F.O.M.O Fear of missing out: “Paura di essere tagliati fuori”

F.O.M.O significa letteralmente essere tagliati fuori e nasce dall’uso eccessivo di tecnologia e social network da parte degli adolescenti.  E’ una condizione patologica che si alimenta quando non si riescono a tenere sotto controllo tutte le attività dei propri contatti online, oppure quando sul proprio profilo non si visualizzano gli aggiornamenti e i “like” sperati.  È, dunque, una vera è propria ansia sociale nutrita dalla paura di perdere gli aggiornamenti social e dall’invidia per le esperienze belle e gratificanti altrui. Il concetto di FOMO è nato soltanto nell’ultimo millennio, associato alla diffusione dei social media. Tuttavia, il fenomeno non è nuovo, ma vecchio in quanto le persone hanno sempre provato la paura di lasciarsi sfuggire una vita migliore, di non cogliere le opportunità o di prendere le decisioni sbagliate.  Grazie a Facebook, Instagram & co. possiamo continuamente sbirciare nella vita di altre persone. Vediamo gli amici nella loro spensieratezza familiare, La vetrina digitale porta a confrontare incessantemente la propria vita con quella degli altri. Improvvisamente la nostra vita sembra noiosa, insulsa e proviamo un senso di fallimento. L’invidia aumenta e l’autostima diminuisce.  Così, si tende a tralasciare o ignorare il fatto che amici e sconosciuti mostrino sulle piattaforme principalmente o esclusivamente solo il lato positivo della loro vita quotidiana. Le persone che si sentono socialmente isolate sono particolarmente inclini a sviluppare la FOMO proprio nell’utilizzo dei social media.  Si potrebbe pensare che le piattaforme social abbiano un impatto positivo perché offrono opportunità di nuovi contatti, ma gli studi dimostrano quanto siano di fatto più distruttive. Se la “paura di essere tagliati fuori” nasce dall’uso eccessivo di tecnologia e social network per “guarire” serve ripristinare un rapporto equilibrato con questi. La FOMO altro non è che una forma di insicurezza: lavorare su sé stessi potrebbe aiutare a risolvere il problema. Vie d’uscita? «Imparate a perdervi qualcosa!», scrive il medico e moderatore Eckart von Hirschhausen in una rubrica. Sebbene possa sembrare lapidario, si sta delineando questa controtendenza: la gioia di perdersi qualcosa. Il trend si chiama «Joy of missing out»,

