EPOCA DELL’INFORMAZIONE E ALIENAZIONE

di Ioannoni Raffaele “Sono triste, sono annoiato Sono sdraiato sul divano… Potrei uscire di casa ed incontrare qualcuno! Potrei uscire di casa ed iniziare uno sport! Si ma… non ho voglia… meglio vedere un’altra serie su Netflix o giocare ai videogiochi. E poi Chiara Ferragni ha postato una nuova storia su Instagram! Anche oggi starò a casa sul divano, il mondo può aspettare ancora un altro po’…” I sociologi hanno chiamato il periodo storico in cui viviamo, “l’epoca dell’informazione”. La nascita e lo sviluppo di internet, l’invenzione degli smartphone e dei social network hanno dato a noi, cittadini del XXI secolo, la possibilità di accedere ad un numero potenzialmente infinito di informazioni sia in forma scritta che video. Con un solo click possiamo vedere un filmato o inviare un messaggio ad una persona che vive letteralmente dall’altra parte del mondo e la solitudine sembra ormai solo un miraggio. Tutti siamo connessi e raggiungibili ovunque e da chiunque: basta avviare una chiamata su Whatsapp per sentirsi nella stessa stanza anche se si è separati da centinaia o addirittura migliaia di chilometri. E la solitudine sembra ormai solo un lontano miraggio. TECNOLOGIA: GIOVANI, DIPENDENZE E DEPRESSIONE; ALCUNI DATI. La tecnologia sembra andare in questa direzione: basti pensare che Meta, la famosa azienda di Zuckerberg, sta investendo miliardi di dollari in un progetto chiamato Metaverso, uno spazio virtuale in cui ogni cosa sarà alla portata di tutti. Oggetti, luoghi e persone saranno solo ad un click di distanza, e tutti saranno presenti in un unico ed infinito spazio virtuale. L’unico bisogno? Avere una connessione internet ed un dispositivo informatico abbastanza potente. Eppure, la situazione sociale attuale non appare così rosea…E la pandemia che tutti noi abbiamo vissuto, ha lasciato una profonda cicatrice nelle nostre vite. La società italiana di psichiatria ha affermato che: “Dopo la pandemia i sintomi depressivi nella popolazione generale sono quintuplicati e oggi si stima che li manifesti circa una persona su tre, tanto che si ipotizzano fino a 150 mila casi di depressione maggiore in più rispetto all’atteso […] Depressione e ansia sono cresciute rispettivamente del 28 e 26% rispetto al periodo pre-Covid a dimostrazione di come la pandemia sia stata sicuramente un acceleratore per lo sviluppo di queste problematiche.” E sono le nuove generazioni che stanno pagando il prezzo più alto: il ritiro sociale, la solitudine, l’ansia e la malinconia avanzano sempre di più. Pensiamo alle nuove formazioni sintomatiche, come la sindrome hikikomori o la dipendenza da internet; pensiamo alla continua esposizione e comparazione a modelli ideali irraggiungibili e fittizi che portano ad un continuo svilimento di sé e della propria immagine allo specchio: “L’isolamento e la rottura con il mondo reale e la società nelle sue più diverse componenti hanno contribuito all’aumento delle dipendenze da sostanze ma, soprattutto, da tecnologia: oggi si stimano almeno 700 mila adolescenti dipendenti da web, social e videogiochi. Altri ancora sono vittime di ansia e depressione, anche queste in costante aumento”. Questi dati sono paradossali: il mondo è più connesso eppure le persone più isolate; si può parlare con chiunque ma non si esce di casa; potenzialmente si può essere ovunque eppure non si è da nessuna parte. CONLCUSIONE La rivoluzione tecnologica ha indubbiamente portato moltissimi benefici e facilitazioni apportando innumerevoli cambiamenti al nostro tessuto sociale. Forse, però, ci sta investendo in un modo che difficilmente si sarebbe potuto immaginare: l’impennata di sintomatologie legate all’ansia, al ritiro sociale e alla depressione potrebbero essere un effetto di questa rivoluzione. Inoltre, la continua esposizione a modelli estetici ed etico-normativi irraggiungibili può portare noi tutti, giovani compresi, a sviluppare quello che Donald Winnicott, famoso psicoanalista inglese del XX secolo, ha chiamato falso sé, ovvero un’identità fittizia. Il falso sé mina lo sviluppo di una personalità integra ed allontana l’individuo dai suoi desideri più intimi e dalla possibilità di vivere un’esistenza autentica. E senza autenticità si perde il senso del proprio vivere e si smarrisce la direzione del proprio cammino. Tuttavia, un saggio diceva: “per ritrovarsi, alle volte, è necessario perdersi”. E tu cosa ne pensi? Un caloroso saluto dal vostro Raffaele. Sitografia https://www.rmipsicologo.it/ https://www.rainews.it/articoli/2023/10/malattie-mentali-gli-psichiatri-la-pandemia-del-futuro-boom-di-diagnosi
