Concentrazione: come aiutare bambini e ragazzi a svilupparla?

Strategie per aumentare le capacità di concentrazione in bambini e ragazzi. Molto spesso giungono in terapia genitori che sono in difficoltà per come aiutare i propri figli a concentrarsi ed essere più attenti davanti ad un compito scolastico e non. Le difficoltà di concentrazione più comuni possono riguardare: perdere dettagli importanti in una conversazione, non riuscire a rimanere concentrati nello svolgimento di un’attività, lasciarsi distrarre, non essere attenti dinanzi a delle istruzioni. Ma a cosa è legata la capacità di concentrazione? La capacità di concentrazione è legata alle capacità di apprendimento, all’intelligenza, allo sviluppo del linguaggio e ai risultati scolastici. I bambini e i ragazzi con difficoltà nelle funzioni esecutive possono, ad esempio, sentirsi affaticati in vari aspetti della concentrazione, tra cui l’attenzione sostenuta e l’attenzione divisa. L’attenzione sostenuta può essere considerata come la durata dell’attenzione, il tempo necessario per completare un’attività. L’attenzione divisa, invece, è la capacità di suddividere l’attenzione e fare cose diverse contemporaneamente. Quali strategie possono essere utilizzate? L’automonitoraggio. Si può aiutare il bambino o il ragazzo a riconoscere quando è concentrato e quando non lo è. Può essere utile avviare una riflessione per dare al ragazzo un’immagine di riferimento su cosa è la concentrazione e come appare dall’esterno. Ad esempio, l’immagine potrebbe essere, durante i compiti, il ragazzo seduto alla scrivania, con i dispositivi spenti, il corpo fermo, lo sguardo sui compiti. Successivamente, lo stesso, dovrà imparare a notare quando è concentrato e quando non lo è, con un timer ad intervalli casuali. Quando suona, dovrà segnare da solo su una tabella se è concentrato o meno in quel momento. Offrire loro il potere di scelta. E’ più facile concentrarsi su qualcosa che piace rispetto a ciò che non piace o è difficile. Dunque, si potrebbe lasciare il ragazzo libero di scegliere a chi chiedere aiuto in caso di difficoltà oppure mettergli davanti delle strategie di organizzazione dello studio, consentendogli comunque di scegliere quella che ritiene più utile.

