Il TRIGENERAZIONALE NELLA RELAZIONE TERAPEUTICA

Il ciclo di vita della famiglia è un modello teorico di riferimento che inquadra lo sviluppo spazio temporale attraverso fasi evolutive prevedibili. Ogni fase del ciclo di vita richiede precisi compiti evolutivi e presenta una certa stabilità della struttura, mentre nei periodo di transizione la famiglia subisce profonde trasformazioni sia psicologiche che strutturali. Le generazioni precedenti hanno già affrontato gli stessi passaggi evolutivi e l’hanno fatto secondo modelli ricorrenti di rapporti multigenerazionali che si tramandano nel tempo, da una generazione all’altra. La coppia è il punto di incontro tra i due assi immaginari che costituiscono l’impalcatura del sistema trigenerazionele: l’asse verticale è costituito dal vincolo di filiazione e quello orizzontale è costituito dal vincolo di alleanza (Canevaro, 1999). Il vincolo di filiazione assicura la trasmissione da una generazione all’altra dei valori affettivi e culturali; grazie a questo vincolo viene anche garantita la sopravvivenza delle persone dopo la morte fisica (miti familiari, mandati, ecc.) Il vincolo di alleanza invece è quello che si stabilisce tra i membri di una coppia e che si consolida grazie alla formazione di regole proprie che danno vita alla complicità di coppia; delimitando un confine attorno alla coppia, queste vanno ad allentare i vincoli di filiazione di ciascuno con le rispettive famiglie di origine. Con la nascita dei figli si stabilisce un nuovo vincolo di filiazione che lega la nuova generazione alla precedente. La tensione dinamica tra questi due assi, tra questi due vincoli, è dunque il punto nodale del sistema trigenerazionale. Per questo motivo, secondo il modello trigenerazionale, i problemi della coppia hanno sempre a che fare con difficoltà nei processi di differenziazione intergenerazionale, cioè con i processi incompiuti di appartenenza e svincolo del singolo dalle famiglie di origine e di conseguenza con la difficoltà a stabilire un nuovo e funzionale vincolo di alleanza a livello di coppia. Le dinamiche di appartenenza e separazione dalle proprie famiglie di origine inevitabilmente influenzano la qualità dei legami di coppia (ma non solo) che ciascun individuo stabilisce nel corso della propria vita. Quasi come un moto ondoso, questi due processi, complementari ed ugualmente fondamentali nella strutturazione di un sé differenziato (Bowen, 1979), procedono di pari passo per tutto l’arco della vita di una persona.

Identità sessuale: un costrutto multidimensionale.

L’identità sessuale rappresenta il risultato di un processo influenzato dall’interazione tra aspetti biologici, psicologici e socioculturali. Quando si parla di identità sessuale non bisogna tenere in considerazione esclusivamente il sesso biologico dell’individuo. Il sesso biologico definisce l’appartenenza biologica ad uno dei sessi che dipende dai nostri cromosomi ed è solo una delle differenti dimensioni del proprio essere sessuale. Tra le altre componenti troviamo anche l’identità di genere, argomento approfondito nel precedente numero. Una terza dimensione è il ruolo di genere, ossia l’insieme di tutte le aspettative che abbiamo riguardo agli atteggiamenti e ai comportamenti che una persona deve assumere rispetto al genere a cui appartiene. In questa dimensione rientrano gli indumenti che indossiamo, il lavoro a cui aspiriamo, il modo in cui esprimiamo le nostre emozioni e tante altre caratteristiche. Un’altra componente è rappresentata dall’orientamento sessuale, che indica l’attrazione sia sessuale che affettiva per una persona che appartiene al sesso opposto, allo stesso sesso o ad entrambi i sessi. Questi orientamenti si definiscono rispettivamente: eterosessuale, omosessuale e bisessuale. Conoscere queste dimensioni ci rende consapevoli dell’esistenza di una realtà molto complessa che considera la sessualità, il ruolo e l’identità di genere come aspetti fluidi. Lo sviluppo di ogni individuo dipende, quindi, dalle diverse combinazioni di queste quattro dimensioni che possono andare a creare differenti e molteplici configurazioni identitarie. Tale costrutto ci permette di comprendere quanto il confine tra normale e anormale dipenda dall’ambiente sociale e dal periodo storico in cui si vive. Una netta distinzione tra maschio/femmina intrappola la libera espressione di se stessi e alimenta le discriminazioni e i fenomeni di violenza e bullismo. Ognuno di noi deve essere libero o libera di esprimersi nel rispetto delle esistenze di tutti e tutte.

