Empatia e social network: connettere le emozioni

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Empatia e social network. È davvero possibile?Quando si parla di tecnologia si è abituati a pensare ad un qualcosa di freddo e privo di emozioni. Anche la comunicazione che avviene attraverso gli strumenti digitali appare spesso meccanica e impersonale perchè priva di elementi non verbali e paraverbali che ci forniscono indizi importanti sul nostro interlocutore. Nel corso degli anni, i social networks hanno cercato di colmare questo divario emotivo, rendendo la comunicazione sempre più empatica: prima integrando gli “stati d’animo” e le emoji tra i caratteri disponibili, poi inserendo gif e contenuti multimediali da poter condividere. Il paradosso che può verificarsi è che in una società iperconnessa non si riesca a creare connessioni. La risposta a questo fenomeno è l’empatia. La parola deriva dal greco e significa en-pathos: “sentire dentro”.Essere empatici significa riconoscere le emozioni altrui, comprendere il mondo dell’altro, la sua prospettiva, i pensieri, le emozioni e i sentimenti. L’empatia è un’abilità sociale, strettamente collegata all’intelligenza emotiva, che Daniel Goleman definisce come: “la capacità di riconoscere i propri sentimenti e quelli degli altri, di motivare se stessi e di gestire positivamente le proprie emozioni, tanto interiormente, quanto nelle relazioni sociali”. Questi concetti sono naturalmente assimilati alla presenza fisica, alla relazione vis a vis, ma non è sempre così.I social networks sono un calderone di emozioni, solo che attraverso lo schermo sono più difficili da intercettare. Ma lo stesso schermo per alcuni diventa una protezione che consente di esprimere liberamente vissuti ed emozioni, sia positive che negative. Anzi, potremmo dire che i social diventano una finestra aperta sul nostro mondo interiore, dove lasciamo trasparire molto più di quanto pensiamo. Allora qual è il problema? Il problema è che in rete si fa più fatica e distinguere cosa è reale da cosa non lo è, e a decodificare i messaggi, intrisi di emotività che i nostri ragazzi (e non solo) pubblicano ogni giorno. Occorre allenarsi all’ascolto empatico per comprendere il non detto e occorre investire sull’educazione emotiva dei giovani, per lavorare consapevolmente sulle loro emozioni e renderli capaci di comunicare il proprio mondo interiore all’esterno, anche sui social.

