L’immagine di se e il concetto di autostima

L’immagine di sé e l’autostima sono due concetti che hanno ricevuto considerevole attenzione nella letteratura psicologica. L’immagine di sé rappresenta la costellazione di elementi a cui una persona fa riferimento per descrivere sé stessa. Essa riguarda tutte le conoscenze sul sé, come il nome, la razza, ciò che piace o non piace, le credenze, i valori e le descrizioni fisiche. Una persona può ad esempio vedere sé stessa come un lavoratore, come l’amico di Marco, come una persona interessata alla fantascienza, e così via. L’autostima è invece una valutazione circa le informazioni contenute nel concetto di sé; è la reazione emotiva che le persone sperimentano quando osservano e valutano cose diverse su di sé. Esso è collegato alle credenze personali circa le abilità, le capacità, i rapporti sociali, e i risultati futuri. Il concetto di autostima e l’immagine di sé sono quindi collegati ma diversi. L’autostima dipende sia da fattori interni, cioè dalla sua soggettiva visione della realtà e di sé stessi, e sia da fattori esterni, come ad esempio i successi che otteniamo e la qualità dei “messaggi” che riceviamo dalle altre persone.Le persone infatti sviluppano un’idea di sé sulla base di come sono trattate o viste dagli altri: “gli altri ci fanno da specchio, e noi tendiamo a vederci come loro ci vedono, a giudicarci come loro ci giudicano”. In altre parole ciò che gli altri pensano di noi, cioè l’immagine di noi che ci rimandano, diventa pian piano ciò che noi pensiamo di noi stessi. Ma se è vero che quello che gli altri pensano di noi influenza quello che noi pensiamo di noi stessi, è vero però anche l’inverso. Anche gli altri sono altrettanto influenzati dal nostro giudizio su noi stessi e tendono a vederci come noi ci vediamo. Non c’è infatti luogo comune più veritiero di quello secondo cui “Per piacere agli altri bisogna innanzitutto piacere a noi stessi”.
Da fanciulla a donna: comunicare l’arrivo delle mestruazioni

Da dove si parte?quali parole utilizzare?come non traumatizzare il proprio figlio?questi e tanti dubbi affollano la mente di un genitore che deve comunicare l’avvicinarsi del ciclo mestruale. che emozione si prova? Alcuni anni fa parlare di mestruazioni procurava imbarazzo. Spesso di fronte la prima mestruazione si arrivava impreparati. Nascevano sentimenti di sorpresa e di paura. La fanciulla che sta vivendo questo momento si ritrova a provare emozioni contrastanti: gioia di diventare grande, ma allo stesso tempo tristezza nel dover gestire questa “fatica”. Questa confusione emotiva non guidata dall’adulto può far emergere in lei malesseri fisici, ansia, pessimismo. Oggi si è capito che è necessario parlarne con chiarezza ed apertura: è importante spiegare i cambiamenti che subirà il corpo, il significato di quella trasformazione, il valore del passaggio da bambina a donna. Quando iniziare a parlarne La maggior parte delle ragazze ha il primo periodo (detto menarca) tra i 12 e 13 anni, ma alcune ragazze possono iniziare molto precocemente, anche a 8 anni, ed altre più lentamente, anche a 16 anni. Se si aspetta a parlarne quando il ciclo arriva è sicuramente troppo tardi. Cosa dire? E’ necessario rispondere molto chiaramente alle domande che tua figlia ti farà. Considerato che intorno ai 10 anni si attesta il principale cambiamento del corpo, deve essere spiegato che questo è dovuto alla maturazione di alcuni ormoni. Questi ormoni sono i responsabili del cambiamento che avviene in alcuni organi. Il seno inizia a crescere, in genere tra i 9 e 13 anni Il pube e le ascelle si ricoprono di peli Il grasso corporeo comincia a distribuirsi nei punti che formano le forme femminili Il viso può riempirsi di bollicine e di acne. Alcuni segni premonitori del primo ciclo o menarca, sono: Notevole sviluppo della crescita in altezza Stato di malessere generalizzato Dolori addominali Cosa fare? Parlane a tua figlia con molta naturalezza e semplicità, non c’è nulla di cui ci si debba vergognare, in fondo si parla dell’essere donna. Aiuta invece tua figlia ad accogliere l’ingresso nel mondo delle donne come un momento di serenità. Prima mestruazione come preparare una bambina? In alcune famiglie dove ancora sopravvive il tabù delle mestruazioni questo importante evento viene addirittura nascosto, represso, rifiutato. La bambina che sta crescendo non viene accompagnata in questo suo cammino di crescita e si ritrova sola a dover affrontare questo cambiamento fisico ed emotivo. Un cammino questo difficile in quanto viviamo in un mondo che non ci lascia il tempo di fermarci, di farci trasportare dal nostro corpo, di ascoltarlo e di metterci in contatto con i suoi ritmi. Ogni donna deve così riuscire a riconquistarsi il valore più autentico delle proprie mestruazioni, considerarle una benedizione perchè strettamente collegate alla vita e in collegamento con i ritmi della natura. Solo se si è giunte a questa conquista è possibile riuscire a trasmettere alle proprie figlie il vero significato del ciclo mestruale in modo naturale, semplice e trasparente anche attraverso libri idonei. Quando giunge il momento tanto atteso della prima mestruazione e vostra figlia ve lo comunica abbracciatela, datele il benvenuto in questo meraviglioso mondo femminile, fatele trascorrere la giornata con voi, comunicate la cosa al papà, chiedete a vostra figlia se vuole festeggiare questo momento, accettate qualsiasi sua risposta e accompagnatela con cura e presenza nel suo cammino di vita.
