Essere genitori, essere madri: adottare la vita dell’altro.

di Assunta Sagliocco “Non conosciamo mai l’amore di un genitore finché non  diventiamo genitori noi stessi. “                                                                                                                (Henry Ward Beecher) La genitorialità è considerata nella teoria classica, come uno stadio di sviluppo nella vita di un adulto. In termini più attuali la genitorialità va intesa non tanto e non solo come una fase dello sviluppo che viene raggiunta sotto la spinta biologica e fantasmatica a procreare, ma come un processo trasformativo che evolve nel corso della vita e attraverso il quale viene sviluppata una costellazione di capacità affettive e psichiche. La domanda che sempre un genitore dovrebbe porsi è: cosa necessita la vita del figlio. Un bambino, nella sua condizione di figlio, è condizione stessa della vita umana: è al mondo grazie all’altro, bisognoso dell’amore dell’altro, non padrone delle proprie origini. Per i primi anni di vita, dipende esclusivamente da chi si prende cura di lui, da chi soddisfa i suoi bisogni fisici e psichici, ma non sempre queste funzioni sono svolte bene dai suoi genitori, solo perché sono loro, coloro che lo hanno generato. Lo saranno solo se avrà accanto a se‘dei genitori sensibili, capaci di sintonizzarsi sulle sue esigenze, offrendogli tutte le cure e l’affetto di cui avrà bisogno nel corso degli anni, riuscendo ad affrontare con luile diverse fasi della vita che si susseguiranno, con empatia e duttilità.E questo può accadere attraverso qualsiasi forma di genitorialità. Nel corso della vita, si incontrano molti padri e madri, cioè figure che simbolicamente svolgono queste funzioni, e allo stesso modo si possono avere più figli, in quanto essere genitori è prima di tutto far esperienza del prendersi cura, dell’accettazione dell’altro diverso da noi, ma che amiamo senza remore. Madre e padre, al di là delle rappresentazioni stereotipate, dunque, sono innanzitutto, due funzioni simboliche di cui la vita umana ha bisogno. L’amore materno è un sentimento e come tale, può esistere o non esistere, essere o non esserci, perdersi, non scontato. Dimora Pines afferma che :”può esistere gravidanza senza capacità di assumersi il ruolo di madre e maternità senza l’esperienza di gravidanza: donne non madri nel senso biologico ma capaci di amore materno e donne madri, incapaci di attitudine materna”.Fino ad un certo periodo, il senso materno era concepito come un istinto innato,radicato nella natura femminile, predisposizione biologica che attendeva solo il momento di manifestarsi. Secondo questa prospettiva, al fenomeno biologico e fisiologico della gravidanza, corrisponde un determinato comportamento materno che si manifesta per un tempo prolungato, comprensivo dell’allevamento e dell’educazione del bambino fino a quando non diviene adulto. Successivi studi, hanno consentito di sfatare molti luoghi comuni sulle donne, e in particolare sul senso materno come una qualità innata, presente in ogni donna. Oggi la maternità non coincide più dunque solo con l’esperienza effettiva della gestazione ma, grazie al potere della scienza, e grazie all’adozione, si è estesa ad altre possibili forme che come ci ricorda Massimo Recalcati, indicano una sua funzione essenziale: “la madre è il nome dell’Altro che non lascia che la vita cada nel vuoto, che la trattiene nelle proprie mani impedendole di precipitare, è il nome del nostro primo soccorritore”. E citando dal suo libro “Le mani della madre”, ci ricorda che per diventare madre non basta mettere a disposizione il proprio corpo, il proprio utero, ma è necessario un “si” radicale, un’apertura del proprio essere, un accoglimento senza riserve della vita attesa, senza il quale la vita non trova ospitalità. Come afferma [Ansermet; 2004]: “ogni figlio è un figlio adottivo”, nel senso che deve essere adottato da un desiderio e il legame di filiazione deve essere costruito e inventato indipendentemente da un riscontro biologico e storico. Ed è questo ciò che rende una madre “sufficientemente buona”, come direbbe Winnicott. Inoltre, con l’esperienza clinica è stato possibile notare come in situazioni favorevoli, dove la nascita non è conseguenza diretta di un bisogno o di un progetto, ma dove il figlio viene amato per il fatto stesso di essere al mondo, vi può essere una maggiore spinta alla crescita anche per i genitori, che sono più centrati sul legame di coppia, possono elaborare traumi e conflitti passati, focalizzandosi anche sull’ambiente sociale. Potremmo dunque dire che l’eredità che un genitore deve lasciare a un proprio figlio, deve andare oltre la trasmissione genetica, deve essere presente nell’inseguimento del desiderio di realizzare se stesso. La verità è che legami che durano nel tempo si fondano sull’incomprensibilità. Bisognerebbe amare un figlio, non perché ci assomiglia, ma proprio perché è diverso da noi. Probabilmente il più grande regalo che gli possiamo fare è desiderarlo, desiderare il suo arrivo. E Lacan, ci ricorda che amare è dare all’Altro quello che non si ha. Dopotutto è vero che la vita del figlio proviene dall’altro, ma deve realizzarsi come vita propria.

Essere felici dopo eventi stressanti: si può?

