Indietro nel tempo? Effetti e sorprese

In un momento come quello attuale, con la guerra subito dopo la lunga stagione del Covid, molti pensano a quanto fosse più facile prima, in molti sensi. È stato, ed è, un periodo duro, di incertezza e di futuro imprevedibile: più di quanto lo sia in tempi cosiddetti normali. Sperando fortemente che presto si trovino soluzioni diplomatiche e finisca un’insensata violenza, analizziamo cosa significa recuperare momenti precedenti e più sereni, e l’effetto che può avere sul nostro cervello. Vorrei ricordare qui uno degli esperimenti psicologici che sono diventati un classico della letteratura: siamo nel 1981 e la psicologa di Harvard Ellen Langer decide di allestire un esperimento con un gruppo di uomini intorno ai settant’anni (allora settanta erano già un’età avanzata). In cosa consisteva? Le persone che prendevano parte all’esperimento furono invitate a vivere cinque giorni all’interno di un monastero, in cui tutto era stato progettato per sembrare proprio come se fosse l’anno 1959. Radio, televisori in bianco e nero, libri, oggetti per la cucina, arredamento: tutto era d’epoca, l’atmosfera era perfettamente ricostruita, come in un set cinematografico. Questa distorsione temporale, in cui erano immersi, prevedeva che i partecipanti fossero trattati come se avessero 50 anni. Negli spazi che occupavano, non c’erano specchi e c’erano molte foto che li ritraevano: foto che avevano loro stessi fornito, di vent’anni prima, in cui ridevano, pescavano, abbracciavano; erano, insomma, uomini maturi attivi e in salute. Durante i cinque giorni, i partecipanti dovevano discutere le notizie e gli sport di 22 anni prima come se fossero appena accaduti, al presente, e comportarsi in tutto e per tutto come quando avevano cinquant’anni. Alla fine dei cinque giorni, che sono ovviamente un tempo assai limitato e allestito artificialmente, i ricercatori fecero le valutazioni finali. Risultato? Gli uomini, alle misurazioni fisiche, erano aumentati in altezza, avevano una maggiore destrezza manuale e una vista ancora migliore. Sembravano più giovani anche di aspetto. Tra i partecipanti (alcuni dei quali avevano precedentemente utilizzato un bastone per camminare) è stata persino improvvisata una partita di football mentre aspettavano l’autobus per tornare a casa. Ellen Langer esitava a pubblicare i risultati dell’esperimento, preoccupata che il metodo insolito e la dimensione ridotta del campione potessero essere difficili da accettare per la comunità accademica. Ma nel 2010 un programma della BBC ha ricreato l’esperimento con persone anziane famose, ottenendo effetti simili. Una successiva ricerca di Langer l’ha portata a concludere che possiamo  allenare le nostre menti per sentirci più giovani, il che a sua volta può far sì che i nostri corpi seguano l’esempio. Naturalmente è impossibile riprodurre effetti simili nelle nostre vite. Ma agire in modo differente, fare delle piccole distorsioni temporali può aiutare in modo molto concreto e misurabile. È interessante notare che il gruppo di controllo dell’esperimento, i cui partecipanti dovevano semplicemente ricordare e discutere fatti ed episodi risalenti a vent’anni prima, non aveva affatto avuto gli stessi risultati. La chiave di differenza sembra quindi stare nell’agire “come se”. Non possiamo certo riportare indietro il tempo, ma ingannare un po’ il nostro cervello ha l’effervescente effetto di riattivarlo in aree che utilizziamo meno, presi degli eventi e dalle difficoltà attuali. Applicare questo principio alle nostre azioni quotidiane, rivivere un luogo, un’esperienza, tornare ad attività lasciate, può essere un utile alimento per l’ottimismo. Se non altro, partire da una posizione meno pessimistica e negativa, può far ripartire interazioni positive con i nostri simili, ritrovare elasticità e malleabilità. E contribuire a cambiare, in meglio, la realtà che ci assedia da tempo.

