Assertività: come svilupparla nella relazione con i figli?

Che cos’è l’assertività? Cosa vuol dire essere assertivo? E quali sono i vantaggi dell’essere assertivi anche con i propri figli? L’assertività fa riferimento alla capacità di una persona di esprimere ciò che pensa in modo chiaro e rispettoso. Possiamo immaginarla lungo un continuum dove, da un lato, si pone il comportamento aggressivo che tende a prevaricare gli altri; dall’altro lato, un comportamento passivo, in cui non si riescono a fare valere i propri bisogni. Vediamo cosa può fare un genitore per sviluppare anche nei propri figli la capacità di essere assertivi: essere assertivi: il cervello dei bambini si sviluppa attraverso i comportamenti che si osservano nei genitori. Numerose ricerche dimostrano che i vantaggi dell’essere assertivi sono tanti: può aumentare la sicurezza di sè, si possono ridurre i conflitti, così come si può avere un elevato senso di autoefficacia. osserva quando il tuo bambino rimane in silenzio e aiutalo a dare voce a quel silenzio. Soltanto così potrà imparare ad esprimere i propri desideri, ma anche le proprie paure. Per poter diventare assertivi, è necessario essere consapevoli dei propri diritti. Quali sono i diritti di ciascun bambino? Diritto di essere trattati con rispetto e dignità; Avere ed esprimere sentimenti e opinioni. Anche se non si è d’accordo, il tuo bambino merita lo stesso rispetto e lo stesso ascolto. Diritto di giudicare le proprie necessità, stabilire le priorità e prendere decisioni. Osserva i suoi gesti e le sue parole, ti aiuteranno a comprendere ciò che vuole a seconda dei suoi bisogni; Dire di no senza sensi di colpa; ci si può rifiutare di fare qualcosa senza sentirsi in colpa, lascia che accada e lascia che il tuo bambino spieghi le proprie motivazioni, attraverso il confronto e il dialogo; Diritto di chiedere quello che si vuole (e l’altro di accettare o meno se soddisfare quel desiderio); Diritto di cambiare; Diritto di sbagliare. Aiutiamo il bambino a capire che non è grave se succede; Diritto di avere successo. Riconosci le doti di tuo figlio, altrimenti lui come potrà riconoscerle? Riposare e isolarsi; Diritto di non essere assertivo. Com’è possibile? Capita a tutti, in determinati momenti, di voler restare in disparte o di reagire in modo più aggressivo. Bisogna dare la possibilità ai propri figli di reagire in modi diversi a seconda dei momenti. La cosa importante per l’adulto rimane sempre la stessa: esserci!

Quanto siamo influenzabili nelle decisioni?

Tra psicologia, sociologia e studio dei comportamenti economici. Il Covid ha sospeso il futuro, ci ha forzati in un presente ripetuto; una bolla di tempo lungo, che ha tolto energie e capacità di desiderio e di programmazione. Con la prospettiva che la pandemia stia regredendo, si aprono nuovi orizzonti: di riprendere a viaggiare, uscire, progettare. Ed è il tempo delle decisioni: su cosa acquistare, cosa lasciare e su cosa investire. David Robson, nei suoi libri, articoli e ricerche per la BBC, esplora come operiamo nel decidere e come le nostre decisioni possano essere influenzate. Avviene in moltissimi campi e a molti livelli: per vendere, per convincere, per affiliare, per spostare le opinioni dei cittadini. L’argomento è vastissimo, ma qui vediamo cos’è l’”effetto esca”, che possiamo trovare e osservare presto sul nostro cammino, in questi momenti di ripresa di attività a lungo sospese. Sappiamo tutti che, quando siamo ad esempio in un’area di servizio, le bibite in vendita al banco hanno spesso tre opzioni di dimensioni – piccola, media e grande – e che la porzione grande costa solo poco di più di quella media. Visto l’apparente affare, vi è già capitato di scegliere l’opzione più grande e costosa? Si tratta di questo: nell’”effetto esca”, con la presentazione deliberata di un’opzione aggiuntiva, leggermente meno attraente – in questo caso, la bibita di medie dimensioni relativamente costosa – siamo invogliati a pagare più soldi di quanti avremmo scelto razionalmente di spendere. Linda Chang, psicologa dell’Università di Harvard, sostiene appunto che è possibile spingere le persone a scegliere prodotti più costosi, se le opzioni vengono inquadrate in un modo preciso e quanto facilmente il nostro giudizio sia influenzato dal contesto in cui i fatti sono presentati. Ma torniamo alla nostra voglia di viaggiare, dopo questo lungo periodo di spostamenti difficili, e immaginiamo di voler acquistare un volo aereo. È uno dei più classici esempi dell’”effetto esca”. Immaginiamo di scegliere il nostro volo tra le seguenti opzioni: Il volo A costa 400 euro, con uno scalo di 1 ora. Il volo B costa 330 euro, con uno scalo di 2 ore e 1/2. Il volo C costa  435 euro con uno scalo di 1 ora. In questo caso, i ricercatori hanno dimostrato che la maggior parte delle persone sceglierebbe il volo A, che è più economico del volo C, ma con un tempo di attesa più breve, anche se è notevolmente più costoso del volo B. Ora immaginiamo un’altra scelta di voli: Il volo A costa 400 euro con uno scalo di 1 ora. Il volo B costa 330 euro con uno scalo di 2 ore e 1/2. Il volo C costa 330 euro con uno scalo di 3 ore e  ¼. In questo caso, la preferenza della maggior parte delle persone è stata per l’acquisto del volo B. Dal punto di vista logico, questo non ha senso: B non dovrebbe essere più attraente ora, rispetto al primo esempio; perché il tempo di attesa e il prezzo sono sempre esattamente gli stessi. Ma il cambiamento del Volo C – che comporta uno scalo ancora più lungo – ha alterato il modo in cui i partecipanti hanno percepito le altre possibilità e in questo contesto hanno preferito scegliere un tempo di attesa più lungo per un prezzo più conveniente. Ricapitolando, ecco come funziona: il volo C  è “l’esca” ed è progettato per apparire simile, ma un po’ meno attraente, rispetto a una delle altre opzioni, che è quella su cui il venditore vuole orientare la nostra scelta. È proprio  il confronto ad aumentare la desiderabilità della scelta “bersaglio” e a portarci ad operarla. Se pensate che l’uso di un’esca ben progettata può spostare l’opinione tra le altre due opzioni fino al 40%, come dimostrano numerose ricerche, capite quanto facilmente le nostre decisioni possano essere influenzate dal modo in cui sono inquadrate le alternative. Non si conoscono ancora le ragioni esatte di questo particolare effetto, anche se si conosce bene come costruirlo e farlo funzionare. Una delle possibili ipotesi dei ricercatori è che il confronto con l’esca ci offra una giustificazione, e quindi ci rafforzi in una direzione, per operare la nostra scelta. Se dovessimo confrontare solo A e B, sarebbe difficile valutare il compromesso tra costo e tempo di attesa: quanti soldi valgono davvero 1 ora e ½ di attesa in più? Ma se un’opzione è ovviamente migliore – il volo C – per attesa o prezzo, abbiamo un buon motivo  per spiegare a noi stessi la scelta operata. Questo ci fa sentire più rassicurati e motivati e ci semplifica- cosa che piace sempre molto al nostro cervello! – il compito. Insomma, una terza opzione poco attraente cambia le preferenze delle persone tra altre due possibilità date. In conclusione: ricordiamoci che l’effetto esca ci attende un po’ dovunque. Ma forse vale la pena, con qualche accortezza anche verso le trappole mentali, di tornare a progettare e a immaginare. Per riaprire ai desideri.