Evoluzione della genitorialità

di Giulia Tarabbo da Psicologinews Scientific Guardando a ciò che sta accadendo in questo momento storico e osservandone le ripercussioni psicosociali, è possibile interrogarsi sulle relazioni familiari e su come queste si stano modificando. I grandi eventi storici hanno cambiato le relazioni tra i membri della famiglia. Alla base di queste modifiche vi è il cambiamento della comunità, all’interno della quale sono inserite le relazioni stesse e le richieste che la comunità fa ai singoli. È possibile differenziare le modalità con cui avvengono i cambiamenti sociali. Questi possono essere la causa o la conseguenza di eventi storici rilevanti come guerre, rivoluzioni o catastrofi naturali. Nella prima ipotesi, la crescente consapevolezza di un bisogno sociale e comunitario spinge gli individui ad aggregarsi in gruppi in base al bisogno condiviso da questi. Cosi i singoli assumono le caratteristiche delle MASSE descritte da Freud in Psicologia delle masse e analisi dell’Io: “la massa è impulsiva, mutevole e irritabile. È governata quasi per intero dall’inconscio. (…) I sentimenti di una massa sono sempre semplicissimi e molto esagerati.” (1) Sulla base di questo principio le rivoluzioni partano cambiamenti sociali e culturali legati al bisogno di un gruppo di persone. Nel secondo caso, alle catastrofi naturali o alle guerre seguono cambiamenti sociali e culturali motivati da eventi non influenzati dai bisogni comunitari. In questi casi è la comunità che ha avuto necessità di adeguarsi ad un nuovo assetto politico e sociale di cui non è promotrice. È possibile, quindi, individuare un’evoluzione del sistema famiglia. Nell’ultimo secolo i bisogni emotivi individuali sono mutati, anche grazie al benessere economico e sociale della seconda metà del novecento. L’attenzione dedicata alle necessità dei bambini è sempre maggiore così come le conoscenze inerenti il loro sviluppo emotivo e psicoaffettivo. La teoria dell’attaccamento ha messo in evidenza come il ruolo del caregiver sia centrale per lo sviluppo dell’infante. Numerosi studi hanno evidenziato la presenza di correlazione tra uno specifico modello di attaccamento e psicopatologie. Intorno al ruolo del caregiver ruota l’attenzione di chi si interroga sulle dinamiche intra familiari. Moltissime ricerche sono orientate all’individuazione delle caratteristiche della madre sufficientemente buona. Ciò che sembra essere determinate è la capacità di essere presente emotivamente all’interno della relazione con il bambino. Essere madre e padre attualmente ha caratteristiche differenti da quelle che appartenevano alle generazioni precedenti. I ruoli del paterno e del materno si sovrappongo e si confondo. Lentamente e con grandi difficoltà la donna lascia il focolare e smette di essere solo madre. La donna decide di andare nel mondo eppure, nonostante la politica di inclusione così fortemente considerata, durante l’ultimo anno tantissime donne si sono trovate a dover rinunciare al proprio lavoro per rimanere a casa con i propri figli, costretti alla didattica a distanza. Va sottolineato come ad entrambi i genitori siano affidati i compiti legati sia al codice paterno che a quello materno. Le caratteristiche del codice materno riguardano la capacità di appartenere dell’individuo. La persona impara attraverso l’identificazione, l’apparenza, l’identificarsi con l’altro e le modalità con cui entrare in relazione. Al codice paterno sono invece attribuiti i compiti legati alla differenziazione. La persona va alla ricerca del nuovo e dell’altro diverso da sè. Apprendere e assimilare entrambi i codici è un aspetto fondamentale per lo sviluppo individuale. Dunque fatte tali premesse è possibile osservare come nel corso del tempo le figure genitoriali abbiano cambiato le modalità relazionali. Il ruolo normativo severamente vincolato all’autorità genitoriale è stato sostituito da figure genitoriali molto più accoglienti rispetto ai bisogni espressi dai figli. In tale passaggio sembra però essersi perso il ruolo di contenimento emotivo e normativo che pure appartiene alle figure genitoriali. Dalla pratica clinica sembra esserci da una parte la difficoltà di differenziazione tra genitori e figli e, dall’altra, si riscontra una difficoltà nella possibilità di fornire frustrazioni evolutive ai propri figli. I genitori sembrano essere preoccupati di perdere l’amore dei propri figli se assumono una funzione più normativa. Il disagio che segue questa difficoltà è possibile rintracciarlo in modo evidente attraverso il malessere espresso già a partire dal periodo adolescenziale. L’appartenenza ad una società, come descritta da Caludio Naranjo, dove prevale una mente patriarcale, ossia “una società nella quale la fame d’amore paterno e materno costringe la maggior parte delle persone ad una dipendenza affettiva.”,(2) pone ancor di più in evidenza le difficoltà osservate dai genitori. Il ruolo sociale richiesto agli adulti pone questi ultimi in un costante bisogno di riconoscimento affettivo, mettendo in atto un’inversione di ruolo. Non è più il genitore che riconosce e differenzia da sè il bambino, ma è il figlio che rispecchia l’integrità del genitore. Vengono così a sovrapporsi e a confondersi ruoli e funzioni ed il processo di separazione ed individuazione, che risulta essere fondamentale per la crescita, trova le resistenze dettate dalla paure di perdere l’amore vitale rispecchiato dal figlio. Note (1)Psicologia delle masse e analisi dell’Io, pag. 19. Biblioteca Bollati Borghieri. (2)La civiltà, un male curabile, pag- 78-79 Claudio Naranjo, FrancoAngeli 2017 Bibliografia CAVIGLIA G.; Teoria della mente, attaccamento disorganizzato, psicopatologia, Carducci, 2015. FREUD S.; Psicologia delle masse ed analisi dell’Io, Bollati Boringhieri,1975, 19. GUERRIERA C.; Il padre della mente, Idelson-Gnocchi, 1999 NARANJO C.; La civiltà, un male curabile, FrancoAngeli, 2017, 78-79.

