ADHD: disturbo da deficit di attenzione/iperattività

Cosa si può fare di fronte ad un bambino con ADHD? Scopriamo insieme caratteristiche e terapia. Il Disturbo da Deficit dell’Attenzione e Iperattività rientra tra i disturbi del neurosviluppo. L’ ADHD può persistere fino all’età adulta e, per questo, è definito un disturbo life-long. Gli elementi fondamentali che lo caratterizzano sono: difficoltà a mantenere l’attenzione; tendenza all’iperattività; impulsività. L’ADHD si presenta con disattenzione predominante quando il deficit attentivo risulta essere il problema principale. In particolare, l’attenzione selettiva, l’attenzione sostenuta e le funzioni esecutive (pianificazione e memoria di lavoro) sono deficitarie. Questo conduce ad avere problematiche nell’apprendimento, ma anche nello sviluppo di abilità cognitive come il problem solving e di strategie comportamentali che servano a creare relazioni soddisfacenti con gli adulti ed i compagni. L’ADHD con impulsività e iperattività predominante, invece, ha come elemento centrale il comportamento del bambino e la mancanza di autoregolazione. Questo comporta un’iperattivazione motoria, eloquio eccessivo, difficoltà di inibizione delle risposte e difficoltà nel rispettare regole e turni. Esiste in ultimo il tipo ADHD combinato che presenta entrambe le caratteristiche. Cosa fare in questi casi? Le linee guida SINPIA (2019) indicano che: “lo Scopo principale degli interventi terapeutici deve essere quello di migliorare il funzionamento globale del bambino/adolescente. In particolare gli interventi terapeutici devono tendere a: 1. Migliorare le relazioni interpersonali con genitori, fratelli, insegnanti e coetanei. 2. Diminuire i comportamenti dirompenti ed inadeguati. 3. Migliorare le capacità di apprendimento scolastico (quantità di nozioni, accuratezza e completezza delle nozioni apprese, efficienza delle metodiche di studio). 4. Aumentare le autonomie e l’autostima. 5. Migliorare l’accettabilità sociale del disturbo e la qualità della vita dei bambini/adolescenti affetti.“ In particolare, la terapia comportamentale viene raccomandata per i bambini in età prescolare. Essa prevede che i genitori e gli insegnanti (comunque gli adulti che gravitano intorno al bambino) imparino abilità e strategie tese a rispondere in modo efficace alle difficoltà di quest’ultimo (nell’impulsività, nello svolgimento dei compiti, nelle relazioni, nelle richieste). Gli interventi di formazione invece sono volti a sviluppare delle abilità nel soggetto. Su questo tipo di interventi sono state condotte meno ricerche rispetto a quelli dei trattamenti comportamentali; sarebbero dunque validi per gestire la disorganizzazione dei materiali e del tempo tipica della maggior parte dei giovani con ADHD.
Il ciuccio tra me e mio figlio

Il ciucciotto è uno strumento che spesso diventa croce e delizia in una relazione genitore figlio. Farò bene a darlo?quando è il momento di toglierlo? se lo tolgo il bimbo va in frustrazione. Queste sono solo alcune delle domande che i genitori riportano e che gli fanno sperimentare un senso di incompetenza. Premessa Leggere il proprio bambino è uno dei compiti più complessi per un genitore. I genitori spesso si pongono maggiormente sul “fare” a discapito del “sentire” la genitorialità, come relazione continua e nutriente dove imparare a so-stare. ciuccio: come inserirlo in una relazione genitore/figlio Uno dei tanti argomenti a me cari è l’uso del ciuccio, croce e delizia dei neogenitori. L’uso del ciuccio necessita di una tecnica di suzione diversa rispetto al seno, ecco perché alcuni bambini finiscono per confondersi, rendendo la suzione alla mammella inefficace e quasi sempre dolorosa.Numerosi studi evidenziano l’influenza di tale pratica sulla relazione tra genitori e figli. Il ciuccio, secondo alcuni studi, potrebbe rappresentare una barriera alla comunicazione emotiva tra bambini e adulti, influenzando negativamente la formazione del loro legame. Inoltre, potrebbe rappresentare un serio ostacolo al sereno sviluppo di un legame emotivo tra madri e figli, turbando alle basi la manifestazione di questa importante relazione.Mettere un ciuccio in bocca al nostro bambino equivale a dire “Siccome faccio fatica a comprendere i tuoi segnali di pianto, preferisco non ascoltarli”, “Non riesco a consolarti, meno male che hanno inventato il ciuccio!”