Compiacenza: bisognosi di riconoscimento e approvazione

La compiacenza è una carenza di autoriconoscimento: un cercare all’esterno l’approvazione che non si è in grado di trovare dentro di sé. “Mille fiori di plastica non fanno fiorire un deserto. Mille ombre vuote non riempiono una stanza”. F. Perls “Sono come tu mi vuoi” è il tipico atteggiamento di chi, per essere accettato e riconosciuto, cerca di soddisfare le aspettative altrui a scapito della propria individualità. Si tratta di un tipo di manipolazione che si costruisce nei primi anni di vita, quando il bambino apprende a sacrificare i suoi modi spontanei per adattarsi ai bisogni e alle richieste dell’ambiente in cui cresce e garantirsi, così, attenzione e amore. Questa forma di iperadattamento, che nasce come soluzione di sopravvivenza, nel tempo diventa un ostacolo per l’autoaffermazione e l’autonomia. Winnicott parla di “falso sé“, descrivendo la situazione in cui la personalità si sviluppa su una base di imitazione, anziché di identificazione. Chi si preoccupa sempre di piacere/far piacere agli altri, svaluta il proprio modo di essere, di pensare, sentire e agire. Tende ad assumere la prospettiva dell’altro, conformandosi alle sue idee, ai suoi gusti e ai suoi desideri. La difficoltà a differenziarsi Nella spinta a compiacere vi è una carenza del processo di differenziazione e individuazione che può sfociare in confluenza. Si può essere consapevoli di sé stessi e dei propri bisogni e compiacere per evaderne la responsabilità. Oppure, quando i confini sono deboli, si può avere difficoltà a distinguere ciò che proviene dall’altro da ciò che proviene da sé. La persona compiacente ha un funzionamento dipendente e simbiotico, anche se talvolta nascosto dietro una immagine controdipendente di falsa autonomia. Per cui non sempre in figura vi sono insicurezza e vulnerabilità. Alcune volte, infatti, la compiacenza si mescola alla ricerca di perfezionismo e ad una forma di narcisismo grandioso che dissimula la fragilità relegata al mondo interno. In questo caso, ancor più che approvazione (“dimmi che vado bene”), si cerca potere e ammirazione (“dimmi quanto sono speciale/indipensabile”). La difficoltà a dire di no e a chiedere La compiacenza è caratterizzata da una difficoltà a dire di no e a chiedere. Saper dire di no fa parte della capacità di differenziarsi dall’altro, fondamentale non solo per autoaffermarsi ma anche per proteggersi e rifiutare ciò che non si vuole. Saper chiedere ha a che fare, in maniera specifica, con la responsabilità di esternare un proprio bisogno attraverso l’esplicitazione di una richiesta. In entrambi i casi, i rischi da correre sono percepiti come troppo elevati. Un giudizio negativo o un rifiuto, ad esempio, possono essere vissuti come una disconferma di sé stessi, assoluta e definitiva. Internamente può aprirsi uno scenario catastrofico di perdita, che non è solo perdita dell’altro ma anche, e più profondamente, perdita di sé. Il vuoto interiore e la mancanza d’essere Secondo Winnicott la compiacenza porta con sé un senso di futilità per l’individuo e si associa all’idea che niente sia importante. Che la vita non valga la pena di essere vissuta, poiché il mondo viene conosciuto solamente come qualcosa in cui ci si debba inserire e che richiede adattamento. D’altro canto, nello sforzo di evitare il vuoto interiore della mancanza d’essere, vi è una fuga da sé stessi, dal pericolo di sentirsi persi e persino niente. Il contatto profondo con la propria solitudine viene rifuggito in quanto esperienza che minaccia l’integrità costruita, fino a quel momento, nell’inautenticità. La persona dipende dallo sguardo dell’altro: può sentire di esistere solo in funzione dell’immagine che l’altro rimanda di sé. Nella ricerca di approvazione vi è dunque una negazione della propria identità e, insieme, una ricerca, talvolta disperata, di una identità. La rabbia Sotto la maschera della compiacenza, fatta di sorridente iperdisponibilità e affabile o remissiva accondiscendenza, possono esservi emozioni, non sempre consapevoli, di rabbia, rifiuto, vendetta.   L’altro può essere visto non solo come un Salvatore ma anche come un Persecutore e, più di rado, come una Vittima. Alle fantasie salvifiche di riscatto (“finalmente sarò riconosciuto/a per come sono”), o grandiose (“ti conquisterò con la mia straordinarietà”), possono alternarsi fantasie catastrofiche di conferma della propria mancanza di valore (“mi dirai anche tu che non vado bene, che non c’è spazio per me”). Ma dal momento che se vi è possibilità di salvezza questa dipende dall’esterno, la persona compiacente tende ad assoggettarsi all’altro e a passivizzarsi. E, al tempo stesso, a confermare la posizione infantile originaria di salvare l’altro per salvare, in ultimo, sé stessa. In tal modo, va perlopiù incontro all’esito autodistruttivo del dirigere e agire la rabbia contro di sé. Sentendosi spesso sbagliata e in colpa per com’è e, in alcuni casi estremi, per il fatto stesso di esistere. Riappropriarsi di sé stessi Liberarsi dalla compiacenza significa perdere la sicurezza che deriva dall’illusione di controllo e onnipotenza. Implica un lavoro psicoterapeutico che guardi alla ferita antica del non essersi sentiti riconosciuti da bambini. Che miri a sciogliere i conflitti interni che impediscono i processi separativi, l’emergere del sé autentico e il raggiungimento dell’autonomia. Fare esperienza dell’essere visti e accolti per come si è, in tutte le proprie parti. Correre il rischio di incontrare sé stessi e di incontrare l’altro, in una relazione autentica. Al di fuori di inganni e manipolazioni. Scoprire il vuoto come spazio vitale e creativo da cui dare forma e senso alla propria esistenza. Assumersi la responsabilità di ciò che si è e dei propri bisogni. “Si va dallo psicologo, prima che per conoscersi, per essere conosciuti profondamente da un’altra persona. Perché sentirsi “tenuti a mente” significa sentire “tenuti insieme” i nostri vari aspetti.” (Winnicott)

Come si sviluppa l’affettività?