Essere felici: ogni genitore lo vorrebbe per i suoi figli! Ma cosa si può fare quando si presentano eventi negativi nel corso della vita? Il Covid- 19, una pandemia è soltanto l’ultimo ed estremo esempio di fattore stressante che può, ad un certo punto, presentarsi nel corso della vita. Ci sono poi le malattie, le separazioni, i lutti, i litigi e tutta la gamma di emozioni “negative” che, diciamoci la verità, non ci piacciono proprio! È cosi! Tutti vorremmo sempre essere felici e vorremmo soprattutto che i nostri bambini lo fossero! Ma questo, secondo voi, può essere reale? Purtroppo no. Come faremmo a sapere che una cosa ci dà gioia se non abbiamo mai provato sofferenza? “Quando siete felici, guardate nel fondo del vostro cuore e scoprirete che è proprio ciò che vi ha dato dolore a darvi gioia” – Khalil Gibran Possiamo aiutare i nostri bambini a fare spazio anche ai momenti negativi, trasmettendogli valori e semplici abitudini nella vita quotidiana. In che modo? lasciamo che provi qualsiasi emozione e mostriamoci empatici. Imparerà che non tutte le cose vanno come vorremmo, ma la nostra presenza sarà importante! aiutiamolo a dirigere l’attenzione alle cose che si hanno. Spesso siamo portati a guardare ciò che non abbiamo e questo contribuisce all’infelicità! Un’abitudine da creare con i bambini potrebbe essere quella di farci raccontare una, due o tre cose belle della giornata. aiutiamolo a trovare delle attività che lo gratifichino e che il bambino ami fare! In questi momenti è molto importante notare la gratificazione del bambino e comunicarglielo. In questo modo è probabile che replicherà in futuro quella stessa attività piacevole. valorizziamo sempre i progressi del bambino e le intenzioni, più che il risultato finale! “La felicità non è qualcosa di già pronto. Proviene dalle nostre azioni” – Dalai Lama Non è in nostro potere fare in modo che i bambini evitino sofferenze nel corso della loro vita, ma sicuramente possiamo insegnargli ad utilizzare gli strumenti più adeguati per fronteggiarle in un modo utile!

