Italiani e Social Network: le conseguenze sul benessere psicologico

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Nei precedenti articoli abbiamo ampiamente trattato il controverso rapporto tra psicologia e tecnologia.In questo articolo analizzeremo il comportamento degli italiani sui social network e le conseguenze sul benessere psicologico. Nell’ultimo periodo gli utenti stanno prendendo sempre più coscienza degli effetti che la tecnologia e i social network esercitano sulla loro vita. Le percezioni che stanno affiorando sono di uno scarso controllo degli strumenti digitali e soprattutto dei sentimenti, in gran parte negativi, che ne scaturiscono. Le persone fanno fatica a bilanciare gli aspetti negativi e quelli positivi dei social network e, consapevoli degli effetti che potrebbero avere sul loro benessere psicologico, stanno cambiando il loro comportamento nei confronti di questi strumenti. Secondo il Report pubblicato da Kaspersky a settembre 2021, il 62% degli italiani sta modificando il proprio atteggiamento e comportamento di fruizione nei confronti dei social media in quanto ritenuti dannosi per la salute mentale. In particolare il 42% degli italiani ha dichiarato di non avere il pieno controllo dei social e di non riuscire a porsi dei limiti nel loro utilizzo, chiaro campanello d’allarme rispetto al pericolo di Social Media Addiction.Il 31% ha affermato di provare emozioni negative durante l’utilizzo, rilevando un incremento dei livelli di ansia e stress, mentre il 37% ha dichiarato di aver intenzionalmente ridotto il tempo da trascorrere sui social network. Un ulteriore rivolto della medaglia è che, reagendo a questa sindrome di iperconnettività, le persone hanno provato a rimettersi in contatto con il proprio io attraverso la meditazione o la mindfulness. Questo dato ci illumina sull’esigenza più forte della società odierna: ritornare al contatto umano, all’ascolto di sé stessi e degli altri, all’autenticità. La psicologia in questo senso è una risorsa inestimabile per riportare le persone al centro del loro essere e aiutarle a ricalibrare le priorità della loro vita in base ad un sistema di valori. La tecnologia è parte integrante delle nostre vite e un prezioso strumento per renderle più efficienti, ma è importante saperla padroneggiare e accogliere nella nostra quotidianità con consapevolezza ed equilibrio. In quest’ottica l’educazione digitale gioca sempre un ruolo fondamentale non solo per chi si approccia per la prima volta ai nuovi strumenti di comunicazione, ma anche per chi li usa quotidianamente, al fine di mantenere il giusto distacco e non venire assorbiti dal mondo virtuale.