Con il termine affettività si intende lo sviluppo delle emozioni e dei sentimenti umani. Vediamo tappa per tappa come si sviluppano i sentimenti del bambino in base alle fasce d’età. Lo sviluppo affettivo del bambino è strutturato in passaggi: dal primo attaccamento alla figura materna, il bambino comincerà poco a poco a riconoscere e provare sentimenti nei confronti di altre figure familiari. Non tutti i bambini sono in grado allo stesso modo di verbalizzare o di mostrare i propri stati emotivi ed i propri sentimenti; spesso, dietro a reazioni violente, rabbiose o di chiusura, possono nascondersi motivazioni importanti. Le tappe dello sviluppo affettivo Da 0 a 7 mesi Le emozioni insorgono durante i primi mesi di vita del neonato. Esse sono da mettere in relazione alla piacevolezza o al disagio provati in base alla soddisfazione o meno dei bisogni primari del bambino. Il bambino percepisce lo stato emozionale del benessere quando questo arriva come soddisfacimento al disagio. Da 8 mesi La percezione di essere un sé separato dalla mamma, inizia nel bambino tra il settimo e l’ottavo mese: egli comincia a comprendere di essere una entità diversa alla mamma, dal papà e da tutte le altre figure che popolano la famiglia. Le emozioni istintive dei primi mesi lasciano il posto ai sentimenti come la gioia, la paura, l’angoscia e la rabbia. Il legame con la mamma si fa più consapevole: il bambino inizia a sperimentare il distacco dal suo punto di riferimento certo. Se questo passaggio viene affrontato serenamente, il bambino svilupperà un senso di benessere affettivo che lo accompagnerà nel corso di tutta la vita. Da 18 mesi Se il progressivo distacco dalla mamma è avvenuto in modo sereno e consapevole, il bambino avrà potuto quindi sviluppare una delle sue prime convinzioni: la sua mamma è una base sicura da dove partire, sapendo che al rientro è sempre pronta ad accoglierlo con un caldo abbraccio. Se il bambino vuole un gioco che non può ottenere o se desidera essere preso in braccio ma per qualche ragione questo non può avvenire, l’emozione della rabbia può dar l’avvio a un sentimento di impazienza. Dai 3 anni Il bambino a questa età, grazie allo sviluppo psico-neurologico, è decisamente più autonomo, anche nelle relazioni affettive: il sistema nervoso e motorio sono quasi completati. La socializzazione con gli altri bambini fa sì che i sentimenti inizino a essere proiettati anche verso persone diverse dalla propria famiglia. Ecco quindi i primi sentimenti contrastanti: le prime simpatie o antipatie verso coetanei con cui gioca in modo più o meno in sintonia. In questa fase non sono rari gli atteggiamenti aggressivi, come mordere o picchiare gli altri bambini. Di fatto il bimbo non è ancora in grado di controllare i propri stati emotivi. Dagli 11 anni È con l’adolescenza che i legami affettivi assumono una forma più simile ai sentimenti degli adulti. L’adolescente inizia a essere attratto sentimentalmente verso i coetanei dell’altro sesso: responsabile di questo nuovo comportamento sono i feromoni e l’assetto ormonale che proprio in questo periodo raggiunge il massimo equilibrio sia nelle ragazze sia nei ragazzi. Qual è il ruolo dei genitori? Lo sviluppo affettivo del bambino, di pari passo con quello cognitivo, necessita dell’aiuto e del sostegno dell’adulto, nella forma in cui i genitori rispondono in modo giusto e pronto alle manifestazioni emotive del piccolo, cercando di comprendere quali sono le sue esigenze e comunicando con lui.

