Amore malato

di Fulvia Ceccarelli Credo che le cose non accadano mai per caso. Mi riferisco al fatto che alcuni giorni fa, mentre stavo raccogliendo le idee per scrivere questo articolo, mi sono imbattuta su Facebook in un messaggio che recitava più o meno così: …sono stata pesantemente minacciata da un uomo che conosco. Alcune persone fidate sanno chi denunciare nel caso mi accada qualcosa. Ho avuto una vita piena, ho amato con un’intensità che forse pochi conoscono e i tanti amici che ho non sono entrati casualmente nella mia vita, ma sono stati scelti con cura, perché condividono i miei stessi valori… Al momento ho provato un forte disagio e, mettendo in atto una massiccia negazione, ho pensato ad uno scherzo di cattivo gusto. Solo dopo aver letto attentamente i commenti “reali” alle parole di quella donna, ho colto la drammaticità della situazione, che mi è arrivata come uno schiaffo in piena faccia. Mi trovavo di fronte a quella che mi è parsa una richiesta di aiuto fiera, coraggiosa, come il gesto di un naufrago che, non smettendo di sperare, affida al mare il suo messaggio in bottiglia. Nella frazione di un secondo, un pensiero vigliacco mi ha attraversato la mente: non pubblicare nulla, per evitare che quell’uomo se la prenda anche con te. Ora mi chiedo: se in preda a una paura irrazionale mi sono paralizzata io, che ho provato sulla mia pelle solo una scheggia della paura che verosimilmente provano le donne minacciate per davvero, come possono sentirsi loro? Quali tremende fatiche le attendono? Perché la paura è subdola: ti paralizza e ti isola. E se c’è una cosa di cui loro non hanno proprio bisogno è l’isolamento. Mettendo a frutto questa preziosa quanto insperata esperienza, cercherò di accostarmi in modo più empatico e meno didascalico a un tema così delicato. Penso di doverlo alle donne maltrattate. Quasi quotidianamente la cronaca ci informa di un uomo che ammazza la compagna che ha avuto il torto di lasciarlo. Immancabilmente i vicini di casa intervistati, non capacitandosi dell’accaduto, ripetono come un mantra che l’omicida era una persona assolutamente normale. “Era”- dicono, perché ora non lo considerano più tale. Infatti rimaniamo increduli dinnanzi ad un amore intenso che viene profanato sino alle estreme conseguenze, tanto da mettere in dubbio che si sia trattato di vero amore. Purtroppo è amore, seppure malato. E tragicamente, per molti di noi, l’unica forma di amore possibile. Perché l’unica conosciuta. La violenza sulle donne è un mostro che si nutre di maltrattamenti fisici diretti o psicologici indiretti oppure agiti in nome di presupposti ideologici o religiosi ritenuti sacri e inviolabili. Stiamo parlando di un fitto sottobosco di aggressività distruttiva con un’unica disastrosa conseguenza: la scarnificazione dell’amor proprio di una donna con riduzione in poltiglia della sua autostima. E dato che parlarne tocca corde profonde, spesso lo affrontiamo in modo semplificatorio. Mentre lo sforzo cui siamo chiamati è quello di adoperare le lenti della complessità, che è la cifra dell’umano. Pena la banalizzazione, tanto fuorviante quanto inutile a trovare un senso a ciò che accade sotto i nostri occhi increduli. Mi riferisco, ad esempio, al fatto di imputare solo a secoli di cultura maschilista la causa di tanta violenza. Fermo restando che essa pesa come un macigno sulla storia delle donne, non riesce però a spiegare il paradosso dei nostri giorni. E cioè che, nonostante negli ultimi cento anni l’acquisizione dei numerosi e fondamentali diritti dalle donne abbia ridisegnato lo status femminile (possibilità di votare e di essere elette, accesso ai pubblici uffici, abolizione del licenziamento a causa del matrimonio e durante la gestazione, abolizione dell’adulterio come reato, abolizione del delitto d’onore, parità sul lavoro: uguali diritti uguali salari, ecc.), ancora oggi molte donne adulte e libere, dopo il primo spintone o dopo la prima seria violenza verbale, anziché allontanare da sé l’uomo che le sta minacciando, preferiscono raccontarsi e raccontare agli altri che in fondo non è successo nulla. Credo che la causa di questo comportamento apparentemente insensato sia da ricercarsi nel fatto che molto spesso dietro un reato di femminicidio, termine crudo per indicare come l’uccisione delle donne stia assumendo proporzioni che vanno ben oltre la frequenza dei delitti generici, si celino risvolti psicologici che affondano le loro radici nella storia degli individui coinvolti: uomini e donne. L’evidenza dei fatti ci suggerisce che affrontare il problema da un punto di vista civile, sociale e penale, trascurando la dimensione psicologica, è necessario ma non sufficiente ad evitare che la violenza domestica rimanga la prima causa di morte nel mondo, per donne di età compresa tra i sedici ed i quarantaquattro anni. Più degli incidenti stradali e più delle malattie. Sappiamo che l’esperienza umana dell’amore, almeno nelle sue fasi iniziali, ha a che fare con l’eccesso, perché arriviamo ad esigere il possesso della persona amata, con cui ci sentiamo fusi insieme. Sappiamo inoltre, per esperienza, che amare è un salto nel buio, perché ci fa toccare con mano quanto la nostra esistenza sia in balia del desiderio altrui. Infatti l’altro, proprio separato e diverso da noi, può tradirci e ferirci nel profondo. Possiamo comunque decidere di correre il rischio, arrabattandoci come possiamo. Magari soffrendo terribilmente di gelosia al pensiero che qualcuno, un domani, possa prendere il nostro posto. Il punto è che in un amore sufficientemente maturo, terminato l’incantamento iniziale, ognuno si riappropria dei propri confini. Mentre un amore profondamente malato va in frantumi nell’istante stesso in cui si esaurisce il periodo fusionale, così caldo e rassicurante. La sofferenza che ne può scaturire per alcuni è così devastante, che tentano di ripristinare la fusione con la forza fisica: espediente misero per scacciare il fantasma dell’abbandono e della dipendenza totale dalla persona amata. Quando un uomo anziché interrogarsi sul fallimento della sua vita amorosa, elaborare il lutto per ciò che ha perduto, misurarsi con la propria solitudine, perseguita, minaccia o ammazza la donna che l’ha abbandonato, mostra che per lui il legame affettivo non rappresentava un completamento, ma l’unica ragione di vita. Dobbiamo ricordare, invece, a dispetto di