La paura di non essere abbastanza

Molte persone arrivano in psicoterapia lamentando la paura di non essere abbastanza o di non sentirsi all’altezza dell’altro e delle situazioni che vivono. Questo vissuto può essere molto invalidante, tanto da bloccare i processi individuali evolutivi e realizzativi. Spesso si tratta di un insieme di emozioni e alla paura tendono ad affiancarsi ansia e vergogna. Alla base vi sono componenti cognitive rigide e limitanti. Una convinzione svalutante su sé stessi (“non sono abbastanza/non sono all’altezza”), che affonda le sue radici nelle prime esperienze infantili, cui si accompagna una decisione presa in quell’epoca (ad esempio “non sarò mai amato/apprezzato; non riuscirò mai nella vita”). Ogni esperienza vissuta viene letta e affrontata in modo da confermare gli aspetti immaturi di sé e portare avanti il copione, quel piano di vita che tanto limita quanto rassicura. Poiché, se da un lato blocca l’autonomia, dall’altro consente il rifugio nella posizione infantile originaria e offre un riparo, illusorio, dai rischi emotivi della vita adulta. Paura, ansia e vergogna La paura è un’emozione naturale. Svolge la funzione fondamentale per l’organismo di segnalare il bisogno di protezione. Non corrisponde soltanto alla necessità di allontanarsi da ciò che minaccia la propria salute e integrità. Infatti, si manifesta anche perché vengano attivate le risorse necessarie per affrontare le situazioni difficili e crescere. Allo stesso modo, anche l’ansia di per sé svolge una funzione autoregolativa importante. Poiché fa sì che l’organismo si adoperi per il soddisfacimento dei propri bisogni, creando la tensione necessaria per l’autorealizzazione. Dunque ansia e paura insieme, l’una accanto all’altra, sostengono la persona ad andare verso la vita e, contemporaneamente, a proteggersi. La vergogna, invece, in quanto emozione sociale, nasce da una valutazione circa la propria inadeguatezza. Si basa su regole e scopi condivisi socialmente e, entro una certa misura, ha a che fare sia con l’autoconsapevolezza sia con la competenza sociale. Quando queste emozioni, invece di favorire la crescita, bloccano la persona? La paura può diventare un blocco se la persona ritiene di non avere, e, perlopiù, che non avrà mai, la capacità di affrontare l’esperienza che teme. Ovvero, se vi è una svalutazione delle proprie risorse interne e del proprio potenziale che sostiene comportamenti passivi e dipendenti e forme di evitamento della realtà. Nel caso dell’ansia, l’emozione perde la sua funzione sana quando l’energia vitale viene trattenuta o bloccata da meccanismi interni che subentrano per impedire il raggiungimento dello scopo desiderato. Emerge così l’ansia come sintomo, tipicamente di costrizione al petto e mancanza di respiro, o l’ansia come disturbo, che può assumere varie forme stabilizzandosi nel funzionamento della persona. La vergogna può diventare invalidante quando vi è un forte doverismo rispetto a modelli da seguire. Un giudizio che lascia poco spazio per l’espressività individuale. Una grandiosità segreta che dilata lo scarto tra il sé reale e il sé ideale, rafforzando la percezione negativa di sé stessi. In modo particolare, la vergogna può essere profonda e molto dolorosa quando attacca l’essere, l’essenza individuale. Fino ad arrivare a minare il permesso ad essere come si è e, all’estremo, ad esistere. Gli ostacoli interni alla crescita Le alterazioni dell’autoregolazione indicano che il funzionamento naturale non può svolgersi a causa di interruzioni del processo evolutivo. Che vi è un passato che si riattualizza nel presente attraverso dinamiche dipendenti, manipolazioni infantili e adattamenti antichi. Che si è rimasti attaccati ai messaggi svalutanti introiettati dalle proprie figure genitoriali. Ai “devi” e ai “non” ricevuti. Agli ideali, alle aspettative. Alle convinzioni rigide e limitanti su di sé, sugli altri e sul mondo. Una paura sproporzionata rispetto alla situazione che si sta vivendo è paura di crescere, di attivare una risposta più matura e responsabile di fronte ai rischi che il vivere comporta. Un’ansia invalidante è un impedimento alla realizzazione e all’autonomia. Una vergogna pervasiva è un divieto alla propria individualità e libertà d’espressione. Il lavoro in psicoterapia Lo sviluppo di un’adeguata considerazione di sé stessi è centrale per la salute e la vita relazionale di ogni individuo. In Analisi Transazionale corrisponde all’okness, il cui principio di base è che ognuno va bene così com’è. Non esistono persone incomplete, “non abbastanza” o “non all’altezza”. Secondo Eric Berne, tutti nasciamo principi o principesse: ognuno è degno di essere accettato e amato e possiede le qualità per crescere ed autorealizzarsi. La persona che si svaluta con la convinzione di non essere abbastanza capace o abbastanza amabile ha una posizione esistenziale di non okeiness. Che può essere del tipo “io non sono ok, tu sei ok” o, la più distruttiva, “io non sono ok, tu non sei ok”, in cui la svalutazione è estesa anche all’altro. La psicoterapia ha come obiettivo la realizzazione della posizione esistenziale naturale “io sono ok, tu sei ok”. In cui vi è il riconoscimento di sé, in tutti i propri aspetti, e dell’altro, nella sua specificità. Il lavoro è volto al superamento degli ostacoli alla crescita che formano il copione e al raggiungimento dell’autonomia. Ad una riappropriazione delle risorse interne e della propria unicità. Mentre sentirsi mancanti, inferiori, incapaci, non meritevoli implica il il rifiuto di sé e il desiderare di essere altro, la terapia rende possibile l’autoriconoscimento e un sano amore per se stessi. Come sostiene Hillman, allo stesso modo della ghianda che prima o poi diventerà una quercia con caratteristiche proprie, poiché ne racchiude fin dal principio tutto il potenziale, così l’individuo ha il compito nella vita di realizzare la sua unica e vera natura. “Se si rimuovono gli ostacoli, l’individuo si svilupperà fino a divenire un adulto maturo pienamente realizzato, proprio come una ghianda diventerà una quercia”. (I.D. Yalom)