La donna sui social: tra perfezione e femminismo 2.0

donna social

L’immagine della donna sui social: dalla ricerca della perfezione alla conquista del femminismo 2.0. Cosa significa essere donna nel 2022, ai tempi dei social networks? Essere donna è un dato di fatto che definisce la nostra identità nell’accezione più letterale del termine. Eppure, al giorno d’oggi, essere donna implica una responsabilità: quella di prendere consapevolezza e controllo della propria immagine. Con l’introduzione dei mezzi di comunicazione virali e alla portata di tutti, una lente di ingrandimento si è avvicinata in maniera invasiva alle nostre vite. Essere online per le nuove generazioni equivale ad esistere. Tutte le informazioni presenti in rete influenzano le percezioni e le rappresentazioni che gli altri utenti hanno di noi, dando vita alla web reputation.Se questa regola vale per tutti gli individui, perché ancora oggi rappresenta un problema quasi unicamente per le donne? Purtroppo è ancora presente e ben radicato lo stereotipo che vede la donna inscatolata in categorie ben precise che ne definiscono le sorti personali e professionali. La lotta agli stereotipi sui socialL’universo digitale ha amplificato la tendenza a giudicare la donna in base ad alcune caratteristiche e non nella sua interezza. Questa presa di coscienza ha spronato la nascita di community a supporto delle donne e di campagne volte e stravolgere la rappresentazione tradizionale della donna. I media sono stati spesso utilizzati per raccontare discriminazioni attraverso voci e volti noti, tra cui diverse influencer che hanno aderito alla causa. Tra cui Chiara Ferragni, che parlato di alcuni tristi fenomeni del nostro tempo, come il revenge porn, lo slut-shaming e il victim blaming. Ricerca della Perfezione e Dismorfismo da socialInternet è tuttavia, il posto delle grandi contraddizioni. Mentre le attiviste conducono battaglie, tante donne si adeguano agli elevatissimi standard estetici dei social networks, ritoccando le foto o emulando le star del web.Da un lato vediamo donne alla continua ricerca di una perfezione resa ancora più irraggiungibile dall’utilizzo di filtri e ritocchi. Dall’altro uomini (e donne) che si sentono in diritto di giudicare e commentare l’immagine di una donna. Come se da una foto derivasse tutta la sua identità. Riusciremo ad uscire da questo stigma quando ogni donna avrà l’opportunità di esprimere ogni sua sfumatura con ogni mezzo a sua disposizione, senza essere giudicata.

Vita privata e professionale ai tempi dello smartworking: un possibile connubio o una malinconica fusione?

di Rita Tancredi Il protrarsi dell’attuale stato di emergenza sanitaria causato dalla pandemia COVID-19 non soltanto ha implicato una vertiginosa accelerazione del processo di trasformazione digitale e dei luoghi di lavoro – diffondendo la configurazione di nuove modalità, tra cui lo “smartworking” (anche definito “lavoro agile”) – ma ha anche reso maggiormente sfumati i confini fra vita professionale e vita privata. Se da un lato per aziende e dipendenti il sistema di smartworking si mostra particolarmente vantaggioso in termini economici e produttivi per le prime e in termini di equilibrio psico-fisico per i secondi, d’altra parte si delineano i confini di un efficace rendimento organizzativo e di una spiccata autonomia e gestione individuale.  Perseguire il work-life-balance, al giorno d’oggi, costituisce una delle più grandi sfide a cui organizzazione e professionisti sono sottoposti, poiché con la facilità di accesso a dispositivi aziendali (quali pc, cellulari e tablet) e ai software e agli applicativi di lavoro (quali e-mail, Skype, Zoom e Webex, per citarne solo alcuni) diviene maggiormente complicato “disconnettersi”, circoscrivere i compiti professionali entro il perimetro dell’orario di lavoro stabilito ed evitare che uno squillo telefonico o un messaggio di posta elettronica possano invadere quegli spazi dedicati al tempo libero. Alla luce di questa prospettiva, è chiaro che il lavoro “flessibile” sta abbandonando le connotazioni tipiche degli obiettivi primari con cui è stato concepito anche pre-pandemia: non più come benefit di una specifica job position, capace di garantire una schedulazione lavorativa di carattere personale, bensì come stato in cui l’individuo è ostacolato nel raggiungimento di obiettivi personali e professionali con una combinazione straordinariamente soddisfacente; e ciò poiché, unitamente ad una flessibilità lavorativa spazio-temporale, spesso da parte di aziende e dipendenti si accompagna il verificarsi di una scorretta gestione dei necessari tempi di riposo. In tal senso, nell’era della quarta rivoluzione industriale e del Coronavirus piuttosto che parlare di work-life-balance sarebbe più opportuno riferirsi al concetto di work-life-fusion: il connubio degli aspetti legati alla sfera lavorativa e a quella privata sembra assumere carattere illusorio e tradursi in una dilagante e malinconica fusione i cui effetti nel tempo vengono molto frequentemente sottovalutati. La gestione “da remoto” delle risorse umane, se non adeguatamente condotta, potrebbe evidenziare serie e critiche ripercussioni sul benessere psico-fisico dei lavoratori, dal momento che se non si considerano, ad esempio, il prolungato tempo trascorso al pc, il pensiero di dover essere potenzialmente sempre reperibili, l’assenza di una immediata condivisione con i colleghi e di una diretta supervisione da parte del responsabile, etc., nel lungo periodo potrebbero svilupparsi sintomi o disturbi da stress-lavoro-correlato. Di conseguenza potrebbero presentarsi contraccolpi aziendali poiché, piuttosto che configurarsi come la chiave per il successo organizzativo e per il welfare individuale, lo smartworking potrebbe rivelarsi in qualità di potenziale causa scatenante patologie, con eventi come l’elevato turn-over, l’incremento di assenteismo, la diminuzione della produttività, il mancato completamento degli obiettivi d’impresa. In sintesi, dunque, ciò che sicuramente emerge è: in primo luogo, una seria volontà da parte delle aziende di promuovere la salute e il successo organizzativo nonché la sostenibilità ambientale attraverso approcci quali il “lavoro agile”; in secondo luogo, una necessità sociale da parte dei dipendenti di bilanciare la propria vita, costellata dal lavoro, dalla famiglia e dagli impegni personali. Tuttavia, sebbene la rapida evoluzione digitale abbia di gran lunga agevolato il manifestarsi di condizioni favorevoli per entrambi gli attori, in realtà siamo ancora ben lontani dal panorama tanto atteso. Pervenire al desiderato traguardo di conciliazione individuale tra vita professionale e privata, senza cadere nella trappola della fusione, con il riflesso di performance organizzative ottimali, significa abbracciare il cambiamento culturale, affrontare concretamente la nuova modalità emergente di percepire l’azienda. In particolare, con riferimento allo scenario descritto, rivolgersi a professionisti del settore, esperti nella gestione delle risorse umane, si profila come possibile e significativa soluzionevolta afronteggiare le vulnerabili dinamiche che la modalità agile porta con sériversando reazioni sull’esperienza emotiva umana. Più precisamente, nella prospettiva di una mirata ed efficace formazione nei confronti dei manager in riferimento alla gestione dei team da remoto (rispettando tempi e pause) e dei dipendenti in merito alla predisposizione di un mindset focalizzato sulla responsabilizzazione e il networking, è più forte l’idea di uno smartworking che offra concreti e reciproci vantaggi: non bisogna dimenticare, infatti, che soltanto attraversando il benessere dei propri collaboratori sarà possibile giungere ad un’effettiva produttività, e dunque al successo economico dell’impresa. BIBLIOGRAFIA: Ricci F. (2012). Conciliazione vita lavorativa e vita privata. Pratiche di work life balance nelle organizzazioni. A.U.P.I WordPress. Higginbottom K.(2014). Workplace stress leads to less productive employees.Available online:https://www.forbes.com/sites/karenhigginbottom/2014/09/11/workplace-stress-leads-to-less-productiveemployees/#3b9b276931d. Messina P. (2020). Quali vantaggi dello smart working per le aziende? Scenari e opportunità di business. Palmieri G. (2021). Smart working e work-life balance: un connubio perfetto.