Adolescenti oggi tra guerra e pandemia.

L’ adolescenza è l’età del cambiamento. Come l’etimologia della parola indica ‘ adolescere’ significa in latino crescere. Essa segna il passaggio dall’infanzia all’età adulta, è l’età di mezzo dominata dalla trasformazione fisica, psicologica, sociale. L’adolescente non è più un bambino, non lo è nel corpo, ma lo è ancora un po’ e non è ancora un adulto. Questo duplice movimento tra l’abbandono dello stato di bambino e la ricerca di una propria identità costituisce l’essenza stessa dell’adolescenza. Ma quali strumenti abbiamo per capire l’adolescenza? I genitori degli adolescenti spesso sono chiamati ad affrontare una ‘ristrutturazione? del proprio ruolo genitoriale. Essi devono avere la capacità di pensare i figli non come un prolungamento, ma come individui in cerca della propria identità. Avere il coraggio di lasciare sperimentare ai figli l’autonomia che essi chiedono. Avere comunque ancora quella tensione protettiva in quanto adulti e più consapevoli delle ‘trappole’ dell’adultità. L’adolescente che chiede aiuto di solito lo fa perché si sente perso rispetto ai compiti evolutivi che l’età richiede. Spesso c’è un blocco o un ritardo o un conflitto. Il ruolo della terapia è quello di ‘svelare’ la natura della crisi che spesso si palesa con un sintomo fisico e di lavorare per accompagnare il giovane o la giovane a riprendere il cammino di costruzione del nucleo identitario.