Questo non si dice!Frasi da non dire ai bambini

Quante volte ci scappano frasi di cui ci pentiamo!quali sono le frasi da non dire ai bambini per preservare la loro integrita’? Le parole hanno un peso, sia quando ci confrontiamo tra adulti, sia, ancora di più, quando parliamo ai più piccoli. Il modo in cui si esprimono i genitori,i nonni e chi sta attorno al bambino, influenza la crescita dei bambini. Usare un linguaggio positivo aiuta a stimolare l’interlocutore. I bambini, in particolare, prendono per vero tutto quello che sentono, per questo ora più che mai chi circonda un bambino dovrebbe prendersi un attimo per riflettere su alcune frasi dirette ai bambini. Parlare ai bambini è un atto di responsabilità e va preso sul serio. quali sono le frasi da evitare? 1. “Se fai così non ti voglio più bene” Assolutamente da evitare dal momento che il suo effetto è devastante. Si tratta infatti di un vero ricatto emotivo, il piccolo viene sottoposto a un inutile stress nel timore di perdere l’amore, ritiene inoltre che sia tutta colpa sua. Con questa frase si incentiva il senso di colpa. Il bimbo invece dovrebbe sempre avvertire l’affetto e il bene familiare 2. “Faccio io, tu non sei capace” Dire a un bambino che non è capace a fare qualcosa è un modo sbagliato di definirlo come inetto. Lasciatelo fare e intervenite solo se lui vi chiede aiuto. 3. “Sei cattivo” Mai mettere il bambino in cattiva luce, è necessario invece spiegare che quel comportamento non è educato. Limitate anche gli aggettivi: “buono”, “capriccioso”, “brutto”, se ripetete a un bimbo che è cattivo finirà per crederci e ad esserlo. 4. “Tuo fratello (sorella) si comporta bene, perché tu no?” Ogni bimbo è a sé e a nessuno piace essere oggetto di paragoni con altri, soprattutto se criticato. Il bimbo va valutato nella sua singolarità. Il paragone lo confonde e rende insicuro. L’effetto sarà contrario: protesterà perché risentito e molto probabilmente non farà quello che volete fargli fare. 6. “Vai via!” E’ normale che, ogni tanto, i genitori abbiano bisogno di una pausa. Se però ripetiamo continuamente “Ora ho da fare“, allontanandoli, si convinceranno che non vale la pena parlare con noi. Questo si rifletterà anche nel comportamento in età più adulta. 7. “Piangi per niente!” Mai ridicolizzare i loro dispiaceri, perché così non si sentiranno compresi e, cresciuti, non vi racconteranno i loro problemi più seri. Cercate sempre di consolarli. 8. “Non ci riuscirai mai!” Occorre sempre incoraggiare i bimbi a raggiungere i loro obiettivi, e se non ci riescono li si può aiutare cercando un modo diverso per raggiungerlo o cambiando attività, cercando di non fare pesare la sconfitta. 9. “Sei come tuo padre/madre” Mai sminuire o denigrare un genitore e soprattutto mai paragonare un bambino a un modello negativo. Il piccolo si potrebbe spaventare e chiudere in se stesso. come comportarsi? I bambini, per crescere, devono sentirsi unici, speciali, e avere stima di sé. Se si sentono rifiutati, cresceranno insicuri e timorosi. Cerchiamo di guardare più spesso negli occhi i bambini e comunicargli che sono preziosi anche nelle loro imperfezioni. Solo cosi’ diverranno adulti che sanno amare.