Regolare le emozioni dei bambini

Regolare le emozioni dei bambini è un compito che l’adulto deve svolgere. Quali sono le strategie da attuare? La regolazione emotiva indica la capacità di modulare l’intensità e la durata delle emozioni, valutando l’ambiente e adattandosi in modo flessibile a seconda del contesto in cui ci si trova. Nei bambini, tra 0 e 3 anni, quando si sperimenta un’emozione, ad essa, usualmente, corrisponde un’azione, senza che ci sia la mediazione del pensiero (come avviene per gli adulti). Per questo motivo, il bambino non è in grado di gestire le sue emozioni e quindi le azioni e, in questo, è necessario l’intervento dell’adulto. In cosa può consistere? E’ importante che i bambini vengano contenuti da un adulto capace di sorreggere le loro emozioni, regolarle e mostrare quali possono essere i comportamenti più funzionali. In questo modo, col passare del tempo, impareranno da soli a gestire i propri stati emotivi. All’età di circa 7, 8 anni i bambini sviluppano la metacognizione, grazie alla quale possono riflettere sui propri stati mentali ed auto-osservarsi. Così, imparano a gestire da soli le proprie emozioni, anche quelle più intense. Il bambino, dunque, necessita di un adulto che sia emotivamente disponibile e sufficientemente in sintonia con lui, in modo da fornirgli aiuto quando, in preda alle proprie emozioni, può mettere in atto reazioni intense. Tuttavia, il passaggio all’autoregolazione emotiva è un processo soggettivo. Le differenze dipendono sostanzialmente sia da fattori di natura biologica e temperamentale sia possono essere legati agli stili di attaccamento e ai contesti educativi. Non dimentichiamo, dunque, che quelli che definiamo “capricci“, a volte sono espressione di un bambino che sta comunicando, con i mezzi che ha a disposizione, ciò che vive in quel momento. Più il bambino è piccolo, più comunica attraverso i propri comportamenti. E’ utile dunque che l’adulto in questi momenti si chieda: come si sente? che bisogni ha? Siamo noi adulti che, avendo una maturità diversa, abbiamo la capacità di fermarci a riflettere per gestire in modo adeguato le diverse situazioni, in un modo che sia utile per la crescita dei nostri bimbi. Ma vediamo insieme qualche strategia che l’adulto potrebbe utilizzare: fornire al bambino un contatto fisico rassicurante (holding). Il contenimento può essere utile sia in casi di rabbia che di agitazione o tristezza. In questo modo il bambino comprende che l’adulto è più forte delle loro emozioni e questo li può rassicurare. Nominare il più possibile ciò che sta succedendo e offrirgli alternative di comportamento lo aiuta a comprendere e poi a padroneggiare quello che vive. Ricordiamoci che tutte le emozioni sono legittime, ma non tutti i comportamenti! Anche l’adulto può esprimere i propri sentimenti al bambino, valutando bene il momento. Se ciò che l’adulto sta provando è disorganizzante, sarebbe meglio allontanarsi e riavvicinarsi quando si è calmi, spiegando ciò che è successo. “L’adulto deve fare bene l’adulto se si vuole che il bambino impari a fare bene il bambino” G. Nicolodi
Natale e social detox: la FOMO non va in vacanza

Natale e social detox: cosa fare quando la FOMO non va in vacanza?Viviamo in una società iperconnessa, i nostri ritmi sono sempre più frenetici e i nostri tempi scanditi dall’incessante trillo di notifiche. Tra smart working, email e social networks siamo sempre incollati ad uno schermo. Le vacanze di Natale sono un’occasione perfetta per depurarci dall’utilizzo smodato della tecnologia, eppure non sempre è così. Questo perché i dispositivi digitali sono ormai parte integrante della nostra vita e costituiscono uno strumento indispensabile per raccontare la quotidianità e coltivare le relazioni. Talvolta l’attaccamento allo smartphone assume contorni sempre più preoccupanti, spie di una vera e propria sindrome: la FOMO. L’acronimo si