La malattia fisica con origine psicologica

malattia

L’ipocondria e il disturbo di somatizzazione generano spesso confusione nella loro definizione: in entrambi c’è la manifestazione di una malattia lamentata che però ha origini differenti. L’ipocondria è la PAURA esagerata di avere una malattia grave senza alcun riscontro clinico. Il malato immaginario, quindi, interpreta erroneamente i sintomi fisici attribuendoli a delle malattie invalidanti e gravi. I sintomi fisici lamentati preoccupano fortemente l’individuo, che non trova rassicurazione neanche negli esami e nelle valutazioni mediche cui continuamente si sottopone. L’ipocondriaco vive, di conseguenza, uno stato di frustrazione perenne per non essere stato capito e curato adeguatamente. Ha, inoltre, la tendenza a spiegare il proprio stato di salute (o di malattia) con dovizie di particolari. Gli ipocondriaci lamentano continuamente sintomi che riguardano i diversi apparati (gastrointestinale, cardiaco, respiratorio), ingigantiscono quelli di lieve entità come un semplice raffreddore. Essi tendono ad allarmarsi esageratamente quando sentono parlare di malattie gravi o dei segni che loro avvertono nei loro corpi. Questi soggetti utilizzano come unico argomento di discussione le malattie temute e i loro sintomi, impoverendo così la conversazione e le relazioni sociali perchè cercano di monopolizzare l’attenzione di tutti. Il disturbo di somatizzazione, invece, consiste nella conversione di uno stato di disagio psicologico, di stress e di emotività in un sintomo fisico. Gli organi maggiormente colpiti sono l’intestino (colite), o lo stomaco (gastrite), la pelle (prurito, acne). Anche il sistema muscoloscheletrico (cefalea, torcicollo), e l’apparato urogenitale (dolori mestruali, calo del desiderio sessuale), costituiscono bersagli per la sintomatologia. Anche questi soggetti lamentano spesso i sintomi e si rivolgono ai medici in continuazione, ma non possono essere spiegati con alcuna condizione medica generale. Questi pazienti esprimono i loro sintomi e problematiche in modo drammatico ed esagerato, compromettendo sensibilmente le relazioni e il lavoro, perchè invalidati da queste reazioni fisiche a stati psicologici.