“Passione e Perseveranza: le due chiavi per il successo!”

di Camilla Niccolai Questa è la frase preferita di mia mamma (da utilizzare nei momenti critici) e da oggi – forse da un po’ prima di oggi – anche la mia. Questa mattina, aprendo un piccolo pacchettino postale, ho avuto la “prova tangibile” del mio percorso. Sembra una sciocchezza – e sicuramente lo sarà – ma quel timbro (diciamolo, nemmeno tanto carino) e quella semplice tessera sono la testimonianza di quanto sia importante, nella vita, avere degli obiettivi, impegnarsi e amare ciò che si fa. Potrei definire la passione come una vera e propria “linfa vitale” per la perseveranza e l’energia: perseveranza nel non mollare al primo ostacolo, o quando un tentativo fallisce, ed energia per poter stare svegli e attivi nonostante il nostro corpo ci invii chiari segnali di cedimento. Non nego che botte di fortuna (e qualche spintarella) non aiutino – e non dico quante volte ho pregato affinché un aiutino qualsiasi scendesse dal cielo – ma sono convinta che per raggiungere traguardi ambiziosi non basti desiderare..  Sono convinta sia necessario volerlo, assumersi le proprie responsabilità e fare tutto ciò che possiamo per arrivare il più vicino possibile ai nostri sogni! Ci tengo a precisare che a parlare è una persona “super ansiosa” e “lamentona” che, nonostante le mille incertezze, difficoltà e i periodi “no” è riuscita a raggiungere un primo importante traguardo. Sicuramente grazie alla “terza chiave per il successo” (che voglio introdurre io): le persone che ti dicono “niente paura!”. Sono quelle che ti danno la spinta per intraprendere un lungo e tortuoso percorso, quelle che ti dicono che hai la forza e la possibilità di fare tutto ciò che vuoi: di portare a termine un compito che sembra irrealizzabile, di “buttarti” sul lavoro dei tuoi sogni, di trasferirti in un’altra città, perché questo è quello che vuoi. Fortunatamente nel mio percorso ne ho incontrate tante (e continuo ad incontrarle) e di sogni ne ho ancora tanti (forse troppi).. ..perciò voglio dire a me stessa e a tutti quelli che leggeranno questo pensiero: “Anche se l’obiettivo da raggiungere è estremamente ambizioso, iniziate!”