traduce letteralmente in “fear of missing out“, ovvero la paura di essere tagliati fuori e si riferisce alla preoccupazione compulsiva riguardo alla perdita di un’opportunità di interazione sociale. La FOMO costituisce una vera e propria forma di dipendenza in cui l’individuo vive il terrore di essere “disconnesso” e al tempo stesso manifesta il desiderio, talvolta ossessivo, di monitorare costantemente ciò che viene pubblicato dai suoi amici sui social networks. Questa tendenza si conferma anche in vacanza, dove sempre più utenti scelgono di utilizzare gli strumenti digitali come forma di intrattenimento. L’esigenza di restare perennemente connessi e postare contenuti in real time talvolta arriva all’esasperazione e genera un sovraccarico emotivo fonte di ansia e stress che si riflette negativamente sulla salute mentale. La soluzione è il social detox: ovvero un periodo di disintossicazione dai social media e dai digital device quando diventano una presenza troppo invadente e ingombrante, per riscoprire l’interazione genuina nella vita reale. Come attuare il social detox? Stabilire dei tempi per la fruizione digitaleImporsi un tempo massimo da dedicare ai social networks e rispettarlo, ci aiuta a prendere il controllo della nostra vita e a limitare le occasioni di distrazione, rafforzando così l’autocontrollo e la capacità di concentrazione. Privilegiare attività che implicano il contatto direttoRiappropriarsi del piacere di vivere le relazioni vis a vis, apprezzare la compagnia delle persone con cui si condividono interessi e passioni e costruire nuove opportunità di interazione nella vita reale. Affrontare il disagioSpesso la dipendenza da smartphone o da altri strumenti digitali cela un malessere latente, è bene prendere coscienza del proprio disagio ed avere il coraggio di chiedere aiuto per prendersi cura del proprio benessere psicofisico. Quando ci si accorge di non possedere gli strumenti per fronteggiare il problema in maniera autonoma è importante chiedere aiuto ad un professionista che possa guidarci verso la risoluzione.
Il giovane adulto e la sua famiglia

Oggigiorno, l’uscita dalla famiglia è sempre più ritardata. Per motivi di studio o lavorativi, la permanenza del giovane adulto con i suoi genitori è prolungata nel tempo. Questa fase evolutiva del ciclo naturale della famiglia può avere aspetti vantaggiosi: se il giovane adulto resta in famiglia per un periodo transitorio, allora si ha la possibilità di sperimentare ed inserire al meglio nei diversi contesti sociali. La famiglia quindi dovrebbe essere considerata come trampolino di lancio per i propri figli. In contesti funzionali, i genitori facilitano il processo di separazione fisica e psicologica dei loro figli ormai adulti e reinvestono le loro attenzioni su se stessi e sulla coppia. In questo processo l’impegno del giovane è quello di costruirsi e consolidare una vita effettiva e lavorativa autonoma. D’altro canto i genitori devono accettare l’adultità dei figli rinegoziando la relazione con loro. E’ necessario creare adesso un rapporto alla pari tra adulti responsabili ed individualizzati. In Italia, il fenomeno dei mammoni è in forte crescita e le cause possono dipendere da fattori esterni, come un mancato inserimento lavorativo. Allo stesso tempo ci possono essere anche fattori familiari. In questa famiglia, la provvisorietà del rimanere ancora in casa con i genitori è spesso alimentata da accordi impliciti su entrambi i fronti. I genitori da un lato incoraggiano questo stato di impasse, con atteggiamento complice. Spesso i genitori sentono ancora forte il desiderio di accudimento e cura del figlio, non considerandolo adulto. Altri ancora vivono la solitudine in maniera depressiva cosicché da far “intenerire” il proprio figlio. L’uscita del figlio dalla famiglia si realizza solo se tutto il sistema familiare ridefinisce confini e relazioni in modo evolutivo.