Come riprendere il controllo della mente con il Brain Dump

brain dump

Viviamo dell’epoca dell’iperconnessione e dell’infodemia. Siamo costantemente subissati da una grande mole di informazioni provenienti dall’esterno. A questi stimoli si aggiungono i nostri pensieri, a volte ingombranti e non sempre gestibili. Lo sanno bene gli overthinker : i “pensatori seriali” che pensano troppo e spesso fanno fatica a tradurre i pensieri in azioni.Quando il cervello rimugina in continuazione consuma molte energie e genera stress e stanchezza, sia fisica che mentale. Esiste però una tecnica per riprendere il controllo della propria mente e governare il proprio cervello e si chiama Brain Dump. Cos’è Il Brain Dump? Il Brain dump, dall’inglese letterale “scaricamento del cervello”, è una tecnica che consente di riordinare la mente e organizzare i pensieri, così da incanalare le nostre energie in obiettivi traducibili in azioni. Questo metodo ci insegna a governare la mente e a liberarla da tutto ciò che ci affligge o non è necessario, sgombrandola definitivamente. Imparando a gestire i pensieri rafforziamo la concentrazione, la forza di volontà e l’organizzazione. Il Brain Dump va inteso come un flusso di coscienza: occorre prendersi un momento per trasferire su carta o in modalità digitale (a seconda delle preferenze), il fiume in piena di pensieri che affollano la nostra mente. In questo modo le informazioni saranno “archiviate” in una sorta di memoria esterna, avremo modo così di decodificarle lucidamente e gestirle una alla volta. I benefici del Brain Dump Una volta appreso, questo metodo può essere utilizzato in tutti i contesti: per l’organizzazione delle task lavorative; per gli impegni quotidiani della vita domestica; per la pianificazione del tempo libero e per gli obiettivi di crescita e organizzazione personale. Lo scopo del Brain Dump è ridurre il sovraccarico del nostro cervello, incrementando la concentrazione e quindi il rendimento e la produttività. Dissipando la confusione riusciamo a isolare le problematiche e a individuare soluzioni. Avere il pieno controllo sulla nostra vita ci aiuta a ridurre lo stress e ad avere maggior consapevolezza e autostima. Come renderlo utile Una volta sbrogliata la matassa della nostra mente e trasferita su carta (o pc), è importante dare seguito alle azioni traducendole in task operative. In questo modo non solo creiamo abitudini positive, ma alleniamo il nostro cervello a lavorare diversamente, in modo più smart ed efficiente.