Iperconnessione e insonnia: siamo la società che non dorme mai

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Iperconnessione e insonnia: quando il nostro rapporto con la tecnologia genera stress.Nei precedenti articoli abbiamo parlato delle implicazioni psicologiche correlate all’uso delle nuove tecnologie. L’avvento di questi nuovi canali ha generato una profonda trasformazione nel modo di comunicare e relazionarci e nel comportamento umano online e offline nella sua globalità. Nonostante siano un preziosissimo strumento, l’uso poco consapevole dei social network e di internet può generare comportamenti disfunzionali, che si sono accentuati notevolmente durante il lockdown. Le fisiologiche limitazioni imposte dalla pandemia hanno portato a un utilizzo smisurato degli strumenti digitali per proseguire le normali azioni della vita quotidiana e colmare l’assenza di contatto e relazioni in presenza. Abbiamo visto così nascere problematiche di internet addiction e di social addiction, ovvero veri e propri casi di iperconnessione e dipendenza dai nuovi media. In particolare sono aumentati fenomeni come la nomofobia: l’utilizzo compulsivo dello smartphone e dei social network e la costante sensazione di perdersi qualcosa se non si è perennemente connessi. Ma lo stress generato dall’iperconnessione non riguarda soltanto i momenti di svago, anzi. L’introduzione dello smart working ha costretto le persone meno avvezze alla tecnologia ad apprendere e padroneggiare in breve tempo gli strumenti digitali, facendo i conti con un senso di inadeguatezza e impotenza che genera distress e frustrazione. L’iperstimolazione tecnologica del telelavoro e la costante reperibilità da remoto ha reso sempre più labili i confini tra vita privata e vita professionale, fonte di stress perpetrato che spesso genera in burnout: sindrome da esaurimento emotivo. L’estensione delle ore di lavoro, già difficili da conciliare con la vita domestica, ha portato ad una drastica riduzione delle ore di sonno caratterizzate inoltre da una scarsa qualità del riposo. Questo fenomeno è stato approfondito dall’indagine condotta dall’Università dell’Aquila durante il primo lockdown su 2.123 italiani, da cui è emersa una forte correlazione tra insonnia e dipendenza digitale.In particolare negli utenti che hanno intensificato l’esposizione ai dispositivi digitali, è stato riscontrato un notevole peggioramento della qualità del sonno, caratterizzato da sintomi di insonnia, riduzione delle ore di riposo e ritardo nelle fasi di addormentamento e risveglio. Ancora una volta questi risultati ci portano a riflettere sul bisogno di educazione e preparazione all’utilizzo consapevole delle nuove tecnologie per integrarle nella propria vita quotidiana in maniera corretta, sana ed efficace.

Cambiamenti del clima familiare durante l’adolescenza

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L’arrivo dell’adolescenza in una famiglia provoca molteplici cambiamenti che si riflettono su tutti i componenti. La maggior attenzione è posta prevalentemente sui mutamenti fisiologici che la pubertà manifesta sul corpo dell’adolescente. Il compito di sviluppo della famiglia, durante questo turbolento periodo, è favorire il processo di separazione ed individuazione del proprio figlio. I repentini cambiamenti fisiologici e psicologici dell’adolescente mettono continuamente in discussione la figura genitoriale. Questi ultimi sono impegnati, in una crisi anche sul piano personale e coniugale. I cambiamenti non interessano esclusivamente i ragazzi. Infatti, anche i genitori cominciano ad avvertire fasi primordiali dell’invecchiamento che, volente o nolente, scombussolano anche loro. Questa è una fase in cui il ciclo vitale della famiglia è costellato da un lato, dalla crisi adolescenziale e, dall’altro, da quella di mezza età. Capita spesso che i genitori sentono il desiderio di rivivere l’adolescenza comportandosi in maniera inadeguata all’età. Essi spingono, in modo consapevole o inconsapevole, a realizzare le loro aspettative e non quelle dei figli. Alcuni genitori entrano in competizione con i loro figli e cominciano a vestirsi in modo estremamente giovanile, usare un linguaggio tipico dell’adolescenza e si intromettono nelle discussioni, pensando di mettersi alla loro pari. Questi atteggiamenti, però, imbarazzano non solo i figli stessi, ma anche i loro amici. Altri genitori, invece, provano invidia verso gli adolescenti: i figli hanno vigore e vitalità, mentre in loro queste qualità stanno scemando, aumentando l’aspetto negativo della crisi. Tali atteggiamenti sono disfunzionali e non aiutano lo svincolo dell’adolescente, che viene visto come un prolungamento di se stessi. La buona riuscita del processo di individuazione dei figli dipende anche da come i genitori hanno elaborato la loro uscita dalla famiglia d’origine.

