Paura del fallimento e ansia da prestazione nella società della perfezione

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Fragili, scossi e con scarsa speranza verso il futuro. Questo è l’identikit dei giovani di oggi, definiti la generazione post Covid. Una generazione che vive un disagio psicologico importante, frutto di traumi ripetuti.Vivono la paura degli scenari apocalittici del nostro tempo e sperimentano l’ansia da prestazione di una società che mira alla perfezione. Molti cercano, con significative ripercussioni sul benessere psicologico, di concorrere al modello dell’eccellenza. Oppure cercano una via di fuga, reale o simbolica, dalla vita. Il recente suicidio della studentessa dello IULM, una giovane di soli diciannove anni, è l’ultimo triste caso di un allarme straziante. Una tragedia che punta i riflettori su un disagio profondo che possiamo più ignorare. Perché abbiamo così tanta paura di fallire? Il fallimento è qualcosa di naturale, che tutti sperimentiamo almeno una volta nella vita. Perché allora ci fa tanta paura? Nella società iper competitiva in cui viviamo la sconfitta è percepita come inaccettabile. Anche i social networks, con il loro ideale di perfezione, contribuiscono ad incrementare inquietudine e ansia da prestazione.In alcuni casi questa pressione può sfociare in una vera e propria condizione di sofferenza psicologica. Come affrontare il fallimento? La chiave è concedersi la possibilità di sbagliare. L’errore è un’occasione di crescita e resilienza. Lavorare sulla propria autostima e amor proprio è una condizione imprescindibile per imparare dal fallimento.Altrettanto importante è sviluppare delle strategie di coping che permettano di gestire una situazione fallimentare in modo sano, sereno e utile. Riconoscere di aver commesso degli errori è il primo passo per sviluppare un atteggiamento proattivo e resiliente e migliorare il proprio senso di autocontrollo e autoefficacia.

Il bambino frustrato

Spesso i genitori si rivolgono allo psicologo con una specifica domanda: perchè mio figlio piange sempre?è frustrato?io sono disperato. Proviamo a comprendere le motivazioni che possono spingere un bambino a non tollerare l’attesa, attraverso il pianto. Fin dalla nascita il bambino sperimenta piccole frustrazioni. Quando ha fame o ha il pannolino sporco il bambino solitamente si esprime attraverso il pianto.Il momento che intercorre tra la sua richiesta e il soddisfacimento di un bisogno è un momento fondamentale, ovvero di attesa. Tanto più elevata è la motivazione connessa al livello di soddisfazione che può produrre la mèta, tanto più ci sarà la possibilità di tollerare la frustrazione.Quando il genitore interviene immediatamente, nel bambino si crea l’aspettativa che ogni volta che lui piange interviene subito l’adulto a soddisfare la sua richiesta o bisogno. Perché le attese creano frustrazioni? Perché ciò che desideriamo non è in quel momento soddisfatto.Crescendo, tutti noi nella nostra vita ci è capitato di far vincere un bambino ad un gioco per non creargli dispiacere, oppure siamo stati noi stessi ad incarnare quel bambino. Nei bambini, la soddisfazione immediata dei bisogni (un giocattolo, una merendina, un ausilio per la risoluzione di un compito difficile) ha sicuramente una componente di gratificazione sia sul piano personale che affettivo. Essa non produce un beneficio poiché, a lungo andare, tende a divenire una modalità comportamentale di risposta, ovvero una pretesa.Ognuno di noi affronta la frustrazione in maniera diversa a seconda di come siamo stati abituati fin da piccoli e come abbiamo imparato a gestirla.Ci possono essere due modi di reagire alla frustrazione:1. Sentirsi un fallito, un perdente, arrabbiarsi ecc.;2. sentirsi fiducioso della proprie capacità e risorse personali, credere che andrà meglio la prossima volta, ed essere capace di gestire l’attesa per il raggiungimento dei propri obiettivi.Nel primo caso si tratta di un individuo “intollerante” alla frustrazione e spesso può presentare sintomatologie quali ansia, depressione, disturbi del comportamento come aggressività, oppositività nei confronti dei genitori o delle autorità in genere.Nel secondo caso si tratta di un soggetto che è in grado di gestire le proprie emozioni negative, possiede buone capacità di adattamento sociale, buona autostima ed ha maggiori probabilità di raggiungere i propri obiettivi e successi. Caratteristiche del bambino che non tollera le frustrazioni: 1. Non riesce a fare qualcosa e si arrabbia tirando oggetti, piangendo o urlando;2. Fa una richiesta che non viene immediatamente soddisfatta e si mette a urlare, piangere o aggredisce;3. Rinvia un compito perché pensa di non riuscirci;4. Chiede esplicitamente “voglio subito questa cosa!” giungendo perfino a minacciarti. COME GESTIRE LA FRUSTRAZIONE DEI BAMBINI – Consolare il bambino ma non cedere alle sue richieste se non sono importanti o necessarie in quel momento– Dare la possibilità al bambino di fare esperienza di piccoli insuccessi– Incoraggiare a fronteggiare le difficoltà– Dare la possibilità al bambino di confrontarsi con i bambini più tolleranti– Creare delle piccole attese alle richieste del bambino– Dare spazio alla comunicazione sulle emozioni negative che il bambino sta provando Ricordiamo che non e’ giusto privare i bambini del sentimento della frustrazione. Infatti, come tutti gli altri sentimenti, la frustrazione, nella giusta dose, ha un compito ben preciso. Può educare il soggetto a rispondere adeguatamente alle richieste ambientali e relazionali: può spronare allo sviluppo dell’intelligenza e produrre nel soggetto un incentivo all’apprendimento e alla ricerca di nuove soluzioni (problem solving). Se ritieni che tuo figlio non riesca a gestire in maniera adeguata le frustrazioni rivolgiti ad un esperto per richiedere un supporto adeguato.