Come gestire l’ansia nella vita quotidiana: strategie e consigli pratici

Come gestire l’ansia nella vita quotidiana: strategie e consigli pratici L’ansia è una delle emozioni più comuni che tutti sperimentiamo, soprattutto in un mondo frenetico e pieno di stimoli come quello in cui viviamo oggi. Sebbene l’ansia sia una risposta naturale del nostro corpo a situazioni stressanti, quando diventa eccessiva o persistente può interferire con la qualità della vita. In questo articolo esploreremo cosa sia l’ansia, come riconoscerla e, soprattutto, come gestirla efficacemente nella vita quotidiana. Cos’è l’ansia? L’ansia è una reazione emotiva caratterizzata da una sensazione di tensione, preoccupazione o paura. Questa emozione ha radici evolutive: i nostri antenati sperimentavano l’ansia come un meccanismo di sopravvivenza che li preparava a combattere o fuggire di fronte ai pericoli. Oggi, però, le fonti di ansia non sono più animali selvatici o condizioni climatiche estreme, ma piuttosto scadenze lavorative, relazioni complicate o paure legate al futuro. Quando l’ansia è moderata, può essere utile: ci aiuta a concentrarci e ad affrontare meglio le sfide. Tuttavia, quando è cronica o intensa, può portare a sintomi fisici e psicologici debilitanti come insonnia, irritabilità, difficoltà di concentrazione e tensione muscolare. Riconoscere i segnali dell’ansia Uno dei passi fondamentali per gestire l’ansia è imparare a riconoscerne i segnali. I sintomi possono variare da persona a persona, ma i più comuni includono:• Sintomi fisici: tachicardia, respiro corto, sudorazione, mal di testa o tensione muscolare.• Sintomi psicologici: pensieri ricorrenti, sensazione di pericolo imminente, difficoltà a “staccare la mente”.• Comportamenti associati: evitamento di situazioni stressanti, procrastinazione o isolamento sociale. Se ti riconosci in questi segnali, è importante non ignorarli. L’ansia non è un nemico da combattere, ma un messaggio del corpo e della mente che richiede attenzione. Strategie pratiche per gestire l’ansia Ecco alcune tecniche utili per gestire e ridurre l’ansia nella vita quotidiana: 1. Respirazione profonda La respirazione lenta e profonda può calmare il sistema nervoso e ridurre l’intensità dei sintomi fisici dell’ansia. Una tecnica efficace è la respirazione diaframmatica: inspira profondamente dal naso per quattro secondi, trattieni il respiro per altri quattro e poi espira lentamente dalla bocca per sei secondi. Ripeti questo ciclo per alcuni minuti. 2. Pratica la mindfulness La mindfulness è l’arte di vivere nel momento presente senza giudizio. Attraverso esercizi di meditazione e consapevolezza, puoi imparare a osservare i tuoi pensieri senza farti sopraffare. Studi dimostrano che la pratica regolare della mindfulness riduce i livelli di ansia e aumenta la resilienza psicologica. 3. Fai esercizio fisico L’attività fisica non solo migliora la salute fisica, ma aiuta anche a ridurre l’ansia. Durante l’esercizio, il corpo rilascia endorfine, sostanze chimiche che promuovono il benessere. Anche una semplice passeggiata di 30 minuti al giorno può fare una grande differenza. 4. Gestisci i pensieri negativi Molto spesso, l’ansia è alimentata da pensieri irrazionali o catastrofici. Prova a identificare questi pensieri e chiediti: “Questa paura è realistica? Quali prove ho a sostegno di questo pensiero?”. Sfidare i pensieri negativi può aiutarti a ridimensionare l’ansia. 5. Stabilisci una routine Una vita organizzata può ridurre significativamente lo stress e l’ansia. Crea una routine quotidiana che includa momenti di pausa, attività rilassanti e tempo per te stesso. 6. Limita le fonti di stress Riduci il consumo di caffeina, alcol e notizie negative. Questi fattori possono amplificare i sintomi di ansia. Sii selettivo con ciò che assorbi e circondati di situazioni e persone che ti fanno sentire a tuo agio. Quando chiedere aiuto? Se l’ansia diventa così intensa da interferire con il tuo lavoro, le tue relazioni o il tuo benessere generale, potrebbe essere utile consultare un professionista della salute mentale. Psicoterapie come la terapia cognitivo-comportamentale (CBT) hanno dimostrato di essere molto efficaci nella gestione dell’ansia. L’ansia è una compagna inevitabile nella vita, ma non deve controllarti. Imparando a riconoscerla e utilizzando strategie pratiche, puoi ridurre il suo impatto e vivere una vita più serena. Ricorda che chiedere aiuto non è un segno di debolezza, ma un atto di coraggio. Con un po’ di consapevolezza e gli strumenti giusti, l’ansia può diventare una risorsa per crescere e migliorare.

