”, è importante che i genitori inizino in questa fase di crescita ad essere più onesti possibile con i propri figli, in modo da assicurarsi un rapporto di reciproca fiducia. L’esempio poi diventa sicuramente una fonte di ispirazione e dalla comparsa del pensiero astratto è ovvio che le bugie con i ragazzi portano soltanto a bugie. Questa secondo Ekman è la base dell’importante rapporto di fiducia tra genitore e figli. Avere a che fare con una persona bugiarda patologica è sicuramente difficile e per certi versi inquietante, ma assecondarla nel suo gioco perverso non l’aiuta ad uscire da un meccanismo nel quale è entrata per abitudine e che riconosce come unica modalità di relazione. Bisogna pensare che se si continua a mentire facendogli credere che subiamo, assecondiamo o addirittura accettiamo questa sua modalità è l’inizio di una menzogna che ci può far cadere in un vortice di dipendenza reciproca che spesso è alla base di rapporti nocivi e distruttivi. Aiutare n bugiardo patologico non è facile e spesso questa modalità di comportamento è spesso associata ad altri disturbi di personalità come il Narcisismo caratterizzato da totale assenza di empatia. Nelle relazioni ognuno porta una sua eredità di chi è e di come vuole farsi vedere agli occhi degli altri, ma la libertà di mostrarsi per chi si è veramente è l’unica strada giusta per costruirsi una coerenza e unicità che può portarti verso una vita più serena ed appagante. Quello che non bisogna dimenticare è che le bugie possono portarci in un vero e proprio vortice di menzogne dal quale è difficile uscire e che possono con il tempo compromettere tutti gli aspetti relazionali della nostra vita. In un mondo in cui tutto è esteriorità
Il caso di Sidney Bradford: l’uomo deluso da ciò che vide

Cosa succede quando poniamo la felicità al di fuori di noi? Il caso di Sidney Bradford: l’uomo deluso da ciò che vide Sidney Bradford perse la vista a 10 mesi a causa di una malattia che fu, all’epoca, definita inoperabile. Nonostante la cecità, egli era un macchinista di professione, ammirato da vicini e colleghi per le imprese che era riuscito a compiere oltre il suo handicap. Eppure, Sidney non era mai riuscito a riscoprirsi soddisfatto di ciò che aveva, percependosi un eterno svantaggiato a causa della propria condizione. Con il progredire della scienza, Sidney fu operato e, all’età di 52 anni, riacquisì la vista. Riuscì a vedere sua moglie e il mondo circostante per la prima volta, così come aveva sempre desiderato! Eppure, ben presto, Sidney si scoraggiò ed entrò in un profondo stato di rassegnazione e depressione. Sidney disse di trovare la vista una grande delusione: questo nuovo dono non gli consentiva di vivere la vita che desiderava. Infatti, per certi versi continuava a comportarsi come un uomo cieco, lavorando con gli occhi chiusi e al buio per molte ore. Persino coloro che lo ammiravano per i successi raggiunti nonostante la cecità, ora lo consideravano soltanto “strano”. In effetti, Sidney aveva inconsapevolmente fatto della propria cecità una risorsa, riuscendo con successo a compensare l’handicap. Ciononostante, sembra che egli non abbia mai veramente accettato il proprio limite, facendo dipendere l’aspettativa della felicità costantemente al di fuori del proprio controllo e costantemente in ciò che gli mancava… dalla vista! Sidney Bradford muore, da uomo spezzato, nel 1960, meno di due anni dopo dall’intervento. Ci ha però insegnato dove poter guardare per trovare la felicità: alla scoperta delle nostre risorse, in seguito ad un profondo e duro lavoro di accettazione della nostra persona.
IL CARNEVALE E IL SUO SIGNIFICATO PSICOLOGICO

Tra pochi giorni è Carnevale, una ricorrenza annuale che coinvolge tutti, dai più grandi ai più piccoli. In questo articolo scopriremo il significato psicologico e simbolico dietro questa festività. Per comprendere meglio i fattori psicologici che entrano in gioco è utile ripercorrere le sue origini. Il primo Carnevale si fa risalire al 3000 a.C. in Babilonia, dove servi e signori erano soliti scambiarsi i ruoli. Anche nell’antica Grecia e nell’antica Roma si organizzavano dei giorni di festeggiamento in cui le gerarchie venivano momentaneamente sospese. Inoltre, in tutti questi periodi era previsto indossare delle maschere. Proseguendo, nel Medioevo il Carnevale era conosciuto come “festa dei pazzi”. Erano giorni in cui le persone potevano permettersi di staccare la spina dalla loro quotidianità e dai loro doveri. Al giorno d’oggi, invece, la componente “liberatoria” viene un po’ meno in quanto la nostra società non è così rigida dal punto di vista gerarchico, ma rimane l’elemento della maschera e del travestimento. La maschera può essere considerata non solo come un’evasione dalla routine quotidiana, ma anche come una proiezione di aspirazioni e sentimenti nascosti. Secondo Jung, ognuno di noi nasconde delle parti di sé che tende a rifiutare o che non sono socialmente ammissibili. Esse vengono chiamate parti ombra. Il Carnevale, dunque, rappresenterebbe un modo condiviso, socialmente accettato e controllato per dar voce alle proprie parti nascoste attraverso l’uso di maschere e di travestimenti. Attraverso una maschera di Carnevale ognuno può impersonificare i propri ideali ed esternare le proprie passioni. Le maschere possono anche svolgere un ruolo catartico importante. Ad esempio, le persone più timide possono sentirsi più sicure travestite da un personaggio che amano per poi traslare questo stato di benessere anche al di fuori di questa festività. Da un punto di vista psicologico, la maschera rappresenta un filtro che l’uomo mette tra se stesso e gli altri. Essa gli permette di scegliere quali lati della propria personalità mostrare in base ai diversi contesti in cui si trova. In questo modo, la persona appare adatta alle differenti situazioni nella quali si trova inserito. Il problema insorge nel momento in cui le persone non sono più in grado di separarsi dalla propria maschera e confondono il proprio sé con ciò che mostrano all’esterno. Può capitare, infatti, che l’individuo costruisca una maschera del proprio sé ideale, identificandosi con ciò che vorrebbe essere e non più con ciò che è realmente. In conclusione, si può dire che il Carnevale e i suoi travestimenti sono uno spazio dedicato all’espressività, alla creatività e alla fantasia, che includono al suo interno numerosi significati psicologici. BIBLIOGRAFIA Jung, C. G., Trevi, M., & Vita, A. (1967). L’Io e l’inconscio. Boringhieri