Ansia, conoscerla e accoglierla: è possibile?

Quali sono le componenti dell’ansia? E come si può imparare a conviverci? Vediamolo insieme in questo articolo. Ormai una delle parole più frequenti nel vocabolario di tante persone è: “ansia”. I soggetti tendono ad autodefinirsi “ansiosi” come se questo fosse il peggiore di tutti i mali. Ma cosa accadrebbe se provassimo a conoscerla meglio? Probabilmente riuscirebbe a spaventarci di meno. Definizione dell’ansia L’ansia è un’emozione universale che rappresenta una componente necessaria all’organismo per rispondere allo stress. Può essere dunque adattiva quando prepara il soggetto ad affrontare potenziali pericoli portando ad una crescita personale. Si compone di: una parte cognitiva (aspettative di pericoli imminenti e sottostima della capacità di fronteggiarlo attivano “schemi di pericolo”; questi schemi rinforzano i sintomi d’ansia creando un circolo vizioso che accresce il senso di fragilità dell’individuo prevedendo per lo più scenari catastrofici); somatica (la pressione del sangue e la frequenza cardiaca aumentano, le funzioni del sistema immunitario e digestivo diminuiscono); una parte emotiva, che include paura, apprensione, preoccupazioni; una parte comportamentale (fuga, attacco o freezing). E come diventa disfunzionale? Quando il malessere cresce a dismisura potenziato soprattutto dalla parte cognitiva e dagli schemi di pericolo, l’individuo può iniziare a mettere in atto comportamenti che interferiscono con le sue normali attività. Gli evitamenti proteggono il soggetto nell’immediato, ma rafforzano il circolo vizioso negativo che ha iniziato a stabilizzarsi. I sintomi ansiosi (che a loro volta si suddividono in sintomi cognitivi, emotivi e somatici) iniziano a rappresentare essi stessi una minaccia. Concentrandosi sui sintomi, interpretandoli come indice di un grave disturbo fisico o psicologico, il soggetto modifica la percezione di sè, degli altri e del mondo circostante. Come gestire i sintomi? Conoscere cosa avviene quando il soggetto dice di provare ansia può già servire per comprendere e normalizzare ciò che si percepisce invece come catastrofico. La mindfulness può diventare uno strumento importante per imparare a notare ed essere quindi consapevoli della propria esperienza interna: così, anzichè evitarla, impareremmo a conoscerla e ad accoglierla come “esperienza normale”. Non esitiamo a contattare un professionista della salute mentale perchè più si aspetta più diventa difficile uscire dal circolo vizioso che si crea!