“Il corpo che sono e il corpo della relazione” Percorsi di Tangoterapia

di Anna Rita Cerrone Sartre direbbe che il mio corpo non è un corpo, uno dei tanti oggetti-corpo, esso è irriducibilmente mio perché è tutt’uno con il soggetto che io sono. Il mio corpo è intriso della mia soggettività, è corpo-soggetto, non è solo schema o qualcosa che io ho: “Io sono il mio corpo”. Siamo abituati a distinguere corpo e anima come due entità autonome, ma in questa separazione ci affettiamo con il bisturi della nostra mente. Il “corpo vivente e vissuto” esprime l’incarnarsi della coscienza e la coscienza fatta carne ci racconta che siamo unità indivisibile di corpo animato. Il corpo che sono è parola delle ferite e dei bisogni, confine tra quanto traduce del mio personale vissuto e tra quanto raccoglie o trascende attraverso l’incontro con l’altro. Avere un corpo non basta. Possiamo scoprire il nostro Essere corpo, coscienza incarnata in quanto esserci al mondo, sorgente di significato e di senso, attraverso i vissuti che fanno la nostra esperienza. Il corpo è campo di espressione e relazione, realizza le intenzioni perfino prima che io le pensi, nella dinamica interazione con il mondo, perché non siamo solo una parte di quel mondo che abitiamo ma contribuiamo a costruirlo. Il corpo è intermediario nell’incontro con l’altro. Nel mio corpo mi attuo e mi rivelo e l’altro si rivela a me. In questa consapevolezza, il corpo è presente e partecipante alla vita interiore e alla vita di relazione, esprime e agisce la mia intenzionalità. Ma questa presa di coscienza del corpo non è data a priori. È conquista che si raggiunge. Sintonizzazione tra parti della totalità che siamo e parti della totalità di sistema con l’altro. Possiamo raggiungere piena presenza nell’esperienza di noi e nell’incontro con l’altro o possiamo stare nel mondo come bendati, perfino spaventati da quanto percepiamo. Talvolta intuiamo che c’è una pienezza al di là dei nostri automatismi, di quei caratteri e funzioni del corpo che possono perfino diventare gabbie, corazze delle quali non conosciamo i segnali di accesso o di uscita o di trasformazione. Il corpo allora intrappola, diventa sintomatico, sconosciuto, estraneo, misterioso nelle sue espressioni. Ma il corpo che sono lo posso recuperare, conquistare pienamente attraverso il percorso di apertura ad una vera relazione umana, che sappia rigenerare. Le emozioni sono sempre incarnate. Non possono prescindere da questa natura. Così posso sentirmi me stesso in carne e ossa e sentire con l’altro il tessuto di un dialogo che mi riappropria del mio essere unità indivisa corpo-mente. Posso scoprire l’altro attraverso la parola muta ed eloquente di codici del corpo pregni di senso e sperimentare l’autenticità dell’incontro con l’altro. Così il cuore che pulsa a diverse frequenze, la respirazione diaframmatica, la sensibilità muscolare, il radicamento al suolo e l’equilibrio diventano esperienza che può essere colta nella sua interezza. La nostra capacità di entrare e uscire in modo più o meno armonico da un abbraccio, comunica segnali importanti della nostra realtà interiore, racconta chi siamo e come stiamo nel qui ed ora dell’incontro, sia pure nei termini di emozioni spiacevoli che possono essere trasformate, solo se attraversate. In questo senso, la tangoterapia diventa avventura di consapevolezza, ricerca di sintonizzazione sensoriale ed emotiva, scoperta di sé nell’incontro delle proprie resistenze o delle proprie attitudini. In ogni abbraccio posso incontrare la connessione profonda con affetti che rimandano alle mie impronte di storia personale e a quelle dell’altro. Nel qui ed ora di un incontro autentico, ritrovo infatti vissuti antichi, fatti di energia bloccata o liberamente fluttuante, di stati psico-fisici collegati al contatto e allo scambio, trovo il desiderio generato o negato. Nel contatto, trovo la possibilità di trasformare il senso di rifiuto in accoglimento, la distanza in prossimità, il senso di invasione in spazio condiviso. Il tango si fonda sulla comunicazione giocata attraverso ruoli complementari, che rimandano al dialogo tra maschile e al femminile. L’uomo guida, propone e conduce, la donna accoglie, contiene e risponde. Ma non è tutto, poiché nel gioco flessibile delle parti, impariamo ad esprimere aspetti di noi stessi che solitamente tratteniamo in definizioni rigide del nostro essere persona. Citando Jung, menzioniamo gli archetipi dell’Animus e dell’Anima. Le nostre componenti inconsce dell’altro sesso si rivelano, nelle loro reciproche combinazioni di energia dominante o sottesa e nell’abbraccio di un tango, come in quello della vita, possono trovare integrazione. Non è forse questo il senso della potenza energetica che incontriamo in ogni abbraccio/incontro e che ci confronta con la complessità che siamo, che è l’altro? E se non siamo consapevoli di questo, quali e quante ombre si scatenano in quell’abbraccio vitale, che diventa opprimente? Possiamo invece scoprire la pienezza, nel fluire dei corpi in movimento, ricettivi e flessibili, nell’aggiustamento reciproco e attraverso il quale acconsentiamo a liberarci delle nostre rigidità, giocando con le nostre polarità interne, uguali e contrarie, spesso negate. Tutto è comunicazione da riscoprire, attraverso la coppia danzante, che deve imparare a non confliggere, a non prevaricare, a non invadere. Cosi lo sguardo che ricambia l’intesa o che si ritrae, ci confronta con i nostri bisogni di accettazione e con i timori di esclusione. La camminata e le pause, nella coppia intenzionata all’unisono, rimandano al movimento e all’immobilità psichica, dimensioni che possono essere sentite consistenti e appaganti oppure disarmoniche e frustranti. L’asse condiviso e l’equilibrio, il controllo e l’abbandono, la solitudine e la connessione: grandi temi esistenziali, ai quali la nostra coscienza può accedere e attingere pienamente, riempirsi di senso, solo attraverso un’esperienza che traduca in risorse ciò che spesso sentiamo come sfida faticosa dell’esistere. Come non parlare della postura, tanto importante nel tango come nello stare al mondo: stare dritti o piegarsi come giusta combinazione tra la fiducia in sé e quella nell’altro. La tensione muscolare, la rigidità che si può tradurre in fluidità e rispondenza del tono muscolare, sono le nostre tracce interne, possiamo riconoscerle e ritrovarle, riappropriarcene e modularle, per darle all’altro e raccogliere le sue: esserci, veicolando un’intenzione chiara piuttosto che ambigua, consapevole piuttosto che proiettiva. Solo in conquista personale del corpo che siamo, il corpo della relazione si dispiega armonicamente,