.Diventa importante che i genitori si sentano competenti, molto più di un “tappo” di gomma. Ciuccio, pupazzo o copertina Spesso i piccoli ricorrono all’abitudine di tenere perennemente il ciuccio in bocca, stringere un pupazzo di pezza o la copertina di Linus per consolarsi e alleviare lo stress di ogni nuova situazione. Questi atteggiamenti compaiono intorno al primo anno d’età per poi scomparire pian piano verso i quattro anni, quando il bimbo acquisisce più sicurezza e autonomia. Non mettiamo fretta al bambino, aiutiamolo invece a fare a meno di queste abitudini nei momenti in cui ne ha meno bisogno (offrendogli un’ attività interessante, o distogliendo la sua attenzione), cerchiamo di fargli lasciare i suoi oggetti di salvataggio mentre è impegnato a giocare, sarà lui piano piano a cercarli sempre di meno. E se riesce a stare tutto il giorno senza, ricompensiamolo, non con un giocattolo, ma lodando la sua capacità. Conclusioni All’interno di una relazione genitore/figlio spesso il genitore vive sensazioni di smarrimento: quando è il momento giusto per togliere il ciuccio? In questi casi diventa importante che il bambino si senta visto nel suo bisogno e non in un’età anagrafica “giusta” per raggiungere questo risultato. Quindi, genitori, provate sempre più a stabilire una relazione solida con vostro figlio affinchè si giunga con serenità al raggiungimento di questo risultato.
AMORES

Continuiamo in questo nuovo articolo il discorso avviato in: “C’è bisogno di AMORES” e approfondiamo qui il concetto di teoria della mente e di come l’utilizzo del nostro dispositivo Amores possa essere utile nel caso di bambini con disturbo dello spettro autistico. Ricordiamo che Amores è un acronimo che sta ad indicare, in breve: un Attivatore e Modulatore dello Schema Corporeo, messo appunto dal gruppo di lavoro Poliscreativa, è un sensore a infrarossi che riconosce i principali movimenti articolari (testa, braccia, bacino e gambe) e li trasmette a un comune PC come un’immagine dinamica che poi riproduce sullo schermo una sottile silhouette. Sottolineiamo anche in questo nuovo articolo che lo schema corporeo messo qui in gioco è: creativo, condiviso ed amplificato. Ora qualche cenno storico sul concetto di teoria della mente, erano gli anni ’70 quando Premack e Woodruff, introdussero questo concetto con uno studio in cui richiamarono l’attenzione sul dato che gli individui sono regolati, nelle loro interazioni con gli altri, da una Teoria della Mente (ToM, dall’inglese Theory of Mind), ovvero da un sistema di interferenze che permette di attribuire a se stessi e ai conspecifici degli stati mentali, e in particolare di spiegare e predire i comportamenti altrui anche quando devono essere ricondotti a credenze diverse dalle proprie. Secondo numerose ricerche riguardanti i disturbi dello spettro autistico, ci sarebbe proprio un’incapacità a concepire adeguatamente questa mappa delle possibili risposte in relazione alle possibili domande definita “teoria delle mente”, tra le caratteristiche più pregnanti di questa sindrome. Tornando ad Amores e al suo utilizzo con bambini autistici, Amores stimola, sia pure in un clima di gioco, per nulla impositivo ed assai graduale, a fare maggiore attenzione contemporaneamente sia ai