Ennui, la noia è un’emozione che nessuno vuole

Il termine Ennui è tradotto dal francese con noia. Essa è una delle emozioni che prende forma man mano, attraverso le interazioni con l’ambiente e con gli altri. L’esperienza emotiva dell’ennui, in effetti, nasce da una insoddisfacente stimolazione ambientale. Quest’ultima, poi, non porta alcuna reazione, nè fisiologica nè comportamentale. L’aspetto positivo della noia è innanzitutto la transitorietà, la durata breve di essa, intrinseca in ogni emozione. Nella concezione comune, la noia sembra il risultato di un’assenza di azione, dovuta al non voler fare nulla o addirittura al non avere nulla da fare. È considerata una sorta di abitudine alla routine, in cui la monotonia dell’ambiente non crea interesse o stimoli adeguati all’azione. Spesso questa emozione è associata all’insoddisfazione, al fallimento o ancora a stati depressivi in assenza di motivazione o soddisfazione. Per questa sfaccettatura negativa, la noia risulta essere un ostacolo al benessere psicologico. Siamo continuamente alla ricerca di qualcosa da fare e ci sottoponiamo ad un bombardamento di stimoli, come se vivere l’ennui fosse un problema. La frenesia della quotidianità avvalora ancora di più la sua accezione negativa, facendo in modo da evitare il più possibile l’ozio, l’inattività e la noia stessa. Se guardiamo ai bambini, ad esempio, sono talmente impegnati in tante attività, proprio perché i genitori vogliono evitare che sperimentino il disagio dell’ozio. Al contrario, gli adolescenti vivono di Ennui, al limite dell’ apatia per ogni cosa e relazione. Ovviamente la libertà di annoiarsi è un diritto di ciascuno di noi. Innanzitutto è una richiesta del corpo per isolarsi temporaneamente da una realtà confusionaria e invadente. D’altro canto, l’ennui è una vera e propria spinta creativa. Essa serve infatti ad interrompere il flusso dell’abitudine e della monotonia, per sperimentarsi in nuove sfide. È una batteria che si ricarica, in cui da una riflessione si trova la soluzione.
ENGAGEMENT DEI CAREGIVER

In un articolo precedente, abbiamo sottolineato l’importanza di promuovere il livello di engagement del malato nel suo percorso di cura. Tuttavia, focalizzarsi solo sul malato è troppo riduttivo in quanto egli non è solo nel farsi carico la gestione della sua salute. Per questo è molto importante promuovere anche l’engagement dei caregiver informali (tutte quelle persone non retribuite che, in veste non professionale, si prendono cura di un familiare/amico malato). L’engagement dei caregiver nel processo di cura può essere definito come la capacità dei caregiver di cercare attivamente informazioni legate alla salute e alla cura del loro assistito e di partecipare nella condivisione delle scelte terapeutiche. Essere in grado di assumere proattivamente il compito di caregiving richiede alcune competenze. In primo luogo, il caregiver deve elaborare emotivamente il cambiamento in quanto la malattia attiva anche in lui emozioni negative, come ansia e preoccupazione per il futuro. Successivamente, deve essere in grado di riconoscere i bisogni di cura e di assistenza del proprio caro, imparando addirittura ad anticiparli. Inoltre, deve trovare un bilanciamento tra i propri bisogni e quelli del proprio caro. Spesso, infatti, i caregiver riportano frustrazione per non essere riusciti ad organizzare adeguatamente le diverse attività della loro vita. Infine, il percorso di engagement porta il caregiver a un processo di revisione identitario. Questo nuovo ruolo, infatti, deve essere integrato con gli altri aspetti del sé. Il processo di caregiving engagement si articola in 4 fasi: 1. NEGAZIONE E FUGA: nel momento della diagnosi o nella prima fase della malattia, il caregiver mette in atto meccanismi difensivi come evitamento, negazione e rabbia. Non riesce a comprendere e anticipare i bisogni di assistenza e di cura del proprio caro sia per il forte carico emotivo sia per la disinformazione. Per superare questa posizione è necessario fornire lui informazioni circa le condizioni cliniche e le necessità dell’assistito, ma allo stesso tempo anche strumenti per condividere le proprie emozioni con altre persone che vivono la stessa situazione. 