il disturbo della pica

Le persone con il disturbo pica o picacismo mangiano compulsivamente cibi che non hanno valore nutritivo. Da dove nasce l’esigenza ad esempio di ingerire capelli? COMPORTAMENTO DEL PICACISMO Le persone con il disturbo pica o picacismo mangiano compulsivamente cibi che non hanno valore nutritivo. Una persona affetta da picacismo potrebbe mangiare oggetti relativamente innocui, come il ghiaccio, oppure potrebbe ingerire oggetti potenzialmente pericolosi, come scaglie di vernice secca o pezzi di metallo. Secondo Il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali dell’American Psychiatric Association (DSM-5) la pica è il consumo di sostanze non nutritive e non alimentari per un periodo di almeno un mese. La natura dei materiali ingeriti è ampiamente variabile ed include, ad esempio: ghiaccio cenere carta stoffa pastelli capelli feci Spesso è stata rilevata un’associazione tra pica e stress, abusi sui minori e deprivazione materna. La pica di solito si presenta come un disturbo isolato, ma ci sono casi in cui può coesistere con altre problematiche.   DIAGNOSI Ai fini della diagnosi il comportamento deve persistere per almeno un mese, non essere in linea con lo stadio di sviluppo del bambino (il limite di età minimo è di 24 mesi) non essere un comportamento derivante da convenzioni sociali o culturali. SINTOMI I sintomi con cui si manifesta la pica, oltre alla ricerca e consumo compulsivi, dipendono dal materiale ingerito e possono comprendere ad esempio: mal di stomaco Problemi intestinali (come costipazione o diarrea) Sangue nelle feci Complicazioni più specifiche sono legate quindi al tipo di sostanza ingerita Disturbi alimentari e malnutrizione possono entrambi portare al picacismo. Il motivo? In questi casi, mangiare cibi non alimentari può aiutare a sentirsi sazi e pieni. CURA Si suggerisce in genere di ricorrere a strategie per ridurre l’esposizione (e quindi la possibilità di accesso) alla sostanza desiderata, eventualmente fornendo materiali con consistenza simile, mentre altri pazienti beneficiano di un approccio psicoterapico (volto ad esempio a reindirizzare il comportamento indesiderato verso altre attività). TRATTAMENTI POSSIBILI Il medico probabilmente inizierà trattando eventuali complicazioni che si sono acquisite mangiando prodotti non alimentari. Se il medico pensa che il disturbo sia causato da squilibri nutrizionali, può prescrivere integratori vitaminici o minerali. Oppure può consigliare una valutazione psicologica per determinare se si ha un disturbo ossessivo compulsivo o un’altra condizione di salute mentale. A seconda della diagnosi, si possono prescrivere farmaci, terapie o entrambi. Qualora ci si renda conto che un bambino inizia ad ingerire sostanze non alimentari diventa importante evitare le giustificazioni e consultare subito un medico ed eventualmente uno psicologo per l’età evolutiva al fine di affrontare la problematica nel miglior modo possibile

Mind-reading: il mio psicologo mi legge nella mente?

<<Il mio psicologo mi legge nella mente!>> Quanti di voi hanno mai sentito questa frase?  Per me è ormai divenuta un’affermazione costante, una volta svelata la mia professione (e menomale sia così!) Ma cos’è che crea la percezione, inevitabilmente anche minacciosa, di uno psicologo un po’ empatico, un po’ “mentalista”? Nessuna sfera magica, ahimè. Parliamo invece della capacità di mind-reading del terapeuta. Il Mind-reading può essere definito come la capacità di attribuire un senso alle azioni degli altri, sulla base delle credenze, dei desideri e delle emozioni che imputiamo loro. È un’abilità cognitiva di “connessione con l’altro”, tradizionalmente studiata all’interno della Teoria della Mente (Wellman, 1990). È un’abilità rudimentale di comunicazione e comprensione pre-linguistica. La nostra principale forma di comunicazione quotidiana è, infatti, di tipo verbale. Scritto o parlato che sia, siamo abituati a pensare che il linguaggio sia lo strumento più semplice e chiaro per farci capire dall’altro. In realtà, spesso, la comunicazione linguistica è la più complessa, insidiosa e lontana forma di comprensione reciproca. Il mind-reading è una tipologia molto semplice e rudimentale di dialogo. È un’abilità presente anche in moltissimi animali non umani, che permette di dare senso alle azioni degli altri, difendendosi, in questo modo, dai predatori e procurandosi cibo attraverso l’interazione. Consiste in una piena presenza nella relazione, che permette di ampliare la propria attenzione agli aspetti non verbali della comunicazione e alla discrepanza tra questi e ciò che si sta dicendo. Significa, cioè, ampliare la propria capacità di ascoltare, di vedere l’altro, di percepire cosa noi stessi stiamo provando in quel momento, mentre l’altro ci sta parlando. Nella pratica, quindi, lo psicologo non legge nella mente: sta ponendo l’intera sua persona al servizio della relazione terapeutica.