La realtà virtuale in ambito clinico

La realtà virtuale

Le grandi potenzialità della realtà virtuale hanno reso le sue applicazioni sempre più numerose in ambito clinico, in particolare nella psicoterapia.  Prima di analizzarle, è bene chiarire il concetto di realtà virtuale e le sue caratteristiche.  La realtà virtuale è una combinazione di dispostivi hardware e software che generano una stimolazione multisensoriale sincronizzata, in grado di creare nell’utente l’illusione di essere fisicamente situato in uno spazio tridimensionale e di poter interagire con gli oggetti e gli utenti in esso collocati. Per definizione, un sistema di realtà virtuale dovrebbe coinvolgere tutti i canali sensoriali. Ad oggi, tuttavia, i sistemi di realtà virtuale più diffusi si limitano alla stimolazione dei soli canali visivo, uditivo e tattile. I sistemi di realtà virtuale sono generalmente classificati in tre categorie:  Sistemi immersivi: creano nell’utente l’impressione di essere circondato dall’ambiente virtuale, isolandolo parzialmente o completamente dallo spazio fisico in cui si trova. Ad esempio: i caschi virtuali Sistemi non immersivi: l’utente osserva l’ambiente virtuale attraverso una sorta di finestra rappresentata dal monitor e interagisce con i suoi contenuti utilizzando un joystick. Ad esempio: i videogiochi Sistemi di telepresenza: consentono all’utente di eseguire operazioni manuali in luoghi difficilmente accessibili o pericolosi, mediante l’uso di telecamere periferiche o robotizzate (ad esempio esplorazioni interplanetarie, subacquee o microchirurgia).  La realtà virtuale trasforma l’utente da osservatore di un’esperienza a protagonista di quella stessa esperienza. Egli non è più solamente un passivo destinatario di informazioni, ma è un soggetto in grado di modificare in tempo reale i contenuti della propria esperienza con scelte e azioni.  Un’interfaccia di realtà virtuale ben progettata permette alla persona di sperimentare un senso di presenza individuale e sociale. La percezione di essere presenti in uno spazio si traduce nella capacità di agire intuitivamente. Noi ci sentiamo presenti in un ambiente virtuale in quanto esso impiega dei meccanismi simulativi molto simili a quelli usati dalla nostra mente. Il senso di presenza sarebbe allora generato dalla capacità virtuale di generare contenuti digitali coerenti con le previsioni fatte dalla nostra mente. Più la previsione è corretta, più il soggetto si sentirà presente nell’ambiente virtuale che sta sperimentando, pur sapendo che esso non è reale.  Una volta creato un ambiente virtuale in grado di farci sentire presenti, è necessario concentrarsi sul tema della presenza sociale. La presenza sociale indica la sensazione di essere con altri all’interno dell’ambiente virtuale e quindi coincide con la capacità di cogliere le intenzioni altrui.  Occupiamoci ora delle diverse applicazioni in ambito psicoterapeutico.  La realtà virtuale viene specialmente usata nel trattamento dei disturbi d’ansia e dello stress, delle fobie, dei disturbi dell’immagine corporea associati ad obesità e disturbi alimentari.  Il trattamento dei disturbi d’ansia e delle fobie è solitamente basato sull’esposizione, mediante la quale la persona viene esposta allo stimolo temuto o alla situazione che le genera ansia. L’ambiente virtuale permette di fare esperienze che nella realtà sarebbero impossibili, come salire su un aereo per affrontare la paura del volo oppure essere immerso gradualmente in un ambiente pieno di ragni. L’obiettivo della terapia virtuale, definita anche cyberterapia, è quello di far sperimentare al paziente delle esperienze simulate che richiamino situazioni della vita reale percepite come particolarmente critiche o minacciose, con l’obiettivo di favorire la gestione delle emozioni negative che queste elicitano.  Un ulteriore esempio riguarda il trattamento del disturbo post-traumatico da stress, comune nei soldati veterani. Sempre con la stessa logica, la realtà virtuale permette alla persona di immergersi gradualmente nella situazione stressante con la possibilità di escludere qualsiasi cosa che non voglia ancora affrontare.   Un’altra applicazione riguarda i disturbi del comportamento alimentare. La realtà virtuale può essere utile per modificare le emozioni negative associate al cibo attraverso l’esposizione controllata degli alimenti che generano maggiore ansia. Inoltre, può essere usata anche per modificare le distorsioni cognitive che alterano la propria immagine corporea. Tutti questi esempi mostrano come i sistemi di realtà virtuale possiedono le caratteristiche necessarie per poter essere efficacemente usate nella psicoterapia. Purtroppo sono ancora poco diffusi a causa degli elevati costi e delle numerose implicazioni etiche associate al loro utilizzo. BIBBLIOGRAFIA Riva, G., & Gaggioli, A. (2019) Realtà virtuali. Gli aspetti psicologici delle tecnologie simulative e il loro impatto sull’esperienza umana. Giunti

La Sindrome del “Nido Vuoto”

Quando si parla di “Sindrome del Nido Vuoto” ci si riferisce ad uno stato di afflizione e tristezza, quasi luttuoso, sperimentato spesso dai genitori quando i figli vanno via di casa: si tratta di un insieme di pensieri e sentimenti negativi e nostalgici che nascono quando i genitori, dopo aver cresciuto ed accudito uno o più figli, si trovano soli o con un partner con il quale non c’è più sintonia.  Le persone più vulnerabili rispetto alla sindrome da nido vuoto sono coloro che nel corso degli anni si sono identificati principalmente nel proprio ruolo di genitore, mettendo in secondo piano la propria individualità, dedicandosi completamente alla cura dei figli, ed è proprio in questo periodo che possono iniziare a dedicarsi a se stessi.  I partner che si sono percepiti per tanto tempo quasi esclusivamente come genitori, si ritrovano a fare i conti con la dimensione di coppia. Dopo la destabilizzazione iniziale, sarà bello poter reinvestire energie emotive e fisiche nella relazione stessa: crearsi dei nuovi interessi, dedicarsi ad attività che per i figli sono spesso state accantonate, poter viaggiare, iscriversi magari ad un corso di ballo, coltivare le relazioni amicali e dedicarsi all’intimità. E’ il momento di riscoprirsi coppia, poter fare dei progetti, pensarsi ancora insieme e divertirsi come quando non c’era la responsabilità dei figli. Può accadere, allora, che i coniugi scoprano di non avere più in comune le cose che precedentemente li avevano uniti, perché hanno smesso di condividerle da quando si sono occupati, spesso in maniera esclusiva, dei figli mettendo da parte la cura per la loro coppia coniugale. Il sacrificio dei propri bisogni e desideri unicamente per il bene dei figli può riemergere improvvisamente in tutta la sua forza e consapevolezza al momento della loro assenza talvolta esprimendosi con tensioni coniugali sempre sopite, o con una inaspettata difficoltà di gestione del tempo libero, prima ben organizzato e scandito. Questa fase della vita deve essere rivisitata come un possibile nuovo inizio invece che come inesorabile perdita.  D’altra parte, è vero che fin dalla prima infanzia, attaccamento e separazione sono tutt’altro che due polarità in contraddizione, ma piuttosto due  categorie interdipendenti che organizzano entrambe la vita e le relazioni di una persona, inclusa quella fra genitori e figli (Rheingold e Eckerman, 1970).  È proprio grazie alla sensazione di avere una “base sicura” che il bambino si permette la gioia di muovere i primi passi ed esplorare il mondo allontanandosi dalla madre; le cure e l’affetto di un genitore hanno come fine ultimo quello di rendere un figlio forte abbastanza ad andare via sulle proprie gambe e questo ogni genitore in fondo lo sa anche se con una punta di fierezza e una di rammarico. “I figli sono come gli aquiloni: gli insegnerai a volare, ma non voleranno il tuo volo. Gli insegnerai a sognare, ma non sogneranno il tuo sogno. Gli insegnerai a vivere, ma non vivranno la tua vita. Ma in ogni volo, in ogni sogno e in ogni vita rimarrà per sempre l’impronta dell’insegnamento ricevuto”.                (Madre Teresa di Calcutta)