Identità e social: se l’immagine digitale prende il sopravvento

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Il concetto di identità 5.0 ai tempi dei social: quando l’immagine digitale prende il sopravvento.Nel precedente articolo abbiamo visto le evoluzioni dell’immagine femminile sui social, ma quali effetti ha avuto il progresso digitale sull'(auto)percezione della nostra identità? Identità personale, identità sociale e identità in rete Si definisce identità l’insieme delle rappresentazioni di noi stessi e di coloro che sono in relazione con noi.L’identità non è qualcosa di statico ma di estremamente mutabile, perché è il risultato della scelta sociale della quale siamo protagonisti. Lo psicologo William James afferma che: “ciascuno di noi ha tante identità sociali quanti sono i gruppi di persone con cui interagiamo. Ognuno di noi rappresenta una delle sue parti a seconda dell’ambito sociale in cui si trova.” In quest’ottica identità personale e identità sociale non sono due concetti a sé stanti, ma si compenetrano e interagiscono continuamente. Questa “frammentazione” di identità appartenenti a differenti contesti e situazioni, sfocia in una moltitudine di ruoli che ci vedono protagonisti: donna, madre, moglie, manager, amica…e così via. L’effetto dei social e l’identità digitale Nel 2009 Mark Zuckerberg – CEO di Facebook– dichiarò: “i giorni in cui avevate un’immagine per i vostri amici, una per i colleghi e una per le altre persone che conoscete stanno probabilmente per finire molto presto”.Ad oggi si conferma la sua lungimirante visione: innovazione tecnologica, smart working e social network hanno fatto sì che ognuno di noi si costruisse una precisa identità digitale.Ora distaccarsi da quella che potremmo definire la nostra “brand identity” ci crea disagio perché ci sembra di apparire “diversi” da noi stessi. Il rischio più grande è quello di porre un limite alla propria crescita e curiosità per noi contraddire l’identità pubblica. In questo modo la percezione della propria identità, in tutte le sue sfaccettature, rischia di confondersi con l’immagine trasmessa all’esterno, generando stress e ansia. Ognuno di noi è in continua evoluzione. L’interazione con gli altri e con l’ambiente che ci circonda ci rende ogni giorno persone più ricche e complesse. La vita regala esperienze e cambia le prospettive, sarebbe assurdo privarci delle sfaccettature più intime della nostra essenza per aderire ad una sola, piatta immagine.

Identità di genere: sorpresa, ascolto, empatia. Gli insegnanti si confrontano con i ragazzi

Può succedere che lavorando come psicologa nelle scuole, gli insegnanti chiedano aiuto perché hanno saputo che un loro alunno sta seguendo il percorso per cambiare sesso. L’adolescenza è un momento di crisi e l’identità sessuale e il cambiamento del corpo occupano un posto centrale. L’alunno che vive una condizione di ingabbiamento nel proprio corpo sessuato che però sente estraneo può decidere di intraprendere un percorso che lo porti a cambiare sesso. Il sesso è inteso erroneamente in modo ‘binario’ maschio/femmina in realtà anche le Linee guida in merito affermano che ‘ il genere è un costrutto non binario che ammette un’ampia gamma di possibilità delle identità di genere e che l’identità di genere di una persona può essere o meno congruente con il sesso assegnato alla nascita’.   Il passaggio fondamentale da fare quindi è proprio quello di rielaborare il modo binario di intendere il genere e noi psicologi siamo chiamati ad essere facilitatori in tal senso. In particolare a mettere consapevolezza sul fatto che l’identità di genere può non essere allineata al sesso assegnato alla nascita e che il passaggio al sesso a cui ci si sente di appartenere rappresenta una ‘rinascita’ per l’individuo. Infatti la mancanza di modelli positivi di riferimento piò portare i ‘transgender’ ad isolarsi e a convivere con lo stigma sociale dovuto alla loro condizione, l’assenza di guida e supporto può diventare una condizione di rischio per la salute mentale della persona. Per questo diventa fondamentale lavorare sull’accoglienza e sul pregiudizio e prevenire lo stigma. In un contesto scolastico la comprensione della non dualità di genere, l’accettazione e l’empatia possono favorire un ambiente sano e disteso in cui la persona può cominciare a sperimentare di poter essere finalmente se stessa senza sentirsi sbagliata o inadeguata. Non è facile lavorare su concetti sedimentati e strutturati e le difficoltà sono tante, ma il professionista competente e formato sull’argomento può dare un apporto significativo.