L’alcol e i suoi effetti sulla salute psicofisica

di Greta Del Taglia Tra intossicazione e sbornia L’alcol è una sostanza ad azione sedativa che agisce sul sistema nervoso centrale e, come altre sostanze psicoattive o droghe, provoca dipendenza e causa gravi disturbi psicologici e fisici. Viene definito “alcolismo” lo stato che deriva dall’abuso continuato e compulsivo di bevande alcoliche. L’abuso di alcol determina problemi sociali, lavorativi/scolastici e familiari; riduce i freni inibitori e porta ad assumere comportamenti a rischio (ad esempio, comportamenti sessuali violenti, oppure la guida in stato di ebbrezza). L’intossicazione (ubriacatura o sbornia) produce effetti simili a quelli prodotti dalle benzodiazepine (e cioè i farmaci antidepressivi). Fra le conseguenze dell’uso di alcol ci sono, inoltre, sbalzi d’umore, depressione, ansia e insonnia. Può aumentare il rischio di incidenti, di suicidio e di condotte aggressive. Gli effetti tossici dell’alcol possono produrre, infine, sintomi fisici gravi: problemi legati al controllo motorio, al linguaggio, a funzioni mentali e di memoria, oltre a danni al fegato, gastrointestinali, cardiovascolari e ipertensione. Servizi pubblici e alcolisti: qualche dato L’utenza è andata tendenzialmente aumentando nel tempo; negli anni più recenti il trend crescente è soprattutto evidente per gli utenti già in carico e rientrati. Nel 2015 sono state prese in carico presso i servizi o gruppi di lavoro 72.377 persone.  Il 26,6% dell’utenza complessiva è rappresentato da utenti nuovi; la quota restante da persone già in carico dagli anni precedenti o rientrati nel corso dell’anno, dopo aver sospeso un trattamento precedente.Il rapporto M/F è pari a 3,4 per il totale degli utenti. L’analisi per età evidenzia che la fascia più interessata è 40-49 anni (circa 31% dei soggetti), sia per l’utenza totale che per le categorie nuovi e vecchi utenti. I nuovi utenti sono più giovani di quelli già in carico o rientrati: nel 2015 si osserva che l’11,2% dei nuovi utenti ha meno di 30 anni, mentre per i più vecchi questa percentuale è pari al 5,7%. Viceversa, gli ultracinquantenni sono il 37,0% per i nuovi utenti e il 48,0% per quelli già in carico. La bevanda alcolica più consumata è il vino (49,6%), seguito dalla birra (25,9%), dai superalcolici (11,0%) e dagli aperitivi, amari e digestivi (5,1%). Stress e alcolismo Lo stress e i disturbi correlati, inclusa l’ansia, sono fattori chiave nello sviluppo dell’alcolismo, poiché l’uso dell’alcol può temporaneamente ridurre la disforia (umore deflesso) del bevitore. Sia fattori ambientali sia fattori genetici influenzano i meccanismi di assunzione di alcol e possono aumentare la vulnerabilità allo sviluppo della dipendenza da alcol (Cloninger, 1987; Crabbe, 2002). La presenza di disordini psichiatrici legati allo stress in comorbidità, tipicamente caratterizzati da sintomi come sbalzi d’umore e ansia, spesso è stata associata all’aumento di una predisposizione all’alcolismo (Bolton et al. 2009; Grant et al. 2004). Fattori di stress cronico o acuto possono essere fattori determinanti nella regolazione del craving (desiderio) e giocare un ruolo significativo nel rischio di una ricaduta (Breese et al. 2011).Varie forme di stress, inclusi eventi stressanti infantili; stress gravi e acuti, come quelli sperimentati in un DPTS (disturbo post traumatico da stress); e lo stress cronico, possono essere associati ad un aumento del rischio di dipendenza da alcol e droghe (Gordon, 2002; Sinha 2008; Uhart e Wand, 2009). Al tempo stesso, l’uso precoce dell’alcol e l’astinenza possono aumentare la vulnerabilità allo stress che può risolversi nello sviluppo di stati affettivi negativi, come l’ansia o la depressione (Guerri e Pascual, 2010). In sostanza, esiste una relazione intricata e complessa tra stress ed uso di alcol, che ha portato a varie ricerche per identificare i meccanismi molecolari coinvolti nello sviluppo di sintomi depressivi correlati alla psicopatologia dell’alcolismo (Moonat et al. 2010). Caratteristiche diagnostiche del Disturbo da Uso di Alcol (DSM-5, APA 2013) È definito da un cluster di sintomi comportamentali e fisici, che possono comprendere astinenza, tolleranza e craving. L’astinenza da alcol è caratterizzata da sintomi di astinenza che si sviluppano circa 4-12 ore dopo la riduzione dell’assunzione, successiva ad una prolungata, eccessiva ingestione di alcol. L’astinenza da alcol può essere intensa così gli individui possono assumere nuovamente alcol, nonostante le conseguenze negative, spesso, per evitare o per attenuare i sintomi di astinenza. Alcuni sintomi di astinenza (come i disturbi del sonno) possono persistere e contribuire alla ricaduta. Lo sviluppo di un pattern ripetitivo e intenso, porta alla continua ricerca e al consumo di bevande alcoliche. Il craving per l’alcol è un forte desiderio di bere che rende difficile pensare ad altro e porta all’uso di alcol. Il bere può incidere negativamente sul rendimento scolastico o lavorativo; responsabilità domestiche e cura dei bambini vengono trascurate; l’alcol può portare ad assenze a scuola o blocchi di carriera sul lavoro. L’uso di alcol può avvenire in situazioni fisicamente pericolose (alla guida di un’auto, utilizzando macchinari mentre si è intossicati, etc). Infine, individui con disturbo da uso di alcol possono continuare a consumare alcol nonostante siano consapevoli che il consumo continuato pone problemi fisici (epatopatie, perdita dei sensi), psicologici (depressione), sociali o interpersonali (liti violente, abusi su minori). Dipendenza da alcol e da sostanze: il punto di vista neurobiologico La dopamina induce uno stato mentale e comportamentale di tipo euforico, caratterizzato da un aumento dell’arousal, permette una rapida associazione di dati sensoriali, motori e contestuali immediatamente precedenti all’esperienza di uno stimolo ricompensante (Merker, 2007). Il sistema dopaminergico agisce nel cervello come un teaching signal, un segnale di apprendimento tale da indurre un’attivazione cognitiva, utile per ricercare, valorizzare, apprendere, memorizzare elementi nuovi e integrarli con vecchi schemi cognitivi consolidati. Le strutture cerebrali più evolute saranno quelle ad attribuire un significato positivo all’esperienza con la sostanza; la dopamina contribuisce ad alimentare questa ricerca di “senso”, creando uno stato mentale orientato verso l’oggetto (la sostanza stessa e i contesti d’uso), in grado di far cooperare le aree corticali in questa costruzione di significato (Redgrave, 2006). Obiettivi e strumenti dei percorsi di trattamento residenziali L’abuso e la dipendenza da alcol necessitano di interventi qualificati, specialistici, intensivi, che prevedano la possibilità di periodi residenziali, oltre che la capacità di costruire una robusta rete territoriale. Il primo scopo dei percorsi residenziali è quello di effettuare una diagnosi in condizioni libere da alcol. La