Relazioni liquide e solitudine ai tempi dei social

Viviamo i tempi dei social e delle relazioni liquide, degli schermi luminosi e delle solitudini nascoste. La nostra è una modernità fragile. Nell’era dei social media basta un click per avere tanti amici e per trovare o cambiare partner. Le relazioni spesso nascono con un messaggio e con un altro messaggio finiscono. Se una finestra non funziona se ne apre un’altra. I nostri sono i tempi delle relazioni liquide, dell’assenza di impegno e responsabilità, tempi in cui i bisogni naturali sono coperti da bisogni effimeri. Sono i tempi delle luci delle schermate digitali, dietro cui si celano vissuti di paura, solitudine e vuoto. L’uso dei social, che in una certa misura semplifica l’azione e la comunicazione con il mondo esterno, può sfociare, all’estremo, in una disattivazione delle risorse interne, in stati di passività e isolamento. Società liquida E’ stato il sociologo Zygmunt Bauman ad elaborare il concetto di “società liquida”. Una società che prende forma su di un individualismo sfrenato e sul venir meno dei valori della comunità. Si tratta di una modernità fragile, che si regge sugli appigli dell’immagine, dell’apparire a tutti i costi e del consumismo. Ma mancando punti di riferimento e basi affettive solide, tutto è destinato a dissolversi in fretta. Il consumismo stesso non mira all’appagamento attraverso il possesso di oggetti di desiderio, che diventano in poco tempo obsoleti, quanto piuttosto al passaggio senza scopo da un oggetto all’altro. Utilizzando le parole di Bauman: “Quando manca la qualità, si cerca rifugio nella quantità. Quando non c’è niente che duri, è la rapidità del cambiamento che può redimerti” (Z. Bauman). La paura dell’intimità Nel proliferare delle connessioni informatiche si nascondono tante solitudini. Nella società liquida, di cui i dispositivi elettronici e i social sono solo gli strumenti ma non le cause, si rifugge il legame, l’intimità. L’incontro emotivo autentico. La responsabilità dei propri bisogni profondi. Si dà valore all’approvazione esterna e al raggiungimento dei canoni condivisi, a scapito della propria individualità, delle proprie emozioni e della propria autonomia. Per avere successo bisogna cambiare di continuo, tradendo impegni e lealtà. Le relazioni liquide sono senza orizzonte futuro. Vi è alla base l’idea che sia meglio rompere perché i sentimenti possono creare dipendenza. E, di conseguenza, più che relazioni, si stabiliscono ‘connessioni’. Inafferrabili, senza struttura, pronte ad evaporare. Rapporti umani considerati al pari di oggetti da consumo. La responsabilità della propria crescita Nel tentativo di mettersi al riparo dai rischi che i legami affettivi comportano, ci si rifugia in fantasie infantili di conferma o riscatto da schemi copionali che rassicurano ma, al tempo stesso, impediscono di riconoscere e impiegare le risorse adulte. E così, dietro l’immagine ostentata di falsa autonomia, si è ancora bambini, adattati o ribelli. Dipendenti da un genitore che stabilisce come si deve e come non si deve essere, che non sostiene l’autenticità nè l’autonomia. Confrontarsi con i propri limiti e i propri fallimenti, affrontare le proprie insicurezze, le proprie difficoltà e gli aspetti di sé mal tollerati può procurare sofferenza. Richiede impegno, coraggio. E in un mondo che vende soluzioni semplici, rapide e ‘indolore’ è più facile vivere di illusioni e rimanere bambini, che abbandonare i vantaggi degli appoggi esterni ed assumersi la responsabilità della propria crescita e dei propri desideri. Dall’evitamento al contatto Per stare bene e in salute è fondamentale in primis non perdere il contatto con l’esperienza reale di sé stessi, degli altri e della vita. Il malessere, a prescindere dalla forma che assume, ha sempre alla sua base l’evitamento, una interruzione del contatto con la realtà. In questi tempi liquidi, in cui dilaga la tendenza alla distrazione, a spostare l’attenzione all’esterno e da un oggetto all’altro, c’è bisogno, al contrario, di concentrazione. Il rimedio al dissolversi di ogni cosa è sviluppare presenza. Solidificare la propria identità, la propria vita affettiva e relazionale. Riportare l’attenzione innanzitutto al corpo, il grande assente dell’era informatica. A sensazioni ed emozioni, perchè è lì che abitano i nostri reali bisogni. Ed è dalla presenza, dal sentire profondo che rappresenta la bussola del vivere, che possiamo diventare consapevoli di noi stessi. Riconoscere e dare valore alla nostra forma, alla nostra sostanza e alla nostra esistenza.

Dislessia e Digrafia…. che confusione!