Come dire ai bambini che Babbo Natale non esiste

Come comunicare ai bambini che Babbo Natale non esiste senza deluderli. Quali parole usare per evitare di sentirci in colpa per la “brutta notizia” Nella pratica clinica spesso mi ritrovo con una domanda posta dai genitori: “come faccio a dire a mio/a figlio/a che Babbo Natale non esiste?Tutti noi abbiamo scoperto che Babbo Natale non esiste da qualcun altro, magari da un amico più grande. Tuttavia se non bisogna svelare la verità bisogna comunque essere preparati per affrontare le domande dei bambini e le loro reazioni dopo che la verità è stata svelata. Primi Passi Uno dei primi passi è  osservare il bambino e capire cosa ne pensa. Se mostra di avere ancora dei dubbi si può sempre salvare la possibilità di crederci ancora, magari chiedendogli “tu cosa ne pensi?”. Cosa fare se il bambino è arrabbiato con noi perchè gli abbiamo mentito? E’ l’occasione per insegnargli la distinzione tra una bugia buona e una cattiva, che Babbo Natale fa parte della prima categoria. Importante è che il bambino non si senta preso in giro, ma comprenda che lo abbiamo “illuso” per insegnargli a sognare.Sarebbe utile raccontargli di quando noi stessi abbiamo scoperto che Babbo Natale non esisteva cosi’ da sentirsi empaticamente accolto. Come dire che Babbo Natale non esiste? Per dire ai bambini che Babbo Natale non esiste l’importante è non mostrarsi malinconici e non usare troppe parole cariche di tristezza. Se stiamo comunicando questa notizia abbiamo valutato che il bambino è in grado di accogliere la disillusione. Quando dire che Babbo Natale non esiste Il momento giusto per rivelare la verità, senza troppi drammi, è quando il bambino fa delle domande più insistenti, quando ci rendiamo conto che ormai non ci crede e vuole solo una conferma dai suoi genitori.Spesso i bambini se ne rendono conto da soli, cominciando a collegare le informazioni che hanno ricevuto, per i dubbi insinuati dai racconti dei bambini più grandi, o perché la storia che hanno sentito presenta tante incoerenze. Talvolta hanno colto qualche movimento o visto qualcosa, ma vogliono la “prova del 9” dal genitore. Fatevi guidare dal “sentire” il momento giusto. QUALI SONO LE REAZIONI DEI BAMBINI? i bambini, dopo la scoperta della non esistenza di Babbo Natale, reagiscono in maniera differente: accettano la notizia e il fatto che i regali arrivino dai genitori, negano che questo possa essere vero poiché temono che i regali non arrivino più, perché ormai sono considerati grandi, oppure al contrario fanno finta di credere ancora nonostante l’evidenza. Questa differenza dipende dall’età del bambino e anche da come è avvenuta la rivelazione, se in modo brusco o graduale. Questa, come tante altre, può sembrare una domanda banale, ma è uno spazio che implica un tempo di riflessione. Stiamo insegnando al bambino che Babbo Natale non esiste, ma che deve continuare a sognare…prestiamo cura ed attenzione alle parole che utilizziamo.