Il Carattere: Predisposizioni Innate e Interazioni Ambientali

Di Veronica Lombardi Non esistono sulla terra due persone identiche, nessuno che abbia le stesse impronte digitali; neppure due fili d’erba o due fiocchi di neve sono uguali. Tutti gli individui sono diversi l’uno dall’altro; ognuno è dotato di punti di forza e debolezza differenti. Abstract Teofrasto, filosofo peripatetico, succedendo al maestro Aristotele, guidò la sua scuola di filosofia fino a 288 A.C. Nell’opera I caratteri, egli descrive quelle varianti comportamentali della personalità, che mettono in discussione le definizioni di stabilità per il carattere. In quel tempo definire il carattere di una persona voleva dire individuare il suo tratto più stabile e costante di comportamento: infatti il termine carattere deriva dal greco Charakter che significa impronta. Termini come pazzia, morale, prolissità, avarizia, bugiardaggine, scontentezza, loquacità, accompagnano una sorta di classificazione nell’ambito dell’esposizione filosofica di Teofrastro, che abbina, alle sue categorie di caratteri, l’orientamento di un destino (Teofrasto 1994, I caratteri, Garzanti, Milano). Da questa dimensione di pensiero che segue una modalità di ragionamento non logica, ma analogica, si giunge alle riflessioni etiche di Aristotele, dove le ricerche sul carattere delle persone vengono stigmatizzate per il loro essere inadeguate alla situazione comportamentale di tenuta normale. Infatti, l’osservazione condotta dai filosofi mette in risalto sui comportamenti difformi, viziosi o ridicoli, in tempi in cui la filosofia era scienza di vita. I tentativi di risposta agli interventi sul destino che determinava i comportamenti umani furono ampiamente descritti oltre che da Aristotele anche da Platone entrambi sostenevano che solo in una vita impostata su un corretto equilibrio tra virtù e piacere fosse possibile trovare il baluardo salvifico della salute dello spirito e del corpo. Il consiglio degli esseri umani era quello di mantenersi in equilibrio ideale di relazione, tra ambiente e Cosmo, scandendo il tempo e gli umori. Al combinarsi multiforme di questi elementi venivano ricondotte l’organizzazione la stabilità del carattere degli individui (Aristotele, Poetica, La terza, Roma,1983). Più tardi, i concetti filosofici della costituzionalità del carattere furono ripresi e ampliati dal medico Galeno con la teoria dei quattro umori che pare non debba essere attribuito allo stesso Galeno in quanto, chiari radici di questo pensiero, sono identificabili nella storia della filosofia antica. In uno scritto anonimo, De mundi constitutione, si trovano concetti in tal senso, fra cui quello preso in prestito da Galeno che afferma “esistono quattro umori nell’uomo che imitano i diversi elementi aumentano ognuno in stagioni diverse, predominano. Ognuno in diverse età, il sangue imita l’aria aumenta in primavera e domina d’infanzia. La bile gialla imita il fuoco, aumenta in estate e domina nell’adolescenza. La bile nera, ovvero la malinconoia, imita la terra ed aumenta in autunno e domina nella maturità. Il flegma imita l’acqua aumenta in inverno e domina nella vecchiaia. Quando questi umori affluiscono in misura non superiore né inferiore al giusto, l’uomo prospera”. Ancora oggi nello studio del temperamento, l’eredità genetica del carattere e della personalità degli individui, filosofi, psicologi, Biologi, si pongono interrogativi che appaiono perlopiù irrisolti. Oltre alla determinazione del temperamento ereditato geneticamente e alla formazione del carattere come tratto stabile dominante, la personalità di un individuo, si studiano le eventuali modificazioni di comportamento per scoprire se queste siano frutto di un’educazione sbagliata o di predisposizioni sconosciute come il destino o il DNA. Due studiosi moderni Pazzagli e Pallanti, dimostrano come l’antica filosofia galeniana sia così forte da riuscire a influenzare ogni riflessione in tema di personalità fino ai giorni nostri (Pazzagli A. e Pallanti S., Natura e carattere, Kos Rivista di psichiatria,1995). Basti, ad esempio, pensare che la psicoanalisi junghiana fonda la psicologia della personalità sui quattro elementi. La costruzione del carattere e l’interazione educativa Per affrontare un argomento così complesso come quello dei temperamenti della struttura del carattere e dell’organizzazione della personalità è importante partire da una funzione psichica embrionale di predisposizione psicologica naturale che è la percezione di sé stessi. Uno dei molti termini collegati alla percezione di noi stessi viene chiarito per esempio dagli studi di G.W. Allport che nel suo psicologia della personalità afferma “Supponiamo che dobbiate affrontare un esame difficile e critico senza dubbio sentirete un alterazione del battito cardiaco e dei disturbi dello stomaco (io corporeo). Inoltre, sarete consapevoli del significato di quell’esame rispetto al vostro passato e al vostro futuro (identità personale), della vostra orgogliosa partecipazione (stima di sé), di ciò che il successo o il fallimento significherebbe per la vostra famiglia (estensione dell’io), delle vostre speranze o aspirazioni (immagine di sé), del vostro ruolo di risolutore dei problemi in esame (agente razionale) della pertinenza dell’intera situazione per i vostri fini a lunga scadenza (tendenza del proprium)” (Allport G.W.,Psicologia