ESSERE ATLETI AL TEMPO DEL COVID. Noi siamo l’esempio

di Luca De Rose Colgo sempre volentieri l’occasione per parlare di psicologia e naturalmente di sport. Dopo queste lunghe ed interminabili giornate, dopo che la notte sembrava più scura, ed il sole non sorgere più, ora è giusto ripartire e rialzarsi, ed è giusto che sia proprio lo sport ad iniziare. Si perché vedete lo sport è l’essenza stessa del movimento, ed il movimento è la vita, il cambiamento costante che ti permette di adattarti e di continuare. Di questo lo sport ne ha fatto un arte, ed il mondo dello sport e tutti gli addetti ai lavori, sanno bene che per quanto questo mondo possa essere maltrattato e dimenticato, costituirà sempre un fondamentale punto di formazione e crescita per tutti, non solo per i più piccoli. Anche noi però in questo ultimo anno ci siamo dovuti fermare, ci siamo dovuti “arrendere” (temporaneamente è ovvio) ad un nemico più forte di noi. Diciamo che abbiamo ripreso fiato, che tra l’altro nello sport è consentito dal regolamento, per essere pronti a rialzarci e ripartire. Il covid 19 è però un avversario tosto, ha spazzato via tanti sogni, tanti progetti, tante vite. Ricordandoci che nessuno e niente può colpire duro come fa la vita. Ma nonostante questo nelle arti marziali abbiamo un detto : “che magnifica occasione andare al tappeto cosi che il mio avversario possa vedere con quanta forza mi rialzo”. Come psicologo dello sport e psicoterapeuta alla fine della battaglia io traccio il bilancio, anche se so bene che la battaglia non è mai finita, ma ormai ci siamo abituati ad affrontare questo avversario, ed ogni giorno che passa diventiamo sempre più forti di lui, più veloci, conosciamo le sue mosse, per questo io so in cuor mio che alla fine vinceremo noi, perché abbiamo fede, coraggio ed entusiasmo. Bisogna innanzitutto dire che come sempre dietro l’atleta c’è la persona, in questo caso parliamo di giovani, ragazze e ragazzi di 19-20-25 massimo 30 anni, questo perché la carriera di atleta professionista, con rare eccezioni, non consente di andare molto oltre con l’età, per l’usura sia fisica che mentale. Questi ragazzi avevano fondamentalmente 3 cose nella loro vita, che riempivano le loro giornate, la scuola o l’università, gli amici quindi il sociale e lo sport. La vita da atleta non permette molti vizi o molte distrazioni, ne tanta socialità. Diciamo che l’aspetto sociale e commisurato al grado di importanza dell’ atleta. Più l’atleta diventa forte e importante, meno tempo ha da dedicare alla vita sociale, i suoi ritmi cambiano e i sacrifici aumentano. Detto questo la pandemia ha letteralmente stravolto la vita delle atlete, sia quelle di interesse nazionale e olimpioniche sia quella di un agonista che si allena 3 o 4 volte a settimana nel circolo del suo quartiere. Questi ragazzi e ragazze si sono viste portare via di fatto la loro vita, la loro routine, le loro sicurezze, la loro identificazione. Abbiamo avuto quindi un serio problema di ruolo dell’ atleta. Spesso infatti ciò che fai ti identifica, ti da un ruolo, se togli ad una persona il suo lavoro e se nel nostro caso quel lavoro abbraccia la maggior parte della giornata e della vita, come puoi chiedere alle persone di mantenere la calma, sapendo che hanno perso un importante punto di riferimento? Anche per noi tecnici, per noi coach, la partita non è stata facile. Ci siamo trovati davanti un altro problema, la programmazione. Abbiamo dovuto imparare a programmare sull’ impensabile, che è molto difficile. Abbiamo dovuto imparare ad aspettarci, ciò che non potrà mai accadere. Prima di Marzo 2020 nessuno avrebbe mai potuto immaginare una cosa del genere, fino ad allora molti di noi una notizia del genere l’avevano letta solo nelle clausole assicurative o dei contratti degli sponsor, dove trovi scritto in caso di forza maggiore o di calamità naturale, di pandemia o morte…beh è esattamente quello che è successo. Mi servirò di una teoria di psicologia clinica per spiegarmi meglio. Se ti chiedessi di immaginare una strada asfaltata, con ai lati un bosco e alberi e poi ti chiedessi di inserirci una macchina, tu dove la inseriresti ? Non certo nel bosco, ma sulla strada. Ciò avviene perché la nostra mente è appunto programmata e predisposta a lavorare in un certo modo, cambiare questa programmazione non è facile. Ma è quello che è successo. Cambiare la mente dell’ atleta ed aiutare i tecnici a vedere la soluzione anche quando sembra non esserci è parte del mio lavoro, ma devo dirvi che è stato molto difficile anche per me, ma alla fine è bastato guardarci negli occhi e capire che quando le difficoltà aumentano, quando è richiesto un sacrificio al di la del pensabile e del possibile, noi come una famiglia abbiamo fatto quadrato. Voglio essere ben chiaro, non lo abbiamo fatto per le istituzioni, ne tanto meno per la poltrona di qualche carica dirigenziale del CONI, lo abbiamo fatto perché potevamo, perché dovevamo e perché volevamo. Lo abbiamo fatto per le atlete ed i tecnici che ci stavano accanto, lo abbiamo fatto per quelli atleti che ci siamo cresciuti sin da piccoli e dei quali ci sentiamo responsabili, lo abbiamo fatto perché quando le cose non vanno, chi ha la possibilità di agire ha il dovere morale di agire. Non è forse (anche) questo essere atleta, dare l’esempio, essere un simbolo per i giovani, incarnare il concetto di lotta e sacrificio per perseguire un obiettivo e dimostrare che nonostante tutto e tutti…noi siamo più forti. Ho quindi imposto a tutte le atlete e gli atleti un meccanismo di sfida, ogni atleta  ha dentro di se un meccanismo quasi automatico di competitività, che poi rimane anche per chi è stato atleta a certi livelli. Se sai trovare i tasti giusti per innescare questo meccanismo, puoi chiedere all’ atleta una scelta, TU CHI VUOI ESSERE? Vuoi essere l’esempio ? vuoi fare la differenza? O vuoi essere come gli altri ? arrenderti alla prima difficoltà ? Lo abbiamo sempre detto, abbiamo sempre detto che noi atleti

Essere Adolescenti Durante Una Pandemia: bisogni e valori

Saper distinguere i bisogni degli adolescenti dai loro valori  può essere di supporto nel processo di esplorazione tipico dell’adolescenza L’adolescenza è di per sé la fase dell’esplorazione e della vitalità e la pandemia attuale sembra aver ostacolato i processi che dovrebbero dispiegarsi in modo naturale nell’arco di vita. Il termine adolescente deriva dalla parola latina adolescens (participio presente di adolescere) che vuol dire “che si sta nutrendo”. Se si guardano gli adolescenti in quest’ottica, è inevitabile pensare che i bisogni e i valori siano differenti rispetto a quelli degli adulti. In un periodo storico come quello che stiamo vivendo, cosa può fare un genitore o un adulto educante? Può creare le condizioni contestuali necessarie al soddisfacimento dei bisogni dell’adolescente, aiutandolo a selezionare i comportamenti che partono da valori e non da impulsi momentanei. Per tutti coloro che si sono ritrovati a vivere la propria adolescenza durante la pandemia, creando pensieri su tutto ciò che sentono di aver perso a causa del Covid-19, diventa fondamentale porre attenzione sulle cose che si sono scoperte importanti, sul tipo di persona che si vuole essere e su ciò che può essere fatto in questa direzione, nel momento presente. E ancora di più, è in questa fase evolutiva che inizia a definirsi l’autostima. E la stima di sé può svilupparsi attraverso i valori a  cui si fa riferimento e non per gli obiettivi che, a causa della pandemia, diventa difficile raggiungere. È la creatività, è il coraggio, è la persistenza che orienta il proprio comportamento, anche e soprattutto nei momenti più difficili. E l’adulto ha il compito di essere presente, di supportare l’adolescente nella sua fase di scoperta, di comprendere i suoi bisogni, di essere un modello positivo.