EVOLUZIONE DEL RAPPORTO CON IL CIBO

Il nostro rapporto con il cibo va ben oltre il semplice nutrimento. Mangiare non è solo una necessità biologica, ma anche un atto sociale, culturale ed emotivo. Nel corso del tempo, le nostre abitudini alimentari sono cambiate radicalmente, passando da un’alimentazione di sussistenza a una di abbondanza, spesso guidata più dalla psicologia che dalla fame reale. In questo articolo esploreremo come i consumi alimentari si sono trasformati nel tempo e quali dinamiche psicologiche entrano in gioco nel nostro modo di scegliere e vivere il cibo oggi. In origine, l’uomo si nutriva per sopravvivere. La caccia e la raccolta imponevano una dieta dettata dalla disponibilità stagionale e geografica. Il cibo era scarso e prezioso, e il consumo era strettamente legato al bisogno fisico. Con l’avvento dell’agricoltura e poi dell’industria, il cibo è diventato più accessibile e abbondante. Questo cambiamento ha aperto le porte a una nuova relazione con l’alimentazione: da necessità a scelta, da sopravvivenza a simbolo culturale. In molte culture, il cibo ha assunto un ruolo identitario, diventando parte della tradizione, della religione e delle relazioni sociali. Oggi viviamo in una società dell’abbondanza, dove il problema non è più trovare cibo, ma scegliere cosa, quando e quanto mangiare. Questo ha portato a nuove sfide psicologiche: da un lato, il cibo viene spesso usato come strumento di conforto (basti pensare al “cibo consolatorio”), dall’altro cresce la pressione verso un’alimentazione “perfetta”, che rispecchi ideali estetici e di salute a volte irraggiungibili. I consumi alimentari moderni sono fortemente influenzati da fattori psicologici come: Stress e emozioni: mangiamo per ansia, noia o tristezza, non solo per fame. Social media e pubblicità: creano aspettative e ideali alimentari spesso irrealistici. Controllo e senso di colpa: il cibo può diventare terreno di lotta interiore, con diete restrittive, abbuffate o sensi di colpa frequenti. Negli ultimi anni, si è sviluppata una maggiore attenzione verso l’aspetto psicologico dell’alimentazione. Approcci come il mindful eating e il rifiuto della diet culture stanno aiutando molte persone a ristabilire un rapporto più sano e rispettoso con il cibo. Ascoltare il proprio corpo, riconoscere le emozioni legate al cibo e accettare la propria complessità psicologica rappresentano oggi un nuovo modo di alimentarsi. Il cibo non è solo ciò che mettiamo nel piatto, ma anche ciò che nutre la nostra mente e il nostro cuore. Capire l’evoluzione dei consumi alimentari attraverso la lente della psicologia ci permette di riflettere sul nostro comportamento quotidiano e di riconoscere che, spesso, ciò che ci spinge a mangiare ha radici molto più profonde della semplice fame. Solo riscoprendo una relazione più consapevole con il cibo possiamo ritrovare un equilibrio duraturo tra corpo e mente.

Età evolutiva: conoscere i problemi internalizzanti

I problemi internalizzanti sono una tipologia specifica di difficoltà emotive e comportamentali. Quali sono i più frequenti in età evolutiva? I problemi internalizzanti, proprio perché vengono sviluppati e mantenuti all’interno dell’individuo, sono spesso non riconosciuti o mal interpretati. Tra questi, quelli che preoccupano maggiormente, sono afferenti alla sfera dell’ansia e della depressione. Proviamo a definirli meglio. L’ansia è una condizione che ciascuno di noi può sperimentare in diverse occasioni. E, in molti casi, può essere utile a mantenere l’attenzione su un compito. Oppure, in altri, può fungere da motore motivazionale. Ma cosa succede se l’ansia supera la soglia di intensità? Può divenire disfunzionale interferendo con la salute o con le prestazioni nei compiti abituali. I sintomi più comunemente descritti nei problemi d’ansia in età evolutiva sono: -pensieri negativi e irrealistici, -interpretazioni errate di sintomi ed eventi, -attacchi di panico, -ossessioni e/o comportamenti compulsivi, -attivazione fisiologica, -ipersensibilità ai segnali fisici, -paura e ansia relativi a specifici eventi o situazioni, -preoccupazioni eccessive o generalizzate. Proprio per questo motivo, a volte possono essere presenti sintomi d’ansia, senza che si sviluppi necessariamente un disturbo d’ansia. Oltre all’ansia, anche la depressione può essere facilmente mascherata e di difficile interpretazione. Infatti, possono essere presenti sintomi come: -umore depresso o tristezza eccessiva, -irritabilità, -perdita d’interesse nelle attività, -lamentele somatiche (mal di pancia, mal di testa..) -alterazioni del sonno. A tale proposito, spesso, vengono maggiormente notate dagli adulti delle problematiche secondarie e conseguenti ai problemi internalizzanti. Ad esempio: bassa autostima; problemi scolastici; scarse relazioni sociali. E notare questi segnali può essere il primo importante passo per aiutare i nostri bambini a fronteggiare la condizione che stanno vivendo. Tuttavia, in alcune fasce di età, possono presentarsi paure o ansie del tutto normali! In questi casi, può essere sicuramente di aiuto avere una relazione empatica con il bambino e aiutarlo a denominare le proprie emozioni. Ma allora, quando può rivelarsi utile un intervento specialistico? In un’ottica di collaborazione, è fondamentale che tutti gli adulti (genitori, parenti, insegnanti, etc.) prestino attenzione ad ogni minimo segnale di malessere o cambiamento. Ma, anche e soprattutto in modo preventivo, è importante che richiedano di confrontarsi con una figura professionale che li aiuti a comprendere meglio la presenza e l’entità della problematica e a gestire le difficoltà vissute dal bambino.