Amore, illusione e idealizzazione

Ci si innamora a partire da una idealizzazione. Come afferma Nietzsche: “L’amore ha un impulso segreto a vedere nell’altro come possibili le cose più belle del mondo, o a innalzarlo più in alto possibile: ingannarsi a questo riguardo sarebbe per esso un piacere e un vantaggio – e così si fa“. Si tratta di un meccanismo psicologico per mezzo del quale il proprio ideale di perfezione viene proiettato all’esterno, sull’altro e sulla relazione. E per mezzo del quale ci si innamora, quindi, più dell’immagine interna costruita del partner che non della persona reale. La ricerca di fusione e l’alienazione Quando si è innamorati si cerca di ridurre la distanza dall’altro, per inseguire quel sogno di fusione che dà illusione di sicurezza. Vi è la tendenza a compiacere le aspettative della persona amata per assicurarsi la sua approvazione e il suo amore. Fino a immedesimarsi, all’estremo, nei suoi gusti, nei suoi modi di essere e agire, con una perdita della propria identità. O, anche, vi può essere una tendenza al possesso, quando il mondo è percepito come una minaccia per quell’unione che la passione desidera totale. La dimensione illusoria della coppia si basa su di un gioco di rispecchiamenti e idealizzazioni reciproche in cui ciascuno proietta sull’altro il proprio ideale e si identifica a sua volta nell’immagine idealizzata dell’altro. In questo modo viene a stabilirsi non solo un rapporto di dipendenza ma una condizione di alienazione. Ciascuno nega gli aspetti di sé indesiderati e si rifugia in una fantasia narcisistica di perfezione e grandiosità. Nessuno dei due vede l’altro, nè può essere se stesso. E così, la distanza invece di ridursi diventa insanabile poichè, in questo stato di cose, e di inganno, non vi può essere alcun incontro reale. “Sarò come tu mi vuoi” rappresenta la promessa d’amore mediante cui ci si dona nel tentativo di garantirsi un riparo dalla perdita e dall’abbandono. E, al tempo stesso, rappresenta la via salvifica da sé stessi, come fuga dalle proprie parti indesiderate, dalle proprie fragilità e dai propri limiti. La relazione può trasformarsi dunque in un viaggio lontano da sé. Nella via breve con cui aggirare la lentezza e l’impegno della crescita, trovando soluzioni rapide in strategie infantili di manipolazione ed evitamento. L’amore è differenziazione e autenticità Perchè sia possibile l’amore, è necessario che il gioco di specchi dell’idealizzazione iniziale si rompa. E’ necessario, innanzitutto, tornare a sé. Riappropriarsi di tutto il proprio essere. Degli aspetti disconosciuti e rifiutati, delle fantasie e degli ideali proiettati. Correre il rischio di sentire la propria solitudine. Differenziarsi. E da questa posizione, di autonomia e autenticità, iniziare a vedere l’altro per com’è realmente, con le sue caratteristiche e i suoi bisogni. Nella sua specifica esistenza. Occorre essere disposti ad abbandonare la fantasia infantile di fondersi simbioticamente, la passività del nascondersi dietro l’ammirazione idealizzante e il gioco della seduzione, per assumersi la duplice responsabilità di amare ed essere amati. Dunque nessuna alienazione. Nessuna rinuncia a sé stessi e nessun possesso. L’amore si costruisce nel riconoscimento delle differenze. In quella forma di abbandono all’altro che trova il suo punto di equilibrio nella cura della distanza. Due autenticità, due autonomie che si incontrano. Chi ama dice: “Voglio che tu sia quello che sei” (Agostino).