Essere adolescenti durante una pandemia: Bisogni e Valori

di Federica Luongo da Psicologinews Scientific Nell’articolo si prende in considerazione cosa vuol dire essere adolescente durante una pandemia. Il genitore o qualsiasi adulto educante che comprende la differenza tra bisogni e valori e supporta l’esplorazione tipica dell’adolescenza nella direzione delle cose importanti, potrebbe riuscire a modificare la prospettiva da “ciò che si sta perdendo” con il Covid-19 a “ciò che si potrebbe guadagnare”. Durante la fase di emergenza sanitaria causata dal Covid-19 si è parlato più volte delle difficoltà incontrate dagli adulti, ma poco si è discusso di quelle vissute dagli adolescenti. I pensieri più frequenti riguardano la mancanza di relazioni, la didattica a distanza, le esperienze negate, il tempo trascorso chiusi in casa davanti a strumenti elettronici. L’adolescenza è di per sé la fase dell’esplorazione, della vitalità, della scoperta, dell’evoluzione e tuttavia, la pandemia attuale, sembra aver ostacolato tutti questi processi che dovrebbero dispiegarsi in modo naturale nell’arco di vita. E le difficoltà aumentano se si pensa che, chi dovrebbe essere di supporto per gli adolescenti, fa a sua volta fatica vivendo con sconforto, incertezza e paura la propria esistenza. Diventa importante innanzitutto scollegare ciò che potrebbe essere di aiuto agli adulti da ciò che può servire agli adolescenti. È come se si cercasse di comprendere in che modo si può far crescere un seme, facendo riferimento ad alberi già maturi. Tutto ciò non consente di osservare e prendere in considerazione le condizioni necessarie ad una crescita positiva. Il termine adolescente deriva dalla parola latina adolescens (participio presente di adolescere) che vuol dire “che si sta nutrendo”. Se si guardano gli adolescenti in quest’ottica, è inevitabile pensare che i bisogni e i valori siano differenti rispetto a quelli degli adulti. Gli adolescenti si trovano in una fase di scoperta anche dei propri pensieri e sentimenti, per cui esiste il bisogno di provare nuovi comportamenti e scoprire quali possano essere i propri valori. Troppo spesso la mente degli adulti produce giudizi, critiche, formula etichette senza tentare di comprendere realmente i bisogni che si nascondono dietro ai comportamenti degli adolescenti. Ma qual è la differenza tra bisogni e valori? I bisogni implicano l’ottenimento di qualcosa e richiedono determinate condizioni affinché vengano soddisfatti. Maslow, psicologo statunitense, li colloca su una scala a cinque livelli: fisiologici, di sicurezza e protezione, di affetto e appartenenza, di riconoscimento sociale, di autorealizzazione. I valori, d’altra parte, possono essere sempre messi in atto senza condizioni. Sono qualità che muovono i comportamenti verso obiettivi significativi. Immaginiamo, ad esempio, di essere dinanzi ad una strada, è una strada piena di deviazioni e ostacoli. L’adolescente per capire quale sentiero imboccare, avrà bisogno di esplorare quelle strade, ma per non perdersi sarà necessario seguire delle indicazioni. Queste indicazioni sono i valori che verranno appresi, riconosciuti, durante l’esplorazione. L’adulto ha il compito di camminare affianco a lui inizialmente per aiutarlo a notare queste indicazioni, per dargli l’esempio di come camminare, per supportarlo nella scelta di dove andare, nonostante la presenza di ostacoli. Facciamo un esempio pratico. In adolescenza i bisogni più comuni possono essere: autonomia, interdipendenza, gioco. Si ha dunque bisogno di sperimentare molte cose nuove e ciò comporta correre dei rischi, testare i limiti posti dagli adulti. Alcuni valori invece potrebbero essere il coraggio, la creatività, la curiosità, la persistenza. In un periodo storico come quello che stiamo vivendo, cosa può fare un genitore o un adulto educante? Può creare le condizioni contestuali necessarie al soddisfacimento dei bisogni dell’adolescente, aiutandolo a selezionare i comportamenti che partono da valori e non da impulsi momentanei. Cosa vuol dire? Prendiamo il caso di Marco. Un ragazzino che, durante il primo lockdown, ha iniziato a manifestare rabbia verso i genitori. Marco ha bisogno ogni tanto di isolarsi dalla famiglia, di stare con gli amici, di avere il suo spazio. Con creatività (questo è un valore), Marco ha definito con i genitori un planning (piano di lavoro) per svolgere delle attività in casa con essi e soddisfare, nello stesso tempo, il suo bisogno di autonomia. Per tutti coloro che si sono ritrovati a vivere una fase della propria adolescenza durante la pandemia, e che hanno sviluppato pensieri su tutto ciò che sentono di aver perso a causa del Covid-19, diventa fondamentale porre attenzione sulle cose che si sono scoperte importanti, riflettere sul tipo di persona che si vuole essere e su ciò che può essere fatto per andare nella direzione individuata, giorno dopo giorno, momento dopo momento. E ancora di più, è in questa fase evolutiva che inizia a definirsi l’autostima. E la stima di sé può svilupparsi proprio attraverso i valori a cui si fa riferimento e non per gli obiettivi che, a causa della pandemia, diventa difficile raggiungere. È la creatività, è il coraggio, è la persistenza, è la volontà che orienta il proprio comportamento, anche e soprattutto nei momenti più difficili. E l’adulto ha il compito di essere presente, di supportare l’adolescente nella sua fase di scoperta, di comprenderne i bisogni, di essere un modello positivo. Jorge Luis Borges ha scritto: “(…) Imparerai che le circostanze e l’ambiente influenzano ma noi siamo gli unici responsabili di quel che facciamo ed imparerai che non devi per forza confrontarti con gli altri ma col tuo meglio. Scoprirai che si perde tanto tempo per arrivare ad essere ciò che vuoi essere e che il tempo è breve. Imparerai che non è importante dove sei arrivato bensì dove stai andando, qualsiasi luogo esso sia. Imparerai che se non avrai il controllo della tua vita altri lo avranno e che essere flessibile non significa essere debole o non avere una personalità, perché non importa quanto delicata o fragile sia una situazione: esistono sempre due strade. (…) imparerai che i tuoi genitori fanno parte di te, più di quello che pensi. (…)”. Bibliografia Anchisi, R., Mia Gambotto, D. (2017). Il colloquio clinico. Hogrefe: Firenze Hayes, L.L., Ciarrochi, J. (2017). Adolescenti in crescita. L’ACT per aiutare i giovani a gestire le emozioni, raggiungere obiettivi, costruire relazioni sociali. FrancoAngeli: Milano. Rosenberg, M.B. (2003). Le parole sono finestre (oppure muri).