2. IPERATTIVAZIONE: dopo aver compreso e accettato lo stato di salute del proprio caro, il caregiver si ritrova in uno stato di iperattivazione che lo porta a essere attento nel monitorare ogni sintomo clinico. C’è un’eccessiva assistenza sul piano pratico, ma dal punto di vista emotivo non riesce a empatizzare con le difficoltà psicologiche del suo caro e per le decisioni preferisce ancora ad appoggiarsi ai clinici. In questa fase, è molto importante fornire loro strumenti che li aiutino organizzare meglio le routine assistenziali. 3. ABNEGAZIONE E AFFOGAMENTO: in questa fase il caregiver riesce a gestire le attività assistenziali, ma non si sente ancora completamente efficace nel far fronte alle necessità del suo caro quando il contesto quotidiano cambia. Vive il suo ruolo in maniera totalizzante ed è incapace di integrarlo in modo equilibrato con le altre esigenze della sua vita. In questo momento, ha bisogno di confrontare le sue esperienze con altre persone che hanno vissuto la stessa situazione. 4. BILANCIAMENTO ED EQUILIBRIO: ha acquisito piena autonomia nel rispondere ai bisogni assistenziali e ha consolidato una buona relazione con l’equipe di cura. Inoltre, da un punto di vista identitaria ha trovato un maggiore equilibrio e integrazione tra i suoi diversi ruoli. Sono solitamente aperti e disponibili a partecipare a iniziative di sensibilizzazione e di educazione. Da questo articolo si evince l’importanza di promuovere l’engagement dei caregiver, in quanto anche loro giocano un ruolo centrale nel processo di assistenza di persone affette da patologie croniche. BIBLIOGRAFIA Graffigna, G., & Barello, S. (2017). Engagement: un nuovo modello di partecipazione in sanità. Roma: Il Pensiero Scientifico Editore
Empatia e social network: connettere le emozioni

Empatia e social network. È davvero possibile?Quando si parla di tecnologia si è abituati a pensare ad un qualcosa di freddo e privo di emozioni. Anche la comunicazione che avviene attraverso gli strumenti digitali appare spesso meccanica e impersonale perchè priva di elementi non verbali e paraverbali che ci forniscono indizi importanti sul nostro interlocutore. Nel corso degli anni, i social networks hanno cercato di colmare questo divario emotivo, rendendo la comunicazione sempre più empatica: prima integrando gli “stati d’animo” e le emoji tra i caratteri disponibili, poi inserendo gif e contenuti multimediali da poter condividere. Il paradosso che può verificarsi è che in una società iperconnessa non si riesca a creare connessioni. La risposta a questo fenomeno è l’empatia. La parola deriva dal greco e significa en-pathos: “sentire dentro”.Essere empatici significa riconoscere le emozioni altrui, comprendere il mondo dell’altro, la sua prospettiva, i pensieri, le emozioni e i sentimenti. L’empatia è un’abilità sociale, strettamente collegata all’intelligenza emotiva, che Daniel Goleman definisce come: “la capacità di riconoscere i propri sentimenti e quelli degli altri, di motivare se stessi e di gestire positivamente le proprie emozioni, tanto interiormente, quanto nelle relazioni sociali”. Questi concetti sono naturalmente assimilati alla presenza fisica, alla relazione vis a vis, ma non è sempre così.I social networks sono un calderone di emozioni, solo che attraverso lo schermo sono più difficili da intercettare. Ma lo stesso schermo per alcuni diventa una protezione che consente di esprimere liberamente vissuti ed emozioni, sia positive che negative. Anzi, potremmo dire che i social diventano una finestra aperta sul nostro mondo interiore, dove lasciamo trasparire molto più di quanto pensiamo. Allora qual è il problema? Il problema è che in rete si fa più fatica e distinguere cosa è reale da cosa non lo è, e a decodificare i messaggi, intrisi di emotività che i nostri ragazzi (e non solo) pubblicano ogni giorno. Occorre allenarsi all’ascolto empatico per comprendere il non detto e occorre investire sull’educazione emotiva dei giovani, per lavorare consapevolmente sulle loro emozioni e renderli capaci di comunicare il proprio mondo interiore all’esterno, anche sui social.
Emozioni versus pensieri: cosa succede in adolescenza?