Età evolutiva: conoscere i problemi esternalizzanti

Nei problemi esternalizzanti il disagio del bambino si manifesta all’esterno, causando disturbo nell’ambiente. Ma quali sono i più frequenti? Nel precedente articolo ci siamo soffermati sui problemi internalizzanti in età evolutiva. Ora, proviamo a delineare le caratteristiche più importanti di quelli che vengono definiti problemi esternalizzanti. E solitamente si fa riferimento a problemi di comportamento che sono visibili nell’ambiente esterno. Per questo motivo sono spesso riconosciuti più facilmente, anche se non sempre si può parlare di disturbo. Secondo Gresham (1985), un disturbo del comportamento si ha quando “le caratteristiche comportamentali sono atipiche in quanto la loro frequenza, intensità o durata si discosta dalla norma (…) possono manifestarsi attraverso uno o più repertori (cognitivo, verbale, fisico, motorio) ed essere presenti in una varietà di situazioni.” Quante volte un adulto può trovarsi in difficoltà davanti a un bambino che mostra un comportamento dirompente? È importante sottolineare dunque la differenza tra problema esternalizzante e temperamento. Il temperamento è determinato da fattori genetici, ma nel corso della crescita, può essere plasmato da fattori ambientali (contesto famiglia, scuola, amici). Quindi, se da una parte il contesto influenza il comportamento del bambino, è anche il bambino che a sua volta influisce sulla la risposta dei genitori ai suoi comportamenti. Quali sono le categorie diagnostiche più frequenti in età evolutiva? Nel DSM-5 (2013), le principali problematiche esternalizzate in età evolutiva sono: ADHD (disturbo da deficit d’attenzione e iperattività); disturbo oppositivo-provocatorio; disturbo della condotta. Tali categorie hanno in comune il fatto che il bambino può mostrarsi aggressivo con lo scopo di ottenere ciò che vuole; o pretendere che i propri bisogni siano più importanti di quelli degli altri; o essere oppositivo e trasgredire le regole. Cos’è possibile fare in questi casi? Le strategie comportamentali che sono risultate più efficaci sono: – quelle basate sull’uso di rinforzatori e token economy; –parent training o consulenza genitoriale; -costo della risposta, ovvero la combinazione di rinforzatori positivi e penalità. “I bambini imparano più da come ti comporti che da cosa gli insegni” (W. E. B. Du Bois)