Lavoro: il 2022 è l’anno dei record per le dimissioni volontarie

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Negli ultimi due anni la pandemia e i cambiamenti che ci siamo trovati ad affrontare, hanno portato ad una vera e propria restaurazione del lavoro. Il lavoro agile e la ricerca dell’equilibrio tra vita privata e professionale, hanno innescato dei fenomeni di massa come la Great Resignation, la Yolo Economy e il Quiet Quitting. Gli scenari che hanno caratterizzato il 2019 erano il preludio di una situazione ben più radicata, che ha raggiunto il suo apice nell’anno appena trascorso. Stando ai report sulle comunicazioni obbligatorie del ministero del Lavoro, infatti, emerge che le dimissioni registrate nei primi nove mesi del 2022 ammontano a oltre 1,6 milioni, il 22% in più rispetto allo scorso anno. Un dato record che ci spinge a riflettere sulle cause di questa tendenza controcorrente che sta diventando sempre più diffusa. Tra le motivazioni indagate nel report dell’Osservatorio HR Innovation Practice della School of Management del Politecnico di Milano, spicca una condizione diffusa di malessere psicologico sperimentato nell’ambiente di lavoro. I livelli di ansia e stress lavoro correlato sono due importanti campanelli d’allarme che dicono tanto sullo stato di salute psicologica di un’organizzazione. Una delle paure più diffuse dei lavoratori di oggi è quella di cronicizzare lo stress e cadere nella trappola del burnout. La ragione delle dimissioni di massa è proprio la ricerca di condizioni migliori che possano migliorare la qualità di vita. Nasce la necessità di non accontentarsi più, di reiventarsi per ambire a un ambiente di lavoro più sano in cui crescere e dar sfogo alle proprie ambizioni. Questa ritrovata consapevolezza ci spinge a ricercare un lavoro con un salario più consono; una ripartizione delle ore di lavoro che permetta di coltivare la propria vita privata, i propri affetti e interessi; e che ci faccia sentire realizzati e valorizzati. Questa ennesima Great Resignation è il riflesso di una profonda trasformazione della nostra società. Il Covid 19 ha costretto le persone a rivedere le proprie priorità, spostando il baricentro della propria vita su elementi tanto essenziali quanto trascurati. Il lavoro non può più essere un aspetto totalizzante della vita, ma un tassello in un puzzle molto più ampio, fatto di relazioni e affetti.

Mi trasmetti ansia: storie di ansia che si trasmette da genitore a figlio

Il genitore spesso si sente responsabile di trasmettere ansia ai figli. Come riconoscere questo meccanismo?come intervenire?lo scopriremo attraverso la lettura dell’articolo. Per un bambino o un adolescente vedere il proprio genitore in ansia, può essere deleterio. I figli hanno la propensione naturale a guardare ai genitori per prendere esempio e spunto nelle situazioni che si trovano ad affrontare. Se un genitore manifesta continuamente ansia e paura nelle situazioni comuni di vita, il bambino avrà una visione del mondo instabile e incerta. Si è osservato che i figli di genitori ansiosi hanno maggiori probabilità di sviluppare disagi d’ansia. È doloroso, per un genitore, pensare di essere il veicolo di trasmissione dello stress al proprio figlio, ma non bisogna lasciarsi sopraffare dal senso di colpa. Cosa fare? Affidarsi a un professionista può aiutare genitori e figli a lavorare per gestire e tollerare lo stress. Il genitore acquisisce le tecniche terapeutiche per imparare a gestire lo stress e le trasmette al figlio per aiutarlo ad affrontare le situazioni di incertezza. I genitori devono cercare di mantenersi neutrali e calmi, bisogna tenere sotto controllo le espressioni facciali, devono essere consci delle parole usate perché i bambini assorbono e leggono le situazioni, i comportamenti e le persone. Se una situazione d’ansia è sfuggita al controllo del genitore, bisogna spiegare ai figli perché si è reagito in quel modo. Parlare di ansia dà ai bambini e ai ragazzi la possibilità di provarla. Se un genitore sente di dover proteggere il figlio dalla propria tristezza,dalla propria rabbia o dall’ansia, sembrerà che non sia concesso provare questi sentimenti, esprimerli e gestirli. Proteggendoli si dà loro l’indicazione che non c’è modo di gestire le emozioni negative. Meglio prevenire che curare l‘ansia Fare prevenzione con i bambini, affinché l’ansia dei genitori non li contagi, è importante. Diversi fattori concorrono a innescare i disturbi d’ansia. Ad esempio il temperamento innato ed i fattori ambientali. Maggiori sono le esperienze negative che un bambino vive, maggiore è la probabilità che abbia a che fare con problemi di ansia da adulto. I genitori sono il modello di riferimento per i figli e il loro modo di fare e di reagire alle situazioni può aumentare i livelli di ansia nei figli. Diventa quindi importante insegnare alle famiglie a individuare i segnali di paure immotivate e di ansia eccessiva e cosa fare per spegnerli. Un modo per ridurre l’ansia è il confronto con la realtà: imparare a riconoscere quella paura sana che ci mette in allerta in caso di pericolo e, al contrario, quei timori esagerati che rischiano di prendere il sopravvento condizionando i nostri comportamenti. Se per esempio un bambino ha paura dei gatti e diventa ansioso quando ne vede uno per strada, può provare a contenere tale paura, che lo trattiene dal continuare a camminare, imparando a esaminare e valutare la situazione per quella che effettivamente è. Ma come mai avviene questo? Spesso un genitore può sentire che sta capitando qualcosa nella vita di suo figlio che gli riporta alla mente qualcosa di difficile da sopportare perché per lui non è sufficientemente elaborato. Sente di ritrovarsi davanti ad una faccenda che non è risolta. Pertanto per evitare di trasmettere ansia ai propri figli è importante fare pace con la propria storia e con le proprie paure.