Le emozioni e i pensieri viaggiano sullo stesso binario durante l’intero arco di vita. Ma cosa succede in adolescenza? Proviamo a pensare ai bambini appena nati. Riescono a riconoscere le proprie sensazioni e a comunicare i propri bisogni ai loro genitori attraverso il pianto o il sorriso. Non pensano e non giudicano ciò che sentono. Semplicemente osservano. Dopo il primo anno di vita, i bambini iniziano ad ascoltare i propri genitori quando etichettano delle emozioni: “uh ti vedo stanco”, “ti sei arrabbiato” e, a poco a poco, iniziano ad utilizzare le medesime espressioni per descrivere la propria esperienza interna. Successivamente, tutto ciò che è presente nel contesto di vita, può essere utilizzato per modellare il proprio modo di esprimere le emozioni. Quali sono i rischi? Spesso gli adulti, nel tentativo di proteggere i bambini, possono veicolare, inconsapevolmente, messaggi negativi sulle emozioni. E allora nascono i “non devi avere paura”, “devi essere forte e i forti non piangono”, “sei triste? allora lo sono anche io”. In questo caso, potrebbe succedere che molti bambini smettano di osservare cosa accade dentro di loro e inizino a giudicare, gli stati interni, come qualcosa di negativo. Ecco che la mente inizia a imporsi sui sentimenti, col risultato che, i ragazzi, diventino delle vere pentole a pressione! Eppure l’adolescenza è un periodo tumultuoso! L’adolescenza è una fase caratterizzata da profonde emozioni, esperienze entusiasmanti, primi amori, sesso, forti amicizie. Invece di accogliere tutto ciò che accade e normalizzarlo in quanto caratteristico del periodo che si sta vivendo, si tende a dare più importanza a ciò che produce la mente e alle diverse soluzioni che essa trova per non sentire dolore o per controllare le emozioni. E allora si fa ricorso a distrazioni (come ad esempio l’utilizzo di sostanze, internet o evitamenti di situazioni sociali). Quale può essere l’alternativa? E’ fondamentale scegliere di fare spazio alle emozioni, rispondendo costantemente ad una domanda: “Sono disposto a fare spazio alla tristezza (alla paura, alla rabbia, alla noia…) mentre mi dedico a qualcosa che per me è davvero importante?“. Non allontaniamo le emozioni: ognuna di esse è fondamentale e sono…vita!
Emozioni negative: esistono davvero?

Tutti noi siamo abituati a riconoscere due tipi di emozioni: quelle positive, da ricercare, e quelle negative, da evitare o allontanare. Ma le emozioni negative esistono davvero? M. è fortemente spaventata dalla rabbia. Per lei è un’emozione che proprio non può essere provata. <<Porta solo conflitto. Non si risolve niente. Ci urliamo solo addosso e, alla fine, non otteniamo nulla. Se invece riuscissimo tutti a dialogare e ragionare, le guerre non esisterebbero>>. Nell’utopico mondo pacifico di M. non ci sono emozioni dolorose. Regna il predominio dell’intelletto e, nel tempo libero, si cercano eventi giocosi e divertenti, in compagnia. Il problema è che, nel mondo di M., ad un certo punto, allontanare le emozioni “negative” ha significato allontanarsi da ogni emozione, non provando più nulla. <<Vorrei portare un nuovo tema oggi>> mi dice in seduta <<Ho la sensazione di compiacere tutti i miei amici e di rinunciare sempre a ciò che, alla fine, vorrei io>>. Lavoriamo, quindi, sulla funzione della rabbia. È vero, la rabbia genera conflitto, rancore, dolore, sensazioni corporee spiacevoli. Ma che cosa fa per noi? Perché è un’emozione primaria e ancestrale a cui siamo, da sempre, così legati? “La rabbia influenza le nostre risposte a ciò che ostacola obiettivi o attività importanti o che sta per minacciare noi o qualcuno che ci sta a cuore (Lemerise, Dodge, 2008).” Leggo, solo per citare una delle tante funzioni biologiche presenti in letteratura che evidenziano in questa emozione una funzione di controllo, difesa e padronanza del sé. Per dirlo in altri termini, la rabbia permette di dire, nella relazione, “io ci sono”. Ci sono, con la mia persona, la mia individualità e i miei bisogni. E tu, ora, non mi stai vedendo. E, quindi, io mi arrabbio, e te lo comunico. Con M. lavoriamo su questo. Sulla possibilità di dire che ci siamo e che vorremmo essere visti. Che ci sentiamo degni di essere guardati e rispettati. E, alla fine della seduta, la rabbia non è poi più così male.