Parlare di dislessia e disgrafia con un professionista competente consente di non cadere in confusione. Nei primi mesi della scuola primaria genitori e insegnanti seguono con ansia e apprensione i progressi dei bambini che iniziano a leggere e scrivere. Talora, di fronte ad insuccessi, si parla di dislessia o di altri disturbi del genere. La categoria dei Disturbi evolutivi Specifici di Apprendimento viene convenzionalmente identificata con l’acronimo DSA. Con il termine Disturbi evolutivi Specifici di Apprendimento ci si riferisce in particolare a: DISTURBO DELLA LETTURA (Dislessia) DISTURBO DELLA SCRITTURA (Disortografia,Disgrafia) DISTURBO DEL CALCOLO (Discalculia) Qual è il criterio principale per parlare di dsa? In questo senso il principale criterio necessario per stabilire la diagnosi di DSA è quello della “discrepanza” tra abilità (deficitaria in rapporto alle attese per l’età e/o la classe frequentata) e l’intelligenza generale (adeguata per l’età cronologica). Cos’è la dislessia? La dislessia consiste nella difficoltà relativa alla capacità di leggere e scrivere in modo corretto e fluente. Il bambino dislessico può leggere e scrivere, ma riesce a farlo solo impegnando al massimo le sue capacità e le sue energie, poiché non può farlo in maniera automatica e perciò si stanca rapidamente, commette errori, rimane indietro, non impara. La dislessia si presenta in quasi costante associazione ad altri disturbi. La difficoltà di lettura può essere più o meno grave e spesso si accompagna a problemi nella scrittura: disortografia (cioè una difficoltà di tipo ortografico) e disgrafia (difficoltà nel movimento fino-motorio della scrittura, cioè una cattiva resa formale), nel calcolo e, talvolta, anche in altre attività mentali. Tuttavia questi bambini sono intelligenti e ,di solito, vivaci e creativi. Cos’ è la disgrafia? Gli aspetti generalmente condivisi circa il Disturbo della Scrittura, riguardano la sua suddivisione in due componenti: una di natura linguistica e una di natura motoria. La disortografia consiste nella difficoltà a tradurre correttamente i suoni che compongono le parole in simboli grafici. A questa si affianca spesso la disgrafia. Quest’ultima è un disturbo specifico dell’apprendimento, in assenza di deficit intellettivi e neurologici, che incide sulle funzioni fondamentali della scrittura. Si manifesta, quindi, come difficoltà a riprodurre sia i segni alfabetici che quelli numerici. Cos’è la discalculia? La discalculia è un disturbo caratterizzato da ridotte capacità nell’apprendimento delle abilità numeriche e del calcolo in rapporto alla classe frequentata. Interferisce negativamente con l’apprendimento scolastico e con le attività quotidiane che richiedono capacità di calcolo. Le prestazioni aritmetiche di base di questi bambini risultano significativamente al di sotto del livello atteso rispetto all’età cronologica, all’intelligenza generale e alla classe frequentata. Come si fa la diagnosi? L’accertamento diagnostico di uno specifico disturbo evolutivo dell’apprendimento avviene in due distinte fasi. Nella prima fase si somministrano, insieme alla valutazione del livello intellettivo, quelle prove necessarie per l’accertamento di un disturbo delle abilità comprese nei DSA . Nella seconda fase vengono disposte quelle indagini cliniche necessarie per la conferma diagnostica mediante l’esclusione della presenza di patologie o anomalie sensoriali, neurologiche, cognitive e di gravi psicopatologie. Cosa si può fare? Il trattamento vero e proprio è di tipo strettamente riabilitativo e si è rivelato efficace. Sicuramente è raccomandato un intervento il più possibile tempestivo e specialistico,  sia per approfittare della fase evolutiva in cui l’alunno è predisposto a specifici apprendimenti, sia per evitare il rischio del consolidamento degli errori. L’insuccesso prolungato genera infatti scarsa autostima e dalla mancanza di fiducia nelle proprie possibilità scaturisce un disagio psicologico che, nel tempo, può strutturarsi e dare origine ad un’elevata demotivazione all’apprendimento scolastico. in conclusione… Spesso gli insegnanti sono i primi a notare la possibile presenza di queste problematiche e talvolta attuano segnalazioni precoci. Ma per un genitore non è sempre semplice accogliere la possibilità che il proprio figlio possa aver bisogno di aiuto.Fidarsi degli insegnanti, rivolgersi ad un neuropsichiatra infantile sono i primi interventi utili al fine di affrontare il problema.

Essere genitore: come si diventa mamma e papà?