ESPERIENZA DI FLOW NELLE ORGANIZZAZIONI

Numerosi ricercatori hanno cercato di studiare il fenomeno delle esperienze trasformative da un punto di vista concettuale. Un’esperienza è trasformativa se non si limita ad aggiungere nuova conoscenza, ma se fornisce nuove lenti e prospettive attraverso cui guardare la realtà. Nel campo psicologico l’esperienza di flow è un esempio di queste. Il flow è un’esperienza ottimale, caratterizzata da un totale assorbimento nell’attività svolta. Si ha la percezione che l’attività si stia svolgendo da sola, c’è una fusione tra azione e consapevolezza e si perde la concezione spazio-temporale.  È caratterizzato da una spiccata motivazione intrinseca. Questo significa che si svolge un’attività non perché ci si aspetta una ricompensa, ma perché è associata a un’esperienza sufficientemente gratificante da giustificare l’attività stessa.  Tra gli aspetti principali c’è sicuramente il bilanciamento tra le sfide percepite e le risorse che possediamo per affrontarle. Per le forti emozioni positive provate, le persone tendono a ripetere l’esperienza di flow. Questo porta ad acquisire sempre più competenze ed abilità, che devono essere contro-bilanciate da un livello di sfida percepita molto alto altrimenti si cade in uno stato di noia e apatia.  Il flow, quindi, diventa un motore di sviluppo e benessere personale e per questo motivo è importante aiutare le persone a riconoscere tali esperienze.  Non esiste solamente il flow individuale, ma anche quello di gruppo chiamato networked flow. Da qui dovrebbe nascere l’interesse delle aziende in quanto creare opportunità di flow può portare a grandi risultati organizzativi sia in termini di performance sia di benessere dei dipendenti. Tra le caratteristiche principali del flow di gruppo c’è la creazione di un group mind, cioè una sintonia di pensiero e di azione tra i diversi membri del team. Inoltre, le persone sperimentano uno stato emotivo simile e positivo e sentono di avere la possibilità di contribuire all’attività stessa.  La situazione che viene a crearsi è come se fosse un’orchestra senza direttore perché viene a costituirsi spontaneamente ed è connotata da un’auto-organizzazione implicita. Vediamo nella pratica cosa bisognerebbe fare: creare un obiettivo comune sufficientemente aperto da consentire l’esplorazione di nuove soluzioni promuovere ascolto reciproco tra i membri dell’organizzazione facilitare la concentrazione in modo tale che tutte le attività esterne al compito sono escluse dall’attenzione e il gruppo possa focalizzarsi totalmente su di questo promuovere un controllo flessibile, in modo tale che i membri del gruppo percepiscano un senso di autonomia e competenza  creare un’intenzione collettiva dove quelle individuali si sintonizzano con quelle degli altri membri promuovere una partecipazione equa, dove tutti percepiscono di avere le stesse opportunità di esprimersi e agire diffondere una conoscenza tacita condivisa, cioè generata dall’esperienza di collaborazione e non contenuta in testi o manuali facilitare una comunicazione costante dove i membri si scambiano feedback continui attraverso le conversazioni informali incentivare i membri ad avere uno sguardo in avanti per essere sempre pronto a sviluppare competenze in risposta alle sfide ambientali  facilitare un’accettazione del rischio in modo tale da consentire un margine di errore senza soffocare gli spazi creativi Noi psicologi possiamo aiutare le aziende a facilitare l’esperienza di flow di gruppo. In questo modo si crea un incremento della motivazione e del benessere delle persone, che si traduce anche in grandi risultati aziendali. BIBLIOGRAFIA Riva, G., & Gaggioli, A. (2019). Realtà virtuali. Gli aspetti psicologici delle tecnologie simulative e il loro impatto sull’esperienza umana. Giunti Psychometrics Riva, G., Gaggioli, A., Milani, L., & Mazzoni, E. (2012). Networked Flow: esperienza ottimale e creatività di gruppo.