Relazioni positive tra genitori e figli

Alcune riflessioni legate al mondo della genitorialità: come si può creare una relazione positiva fin da piccoli Come si può creare una relazione positiva con i propri figli? Diciamolo: fare il genitore è davvero il mestiere più difficile del mondo! Mette a dura prova l’adulto che, presumibilmente, si ritrova talvolta ad agire attraverso comportamenti, legati ad automatismi, che poi creano sensi di colpa! Proviamo a pensare innanzitutto che ciascun bambino prova sentimenti ed emozioni con la nostra stessa intensità! La differenza è che non hanno alcun filtro comportamentale ed intellettuale, non avendo avuto esperienze che gli possano aver fatto apprendere come vivere in modo socialmente accettabile. Proviamo a pensare che il nostro bimbo sia come un extraterrestre, appena giunto sul nostro pianeta e che non conosce tutte le regole! Sta dunque all’ambiente che lo circonda insegnargli come vivere. E proviamo a mantenere questa immagine dentro di noi, ogni qualvolta siamo presi dalla rabbia. Che succederebbe? Prima di continuare la lettura, proviamo a soffermarci su questo… Controllore o guida? Che tipo di genitore vorrei essere? Un genitore che, in maniera strategica, controlla il proprio figlio per raggiungere i propri obiettivi o vorrei essere una guida presente, amorevole, serena, consapevole del proprio compito educativo? Dopo i due anni, il bambino cerca di costruire la propria identità, ma non possiede tutti gli strumenti di un adulto: non ha ancora un linguaggio articolato; non ha capacità metacognitiva; utilizza il corpo per relazionarsi ed esplorare; vive in una fase egocentrica. Inizia così a richiedere all’adulto di poter essere attore e non solo spettatore del suo percorso di crescita. Vuole essere visto, chiede maggiori attenzioni non solo relative ai suoi bisogni primari. Diventa fondamentale dunque non solo dare regole, ma anche riflettere sul modo in cui vengono date, non dimenticandosi mai che una buona educazione parte anche da una buona relazione. Ricordiamoci che l’adulto è con il bambino e non al di sopra o al di sotto!

Body shaming: critica dell’imperfezione al tempo dei social networks

body shaming social networks

Negli ultimi mesi si è parlato tanto dello scandalo che ha scosso il mondo della ginnastica artistica. Attraverso i social networks sempre più ginnaste hanno dato vita a un “j’accuse mediatico”, denunciando le violenze psicologiche subite, il controllo ossessivo del peso e il body shaming. L’espressione “body shaming” significa letteralmente “far vergognare” qualcuno, in questo caso specifico deridendolo per le sue caratteristiche fisiche. Questo fenomeno, reiterato nel tempo, può essere assimilato ad una forma di bullismo. Il body shaming al tempo dei social networks Abbiamo già affrontato in un precedente articolo gli effetti dei social sulla salute mentale, definendo la tendenza a mostrare un’immagine di sè sempre più artefatta e difficile da raggiungere. Questo ideale di perfezione non solo segna una profonda spaccatura con l’immagine reale delle persone comuni, ma diventa un termine di paragone inaccessibile e ineguagliabile. Appare evidente che nella società dell’apparenza, chiunque si discosti dai canoni aurei di bellezza 3.0 possa essere oggetto di “attacco virtuale” e di body shaming pubblico, ancor più umiliante perchè visibile agli occhi di tutti. In più, negli ultimi anni, i social networks sono diventati un ricettacolo di aggressività ed egocentrismo in cui hate speech, cyber bullismo e body shaming sono all’ordine del giorno. Gli effetti sulle vittime di body shaming Gli studi condotti da KJ Gaffney; 2017; sugli effetti negativi dei social networks sulla percezione dell’immagine corporea, evidenziano che le vittime di body shaming manifestano spesso rabbia e bassa autostima.Tra le sintomatologie più frequenti invece si riscontrano depressione, autolesionismo, dismorfofobia e disturbi dell’alimentazione. Anche in questo caso, i social networks non rappresentano la causa, ma un amplificatore di un problema già esistente e ben radicato nella nostra società. L’educazione affettiva e l’educazione digitale sono due azioni indispensabili per educare i ragazzi all’amore verso sè stessi e al rispetto per gli altri.