propri movimenti che alla risposta altrui, dovendo inevitabilmente memorizzare questi dati e tenerne conto per poter determinare l’effetto desiderato. Amores, stimola quindi ad elaborare delle teorie della mente, sia pure semplicissime e non verbalizzabili che comunque, proprio per queste caratteristiche, permettono a quei bambini di ripercorrere le tappe del loro sviluppo che sono state deficitarie. Le procedure di utilizzazione di Amores non prevedono mai il contatto fisico tra i partecipanti ai nostri percorsi perché, come abbiamo modo di constatare costantemente, uguale efficacia la si può ottenere anche coinvolgendo solamente i canali visivi e acustici così come i neuroni specchio ci suggeriscono. Questo aspetto si mostra particolarmente congeniale per l’utilizzo del dispositivo con alcuni tipi di autismo. Quello che noi facciamo, semplicemente, è creare un contesto nel quale il soggetto si senta accolto e al sicuro, questo farà sì che le sue difese più rigide e magari attivate in situazioni di pericolo precedentemente vissute, gradatamente si allentino. A questo punto sarà possibile che la persona sia in grado di riconfigurare il suo assetto difensivo secondo modalità meno dettate dall’urgenza e dall’ansia e pertanto più funzionali e adattative. In altri termini, il dispositivo Amores non si basa sulla necessità di una presa di coscienza degli aspetti più problematici delle nostre vite, ma soprattutto sul creare le condizioni ottimali per attivare quegli aspetti autoriparativi che almeno potenzialmente sono sempre presenti in ognuno di noi e che per funzionare non hanno sempre e soltanto bisogno di rendersi del tutto consapevoli e verbalizzabili. Nei bambini autistici quello che osserviamo è di enorme interesse e veramente ci fa ben sperare che Amores possa avere degli effetti anche a lungo termine per meglio essere in grado di elaborare anche ben più complesse teorie della mente altrui.
Paura del fallimento e ansia da prestazione nella società della perfezione

Fragili, scossi e con scarsa speranza verso il futuro. Questo è l’identikit dei giovani di oggi, definiti la generazione post Covid. Una generazione che vive un disagio psicologico importante, frutto di traumi ripetuti.Vivono la paura degli scenari apocalittici del nostro tempo e sperimentano l’ansia da prestazione di una società che mira alla perfezione. Molti cercano, con significative ripercussioni sul benessere psicologico, di concorrere al modello dell’eccellenza. Oppure cercano una via di fuga, reale o simbolica, dalla vita. Il recente suicidio della studentessa dello IULM, una giovane di soli diciannove anni, è l’ultimo triste caso di un allarme straziante. Una tragedia che punta i riflettori su un disagio profondo che possiamo più ignorare. Perché abbiamo così tanta paura di fallire? Il fallimento è qualcosa di naturale, che tutti sperimentiamo almeno una volta nella vita. Perché allora ci fa tanta paura? Nella società iper competitiva in cui viviamo la sconfitta è percepita come inaccettabile. Anche i social networks, con il loro ideale di perfezione, contribuiscono ad incrementare inquietudine e ansia da prestazione.In alcuni casi questa pressione può sfociare in una vera e propria condizione di sofferenza psicologica. Come affrontare il fallimento? La chiave è concedersi la possibilità di sbagliare. L’errore è un’occasione di crescita e resilienza. Lavorare sulla propria autostima e amor proprio è una condizione imprescindibile per imparare dal fallimento.Altrettanto importante è sviluppare delle strategie di coping che permettano di gestire una situazione fallimentare in modo sano, sereno e utile. Riconoscere di aver commesso degli errori è il primo passo per sviluppare un atteggiamento proattivo e resiliente e migliorare il proprio senso di autocontrollo e autoefficacia.