Adolescenti e social networks: l’esposizione prolungata modifica il cervello

Nella società odierna i social networks si sono progressivamente sostituiti ai tradizionali canali di comunicazione, dando vita a nuovi modelli relazionali. Per la prima volta un semplice strumento riesce a modificare abitudini e schemi comportamentali già consolidati. Abbiamo analizzato nei precedenti articoli gli effetti di internet e dei social networks sul comportamento umano; le ripercussioni sulla salute mentale e infine i nuovi disturbi che ne derivano. Gli adolescenti sono i più suggestionabili: l’esposizione continua e prolungata ai social networks incide significativamente sul loro sviluppo cognitivo, modificando il loro cervello. Una recentissima ricerca pubblicata su JAMA Pediatrics, condotta su ragazzi di differenti etnie ed età compresa tra i 12 ed i 15 anni, dimostra come l’utilizzo assiduo dei social networks riesca a manipolare il cervello degli adolescenti, alterandone il funzionamento.Lo studio si focalizza soprattutto sulla componente relazionale dei giovani, indagando la correlazione tra frequenza di utilizzo dei social e bisogno di approvazione sociale. Dai risultati emerge che gli assidui frequentatori dei social networks presentano una maggiore sensibilità al giudizio del gruppo dei pari, fino a sviluppare una dipendenza dalla loro approvazione. Il feedback ricevuto dai propri coetanei innesca un’attenzione sempre maggiore alla ricerca di consensi, all’approvazione sociale, al desiderio di essere non solo accettati, ma ammirati. Da una prospettiva clinica sono stati osservati dei cambiamenti in tre aree cerebrali: la corteccia prefrontale, responsabile del controllo delle proprie azioni; le aree che analizzano gli stimoli più rilevanti provenienti dall’ambiente; e infine i circuiti di ricompensa. Tuttavia non è ancora chiaro se questa estrema reattività sia frutto di un processo adattativo che andrà consolidandosi nel corso degli anni, oppure se rappresenta una minaccia: una fonte di stress che può degenerare in ansia sociale e depressione.

Gender pay gap: disuguaglianze e pregiudizi di genere nel mondo del lavoro

Gender pay gap: una fotografia di disuguaglianze e pregiudizi di genere nel mondo del lavoro in Italia e in Europa. Negli ultimi anni il mondo lavorativo ha subito una profonda trasformazione che ha portato a modifiche strutturali riguardo alle modalità di lavoro e alla gestione dell’equilibrio tra vita privata e professionale.Abbiamo osservato i fenomeni della Yolo Economy e Big Quit e parlato della digital transformation. Tuttavia, c’è un tema ricorrente, ben radicato negli anni, che sembra non mutare mai, ed è quello della disparità di genere nel lavoro. Nel 2023, disuguaglianze tra uomini e donne e pregiudizi regnano ancora contrastati in ambito professionale, portando con sè una scia di ripercussioni tangibili e intangibili. Una di queste è senza dubbio il gender pay gap: il divario di retribuzione tra i lavoratori di sesso maschile e femminile a parità di mansione. Una disparità di trattamento ingiustificata eppure ancora molto diffusa, che fa della diversità una discriminazione. I dati del Gender Pay Gap I dati Eurostat affermano che nel 2020, in Europa, la retribuzione oraria lorda delle donne era in media del 13,0% inferiore a quella degli uomini. In Italia, la percentuale di gender gap nel settore pubblico è del 4,1%, mentre nel privato supera il 20%. La differenza salariale complessiva è del 43.7% contro la media europea del 39%. Le cause del Gender Pay Gap Il gender pay gap è il risultato di una serie di indicatori che incrociano dati relativi all’occupazione, alla contrattualizzazione e all’avanzamento di carriera. Tuttavia molti pregiudizi sono ancora frutto di un retaggio culturale in cui la donna è naturalmente deputata alla cura dei figli e della casa.Il suo “naturale” ruolo di madre di famiglia e angelo del focolare fa sì che non possa portare lo stesso impegno ed energia sul lavoro e quindi ricoprire incarichi dirigenziali al pari degli uomini o di colleghe più mature, come emerso dalla recente affermazione di Elisabetta Franchi.Una dichiarazione non proprio pollitically correct che ha generato molte polemiche, ma che probabilmente ha dato voce a quella che in Italia è una visione generalizzata dell’occupazione al femminile. Conseguenze psicologiche del Gender Pay Gap Le conseguenze psicologiche del gap in ambito lavorativo e in particolare nel trattamento retributivo, sono diverse. In primo luogo le donne sono soggette a maggior stress lavoro correlato. Non solo perchè sentono di dover dimostrare il loro valore, ma perchè devono lavorare di più per raggiungere il guadagno dei colleghi uomini. Questa ansia da prestazione innesca un pericoloso circolo vizioso di perenne efficienza, che rischia di sfociare in burnout.Il fatto di sentirsi sempre sottostimate e mai gratificate incide notevolmente sull’autostima delle donne lavoratrici, che spesso non si sentono di meritare il ruolo ricoperto, sperimentando la sindrome dell’impostore.