Essere in panchina in una relazione sentimentale

Panchina

Il benching è il termine di origine inglese che indica lo stare in panchina. Esso è usato per descrivere una forma di relazione affettiva distorta. I legami tra gli esseri umani sono fondamentali per lo sviluppo psicosociale e dovrebbero basarsi sul rispetto, la fiducia e l’empatia. Negli ultimi anni, con la divulgazione e l’abuso dei social, stanno prendendo sempre più piede, nuove forme di relazioni sentimentali. Oltre al breadcrumbing e l’orbiting, il benching , nello specifico, fa riferimento ad una strategia in cui si tiene in panchina il partner. È un comportamento in cui si lascia in sospeso, in panchina appunto, l’altra persona, lasciando accesa una speranza senza una reale concretezza. Il bencher, quindi, non sparisce del tutto, come nel ghosting. Piuttosto, mette la relazione in uno stato di stand-by, con qualche forma sporadica di interessamento ( come un like o un semplice messaggio) per tenere accesa la fiamma. Le vittime tipiche sono coloro che vengono contattate, ad esempio, all’ultimo momento per un’uscita o per offrire una spalla su cui piangere in presenza di un problema. Lo stare in panchina, quindi, crea uno stato emotivo bizzarro. Invece di considerarsi un’alternativa o un ripiego, paradossalmente ci si sente importanti. Questo perché si fa leva sul fatto che siamo stati scelti nel momento del bisogno. Ovviamente, la parte drammatica della relazione è la comunicazione e l’empatia. Chi mette in panchina, infatti, non tiene in considerazione nè i sentimenti né i bisogni dell’altro. Cerca semplicemente qualcuno a cui aggrapparsi quando si sente solo. Inoltre, comunica sempre in modo vago, senza una effettiva progettualità comune. D’altro canto, chi si siede in panchina, più o meno consapevolmente, sa di non riuscire a comunicare con chiarezza i propri pensieri e d emozioni. Di conseguenza, affida agli altri la comprensione di essi, preferendo rimanere in disparte ad osservare ed aspettare. Per poter avere una relazione affettiva sana, entrambi i protagonisti devono essere chiari e dare il giusto valore alle persone.

Essere genitori, essere madri: adottare la vita dell’altro.

di Assunta Sagliocco “Non conosciamo mai l’amore di un genitore finché non  diventiamo genitori noi stessi. “                                                                                                                (Henry Ward Beecher) La genitorialità è considerata nella teoria classica, come uno stadio di sviluppo nella vita di un adulto. In termini più attuali la genitorialità va intesa non tanto e non solo come una fase dello sviluppo che viene raggiunta sotto la spinta biologica e fantasmatica a procreare, ma come un processo trasformativo che evolve nel corso della vita e attraverso il quale viene sviluppata una costellazione di capacità affettive e psichiche. La domanda che sempre un genitore dovrebbe porsi è: cosa necessita la vita del figlio. Un bambino, nella sua condizione di figlio, è condizione stessa della vita umana: è al mondo grazie all’altro, bisognoso dell’amore dell’altro, non padrone delle proprie origini. Per i primi anni di vita, dipende esclusivamente da chi si prende cura di lui, da chi soddisfa i suoi bisogni fisici e psichici, ma non sempre queste funzioni sono svolte bene dai suoi genitori, solo perché sono loro, coloro che lo hanno generato. Lo saranno solo se avrà accanto a se‘dei genitori sensibili, capaci di sintonizzarsi sulle sue esigenze, offrendogli tutte le cure e l’affetto di cui avrà bisogno nel corso degli anni, riuscendo ad affrontare con luile diverse fasi della vita che si susseguiranno, con empatia e duttilità.E questo può accadere attraverso qualsiasi forma di genitorialità. Nel corso della vita, si incontrano molti padri e madri, cioè figure che simbolicamente svolgono queste funzioni, e allo stesso modo si possono avere più figli, in quanto essere genitori è prima di tutto far esperienza del prendersi cura, dell’accettazione dell’altro diverso da noi, ma che amiamo senza remore. Madre e padre, al di là delle rappresentazioni stereotipate, dunque, sono innanzitutto, due funzioni simboliche di cui la vita umana ha bisogno. L’amore materno è un sentimento e come tale, può esistere o non esistere, essere o non esserci, perdersi, non scontato. Dimora Pines afferma che :”può esistere gravidanza senza capacità di assumersi il ruolo di madre e maternità senza l’esperienza di gravidanza: donne non madri nel senso biologico ma capaci di amore materno e donne madri, incapaci di attitudine materna”.Fino ad un certo periodo, il senso materno era concepito come un istinto innato,radicato nella natura femminile, predisposizione biologica che attendeva solo il momento di manifestarsi. Secondo questa prospettiva, al fenomeno biologico e fisiologico della gravidanza, corrisponde un determinato comportamento materno che si manifesta per un tempo prolungato, comprensivo dell’allevamento e dell’educazione del bambino fino a quando non diviene adulto. Successivi studi, hanno consentito di sfatare molti luoghi comuni sulle donne, e in particolare sul senso materno come una qualità innata, presente in ogni donna. Oggi la maternità non coincide più dunque solo con l’esperienza effettiva della gestazione ma, grazie al potere della scienza, e grazie all’adozione, si è estesa ad altre possibili forme che come ci ricorda Massimo Recalcati, indicano una sua funzione essenziale: “la madre è il nome dell’Altro che non lascia che la vita cada nel vuoto, che la trattiene nelle proprie mani impedendole di precipitare, è il nome del nostro primo soccorritore”. E citando dal suo libro “Le mani della madre”, ci ricorda che per diventare madre non basta mettere a disposizione il proprio corpo, il proprio utero, ma è necessario un “si” radicale, un’apertura del proprio essere, un accoglimento senza riserve della vita attesa, senza il quale la vita non trova ospitalità. Come afferma [Ansermet; 2004]: “ogni figlio è un figlio adottivo”, nel senso che deve essere adottato da un desiderio e il legame di filiazione deve essere costruito e inventato indipendentemente da un riscontro biologico e storico. Ed è questo ciò che rende una madre “sufficientemente buona”, come direbbe Winnicott. Inoltre, con l’esperienza clinica è stato possibile notare come in situazioni favorevoli, dove la nascita non è conseguenza diretta di un bisogno o di un progetto, ma dove il figlio viene amato per il fatto stesso di essere al mondo, vi può essere una maggiore spinta alla crescita anche per i genitori, che sono più centrati sul legame di coppia, possono elaborare traumi e conflitti passati, focalizzandosi anche sull’ambiente sociale. Potremmo dunque dire che l’eredità che un genitore deve lasciare a un proprio figlio, deve andare oltre la trasmissione genetica, deve essere presente nell’inseguimento del desiderio di realizzare se stesso. La verità è che legami che durano nel tempo si fondano sull’incomprensibilità. Bisognerebbe amare un figlio, non perché ci assomiglia, ma proprio perché è diverso da noi. Probabilmente il più grande regalo che gli possiamo fare è desiderarlo, desiderare il suo arrivo. E Lacan, ci ricorda che amare è dare all’Altro quello che non si ha. Dopotutto è vero che la vita del figlio proviene dall’altro, ma deve realizzarsi come vita propria.