Il bambino frustrato

Spesso i genitori si rivolgono allo psicologo con una specifica domanda: perchè mio figlio piange sempre?è frustrato?io sono disperato. Proviamo a comprendere le motivazioni che possono spingere un bambino a non tollerare l’attesa, attraverso il pianto. Fin dalla nascita il bambino sperimenta piccole frustrazioni. Quando ha fame o ha il pannolino sporco il bambino solitamente si esprime attraverso il pianto.Il momento che intercorre tra la sua richiesta e il soddisfacimento di un bisogno è un momento fondamentale, ovvero di attesa. Tanto più elevata è la motivazione connessa al livello di soddisfazione che può produrre la mèta, tanto più ci sarà la possibilità di tollerare la frustrazione.Quando il genitore interviene immediatamente, nel bambino si crea l’aspettativa che ogni volta che lui piange interviene subito l’adulto a soddisfare la sua richiesta o bisogno. Perché le attese creano frustrazioni? Perché ciò che desideriamo non è in quel momento soddisfatto.Crescendo, tutti noi nella nostra vita ci è capitato di far vincere un bambino ad un gioco per non creargli dispiacere, oppure siamo stati noi stessi ad incarnare quel bambino. Nei bambini, la soddisfazione immediata dei bisogni (un giocattolo, una merendina, un ausilio per la risoluzione di un compito difficile) ha sicuramente una componente di gratificazione sia sul piano personale che affettivo. Essa non produce un beneficio poiché, a lungo andare, tende a divenire una modalità comportamentale di risposta, ovvero una pretesa.Ognuno di noi affronta la frustrazione in maniera diversa a seconda di come siamo stati abituati fin da piccoli e come abbiamo imparato a gestirla.Ci possono essere due modi di reagire alla frustrazione:1. Sentirsi un fallito, un perdente, arrabbiarsi ecc.;2. sentirsi fiducioso della proprie capacità e risorse personali, credere che andrà meglio la prossima volta, ed essere capace di gestire l’attesa per il raggiungimento dei propri obiettivi.Nel primo caso si tratta di un individuo “intollerante” alla frustrazione e spesso può presentare sintomatologie quali ansia, depressione, disturbi del comportamento come aggressività, oppositività nei confronti dei genitori o delle autorità in genere.Nel secondo caso si tratta di un soggetto che è in grado di gestire le proprie emozioni negative, possiede buone capacità di adattamento sociale, buona autostima ed ha maggiori probabilità di raggiungere i propri obiettivi e successi. Caratteristiche del bambino che non tollera le frustrazioni: 1. Non riesce a fare qualcosa e si arrabbia tirando oggetti, piangendo o urlando;2. Fa una richiesta che non viene immediatamente soddisfatta e si mette a urlare, piangere o aggredisce;3. Rinvia un compito perché pensa di non riuscirci;4. Chiede esplicitamente “voglio subito questa cosa!” giungendo perfino a minacciarti. COME GESTIRE LA FRUSTRAZIONE DEI BAMBINI – Consolare il bambino ma non cedere alle sue richieste se non sono importanti o necessarie in quel momento– Dare la possibilità al bambino di fare esperienza di piccoli insuccessi– Incoraggiare a fronteggiare le difficoltà– Dare la possibilità al bambino di confrontarsi con i bambini più tolleranti– Creare delle piccole attese alle richieste del bambino– Dare spazio alla comunicazione sulle emozioni negative che il bambino sta provando Ricordiamo che non e’ giusto privare i bambini del sentimento della frustrazione. Infatti, come tutti gli altri sentimenti, la frustrazione, nella giusta dose, ha un compito ben preciso. Può educare il soggetto a rispondere adeguatamente alle richieste ambientali e relazionali: può spronare allo sviluppo dell’intelligenza e produrre nel soggetto un incentivo all’apprendimento e alla ricerca di nuove soluzioni (problem solving). Se ritieni che tuo figlio non riesca a gestire in maniera adeguata le frustrazioni rivolgiti ad un esperto per richiedere un supporto adeguato.
Ansia, conoscerla e accoglierla: è possibile?