Man-made trauma: la realtà del male umano

In seguito alle esperienze traumatiche reali con cui il Novecento si è dovuto misurare, come guerre, stermini, pulizie etniche, torture, il concetto di trauma reale viene ripreso con nuova forza, tanto da spingere gli studiosi verso una riformulazione del concetto di trauma. Insieme agli aspetti relazionali del trauma, nella seconda metà del Novecento l’interesse della clinica si è focalizzato sugli aspetti di realtà del trauma, in contrasto con la teoria freudiana classica che, nonostante vari andirivieni, definiva come oggetto privilegiato psicoanalitico l’aspetto fantasmatico del trauma. Le più recenti teorizzazioni relative alla realtà del trauma si sono concentrate su come la mente possa sopravvivere ad eventi traumatici, in particolar modo quando ad attuare tali azioni sono altri esseri umani: il man-made trauma. Che cosa accade nell’individuo, ma anche nella società, quando l’evento che ha portato al trauma è reale e riguarda una volontà di violenza e distruzione perpetrata da un essere umano o da una comunità su un altro individuo o gruppo? Questo è ciò che vivono migliaia di migranti forzati e vittime di guerra, costretti ad abbandonare il loro Paese di origine a causa di violenze e azioni brutali messe in atto da mano umana su altri esseri umani. Tali soggetti sono vittime di violenza, soprusi, torture, conflitti, incarcerazioni, persecuzioni, che minano la fiducia nell’altro e nel mondo.  Nei traumi dovuti a mano umana, è di fondamentale importanza il concetto di relazione umana: il man-made trauma, nei suoi vari livelli di gravità, rompe la “diade empatica”, la connessione io-tu, si rompe una fondamentale connessione con un oggetto interno buono, la fiducia tra esseri umani, si perde la fiducia nell’Altro (Mucci, 2014). La traumatizzazione, quando è di tipo interpersonale, come nel trauma causato per mano umana, indebolisce o distrugge la possibilità successiva di instaurare relazioni di fiducia nel futuro. La fiducia nell’altro e nel mondo è proprio ciò che viene distrutto nella traumatizzazione estrema messa in atto da un altro essere “come me”, è in questo modo che il trauma attua la “rottura della diade empatica” (Mucci, 2014). La traumatizzazione causata da man-made disasters diretta in modo sistematico contro altri esseri umani, come stupri, torture, atrocità di guerra, è endemica in alcune parti del mondo. Ciò costringe milioni di persone a migrare verso nuovi Paesi con la speranza di trovare un posto sicuro. La violenza organizzata degli Stati, la guerra e gli attacchi terroristici creano individui traumatizzati, famiglie distrutte, gruppi e comunità destabilizzati. Questo tipo di traumatizzazione estrema causa destabilizzazione nella capacità di simbolizzare esperienze emotive, incluso il dare significato alla vita dopo l’esperienza traumatica (Rosenbaum e Varvin, 2007).  Il modo in cui esperienze estreme influenzeranno individui e gruppi, dipenderà dalla severità, dalla complessità e dalla durata degli eventi traumatici, così come dal contesto, dalla fase di sviluppo e dalla relazione con l’oggetto interno. Inoltre, la gravità della traumatizzazione dipenderà dalla misura in cui le prime associazioni traumatiche vengono attivate, così come dal sostegno e dal trattamento offerto dopo l’evento, e dalle risposte della società a tali eventi in generale (Varvin, 2017). Bibliografia Mucci, C. (2014). Trauma e perdono. Una prospettiva psicoanalitica intergenerazionale. Milano: Raffaello Cortina Editore. Rosenbaum, B. e Varvin, S. (2007). The influence of extreme traumatization on body, mind and social relations. International Journal of Psychoanalysis, 88, 1527-1542. Varvin, S. (2017). Our relations to refugees: between compassion and dehumanization. The American Jourrnal of Psychoanalysis. Paper presentato alla European Psychoanalytic Federation Conference, The Hague, Aprile 2017.