Disforia di genere in età evolutiva

La disforia di genere o disturbo dell’identità di genere indica quella condizione per cui un individuo non si identifica con il proprio sesso biologico, ma con quello opposto. Attraverso la lettura di questo articolo capiremo insieme come si manifesta e come può essere identificato preventivamente. Cos’è la disforia di genere? E’ quella condizione per cui un individuo non si identifica con il proprio sesso biologico, ma con quello opposto. Nel DSM-5 la disforia di genere non rientra più tra i disturbi sessuali perché non si tratta di un disturbo e occupa una categoria a sé stante. La disforia di genere nell’età evolutiva presenta le seguenti caratteristiche, alcune simili a quelle dell’adulto: Affermazione da parte del bambino di essere del sesso opposto Preferire indossare gli abiti del sesso opposto Preferire giochi dove vi è uno scambio di ruolo Preferire giocare con i giochi destinati all’altro sesso Desiderio di essere dell’altro sesso Emozioni negative verso i propri genitali Rifiuto di giochi e attività destinate al sesso di appartenenza Nell’età evolutiva la formazione dell’identità è in corso, quindi non si può determinare che queste preferenze persistano nel futuro Disforia di genere in età evolutiva: come si manifesta? La disforia di genere si presenta in età evolutiva ma non ha sempre un decorso continuo. Se un bambino gioca con una bambola non necessariamente si identifica con il sesso opposto, è positivo che i genitori lasciano esprimere i figli e giocare con quello che più li aggrada. Spesso si manifesta entro i 2 o 3 anni d’età. I bambini con disforia di genere di solito fanno quanto segue: Preferiscono indossare abiti tipici del sesso opposto Insistono nell’affermare di essere dell’altro sesso Desiderano di potersi svegliare come l’altro sesso Preferiscono partecipare ai giochi e alle attività tipicamente dell’altro sesso Hanno sentimenti negativi nei confronti dei loro genitali Per esempio, una bambina può affermare con insistenza che le crescerà un pene e diverrà un bambino; può stare in piedi per urinare. Un ragazzo può fantasticare di essere di sesso femminile ed evitare i giochi nei quali ci si azzuffa e i giochi competitivi. Può sedersi per urinare e desiderare di sbarazzarsi del suo pene e dei suoi testicoli. La maggior parte dei bambini con disforia di genere non viene valutata fino all’età di 6-9 anni, epoca in cui la disforia è già divenuta cronica. L’identificazione con l’altro sesso non deve rappresentare un puro desiderio di ottenere i vantaggi culturali dell’appartenenza all’altro sesso così come vengono percepiti. Per esempio, un maschietto che dice di voler essere una femminuccia così da poter ricevere lo stesso trattamento speciale riservato alla sua sorellina, probabilmente non ha una disforia di genere. Trattamento Il trattamento dei bambini in età prepuberale con diagnosi di disforia di genere rimane controverso. La maggior parte dei bambini che sono incongruenti per genere durante l’infanzia non continua nell’adolescenza o nell’età adulta con un’identità transgender. La modalità di trattamento predominante è il supporto psicologico e la psicoeducazione per i bambini e i loro genitori, utilizzando un modello di genere affermativo in opposizione a un modello di genere patologizzante. Questo approccio affermativo supporta il bambino nel genere espresso, a volte includendo la transizione sociale prima della pubertà. Conclusioni Identificare caratteristiche oggetto di osservazione consente al bambino/a di sentirsi maggiormente incluso nella società e accettato cosi’ com’è. É sempre consigliabile rivolgersi ad uno psicologo o psicoterapeuta per avere il parere di un professionista e per conoscere come i genitori possono supportare i figli che presentano gli indicatori della disforia di genere.