Essere felici dopo eventi stressanti: si può?

Essere felici: ogni genitore lo vorrebbe per i suoi figli! Ma cosa si può fare quando si presentano eventi negativi nel corso della vita? Il Covid- 19, una pandemia è soltanto l’ultimo ed estremo esempio di fattore stressante che può, ad un certo punto, presentarsi nel corso della vita. Ci sono poi le malattie, le separazioni, i lutti, i litigi e tutta la gamma di emozioni “negative” che, diciamoci la verità, non ci piacciono proprio! È cosi! Tutti vorremmo sempre essere felici e vorremmo soprattutto che i nostri bambini lo fossero! Ma questo, secondo voi, può essere reale? Purtroppo no. Come faremmo a sapere che una cosa ci dà gioia se non abbiamo mai provato sofferenza? “Quando siete felici, guardate nel fondo del vostro cuore e scoprirete che è proprio ciò che vi ha dato dolore a darvi gioia” – Khalil Gibran Possiamo aiutare i nostri bambini a fare spazio anche ai momenti negativi, trasmettendogli valori e semplici abitudini nella vita quotidiana. In che modo? lasciamo che provi qualsiasi emozione e mostriamoci empatici. Imparerà che non tutte le cose vanno come vorremmo, ma la nostra presenza sarà importante! aiutiamolo a dirigere l’attenzione alle cose che si hanno. Spesso siamo portati a guardare ciò che non abbiamo e questo contribuisce all’infelicità! Un’abitudine da creare con i bambini potrebbe essere quella di farci raccontare una, due o tre cose belle della giornata. aiutiamolo a trovare delle attività che lo gratifichino e che il bambino ami fare! In questi momenti è molto importante notare la gratificazione del bambino e comunicarglielo. In questo modo è probabile che replicherà in futuro quella stessa attività piacevole. valorizziamo sempre i progressi del bambino e le intenzioni, più che il risultato finale! “La felicità non è qualcosa di già pronto. Proviene dalle nostre azioni” – Dalai Lama Non è in nostro potere fare in modo che i bambini evitino sofferenze nel corso della loro vita, ma sicuramente possiamo insegnargli ad utilizzare gli strumenti più adeguati per fronteggiarle in un modo utile!