Quali sono le componenti dell’ansia? E come si può imparare a conviverci? Vediamolo insieme in questo articolo. Ormai una delle parole più frequenti nel vocabolario di tante persone è: “ansia”. I soggetti tendono ad autodefinirsi “ansiosi” come se questo fosse il peggiore di tutti i mali. Ma cosa accadrebbe se provassimo a conoscerla meglio? Probabilmente riuscirebbe a spaventarci di meno. Definizione dell’ansia L’ansia è un’emozione universale che rappresenta una componente necessaria all’organismo per rispondere allo stress. Può essere dunque adattiva quando prepara il soggetto ad affrontare potenziali pericoli portando ad una crescita personale. Si compone di: una parte cognitiva (aspettative di pericoli imminenti e sottostima della capacità di fronteggiarlo attivano “schemi di pericolo”; questi schemi rinforzano i sintomi d’ansia creando un circolo vizioso che accresce il senso di fragilità dell’individuo prevedendo per lo più scenari catastrofici); somatica (la pressione del sangue e la frequenza cardiaca aumentano, le funzioni del sistema immunitario e digestivo diminuiscono); una parte emotiva, che include paura, apprensione, preoccupazioni; una parte comportamentale (fuga, attacco o freezing). E come diventa disfunzionale? Quando il malessere cresce a dismisura potenziato soprattutto dalla parte cognitiva e dagli schemi di pericolo, l’individuo può iniziare a mettere in atto comportamenti che interferiscono con le sue normali attività. Gli evitamenti proteggono il soggetto nell’immediato, ma rafforzano il circolo vizioso negativo che ha iniziato a stabilizzarsi. I sintomi ansiosi (che a loro volta si suddividono in sintomi cognitivi, emotivi e somatici) iniziano a rappresentare essi stessi una minaccia. Concentrandosi sui sintomi, interpretandoli come indice di un grave disturbo fisico o psicologico, il soggetto modifica la percezione di sè, degli altri e del mondo circostante. Come gestire i sintomi? Conoscere cosa avviene quando il soggetto dice di provare ansia può già servire per comprendere e normalizzare ciò che si percepisce invece come catastrofico. La mindfulness può diventare uno strumento importante per imparare a notare ed essere quindi consapevoli della propria esperienza interna: così, anzichè evitarla, impareremmo a conoscerla e ad accoglierla come “esperienza normale”. Non esitiamo a contattare un professionista della salute mentale perchè più si aspetta più diventa difficile uscire dal circolo vizioso che si crea!
Lavoro: il 2022 è l’anno dei record per le dimissioni volontarie

Negli ultimi due anni la pandemia e i cambiamenti che ci siamo trovati ad affrontare, hanno portato ad una vera e propria restaurazione del lavoro. Il lavoro agile e la ricerca dell’equilibrio tra vita privata e professionale, hanno innescato dei fenomeni di massa come la Great Resignation, la Yolo Economy e il Quiet Quitting. Gli scenari che hanno caratterizzato il 2019 erano il preludio di una situazione ben più radicata, che ha raggiunto il suo apice nell’anno appena trascorso. Stando ai report sulle comunicazioni obbligatorie del ministero del Lavoro, infatti, emerge che le dimissioni registrate nei primi nove mesi del 2022 ammontano a oltre 1,6 milioni, il 22% in più rispetto allo scorso anno. Un dato record che ci spinge a riflettere sulle cause di questa tendenza controcorrente che sta diventando sempre più diffusa. Tra le motivazioni indagate nel report dell’Osservatorio HR Innovation Practice della School of Management del Politecnico di Milano, spicca una condizione diffusa di malessere psicologico sperimentato nell’ambiente di lavoro. I livelli di ansia e stress lavoro correlato sono due importanti campanelli d’allarme che dicono tanto sullo stato di salute psicologica di un’organizzazione. Una delle paure più diffuse dei lavoratori di oggi è quella di cronicizzare lo stress e cadere nella trappola del burnout. La ragione delle dimissioni di massa è proprio la ricerca di condizioni migliori che possano migliorare la qualità di vita. Nasce la necessità di non accontentarsi più, di reiventarsi per ambire a un ambiente di lavoro più sano in cui crescere e dar sfogo alle proprie ambizioni. Questa ritrovata consapevolezza ci spinge a ricercare un lavoro con un salario più consono; una ripartizione delle ore di lavoro che permetta di coltivare la propria vita privata, i propri affetti e interessi; e che ci faccia sentire realizzati e valorizzati. Questa ennesima Great Resignation è il riflesso di una profonda trasformazione della nostra società. Il Covid 19 ha costretto le persone a rivedere le proprie priorità, spostando il baricentro della propria vita su elementi tanto essenziali quanto trascurati. Il lavoro non può più essere un aspetto totalizzante della vita, ma un tassello in un puzzle molto più ampio, fatto di relazioni e affetti.