Come dire ad un bambino che deve andare dallo psicologo

Quando è il caso di chiedere una consulenza psicologica per un bambino? Come comunicarglielo? Non è necessario che la situazione sia grave per pensare allo psicologo, il primo passo è quello di far si che il bambino non si senta sbagliato. Quando è il caso di chiedere una consulenza psicologica? Il primo passo è parlare con il proprio pediatra di fiducia che, conoscendo il bambino e la famiglia, potrà valutare se sia utile o necessario rivolgersi ad uno psicologo, una figura professionale che si occupa del benessere psicologico del bambino e dell’adolescente e aiuta i genitori nel loro ruolo di educatori in tutte le fasi della crescita, dalla prima infanzia all’adolescenza. Perché è difficile chiedere un aiuto psicologico per il proprio bambino? Per quanto ogni genitore possa riconoscere di sperimentare momenti di fatica, sembra esserci ancora spesso timore a ricercare la consulenza ed il supporto di un professionista. L’attuale generazione di genitori è la prima a vivere immersa nel mondo altamente “social” di oggi, che offre un costante confronto con gli altri. Spesso, però, questo confronto rischia di assumere la veste del giudizio, o di fornire consigli non sempre appropriati. Un buon genitore è quindi un genitore che sa chiedere aiuto quando serve. Come dire ad un bambino che deve andare dallo psicologo? Molti genitori tendono a mentire al proprio figlio quando lo portano dallo psicologo, dicendo che è un medico o magari un amico di mamma e papà. Sarebbe bene invece essere onesti, e spiegare al bambino che lo si sta portando da uno psicologo, che è un dottore che non utilizza siringhe o altro, e che usa principalmente le parole e potrebbe aiutarlo a stare meglio, a sentirsi meno ansioso, triste, arrabbiato… Il genitore, a seconda dell’età del figlio, può esprimergli le proprie preoccupazioni sul suo comportamento laddove il bambino non si accorga di come questo possa far star male gli altri. È importante tuttavia che il bambino non prenda l’andare dallo psicologo come una punizione, ed è bene quindi che i genitori gli comunichino questa decisione in un momento privo di tensione emotiva, spiegandone le ragioni e provando a rispondere alle domande del bambino. Sarà poi cura dello psicologo, durante i primi incontri, instaurare col bambino una relazione di fiducia e fargli capire che non è una spia al servizio dei genitori, ma una persona che può effettivamente essergli d’aiuto. Ogni tappa evolutiva comporta nuove sfide Esistono varie tappe evolutive che possono rappresentare una sfida per il genitore: la regolarizzazione dei ritmi sonno-veglia e la gestione della nanna; il raggiungimento del controllo sfinterico, con il passaggio dal pannolino al vasino; i momenti di separazione (come l’addormentamento nel lettino, o l’inserimento a nido/scuola dell’infanzia); il periodo dei cosiddetti “terrible two”, quando verso i due anni i bambini desiderano una maggiore autonomia ma ancora faticano a controllare le proprie emozioni e i propri comportamenti, mettendo alla prova i genitori con tanti capricci… Conclusioni Un genitore per primo dovrebbe sentire di potersi fidare di un professionista esterno, e trasmettere al proprio figlio la capacità di potersi fidare di qualcun altro.

Chiedere ciò di cui si ha bisogno

Imparare a chiedere è una conquista evolutiva importante che si colloca alla base del benessere e delle relazioni sane. Vi sono numerose credenze limitanti circa il chiedere. Molto spesso viene inteso come un comportamento infantile o, anche, come sinonimo di debolezza, con l’idea che da adulti bisogna cavarsela sempre da soli. Sovente le persone in terapia affermano con fierezza di non chiedere espressamente ciò che desiderano e di cui hanno bisogno, percependosi per questo “forti”, ma lamentando di non ricevere o di non sentirsi compresi dall’altro. Quando si esplora questo aspetto, nella maggior parte dei casi emerge una difficoltà ad apprezzare ciò che che si ottiene chiedendo. Come se il fatto di averlo chiesto togliesse valore all’abbraccio, al confronto, all’aiuto ricevuto. In questo modo ci si deresponsabilizza rispetto ai propri bisogni. Ma non solo. Si svaluta anche la risposta dell’altro come scelta libera ed autentica. Il comportamento ai due poli Se il funzionamento finora esplorato tende a collocarsi verso il polo di chi non chiede, al polo opposto vi è chi si mostra eccessivamente richiedente. In questo caso, in figura c’è sempre una carenza, una sofferenza ad essa associata e una richiesta rivolta all’esterno. Mentre al primo polo vi è il divieto interno a mostrarsi apertamente bisognosi, al secondo si è bisognosi nella maggior parte del tempo. Ai due estremi: la posizione controdipendente di chi nega il bisogno naturale dell’altro ad un lato, la posizione dichiaratamente dipendente all’altro lato. Al di là delle diverse modalità, in entrambi i casi il comportamento è manipolativo, poiché inautentico e infantile. E vi è un vissuto di insoddisfazione, più o meno esplicito, rispetto alle proprie relazioni. Chiedere come componente essenziale del benessere e delle relazioni Chiedere ha a che fare innanzitutto con l’ascolto di se stessi, con il riconoscersi. Con il sapere come ci si sente e quali sono i propri bisogni. Ed ha a che fare, poi, con il rendersene responsabili. Chiedere è dunque una capacità adulta, legata sia alla consapevolezza che alla responsabilità. Una delle modalità attraverso le quali giungere alla gratificazione. Rispetto alla relazione, saper chiedere diventa affermare se stessi e, al tempo, riconoscere anche l’altro al di fuori di processi di svalutazione. Per cui ognuno è responsabile per sé. Chi chiede corre il rischio di ricevere un rifiuto e questo è ciò da cui la maggior parte delle persone si difende. Il “no” dell’altro può riaprire ferite antiche. Spesso, viene avvertito come un rifiuto assoluto, come conferma della propria indesiderabilità o come uno smacco insostenibile per l’ego.