ESPERIMENTO DI STANDFORD

esperimento di standford

L’esperimento di Standford è stato condotto nel 1917 da Zimbardo con lo scopo di studiare gli effetti della detenzione sui carcerati e sulle guardie. Tale esperimento nasce anche con il tentativo di spiegare cosa spinge le persone a essere cattive e a fare del male.  Zimbardo decide così di pubblicare su un giornale locale un’inserzione dove si richiedevano volontari per uno studio sulle conseguenze psicologiche della vita carceraria, che sarebbe durato 15 giorni a 15 dollari l’ora. Tutte le persone che hanno risposto a questo annuncio sono state sottoposte a test di personalità. Sono stati poi scelti 24 studenti di sesso maschile, che non presentavano problemi psicologici, disabilità fisiche e che non avevano passate storie di reclusione. Essi non si conoscevano tra di loro; 18 volontari sono stati coinvolti nell’esperimento, i restanti 6 soggetti selezionati sono rimasti a disposizione nel caso in cui si fosse resa necessaria la loro presenza.  Il 14 Agosto viene messo in scena un vero e proprio arresto di massa per le strade della città. I genitori dei volontari non sapevano che fosse un finto arresto, ma pensavano che fosse tutto vero.  I volontari vengono così portati nella prigione, creata nello scantinato dell’università grazie all’aiuto di un ex detenuto. Essa era composta da celle per reclusi, una cella di isolamento, lo spazio comune e il locale per le guardie. Ogni cella aveva il numero di identificazione. Ogni detenuto possedeva una branda con materasso, una coperta e un cuscino. Non c’erano finestre e orologi per impedire di percepire il trascorrere del tempo. Un impianto di citofoni permetteva ai ricercatori di ascoltare quanto veniva detto nelle celle e di dare eventuali comunicazioni. Nella prigione è stato creato anche un foro nel muro che permetteva di riprendere e videoregistrare ciò che accadeva tra guardie e prigionieri. Zimbardo pochi giorni prima dell’esperimento organizza un incontro tra i volontari e un ex detenuto, il quale spiega loro la vita carceraria. Essi vengono poi assegnati casualmente con il lancio di una monetina ai ruoli di detenuto/guardia (9 ragazzi detenuti e 9 ragazzi guardie). Sono state poi scelte delle regole circa l’abbigliamento e il tipo di azioni consentite. I detenuti avevano una calza di nylon in testa per essere tutti uguali e per non dover tagliare i capelli. Non potevano chiamarsi per nome, ma solo con un numero identificativo scritto sul camice che indossavano. Non potevano indossare biancheria intima, avevano una catena intorno alla caviglia e sandali di gomma ai piedi. Le guardie, invece, indossavano un’unica divisa, occhiali a specchio per non avere contatto visivo e avevano un fischietto e uno sfollagente. I detenuti sarebbero dovuti rimanere h24 per 15 giorni nella prigione. Le guardie, invece, erano presenti a terzetti per turni di 8 ore al giorno, al di fuori dei quali tornavano alla loro vita normale. L’esperimento di Standford è durato solo 6 giorni.  Già dal primo giorno, inizia a sentirsi una certa autorità da parte delle guardie.  Ad esempio, alle 2.30 di notte del primo giorno c’è stata la prima chiamata dove i detenuti dovevano dire il proprio numero di identificazione. Chi non lo avesse detto in maniera scattante, sarebbe stato punito con qualche sberla. Nella seconda giornata, invece, c’è stata una rivolta scherzosa da parte dei detenuti, ma le guardie li puniscono con il manganello. Le guardie iniziano a dividere i detenuti in buoni e cattivi, concedendo solo ai primi di cibarsi di fronte ai secondi, che potevano solo guardare. Come mai si sono comportati così? L’esperimento di Standford mostra il fatto che questi ragazzi non sono cattivi di per sé, ma si sono create delle situazioni che li hanno resi tale.  Il “Chi siamo” viene modificato dal “Dove siamo”.  Da qui si evince, il grande potere della situazione e del ruolo. Quando assumiamo un ruolo che non abbiamo mai fatto, lo ricostruiamo sulla base delle conoscenze che abbiamo su di esso.  Le guardie, infatti, si riconoscono in una posizione con uno status sociale più elevato. Condividono un’identità sociale positiva in quanto riconoscono i compagni come veri detenuti. Iniziano a pensare di essere loro quelli buoni e non gli altri a tal punto che pensano che il sorteggio sia stato truccato.  I detenuti, al contrario, avevano perso la loro identità dimenticandosi chi fossero. Per questo motivo si sono convinti che se si trovassero in prigione, una ragione ci sarebbe stata. Essi sviluppano l’impotenza appresa poiché ritengono di non avere nessun potere per cambiare la loro situazione.  Zimbardo ritiene, quindi, che la causa della trasformazione delle persone da buone a cattive sia il sistema in cui si trovano e la loro relazione con il potere.  Grazie all’esperimento di Standford, Zimbardo mostra l’importanza dell’ambiente nel determinare le condotte individuali, sottolineando come l’aggressività non debba essere esclusivamente legata a fattori interni all’individuo. Ciò non significa eliminare le responsabilità alle persone in quanto sono comunque libere di scegliere quali comportamenti mettere in atto. BIBLIOGRAFIA Zimbardo, P. (2007). L’effetto Lucifero. Cattivi si diventa? Milano: Raffaello Cortina Editore.