Catfishig: la minaccia psicologica reale di una finta identità virtuale

catfishing

Negli ultimi tempi il termine “Catfishing” è rimbalzato tra telegiornali e programmi televisivi per la triste vicenda di Daniele, il 24enne di Forlì che ha deciso di farla finita dopo aver scoperto che la sua fidanzata, frequentata virtualmente per un anno, era in realtà un’altra persona. Questo fenomeno, ancora poco conosciuto in Italia, è molto frequente negli USA, tanto da aver dato vita al docu-reality “Catfish: false identità” che racconta storie di catfishing. Cos’è il catfishing? Secondo l’Accademia della Crusca, il termine Catfish indica una persona che costruisce in rete un proprio profilo fingendo di essere un’altra persona per burlare o truffare qualcuno o al fine di instaurare in rete rapporti amicali (a volte anche sentimentali) con una falsa identità. Cosa spinge le persone a fare catfishing? Generalmente ci sono diversi aspetti che spingono il catfish a costruirsi una finta identità virtuale. Potrebbe trattarsi di un individuo particolarmente insicuro che convive con la paura di non essere accettato; di una persona profondamente insoddisfatta della sua vita, che prova a sublimare i propri desideri costruendosi un’identità alternativa e fasulla.Che sia per noia o per uno scopo preciso, i catfish riescono a costruire un vero e proprio alter ego digitale che gli consente di instaurare relazioni con vittime inconsapevoli. Gli effetti del catfishing sulla vittima Le vittime di catfishing sono spesso insicure e fragili e trovano conforto e speranza nelle attenzioni dei loro persecutori. Queste condizioni di partenza creano terreno fertile per un gioco di potere che mira a creare un rapporto di dipendenza affettiva. Una volta scoperto il tranello, le vittime cadono in una spirale di delusione, tristezza e vergogna, accompagnata da frustrazione e rabbia verso se stessi. Come contrastare il fenomeno? Purtroppo ad oggi non viene fatto un lavoro di prevenzione mirata sul catfishing. Per fronteggiare questa minaccia occorre fare un lavoro strategico e strutturato di informazione e formazione sin dalle scuole agendo su due livelli. Da un lato descrivendo il fenomeno e i pericoli che ne derivano, fornendo gli strumenti necessari a riconoscerlo; dall’altro lavorando sulla consapevolezza e sull’autostima dei ragazzi, affinché ci siano sempre meno catfish.