LA PSICOLOGIA DELL’EMERGENZA

La Psicologia dell’emergenza è un ambito della psicologia che opera a seguito di eventi critici improvvisi e imprevedibili, ossia in tutte quelle situazioni fortemente stressanti che mettono a repentaglio il benessere del singolo individuo, di una comunità o di un intero Stato (disastri).  Gli eventi critici possono essere rappresentati da calamità naturali (terremoti, alluvioni, valanghe ecc.), disastri tecnologici (ad esempio incidenti chimici, batteriologici, nucleari), sanitari (epidemie e pandemie), sociali (attacchi terroristici, sparatorie ecc.) o gravi incidenti stradali o sul lavoro.  Questi possono minare l’integrità psico-fisica di ogni individuo che ne sia vittima diretta e di chiunque gli stia accanto: per tale motivo la psicologia dell’emergenza, si occupa sia delle persone direttamente coinvolte negli eventi critici (vittime primarie) sia dei loro familiari e amici e delle persone che sono state testimoni dello stesso evento (vittime secondarie) sia dei soccorritori (vittime terziarie) e della comunità ove gli eventi critici si sono verificati. Si occupa altresì di previsione e prevenzione dei rischi e di programmazione e gestione dei soccorsi Negli interventi di emergenza si usano due tecniche fondamentali: Defusing e Debriefing. Il defusing, che letteralmente significa disinnescare, è un intervento che si svolge subito dopo la situazione d’emergenza; dunque, viene chiamato “intervento emotivo a caldo”. Viene strutturato coinvolgendo piccoli gruppi di persone (circa 10) e ha una durata circa 20-40 minuti.  Gli obiettivi di questo tipo di intervento sono quelli di fornire rassicurazione, sostegno e informazione, attraverso il rafforzamento dei legami gruppali e la normalizzazione del carico emotivo. Infatti, i partecipanti vengono avviati ad un percorso di comprensione delle proprie sensazioni e sentimenti legandoli all’aspetto temporale dell’esperienza in questione.  Tramite il defusing, possono essere individuate persone destabilizzate in maniera importante per le quali questa tipologia di pronto soccorso non basta ma che necessitano di essere rimandate a ulteriori interventi.  Uno di questi è appunto chiamato debriefing. Questo, come il defusing, ha come obiettivo di integrare la componente cognitiva con quella emozionale ed ha una strutturazione diversa, rispetto al defusing, da un punto di vista temporale e organizzativo. Viene infatti chiamato “intervento emotivo a freddo”, viene organizzato dopo circa 24-48 ore dall’esposizione all’evento e ha una durata di non più di 12 settimane.  L’intervento è condotto da uno psicologo e/o psicoterapeuta. Se al termine dell’intervento dovessero esserci ancora segni di destabilizzazione, potrebbe essere fatto un rinvio a percorsi più strutturati, contattando, previo consenso della persona coinvolta, eventuali professionisti e organizzazioni specializzate sul territorio.   L’obiettivo finale di questi due tipi di intervento, del cosiddetto “pronto soccorso emotivo”, è quello di favorire una integrazione tra le componenti cognitiva, emotiva e spazio-temporale dell’evento. In questo modo i pezzi del puzzle, prima scomposti e frammentati, potranno trovare una loro collocazione e fornire un’immagine chiara e completa. In relazione al difficile periodo che si sta vivendo, tra pandemia e l’inizio di una guerra assurda, che ha colpito la popolazione Ucraina, l’intervento della psicologia dell’emergenza è sicuramente fondamentale per garantire il benessere della popolazione, con la speranza che tutto questo possa finire al più presto. “Vincere una guerra non basta. È più importante organizzare la pace.” (Aristotele)

Il paradigma psicoeducativo dell’istruzione professionale

La scuola è  un vero e proprio laboratorio di ricerca e di sperimentazione didattica. Gli istituti professionali, che fanno parte della scuola secondaria di secondo grado, permettono di “imparare un vero e proprio mestiere”. In primis lo studente può “sperimentare” il lavoro che pensa di svolgere in futuro. L’istruzione professionale, attraverso la sperimentazione lavorativa, permette allo studente di apprendere non solo il sapere, ma anche il saper fare. Proprio per queste ragioni bisogna capire le motivazioni che spingono i ragazzi e le ragazze a scegliere l’istruzione professionale. Si comprende bene, dunque, che lo scopo è dare ai ragazzi la possibilità di costruire liberamente il proprio successo lavorativo. Il paradigma psicoeducativo dell’istruzione professionale La nuova organizzazione degli istituti professionali si ispira al Decreto Legislativo n. 61/2017.L’istruzione professionale dura cinque anni; vi è un biennio unitario e undici indirizzi di studio: Agricoltura, sviluppo rurale, valorizzazione dei prodotti del territorio e gestione delle risorse forestali e montane; Pesca commerciale e produzioni ittiche (di nuova introduzione); Industria e artigianato per il Made in Italy; Manutenzione e assistenza tecnica; Gestione delle acque e risanamento ambientale (di nuova introduzione); Servizi commerciali; Enogastronomia e ospitalità alberghiera; Servizi culturali e dello spettacolo (di nuova introduzione); Servizi per la sanità e l’assistenza sociale; Arti ausiliarie delle professioni sanitarie: odontotecnico; Arti ausiliarie delle professioni sanitarie: ottico. In pratica, l’istruzione professionale offre allo studente l’opportunità di scelta dell’ indirizzo a lui più adatto. Inoltre, lo studente può passare da un percorso all’altro,nel caso la prima scelta non soddisfi le sue aspettative. In questo caso le scuole coinvolte progettano e attuano delle vere e proprie misure di accompagnamento per gli studenti e per le studentesse. Solo a titolo di esempio, dare importanza agli istituti professionali, significa anche valorizzare la prospettiva psicologica dell’apprendimento significato dello psicologo D.P. Ausubel. Naturalmente in questo caso l’insegnamento diventa “combinatorio”, i nuovi concetti si aggiungono a quelli già posseduti. La pratica si intreccia con la teoria e viceversa. E come diceva Aristotele: ciò che dobbiamo  imparare a fare,lo impariamo facendo.