Emozioni e salute: il sentire alla base della vita

di Veronica Iorio Le emozioni sono parte integrante di ciò che siamo. Per stare in salute e vivere in modo soddisfacente è necessario riconoscerle e prendersene cura. La parola ‘emozione’, dal latino ‘emovere’, che significa scuotere, smuovere, sta a indicare uno scuotimento, un’agitazione, una vibrazione dell’anima. Nella cultura occidentale è convinzione diffusa che la vita vada affrontata con il pensiero e l’azione e che le emozioni siano segno di debolezza. Ostacoli da evitare o turbamenti da eliminare. Al contrario, le emozioni sono parte essenziale di ciò che siamo e rivestono un ruolo indispensabile nella nostra autoregolazione e nel vivere quotidiano. Insieme alle sensazioni corporee, definiscono momento per momento come ci sentiamo e di cosa abbiamo bisogno. Il sentire è la prima esperienza che facciamo di noi stessi e della vita, da cui nasce il nostro senso di esistenza. È il contatto mediante cui diveniamo consapevoli e responsabili. Ovvero, capaci di riconoscere la realtà interna ed esterna che viviamo e orientare in maniera adeguata scelte e comportamenti. Parlare di emozioni vuol dire parlare di salute Ognuno di noi è una totalità fatta di sensazioni, emozioni, pensieri e comportamenti e la salute è il risultato dell’interazione di tutti questi livelli. Tuttavia, si distingue tra salute fisica e salute psicologica. E, in generale, si tende più a parlare di salute con riferimento al corpo, come retaggio di una visione dualistica dell’essere umano che resiste malgrado l’evoluzione delle conoscenze. La separazione mente-corpo, nonostante i progressi scientifici compiuti in circa quattrocento anni da Cartesio ad oggi, è ancora radicata nel pensiero, nel linguaggio e nel comportamento comune. Si tratta di una costruzione culturale che non corrisponde alla realtà della nostra natura. Il corpo non è una macchina: sente, gioisce, piange, si innamora, ha memoria. Allo stesso modo, la mente non è astratta o isolata ma incarnata nella pelle, negli organi, nelle cellule. Prende forma e si plasma nell’esperienza. Corpo e mente non possiedono un’esistenza intrinseca a sé stante, sono parti di un tutto, dell’intero organismo in relazione con l’ambiente. Winnicott sosteneva che “un bambino non può esistere da solo, ma è essenzialmente parte di un rapporto”. I bambini istituzionalizzati degli studi di Spitz si ammalavano e morivano, prima nella psiche e poi nel corpo, in assenza di contatto, calore e affetto. Dunque, il corpo non può esistere da solo, così come la mente non può esistere da sola. E non può esserci salute senza relazione e amore. Riconoscere le proprie emozioni per stare in salute Le emozioni hanno il compito di modificare l’eccitazione basilare a seconda di ciò che stiamo vivendo, per garantire l’energia necessaria a mobilitare le risorse verso la gratificazione dei bisogni. Conferiscono tono, colore, ritmo, orientamento, volto alle esperienze che facciamo e alla nostra esistenza. Rappresentano il motore che ci muove e la fonte che ci nutre. In assenza di discriminazione emozionale, come negli stati depressivi, in cui vi è un appiattimento dell’umore e dell’energia vitale verso il basso, ogni cosa appare grigia, spenta. Uguale alle altre e svuotata di senso. Ciascuna emozione svolge una sua funzione specifica, poiché segnala una determinata necessità dell’organismo in una determinata situazione. Se l’emozione viene negata, repressa o rifiutata, l’energia psichica, invece di essere investita nel soddisfacimento dei bisogni e nella realizzazione di sé, si accumula e cerca altre vie per esprimersi, con conseguenze dannose in termini di integrità e salute. Una rabbia non permessa può retroflettersi e diventare autolesiva, un dolore non vissuto può incancrenirsi nello stomaco, una paura inascoltata sfociare in pensieri e comportamenti ripetitivi. Il rifiuto verso aspetti propri e della realtà esterna può essere vissuto con senso di colpa e vergogna. Portare al ritiro e all’isolamento sociale. L’angoscia, il senso di solitudine, la paura della morte possono assumere forme patologiche e rendere la vita insostenibile. Quando l’anima soffre, tutto l’organismo soffre. Alcune volte in modo vistoso, altre volte più nascosto. Ogni disagio, a prescindere dalla forma con cui si manifesta, è una richiesta di ascolto che reclama attenzione. Talora con grido prepotente, talora in un silenzio timoroso o disperato, come bisogno fondamentale di sopravvivenza e salute.