LEGO SERIOUS PLAY: NUOVO METODO FORMATIVO

Il Lego Serious Play è una metodologia di facilitazione orientata al confronto in contesti di collaborazione. Essa permette di sviluppare il pensiero creativo, la comunicazione e la risoluzione di problemi attraverso l’uso delle costruzioni Lego. Questa metodologia è stata inventata dallo stesso fondatore della Lego, Kjeld Kirk Kristiansen, alla fine degli Anni Novanta quando l’azienda va in crisi a causa della nascita dei dispositivi elettronici (come videogiochi, playstation…). Per ovviare questa problematica, il fondatore della Lego pone al suo management una sfida chiedendo loro di individuare, tramite l’uso dei mattoncini di Lego, quale strategia avrebbero potuto implementare per ritornare ai numeri di vendita precedenti. La metodologia Lego Serious Play comincia poi a diffondersi anche in altri Paesi fino ad arrivare in Italia a partire dai primi anni 2000. COME FUNZIONA? Il Lego Serious Play invita le persone a rispondere a domande sulla propria identità organizzativa e sulle proprie esperienze attraverso la costruzione di modellini. Il valore aggiunto di questa metodologia risiede nel fatto che permette di abbassare le resistenze e le difese che si attivano nelle persone, soprattutto quando devono parlare di se stesse, in quanto è un’attività con un aspetto ludico molto forte e che riporta i partecipanti a quando erano bambini.  Il Lego Serious Play parte dal presupposto che non esista una realtà oggettiva, ma è sempre soggettiva ed è attraverso la costruzione di modellini che emerge il percepito di ognuno di noi. Con questo metodo si riesce a coinvolgere tutti, cosa che nella formazione è sempre molto difficile fare. È importante far parlare e coinvolgere la totalità dei partecipanti, anche le persone più timide per far sviluppare le loro potenzialità al fine di portare grandi risultati all’azienda. COME SI SVOLGE? Il metodo è molto strutturato, composto da 7 fasi che possono durare anche due giorni. Solitamente non si fa la pausa perché essendo un gioco divertente nessuno lo interrompe. Si compone solitamente di una o più parti individuali e una di gruppo. Le prime vengono solitamente chiamate fase dell’identità, nelle quali si chiede di rispondere individualmente ad alcune domande su un determinato argomento tramite la costruzione di uno o più modellini; non ci sono tempi lunghi, si danno solo dai 5 ai 7 minuti per la costruzione, a cui segue successivamente la presentazione del modellino da parte di tutti i partecipanti. Infine, è presente un momento gruppale, in cui si lavora tutti insieme per costruire un ulteriore modellino e creare una rappresentazione comune su quel determinato argomento. Il Lego Serious Play è un’attività assolutamente non giudicante in quanto le persone devono essere libere di esprimersi come vogliono; dunque, nel momento dell’esposizione del modellino da parte dei partecipanti non bisogna esprimere giudizi.  Per concludere, il Lego Serious Play è una delle attività esperienziali formative più efficaci perché le persone si impegnano nonostante ci sia una forte componente ludica.  BIBLIOGRAFIA www.legoseriousplayitalia.it