DSA: tanti modi di apprendere

Ancora oggi quando si sente parlare di DSA si pensa subito a due cose: a una grave disabilità intellettiva che non ti permette di comprendere e affrontare “come gli altri” la vita scolastica o si pensa che sia solo una scusa per avere delle agevolazioni scolastiche. Partiamo con il definire che cosa sia il DSA. È un disturbo specifico dell’apprendimento, ovvero è una manifestazione atipica di alcune specifiche procedure di apprendimento come lettura, scrittura o abilità matematiche. Fanno parte dei disturbi nel neurosviluppo e questa specifica atipicità di funzionamento è presumibilmente dovuta a disfunzioni del sistema nervoso centrale.  Ci sono comorbilità con molti disturbi ma non implica una disabilità cognitiva. È molto importante sottolineare che sia un modo di apprendere che necessita di un’ulteriore personalizzazione e non semplificazione. I DSA si riferiscono principalmente alle aree di lettura, scrittura e competenze matematiche. Tra i disturbi della scrittura e lettura si annoverano la dislessia, è un disturbo specifico nell’apprendimento della decodifica di lettura quindi della decifrazione dei simboli. Per dislessia si deve intendere solo uno specifico disturbo nella velocità e nella correttezza della scrittura. La disortografia, uno specifico disturbo nella correttezza della scrittura, interessa il processo di trascrizione tra fonologia e rappresentazione grafemica della parola, da distinguere dalla correttezza morfosintattica. Per disgrafia si intenda una specifica difficoltà nella realizzazione manuale dei grafemi e quindi nel grafismo. Le difficoltà nelle competenze matematiche come riconoscere i segni, difficoltà a ordinare in colonna i numeri, non riuscire a compiere a livello pratico operazioni o lo studio della cognizione numerica e dei processi di conteggio e calcolo, sono definiti discalculia.  Il disturbo specifico di apprendimento ha anche una matrice evolutiva, ovvero si manifestano nell’infanzia, tipicamente possono essere riconosciuti i primi segnali già dalla seconda/terza primaria ma si riscontrano anche in periodi più tardivi come in adolescenza. Non si deve non tenere presente che chi ha un DSA può avere ripercussioni su altri ambiti interconnessi al rendimento scolastico come la motivazione e anche l’autostima. Il problema principale è la frustrazione che consegue ai “fallimenti accademici”, infatti questi bambini e ragazzi si sforzano moltissimo nello studio e nel cercare di rimanere al passo ma non riescono a ottenere gli stessi risultati dei coetanei nonostante impieghino maggiori sforzi. Infatti, una delle cause dell’abbandono scolastico è attribuibile a un non riconoscimento di tale specificità di apprendere; se si attuassero progetti funzionali al sostegno e all’implementazione delle capacità il livello di frustrazione e di autostima legata all’autoefficacia scolastica sarebbero ridotte presupponendo una riduzione dell’abbandono scolastico. Ne consegue che la certificazione debba essere funzionale alla costruzione di un progetto formativo personalizzano (BES) che porti gli studenti alle stesse conoscenze ma con particolari accorgimenti in modo tale che gli sforzi vengano ripagati e venga stimolata la motivazione ad apprendere. È importante non considerare la certificazione né come escamotage per avere meno carico di studio né come modalità commiserativa in quanto una persona non abbia le abilità per stare al passo con gli altri; la diagnosi non deve essere un’etichetta ma deve fungere da strumento per indirizzare un lavoro volto a promuovere e supportare le capacità del bambino/ragazzino che rischia di avere difficoltà non solo sul piano scolastico ma anche a livello sociale, di autostima e motivazionale. Recenti studi (Baird et al, 2009) hanno mostrato che individui con DSA tendono a adottare modelli di autoregolazione cognitiva disfunzionali, fanno sì di aggravare la sintomatologia del disturbo. Ciò avviene in quanto sono demotivati, scoraggiati e hanno un atteggiamento sfiduciato, caratterizzato da uno stile attributivo esterno (locus of control esterno) e scarsa autoefficacia. Di conseguenza le strategie cognitive adottate per fronteggiare un ostacolo possono essere l’evitamento di nuove sfide, sperimentare emozioni negative ma anche demordere davanti ai compiti impegnativi e quindi può verificarsi una diminuzione della prestazione a seguito di fallimenti. In sintesi, questi ragazzi tendono ad avere un basso concetto di sé nella riuscita scolastica, questo causa sfiducia nelle proprie capacità, una concezione entitaria della propria intelligenza ovvero sono convinti di non potere migliorare e perseguono obiettivi di rendita ma non di apprendimento. Per riassumere ci si può collegare al concetto di “impotenza appresa” di (Peterson; 1992), egli afferma che la passività nell’affrontare situazioni inevitabili e la percezione di incontrollabilità degli eventi siano caratteristiche dell’impotenza appresa; infatti i bambini che attribuiscono ai fallimenti una loro mancanza di abilità tendono ad essere maggiormente pessimisti e ruminativi. Bibliografia: https://www.anastasis.it/dsa-significato/ Baird G.L., Scott W.D., Dearing E., Hamill S.K. (2009). Cognitive self regulation in youth with and without learning disabilities: academic self efficacy theories of intelligence learning vs performance goal preferences and effort attributions. Journal of social and Clinical psychology 28, 881-908. Cornoldi C. le difficoltà dell’apprendimento a scuola. Il mulino Peterson C. (1992). Learned Helpessness and school problems., in metdway F.J., Cafferty T.P. (eds.), school of psychology. A social psychological perspective, Lea, Hillsdale. Zanobini M., Usai M. C. (2019). Psicologia della disabilità e dei disturbi dello sviluppo. Elementi di riabilitazione e intervento. FrancoAngeli s.r.l. Milano.