ESPERIENZE DI ACQUISTO MEMORABILI

L’atto di acquistare va ben oltre la semplice transazione. Le esperienze di acquisto coinvolgono le nostre emozioni, i nostri ricordi e la nostra identità.  Per le aziende, creare esperienze di acquisto memorabili significa non solo incrementare le vendite, ma anche costruire relazioni durature con i clienti e rafforzare il brand. La psicologia del consumatore ci insegna che le nostre decisioni d’acquisto sono influenzate da una moltitudine di fattori, sia razionali che emotivi. Il bisogno di appartenenza: desideriamo sentirci parte di un gruppo e i prodotti che acquistiamo possono aiutarci a identificarci con una determinata tribù. La ricerca del piacere: siamo attratti da esperienze che ci procurano sensazioni positive, come il gusto, il comfort o la novità. La riduzione dell’ansia: spesso acquistiamo per alleviare lo stress o per colmare un vuoto emotivo. L’auto-espressione: attraverso i nostri acquisti, comunichiamo agli altri chi siamo e quali sono i nostri valori Per creare esperienze di acquisto memorabili, è fondamentale tenere conto di questi aspetti psicologici e agire su diversi livelli. PERSONALIZZAZIONE: ogni cliente è unico e desidera sentirsi speciale. Offrire prodotti e servizi personalizzati, basati sulle preferenze individuali, è un modo efficace per creare un legame emotivo. Ad esempio, consigli di stile personalizzati in un negozio di abbigliamento, playlist personalizzate su Spotify, prodotti cosmetici su misura. NARRAZIONE: raccontare una storia intorno al prodotto o al marchio rende l’esperienza di acquisto più coinvolgente e memorabile. Le persone tendono a ricordare le storie più delle semplici informazioni. EMOZIONI: stimolare le emozioni positive è fondamentale per creare un’esperienza memorabile. L’uso di colori, musiche, profumi e immagini suggestive può contribuire a creare un’atmosfera piacevole e coinvolgente. Ad esempio l’illuminazione soffusa e la musica rilassante in un negozio di profumi, l’utilizzo di colori vivaci e allegri per i prodotti per bambini. INTERAZIONE: coinvolgere attivamente il cliente nell’esperienza di acquisto è un altro elemento chiave. Ad esempio, si possono organizzare eventi, workshop o creare community online. SORPRESA: elementi di sorpresa possono rendere l’esperienza più divertente e indimenticabile. Un piccolo regalo inaspettato, un packaging creativo o un servizio clienti eccezionale possono fare la differenza. SIGNIFICATO: collegare il prodotto o il servizio a un valore più profondo può rendere l’acquisto più significativo per il cliente. Ad esempio, un’azienda di abbigliamento sostenibile può sottolineare l’impatto positivo sulla comunità e sull’ambiente. Oppure ancora, un’azienda di caffè che sostiene i coltivatori locali, un marchio di cosmetici che utilizza ingredienti naturali e cruelty-free. In conclusione, creare esperienze di acquisto memorabili è un investimento a lungo termine che può portare a una maggiore fidelizzazione dei clienti e a un aumento del valore del brand. Comprendendo i bisogni psicologici dei consumatori e agendo in modo creativo e innovativo, le aziende possono trasformare un semplice acquisto in un’esperienza indimenticabile.