Compiacenza: bisognosi di riconoscimento e approvazione

La compiacenza è una carenza di autoriconoscimento: un cercare all’esterno l’approvazione che non si è in grado di trovare dentro di sé. “Mille fiori di plastica non fanno fiorire un deserto. Mille ombre vuote non riempiono una stanza”. F. Perls “Sono come tu mi vuoi” è il tipico atteggiamento di chi, per essere accettato e riconosciuto, cerca di soddisfare le aspettative altrui a scapito della propria individualità. Si tratta di un tipo di manipolazione che si costruisce nei primi anni di vita, quando il bambino apprende a sacrificare i suoi modi spontanei per adattarsi ai bisogni e alle richieste dell’ambiente in cui cresce e garantirsi, così, attenzione e amore. Questa forma di iperadattamento, che nasce come soluzione di sopravvivenza, nel tempo diventa un ostacolo per l’autoaffermazione e l’autonomia. Winnicott parla di “falso sé“, descrivendo la situazione in cui la personalità si sviluppa su una base di imitazione, anziché di identificazione. Chi si preoccupa sempre di piacere/far piacere agli altri, svaluta il proprio modo di essere, di pensare, sentire e agire. Tende ad assumere la prospettiva dell’altro, conformandosi alle sue idee, ai suoi gusti e ai suoi desideri. La difficoltà a differenziarsi Nella spinta a compiacere vi è una carenza del processo di differenziazione e individuazione che può sfociare in confluenza. Si può essere consapevoli di sé stessi e dei propri bisogni e compiacere per evaderne la responsabilità. Oppure, quando i confini sono deboli, si può avere difficoltà a distinguere ciò che proviene dall’altro da ciò che proviene da sé. La persona compiacente ha un funzionamento dipendente e simbiotico, anche se talvolta nascosto dietro una immagine controdipendente di falsa autonomia. Per cui non sempre in figura vi sono insicurezza e vulnerabilità. Alcune volte, infatti, la compiacenza si mescola alla ricerca di perfezionismo e ad una forma di narcisismo grandioso che dissimula la fragilità relegata al mondo interno. In questo caso, ancor più che approvazione (“dimmi che vado bene”), si cerca potere e ammirazione (“dimmi quanto sono speciale/indipensabile”). La difficoltà a dire di no e a chiedere La compiacenza è caratterizzata da una difficoltà a dire di no e a chiedere. Saper dire di no fa parte della capacità di differenziarsi dall’altro, fondamentale non solo per autoaffermarsi ma anche per proteggersi e rifiutare ciò che non si vuole. Saper chiedere ha a che fare, in maniera specifica, con la responsabilità di esternare un proprio bisogno attraverso l’esplicitazione di una richiesta. In entrambi i casi, i rischi da correre sono percepiti come troppo elevati. Un giudizio negativo o un rifiuto, ad esempio, possono essere vissuti come una disconferma di sé stessi, assoluta e definitiva. Internamente può aprirsi uno scenario catastrofico di perdita, che non è solo perdita dell’altro ma anche, e più profondamente, perdita di sé. Il vuoto interiore e la mancanza d’essere Secondo Winnicott la compiacenza porta con sé un senso di futilità per l’individuo e si associa all’idea che niente sia importante. Che la vita non valga la pena di essere vissuta, poiché il mondo viene conosciuto solamente come qualcosa in cui ci si debba inserire e che richiede adattamento. D’altro canto, nello sforzo di evitare il vuoto interiore della mancanza d’essere, vi è una fuga da sé stessi, dal pericolo di sentirsi persi e persino niente. Il contatto profondo con la propria solitudine viene rifuggito in quanto esperienza che minaccia l’integrità costruita, fino a quel momento, nell’inautenticità. La persona dipende dallo sguardo dell’altro: può sentire di esistere solo in funzione dell’immagine che l’altro rimanda di sé. Nella ricerca di approvazione vi è dunque una negazione della propria identità e, insieme, una ricerca, talvolta disperata, di una identità. La rabbia Sotto la maschera della compiacenza, fatta di sorridente iperdisponibilità e affabile o remissiva accondiscendenza, possono esservi emozioni, non sempre consapevoli, di rabbia, rifiuto, vendetta. L’altro può essere visto non solo come un Salvatore ma anche come un Persecutore e, più di rado, come una Vittima. Alle fantasie salvifiche di riscatto (“finalmente sarò