Mi trasmetti ansia: storie di ansia che si trasmette da genitore a figlio

Il genitore spesso si sente responsabile di trasmettere ansia ai figli. Come riconoscere questo meccanismo?come intervenire?lo scopriremo attraverso la lettura dell’articolo. Per un bambino o un adolescente vedere il proprio genitore in ansia, può essere deleterio. I figli hanno la propensione naturale a guardare ai genitori per prendere esempio e spunto nelle situazioni che si trovano ad affrontare. Se un genitore manifesta continuamente ansia e paura nelle situazioni comuni di vita, il bambino avrà una visione del mondo instabile e incerta. Si è osservato che i figli di genitori ansiosi hanno maggiori probabilità di sviluppare disagi d’ansia. È doloroso, per un genitore, pensare di essere il veicolo di trasmissione dello stress al proprio figlio, ma non bisogna lasciarsi sopraffare dal senso di colpa. Cosa fare? Affidarsi a un professionista può aiutare genitori e figli a lavorare per gestire e tollerare lo stress. Il genitore acquisisce le tecniche terapeutiche per imparare a gestire lo stress e le trasmette al figlio per aiutarlo ad affrontare le situazioni di incertezza. I genitori devono cercare di mantenersi neutrali e calmi, bisogna tenere sotto controllo le espressioni facciali, devono essere consci delle parole usate perché i bambini assorbono e leggono le situazioni, i comportamenti e le persone. Se una situazione d’ansia è sfuggita al controllo del genitore, bisogna spiegare ai figli perché si è reagito in quel modo. Parlare di ansia dà ai bambini e ai ragazzi la possibilità di provarla. Se un genitore sente di dover proteggere il figlio dalla propria tristezza,dalla propria rabbia o dall’ansia, sembrerà che non sia concesso provare questi sentimenti, esprimerli e gestirli. Proteggendoli si dà loro l’indicazione che non c’è modo di gestire le emozioni negative. Meglio prevenire che curare l‘ansia Fare prevenzione con i bambini, affinché l’ansia dei genitori non li contagi, è importante. Diversi fattori concorrono a innescare i disturbi d’ansia. Ad esempio il temperamento innato ed i fattori ambientali. Maggiori sono le esperienze negative che un bambino vive, maggiore è la probabilità che abbia a che fare con problemi di ansia da adulto. I genitori sono il modello di riferimento per i figli e il loro modo di fare e di reagire alle situazioni può aumentare i livelli di ansia nei figli. Diventa quindi importante insegnare alle famiglie a individuare i segnali di paure immotivate e di ansia eccessiva e cosa fare per spegnerli. Un modo per ridurre l’ansia è il confronto con la realtà: imparare a riconoscere quella paura sana che ci mette in allerta in caso di pericolo e, al contrario, quei timori esagerati che rischiano di prendere il sopravvento condizionando i nostri comportamenti. Se per esempio un bambino ha paura dei gatti e diventa ansioso quando ne vede uno per strada, può provare a contenere tale paura, che lo trattiene dal continuare a camminare, imparando a esaminare e valutare la situazione per quella che effettivamente è. Ma come mai avviene questo? Spesso un genitore può sentire che sta capitando qualcosa nella vita di suo figlio che gli riporta alla mente qualcosa di difficile da sopportare perché per lui non è sufficientemente elaborato. Sente di ritrovarsi davanti ad una faccenda che non è risolta. Pertanto per evitare di trasmettere ansia ai propri figli è importante fare pace con la propria storia e con le proprie paure.