La consapevolezza di diventare genitore può essere facilitata nella donna dai cambiamenti fisici. Ma cosa succede ai papà? La genitorialità può essere facilitata nella donna attraverso i cambiamenti fisici legati allo stato di gravidanza: si crea uno spazio fisico all’interno della donna e, nello stesso momento, ci si prepara a creare anche uno spazio mentale per il proprio bambino. La gravidanza psichica, di fatto, procede parallelamente a quella fisica e può essere suddivisa in tre fasi: il primo trimestre in cui si inizia a maturare l’idea di diventare genitore, il secondo trimestre in cui si raggiunge maggiore consapevolezza, l’ultimo trimestre in cui ci si proietta al dopo e a come sarà il nascituro e la relazione con lui. Nella donna questo processo avviene piuttosto naturalmente. Ma cosa accade al papà? La gravidanza psicologica avviene anche per i papà! Per lungo tempo ci si è concentrati soprattutto sui vissuti emotivi della donna che, aiutata anche dai cambiamenti fisici e ormonali, riesce fin dalla scoperta della gravidanza a stabilire una relazione privilegiata con il bambino. In questa relazione diadica, spesso capita che il papà si senta escluso o venga recriminato dalla compagna che vorrebbe sentirlo più vicino. Ecco due vissuti completamente differenti, ma complementari. E in questo, potrebbe aver contribuito la pressione sociale e culturale, che induce spesso le donne a occuparsi principalmente della cura dei figli. Tuttavia, oggi si assiste ad una maggiore presenza anche del padre che desidera partecipare in prima persona a tutti gli aspetti di crescita del figlio. Anche nel papà inizia a prendere forma un maggiore senso di responsabilità e di protezione che si esplica in modi e in tempi differenti rispetto alla figura materna e che potrebbe avere anche la funzione di tenere a bada le emozioni emergenti. La gravidanza è un’esperienza unica nella vita non solo di una donna, ma di una coppia! Si è parlato di vissuti differenti, ma complementari. A questo riguardo, si può provare a pensare al fatto che al padre è richiesta anche una maggiore capacità empatica. E’ importante ricordare sempre, prima di alimentare possibili incomprensioni, che ciascun partner sta effettuando un percorso interno molto personale, per cui condividere a cuore aperto pensieri ed emozioni che si presentano, può essere utile per rafforzarsi e sostenersi a vicenda, fornendo al bambino che verrà al mondo la solidità di cui avrà bisogno.

Down social networks: tra svago e dipendenza – Image Credit https://socialninja.net/

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Ieri pomeriggio il down dei social networks Facebook, WhatsApp e Instagram, durato sei ore, è stato il tema più discusso della giornata.Un incredibile silenzio digitale ha avvolto la popolazione mondiale, lasciandola smarrita, impreparata e impotente. Gli utenti hanno avuto la percezione di essere tagliati fuori dal mondo con l’impossibilità di comunicare.Eppure fino a pochi anni fa il nostro mondo privo di social network era denso di relazioni autentiche. Il panico generalizzato di ieri ci deve far riflettere sull’uso che stiamo facendo della tecnologia e sulla soglia di dipendenza che abbiamo inconsciamente raggiunto negli anni. L’ansia da “disconnessione” risponde a un fenomeno specifico che prende il nome di “Nomofobia”.La Nomofobia si caratterizza per una sofferenza transitoria legata al fatto di non avere il telefono cellulare sempre a portata di mano e alla paura ossessiva di perderlo. L’elemento principale è la sensazione di panico che affligge l’utente ogni volta che crede di non essere rintracciabile. Si unisce a questo l’impellente e costante necessità di consultare in maniera compulsiva il telefono in ogni luogo e in ogni momento della giornata per controllare le informazioni condivise in tempo reale dagli altri utenti. Nelle persone affette da nomofobia s’instaura la convinzione di perdersi sempre qualcosa, si avverte continuamente il bisogno di aumentare il dosaggio della fruizione digitale e l’utilizzo smodato del cellulare le conduce ad una spirale di dipendenza, al pari di un tossicodipendente.Con il tempo si mettono in atto una serie di comportamenti disfunzionali sempre più radicati, come stare sempre più tempo al telefono, scrollare compulsivamente i social network e non spegnere il dispositivo neanche nelle ore notturne per avere sempre la possibilità di consultarlo. L’educazione digitale, emozionale e affettiva che dovrebbe accompagnare l’uso consapevole degli strumenti tecnologici riveste ancora una volta un ruolo cruciale per vivere in maniera funzionale ed equilibrata la nostra vita.