Identità di genere: cosa bisogna sapere.

Quando si parla di identità di genere si fa riferimento a una dimensione specifica dell’identità da non confondere con il sesso biologico. Di cosa stiamo parlando allora? Siamo tradizionalmente socializzati a vivere in un contesto binario, rigidamente dicotomico, eteronormativo che impone di pensarci e viverci oscillando tra un maschile ed un femminile. Queste due categorie hanno da sempre influenzato la vita degli individui fin dalla nascita. Anzi, dal momento della scoperta del sesso del nascituro, i caregiver iniziano ad immaginarlo come maschio o femmina e attribuendo al nuovo arrivato aspettative che rappresentano il genere così come culturalmente definito.  Coccarda azzurra per il bambino, rosa per la bambina; e così via: macchinine e bambole; combattimenti e trucchi, cose da maschi e cose da femmine. Può accadere che durante il proprio sviluppo evolutivo l’individuo avverta delle discordanze tra ciò che il contesto gli propone/impone e la propria identità di genere, ossia il sentimento intimo e profondo di appartenere ad un determinato genere. Quindi alcune persone possono sentirsi inadeguate rispetto al sesso assegnato alla nascita e assumere una serie di atteggiamenti e comportamenti stereotipici del sesso opposto, ma senza produrre una domanda di modificazione dei caratteri sessuali primari e/o secondari.  Potrebbero esserci persone che invece non si riconoscono nella rigida dicotomia di genere e sentono di non appartenere a nessuno dei due o, per alcuni aspetti, ad entrambi (non-binary). Tutti questi casi rientrano sotto il termine ombrello Transgender, diverso dal termine Transessuale che invece rappresenta le persone che richiedono di sottoporsi all’intervento di Riattribuzione Chirurgica del Sesso. In posizione diametralmente opposta si trova il termine Cisgender, che include tutte le persone che non vivono discordanza tra sesso biologico e identità di genere. Queste dimensioni sono solo una parte del più ampio costrutto di Identità Sessuale, che approfondiremo nei prossimi numeri.