riconosciuto/a per come sono”), o grandiose (“ti conquisterò con la mia straordinarietà”), possono alternarsi fantasie catastrofiche di conferma della propria mancanza di valore (“mi dirai anche tu che non vado bene, che non c’è spazio per me”). Ma dal momento che se vi è possibilità di salvezza questa dipende dall’esterno, la persona compiacente tende ad assoggettarsi all’altro e a passivizzarsi. E, al tempo stesso, a confermare la posizione infantile originaria di salvare l’altro per salvare, in ultimo, sé stessa. In tal modo, va perlopiù incontro all’esito autodistruttivo del dirigere e agire la rabbia contro di sé. Sentendosi spesso sbagliata e in colpa per com’è e, in alcuni casi estremi, per il fatto stesso di esistere. Riappropriarsi di sé stessi Liberarsi dalla compiacenza significa perdere la sicurezza che deriva dall’illusione di controllo e onnipotenza. Implica un lavoro psicoterapeutico che guardi alla ferita antica del non essersi sentiti riconosciuti da bambini. Che miri a sciogliere i conflitti interni che impediscono i processi separativi, l’emergere del sé autentico e il raggiungimento dell’autonomia. Fare esperienza dell’essere visti e accolti per come si è, in tutte le proprie parti. Correre il rischio di incontrare sé stessi e di incontrare l’altro, in una relazione autentica. Al di fuori di inganni e manipolazioni. Scoprire il vuoto come spazio vitale e creativo da cui dare forma e senso alla propria esistenza. Assumersi la responsabilità di ciò che si è e dei propri bisogni. “Si va dallo psicologo, prima che per conoscersi, per essere conosciuti profondamente da un’altra persona. Perché sentirsi “tenuti a mente” significa sentire “tenuti insieme” i nostri vari aspetti.” (Winnicott)
Un amore a metà?l’arrivo di un fratellino

Come e quando dire al proprio bimbo che arriverà un fratellino?che termini usare?cosa evitare di dire?tutti i dubbi e le perplessità di un genitore bis. Da dove partire? Rispondere a tutte le domande che farà, far vedere l’ecografia o farlo venire durante una di esse. Riprendere vecchie foto in cui mamma e papà aspettavano lui. È bene spiegare con chiarezza quello che succederà, ovvero che la mamma andrà in ospedale per qualche giorno e che lui rimarrà a casa con il papà oppure con i nonni. Siate anche molto onesti su quello che accadrà una volta a casa, il nuovo arrivato non sarà immediatamente un amico di giochi. Sarà un bimbo piccolo che avrà bisogno di cure e di attenzione, spesso piangerà e probabilmente la mamma sarà un po’ stanca ma anche molto felice.Mamma e papà non abbiate paura di non riuscire ad amare abbastanza e non sentitevi in colpa! E’ normale essere gelosi? Il primo aspetto di cui bisogna tenere conto è dunque la gelosia per il nuovo arrivato che sottende la paura di perdere le attenzioni e le cure dei suoi genitori. Questa nasce anche se è stato il primogenito a chiedere un fratellino o sorellina. LA COMUNICAZIONE DELLA NOTIZIA È per questo che è importante tenere conto della delicatezza del momento e della preparazione del primogenito sin dalla gravidanza della mamma. I genitori possono comunicare insieme la notizia dell’arrivo del fratellino/sorellina:“Sai che nella pancia della mamma c’è un fratellino in arrivo? IL COINVOLGIMENTO COMINCIA DALLA GRAVIDANZA È importante mettere in atto da subito dei comportamenti per coinvolgere il bambino nel nuovo evento che è a tutti gli effetti un “affare di famiglia”. Lo si può coinvolgere nella scelta del nome e immaginare come sarà una volta venuto al mondo. È meglio che un eventuale inserimento all’asilo non coincida con l’arrivo del nascituro. Gli si può parlare di come il fratellino crescerà nel pancione esattamente come ha fatto lui e di cosa succederà quando nascerà. Lo si può coinvolgere anche nei preparativi del corredino, magari scegliendo insieme quali delle sue cose possono essere utilizzate anche dal fratellino DOPO LA NASCITA Potrebbe essere funzionale che abbia la possibilità di abbracciare la mamma prima ancora di conoscere il fratellino appena arrivato, qualche minuto per ambientarsi vedendo che mamma sta bene e che ci sono ancora degli abbracci tutti per lui, il tempo di fargli raccontare cosa è successo quando lei era via e poi si possono fare le presentazioni ufficiali