Il ritiro degli Hikikomori: caratteristiche della famiglia

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Il ritiro sociale messo in atto da un adolescente hikikomori ha radici sia personali che familiari. Innanzitutto, i cambiamenti della società attuale hanno portato mutamenti nelle relazioni tra genitori e figli. L’attenzione infatti è posta sul figlio, per il quale si mobilitano tutte le risorse per non fargli mancare nulla. Questo discorso, in una società fortemente orientata all’accettazione sociale e ai like ricevuti, si traduce in una forma di ostentazione del benessere materiale. Questi comportamenti, ovviamente, sono a discapito di quello affettivo e funzionale. Spesso, l’atteggiamento adottato dai genitori, soprattutto dei figli adolescenti, è dettato dal lassismo, in contrapposizione a quello autoritario subito. Ci si comporta “dando tutto ciò che non si è avuto “, idealizzando il concetto che il miglioramento della vita e delle relazioni sia dettato dal possesso delle cose. I genitori moderni si caricano di ansia perché vorrebbero proteggere i propri figli dalle frustrazioni e dalle difficoltà quotidiane. Così facendo, attuano comportamenti che non favoriscono l’indipendenza. Al contrario, solitamente la madre, più presente e iperprotettiva, cancerizza la dipendenza e asseconda le continue richieste del figlio, compreso il ritiro sociale. Altra caratteristica tipica del genitore degli hikikomori è l’aspettativa. Spesso si investono i propri figli del personale desiderio di realizzazione, con aspettative molto alte e talvolta irrealistiche. I genitori, così, scelgono le scuole migliori, vogliono che i figli primeggino in campo sportivo e scolastico, che si distinguano dai coetanei grazie al successo. Sostengono che la realizzazione del figlio sia l’accettazione sociale del loro buon lavoro di genitore capace. Il ruolo genitoriale è di accompagnamento al benessere personale e all’indipendenza economica ed affettiva. I figli hanno propri desideri ed emozioni, che devono essere ascoltati e accolti, affinché si sviluppi in loro autostima e fiducia.