della Personalità, LAS, Roma,1976). L’individuo possiede una serie di percezioni cognitive e affettive che riguardano sé stesso in quanto oggetto e derivano in parte da predisposizioni innate e in parte dalle interazioni educative, ovvero dei rapporti con geni. Alla nascita, il bambino entra a far parte di un mondo di azioni socialmente interpretata e valutate e manifesta un’innata propensione al passaggio dal biologico al sociale al simbolico. Nel suo comportamento, è impegnato in una complessa mescolanza di azioni istintive, dirette allo sviluppo dei propri confini fisici sociali e psicologici, al di là della semplice sopravvivenza. Durante la costruzione del carattere, il bambino presta attenzione selettiva i propri simili, alle caratteristiche comportamentali e del linguaggio umano: non è semplicemente un osservatore, ma è coinvolto attivamente. Per esempio, durante una sequenza di gesti impara ad aspettare il proprio turno e, mentre partecipa al gioco a prendere la base logica e pratica della comunicazione e il riconoscimento dei ruoli. Il bambino si pone nel ruolo di agente o iniziatore, con un’innata propensione per i tempi legati alla socialità, che in seguito lo porranno nel ruolo di ricevente del carattere che comincia a formarsi. L’interazione sociale, tramite il dialogo, rende possibile il passaggio dal riconoscimento dei reciproci ruoli alla consapevolezza della propria identità e, successivamente del proprio carattere. Egli percepisce la formazione del suo carattere con modalità primitive che si esplicano innanzitutto attraverso i simboli espressivi del gesto e del gioco, per
Il cambiamento climatico e il suo impatto sulla salute mentale

Il cambiamento climatico non è solo una delle più grandi minacce alla salute globale del ventunesimo secolo, ma è anche una delle sfide più importanti nella storia dell’umanità. L’azione dell’uomo ha avuto un impatto sulla Terra su larga scala, sotto forma di inquinamento, degrado ambientale, distruzione dell’aria, del suolo, dell’acqua e degli ecosistemi, nonché della distruzione di specie in tutto il mondo. L’impronta umana ha innescato cambiamenti climatici e ambientali che mettono in pericolo anche la stessa sopravvivenza umana. La crisi climatica e ambientale può influire, sia direttamente che indirettamente, sulla salute e sul benessere delle persone. Sebbene le ricerche abbiano dimostrato significativi effetti sulla salute fisica, l’indagine riguardante l’impatto sulla salute mentale dei fattori di stress climatici e ambientali è un’emergente area di ricerca. È uno dei principali ambiti di ricerca dell’Ecopsicologia, una branca della Psicologia ambientale. L’Ecopsicologia cerca le radici dei problemi ambientali nella psicologia umana e nella società e le radici di alcuni problemi personali e sociali nella nostra relazione disfunzionale con il mondo naturale. Esplora l’interdipendenza psicologica degli esseri umani con il resto della natura e le implicazioni per l’identità, la salute e il benessere. Le ricerche che studiano l’impatto degli stressor ambientali e climatici sulla salute mentale si sono concentrate su diversi aspetti relativi al cambiamento climatico, tra cui: eventi meteorologici estremi e disastri naturali: collegati a un’ampia gamma di esiti negativi di salute mentale, tra cui i più comunemente riportati sono il disturbo da stress post-traumatico (PTSD) e la depressione, nonché i disturbi d’ansia, il suicidio e l’abuso di sostanze; aumento delle temperature e ondate di calore estremo: considerati un grave problema di salute pubblica in quanto collegati ad una vasta gamma di conseguenze sulla salute mentale, inclusi comportamenti aggressivi e criminali, disturbi della veglia e del sonno, depressione e suicidio; siccità: connessa ad un aumento di stress psicologico e suicidi; insicurezza idrica e alimentare: la scarsità d’acqua e di cibo è stata collegata a disagio psicologico, tendenza al suicidio, ansia, disperazione e depressione, preoccupazione, vergogna e stigma; inquinamento atmosferico: l’esposizione alle particelle inquinanti è stata collegata alla sintomatologia depressiva e al deterioramento cognitivo, nonché a malattie che colpiscono il sistema nervoso centrale (SNC), come il morbo di Alzheimer; profondi cambiamenti sull’ambiente naturale: possono evocare dolore, tristezza e sentimenti di perdita. Queste emozioni sono state precedentemente esaminate con i termini di dolore ecologico e solastalgia. I fattori di stress climatico e ambientale possono esercitare un impatto sulla salute mentale attraverso molteplici percorsi. 1 – Percorso biologico Data la relazione intrecciata tra salute fisica e mentale, i danni fisici causati da eventi ambientali o esposizione a tossine ambientali, nonché malattie o condizioni di salute causate da fattori di stress climatici e ambientali, possono aumentare la vulnerabilità allo sviluppo di malattie mentali. I dati esistenti supportano l’idea che esiste un legame tra i cambiamenti climatici e il verificarsi di lesioni fisiche. Eventi meteorologici estremi e disastri naturali possono aumentare il rischio di lesioni. 2 – Percorso emotivo La crisi climatica e ambientale può essere intesa come un grave fattore di stress globale, associato a particolari aspetti che evocano o intensificano le risposte emotive negative. Il fatto che l’esistenza dell’umanità possa essere minacciata dalle conseguenze di questa crisi la collega a temi come la minaccia esistenziale, la distruzione o la morte. Queste associazioni possono aumentare la consapevolezza della mortalità, che può attivare le difese psicologiche e provocare reazioni emotive profondamente angoscianti. La portata globale della crisi può inoltre dar luogo a sentimenti di apatia, intorpidimento, perdita di controllo, impotenza, incertezze sul futuro, nonché uno stato di “eco-paralisi”, in particolare nei giovani. Questi sentimenti possono essere ulteriormente esacerbati osservando l’apparente inerzia dei leader globali e della popolazione in generale per mitigare o affrontare adeguatamente la crisi. 