UNA TECNOLOGIA REALMENTE A MISURA DI ANZIANO: L’ESPERIENZA DI UNA PSICOLOGA E DEL SUO SOGNO

di Annapaola Prestia Chi è S.O.F.I.A.? S.O.F.I.A., che sta per Sostenere Ogni Famiglia In Autonomia, è una start up innovativa che si mette al fianco di ogni famiglia che abbia bisogno di supporto, per poter permettere ai propri membri in stato di difficoltà o fragilità (persone anziane, malati di demenza ed altre patologie degenerative, persone con disabilità e chiunque abbia bisogno di sostegno) di poter rimanere a casa propria il più a lungo possibile. Da chi è composta e com’è organizzata S.O.F.I.A.? S.O.F.I.A. è formata una rete capillare di professionisti che ruotano a 360°attorno alla persona in stato di fragilità ed alla sua famiglia, disponibili al bisogno, adatti a ciascuna situazione, flessibili, di pronta e rapida riposta, supportati da uno staff ed un coordinamento dedicato ad ogni caso, capaci di fare squadra e proporre soluzioni efficaci e su misura per quella persona/ nucleo familiare in quel momento specifico. Di che cosa si occupa S.O.F.I.A.? S.O.F.I.A. fornisce soluzioni di domotica, Internet of Things, collegamenti tra oggetti di uso quotidiano in grado di rendere “intelligente” e realmente supportivo il domicilio della persona in difficoltà e di garantire, allo stesso tempo, privacy e sicurezza per tutta la  famiglia. Allo stesso tempo, porta a casa di chi ne ha bisogno, i professionisti di maggiore supporto in quel preciso momento per quella determinata famiglia: medici, psicologi, assistenti sociali e familiari, farmacisti, estetisti, parrucchieri, nutrizionisti, logopedisti, fisioterapisti ed infermieri ma anche massaggiatori ed elettricisti… Qualsiasi cosa serva, S.O.F.I.A. può portarla a casa se è utile per gestire una persona anziana in difficoltà. Chi ha creato S.O.F.I.A.? Annapaola Prestia, psicologa e Silvia Fabris, educatrice, da oltre dieci anni al lavoro dietro le quinte per assicurare un supporto ad ogni famiglia che sia alla ricerca di risposte e soluzioni innovative nel campo della demenza, dell’invecchiamento o della disabilità. Siamo state colleghe in realtà del terzo settore che fornivano servizi di supporto agli anziani che desideravano rimanere al proprio domicilio e, forti di questa pluriennale esperienza, abbiamo deciso di metterci in proprio, per proseguire sulla linea già tracciata ma con una maggiore libertà di azione ed una vocazione maggiormente tecnologica, sicure che ci possano essere mille piccole soluzioni che possano permettere ad una persona in stato di fragilità di poter continuare a vivere la propria vita, dentro la propria casa, in maniera dignitosa per se stessa e per i propri cari, per un tempo considerevole, senza necessità di ricoveri temporanei o definitivi in strutture o residenze. La nostra sfida è quella di portare la tecnologia nelle case degli anziani, per aiutarli durante i piccoli atti della loro quotidianità; parimenti, ci preoccupiamo di fornire ad ogni famiglia un servizio di consulenza specialistica, dedicata, a 360° e su misura per quel nucleo in quel preciso momento, attraverso una rete di professionisti che coprano i principali bisogni della persona e dei suoi parenti. Geriatri, neurologi, psicologi, educatori, fisioterapisti, terapisti occupazionali, operatori socio sanitari, assistenti familiari, infermieri, avvocati, assistenti sociali, nutrizionisti, logopedisti collaborano con noi formando delle micro equipe dedicate a ciascuna famiglia, capaci di dare risposte con rapidità ed efficacia, in qualsiasi momento, raggiungibili attraverso S.O.F.I.A. e la sua piattaforma informatica, al reale servizio della persona. Ma non solo! Abbiamo anche una vasta rete di ulteriori collaboratori: elettricisti, muratori, falegnami, podologi, parrucchieri al domicilio e chiunque offra un servizio che possa essere utile e/o richiesto dalla persona in stato di fragilità e dalla sua famiglia. IL PROGETTO S.O.F.I.A. Il progetto S.O.F.I.A. – Sostenere Ogni Famiglia In Autonomia –  si propone di potenziare la capacità di singoli e famiglie di fronteggiare i bisogni di cura e assistenza dei propri cari durante tutte le fasi della fragilità, inclusi i momenti dedicati alla prevenzione diretta del disagio. Il territorio di partenza della start up è il Friuli Venezia Giulia con un focus specifico sulle province di Gorizia e Pordenone ma, in un futuro prossimo, la rete costruita da questa realtà potrebbe estendersi in tutta Italia. Il progetto prova a consolidare una nuova forma di alleanza tra soggetti (associazione, liberi professionisti e ente pubblico) che ad oggi operano in modo non coordinato sul tema dell’assistenza e della psicoeducazione alle famiglie che assistono persone fragili, affette da deterioramento cognitivo al domicilio. La premessa del progetto è l’attuale assenza di riferimenti precisi per le famiglie nel momento successivo ad una diagnosi di demenza, o in quello precedente, di assessment diagnostico in corso, o in quello di fragilità iniziale, legata magari ad una condizione di invecchiamento non di successo e l’offerta di servizi tra loro “scollegati” che impongono a singoli e famiglie che si trovano in stato di bisogno di doversi “arrangiare” in un mare di offerte diverse e tutte parziali. In questo contesto il progetto propone come primo elemento, di lavorare con soggetti e professionisti già strutturati, riconosciuti e riconoscibili nei territori su cui insiste la start up. Come secondo elemento il progetto vuole proporre alla famiglia che ne faccia richiesta una entità unica di riferimento da noi chiamata “brain helper”, che è formata ed addestrata per accogliere la domanda di cura, declinarla in possibili proposte e da mettere al fianco della famiglia in funzione di consulente. Come terzo elemento il progetto si propone di attivare un incontro di consulenza e di collaborazione tra tre professionisti che in questo momento già operano a vario titolo nell’ambito dei servizi alla persona e sul tema della demenza e che sono, il medico (geriatra o neurologo), lo psicologo e l’educatore. Attraverso un percorso di conoscenza reciproca, formazione dei professionisti e l’elaborazione di strumenti di valutazione, il progetto vede la sperimentazione di una collaborazione operativa finalizzata a dare una prima risposta unica alle famiglie, oltre che ulteriori proposte personalizzate sulla base della situazione presente in ciascun domicilio. Così facendo la famiglia che si trovi in difficoltà nella gestione di un caso di fragilità o di demenza al domicilio, oppure la persona anziana che stia sperimentando un invecchiamento non di successo, si rivolge al Brain Helper, che è un operatore della Start Up S.O.F.I.A. e trova non  più una parte della risposta