ESSERE ATLETI AL TEMPO DEL COVID. Noi siamo l’esempio

di Luca De Rose Colgo sempre volentieri l’occasione per parlare di psicologia e naturalmente di sport. Dopo queste lunghe ed interminabili giornate, dopo che la notte sembrava più scura, ed il sole non sorgere più, ora è giusto ripartire e rialzarsi, ed è giusto che sia proprio lo sport ad iniziare. Si perché vedete lo sport è l’essenza stessa del movimento, ed il movimento è la vita, il cambiamento costante che ti permette di adattarti e di continuare. Di questo lo sport ne ha fatto un arte, ed il mondo dello sport e tutti gli addetti ai lavori, sanno bene che per quanto questo mondo possa essere maltrattato e dimenticato, costituirà sempre un fondamentale punto di formazione e crescita per tutti, non solo per i più piccoli. Anche noi però in questo ultimo anno ci siamo dovuti fermare, ci siamo dovuti “arrendere” (temporaneamente è ovvio) ad un nemico più forte di noi. Diciamo che abbiamo ripreso fiato, che tra l’altro nello sport è consentito dal regolamento, per essere pronti a rialzarci e ripartire. Il covid 19 è però un avversario tosto, ha spazzato via tanti sogni, tanti progetti, tante vite. Ricordandoci che nessuno e niente può colpire duro come fa la vita. Ma nonostante questo nelle arti marziali abbiamo un detto : “che magnifica occasione andare al tappeto cosi che il mio avversario possa vedere con quanta forza mi rialzo”. Come psicologo dello sport e psicoterapeuta alla fine della battaglia io traccio il bilancio, anche se so bene che la battaglia non è mai finita, ma ormai ci siamo abituati ad affrontare questo avversario, ed ogni giorno che passa diventiamo sempre più forti di lui, più veloci, conosciamo le sue mosse, per questo io so in cuor mio che alla fine vinceremo noi, perché abbiamo fede, coraggio ed entusiasmo. Bisogna innanzitutto dire che come sempre dietro l’atleta c’è la persona, in questo caso parliamo di giovani, ragazze e ragazzi di 19-20-25 massimo 30 anni, questo perché la carriera di atleta professionista, con rare eccezioni, non consente di andare molto oltre con l’età, per l’usura sia fisica che mentale. Questi ragazzi avevano fondamentalmente 3 cose nella loro vita, che riempivano le loro giornate, la scuola o l’università, gli amici quindi il sociale e lo sport. La vita da atleta non permette molti vizi o molte distrazioni, ne tanta socialità. Diciamo che l’aspetto sociale e commisurato al grado di importanza dell’ atleta. Più l’atleta diventa forte e importante, meno tempo ha da dedicare alla vita sociale, i suoi ritmi cambiano e i sacrifici aumentano. Detto questo la pandemia ha letteralmente stravolto la vita delle atlete, sia quelle di interesse nazionale e olimpioniche sia quella di un agonista che si allena 3 o 4 volte a settimana nel circolo del suo quartiere. Questi ragazzi e ragazze si sono viste portare via di fatto la loro vita, la loro routine, le loro sicurezze, la loro identificazione. Abbiamo avuto quindi un serio problema di ruolo dell’ atleta. Spesso infatti ciò che fai ti identifica, ti da un ruolo, se togli ad una persona il suo lavoro e se nel nostro caso quel lavoro abbraccia la maggior parte della giornata e della vita, come puoi chiedere alle persone di mantenere la calma, sapendo che hanno perso un importante punto di riferimento? Anche per noi tecnici, per noi coach, la partita non è stata facile. Ci siamo trovati davanti un altro problema, la programmazione. Abbiamo dovuto imparare a programmare sull’ impensabile, che è molto difficile. Abbiamo dovuto imparare ad aspettarci, ciò che non potrà mai accadere. Prima di Marzo 2020 nessuno avrebbe mai potuto immaginare una cosa del genere, fino ad allora molti di noi una notizia del genere l’avevano letta solo nelle clausole assicurative o dei contratti degli sponsor, dove trovi scritto in caso di forza maggiore o di calamità naturale, di pandemia o morte…beh è esattamente quello che è successo. Mi servirò di una teoria di psicologia clinica per spiegarmi meglio. Se ti chiedessi di immaginare una strada asfaltata, con ai lati un bosco e alberi e poi ti chiedessi di inserirci una macchina, tu dove la inseriresti ? Non certo nel bosco, ma sulla strada. Ciò avviene perché la nostra mente è appunto programmata e predisposta a lavorare in un certo modo, cambiare questa programmazione non è facile. Ma è quello che è successo. Cambiare la mente dell’ atleta ed aiutare i tecnici a vedere la soluzione anche quando sembra non esserci è parte del mio lavoro, ma devo dirvi che è stato molto difficile anche per me, ma alla fine è bastato guardarci negli occhi e capire che quando le difficoltà aumentano, quando è richiesto un sacrificio al di la del pensabile e del possibile, noi come una famiglia abbiamo fatto quadrato. Voglio essere ben chiaro, non lo abbiamo fatto per le istituzioni, ne tanto meno per la poltrona di qualche carica dirigenziale del CONI, lo abbiamo fatto perché potevamo, perché dovevamo e perché volevamo. Lo abbiamo fatto per le atlete ed i tecnici che ci stavano accanto, lo abbiamo fatto per quelli atleti che ci siamo cresciuti sin da piccoli e dei quali ci sentiamo responsabili, lo abbiamo fatto perché quando le cose non vanno, chi ha la possibilità di agire ha il dovere morale di agire. Non è forse (anche) questo essere atleta, dare l’esempio, essere un simbolo per i giovani, incarnare il concetto di lotta e sacrificio per perseguire un obiettivo e dimostrare che nonostante tutto e tutti…noi siamo più forti. Ho quindi imposto a tutte le atlete e gli atleti un meccanismo di sfida, ogni atleta  ha dentro di se un meccanismo quasi automatico di competitività, che poi rimane anche per chi è stato atleta a certi livelli. Se sai trovare i tasti giusti per innescare questo meccanismo, puoi chiedere all’ atleta una scelta, TU CHI VUOI ESSERE? Vuoi essere l’esempio ? vuoi fare la differenza? O vuoi essere come gli altri ? arrenderti alla prima difficoltà ? Lo abbiamo sempre detto, abbiamo sempre detto che noi atleti