tra i fratelli. Una volta tornati a casa è importante facilitare l’integrazione tra i due senza responsabilizzare troppo il primogenito, coinvolgetelo nelle attività da svolgere col bambino e lasciate che possa tenerlo in braccio in presenza di adulti. Cercate di tenere conto delle sue esigenze anche se in questa fase potrebbe essere più naturale pensare prima ai bisogni del piccolo e aspettarvi che il primogenito sia già capace di aspettare “come un bambino grande”. Se è possibile cercate di mantenere le attività che svolgevate con lui prima dell’arrivo del fratellino e quando non è possibile farlo dategli sempre una motivazione reale e comprensibile. Il primogenito potrebbe mettere in atto dei comportamenti regressivi, per avere le stesse attenzioni del fratellino. Non arrabbiatevi se questo accade, è normale e si tratta di una fase transitoria che passa prima se viene accolta per il bisogno di attenzione che sottende. È importante non dirgli mai che questi comportamenti non sono ammessi perché lui ora è un bambino grande perché lo fareste sentire in colpa. Gli fareste pensare che era davvero meglio restare piccolo, visto che i piccoli vengono coccolati e non vengono sgridati. Se invece passa il messaggio che anche se è più grande del fratellino qualche volta può ancora essere piccolo potrà sentirsi più libero di proseguire il suo naturale percorso di crescita. Il bambino più grande potrebbe anche esprimere emozioni ambivalenti nel confronti del più piccolo, anche in questo caso è opportuno accogliere ogni tipo di espressione, senza sgridarlo o giudicarlo ma anzi dirgli che lo si comprende se qualche volta si infastidisce o si arrabbia perché i genitori dedicano più tempo al piccolino di casa.
Il gioco con i bambini: perché è così importante giocare?

Il gioco ha funzioni fondamentali per lo sviluppo del bambino, e non solo. Vediamo insieme quali possono essere i benefici e i vantaggi. Tra le teorie che mettono in evidenza le funzioni del gioco citiamo ad esempio Piaget, uno tra i più importanti studiosi di psicologia infantile. Piaget descrive quattro stadi, in cui attraverso il gioco e le interazioni con l’ambiente, avviene lo sviluppo cognitivo del bambino: (0-2 anni) stadio sensomotorio: il bambino comprende il mondo attraverso ciò che può fare con gli oggetti; (2-7 anni) stadio preoperatorio: rappresenta mentalmente gli oggetti e usa simboli; (7-12 anni) stadio operatorio concreto: compare il pensiero logico e la capacità di compiere operazioni mentali; (dai 12 anni) stadio operatorio formale: è in grado di pensare in termini ipotetico-deduttivi. Con lo sviluppo delle competenze verbali e l’accrescersi delle interazioni sociali, come ad esempio l’ingresso negli asili e nelle scuole dell’infanzia, si inizia a sviluppare la possibilità di sperimentare giochi di gruppo, in cui il bambino stabilisce regole da seguire e crea ruoli diversi. Poi, a partire dai 3-4 anni, e soprattutto verso i 5, il gioco comincia ad assumere aspetti di collaborazione, e il gioco viene utilizzato anche per raggiungere un obiettivo comune. Dunque, il gioco, fin da quando siamo piccoli, c’ha permesso di fare amicizie, di rilassarci, di esprimerci. E a tutti i bambini piace giocare, ma crescendo, a volte, piano piano, ci si allontana sempre di più da questa dimensione piacevole, presi dalla stanchezza della quotidianità. E quante volte è capitato di dire “Dai gioca da solo che ora sono impegnato!” Eppure giocare insieme, raccontare delle favole, disegnare può condurre a numerosi benefici nella relazione con i propri bambini. Pensiamo a come, attraverso il gioco, sia possibile offrire ai nostri figli un canale di comunicazione delle emozioni. Ecco alcuni suggerimenti: raccontare delle favole e notare quali emozioni emergono può servire a farli familiarizzare con il proprio mondo interiore; disegnare con loro lasciandoli liberi di esprimersi e sospendendo il nostro giudizio può aiutarli a concretizzare ciò che spesso rimane confuso nella propria mente; sedersi con loro e seguirne la creatività gli può essere da stimolo per fare esperienza del mondo e sviluppare i propri sensi. E diciamocelo…anche l’adulto trae vantaggio dal ritornare talvolta ad essere più bambino! “Tutti i grandi sono stati bambini una volta, ma pochi di essi se ne ricordano.” Antoine De Saint-Exupery