Sofferenza naturale e sofferenza patologica

La sofferenza naturale ha a che fare con la vita ed è un’esperienza emotiva fondamentale per la nostra evoluzione. Basti pensare alle separazioni, alle delusioni, a tutte quelle situazioni che ci fanno soffrire e al tempo stesso crescere. La sofferenza svolge una funzione adattiva, poiché segnala all’organismo la rottura di un equilibrio e la necessità di attivare le risorse necessarie per raggiungere un nuovo stato di benessere. La sofferenza patologica, invece, è il prodotto del tentativo, reiterato nel tempo, di sottrarsi all’esperienza naturale della vita. Ogni emozione, nel suo ciclo naturale, è destinata a sciogliersi e a lasciare posto ad altro, una volta essersi espressa e aver svolto la sua funzione di adattamento. Ma se invece di accogliere la realtà la contrastiamo, e ci opponiamo a ciò che non vogliamo accettare, restiamo bloccati in una interruzione del processo di elaborazione e integrazione e il malessere si struttura in forme rigide e disfunzionali. L’evitamento, la nevrosi e la patologia La vita può porci di fronte ad eventi fortemente dolorosi. Il lutto, la perdita, il tradimento sono esperienze difficili da sostenere, poiché rompono una stabilità. Sconvolgono la vita emotiva. Le difese che ci vengono in soccorso, se da un lato tentano di proteggerci, dall’altra ci impediscono di stare nella realtà ed integrarla. Ogni forma di nevrosi e di patologia nasce da un evitamento del contatto. L’evitamento riguarda in primis l’impossibilità di riconoscere ed accedere a parti proprie. Agli aspetti di sé percepiti come pericolosi, negativi, sbagliati. Ad emozioni temute, disconosciute. Questa mancanza di integrazione crea una frammentazione del proprio essere nel mondo. Nello sviluppo del sé e del proprio senso di esistenza. Nel vivere la vita. Il ruolo della psicoterapia La psicoterapia guida e sostiene sia il contatto sia l’integrazione delle parti alienate e delle esperienze proibite. La maggior parte delle persone arriva in terapia con l’aspettativa illusoria di poter eliminare la sofferenza dalla propria esistenza. Di potersi sbarazzare degli aspetti di sé che non accetta. Di poter trovare riparo dalle emozioni che considera negative. Il lavoro terapeutico passa attraverso il crollo di queste illusioni infantili. Accompagna a stare nella realtà, nella sua totalità, fatta anche di sofferenza. Ad accettare, accogliere, ciò che appartiene alla natura delle cose.

un bambino narcisista

Narcisismo è una parola molto utilizzata nella nostra quotidianità. Ma a che età si diventa narcisisti? è possibile evitare di cronicizzare il narcisismo? Il narcisismo nei bimbi piccoli E’ naturale che un bambino da 0 a 3 anni abbia comportamenti narcisistici. Questo perché la formazione della personalità umana si basa su una relazione iniziale precoce con il care giver che deve essere capace di rispondere ai bisogni del bambino e dar loro un significato. Il bambino in questa fascia di età ha bisogno di essere visto e riconosciuto come la cosa più importante al mondo per la persona che lo accudisce. E’ da questa prima fondamentale relazione, in cui il bimbo viene riconosciuto dall’adulto, che si costruisce quel primo mattoncino alla base della sua autostima. Se questo non accade, le conseguenze sono drammatiche.Se manca il riconoscimento, la crescita naturale di un bambino subisce un blocco.  COSA ACCADE QUANDO IL BAMBINO CRESCE Da uno a tre anni e in seguito, i bambini iniziano a sperimentare la loro autonomia ma cominciano a vedere i propri limiti. Allo stesso tempo, devono anche accettare che il care giver non sia perfetto: può essere frustrante, non rispondere ai bisogni immediati, sgridare, mettere limiti e regole. Questo è un processo che richiede tempo per essere introiettato. Può però accadere che questo processo non vada a buon fine. Spesso succede perché o i genitori non danno le sufficienti attenzioni ai bambini o gliene danno troppe. Se non si trova un equilibrio è possibile che si entri nella sfera del narcisismo patologico: la persona è incapace di qualsiasi forma di autocritica o di valutazione su di sé: ha sempre necessità di continue conferme da parte degli altri, senza alcun interesse per i loro bisogni. COM’È POSSIBILE EVITARE CHE UN BAMBINO DIVENTI UN NARCISISTA PATOLOGICO? Dare attenzioni eccessive produce una serie di problematicità nella sua crescita. E’ indicato pertanto fornirgli la giusta dose di gratificazioni e riconoscimenti  La sua posizione all’interno della relazione genitoriale andrebbe rispettata. Un bambino ha, infatti, un suo ruolo specifico in famiglia ossia quello di figlio e tale deve restare  Quando ci si accorge che il bimbo risulta estremamente competitivo con gli altri è bene ridimensionare l’idea grandiosa di sé. E’ importante accettare  la possibilità di sbagliare, per evitare che possa reagire male ad un’eventuale sconfitta  Il suo bisogno di centralità, di sentirsi importante andrebbe soddisfatto sin dai primi mesi dalla sua nascita così da avere uno sviluppo sereno della sua autostima  Lasciare che il bambino segua le sue inclinazionie non ‘investirlo’ di un’immagine che rispecchia i propri desideri o le proprie aspirazioni CONCLUSIONI  In definitiva ognuno ha una storia, una propria peculiarità ed è bene che costruisca e realizzi la propria vita seguendo le proprie scelte contornate di errori, di cambiamenti, di rivalutazioni al fine di divenire unico e come nessun altro.