ESPERIENZA DI FLOW NELLE ORGANIZZAZIONI

Numerosi ricercatori hanno cercato di studiare il fenomeno delle esperienze trasformative da un punto di vista concettuale. Un’esperienza è trasformativa se non si limita ad aggiungere nuova conoscenza, ma se fornisce nuove lenti e prospettive attraverso cui guardare la realtà. Nel campo psicologico l’esperienza di flow è un esempio di queste. Il flow è un’esperienza ottimale, caratterizzata da un totale assorbimento nell’attività svolta. Si ha la percezione che l’attività si stia svolgendo da sola, c’è una fusione tra azione e consapevolezza e si perde la concezione spazio-temporale.  È caratterizzato da una spiccata motivazione intrinseca. Questo significa che si svolge un’attività non perché ci si aspetta una ricompensa, ma perché è associata a un’esperienza sufficientemente gratificante da giustificare l’attività stessa.  Tra gli aspetti principali c’è sicuramente il bilanciamento tra le sfide percepite e le risorse che possediamo per affrontarle. Per le forti emozioni positive provate, le persone tendono a ripetere l’esperienza di flow. Questo porta ad acquisire sempre più competenze ed abilità, che devono essere contro-bilanciate da un livello di sfida percepita molto alto altrimenti si cade in uno stato di noia e apatia.  Il flow, quindi, diventa un motore di sviluppo e benessere personale e per questo motivo è importante aiutare le persone a riconoscere tali esperienze.  Non esiste solamente il flow individuale, ma anche quello di gruppo chiamato networked flow. Da qui dovrebbe nascere l’interesse delle aziende in quanto creare opportunità di flow può portare a grandi risultati organizzativi sia in termini di performance sia di benessere dei dipendenti. Tra le caratteristiche principali del flow di gruppo c’è la creazione di un group mind, cioè una sintonia di pensiero e di azione tra i diversi membri del team. Inoltre, le persone sperimentano uno stato emotivo simile e positivo e sentono di avere la possibilità di contribuire all’attività stessa.  La situazione che viene a crearsi è come se fosse un’orchestra senza direttore perché viene a costituirsi spontaneamente ed è connotata da un’auto-organizzazione implicita. Vediamo nella pratica cosa bisognerebbe fare: creare un obiettivo comune sufficientemente aperto da consentire l’esplorazione di nuove soluzioni promuovere ascolto reciproco tra i membri dell’organizzazione facilitare la concentrazione in modo tale che tutte le attività esterne al compito sono escluse dall’attenzione e il gruppo possa focalizzarsi totalmente su di questo promuovere un controllo flessibile, in modo tale che i membri del gruppo percepiscano un senso di autonomia e competenza  creare un’intenzione collettiva dove quelle individuali si sintonizzano con quelle degli altri membri promuovere una partecipazione equa, dove tutti percepiscono di avere le stesse opportunità di esprimersi e agire diffondere una conoscenza tacita condivisa, cioè generata dall’esperienza di collaborazione e non contenuta in testi o manuali facilitare una comunicazione costante dove i membri si scambiano feedback continui attraverso le conversazioni informali incentivare i membri ad avere uno sguardo in avanti per essere sempre pronto a sviluppare competenze in risposta alle sfide ambientali  facilitare un’accettazione del rischio in modo tale da consentire un margine di errore senza soffocare gli spazi creativi Noi psicologi possiamo aiutare le aziende a facilitare l’esperienza di flow di gruppo. In questo modo si crea un incremento della motivazione e del benessere delle persone, che si traduce anche in grandi risultati aziendali. BIBLIOGRAFIA Riva, G., & Gaggioli, A. (2019). Realtà virtuali. Gli aspetti psicologici delle tecnologie simulative e il loro impatto sull’esperienza umana. Giunti Psychometrics Riva, G., Gaggioli, A., Milani, L., & Mazzoni, E. (2012). Networked Flow: esperienza ottimale e creatività di gruppo.

Esitazione: perché, ehm, è sempre, uhm, presente nei nostri discorsi?