Come dire ai bambini che Babbo Natale non esiste

Come comunicare ai bambini che Babbo Natale non esiste senza deluderli. Quali parole usare per evitare di sentirci in colpa per la “brutta notizia” Nella pratica clinica spesso mi ritrovo con una domanda posta dai genitori: “come faccio a dire a mio/a figlio/a che Babbo Natale non esiste?Tutti noi abbiamo scoperto che Babbo Natale non esiste da qualcun altro, magari da un amico più grande. Tuttavia se non bisogna svelare la verità bisogna comunque essere preparati per affrontare le domande dei bambini e le loro reazioni dopo che la verità è stata svelata. Primi Passi Uno dei primi passi è  osservare il bambino e capire cosa ne pensa. Se mostra di avere ancora dei dubbi si può sempre salvare la possibilità di crederci ancora, magari chiedendogli “tu cosa ne pensi?”. Cosa fare se il bambino è arrabbiato con noi perchè gli abbiamo mentito? E’ l’occasione per insegnargli la distinzione tra una bugia buona e una cattiva, che Babbo Natale fa parte della prima categoria. Importante è che il bambino non si senta preso in giro, ma comprenda che lo abbiamo “illuso” per insegnargli a sognare.Sarebbe utile raccontargli di quando noi stessi abbiamo scoperto che Babbo Natale non esisteva cosi’ da sentirsi empaticamente accolto. Come dire che Babbo Natale non esiste? Per dire ai bambini che Babbo Natale non esiste l’importante è non mostrarsi malinconici e non usare troppe parole cariche di tristezza. Se stiamo comunicando questa notizia abbiamo valutato che il bambino è in grado di accogliere la disillusione. Quando dire che Babbo Natale non esiste Il momento giusto per rivelare la verità, senza troppi drammi, è quando il bambino fa delle domande più insistenti, quando ci rendiamo conto che ormai non ci crede e vuole solo una conferma dai suoi genitori.Spesso i bambini se ne rendono conto da soli, cominciando a collegare le informazioni che hanno ricevuto, per i dubbi insinuati dai racconti dei bambini più grandi, o perché la storia che hanno sentito presenta tante incoerenze. Talvolta hanno colto qualche movimento o visto qualcosa, ma vogliono la “prova del 9” dal genitore. Fatevi guidare dal “sentire” il momento giusto. QUALI SONO LE REAZIONI DEI BAMBINI? i bambini, dopo la scoperta della non esistenza di Babbo Natale, reagiscono in maniera differente: accettano la notizia e il fatto che i regali arrivino dai genitori, negano che questo possa essere vero poiché temono che i regali non arrivino più, perché ormai sono considerati grandi, oppure al contrario fanno finta di credere ancora nonostante l’evidenza. Questa differenza dipende dall’età del bambino e anche da come è avvenuta la rivelazione, se in modo brusco o graduale. Questa, come tante altre, può sembrare una domanda banale, ma è uno spazio che implica un tempo di riflessione. Stiamo insegnando al bambino che Babbo Natale non esiste, ma che deve continuare a sognare…prestiamo cura ed attenzione alle parole che utilizziamo.

Coppia: come si crea il legame?