Il potere della relazione: storie di una Comunità educante

P. è una bambina di otto anni. Una di quelle insopportabili, ma che restano impresse nel corpo, negli occhi e nei pensieri. È bellissima, bionda, magra, nasino a patatina e sorriso che rapisce. Sembra più piccola della sua età. La voce è dolcissima, musica per le orecchie, di una seduttività unica. La ascolterei parlare per ore, quando non è arrabbiata. P. è un’utente di una Comunità per minori, abusata e letteralmente abbandonata come un pacchetto regalo dai suoi familiari. Cerca disperatamente un oggetto d’amore, assente dentro di lei, in un legame di tipo borderline che monopolizza e poi distrugge l’operatore di turno. Scatta quasi ogni giorno, alla più piccola frustrazione, convogliando in picchi di attivazione che in casa chiamano “crisi”. È impensabile che uno scricciolo tanto fragile possa creare tanto scompenso, eppure scrivo stasera con circa 5 lividi sulle gambe doloranti e una mano completamente graffiata. Oggi la crisi è scattata quando è stata interrotta in un picco massimo di eccitazione. Così da oggetto idealizzato sono passata ad essere svilita, insultata e aggredita con calci, graffi e pugni. Veloce la porto in camera, primo tentativo di contenimento spaziale definito. Anche lì comincia a buttare tutto per aria, e a urlare a oltranza. Mi siedo calma, osservandola in silenzio. Schivo facilmente gli oggetti che cerca di lanciarmi addosso, quindi ora è arrivato il mio turno. Si avvinghia alla mia gamba cercando di mordermi e di graffiare qualsiasi parte del corpo le capiti a tiro – <<io ammazzo te e tutti quelli che non mi calmano>> – urla – <<ti ammazzo se non mi calmi!!>>. Mi limito ad attutire a mani aperte i suoi colpi, continuando ad osservarla. Quando comincia a mordermi mi alzo e cerco di allontanarmi, mi sta facendo male. <<Non devi uscire!! Non ti lascio!!>> mi dice, agganciandosi alla gamba. Dopo qualche passo mi siedo sul letto, è un luogo simbolicamente più morbido e delicato. Lei è sempre lì, stretta stretta al mio piede. <<Non far finta di non sentire!!!>> protesta alla mia osservazione silenziosa. <<Tu mi fai del male, ti odio. Ti odio, stro**a>>. Lentamente, ad ogni insulto, ogni grido lanciatomi contro, la rabbia che inizialmente scatena P. ad ogni sua crisi scivola via, e mi lascia un grande senso di vuoto nella pancia. <<ti odio, mi fai del male>>, ogni singolo urlo penetra lasciandomi una crepa. Mi fa male… resisto ancora un po’, ma mi sento spezzare. È successo, sono un oggetto rotto, distrutto, come tutti gli oggetti che passano nelle sue piccole manine screpolate. Tutti i regali, tutti i gesti d’amore, vengono lanciati, sfondati in un suo impeto di rabbia. Anch’io sono uno di quelli, mi sento letteralmente spezzata a metà. Mi assale un tremendo stato di angoscia << Non posso più aggiustarmi>>, penso spaventata. Non immagino come possa essere cambiato il mio sguardo in quel momento, rivolto verso la parete, forse un po’ assente, forse rispecchia quel vuoto che sento dentro. Fatto sta che i graffi di P., i tentativi di staccare il bottone del camice colorato insieme, diventano un disperato tentativo di tirarmi a sé. Ad ogni sua stanca spinta segue un forte strattonarmi verso di lei. D’impeto la prendo a me, facendola sedere sulle mie gambe, la sua schiena vicino il mio petto. Si lascia tenere e avvolgere dalle mie braccia. Cominciamo a fare insieme “l’abbraccio della farfalla”, le mie mani sulle sue. Mi lascia fare, si lascia trasportare mentre a voce stanca e bassa continua a dire <<mi fai del male, mi devi calmare>>. Avvicina la sua testa alla mia, sfinita. Trattengo il respiro per un secondo… ma crollo affondando il mio volto nella sua schiena, abbandonandomi ad un pianto profondo. Piango, piango nella paura di ciò che è andato distrutto, che il passato non possa ricomporsi. Piango come una bambina, senza trattenermi, sola e fragile di un’angoscia uterina. P. è un po’ sorpresa, ha visto bene? Scruta i miei singhiozzi incredula. <<Per favore P., puoi abbracciarmi?