3 – Percorso cognitivo I fattori di stress climatici e ambientali possono avere un impatto sulla salute mentale in quanto possono influenzare il concetto di Sé e indurre meccanismi di difesa, come la negazione, e strategie di coping disadattivi. 4 – Percorso comportamentale I comportamenti dannosi per la salute sono spesso risposte disadattive per facilitare il fronteggiamento di emozioni e stati affettivi negativi, come rabbia e paura, o circostanze e ambienti sfavorevoli o dannosi. Esempi di comportamenti dannosi per la salute sono la mancanza di attività fisica, l’alterazione del sonno, l’attività criminale e la violenza. 5 – Percorso sociale I fattori di stress climatico e ambientale possono destabilizzare le reti sociali, interrompere il sostegno sociale e ridurre la coesione sociale. Ad esempio, è stato dimostrato che l’insicurezza alimentare porta alla disperazione e a bassi livelli di autoefficacia, che destabilizzano le relazioni sociali e aumentano il rischio di depressione. Inoltre, sono stati osservati cambiamenti nel comportamento sociale urbano a causa dell’inquinamento atmosferico, come una minore interazione con i vicini (cioè una minore “reciprocità sociale”), collegata alla sintomatologia depressiva. Infine, il cambiamento climatico, l’inquinamento e la distruzione dell’ambiente possono compromettere lo stato socio-economico di un individuo e, in ultima analisi, la sua salute mentale attraverso l’interruzione dello stipendio o dell’istruzione, la perdita del lavoro o di mezzi di sussistenza, oppure attraverso la migrazione forzata. Se il cambiamento climatico e ambientale continuerà a farsi strada, ci si può aspettare un suo sempre maggior impatto negativo sulla salute mentale. Il cambiamento climatico non è solo una delle maggiori sfide di questo secolo ma è probabilmente una delle sfide più importanti nella storia dell’umanità. Data la dipendenza degli esseri umani da un ambiente sano, l’arresto del cambiamento climatico e la protezione dell’ambiente naturale devono diventare una priorità assoluta. Un cambiamento verso la protezione del mondo naturale e uno stile di vita più sostenibile può, in definitiva, favorire un miglioramento della salute mentale. Fonti Thoma MV, Rohleder N e Rohner SL (2021). Clinical Ecopsychology: The Mental Health Impacts and Underlying Pathways of the Climate and Environmental Crisis. Front. Psychiatry 12:675936. doi: 10.3389/fpsyt.2021.675936 Morganstein JC e Ursano RJ (2020). Ecological Disasters and Mental Health: Causes, Consequences, and Interventions. Front. Psychiatry 11:1. doi: 10.3389/fpsyt.2020.00001 Cianconi P, Betrò S e Janiri L (2020). The Impact of Climate Change on Mental
Il bullismo: cambiare cultura parte da noi

Nel secolo scorso, goliardia e bullismo erano parte, tollerata e a volte addirittura incoraggiata, di riti di iniziazione vari: alla vita scolastica, sociale o militare. Il bullismo, come sappiamo oggi, rappresenta al contrario un serio rischio per la salute mentale dei bambini e porta a manifestazioni di ansia elevata, depressione e pensiero persecutorio. Alcuni di questi sintomi possono scomparire in modo naturale qualche tempo dopo il termine dei comportamenti di bullismo; ma, secondo numerose ricerche, molte vittime continuano a soffrire di un rischio maggiore di malattie mentali, con un’incidenza di sviluppo di sintomi psichiatrici da 20 a 30 volte superiore durante la vita adulta rispetto a persone che non hanno subito bullismo da piccoli. Questi dati impressionanti evidenziano come il bullismo subito in età evolutiva provochi importanti modificazioni a livello sia psicologico sia fisico. Recenti meta-analisi, come riportato da David Robson per la BBC, dimostrano che le campagne anti-bullismo non solo riducono la vittimizzazione, ma migliorano anche la salute mentale generale della popolazione degli studenti e, di conseguenza, degli adulti che presto diventeranno. Secondo Louise Arseneault, psichiatra che studia da anni questa problematica, i bambini vittima di bullismo tendono a considerare le relazioni sociali come possibili minacce, a caricarle di significati e aspettative che in qualche modo modificano sia il loro comportamento sia il comportamento degli interlocutori verso di loro; e questo ha un effetto prolungato nella vita di relazione da adulti, sia sulla difficoltà a vivere con un partner a lungo termine sia sulla possibilità di instaurare nuove amicizie in età avanzata. L’effetto non è solo psicologico; o meglio, l’effetto psicologico e quello di infiammazione fisica vanno di pari passo, potenziandosi a vicenda con aumento e correlazione di manifestazioni problematiche o francamente patologiche dal punto di vista della salute mentale. La ricerca di Arseneault suggerisce che lo stress provocato dal bullismo può avere un impatto sul corpo per molti anni, anche diversi decenni dopo l’evento: uno studio longitudinale durato 50 anni ha dimostrato che il bullismo frequentemente subito tra i 7 e gli 11 anni era collegato a livelli di infiammazione notevolmente più elevati all’età di 45 anni. Uno dei più interessanti e applicati programmi di prevenzione del bullismo, sviluppato dallo psicologo scandinavo Dan Olweus, si basa sull’idea che i singoli casi di bullismo sono spesso il prodotto di una cultura che tollera la vittimizzazione. Oggi ogni adulto è chiamato a cambiare questa cultura: che sia genitore o insegnante o operatore sanitario, gli adulti devono agire nei luoghi – scuole, sport, tempo libero – in cui il bullismo si esprime e controllarli su base regolare, interrogando i bambini, osservando le interazioni, organizzando riunioni di classe o di squadra in cui i bambini vengono educati e informati sul bullismo. Ma cosa può fare un genitore per contribuire a questa cultura dell’attenzione? Prendere sul serio le