Empatia e social network: connettere le emozioni

Empatia e social network. È davvero possibile?Quando si parla di tecnologia si è abituati a pensare ad un qualcosa di freddo e privo di emozioni. Anche la comunicazione che avviene attraverso gli strumenti digitali appare spesso meccanica e impersonale perchè priva di elementi non verbali e paraverbali che ci forniscono indizi importanti sul nostro interlocutore. Nel corso degli anni, i social networks hanno cercato di colmare questo divario emotivo, rendendo la comunicazione sempre più empatica: prima integrando gli “stati d’animo” e le emoji tra i caratteri disponibili, poi inserendo gif e contenuti multimediali da poter condividere. Il paradosso che può verificarsi è che in una società iperconnessa non si riesca a creare connessioni. La risposta a questo fenomeno è l’empatia. La parola deriva dal greco e significa en-pathos: “sentire dentro”.Essere empatici significa riconoscere le emozioni altrui, comprendere il mondo dell’altro, la sua prospettiva, i pensieri, le emozioni e i sentimenti. L’empatia è un’abilità sociale, strettamente collegata all’intelligenza emotiva, che Daniel Goleman definisce come: “la capacità di riconoscere i propri sentimenti e quelli degli altri, di motivare se stessi e di gestire positivamente le proprie emozioni, tanto interiormente, quanto nelle relazioni sociali”. Questi concetti sono naturalmente assimilati alla presenza fisica, alla relazione vis a vis, ma non è sempre così.I social networks sono un calderone di emozioni, solo che attraverso lo schermo sono più difficili da intercettare. Ma lo stesso schermo per alcuni diventa una protezione che consente di esprimere liberamente vissuti ed emozioni, sia positive che negative. Anzi, potremmo dire che i social diventano una finestra aperta sul nostro mondo interiore, dove lasciamo trasparire molto più di quanto pensiamo. Allora qual è il problema? Il problema è che in rete si fa più fatica e distinguere cosa è reale da cosa non lo è, e a decodificare i messaggi, intrisi di emotività che i nostri ragazzi (e non solo) pubblicano ogni giorno. Occorre allenarsi all’ascolto empatico per comprendere il non detto e occorre investire sull’educazione emotiva dei giovani, per lavorare consapevolmente sulle loro emozioni e renderli capaci di comunicare il proprio mondo interiore all’esterno, anche sui social.
La paura di non essere abbastanza

Molte persone arrivano in psicoterapia lamentando la paura di non essere abbastanza o di non sentirsi all’altezza dell’altro e delle situazioni che vivono. Questo vissuto può essere molto invalidante, tanto da bloccare i processi individuali evolutivi e realizzativi. Spesso si tratta di un insieme di emozioni e alla paura tendono ad affiancarsi ansia e vergogna. Alla base vi sono componenti cognitive rigide e limitanti. Una convinzione svalutante su sé stessi (“non sono abbastanza/non sono all’altezza”), che affonda le sue radici nelle prime esperienze infantili, cui si accompagna una decisione presa in quell’epoca (ad esempio “non sarò mai amato/apprezzato; non riuscirò mai nella vita”). Ogni esperienza vissuta viene letta e affrontata in modo da confermare gli aspetti immaturi di sé e portare avanti il copione, quel piano di vita che tanto limita quanto rassicura. Poiché, se da un lato blocca l’autonomia, dall’altro consente il rifugio nella posizione infantile originaria e offre un riparo, illusorio, dai rischi emotivi della vita adulta. Paura, ansia e vergogna La paura è un’emozione naturale. Svolge la funzione fondamentale per l’organismo di segnalare il bisogno di protezione. Non corrisponde soltanto alla necessità di allontanarsi da ciò che minaccia la propria salute e integrità. Infatti, si manifesta anche perché vengano attivate le risorse necessarie per affrontare le situazioni difficili e crescere. Allo stesso modo, anche l’ansia di per sé svolge una funzione autoregolativa importante. Poiché fa sì che l’organismo si adoperi per il soddisfacimento dei propri bisogni, creando la tensione necessaria per l’autorealizzazione. Dunque ansia e paura insieme, l’una accanto all’altra, sostengono la persona ad andare verso la vita e, contemporaneamente, a proteggersi. La