La terapia cognitivo-comportamentale nella pratica clinica-seconda parte

Verranno messe in risalto alcune delle tecniche della terapia cognitivo-comportamentale che utilizzano i conseguenti di un comportamento. Nel precedente articolo abbiamo preso in considerazione gli antecedenti di un comportamento e come possono essere utilizzati in terapia. Ora vedremo cosa si intende per conseguenti e quanto possono essere utili per modificare comportamenti disfunzionali. In particolare parleremo di: rinforzatori punizioni. Andrea (nome di fantasia) è un ragazzino piuttosto introverso, ha paura di relazionarsi agli altri e questo lo limita molto nei suoi contesti di vita. In terapia, lo aiutiamo a modificare questi comportamenti agendo non soltanto sugli antecedenti (come abbiamo visto nel precedente articolo), ma soprattutto sui conseguenti attraverso i rinforzatori. Ad esempio, dico ad Andrea quanto è stato bravo, sottolineando il suo impegno. Che cos’è il rinforzatore? Il rinforzatore è una conseguenza ad un comportamento che aumenta la probabilità che esso si ripresenti. Può essere di tipo positivo se è una conseguenza gradita; di tipo negativo se viene tolto uno stimolo avversivo (ad esempio, quando metto la cintura di sicurezza in macchina per far cessare il suono fastidioso di allarme). Possono essere divisi, a loro volta, in rinforzatori sociali (“sei molto bravo”); dinamici (“usciamo”), tangibili (oggetti preferiti). Si potrebbe pensare che questo possa produrre risultati artificiali e, in un primo momento, potrebbe essere così. E’ per questo motivo che nella pratica clinica si lavora fin da subito per rendere i risultati più naturali e fare in modo che gli effetti si mantengano nel tempo. In che modo? Cambiando le regole per ottenere i rinforzatori; cambiando tipologie di rinforzatori (è sempre un bene utilizzare quelli di tipo sociale più che tangibili); generalizzando in più contesti. Come utilizzare la punizione? La punizione è un’altra conseguenza del comportamento che, però, diminuisce la probabilità che esso si ripresenti. Tuttavia, è importante considerare che spesso gli effetti sono passeggeri e i rischi maggiori. Soprattutto, durante una terapia, va utilizzata con molta cautela e solo quando altri metodi centrati sulla relazione non sono efficaci. Con i bambini, va programmata e spiegata in modo che non ci siano sorprese spiacevoli. Anche le punizioni si classificano come positive (quando si aggiunge qualcosa come una predica o una punizione fisica) e negative (si toglie qualcosa di piacevole). Nelle terapie, ovviamente, si possono utilizzare quest’ultime. E’ fondamentale comunque che lo psicoterapeuta parli di questi aspetti con i genitori che spesso si ritrovano a mettere in atto comportamenti, inconsapevoli degli effetti che possono produrre. Si può discutere di come potrebbe essere utilizzata la punizione in modo da massimizzare gli effetti positivi e minimizzare quelli negativi.