Self-control negli adolescenti: ruolo di mediazione su depressione e disturbi alimentari?

Uno degli aspetti che caratterizza l’adolescenza e la giovinezza è l’impulsività, la tendenza ad agire. Tuttavia, l’autocontrollo è molto importante per l’adattamento in fase adolescenziale. Questo, inoltre, è associato a depressione e tendenza ai disturbi alimentari. Può il self-control avere un ruolo di mediazione tra i due durante l’adolescenza? Depressione e disturbi alimentari La depressione è una delle principali cause di malattia e disabilità tra gli adolescenti. Il disturbo depressivo adolescenziale è caratterizzato principalmente da sentimenti negativi e può essere accompagnato da vari gradi di cambiamenti cognitivi e comportamentali, sintomi psicotici, autolesionismo impulsivo non suicida (NSSI) e suicidio impulsivo, tra gli altri. I sintomi del disturbo alimentare sono altamente prevalenti negli adolescenti. I disturbi alimentari, che comprendono anoressia nervosa, bulimia nervosa e disturbo da alimentazione incontrollata, sono caratterizzati da mangiare impulsivo o seguire diete compulsivamente e sono il risultato dell’interazione tra specifici aspetti culturali e fattori psicosociali. La comorbidità della depressione con i disturbi alimentari è comune e può aumentare la gravità e la cronicità di entrambe le condizioni: uno studio ha dimostrato che l’80% dei pazienti con disturbo alimentare ha disturbi emotivi, dove la depressione è la più comune[1]. È stato riscontrato che l’impulsività è un fattore che contribuisce in modo significativo alla depressione e ai disturbi alimentari[2]. Lo studio su self-control, depressione e disturbi alimentari negli adolescenti Lo studio di Li, Li, Qi, Song e Chen (2021)[3]  ha avuto l’obiettivo di indagare la relazione tra depressione e disturbi alimentari e il ruolo di mediazione che può svolgere l’autocontrollo negli adolescenti. In totale, 1.231 adolescenti cinesi, tra gli 11e i 18 anni, hanno partecipato a questo studio compilando dei questionari. I risultati mostrano come il 42,5% degli adolescenti del campione soddisfaceva i criteri per la depressione, mentre l’8,6% era a rischio di sviluppare disturbi alimentari. In tutto, l’11,9% degli adolescenti con depressione soddisfaceva anche i criteri del disturbo alimentare. Lo studio[3] ha riscontrato un’elevata incidenza di depressione e disturbi alimentari tra gli adolescenti. Questi sembrano avere una relazione circolare, rafforzandosi a vicenda nel tempo. Inoltre, i risultati mostrano come la depressione non fosse correlata a sesso, età e peso corporeo. Un significativo effetto di mediazione (12,8%) del sistema degli impulsi è stato osservato tra depressione e tendenze ai disturbi alimentari negli adolescenti. La depressione era positivamente correlata con ogni fattore del sistema di controllo. Ciò significa che maggiore è il livello del sistema di controllo individuale, maggiore è il rischio di depressione. Maggiore è il controllo degli adolescenti sulle proprie emozioni e comportamenti, più evidente è la ribellione interiore. Se non riescono a trovare uno sfogo adeguato, si sentiranno sempre più depressi. Le tendenze ai disturbi alimentari erano correlate positivamente con tutti i fattori del sistema degli impulsi. Ciò significa che maggiore è il livello di impulsività, maggiore è il rischio di disturbi alimentari. Conclusione Questo studio ha dimostrato che il sistema degli impulsi potrebbe esercitare effetti di mediazione tra depressione e tendenza a sviluppare disturbi alimentari negli adolescenti. Tali risultati, tuttavia, devono essere letti e interpretati contestualmente alla realtà sociale e culturale in cui sono stati sviluppati, ovvero quella della Cina. In ogni caso, guidare gli adolescenti a controllare il grado di impulsività e depressione può essere di grande importanza per prevenire i disturbi alimentari. I risultati hanno possibili implicazioni cliniche e sottolineano il potenziale ruolo dell’autocontrollo nello sviluppo dei disturbi alimentari e quindi possono diventare potenziali bersagli terapeutici preventivi. Inoltre, i risultati sottolineano l’importanza degli interventi terapeutici mirati alla regolazione emotiva in questi disturbi, come interventi volti ad apprendere strategie più sane per far fronte al disagio. Fonti [1] Godart N, Radon L, Curt F, Duclos J, Perdereau F, Lang F, et al. (2015). Mood disorders in eating disorder patients: prevalence and chronology of ONSET. J Affect Disord., 185:115–22. doi: 10.1016/j.jad.2015.06.039 [2] Del Carlo A, Benvenuti M, Fornaro M, Toni c, Rizzato S, Swann AC, et al. (2012). Different measures of impulsivity in patients with anxiety disorders: a case control study. Psychiatry Res., 197:231–6. doi: 10.1016/j.psychres.2011.09.020 [3] Li H-J, Li J, Qi M, Song T-H and Chen J-X (2021). The Mediating Effect of Self-Control on Depression and Tendencies of Eating Disorders in Adolescents. Front. Psychiatry 12:690245. doi: 10.3389/fpsyt.2021.690245