vergogna, invece, in quanto emozione sociale, nasce da una valutazione circa la propria inadeguatezza. Si basa su regole e scopi condivisi socialmente e, entro una certa misura, ha a che fare sia con l’autoconsapevolezza sia con la competenza sociale. Quando queste emozioni, invece di favorire la crescita, bloccano la persona? La paura può diventare un blocco se la persona ritiene di non avere, e, perlopiù, che non avrà mai, la capacità di affrontare l’esperienza che teme. Ovvero, se vi è una svalutazione delle proprie risorse interne e del proprio potenziale che sostiene comportamenti passivi e dipendenti e forme di evitamento della realtà. Nel caso dell’ansia, l’emozione perde la sua funzione sana quando l’energia vitale viene trattenuta o bloccata da meccanismi interni che subentrano per impedire il raggiungimento dello scopo desiderato. Emerge così l’ansia come sintomo, tipicamente di costrizione al petto e mancanza di respiro, o l’ansia come disturbo, che può assumere varie forme stabilizzandosi nel funzionamento della persona. La vergogna può diventare invalidante quando vi è un forte doverismo rispetto a modelli da seguire. Un giudizio che lascia poco spazio per l’espressività individuale. Una grandiosità segreta che dilata lo scarto tra il sé reale e il sé ideale, rafforzando la percezione negativa di sé stessi. In modo particolare, la vergogna può essere profonda e molto dolorosa quando attacca l’essere, l’essenza individuale. Fino ad arrivare a minare il permesso ad essere come si è e, all’estremo, ad esistere. Gli ostacoli interni alla crescita Le alterazioni dell’autoregolazione indicano che il funzionamento naturale non può svolgersi a causa di interruzioni del processo evolutivo. Che vi è un passato che si riattualizza nel presente attraverso dinamiche dipendenti, manipolazioni infantili e adattamenti antichi. Che si è rimasti attaccati ai messaggi svalutanti introiettati dalle proprie figure genitoriali. Ai “devi” e ai “non” ricevuti. Agli ideali, alle aspettative. Alle convinzioni rigide e limitanti su di sé, sugli altri e sul mondo. Una paura sproporzionata rispetto alla situazione che si sta vivendo è paura di crescere, di attivare una risposta più matura e responsabile di fronte ai rischi che il vivere comporta. Un’ansia invalidante è un impedimento alla realizzazione e all’autonomia. Una vergogna pervasiva è un divieto alla propria individualità e libertà d’espressione. Il lavoro in psicoterapia Lo sviluppo di un’adeguata considerazione di sé stessi è centrale per la salute e la vita relazionale di ogni individuo. In Analisi Transazionale corrisponde all’okness, il cui principio di base è che ognuno va bene così com’è. Non esistono persone incomplete, “non abbastanza” o “non all’altezza”. Secondo Eric Berne, tutti nasciamo principi o principesse: ognuno è degno di essere accettato e amato e possiede le qualità per crescere ed autorealizzarsi. La persona che si svaluta con la convinzione di non essere abbastanza capace o abbastanza amabile ha una posizione esistenziale di non okeiness. Che può essere del tipo “io non sono ok, tu sei ok” o, la più distruttiva, “io non sono ok, tu non sei ok”, in cui la svalutazione è estesa anche all’altro. La psicoterapia ha come obiettivo la realizzazione della posizione esistenziale naturale “io sono ok, tu sei ok”. In cui vi è il riconoscimento di sé, in tutti i propri aspetti, e dell’altro, nella sua specificità. Il lavoro è volto al superamento degli ostacoli alla crescita che formano il copione e al raggiungimento dell’autonomia. Ad una riappropriazione delle risorse interne e della propria unicità. Mentre sentirsi mancanti, inferiori, incapaci, non meritevoli implica il il rifiuto di sé e il desiderare di essere altro, la terapia rende possibile l’autoriconoscimento e un sano amore per se stessi. Come sostiene Hillman, allo stesso modo della ghianda che prima o poi diventerà una quercia con caratteristiche proprie, poiché ne racchiude fin dal principio tutto il potenziale, così l’individuo ha il compito nella vita di realizzare la sua unica e vera natura. “Se si rimuovono gli ostacoli, l’individuo si svilupperà fino a divenire un adulto maturo pienamente realizzato, proprio come una ghianda diventerà una quercia”. (I.D. Yalom)