I veri lussi della vita: Il ritorno alla semplicità

di Federico Rossi Immagina questo. È venerdì sera, e invece di festeggiare il weekend che sta arrivando, ti stai preparando per un’altra serie di email notturne. Perché celebriamo questa fatica incessante come un distintivo d’onore? Non è forse il momento di ridefinire cosa significano davvero il vero successo e il lusso nelle nostre vite? In un mondo che spesso misura il successo da quanto sopportiamo, è tempo di ridefinire cosa significano veramente il vero lusso e la resilienza. I veri lussi non sono oggetti tangibili, ma momenti che riempiono la nostra anima e ci riportano al nostro centro: un sonno ristoratore, la libertà di scegliere e la gioia di una buona conversazione. La scienza ci dice che senza un recupero adeguato, la nostra capacità di resilienza e successo non è solo compromessa, ma diminuita. Eppure, molti di noi portano gli straordinari e l’esaurimento come distintivi d’onore. Ma cosa succederebbe se lodassimo il recupero tanto quanto la perseveranza? La vera resilienza consiste nell’essere ben riposati, non solo nel resistere a un’altra notte in bianco. Si tratta di pause strategiche e di creare una cultura lavorativa che valorizzi le pause tanto quanto le prestazioni. Utilizzare la tecnologia per gestire il carico di lavoro, fare pause ogni 90 minuti, evitare i pranzi alla scrivania e usare tutti i nostri giorni di ferie pagate non sono solo atti di cura di sé, ma investimenti nella nostra produttività e nella longevità della nostra carriera. Uno studio condotto dall’Università di Stanford ha rivelato che la produttività dei dipendenti diminuisce drasticamente quando il lavoro supera le 50 ore settimanali, e crolla ulteriormente oltre le 55 ore. Inoltre, un’indagine dell’Università di Warwick ha dimostrato che i dipendenti felici sono il 12% più produttivi. Il riposo e il benessere complessivo, quindi, non solo aumentano la produttività, ma contribuiscono anche a una maggiore felicità e soddisfazione nella vita. Ma quali possono essere i veri lussi? Una buona notte di sonno: Il riposo è fondamentale per la nostra salute fisica e mentale. Una notte di sonno rigenerante può fare miracoli per il nostro benessere complessivo. Mattine lente: Iniziare la giornata senza fretta ci permette di goderci i piccoli piaceri mattutini, come una tazza di caffè o il silenzio dell’alba. Libertà di scegliere: La possibilità di prendere decisioni autonomamente è un lusso spesso sottovalutato. La libertà di scegliere come vivere la propria vita è inestimabile. Tempo per divertirsi e giocare: Non dimentichiamo l’importanza del gioco e del divertimento. Dedicare del tempo alle attività che ci piacciono ricarica le nostre energie. Ascoltare il canto degli uccelli: La natura ha un potere calmante e ascoltare il canto degli uccelli ci ricorda la bellezza del mondo naturale. Lunghe passeggiate: Camminare all’aria aperta è un ottimo modo per rilassarsi e riflettere, migliorando al contempo la nostra salute fisica. Un buon libro: Perdersi nelle pagine di un libro è un’esperienza ineguagliabile. La lettura ci arricchisce e ci permette di evadere dalla realtà. Il pasto fatto in casa preferito: Preparare e gustare un pasto fatto in casa con amore è uno dei piaceri più semplici e gratificanti. Tramonti colorati: Assistere a un tramonto è un promemoria quotidiano della bellezza della natura e della fine di un’altra giornata. La capacità di esprimersi liberamente: Poter comunicare i propri pensieri e sentimenti liberamente è essenziale per il nostro benessere emotivo. Sonnellini pomeridiani: Un breve riposo durante il pomeriggio può ricaricarci e migliorare la nostra produttività. Una buona conversazione: Parlare con qualcuno che ci capisce è uno dei piaceri più profondi della vita. Le conversazioni significative arricchiscono le nostre relazioni. Abbracciamo i veri lussi della vita e comprendiamo che, per costruire resilienza, dobbiamo dare priorità al riposo tanto quanto al nostro lavoro. Smettiamo di glorificare l’esaurimento e iniziamo a lodare il recupero. In questo modo, possiamo creare una vita più equilibrata, soddisfacente e ricca di veri lussi.