Essere Adolescenti Durante Una Pandemia: bisogni e valori

Saper distinguere i bisogni degli adolescenti dai loro valori  può essere di supporto nel processo di esplorazione tipico dell’adolescenza L’adolescenza è di per sé la fase dell’esplorazione e della vitalità e la pandemia attuale sembra aver ostacolato i processi che dovrebbero dispiegarsi in modo naturale nell’arco di vita. Il termine adolescente deriva dalla parola latina adolescens (participio presente di adolescere) che vuol dire “che si sta nutrendo”. Se si guardano gli adolescenti in quest’ottica, è inevitabile pensare che i bisogni e i valori siano differenti rispetto a quelli degli adulti. In un periodo storico come quello che stiamo vivendo, cosa può fare un genitore o un adulto educante? Può creare le condizioni contestuali necessarie al soddisfacimento dei bisogni dell’adolescente, aiutandolo a selezionare i comportamenti che partono da valori e non da impulsi momentanei. Per tutti coloro che si sono ritrovati a vivere la propria adolescenza durante la pandemia, creando pensieri su tutto ciò che sentono di aver perso a causa del Covid-19, diventa fondamentale porre attenzione sulle cose che si sono scoperte importanti, sul tipo di persona che si vuole essere e su ciò che può essere fatto in questa direzione, nel momento presente. E ancora di più, è in questa fase evolutiva che inizia a definirsi l’autostima. E la stima di sé può svilupparsi attraverso i valori a  cui si fa riferimento e non per gli obiettivi che, a causa della pandemia, diventa difficile raggiungere. È la creatività, è il coraggio, è la persistenza che orienta il proprio comportamento, anche e soprattutto nei momenti più difficili. E l’adulto ha il compito di essere presente, di supportare l’adolescente nella sua fase di scoperta, di comprendere i suoi bisogni, di essere un modello positivo.