F.O.M.O Fear of missing out: “Paura di essere tagliati fuori”

F.O.M.O significa letteralmente essere tagliati fuori e nasce dall’uso eccessivo di tecnologia e social network da parte degli adolescenti.  E’ una condizione patologica che si alimenta quando non si riescono a tenere sotto controllo tutte le attività dei propri contatti online, oppure quando sul proprio profilo non si visualizzano gli aggiornamenti e i “like” sperati.  È, dunque, una vera è propria ansia sociale nutrita dalla paura di perdere gli aggiornamenti social e dall’invidia per le esperienze belle e gratificanti altrui. Il concetto di FOMO è nato soltanto nell’ultimo millennio, associato alla diffusione dei social media. Tuttavia, il fenomeno non è nuovo, ma vecchio in quanto le persone hanno sempre provato la paura di lasciarsi sfuggire una vita migliore, di non cogliere le opportunità o di prendere le decisioni sbagliate.  Grazie a Facebook, Instagram & co. possiamo continuamente sbirciare nella vita di altre persone. Vediamo gli amici nella loro spensieratezza familiare, La vetrina digitale porta a confrontare incessantemente la propria vita con quella degli altri. Improvvisamente la nostra vita sembra noiosa, insulsa e proviamo un senso di fallimento. L’invidia aumenta e l’autostima diminuisce.  Così, si tende a tralasciare o ignorare il fatto che amici e sconosciuti mostrino sulle piattaforme principalmente o esclusivamente solo il lato positivo della loro vita quotidiana. Le persone che si sentono socialmente isolate sono particolarmente inclini a sviluppare la FOMO proprio nell’utilizzo dei social media.  Si potrebbe pensare che le piattaforme social abbiano un impatto positivo perché offrono opportunità di nuovi contatti, ma gli studi dimostrano quanto siano di fatto più distruttive. Se la “paura di essere tagliati fuori” nasce dall’uso eccessivo di tecnologia e social network per “guarire” serve ripristinare un rapporto equilibrato con questi. La FOMO altro non è che una forma di insicurezza: lavorare su sé stessi potrebbe aiutare a risolvere il problema. Vie d’uscita? «Imparate a perdervi qualcosa!», scrive il medico e moderatore Eckart von Hirschhausen in una rubrica. Sebbene possa sembrare lapidario, si sta delineando questa controtendenza: la gioia di perdersi qualcosa. Il trend si chiama «Joy of missing out»,

Il ruolo delle Esperienze Avverse Infantili nella messa in atto di comportamenti a rischio