I test psicodiagnostici come sollievo dal dolore psichico

La valutazione psicodiagnostica è un aspetto molto dibattuto in psicologia, talvolta considerata come un incasellamento della persona in una diagnosi. E se vi dicessi che i test possono essere, per alcuni pazienti, un primo sollievo dal dolore psichico? L’ho scoperto grazie ad A., una ragazza di 17 anni, sveglia e dolce, che mi viene inviata in studio dalla sua terapeuta individuale per una valutazione. A arriva entusiasta agli incontri, afferma di aver intrapreso altri percorsi in passato, con un counselor prima, con uno psicologo poi. Entrambi i percorsi miravano ad offrire un breve supporto ai timori di A. La ragazza lamenta infatti la presenza di una forte ansia, che si presenta con continui pensieri intrusivi che assorbono la sua attività cognitiva, interferendo con lo svolgimento delle normali attività quotidiane. Nonostante A. lamenti tale sintomatologia da almeno tre anni, afferma di non essersi sentita capita a pieno dalla famiglia, che ha chiesto aiuto a professionisti amici per un breve conforto. Se infatti ad A. piace avere un punto di ascolto settimanale, uno spazio dedicato solo a lei, non nota grossi miglioramenti, e sente che non sia l’aiuto di cui ha bisogno. Questa situazione, racconta, non fa altro che aumentare la sensazione di non sentirsi capita fino in fondo. Quando arriva allo studio della terapeuta le cose però cambiano! Questa, infatti, dopo i primi colloqui clinici, decide di fare un approfondimento testologico per comprendere a pieno la sintomatologia e l’organizzazione di personalità. <<Finalmente!>> mi dice A. ansiosa ma soddisfatta, che si sente finalmente considerata nel suo disagio, cercando di valutarne la natura e la pervasività. In particolare, durante un incontro le somministro l’MMPI-A. Quando rientro nella stanza per monitorarne la compilazione, la trovo serena e soddisfatta :<<Ho letto cose che credevo di pensare solo io! Per essere scritte qui vuol dire che anche altri le pensano e le vivono, no?!>>. Nel caso di A., dare innanzitutto una legittimazione alla propria sintomatologia fa parte di un processo terapeutico che pone fine ad anni di confusione e inadeguatezza. Ciò che prova esiste e ha un nome. I test, in questo caso, sono stati un primo sollievo dal dolore psichico di A.

I SOGNI SONO DESIDERI:COME SI FA A REALIZZARLI?

Tutti abbiamo dei sogni e spesso non sappiamo come realizzarli. Ecco un esercizio pratico che potrebbe aiutare a fare chiarezza. Chi non ha mai visto il cartone animato della Walt Disney “Cenerentola“? La protagonista, una povera ragazza maltrattata, sogna una vita migliore e alla fine riesce ad avverare i suoi desideri, grazie anche all’aiuto di altri personaggi. Certo, nella vita reale non c’è la fata turchina che corre in nostro aiuto, ma Walter Elias Disney diceva anche “If you can dream it, you can do it! (se puoi sognarlo, puoi farlo!). E allora come si fa? Come per tutte le cose importanti, un’idea ha bisogno di un progetto. Tirate fuori penne, gomme e matite colorate e date sfogo alla vostra creatività! Cosa desiderate davvero nel vostro cuore? Spesso ciò che si sogna si va a scontrare con il temibile “principio di realtà”. Fin da piccoli, è probabile che, l’ambiente educativo in cui nasciamo, ci ponga dei limiti scoraggiandoci o facendoci vivere i sogni di altri. La prima cosa da fare, dunque, è riconoscere se questo è accaduto davvero e provare a recuperare ciò che è nascosto dentro di noi. Per fare questo, rispondiamo a delle domande: In che momenti ci emozioniamo davvero? Quali sono le cose che più contano nella nostra vita? Come vorrei essere tra 10/20/60 anni? Cosa posso fare oggi che mi avvicina all’immagine che ho di me nel futuro? Solitamente è la paura che blocca le azioni che conducono verso i desideri, ma sono due facce della stessa medaglia. Finchè non impareremo a fare i conti con la paura, saremmo sempre ostacolati nel raggiungere i nostri obiettivi, perdendo la possibilità di sentirci davvero vivi! Essere consapevoli di quali siano queste paure è altrettanto importante! Proviamo dunque a nominarle e, accanto ad ogni sogno, scriviamo cos’è che ci preoccupa più di ogni altra cosa. Suddividiamo i desideri in tappe e per ogni tappa pensiamo a quali sono le risorse che ci servono. Non dimentichiamo che possiamo anche aver bisogno di aiuto e che può essere utile cercare delle alleanze! Non tutti i desideri poi sono realizzabili e, quando è così, proviamo a pensare a qualcosa che possa avvicinarsi. Non dimentichiamo, in ogni caso, che la cosa fondamentale è soffermarsi sul piacere che si prova nel prepararsi a realizzare un desiderio…”la felicità è un percorso, non una destinazione” (Madre Teresa di Calcutta). Provare per credere!