Emozioni “di base”

di Umberto Maria Cianciolo Il termine “emozione” deriva dal verbo latino “emovère”, composto dalla preposizione “ex” (“fuori”) e dal verbo “movere” (“muovere”), che letteralmente significa “portare fuori”, “smuovere”, ed in senso lato “scuotere”, “agitare”. Sul dizionario “Treccani” è possibile leggere la seguente definizione: “Impressione viva, turbamento, eccitazione. In psicologia, il termine indica genericamente una reazione complessa di cui entrano a far parte variazioni fisiologiche a partire da uno stato omeostatico di base ed esperienze soggettive variamente definibili (sentimenti), solitamente accompagnata da comportamenti mimici”. Dallo stesso dizionario si rintraccia un’origine francese del termine, dal verbo “èmouvoir”, ovvero “mettere in movimento”. I riferimenti etimologici, nonché le definizioni citate, ci conducono a pensare l’emozione come ad un qualcosa in movimento, che si “muove da”, che si sposta, che viaggia, che si genera e sviluppa in un percorso “da-a”. Dunque, è possibile affermare che l’emozione attivi una risposta fisiologica e che sia una reazione ad uno stimolo, un comportamento di risposta. La risposta fisiologica agli stimoli esterni, può predisporre, ad esempio, all’azione, alla fuga, all’attacco, in base all’elaborazione dello stimolo, sia essa cosciente/consapevole che automatica/inconsapevole: potremmo così rilevare una possibile accelerazione del battito cardiaco, una contrazione muscolare, un indebolimento, un tremore, una contrazione del respiro. Tutto ciò ci ha permesso di sopravvivere e di conservare la specie, come già affermato e teorizzato da Darwin. Questi, inoltre, coerentemente con i propri studi, si interrogava sull’origine innata o appresa dei movimenti dei muscoli facciali che rendono “visibile” un’emozione (Darwin, 1872; Ekman, 1973). È dallo spunto teorico del padre della “Teoria dell’Evoluzione” che Paul Ekman si interroga sull’esistenza delle emozioni cosiddette “di base”, sulla possibilità che queste siano innate e dunque egualmente osservabili e rilevabili in ogni essere umano, e che siano differenziabili da quelle cosiddette “secondarie”, frutto di apprendimento e di interazione sociale. Ekman è uno psicologo statunitense, pioniere della ricerca sull’espressività facciale delle emozioni. Come da lui riportato in “Basic Emotion”, terzo capitolo all’interno dell’opera “Handbook of cognition and emotion” (Dalgleish e Power, 1999), la sua ricerca sugli eventi interpersonali prototipici prese le mosse dalle scoperte di Boucher e Brant, i quali, nel 1970 (la ricerca fu poi pubblicata in un tempo successivo, nel 1981), trovarono molti elementi in comune esaminando anche culture non occidentali. Secondo gli autori, esistono eventi prototipici universali scatenanti determinate reazioni emotive: ad esempio, constatarono che la perdita di una persona significativa fosse causa di tristezza in molte delle culture prese in esame e che ciò che differiva tra le diverse culture fosse l’oggetto, in senso dinamico, investito emotivamente e affettivamente (Boucher e Brant, 1983). Ekman sostiene con fermezza l’importanza cruciale dell’espressività emotiva, soprattutto nello sviluppo e regolazione delle relazioni interpersonali. Difatti, una sua ricerca, che ha coinvolto persone affette da paralisi facciale congenita (sindrome di Mobius), ha dimostrato come queste persone avessero seri problemi nello sviluppo e mantenimento di relazioni, anche casuali, proprio per l’incapacità di espressività facciale (Ekman, 1999). Quindi è possibile affermare che vi sono delle caratteristiche attraverso le quali distinguere un’emozione da un’altra e attraverso le quali individuare le “emozioni di base” e distinguerle da un qualsiasi altro fenomeno di natura affettiva (Ekman, 1999; Ekman, 2003; Ekman e Cordaro, 2011): Una reazione fisiologica distintiva; Una valutazione automatica (appraisal) influenzata dalle esperienze ontogenetiche e filogenetiche; Aspetti comuni negli eventi che suscitano una tale emozione; Aspetti distintivi a livello evolutivo; Presenza in altri primati; Rapida insorgenza; Breve durata; Reazione visibile; Pensiero distintivo, ricordi e immagini; Esperienza soggettiva distintiva; Periodo refrattario dove si filtrano le informazioni disponibili per cosa supporta l’emozione; Obiettivo; Rappresentazione dell’emozione in modo costruttivo o distruttivo. Secondo Ekman, l’individuare l’esistenza di emozioni di base non respinge, non nega, l’esistenza di una varietà dei fenomeni connotati affettivamente; al contrario, egli ritiene che sono proprio queste emozioni ad organizzare e determinare tali fenomeni. In tal senso, ogni emozione è considerabile “di base”, cioè necessaria e indispensabile alla vita emotiva-affettiva degli individui. L’aggettivo “di