Il ruolo dell’esitazione nella comunicazione orale: la portata delle pause e degli inciampi mentre parliamo. Pensate all’ultima pausa che avete fatto parlando. Trovata? È facile. Si presentano due o tre volte al minuto nel linguaggio naturale, circa sei volte ogni cento parole. È la frequenza media degli ehm, uhm, eh, le cosiddette pause piene, che popolano le nostre conversazioni. Per molto tempo ignorate, o classificate come semplici “disfluenze” dai linguisti e dagli psicologi, queste componenti del discorso conoscono ora una nuova fase di studio e considerazione scientifica. In quasi tutte le lingue, inclusa la lingua dei segni, esistono versioni di queste pause, che svolgono una o più funzioni. Quando leggiamo, comprendiamo il significato di una parola attraverso il contesto. Ma quando parliamo, ci sono livelli più complessi che aggiungono significato: il tono della nostra voce, la relazione tra chi parla e chi ascolta, le aspettative su dove una conversazione può portare. È lì che le pause piene entrano in campo: sia per aiutare l’oratore, sia per facilitare l’interlocutore. Ad esempio, se una pausa di silenzio può essere interpretata come un segno per l’altro che è lecito intervenire, una pausa piena può segnalare che non abbiamo ancora finito di parlare. Ci permette di prendere un breve tempo per scegliere la parola opportuna o per riordinare il pensiero. Gli scienziati hanno rilevato che queste pause si posizionano più spesso davanti alle parole a bassa frequenza, cioè quei termini che nel linguaggio comune utilizziamo più raramente. Se non abitiamo nei paesi del nord, un esempio di parola a bassa frequenza può essere “banchisa”, mentre una parola ad alta frequenza è universalmente “casa”. Nella costante operazione di adattamento tra chi parla e chi ascolta, una pausa piena fa sapere all’ascoltatore che una parola importante è in arrivo: la probabilità di ricordarla aumenta se la parola è pronunciata dopo un’esitazione. I fenomeni di esitazione non sono le uniche parti del discorso che aggiungono significato durante il dialogo. Parole e frasi come “sai”, “vedi”, “pensa che”, “voglio dire”, funzionano come indicatori del discorso e aiutano l’ascoltatore a seguire il nostro processo di pensiero, a interpretarlo e a prevedere ciò che diremo. Come dei cartelli stradali di conversazione, sono utili non solo per comprendere il linguaggio: aiutano anche a impararlo. Diversi studi hanno dimostrato che le pause piene inducono i bambini ad aspettarsi parole nuove, come se li avvisassero che devono prestare più attenzione. In questo modo, li aiutano a collegare nuove parole a nuovi oggetti. Da adulti, continueranno a usare queste pause nella conversazione: perché, contrariamente a quanto si crede, l’uso di pause piene non diminuisce con la padronanza di una lingua. Vale anche nel caso in cui si impara una seconda lingua. E forse in futuro scopriremo che queste modalità sostengono sia la relazione sia l’apprendimento e vengono conservate per questo, di generazione in generazione, nel nostro linguaggio.  La prossima volta che un “ehm” si infilerà in un vostro discorso, invece di spazientirvi, pensate alla sua utilità e alla potenza relazionale di una piccola esitazione. E sorridete.

Esercizio fisico: cosa ci spinge a fare sport e ginnastica?

Da qualche anno si parla sempre di più di microbiota e di microbioma,  e del ruolo che giocano nella nostra esistenza, anche emotiva: un articolo pubblicato su Nature lo scorso dicembre indaga proprio la relazione microbioma – cervello nella predisposizione all’attività fisica, come sappiamo preziosissima sia per la salute fisica che per quella psichica. Ma prima di riassumere quanto scoperto dai ricercatori, vale la pena di chiarire alcuni concetti: il microbiota intestinale è l’insieme di migliaia di miliardi di batteri, appartenenti a milioni di specie di microrganismi diversi, tra cui batteri, funghi, protozoi e virus. Ognuno di noi dispone di un microbiota con caratteristiche uniche, che si sviluppa dalla nostra nascita in poi: le abitudini alimentari e l’ambiente in cui viviamo determinano la sua composizione, diversa da individuo a individuo, la cui alterazione influisce anche sul nostro benessere psichico. Il patrimonio genetico contenuto nel microbiota viene definito con il termine “microbioma”. I ricercatori hanno indagato i meccanismi che regolano la motivazione di una persona a impegnarsi nell’attività fisica: centrale è il piacere motivante che deriva dall’attività fisica prolungata e connesso ai cambiamenti neurochimici indotti dall’esercizio nel cervello. Nell’articolo gli studiosi riportano la scoperta di una connessione intestino-cervello che potenzia l’attività fisica attraverso il rilascio di dopamina durante l’esercizio sportivo. Secondo gli studiosi, le differenze individuali nel microbioma avrebbero un effetto diretto sulla predisposizione di ognuno di noi ad impegnarci in un’attività fisica, che sia agonistica, sportiva o ricreativa: le molecole che stimolano la trasmissione di segnali dall’intestino al cervello sarebbero in grado proprio di aumentare la motivazione per l’esercizio, che a sua volta ha effetto sulla produzione di endocannabinoidi e agisce sull’umore in senso positivo. Gli ultimi anni di ricerca mettono in luce con sempre maggiore evidenza la connessione intestino-cervello. Il periodo post-natalizio è un momento di intensa ricerca di porre rimedio a giorni di eccessi, di cibo, alcol, dolci e cioccolato. Gennaio per molti è il momento delle risoluzioni, dei buoni propositi, di iscrizioni impulsive a palestre e di inizio di diete depuranti, dimagranti, riattivanti, ringiovanenti e quant’altro: il tutto destinato spesso a fallire in tempi ultrabrevi, una volta tornati alla routine quotidiana. Chissà che gli eccessi delle feste, con i rituali di cibo condiviso e consumato in quantità maggiori, non contribuiscano anche ad una funzione di induzione di ritorno all’equilibrio della flora intestinale, in un grande esercizio collettivo di sforzo verso il ristabilimento delle funzioni attraverso un’alterazione che va compensata. La natura e la cultura si aiuterebbero così in un compito importante: mantenere al meglio la nostra salute psico-fisica, con le varie disfunzioni di percorso e le differenze individuali che rendono così complessa e affascinante la nostra vita emotiva. Le neuroscienze hanno ancora infiniti universi da indagare. Riferimento articolo: Dohnalová, L., Lundgren, P., Carty, J.R.E. et al. A microbiome-dependent gut–brain pathway regulates motivation for exercise. Nature 612, 739–747 (2022).