Adolescenti e social networks: l’esposizione prolungata modifica il cervello

Nella società odierna i social networks si sono progressivamente sostituiti ai tradizionali canali di comunicazione, dando vita a nuovi modelli relazionali. Per la prima volta un semplice strumento riesce a modificare abitudini e schemi comportamentali già consolidati. Abbiamo analizzato nei precedenti articoli gli effetti di internet e dei social networks sul comportamento umano; le ripercussioni sulla salute mentale e infine i nuovi disturbi che ne derivano. Gli adolescenti sono i più suggestionabili: l’esposizione continua e prolungata ai social networks incide significativamente sul loro sviluppo cognitivo, modificando il loro cervello. Una recentissima ricerca pubblicata su JAMA Pediatrics, condotta su ragazzi di differenti etnie ed età compresa tra i 12 ed i 15 anni, dimostra come l’utilizzo assiduo dei social networks riesca a manipolare il cervello degli adolescenti, alterandone il funzionamento.Lo studio si focalizza soprattutto sulla componente relazionale dei giovani, indagando la correlazione tra frequenza di utilizzo dei social e bisogno di approvazione sociale. Dai risultati emerge che gli assidui frequentatori dei social networks presentano una maggiore sensibilità al giudizio del gruppo dei pari, fino a sviluppare una dipendenza dalla loro approvazione. Il feedback ricevuto dai propri coetanei innesca un’attenzione sempre maggiore alla ricerca di consensi, all’approvazione sociale, al desiderio di essere non solo accettati, ma ammirati. Da una prospettiva clinica sono stati osservati dei cambiamenti in tre aree cerebrali: la corteccia prefrontale, responsabile del controllo delle proprie azioni; le aree che analizzano gli stimoli più rilevanti provenienti dall’ambiente; e infine i circuiti di ricompensa. Tuttavia non è ancora chiaro se questa estrema reattività sia frutto di un processo adattativo che andrà consolidandosi nel corso degli anni, oppure se rappresenta una minaccia: una fonte di stress che può degenerare in ansia sociale e depressione.
Gender pay gap: disuguaglianze e pregiudizi di genere nel mondo del lavoro

Gender pay gap: una fotografia di disuguaglianze e pregiudizi di genere nel mondo del lavoro in Italia e in Europa. Negli ultimi anni il mondo lavorativo ha subito una profonda trasformazione che ha portato a modifiche strutturali riguardo alle modalità di lavoro e alla gestione dell’equilibrio tra vita privata e professionale.Abbiamo osservato i fenomeni della Yolo Economy e Big Quit e parlato della digital transformation. Tuttavia, c’è un tema ricorrente, ben radicato negli anni, che sembra non mutare mai, ed è quello della disparità di genere nel lavoro. Nel 2023, disuguaglianze tra uomini e donne e pregiudizi regnano ancora contrastati in ambito professionale, portando con sè una scia di ripercussioni tangibili e intangibili. Una di queste è senza dubbio il gender pay gap: il divario di retribuzione tra i lavoratori di sesso maschile e femminile a parità di mansione. Una disparità di trattamento ingiustificata eppure ancora molto diffusa, che fa della diversità una discriminazione. I dati del Gender Pay Gap I dati Eurostat affermano che nel 2020, in Europa, la retribuzione oraria lorda delle donne era in media del 13,0% inferiore a quella degli uomini. In Italia, la percentuale di gender gap nel settore pubblico è del 4,1%, mentre nel privato supera il 20%. La differenza salariale complessiva è del 43.7% contro la media europea del 39%. Le cause del Gender Pay Gap Il gender pay gap è il risultato di una serie di indicatori che incrociano dati relativi all’occupazione, alla contrattualizzazione e all’avanzamento di carriera. Tuttavia molti pregiudizi sono ancora frutto di un retaggio culturale in cui la donna è naturalmente deputata alla cura dei figli e della casa.Il suo “naturale” ruolo di madre di famiglia e angelo del focolare fa sì che non possa portare lo stesso impegno ed energia sul lavoro e quindi ricoprire incarichi dirigenziali al pari degli uomini o di colleghe più mature, come emerso dalla recente affermazione di Elisabetta Franchi.Una dichiarazione non proprio pollitically correct che ha generato molte polemiche, ma che probabilmente ha dato voce a quella che in Italia è una visione generalizzata dell’occupazione al femminile. Conseguenze psicologiche del Gender Pay Gap Le conseguenze psicologiche del gap in ambito lavorativo e in particolare nel trattamento retributivo, sono diverse. In primo luogo le donne sono soggette a maggior stress lavoro correlato. Non solo perchè sentono di dover dimostrare il loro valore, ma perchè devono lavorare di più per raggiungere il guadagno dei colleghi uomini. Questa ansia da prestazione innesca un pericoloso circolo vizioso di perenne efficienza, che rischia di sfociare in burnout.Il fatto di sentirsi sempre sottostimate e mai gratificate incide notevolmente sull’autostima delle donne lavoratrici, che spesso non si sentono di meritare il ruolo ricoperto, sperimentando la sindrome dell’impostore.