preoccupazioni del bambino, non suggerire affrettate risposte o comportamenti da adottare, ma ascoltare, ragionare con lui ad alta voce e coinvolgere altri adulti che possano vigilare. E, soprattutto, farsi promotore attivo di una conversazione sull’argomento, anche se non ha nessun sospetto che la cosa possa riguardare il proprio bambino: se il genitore ne parla come di un fenomeno che può accadere a tutti e che non è colpa del bambino che lo subisce, l’argomento diventa affrontabile e risolvibile. Per una figlia, un figlio; o per un’amica o un amico loro in difficoltà. Spesso molti problemi partono dal fatto che il bambino non ne può parlare: anche per il bullismo, affrontare il tema da parte di adulti motivati e attenti, è il modo migliore per autorizzare una discussione, un pensiero. E per permettere a una piccola vittima di venire allo scoperto, senza vergogna e con l’aspettativa che una soluzione possa esistere. Perché anche la speranza è alimentata dalla cultura circostante. I programmi antibullismo stanno contribuendo a creare un ambiente scolastico più favorevole per i bambini e ci sono varie modalità di aiutare gli studenti vittime di comportamenti scorretti. Ma l’obiettivo più importante è garantire che il messaggio anti-bullismo sia radicato nella cultura dell’istituzione: che non venga minimizzato, ignorato, rimandato. Dalle ricerche più recenti emerge infatti che informare i bambini e tutti gli adulti coinvolti – ad esempio, nell’istituzione scuola – anche quelli che hanno meno interazione con i bambini rispetto agli insegnanti, dall’autista di scuolabus all’operatore di mensa, consente di ridurre in modo altamente significativo il numero di casi di bullismo. L’attenzione al singolo caso, il coinvolgimento di tutti e una cultura che rifiuta in modo deciso, chiaro e senza compromessi la vittimizzazione dei bambini, consente rapidi e duraturi cambiamenti nell’atteggiamento generale della popolazione scolastica nei confronti del bullismo, inclusa una maggiore empatia per le vittime. Affrontare e risolvere il problema del bullismo non dovrebbe interessare solo insegnanti, psicologi e genitori, con l’intento ovviamente prioritario di limitare o porre fine alla sofferenza immediata dei bambini; ma dovrebbero interessare anche il legislatore, perché incidono a lungo termine sulla salute della popolazione. Gli adulti possono fungere da modello per aiutare a creare un ambiente in cui i bambini si sentano al sicuro e possano dare il meglio di sé: agire tempestivamente per mettere al sicuro il bambino vittima di bullismo e insegnare a tutti i bambini che certi comportamenti non sono mai accettabili, per nessun motivo, è il primo passo per un impatto duraturo sul benessere e sulla loro felicità da grandi.
Il Bullismo e Le Sue Forme

di Umberto Maria Cianciolo Il bullismo è di certo un fenomeno sempre più diffuso nella società contemporanea, che configura un panorama sociale ed educativo sempre più critico e che condiziona uno dei contesti fondamentali per lo sviluppo dell’individuo quale la scuola. Nell’analizzare il fenomeno del bullismo non possiamo che rendere conto della sua complessità rappresentata dalle diverse forme con le quali esso può manifestarsi nella quotidianità. Possiamo distinguere, principalmente, tra manifestazioni dirette e indirette. Le prime sono più chiare, visibili ed esplicite, di forma fisica (violenza e aggressione fisica: calci, pugni, schiaffi, utilizzo di un oggetto contundente; rubare o danneggiare oggetti altrui) e verbale (insulti, minacce, offese). Le seconde, al contrario, sono manifestazioni più celate, taciute ed implicite e per questo sono, spesso, più difficilmente percepibili ed evidenziabili: l’emarginazione progressiva di un membro da un gruppo e il suo conseguente isolamento, o la circolazione di pettegolezzi riguardanti altri individui, ne sono un esempio. Tra le manifestazioni del fenomeno, ne riconosciamo una definita con il termine, coniato dall’educatore canadese Belsey (2002), “cyberbullismo”, tradotto con “bullismo elettronico”, “bullismo virtuale”, “bullismo online”. Con queste espressioni ci riferiamo ad una variante del bullismo, caratteristica della società contemporanea, che prevede che le azioni aggressive, prevaricanti o moleste siano compiute, in modo continuo e sistematico, attraverso l’uso di strumenti tecnologici, come i servizi di messaggistica istantanea (Whatsapp, Telegram ecc.), i social network (Facebook, Twitter ecc.) o i servizi Internet (Posta elettronica, siti web ecc.). Questi strumenti hanno di certo modificato le esperienze di socializzazione e di scambio relazionale, rendendosi irrinunciabili ma nascondendo, allo stesso tempo, un lato oscuro rappresentato da un loro utilizzo improprio e deformato facilitato dalla distanza, fisica e psicologica, data dallo schermo virtuale o, anche, dalla poca educazione al loro utilizzo (ad esempio, insegnare a come gestire la propria privacy in rete). Gli episodi di cyberbullismo, quindi, potrebbero rientrare nella suddetta categoria più generale di “manifestazioni indirette”, dove con “indiretto” non ci si riferisce solo alla tipologia di azioni messe in atto nei confronti della “vittima” ma anche al fatto che, come spesso capita, il fautore della prepotenza, e i suoi possibili complici, rimangano nell’anonimato, senza che vi sia, quasi mai, un contatto o un incontro fisico. Proprio l’incapacità di riconoscere l’artefice di queste azioni, ovvero la presunta invisibilità di questi (presunta in quanto ogni strumento tecnologico lascia una qualche “impronta” rintracciabile, ad esempio, dalla Polizia Postale), unito al fatto che un pubblico globale connesso alla rete assista all’episodio e alla “forza mediatica di messaggi scritti, di foto o di filmati rispetto a situazioni di interazione sociale faccia a faccia, rendono particolarmente gravose le conseguenze di tali episodi per la vittima” (Campbell, 2005; Gini, 2005; Oliverio