base”, dunque, è usato da Ekman per distinguere tutte le emozioni discrete, cioè distinguibili l’una dall’altra e la cui esistenza è provata dalla fisiologia facciale, vocale, automatica e dallo studio degli eventi che precedono l’una o l’altra emozione (Ekman e Cordaro, 2011). L’origine di queste emozioni è stata teorizzata rispetto a processi sia filogenetici (vedi Darwin), ovvero rispetto al progresso evolutivo, alla necessità di adattamento biologico che ci ha consentito di “reagire ai compiti fondamentali della vita” e che ci ha spinto “in una direzione che, nel corso della nostra evoluzione, ha condotto a migliori soluzioni in circostanze ricorrenti e rilevanti per i nostri obiettivi” (Ekman e Cordaro, 2011, p. 364), che ontogenetici (Parkinson, 1996), ovvero socialmente costruiti e universalmente condivisi; in quest’ultimo caso sono le nostre esperienze condivise come esseri umani a generare esperienze emotive condivise. Esistono prove dell’esistenza delle seguenti sette emozioni “di base” (Ekman e Cordaro, 2011): Rabbia: risposta all’interferenza con il nostro perseguimento di un obiettivo a cui teniamo; risposta che può essere elicitata da qualcuno che tenta di farci del male (fisicamente o psicologicamente) o da una persona a cui teniamo. “Oltre a rimuovere l’ostacolo o fermare il danno, la rabbia spesso comporta il desiderio di ferire il bersaglio” (Ekman e Cordaro, 2011, pag. 365); Paura: risposta alla minaccia di danno, fisico o psicologico. La paura può innescare la rabbia o attivare comportamenti di freezing o fuga; Sorpresa: risposta ad un evento improvviso e inaspettato; è l’emozione più breve; Tristezza: risposta alla perdita di un oggetto o persona a cui si è molto legati; Disgusto: respingere qualcosa dalla vista, dall’olfatto o dal gusto; può essere causato anche da persone le cui azioni sono disgustose o da idee offensive; Disprezzo: “sentirsi moralmente superiori ad un’altra persona” (Ekman e Cordaro, 2011, pag. 365); Felicità: sensazione di goduria ricercata dalla persona. Come è possibile, quindi, riconoscere un’emozione “di base”? Come già accennato, secondo Ekman, quando siamo in preda ad un’emozione avvengono molti cambiamenti a nostra insaputa, o comunque di cui non siamo immediatamente consapevoli: i segnali emotivi che si possono evincere dai movimenti della muscolatura facciale o dalla voce, azioni apprese e pre-impostate,
Emergenza Ucraina. In che modo operare per l ’inclusione delle persone con disabilità che richiedono asilo?

di Francesca Dicè L’emergenza ucraina, fra le sue molteplici complessità, ha p o r t a t o n u o v a m e n t e all’attenzione dell’opinione p u b b l i c a l a q u e s t i o n e dell’accoglienza dei migranti e dei richiedenti asilo per motivi umanitari; com’è noto infatti, il nostro paese, come molti altri, si sta adoperando per dare accoglienza a quante più persone riescono a scappare d a l l a g u e r r a e d a i bombardamenti. Fra queste, particolare attenzione va rivolta alle persone con disabilità che, una volta giunte a destinazione, necessitano di specifici interventi assistenziali e spesso non sempre hanno gli strumenti (siano essi cognitivi, emotivi, linguistici o culturali) per accedere in maniera immediata alle p r o c e d u r e b u r o c r a t i c h e (Lancioni, 2021). In questo momento così c o m p l e s s o , è d u n q u e necessario che le istituzioni preposte adottino strumenti e risorse in grado di definire il maggior numero di procedure inclusive (Bini, 2018; Griffo & D’Errico, 2020) per accogliere queste persone. È necessario che esse operino per fornire loro strumenti utili ad orientarsi sul nostro territorio, magari attraverso specifici percorsi che consentano loro di diventare il più possibile autosufficienti (Lancioni, 2021). Alcuni esempi possono e s s e r e u n a s p e c i fi c a c a l e n d a r i z z a z i o n e d i appuntamenti con le istituzioni amministrative (es. ufficio immigrazione) o di esami medici o visite ambulatoriali presso le istituzioni sanitarie (Lancioni, 2021); altri esempi p o s s o n o r i g u a r d a r e l’implementazione di interventi diretti che prevedano specifici percorsi di accompagnamento, al fine di aiutare aiutino queste persone a integrarsi nella n u o v a r e a l t à , comprendendone le regole e i contesti (Lancioni, 2021). Per realizzare tutto ciò, è importante che le diverse i s t i t u z i o n i c o i n v o l t e a p p r o f o n d i s c a n o l a conoscenza delle condizioni specifiche del le famigl ie, soprattutto le difficoltà di n a t u r a l i n g u i s t i c a e d interpretativa, agevolando così la loro relazione con le procedure burocratiche (Di Sciullo et al., 2020; Griffo & D’Errico, 2020; Bini, 2018). E’ necessario inoltre che esse operino la messa a punto di azioni sinergiche tra loro, soprattutto