Narcisismo: uno specchio di luci e ombre

Il narcisismo ci appartiene tutti. Dal sano amor proprio alle forme patologiche, grandiose e fragili: può avere molteplici volti. “Si illude, e vagheggia se stesso; è attratto dall’altro e lo attrae; si cerca, e il se stesso lo cerca: s’infiamma del fuoco che ha acceso”. (Ovidio) Il narcisismo sano La salute psichica è un sano equilibrio tra l’affermazione di sè e il riconoscimento dell’altro. Stiamo bene quando abbiamo consapevolezza del nostro valore, una fiducia affettuosa in ciò che siamo ed in ciò che siamo capaci di realizzare. Si tratta di sano narcisismo. Di un amor proprio senza presunzione che non svaluta né idealizza e che si costruisce ed esprime nell’incontro Io-Tu, a partire dalla relazione con le figure genitoriali. E’ attraverso le cure che riceviamo da bambini che sviluppiamo la percezione di noi stessi. Il nutrimento affettivo, il calore, le carezze e lo sguardo dell’altro sono fondamentali perché possiamo sentirci meritevoli d’amore, provare gratitudine e donare amore. Quando queste prime esperienze risultano carenti, l’equilibrio narcisistico non si realizza e al suo posto subentrano soluzioni di sopravvivenza, con una alterazione della capacità di riconoscersi e affermarsi. Il narcisismo patologico Il tema del narcisismo è sempre più al centro dell’attenzione di clinici e social media, in una società liquida, la nostra, improntata sull’immagine, sulla mistificazione del corpo e delle relazioni. Il narcisismo ha modi molto diversi di manifestarsi e non può essere ridotto ad una definizione. Poichè oltre ad essere una patologia è un aspetto sano dello sviluppo e della personalità, ci appartiene tutti. Ma se nella sua forma sana coincide con una buona autostima e la capacità di amare, nella sua forma disarmonica e patologica corrisponde ad uno squilibrio di questi aspetti. La considerazione di sè può essere vissuta con sentimenti di superiorità o inferiorità. Ai due estremi: il polo del narcisismo grandioso da una parte e il polo del narcisismo fragile dall’altra. Il disturbo narcisistico di personalità Il disturbo narcisistico di personalità, secondo il DSM-5, è caratterizzato da grandiosità (in fantasia e/o nel comportamento), bisogno di ammirazione e mancanza di empatia. Ma ciò che può rendere difficile la diagnosi è che tali caratteristiche possono non essere esplicite. Oltre al narcisista dell’immaginario collettivo, il vanaglorioso e pieno di sé, overt, esiste un narcisista più mascherato, covert, con una grandiosità segreta. Questo tipo, più che ammirazione, cerca approvazione, può apparire insicuro e mostrare disagio nelle relazioni. Il narcisismo può associarsi ad altri disturbi di personalità e assumere una forma ancor più articolata. Può avere tratti istrionici con maggiore richiesta di attenzione ed emotività eccessiva. Tratti evitanti con inibizione sociale, tratti ossessivi, con esigenze di controllo, tratti dipendenti con comportamenti adesivi. L’incapacità narcisistica di vedere l’altro, immedesimarsi nelle sue emozioni e nel suo dolore, può sfociare nel comportamento antisociale, con atti di violenza e assenza di rimorso. La ferita narcisistica Al di là delle definizioni cliniche, parlare di narcisismo vuol dire parlare di persone con ferite antiche, ovvero bambini che hanno imparato a negoziare con il proprio dolore a loro scapito e rinunciando all’amore. Quando l’ambiente non è in grado di soddisfare adeguatamente il bisogno di riconoscimento del bambino, quest’ultimo può difendersi dalla sofferenza ritirandosi in sé e nella propria onnipotenza. Negando così il suo bisogno d’affetto e la dipendenza. La protezione narcisistica, cui ricorre rifugiandosi in una originaria perfezione infantile che offre illusione di sicurezza, nasconde al fondo un vuoto esistenziale dovuto al fatto di non essere stato visto dai propri genitori per ciò che era. Non avendo fatto esperienza di amore, a sua volta non sarà in grado di amare. E, carente di riconoscimento, lo ricercherà nella vita manipolando gli altri. Manipolazione e coppia Il narcisista grandioso adotta strategie di compensazione del vuoto interiore che vanno verso una estrema autoesaltazione e/o svalutazione degli altri. L’altro non viene visto ma manipolato nella sua funzione di rimandare l’immagine idealizzata di sé. In coppia si concede senza darsi. Mostra attenzioni e comportamenti di conquista tesi a far sentire l’altro speciale, per assicurarsi il desiderio soggiogato del partner, la sua dipendenza sottomessa e idolatrante. In questa ambivalenza seduce, restituendo a sua volta all’altro un’immagine idealizzata, e al tempo stesso rifiuta, negando l’amore. Si creano così nella relazione dinamiche reciproche di svalutazione e idealizzazione, in cui ciascuno dei due partner trae il proprio vantaggio narcisistico e alimenta la propria aspettativa onnipotente. Del trionfo, in un caso, e di riuscire finalmente ad ottenere, con il proprio amore speciale e dandosi sempre di più, l’amore negato nell’altro caso. La fuga dalla relazione Nella storia di coppia è tipico l’alternarsi di momenti di vicinanza simbiotica, allontanamenti improvvisi e inaspettati ritorni. Il narcisista si sente minacciato dalla stabilità della relazione in cui può sentirsi solo o depresso. E’ a questa sua vulnerabilità che si sottrae, fino a spostare l’interesse verso un nuovo oggetto con cui riavviare il gioco della fascinazione e tornare a nutrire la sua grandiosità. A scegliersi, spesso, sono i poli estremi della dimensione narcisistica che, come Eco e Narciso nel mito di Ovidio, invece di evolversi vanno incontro al destino di non toccarsi mai. Il mito Narciso era bellissimo e adulato da tutti. Un giorno, spec­chiandosi in una sorgente, rimane così incantato e rapito dalla propria bellezza da gettarsi nelle acque per impossessarsi della sua immagine riflessa e finendo col morire del suo stesso amore. Mentre Eco, la ninfa che lo aveva amato e che aveva subìto il suo rifiuto, muore consumata dal dolore. In una variazione proposta da Oscar Wilde emerge il gioco di specchi a due in cui ciascun partner vede nell’altro se stesso. Dopo la morte di Narciso, la sorgente, trasformatasi in una pozza di lacrime salate, rivela alle ninfe il segreto del suo amore per Narciso. E così racconta che, quando lui si inchinava alla sua riva, lei poteva ammirare la propria bellezza nello specchio dei suoi occhi. Narcisismo e dipendenza Parlare di narcisismo vuol dire parlare implicitamente anche di dipendenza. Il narcisismo patologico è una negazione della dipendenza. Ma mentre nella dipendenza (patologica) si resta attaccati all’oggetto d’amore a scapito della