Il potere dell’Antifragilità

di Francesca Di Bernardo L’ Antifragilità è un concetto introdotto da Nassim Nicholas Taleb che significa ottenere benefici e vantaggi dalle difficoltà. Il punto di partenza di Taleb è riconoscere che il contrario di Fragilità, il cui significato indica l’essere danneggiati dalle circostanze difficili, non é la Robustezza (o Resistenza) che denota il non esserne influenzati , ma l’Antifragilitá, ovvero il riuscire ad ottenerne dei benefici. Si tratta della possibilità non solo di resistere alle sfide e agli ostacoli della vita (Resilienza) ma di diventare persone migliori attraverso le difficoltà. “L’antifragilità va al di là della resilienza e della robustezza. Ciò che è resiliente resiste agli shock e rimane identico a se stesso; l’antifragile migliora” Un altro punto importante messo in luce da Taleb é l’importanza di una certa quantità di caos e di disordine come generatori di vita. Dal caos e dal disordine, infatti, si possono generare nuove scoperte ed aprire nuovi sentieri, che a livello personale si traducono in nuove capacità e potenzialità, che a loro volta portano ad una maggiore sicurezza. Al contrario, quando si resta intrappolati nell’eccesso di controllo, ciò che si produce è immobilità e stagnazione (mancanza di sviluppo) e questo, a sua volta, genera maggiore insicurezza a livello personale e sociale. In questo senso, la riflessione di Taleb ricorda anche la citazione di Nietzsche “Bisogna avere un caos dentro di sé, per generare una stella danzante”, che sottolinea l’importanza di abbracciare le difficoltà e del governare il caos ed utilizzarlo per diventare sé stessi . Ogni persona ha dentro di sé le risorse per riuscire ad ottenere vantaggi dal dolore e dal disordine perché le circostanze complesse spingono a trovare nuove soluzioni, ad agire e a maturare, sviluppando le risorse che permettano di  attraversare ed uscire dai tunnel che ci si trova ad attraversare. È per questo che quella che oggi è una Difficoltà può diventare ed essere Forza, può generare opportunità ed arricchimento. Perché è rilevante in psicologia il concetto di antifragilità? L’antifragilità apre a un nuovo modo di pensare le difficoltà: da uqualcosa rispetto alla quale dover resistere a un’opportunitá di crescita e sviluppo. Questo introduce una forte componente di Speranza negli ambiti di cura e di crescita personale. Un altro elemento importante é la visione della persona che si può trarre dal concetto di antifragilità: una persona non passiva ma attiva e potenzialmente in grado di trarre il meglio dalle circostanze che vive. Dalle riflessioni di Taleb si possono inoltre trarre alcune domande attraverso le quali riflettere in ottica antifragile quando ci si trova in una situazione di difficoltà: – Cosa mi sta insegnando questa circostanza? – Che persona sarò una volta superata questa difficoltà? – Quali risorse che avevo in me sto riscoprendo affrontando questa situazione? – Come potrà essere utile agli altri la mia esperienza? A conclusione di questo articolo è fondamentale ricordare che l’antifragilità può essere un monito per pensare in maniera differente alle proprie sfide personali, a ciò che si vive in un dato momento o che si è vissuto in passato, ma non si può mai prescindere dalla propria umanità e non bisogna cadere nella trappola dell’eccessivo ottimismo. É fondamentale non sentirsi in difetto se non si riesce a trarre dei vantaggi da una circostanza in un certo momento, se anche solo resistere talvolta sembra difficilissimo, perché tutto questo é semplicemente umano. Fonti Nassim Nicholas Taleb, Antifragile. Prosperare nel disordine, Il Saggiatore, Milano, 2013 (2012), p. 551, traduzione di Daniela Antongiovanni, Marina Beretta, Francesca Cosi, Alessandra Repossi.