I sistemi motivazionali per comprende le relazioni

I 5 sistemi motivazionali per comprende le relazioni affettive Nel 2024 intrattenere una relazione sembra sempre più complicato. Basta scorrere le app di Tik Tok o di Instagram per trovare divertenti parodie sulla complessità degli incontri. “Ho avuto paura”, “non sei tu, sono io” “La verità è che non gli piaci abbastanza” “Come sopravvivere ad un narcisista”, sono solo alcuni dei temi principali che emergono. In una qualsiasi cena tra amici si evidenzia la conseguente paura che emerge dall’intraprendere una relazione: “e se poi mi delude?” Una delle emozioni che noto essere più legata a tale delusione, oltre alla tristezza, è quella della vergogna e dell’umiliazione. Essere lasciati viene vissuto come una presa di potere da parte dell’altro. Non è un caso che oggi si aggiungono al gergo giovanile vocaboli come “sottona/e”, o al contrario, “malessere”. Ciò che accade può essere meglio compreso alla luce dei sistemi motivazionali. I sistemi motivazionali I sistemi motivazionali vengono descritti da Bion nell’ambito della Teoria dell’Attaccamento. Essi si fondano su disposizioni innate, evoluzionistiche, e guidano la motivazione ad agire nel mondo e relazionarci con i nostri simili. Tendono quindi ad attivarsi quando vogliamo raggiungere un obiettivo evolutivo, e spegnersi quando sentiamo di averlo raggiunto. In Italia, ampliando la teoria Bowlbiana, Liotti ipotizza la presenza di 5 sistemi motivazionali interpersonali, che attivano e regolano singoli e distinti aspetti dello scambio umano: SMI di attaccamento volto alla ricerca di cura e conforto in situazioni di pericolo o dolore; SMI di accudimento, volti all’offerta di cura e conforto in situazioni di pericolo o dolore; SMI agonistico per la definizione del rango sociale; SMI sessuale per la regolazione dei comportamenti seduttivi implicati nella formazione della coppia; SMI cooperativo (evoluzionisticamente più moderno e raffinato) per la cooperazione tra pari in vista di un obiettivo comune (Liotti, 1995). I SMI sono interscambiabili tra loro. In differenti obiettivi e contesti, infatti, passiamo da un sistema all’altro all’interno della stessa relazione e in differenti momenti. Durante un litigio possiamo quindi attivare il sistema agonistico di rango (cerchiamo di prevalere sull’altro), mentre nei momenti intimi attiviamo quello sessuale, di accudimento, ecc. La nostra storia di vita certamente influenza il passaggio da un sistema all’altro. Può succedere che io attivi più facilmente un certo tipo di motivazione rispetto alle altre. I sistemi motivazionali nelle relazioni affettive I momenti più produttivi di una relazione avvengono probabilmente quando entrambi i membri attivano un sistema cooperativo (siamo su di un piano paritario per la definizione di un obiettivo comune, quello di un pezzo di percorso insieme), come anche di attaccamento, accudimento e sessuale. Quando una relazione affettiva finisce, ho il sospetto che talvolta le emozioni di vergogna e umiliazione possano avere molto a che fare con il SMI agonistico. Leggiamo ciò che accade su di un piano agonistico. La persona è riuscita a lasciarmi, quindi ha più potere di me. Io ho meno potere di lui. Parte un desiderio di riscatto e, se mi abbasso a cercare l’altro, o comunicare il mio stato emotivo negativo, sono una “sottona”, ovvero perdo ancor più posizioni nel rango di potere. Come cambierebbe la lettura se attivassi, anche in quei momenti, un sistema basato sulla cooperazione? Probabilmente potrei leggere il mio gesto come un bisogno: ho bisogno di comunicare in che modo il tuo gesto mi ha ferita. E se poi l’altro leggesse il mio gesto come una debolezza? Se io ho disattivato il sistema di rango, è una lettura degli eventi che mi informa di come è l’altro, più che di come sono io. Mi informa del fatto che l’altro ha attivato un sistema motivazionale basato sul potere, mentre io no. Mi informa del fatto che io ho avuto il coraggio di esprimere un mio bisogno, e non di collocarmi in un rango di valore rispetto agli altri. Mi informa di che tipo di bisogni ho io, e che tipo di bisogni ha l’altro.