Le paure segrete dei bambini

Quali sono le paure segrete di tuo figlio?cos’è la paura e come affrontarla in ogni fase di vita sapendola distinguere dalle fobie Cosa succede da 0 a 3 anni? Le prime paure: La paura dell’abbandonoE’ una paura legata alla separazione “temporanea” dalla figura di riferimento. La paura di essere abbandonato aumenta l’ insicurezza del bambino soprattutto in quelle “fasi evolutive di passaggio” che coinvolgono inevitabilmente i processi di separazione. Il bambino piccolo di due, tre anni, si sente veramente abbandonato quando i genitori non ci sono, quando ritardano l’uscita dell’asilo, quando sono poco presenti ed ha bisogno di molte rassicurazioni , di certezze e di coerenza comunicativa.Il gioco del cucù è uno dei giochi più utili a simbolizzare i movimenti di separazione e ad abituare il bambino alla separazione fin dai primi mesi. Cosa succede da 3 a 5 anni? La paura del buio e della notteE’ quella che angoscia di più i bambini, senza distinzione di età. La notte può attivare sentimenti di abbandono , si popola di personaggi fantastici , che possono essere in qualche modo legati ad eventi, persone del giorno che hanno spaventato o dato sensazioni di disagio al bambino. Lasciare le luci accese o controllare bene che non ci siano mostri sotto il letto o in ogni angolo della stanza non è sufficiente se il genitore non condivide emotivamente le preoccupazioni del bambino. La paura del dottorePuò insorgere in qualunque momento in età evolutiva, spesso è associata ad esperienze traumatiche, ospedalizzazioni prolungate o improvvise, malattie, forzature o costrizioni educative. Il timore spesso si estende a tutte le persone che portano una divisa, soprattutto il camice bianco. In genere scompare spontaneamente. E in eta’ scolare? La paura della scuolaPuò insorgere anche prima dei sei anni, come paura dell’asilo. Spesso è associata alla paura di affrontare un nuovo ambiente .Quando il bambino si rifiuta di andare a scuola o presenta tutta una gamma di specifici sintomi (somatizzazioni quali mal di pancia, mal di testa, nausea, disturbi del sonno, ansia.) parliamo di un vero e proprio quadro clinico. PAURE E FOBIE Per quanto riguarda i genitori, è necessario non drammatizzare ma nemmeno sottovalutarle troppo . E’ importante sapere che le paure non dovrebbero arrivare alla soglia per cui potrebbero bloccare o rallentare lo sviluppo del bambino interferendo con le sue quotidiane attività. La paura potrebbe in tal caso trasformarsi in una fobia . qual è la differenza tra paura e fobia? – Nella paura c’è un pericolo esterno e reale , che provoca una sensazione di ansia profonda. La paura è utile al bambino per migliorare lo stato di vigilanza, per salvaguardare l’io e per guidare il suo percorso di crescita. – Nella fobia , è presente una paura eccessiva o non reale , provocata dalla presenza o dall’attesa di un oggetto o situazioni specifiche. L’esposizione all’elemento fobico provoca una risposta ansiosa immediata che può provocare attacchi di panico . Nei bambini l’ansia può essere espressa piangendo, con scoppi di ira, con l’irrigidimento, con l’aggrapparsi a qualcuno. I comportamenti da evitare: Forzare il bambino ad affrontare “bruscamente” una situazione di cui ha paura Contagiare e coinvolgere il bambino con le proprie paure di adulto Trattare con sufficienza le sue paure e banalizzarle Usare l’umorismo perché è uno strumento che attacca e svaluta l’autostima del bambino Chiamarlo “fifone” o usare vezzeggiativi simili  I comportamenti da adottare: La paura è qualcosa di reale, quindi mossa da motivi razionali e proprio per questo è  necessario fare piccoli passi per superarla Ascoltare il bambino e le sue motivazioni dando importanza ai suoi vissuti Spiegare perché una situazione non è pericolosa, riportandogli esempi concreti Utilizzare delle fiabe o dei racconti che aiutino il bambino a tradurre in immagini le sue emozioni Lasciarlo libero di esprimersi attraverso il disegno ed il gioco Cercare soprattutto di comprendere se si tratta di una paura o di una fobia, rivolgendosi ad un professionista nel caso lo si ritenga opportuno.