Nella coppia il legame tra i partner si crea grazie all’interazione tra vari sistemi motivazionali: attaccamento, sessualità e accudimento. Negli anni, é stata data sempre più attenzione al concetto di sistema motivazionale, inteso come un sistema volto a promuovere la realizzazione e la regolazione dei bisogni di base. Lichtenberg (1987) ha sottolineato che la motivazione del comportamento umano può essere sia interna che esterna. Successivamente, tuttavia, si è visto come essa non dipenda solo da fattori interni o esterni quanto dalle reciproche influenze tra ambiente interno ed esterno. Nella coppia, dunque, la misura in cui un partner influenza l’altro, può variare in qualsiasi momento, attivando una regolazione reciproca e un’autoregolazione individuale delle motivazioni. Quali sono i sistemi motivazionali coinvolti nella dinamica di coppia? Secondo molti studiosi, i sistemi motivazionali coinvolti sono tre: Il sistema di attaccamento il cui scopo è garantirsi la protezione nelle situazioni di pericolo, mantenendosi vicino alla figura di attaccamento; Il sistema di accudimento il cui scopo è offrire protezione attraverso comportamenti che promuovono prossimità e benessere in situazioni di pericolo. Ad esempio, quando si cerca di rassicurare il partner o lo si aiuta se lo si vede in difficoltà; Il sistema sessuale il cui scopo è garantire la trasmissione del patrimonio genetico attraverso una relazione fisica. Come si influenzano i sistemi in una relazione? Sperimentare, dunque, diversi sentimenti nel corso del tempo, all’interno di una relazione di coppia, dipende dall’intreccio di questi tre sistemi. In alcuni momenti, di fatto, i tre sistemi interagiscono mantenendo un equilibrio dinamico, in altri uno di essi può predominare sugli altri. La cosa importante da sottolineare é che ogni coppia ha una propria organizzazione funzionale rispetto a questi sistemi motivazionali. Nel momento in cui, quindi, dovesse esserci uno sbilanciamento a favore di uno solo, non è da intendersi come patologico. Può essere che una coppia abbia trovato il proprio equilibrio attraverso un’organizzazione sbilanciata o che, in alcuni momenti della storia di coppia, si verifichi uno sbilanciamento che è funzionale in quel determinato periodo. Essere consapevoli di questi meccanismi, potrebbe servire ad offrire diverse chiavi di lettura al proprio funzionamento di coppia, ma anche ai bisogni individuali che possono esserci alla base. “E quando poi davanti a te si apriranno tante strade e non saprai quale prendere, non imboccarne una a caso ma siediti e aspetta. (…) E ascolta il tuo cuore. Quando poi ti parla, alzati e vá dove lui ti porta.”- S. Tamaro Castellano R., Velotti P., Zavattini G. C. (2014). Cosa ci fa restare insieme? Edizioni Il Mulino.

Facebook lancia Meta: attenzione alla salute mentale

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Facebook lancia Meta: attenzione alla salute mentale degli utenti.Nasce un nuovo mondo, una terza dimensione in cui il mondo online e offline si compenetrano dando vita ad una nuova realtà. Il termine “Meta” indica il Metaverso: un insieme di spazi virtuali generati dai computer e popolati da “avatar“ o ologrammi, in cui convergono diverse tecnologie che consentono di fare qualsiasi cosa. Nel Metaverso le persone potranno incontrarsi e interagire pur non essendo fisicamente nello stesso posto, potranno teletrasportarsi in qualsiasi luogo e in qualsiasi momento per svolgere le attività quotidiane o vivere esperienze eccezionali. Un mondo parallelo e virtuale in cui si vive e si agisce per mezzo della propria identità digitale. Quali saranno gli effetti sulla nostra salute mentale? Stiamo assistendo alla genesi di una rivoluzione virtuale che stravolgerà la società al pari, se non più, di quella digitale.Lo stesso Zuckerberg ha definito Meta come “il nuovo Internet”, in versione aumentata. Il rischio più grande che corriamo è quello di distaccarci completamente dalla realtà. Vivere in un universo virtuale proiettando la nostra immagine ideale rischia di farci perdere di vista chi siamo realmente.Siamo preparati a questo upgrade? Proprio come accade nei social network con le fake news, saremo in grado di distinguere cosa è reale da cosa non lo è?Sono in tanti a nutrire delle preoccupazioni, addirittura la deputata statunitense Alexandria Ocasio-Cortez ha espresso su Twitter il proprio disappunto, definendo Meta “un cancro per la democrazia”. Corriamo il pericolo di affrontare una svolta epocale con candida incoscienza, senza sviluppare le strategie di coping necessarie per far fronte a questa trasformazione. Meta non è un semplice gioco, ma una nuova dimensione relazionale, un’altra faccia della nostra realtà che è bene identificare con consapevolezza per non farci trovare, ancora una volta, vulnerabili e impreparati. Per cogliere questa inestimabile opportunità di progresso occorre, come sempre, una buona dose di attenzione e una corretta educazione digitale.