Le esperienze vissute in età infantile possono svolgere un ruolo importante nella crescita dell’individuo e nelle sue scelte comportamentali e di vita. Non sempre, infatti, l’infanzia è un momento felice, talvolta è costellata da esperienze avverse che influenzeranno la crescita e lo sviluppo personale. Cosa sono le Esperienze Avverse Infantili? Per “Esperienze Avverse Infantili” (Adverse Childhood Experience, ACEs) si intende le esperienze traumatiche che possono includere abuso sessuale, fisico o emotivo oppure negligenza emotiva o fisica, così come circostanze familiari avverse che possono verificarsi durante l’infanzia o l’adolescenza [1]. Alcuni studi hanno mostrato come le esperienze avverse sono abbastanza frequenti, con i due terzi della popolazione che hanno avuto almeno un’esperienza di questo tipo prima dei 18 anni e con circa il 10% che ha sperimentato 5 o più esperienze avverse [2,3]. Un numero crescente di studi ha dimostrato l’impatto delle prime esperienze di vita sulla salute delle persone durante la loro crescita. Una persona che ha avuto esperienze infantili avverse (ACE) durante l’infanzia o l’adolescenza ha maggiori probabilità di sviluppare problemi di salute fisica e mentale in età adulta rispetto a una persona che non ne ha avute. Tuttavia, la tipologia di esperienza avversa vissuta sembra essere un elemento distintivo significativo che può portare ad esiti differenti. In genere è l’impatto cumulativo di più esperienze avverse infantili che porta a comportamenti a rischio e ad esiti negativi in età avanzata. Studio di Gomis-Pomares e Villanueva (2020) Un recente studio di Gomis-Pomares e Villanueva (2020) ha esaminato come le Esperienze Avverse Infantili possano influenzare la messa in atto di comportamenti a rischio o comportamenti altruistici durante la giovane età adulta. I partecipanti allo studio sono stati 490 giovani adulti spagnoli tra i 18 e i 20 anni, che hanno compilato un questionario self-report. Comportamento deviante e comportamento altruistico I comportamenti devianti e non altruistici possono essere considerati strategie di rischio che portano a esiti negativi, come problemi sociali, coinvolgimento giudiziario e reclusione. Il comportamento deviante potrebbe essere concettualizzato come un comportamento che viola le norme e i valori sociali, inclusa un’ampia gamma di atti come il furto, la menzogna e l’aggressione. Di contro, il comportamento altruistico è un concetto che implica azioni umane intraprese a beneficio degli altri. Questo è racchiuso all’interno del concetto di comportamento prosociale che consiste in un’ampia categoria di azioni che sono definite dalla società come generalmente benefiche per le altre persone. Risultati I risultati dello studio mostrano come l’aver avuto esperienze avverse durante l’infanzia aumenta la probabilità di messa in atto di comportamenti devianti e l’assenza di una condotta altruistica durante la giovinezza. In aggiunta, aver vissuto 4 o più esperienze averse in età infantile aumenta la probabilità di presentare comportamenti devianti. Inoltre, la tipologia di esperienze avverse può portare a esiti differenti. Si è osservato come l’abuso fisico fosse il principale predittore di comportamenti devianti. Infatti, i bambini che hanno subìto abusi fisici hanno più problemi di esternalizzazione nell’infanzia rispetto ai bambini trascurati, inclusa una maggiore aggressività nei confronti degli altri. Oltre a questo, anche l’abuso di sostanze nell’ambiente domestico è risultato essere un predittore significativo di comportamenti devianti durante la giovane età adulta. Per quanto riguarda le strategie positive, l’abbandono emotivo è risultato essere l’unica esperienza avversa capace di prevedere la mancanza di altruismo; questo probabilmente perché anche i bambini che non sono mai stati amati da chi si prende cura di loro, che non si sono mai sentiti speciali o importanti in un contesto protettivo, non hanno imparato la capacità di amare o prendersi cura degli altri. Conclusione Lo studio ha mostrato come comportamenti devianti e diversi disturbi socio-emotivi e cognitivi possano essere causati da esperienze avverse vissute durante l’infanzia. Un’identificazione precoce di esperienze infantili avverse diventa quindi fondamentale per prevenire comportamenti devianti e promuovere comportamenti altruistici, allontanando così esiti negativi a lungo termine. Diventa anche fondamentale promuovere azioni in grado di sviluppare, sin dalla tenera età, empatia e comprensione delle emozioni altrui, per promuovere comportamenti altruistici e solidali. Fonti [1] Gomis Pomares, A., & Villanueva, L. (2020). The effect of adverse childhood experiences on deviant and altruistic behavior during emerging adulthood.  Psicothema, 32(1), 33-39. doi: 10.7334/psicothema2019.142. [2] Bellis, M.A., Lowey, H., Leckenby, N., & Hughes, K. (2014). Adverse childhood experiences: Retrospective study to determine their impact on adult health behaviours and health outcomes in a UK population. Journal of Public Health, 36(1), 81-91. https://doi.org/10.1093/pubmed/fdt038 [3] Felitti, V. J., Anda, R. F., Nordenberg, D., Williamson, D. F., Spitz, A. M., Edwards, V., & Marks, J. S. (1998). Relationship of childhood abuse and household dysfunction to many of the leading causes of death in adults: The Adverse Childhood Experiences (ACE) Study. American Journal of Preventive Medicine, 14(4), 245-258. https://doi.org/10.1016/S0749-3797(98)00017-8 https://www.stateofmind.it/2022/01/comportamenti-devianti-esperienze-avverse/

SALUTOGENESI E BENESSERE. L’APPORTO DELLA PSICOLOGIA DELLO SPORT

di Mirko Proietti Stiamo attraversando un periodo in cui la nostra salute è messa in pericolo da un’importante pandemia mondiale ed ha totalmente cambiato le nostre abitudini tra cui quelle legate al benessere. Aaron Antonovsky nel 1996 ha coniato il termine di Salutogenesi incentrandosi sui processi che generano la salute. Uno dei processi è l’attività fisica, in particolare di tipo aerobico, che svolge un ruolo fondamentale in tutte le età. L’attività fisica agevola il processo di maturazione e mantenimento del sistema immunitario e garantisce effetti positivi sulla salute del nostro cervello. Anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda un livello minimo di attività fisica per ogni fascia d’età per guadagnare lo stato di salute stilando delle linee giuda nel 2016 – 2020: nei bambini e nei giovani sarebbe opportuno che praticassero 60 minuti al giorno di attività fisica di moderata intensità, mentre adulti ed anziani dovrebbero svolgere un’attività fisica di moderata intensità per 150 minuti a settimana. Non si può escludere, dal concetto di salute, anche il benessere psicologico che è possibile racchiudere in 4 aree: Riduzione ansia e depressione; Miglioramento del tono dell’umore; Aumento dell’autostima; Miglioramento della qualità della vita. Dopo un buon allenamento, infatti, è facilmente riscontrabile una diminuzione di ansia somatica correlata ad una riduzione della tensione neuromuscolare. Un esercizio di tipo aerobico produce uno stato di benessere psicologico. Praticare un’attività fisica permette l’attivazione di fenomeni plastici di alterazione neurotrasmettitoriale e ormonali a cui sono correlati i cambiamenti fisiologici.  Si riscontrano, cioè, aumenti di livelli di serotonina (neurotrasmettitore del buon umore), Beta endorfine che giocano un ruolo importante per il benessere psicologico (FUSS et al. 2015). Ananalamide che influenzano indirettamente i livelli di dopamina (neurotrasmettitore del piacere). Nel praticare una corretta attività fisica si registra nel sangue anche un miglioramento dei livelli di ossigeno, tutte queste componenti garantiscono al nostro corpo una pronta risposta alle esigenze che si presentano esternamente ossia la prontezza nel reagire a stimoli esterni ed attacchi al nostro sistema immunitario. In un’ottica bio.-psico sociale è importante mantenere un corretto stile di vita per mantenere al meglio il nostro sistema immunitario aggiungendo una costante attività fisica nonché un corretto regime alimentare. Attraverso questi passaggi si diminuiscono le possibilità di contrarre malattie cardiovascolari e metaboliche e quelle afferenti all’area psicologica.  Bibliografia L. Mandolesi Manuale di Psicologia generale dello sport. Ed. il Mulino 2017