Ferraris, 2008) che vede negato il riconoscimento delle proprie emozioni e della propria integrità. Un’altra caratteristica che connota questa tipologia, e che costituisce un aspetto di distinzione dal bullismo, è l’eliminazione di ogni limite spazio-temporale: gli atti di cyberbullismo, difatti, possono verificarsi ed essere subìti a qualsiasi ora, ogni volta che si utilizzi lo strumento elettronico in questione, e possono raggiungere ed essere diffusi in ogni parte del mondo e non essere più limitati a luoghi e a momenti specifici. In un rapporto Istat, “Il bullismo in Italia: comportamenti offensivi e violenti tra i giovanissimi” edito nel 2015, con dati in riferimento all’anno 2014, si evidenzia come, per meglio collocare in un contesto sociale il fenomeno del cyberbullismo, sia necessario sottolineare quanto i nuovi mezzi di comunicazione elettronici siano diffusi ed economicamente accessibili a molti ragazzi e adolescenti. “Quella attuale è, infatti, la prima generazione di adolescenti cresciuta in una società in cui l’essere connessi rappresenta un dato di fatto, un’esperienza connaturata alla quotidianità: nel 2014, l’83% dei ragazzi tra 11 e 17 anni di età utilizza Internet con un telefono cellulare e il 57% naviga nel web” (http://www.istat.it/it/files/2015/12/Bullismo.pdf). I dati riferiti all’utilizzo degli strumenti tecnologici sono ancora più significativi: nel 92,6% dei casi gli adolescenti, tra i 14 e i 17 anni, ne fanno uso giornalmente o, almeno, qualche volta a settimana; nel 50,5% il PC, nel 69% Internet (dati Istat pubblicati nel 2015). Si può concludere, dunque, che la facile accessibilità a questi strumenti, e il loro frequente utilizzo da parte degli adolescenti, esponga quest’ultimi più facilmente ai rischi della rete e di questa nuova tipologia di comunicazione. Il “bullismo online” consta, a sua volta, di differenti categorie/tipologie: – Flaming: “battaglie verbali” con uso di espressioni e messaggi ostili e volgari; è l’offesa pura e semplice fatta sui social pubblici (scritta nei commenti di Facebook, in un Forum, in un gruppo di discussione online); il cyberbullo cerca di evitare qualsiasi risposta ricoprendo di insulti; – Harassment (“molestia”): messaggi scortesi, offensivi, insultanti, disturbanti, che vengono inviati ripetutamente nel tempo, attraverso E-mail, SMS, messaggistica istantanea (Whatsapp, Telegram, ecc.) telefonate sgradite o talvolta mute. In questo caso, dunque, a differenza del flaming, i messaggi vengono inviati in privato; – Cyberstalking (“persecuzione online”): minacce insistenti e intimidatorie che puntano a spaventare la vittima, che sarà allarmata anche per la propria incolumità fisica; – Denigration: pubblicare e diffondere pettegolezzi, foto ritoccate e/o video imbarazzanti su uno o più individui al solo scopo di rovinare la reputazione di questi (spesso avviene anche da parte degli allievi nei confronti degli insegnanti); – Impersonation: trattasi del furto dell’identità, ovvero il cyberbullo potrebbe crearsi in rete una falsa identità reperendo dati personali appartenenti ad un altro individuo, per poi pubblicare o inviare messaggi privati al fine di rovinargli la reputazione; – Outing and trickery: con il primo termine ci si riferisce ad episodi di cyberbullismo in cui vengono pubblicate in rete informazioni personali da parte di un altro individuo; col secondo, invece, ci si riferisce ad un’azione più subdola messa in atto dal cyberbullo, in cui questi diffonde informazioni personali e private, a volte anche imbarazzanti e intime, dopo essersi conquistato la fiducia della propria “vittima”; – Exclusion: escludere qualcuno dai gruppi online con lo scopo di isolarlo dal resto della compagnia o dalle reti sociali elettroniche. Diverse sono le possibili azioni di
Il bullismo e il cyberbullismo: interventi psicologici

di Mariarosaria Cafarelli Per bullismo si intende un comportamento aggressivo ripetitivo nei confronti di chi non è in grado di difendersi. Questo fenomeno si basa su un rapporto asimmetrico tra la vittima e il bullo: la prima non può o non ha le abilità per far cessare l’atto aggressivo nell’immediato e il secondo, invece, compie l’atto volontariamente, cioè con l’intenzione di ferire o provocare un danno. Inoltre, un’altra componente necessaria è la ripetitività del fenomeno. Uno studente sarà oggetto di azioni di bullismo (prevaricato o vittimizzato), quando viene esposto ripetutamente nel corso del tempo, alle azioni offensive messe in atto volontariamente da uno o più compagni. Quindi, non ci si riferisce ad un atto singolo, ma ad una serie di comportamenti ripetuti nel tempo, all’interno di un gruppo, con il fine di avere un potere sull’altra persona. Molto spesso si tende a minimizzare questo fenomeno, ci si ferma all’apparenza, quando in realtà è molto più grave di quello che si pensa. È importante che gli psicologi si occupino non solo della vittima, ma anche del carnefice, saper definire la personalità di un ragazzo “bullo” e quali sono i motivi che potrebbero spingerlo a commettere condotte devianti. Dal punto di vista caratteriale i ragazzi che mettono in atto condotte devianti dimostrano una forte ambivalenza con le figure genitoriali e una personalità immatura, poco riflessiva, scarsamente tollerante alle frustrazioni e incapace di un autentico contatto empatico con gli altri. Un comportamento deviante può essere spiegato facilmente attraverso un rapporto di causa – effetto, oppure sulla base di semplici predisposizioni ereditarie, o come risultato di una problematicità intrafamiliare o di una subcultura. Sulla base di quanto detto, quindi, il bullismo verrà spiegato come il risultato dell’interazione di molteplici variabili, come la struttura della personalità del soggetto, le caratteristiche del gruppo di coetanei al quale appartiene, la qualità delle sue relazioni interpersonali, la tipologia della famiglia di appartenenza. Negli ultimi decenni