L’ansia dei buoni propositi tra obiettivi e ideali di perfezione

L’ansia dei nuovi propositi per il nuovo anno: in bilico tra obiettivi e ideali di perfezione irraggiungibili.L’avvento del nuovo anno è da sempre considerato un momento di bilancio e di profonda riflessione su quello appena trascorso. “Ho raggiunto i traguardi che mi ero prefissato? Quali obiettivi voglio perseguire in questo 2023?”Sono solo alcune delle domande più frequenti quando ci si avvicina al fatidico conto alla rovescia. L’abitudine di creare una lista di aspirazioni e buoni propositi per il nuovo anno è sicuramente preziosa. Ci aiuta ad allineare la nostra mente sui progetti futuri, facendo emergere ambizioni e desideri e stimolando la pianificazione per concretizzarli. Esiste però un rovescio della medaglia: talvolta i propositi che ci prefiggiamo sono molto più che ambiziosi, sono irrealistici. Nella nostra società siamo abituati ad essere troppo esigenti, soprattutto con noi stessi. Desideriamo tutto e subito, saltando al risultato. Dunque pretendiamo che il cambiamento sia immediato e non frutto di un processo graduale. La smania di arrivare immediatamente al risultato genera in noi un forte stress, una continua ansia da prestazione, che si trasforma in frustrazione ogni volta che non riusciamo a portare a termine l’obiettivo nei tempi e modi prefissati. Non solo, le nostre aspettative sono fortemente condizionate dagli ideali e dai modelli di perfezione della nostra società, amplificati dai social networks. Spesso vogliamo raggiungere determinati traguardi esclusivamente per ottenere approvazione sociale e rispondere ad un’immagine idealizzata e irrealistica. Lo scontro con questi standard di perfezione ci fanno star male, intrappolandoci in una spirale di ansia e insoddisfazione.

la “Sindrome dell’Impostore” amplificata dai social networks

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Poco tempo fa Chiara Ferragni ha dichiarato di aver sofferto di “Sindrome dell’impostore”: viveva la costante sensazione di non meritare il proprio successo. Da Einstein a Meryl Streep, sono tanti i personaggi illustri che hanno sperimentato questa esperienza. Secondo la ricerca condotta dalla Dott.ssa Pauline Clance, che per prima ha teorizzato la “sindrome dell’impostore”, quasi il 70% della popolazione ha sperimentato questa percezione. Il termine “Sindrome dell’impostore” fu coniato nel 1978 dalle psicologhe Pauline Clance e Suzanne Imes, nell’ambito di uno studio condotto su 150 donne, brillanti professioniste, incapaci di riconoscere e vivere con soddisfazione i risultati raggiunti. Il soggetto colpito dalla sindrome sperimenta una forte insicurezza che lo porta a dubitare di aver meritato i propri successi personali e professionali e ad attribuirli sempre a cause esterne. Il profilo dell’impostore “L’impostore” mostra una correlazione con bassi livelli di autostima, scarsa fiducia in se stesso, tendenza al perfezionismo e al continuo confronto con gli altri. La sindrome dell’impostore sui social networks Abbiamo già parlato di “identità digitale” e di quanto sia difficile gestire la propria immagine virtuale quando prende il sopravvento. In una società così egocentrica anche i piccoli traguardi si celebrano in modo eclatante. I social networks diventano una vetrina per affermare se stessi e ammirare/invidiare i successi degli altri. La continua ricerca della perfezione e il costante confronto con gli altri alimentano l’insicurezza e la paura di fallire e di essere smascherati, giudicati. Per combattere o prevenire la Sindrome dell’Impostore, è necessario lavorare sulla propria autostima, sin dall’infanzia. A questo percorso finalizzato ad una profonda consapevolezza emotiva, si affianca l’educazione digitale per un corretto utilizzo dei social networks in qualità di strumenti di comunicazione al nostro servizio.