LA PERDITA DEI GENITORI IN ADOLESCENZA

La morte di un genitore costituisce sempre un fattore di rischio ed un’interferenza nello sviluppo. Essa può essere considerata, a tutti gli effetti, un evento traumatico sebbene alcune situazioni lo siano più di altre. Come quei casi in cui l’adolescente perde entrambi i genitori e/o successivamente anche le figure alle quali era stato affidato, oppure come quei casi nei quali la morte avviene tragicamente (es. incidente stradale) oppure laddove il genitore superstite non riesce a fronteggiare la morte del coniuge e non fornisce, quindi, un adeguato sostegno al figlio. Al di là delle circostanze esterne, nel processo di elaborazione del lutto va considerato anche il peso delle fantasie inconsce peculiari dell’adolescenza. Cioè l’elaborazione del lutto al quale è chiamato l’adolescente nei confronti del proprio mondo infantile, al processo di separazione – individuazione, che deve affrontare per accedere all’età adulta, al rimaneggiamento dell’Edipo in vista della definitiva assunzione di un’identità sessuale. La perdita di un genitore in adolescenza si può inserire all’interno di un processo di crescita caratterizzato da angosce di separazione, senso di smarrimento e mancanza di integrazione del Sé. Il trauma determina un impasse evolutivo, in un momento in cui si rivela già difficile il superamento del conflitto tra bisogno di autonomia e bisogno di dipendenza, lasciando il ragazzo nello stato di oscillazione continua tra i due. Da una parte il ritorno a legami di dipendenza infantili può rappresentare l’unico segnale di speranza e d’attaccamento alla vita, dall’altro il ragazzo nega ogni legame di dipendenza, adeguandosi a comportamenti adultomorfi, schiacciando la dirompenza dei propri sentimenti e della propria vitalità, rappresentata anche dalla sessualità, perché non “merita” di sopravvivere alla morte del suo caro. Spesso la negazione dello scorrere del tempo rappresenta un tentativo di negare la morte, di allontanare il dolore e di prolungare in fantasia l’esistenza dell’oggetto assente. Affinché si compia l’elaborazione del lutto, il ragazzo deve riuscire a riconoscere il proprio sentimento ambivalente di odio/amore nei confronti dell’oggetto perduto, la delusione, la rabbia, ed il proprio senso di colpa per non essere riuscito a preservare la vita della persona amata. QUANDO “SEPARARSI” E’ DOPPIAMENTE DIFFICILE Il modello adolescenziale proposto da Anna Freud, successivamente ripreso da Blos e da Margareth Mahler enfatizza il bisogno evolutivo di prendere le distanze dai genitori all’interno del processo di separazione-individuazione. Questo processo costituisce il compito evolutivo della fase adolescenziale. Tale compito consiste nella capacità, da parte dell’adolescente di allontanarsi dalle immagini parentali interiorizzate, per investire gli oggetti esterni ed extrafamiliari ed acquisire una propria identità. Tale processo è lungo e complesso: comporta, infatti, la rielaborazione di conflittualità infantili di natura ambivalente non sempre risolte e che implicano l’accettazione, il riconoscimento di sentimenti e di spinte aggressive nei confronti dei propri genitori. Se da un lato, infatti, l’adolescente sente una spinta all’autonomia e alla differenziazione, dall’altro vive un forte conflitto che lo porta a non volersi separare dai genitori e dall’immagine di se stesso bambino protetto da questi ultimi. Questi oggetti buoni rappresentati dalle figure parentali, se da un lato però proteggono l’adolescente, dall’altro sono vissuti come oggetti inglobanti e limitanti.  Come Winnicott sottolinea, l’aggressività è necessaria per crescere, per separarsi dai genitori e per individualizzarsi. La risoluzione dei conflitti adolescenziali, infatti, equivarrebbe all’integrazione dei sentimenti di ambivalenza nei confronti della madre o comunque delle persone affettivamente importanti. Gli attacchi attuati, però, spesso fanno vivere sensi di colpa all’adolescente che caratterizzano proprio questa fase. Ma cosa succede se realmente i genitori muoiono in questa fase evolutiva? L’adolescente riesce a separarsi ed individuarsi proprio perché l’oggetto attaccato (genitori) sopravvive ai suoi attacchi. Ma se l’oggetto muore, cosa succede? I sensi di colpa potrebbero ricevere dalla realtà una potente conferma, suffragando l’idea che l’oggetto è stato realmente distrutto dalle fantasie ostili.