Dalla terapia occupazionale all’ortoterapia e zooterapia

La terapia occupazionale è una disciplina riabilitativa che utilizza diverse attività per mantenere,recuperare o sviluppare le competenze della vita quotidiana delle persone con disabilità cognitive,fisiche o psicologiche.L’ortoterapia fa parte della terapia occupazionale e consiste nell’impegno di una persona in attivitàdi orticoltura e giardinaggio al fine di ottenere risultati terapeutici.La zooterapia è una terapia dolce basata sull’interazione tra persona e animale volta a modulare leemozioni che emergono nella relazione.Il ricorso all’utilizzo di queste terapie rappresenta uno strumento operativo che affianca, integra ecompleta gli interventi tradizionali senza sostituirsi ad essi. Rappresenta uno spazio altro, dove ipartecipanti possono essere seguiti da operatori competenti, nella loro crescita psicologica e sociale.Tali momenti fanno sì che tutti possano trascorrere del tempo insieme creando relazioni sia con icoetanei sia intergenerazionali.Attraverso attività di cura, di gestione del verde e del rapporto con gli animali, si possono realizzarearee e laboratori di orticoltura. I partecipanti sono sostenuti da un team riabilitativo (fisioterapisti,terapisti occupazionali, psicologi) per aumentare il senso di responsabilità nella gestione dellospazio condiviso; per migliorare l’autonomia e l’autostima attraverso il raggiungimentodell’obiettivo prefisso (creare qualcosa da soli e in gruppo).La finalità è mantenere o potenziare le capacità residue dei soggetti, le autonomie, il benesserepsicofisico e l’autostima, nonché a dare sollievo al disagio e a fornire un ambiente protettosollecitando la sfera emotiva e motoria.Anche i familiari dei partecipanti, hanno a disposizione un proprio spazio verde, dove poterlavorare, per poi condividere insieme, i risultati ottenuti. L’interazione tra i familiari permette lacondivisione dei vissuti personali e la realizzazione di un obiettivo comune, spesso ottenuto per laprima volta.Si crea un sistema di tutoraggio, in modo che le competenze acquisite da alcuni possano esseremesse a disposizione degli altri. Una delle valenze metodologiche sta nel gruppo di lavoroeterogeneo che assume una propria identità gruppale nel tempo, attraverso la condivisionedell’esperienza.I soggetti sono inseriti, quindi, con un approccio multidisciplinare all’interno di attività come: lasemina, la raccolta di frutti, il giardinaggio, la sistemazione dell’orto, il compostaggio, la cura deglianimali, la distribuzione e la cucina dei prodotti ricavati.Il contatto con gli animali permette ai partecipanti in maniera più immediata di riflettere econfrontarsi con i propri vissuti. Si trovano, infatti, a dover modulare le proprie emozioni come lapaura, l’aggressività e la timidezza.La funzione dello psicologo sul campo consiste nell’attuare un sostegno ed un contenimentopsicologico per aumentare l’autoefficacia e l’autostima dei partecipanti, nonché a sostenere epotenziare le capacità emotive delle altre figure professionali nella relazione con i partecipanti.La cornice che inquadra queste terapie, ossia il setting, (stesso giorno, stessa ora, stesso luogo,stessi operatori) funge da contenimento emotivo per tutti che trovano sicurezza e stabilità in unappuntamento settimanale che scandisce il loro tempo.L’obiettivo comune è cercare di mantenere e migliorare le competenze acquisite, sviluppare lecapacità d’interazione e partecipazione attraverso la cura e la gestione del verde e degli animali.Gli obiettivi si possono articolare all’interno di tre macro aree: area affettivo-relazionale, areapratica ed area cognitiva.Alla prima area appartengono: rafforzare l’identità personale e di gruppo, il riconoscimento e lamodulazione delle proprie emozioni e dell’altro (abilità empatica), la capacità di accudimento ecura, la socializzazione e la cooperazione di gruppo e l’utilizzo di modalità comunicative efficaci. Alla seconda area appartengono: la conoscenza delle norme basilari della vita comune (rispettare leregole, i turni, tollerare l’attesa, la condivisione), la gestione di beni e luoghi personali e comuni, lecapacità motorie e sensoriali, la capacità di esprimere se stessi attraverso l’attività corporea, lecompetenze spazio-temporali ed il prendersi cura a livello pratico all’interno di un progettocondiviso.Prendersi cura degli animali o delle piante permette, oltre che modulare le proprie emozioni, diprendersi cura inconsciamente di se stessi, di spostare la propria parte bisognosa sull’altro e sentirsiaccuditi.Alla terza area appartengono: le competenze logiche e di “problem solving”, le abilità diquantificazione, l’utilizzo del linguaggio funzionale, la capacità di memoria, attenzione e diesplorazione.Attraverso l’esperienza ed il confronto con gli operatori, i partecipanti possono parlare delle loroemozioni e attraverso l’esperienza di gruppo e la condivisione, possono emergere capacità di alcuniragazzi di contenere i più fragili, dando loro maggiori stimoli ad affrontare le diverse situazioni.Le abilità acquisite sul campo permettono a molti di contestualizzare le loro capacità sia sensoriali-motorie sia cognitivo-relazionali in altri ambiti (scuola, famiglia, sport).Indirettamente anche il cargiver (genitore, accompagnatore) semplicemente osservando le abilità, leautonomie ed i miglioramenti acquisiti dei partecipanti può beneficiare di questo percorso.