la modalità del bullismo è cambiata, nel senso che un tempo venivano prese in considerazione azioni verbali e fisiche, mentre in tempi recenti si profila maggiormente la violenza psicologica, sicuramente più difficile da identificare, ma che viene messa in atto dal soggetto sulla sfera psichica e sull’autostima della vittima. Quindi, possiamo parlare di una situazione di bullismo, quando si assiste o si subiscono degli atti persecutori, violenti e aggressivi, da parte di un coetaneo o da un gruppo di coetanei, nei confronti di un loro pari. Le prepotenze possono essere di natura fisica, (spintoni, pugni, schiaffi), oppure di tipo verbale (minacce, insulti pesanti, offese), o infine di tipo psicologico (umiliazioni, discriminazioni, emarginazione). Nella maggior parte dei casi le tre categorie si verificavano in concomitanza: infatti l’offesa di tipo verbale può portare all’aggressione di tipo fisico, il tutto accompagnato da un forte trauma psicologico nella vittima, che diventa incapace di uscirne da sola. Le azioni offensive verbali e fisiche sono definite modalità dirette e sono quelle più evidenti, mentre quelle di tipo psicologico sono chiamate indirette, più difficili da individuare. Alla base del bullismo c’è l’intenzionalità da parte del soggetto di danneggiare la vittima, ovvero nel procurarle dolore, sofferenza, privandola della sua sfera relazionale e sociale; queste azioni offensive e vessatorie sono persistenti, frequenti e costanti nel tempo. Le conseguenze sulla vittima designata dal bullo sono deleterie ed includono danni alla salute fisica, psicologica, abbandono delle relazioni, isolamento, paura e terrore del suo carnefice, dispersione scolastica o abbandono degli studi e, in casi estremi portano al suicidio. In base al genere, secondo le statistiche, tendenzialmente i maschi utilizzano forme verbali e fisiche di bullismo, mentre le femmine utilizzano molto di più della azioni di tipo psicologico, come pettegolezzi, dicerie oppure diffusioni di immagini false. In tempi recenti, con l’insorgenza di internet e dei social media il fenomeno del bullismo ha subito un’evoluzione, trovando ampio spazio in questi nuovi canali, che hanno reso possibile la realizzazione di azioni vessatorie. Questa evoluzione è definita cyberbullismo, ossia un attacco vessatorio continuo, reiterato nel tempo attraverso la rete internet, e proprio quest’ultimo fenomeno è diventato oggetto di studio della psicologia. Le modalità specifiche con cui i ragazzi realizzano atti di cyberbullismo sono molte, ad esempio: messaggi volgari o molesti; pettegolezzi diffusi attraverso messaggi sui cellulari, mail, social network postare o inoltrare informazioni, immagini o video imbarazzanti (incluse quelle false); rubare l’identità e il profilo di altri con lo scopo di mettere in imbarazzo o danneggiare la reputazione della vittima; insultare o deridere la vittima attraverso messaggi sul cellulare, mail, social network; ed infine, minacciare la vittima attraverso i media andando ad intaccare la sua tranquillità. Questi tipi di aggressione potrebbero rimanere in rete, oppure sfociare in episodi di bullismo (in particolare nei contesti scolastici o luoghi di aggregazione di ragazzi). Tra le problematiche psicologiche che più frequentemente emergono in chi è oggetto di bullismo e cyberbullismo ci sono i disturbi d’ansia, disturbi depressivi e disturbi psicosomatici. Un’azione che potrebbe essere utile per combattere il fenomeno ormai sempre più diffuso del bullismo e del cyber bullismo è immettere nel contesto scuola lo psicologo, così da individuare tempestivamente il disagio, con lo scopo di evitare lo sviluppo di problematiche psicologiche, o in casi estremi il suicidio, e al tempo stesso offrire un servizio ai “bulli”, per meglio comprendere e modificare comportamenti devianti.
Il bruciato e la sindrome del burnout

Coloro che si occupano di assistenza possono incorrere in quella che viene definita sindrome definita del “bruciato”. La psicologa americana Maslach coniò il termine Burnout, bruciato, appunto, negli anni 80 per identificare lo stato di malessere psicofisico, vissuto dalle professioni impegnate nelle relazioni di aiuto e nella gestione dei rapporti umani. La sindrome è caratterizzata prevalentemente da stanchezza, astenia, mal di testa frequenti, con risvolti del tono dell’umore sul versante depressivo. Il bruciato vive uno stato di esaurimento emotivo e fisico, una sorta di scoppio che porta uno svuotamento di risorse ed energie e conseguente inadeguatezza al lavoro. Generalmente, si manifesta in seguito ad una prolungata e costante esposizione a fattori di rischio, facendo sì che l’operatore si faccia carico delle responsabilità del proprio lavoro, mettendo da parte i propri bisogni. In un secondo momento, per continuare ad essere all’altezza del proprio ruolo, l’operatore occulta questa debolezza, cercando di mantenere alti gli standard delle proprie prestazioni. Ovviamente, a lungo andare, la soppressione dei propri bisogni determina una lacerazione dello spirito, proprio perchè ormai le risorse si sono esaurite, portando ad un rifiuto delle mansioni. Il bruciato diventa quindi, scostante, ostile, distaccato; ha perso l’entusiasmo e le motivazioni che lo hanno spinto a scegliere quella particolare attività lavorativa. Di conseguenza, il senso di colpa di inadeguatezza al proprio lavoro, lo spinge ad attivare forme compensatorie e riparative, che alimentano ancor di più l’esaurimento fisico e mentale. L’aspetto depressivo si evidenzia soprattutto nella fase in cui quest’ultima costrizione lo mette di fronte ad una crisi personale e lavorativa di cui deve prendere atto. Tipico del burnout è proprio la normalizzazione dei propri pensieri negativi, facendo finta di niente Al contrario, bisogna cercare aiuto per metabolizzare questi stati d’animo, interpretarli alla luce della funzionalità non solo del lavoro, ma soprattutto di se stessi.