le istituzioni che si occupano di disabilità e di interculturalità, al fine di a c c o g l i e r e l e d i v e r s e complessità in cui i richiedenti asilo versano (Chieppa, 2019). Ciò significa anche ridefinire alcuni percorsi istituzionali al fine di snellirne le procedure, trovando soluzioni flessibili al fine di gestire queste realtà (Chieppa, 2019). Infine, è bene evidenziare come la presenza di minori richiedenti asilo con disabilità coinvolga a n c h e l e i s t i t u z i o n i scolastiche: è necessario che anch’esse si interroghino su nuovi possibili assetti della l o r o o r g a n i z z a z i o n e e partecipino alla ricerca di specifiche soluzioni pensate ad hoc per loro (Chieppa, 2019). Solo in questo modo p o t r a n n o a n c h ’ e s s e comprendere e sostenere le realtà degli studenti richiedenti asilo, riconoscendo le loro vulnerabilità (Chieppa, 2019). Quest i descr i t t i possono essere alcuni passaggi utili per supportare i richiedenti asilo con disabilità, in fuga dal loro paese in guerra, dal punto di vista sia linguistico che culturale, in modo tale che possano essere sostenuti ed accolti nel nostro paese nella maniera più adatta alle loro necessità (Lancioni, 2021). Bibliografia. Bini E. (2018). Accogliere famiglie con bambini disabili in contesti migratori. Scenari inclusivi a Bologna. Retrieved from https://bit.ly/3J4kMIk C h i e p p a M . A . ( 2 0 1 9 ) . Migrazioni e disabilità. Un approccio intersezionale per una scuola plurale. Retrieved from https://bit.ly/3uS9z8Q Di Sciullo L., Griffo G & D’Errico L. (2020). Migranti c o n d i s a b i l i t à . L a discriminazione invisibile. Retrieved from https://bit.ly/ 3K9Us0P Griffo G. & D’Errico L. (2020). I rifugiati e i richiedenti asilo con disabilità in Italia. Milano: M i m e s i s . I S B N 9788857568911 Lancioni S. (2021). Rifugiati e richiedenti asilo con disabilità: una questione che riguarda tutti. Retrieved from https:// bit.ly/3u9UXCt
Emergenza salute mentale tra gli adolescenti

La salute mentale degli adolescenti è un tema che richiede sempre maggiore attenzione e interventi immediati e concreti. Ad oggi, si osservano pienamente le conseguenze della pandemia a livello di benessere psicologico, soprattutto nei confronti degli adolescenti. L’Autorità Garante dell’infanzia riporta come «La pandemia ha determinato un insieme di fragilità di entità crescente che riguardano sia l’aggravamento di disturbi neuropsichici già diagnosticati, sia l’esordio di disturbi in soggetti in condizioni di vulnerabilità, connessa alla condizione familiare, ambientale, socioculturale ed economica, e in soggetti sani che non presentavano alcuna diagnosi. I professionisti hanno assistito a una vera e propria «emergenza salute mentale». Comprendere come agire è di fondamentale importanza. Secondo l’OMS, nel mondo un individuo su sette tra i 10 e i 19 anni soffre di disturbi mentali. In Europa, ben 9 milioni di adolescenti sono alle prese con problemi di salute mentale, segnati principalmente da depressione, ansia e disturbi comportamentali. In Italia nello specifico, dall’ultima indagine di Telefono azzurro, 1 ragazzo su 5 si sente in ansia, e per 1 su 3 chiedere aiuto ad un esperto di salute mentale è motivo di vergogna. Dalla pandemia, sono aumentate le problematiche riguardanti la salute mentale negli adolescenti. In particolare si parla di ansia, attacchi di panico, sintomi depressivi, autolesionismo, abbassamento del tono dell’umore, apatia, difficoltà a concentrarsi, problematiche nei rapporti sociali, solitudine ed solamento, in generale una paura del futuro, anche solo pensarlo o immaginarlo. Ai diversi fattori che influenzano questa nuova realtà, un ruolo significativo è assegnato all’abuso delle piattaforme social e i fenomeni negativi a esse correlati, come l’hate speech, il cyberbullismo, le fake news, modelli di bellezza irraggiungibili, assuefazione, tic e insonnia, che minano profondamente la salute mentale dei più giovani. A conferma degli effetti negativi che i social possono avere sul benessere degli adolescenti, si è osservato come la crescita dell’uso di smartphone e social media e l’aumento dell’isolamento siano legati a un calo della salute mentale collettiva. Il ridursi o addirittura venire meno dell’interazione diretta tra persone sta influenzando lo sviluppo cognitivo e comportamentale dei ragazzi. Risulta necessario un intervento globale, che abbia come obbiettivo quello di pensare alla cura degli adolescenti, riconoscendo l’esistenza e la rapida diffusione di un disagio giovanile. Ascoltare gli adolescenti è fondamentale per rispondere in modo adeguato ed efficace ai loro bisogni di salute mentale. Una comunicazione efficace favorisce la fiducia e incoraggia l’apertura portando a un sostegno e a un intervento migliori.