>> le chiedo. Si gira all’istante, lanciandomi le braccia al collo. Non c’è più rabbia, non c’è più distruzione. Il suo pianto è autentico, angosciato, libero. Piangiamo insieme per diversi minuti, la mia testa nella sua spalla, gli occhi chiusi. Assaporo ogni parte del suo corpo stretta forte a me, sento le piccole ossa sotto le dita: è così piccola che le mie mani toccano il gomito dell’altro braccio. È tanto piccola che temo possa sfuggirmi, e deve aver provato una sensazione simile, poiché sento il suo abbraccio aumentare di intensità, in una forza inusuale per la sua stazza. Restiamo così, in un momento senza tempo, ci stringiamo forte. Pian piano il mio stomaco si nutre di nuovo, di una sensazione calda e rassicurante. Il suo corpicino riesce a tenere insieme i pezzi con l’intensità e la fermezza necessaria a cominciare a ricompormi. Non mi hai distrutto, piccola P. Sono ancora qui, sono ancora intera. Dopo diversi minuti allento la presa e la guardo. Piagnucola ancora, gli occhi rivolti al pavimento. <<Grazie per questo abbraccio P., ero molto triste e tu mi hai consolata. Ci siamo consolate a vicenda>>. Le do un bacio sulla guancia. Il giorno dopo appena arrivo in Comunità P. annuncia, dal telefono della coordinatrice, che ha una lettera per me. Me la porge rientrata in casa dalla visita medica, i suoi occhi curiosi e un po’ intimoriti mentre scarto l’involucro per aprirla. “Cara Gaia scusa per ieri  ci perdoniamo a vicenda?       SI     NO” P. oggi ha fatto esperienza di reciprocità. E si, perdoniamoci a vicenda. P. ha una capacità unica: crea scompenso ma lascia il cuore pieno.

Educazione emotiva: lo psicologo a scuola

L’educazione emotiva aiuta bambini ed adolescenti a rispondere in modo costruttivo alle emozioni. Perché è importante il contesto scuola? In questo momento, stiamo assistendo ad un numero sempre maggiore di bambini con difficoltà emotive o comportamentali. Facciamo qualche esempio: bullismo, comportamenti oppositivi e difficoltà ad accettare le regole, ansia. Perché succede? I fattori che possono contribuire ad ampliare il disagio, che i bambini manifestano poi sul piano comportamentale ed emotivo, sono numerosi e, per la maggior parte, dipendono dai contesti che il bambino vive. Viviamo in un contesto sociale dove i social hanno sostituito le comunicazioni e le interazioni tra coetanei, oltre che in un momento storico particolarmente difficile per tutti: le immagini alla televisione raccontano di un mondo fatto di violenza e povertà. Inoltre, per raggiungere un buon equilibrio emotivo, è importante che il bambino acquisisca una buona tolleranza verso la frustrazione. Al contrario, il volerlo proteggere da emozioni negative o situazioni sfavorevoli, potrebbe minare la capacità del bambino di leggere ed esprimere il proprio mondo interiore, fungendo da miccia nei comportamenti. Compaiono spesso anche modalità di pensiero assolutistiche e rigide che creano sofferenza a lungo andare. Ad esempio: “non sono MAI stato bravo”; “sono SEMPRE arrabbiato perché NESSUNO vuole stare con me”. Questi pensieri negativi possono influenzare il modo in cui trattiamo noi stessi e gli altri, e sfociare in disturbi emozionali. Perché può essere importante un programma di educazione emotiva a scuola? La scuola è uno dei contesti fondamentali per la crescita di ognuno. Si trascorre molto tempo lì e gli insegnanti diventano altre figure di riferimento per i bambini. Se si crea un ambiente sicuro, il bambino si sentirà anche più a suo agio nell’esporre ciò che sente. Ciascuno potrebbe riconoscersi nelle problematiche di un compagno, facilitando un senso di appartenenza e supporto reciproco. Tali programmi fungono da prevenzione primaria, dato che si interviene prima che si manifesti qualsiasi forma di disagio, o secondaria (quando vi sono prime manifestazioni di disagio). In ogni caso, ricordiamoci sempre che la scuola non è solo trasmissione di didattica, ma vuol dire apprendere diverse competenze, quelle competenze che serviranno per la vita!