IL BREADCRUMBING: Lasciare Briciole

Questa parola inglese deriva dalla parola breadcrumb, che significa briciola di pane.i n poche parole, indica una tecnica che viene utilizzata da coloro che inviano segnali al proprio partner, per far sentire la loro presenza. Nonostante abbiano lasciato l’altro, continuano a voler essere presenti nella loro vita, lasciando che si alimentino le speranze di poter tornare insieme. Altro non è che una forma di manipolazione emotiva attraverso la quale chi la effettua mira ad ottenere dei vantaggi in cambio. Questi possono riguardare il voler ottenere un incontro intimo, un ritorno economico (come un regalo o un prestito) o emotivo (puntando ad aumentare la loro autostima) Chiaro è che, soprattutto se si tratta di una relazione di lunga data, chi effettua il breadcruming conosce la propria vittima dunque sa come “aggirarla”. Per esempio, se è consapevole dell’indole romantica del partner, potrebbe promettere cene o fughe romantiche che non avverranno mai. Quello che caratterizza la relazione breadcrumbing è proprio l’ambivalenza: tutto si costruisce attorno all’atteggiamento e al comportamento ambivalente del soggetto che simula la possibilità di creare rapporti seri.Chi utilizza tale tecnica si mostra estremamente interessato all’altro: questo può avvenire in molti modi, attraverso per esempio l’invio di messaggi intimi o interessandosi all’altro e fargli sentire la propria presenza. Il vero problema sorge nel momento in cui il potenziale partner, dopo aver fatto questi gesti nei confronti dell’altro, sparisce o mostra disinteresse.In particolare, è proprio l’assenza l’arma più potente e frequente utilizzata dal breadcrumber: spiazza la vittima perché, dopo averle dato briciole e averle mostrato interesse, scompare. Tutto ciò è mantenuto in vita dall’ambivalenza: il soggetto non scampare mai del tutto.Dopo che è sparito, all’improvviso potrebbe ripresentarsi all’altro e dargli altre briciole per continuare a tenerlo legato a sé stesso.Quello che, infatti, è davvero pericoloso per chi si ritrova ad essere vittima di questo comportamento, è proprio questo continuo comportamento ambivalente che si costituisce come un vero e proprio circolo vizioso: chi utilizza la tecnica breadcrumbing compare, mostra interesse, scompare e poi compare di nuovo. Tutto ciò sempre lasciando briciole all’altro per far sì che sia disposto ad accettarlo di nuovo quando ricomparirà. Le Vittime Per quanto riguarda le vittime, in genere queste tendono a sentirsi in colpa e sentiranno di aver deluso il breadcrumber se questi scompare, tenteranno di soddisfarlo per evitare di essere abbandonate nuovamente. Si entra in un circolo vizioso dove l’altro appare e scompare a suo piacimento e la vittima rimane in attesa che qualcosa possa migliorare ed è proprio questa garanzia che consente al manipolatore di agire in tal senso. L’ambiguità di questo comportamento causa ansia e dolore, poiché si vive in un limbo non riuscendo a proseguire oltre con la propria vita. Ma chi è il breadcrumber? Potrebbe essere una persona profondamente insicura che attuando questa tecnica consente a sé stesso di sentirsi ammirato da parte dell’altro suscitando interesse e creando invece insicurezza nella vittima; vi è una sorta di sadismo sullo sfondo che è permeato dal desiderio di poter controllare l’altro. Il breadcrumber potrebbe essere una persona immatura, egoista, narcisista. Una persona che probabilmente non possiede neanche quella capacità empatica e costruttiva di lasciar andare l’altro rispettando allo stesso tempo i suoi sentimenti. Ciò che può alimentare tale tecnica, è il sentimento di controllo che nasce nel breadcrumber, il quale si sente potente e importante, perché sente che, in ogni momento, può cambiare la situazione: basterà presentarsi di nuovo per far sì che l’altro ritorni ad ammirarlo e a provare interesse. Spesso non ci si accorge di essere all’interno di una situazione del genere sino a che non ci viene fatto notare dall’esterno. La vittima potrà dunque solo in un secondo momento iniziare a riflettere su quanto sta accadendo. Per poterne uscire bisogna iniziare a considerare la relazione che si sta vivendo e porsi delle domande. Bisogna prendere consapevolezza che l’altro non cambierà, che è vano il tentativo di mandare avanti una relazione che in realtà non procede oltre i primi passi. Generalmente ad essere vittime sono persone con bassa autostima e personalità dipendenti, oltre che incapaci di fissare dei limiti e dire basta. Spesso è difficile staccarci dal breadcrumber in quanto si pensa di arrivare a meritare quel tipo di amore, quel tipo di attenzioni. Ci si dovrebbe focalizzare su come queste briciole che ci lascia ci fanno sentire e capire che tipo di legame in realtà andiamo cercando. Lasciare dunque perdere le qualità positive del breadcrumber e pensare piuttosto al nostro benessere personale.