People pleasing: il bisogno esasperato di compiacere gli altri

people pleasing

Nella società in cui viviamo siamo alla continua ricerca di approvazione e gratificazione per sentirci apprezzati dagli altri. Alcune persone, in particolare, percepiscono in modo esasperato il bisogno di piacere e di compiacere gli altri. Comincia così la corsa ossessiva verso un irraggiungibile ideale di perfezione, che coinvolge il mondo patinato dei social quanto la vita privata e professionale. Quando la disperata ricerca della perfezione è alimentata dal terrore di deludere le persone, potrebbe trattarsi di “People pleasing“. Questo argomento è diventato un trend topic da quando, in una recente intervista, l’attrice Matilda De Angelis ha dichiarato di averne sofferto per anni. Il People pleasing è un disturbo che nasce dal desiderio incessante di piacere, accontentare e assecondare gli altri a tutti i costi, spesso sacrificando i propri bisogni e desideri. Ad oggi il “people pleasing” non risponde ad una diagnosi vera e propria e non è misurabile come specifico tratto della personalità, ma possiamo considerarla un’etichetta informale per descrivere un’insieme di comportamenti. Identikit del people pleaser Il people pleaser orienta la sua condotta sul bisogno esasperato di compiacere gli altri, spesso a causa di una scarsa autostima e assertività. Incapace di porre dei limiti e di venire meno ad eventuali richieste per paura di non essere accettato o di perdere l’approvazione. Il people pleaser si sforza continuamente di rispettare le aspettative altrui, sacrificando troppe volte il proprio modo di essere. Non è in grado di affrontare i conflitti e finge di essere sempre d’accordo con tutti, modulando il proprio carattere e la propria personalità a seconda dell’interlocutore. Il prezzo da pagare è innanzitutto la perdita della propria autenticità e della genuinità di rapporti sinceri. Dover accontentare sempre tutti, mostrarsi accondiscendenti e plasmabili a seconda delle situazioni e delle esigenze, può esporre ad ansia e stress che, perpetrati a lungo, causano burnout. Reprimere le proprie inclinazioni e i propri desideri per lungo tempo, può causare una crisi di identità, oltre ad innescare frustrazione e risentimento. Come guarire dal people pleasing? La chiave è iniziare un percorso volto all’accettazione e alla consapevolezza di sé. Per stabilire una corretta relazione con gli altri, il people pleaser deve prima costruire una profonda e deliberata relazione d’amore con se stesso.

Halloween e la legittimità della paura

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Stasera, per la serata di Halloween, la paura è l’emozione che possiamo manifestare senza riserve e senza timore. Com’è ben noto a tutti, la festa di oggi è quella più spaventosa di tutte, è quella in cui prevalgono costumi, addobbi e maschere che suscitano paura. Fantasmi, zombie, vampiri, ragni e ragnatele sono gli elementi tipici di Halloween, per le loro caratteristiche mostruose. Ad essi, però ,si affiancano anche dettagli piacevoli, come mele candite e zucche sorridenti. L’ambivalenza nasce da una esigenza intrinseca di dover esorcizzare una delle emozioni più temute di tutte, la paura appunto. Essa infatti è sempre considerata esclusivamente nel suo aspetto negativo, facendo in modo che debba essere evitata il più possibile. Per questo motivo, la festa di Halloween nasce dall’esigenza di esorcizzare e poter manifestare liberamente ciò che tendiamo ad allontanare il più possibile da noi. Avere paura nel giorno della festa non ci fa provare vergogna nei confronti di questa emozione. Al contrario, andiamo alla ricerca di giochi, luoghi ed esperienze spaventose che ci permettono di vivere la paura al massimo. In effetti, la paura è una delle emozioni primarie, che aiutano l’individuo a carpire ed individuare eventuali pericoli dell’ambiente. Essa era di vitale importanza nei primi uomini, perchè segnalando una situazione pericolosa, ne permetteva la sopravvivenza anche in ambienti ostili. Oggigiorno, i simboli più utilizzati nella festa hanno ovviamente un carattere puramente allegorico, e attraverso il gioco o le simulazioni, le persone hanno la possibilità di sperimentare esperienze negative, senza esserne profondamente turbati. Anche i bambini, infatti , percepiscono che quella paura provata, durante la festa di Halloween, è circoscritta all’esperienza, ed è vissuta in un ambiente sicuro. Ma comunque non si può rinunciare, almeno il 31 ottobre, a quel brivido che sale lungo la schiena.