Indietro nel tempo? Effetti e sorprese

In un momento come quello attuale, con la guerra subito dopo la lunga stagione del Covid, molti pensano a quanto fosse più facile prima, in molti sensi. È stato, ed è, un periodo duro, di incertezza e di futuro imprevedibile: più di quanto lo sia in tempi cosiddetti normali. Sperando fortemente che presto si trovino soluzioni diplomatiche e finisca un’insensata violenza, analizziamo cosa significa recuperare momenti precedenti e più sereni, e l’effetto che può avere sul nostro cervello. Vorrei ricordare qui uno degli esperimenti psicologici che sono diventati un classico della letteratura: siamo nel 1981 e la psicologa di Harvard Ellen Langer decide di allestire un esperimento con un gruppo di uomini intorno ai settant’anni (allora settanta erano già un’età avanzata). In cosa consisteva? Le persone che prendevano parte all’esperimento furono invitate a vivere cinque giorni all’interno di un monastero, in cui tutto era stato progettato per sembrare proprio come se fosse l’anno 1959. Radio, televisori in bianco e nero, libri, oggetti per la cucina, arredamento: tutto era d’epoca, l’atmosfera era perfettamente ricostruita, come in un set cinematografico. Questa distorsione temporale, in cui erano immersi, prevedeva che i partecipanti fossero trattati come se avessero 50 anni. Negli spazi che occupavano, non c’erano specchi e c’erano molte foto che li ritraevano: foto che avevano loro stessi fornito, di vent’anni prima, in cui ridevano, pescavano, abbracciavano; erano, insomma, uomini maturi attivi e in salute. Durante i cinque giorni, i partecipanti dovevano discutere le notizie e gli sport di 22 anni prima come se fossero appena accaduti, al presente, e comportarsi in tutto e per tutto come quando avevano cinquant’anni. Alla fine dei cinque giorni, che sono ovviamente un tempo assai limitato e allestito artificialmente, i ricercatori fecero le valutazioni finali. Risultato? Gli uomini, alle misurazioni fisiche, erano aumentati in altezza, avevano una maggiore destrezza manuale e una vista ancora migliore. Sembravano più giovani anche di aspetto. Tra i partecipanti (alcuni dei quali avevano precedentemente utilizzato un bastone per camminare) è stata persino improvvisata una partita di football mentre aspettavano l’autobus per tornare a casa. Ellen Langer esitava a pubblicare i risultati dell’esperimento, preoccupata che il metodo insolito e la dimensione ridotta del campione potessero essere difficili da accettare per la comunità accademica. Ma nel 2010 un programma della BBC ha ricreato l’esperimento con persone anziane famose, ottenendo effetti simili. Una successiva ricerca di Langer l’ha portata a concludere che possiamo  allenare le nostre menti per sentirci più giovani, il che a sua volta può far sì che i nostri corpi seguano l’esempio. Naturalmente è impossibile riprodurre effetti simili nelle nostre vite. Ma agire in modo differente, fare delle piccole distorsioni temporali può aiutare in modo molto concreto e misurabile. È interessante notare che il gruppo di controllo dell’esperimento, i cui partecipanti dovevano semplicemente ricordare e discutere fatti ed episodi risalenti a vent’anni prima, non aveva affatto avuto gli stessi risultati. La chiave di differenza sembra quindi stare nell’agire “come se”. Non possiamo certo riportare indietro il tempo, ma ingannare un po’ il nostro cervello ha l’effervescente effetto di riattivarlo in aree che utilizziamo meno, presi degli eventi e dalle difficoltà attuali. Applicare questo principio alle nostre azioni quotidiane, rivivere un luogo, un’esperienza, tornare ad attività lasciate, può essere un utile alimento per l’ottimismo. Se non altro, partire da una posizione meno pessimistica e negativa, può far ripartire interazioni positive con i nostri simili, ritrovare elasticità e malleabilità. E contribuire a cambiare, in meglio, la realtà che ci assedia da tempo.