La punizione come metodo educativo funziona?

La punizione va usata? Proviamo a capire insieme quali possono essere le valide alternative al castigo e perché è preferibile usarle. Spesso, quando un adulto si ritrova di fronte ad un bambino che ha messo in atto un comportamento inadeguato, si ricorre alla punizione. Perché? Sono tanti i motivi che inducono ad agire così e, se ognuno di noi prova a fermarsi un attimo e a riflettere sulle motivazioni reali, possiamo notare che molto ha a che vedere con la nostra rabbia, la nostra impazienza, la nostra stanchezza. Inizialmente, l’adulto potrebbe ignorare quel comportamento che non piace, ma poi il fastidio aumenta e, dopo l’avvertimento verbale (“smettila!”), si passa all’azione attraverso, ad esempio, sculacciate o togliendo qualcosa che piace al bambino. Che cos’è la punizione? Nell’ambito della psicologia comportamentale, vengono descritti due tipi di punizione: positiva e negativa. Nella prima è aggiunto uno stimolo avversivo (ad esempio, uno schiaffo); nella seconda è tolto un elemento positivo (ad esempio, i cartoni animati). In entrambi i casi, la conseguenza sarà una diminuzione del comportamento che non piace. Ma perché è preferibile utilizzare delle alternative alla punizione? Quando l’adulto punisce il bambino, quest’ultimo non sta apprendendo quale sarebbe il comportamento corretto da utilizzare e non riceve dunque nessun tipo di beneficio. Anzi, piuttosto, potrebbe imparare ad utilizzare il comportamento osservato nell’adulto per relazionarsi agli altri. Secondariamente, la punizione può innescare sensi di colpa nel genitore quanto nel bambino. In questo caso, il genitore dispiaciuto potrebbe interrompere la punizione e il bambino potrebbe interiorizzare un messaggio tipo “non fa niente se mi comporto male, i miei genitori mi perdonano”. Inoltre, quando si è arrabbiati, spesso non si riesce a dare peso alle parole che si dicono. I bambini registrano, infatti, qualsiasi informazione e dire “sei cattivo, sei disobbediente, non ti voglio bene” potrebbe infierire sull’autostima del bambino e sul suo sviluppo. In alcuni casi, potrebbe anche succedere che, attraverso la punizione, il bambino abbia delle attenzioni che non sente di ricevere in altri momenti dall’adulto. In questo caso, potrebbe apprendere comportamenti inadeguati che hanno la funzione di ricevere maggiori attenzioni dal caregiver. Cosa fare allora per correggere il comportamento del bambino in modo più costruttivo? Si potrebbe aiutare il bambino a raggiungere il suo scopo, gradualmente e dando attenzioni ai comportamenti positivi che mette in atto, anche se piccoli. Potrebbe essere importante stabilire con il bimbo quali sono le conseguenze naturali di un comportamento e condividere poche regole e basilari. Ad esempio, si può dire di non tirare fuori un giocattolo finché non si mette apposto quello che si usa. Si può mostrare il comportamento adeguato incoraggiando il bambino a metterlo in atto e lodandolo in tutti i suoi progressi. Questo atteggiamento sarà utile per il bambino poiché imparerà a comportarsi in modo corretto, ma soprattutto potrebbe portare benefici nella relazione con l’adulto. “Tre cose ci sono rimaste del paradiso: le stelle, i fiori e i bambini”- Dante Alighieri