Che cos’è il Parent Training?

“Il parent training è una tecnica di intervento che ha lo scopo di insegnare ai genitori quelle abilità necessarie per contrastare situazioni familiari problematiche” DEFINIZIONE “Il parent training è una tecnica di intervento che ha lo scopo di insegnare ai genitori quelle abilità necessarie per contrastare situazioni familiari problematiche” (Vio, Marzocchi, Offredi, 1999). Il parent training prevede la formazione di competenze educative nei genitori, ovvero quelle competenze specifiche che permettono di ridurre i comportamenti problema del bambino in casa. Ciò porta a un miglioramento nell’autopercezione di competenza da parte dei genitori e una riduzione dei livelli di stress in famiglia. Le problematiche del comportamento con esordio nell’infanzia, infatti, se trattate in tempi precoci e in modi adeguati, evitano di inasprirsi in età adolescenziale. Il parent training, quindi, permette ai genitori di applicare essi stessi delle tecniche psicologiche in quelle situazioni in cui il bambino manifesta i comportamenti problema. OBIETTIVO L’obiettivo è quello di fornire ai genitori gli strumenti necessari per riconoscere i bisogni e i segnali affettivi del bambino e rispondere in maniera adeguata. Il Parent Training viene indicato sia per situazioni in cui non è stato diagnosticato un disturbo del bambino, ma i genitori hanno bisogno di supporto nella gestione di comportamenti problematici, sia per i disturbi del neurosviluppo. Come funziona? Mentre un tempo i terapeuti che conducevano i programmi di Parent Training trasmettevano verticalmente il loro sapere ai genitori, oggi assolvono invece un ruolo di coach della funzione genitoriale. Nello specifico, sono gli esperti di problemi evolutivi, che più di trasmettere competenze ai genitori devono “attivarle” in loro.  Nelle fasi iniziali le sessioni puntano ad allenare i genitori a individuare lo scopo di un determinato comportamento problematico. Si descrive quest’ultimo in modo obiettivo, si esaminano gli elementi che lo precedono e si rileva cosa avviene dopo che è stato messo in atto.Nelle sessioni di Parent Training gli esperti si confrontano apertamente con i genitori, analizzando i fattori scatenanti, quindi suggerendo strategie da mettere in pratica ad esempio anche attraverso esercizi di role-play . Conclusioni Diventa importante per i genitori conoscere gli strumenti possibili per affrontare una diagnosi. Piuttosto che chiudersi o scoraggiarsi è bene rivolgersi ad un professionista che può offrire un aiuto concreto.

Catfishig: la minaccia psicologica reale di una finta identità virtuale

catfishing

Negli ultimi tempi il termine “Catfishing” è rimbalzato tra telegiornali e programmi televisivi per la triste vicenda di Daniele, il 24enne di Forlì che ha deciso di farla finita dopo aver scoperto che la sua fidanzata, frequentata virtualmente per un anno, era in realtà un’altra persona. Questo fenomeno, ancora poco conosciuto in Italia, è molto frequente negli USA, tanto da aver dato vita al docu-reality “Catfish: false identità” che racconta storie di catfishing. Cos’è il catfishing? Secondo l’Accademia della Crusca, il termine Catfish indica una persona che costruisce in rete un proprio profilo fingendo di essere un’altra persona per burlare o truffare qualcuno o al fine di instaurare in rete rapporti amicali (a volte anche sentimentali) con una falsa identità. Cosa spinge le persone a fare catfishing? Generalmente ci sono diversi aspetti che spingono il catfish a costruirsi una finta identità virtuale. Potrebbe trattarsi di un individuo particolarmente insicuro che convive con la paura di non essere accettato; di una persona profondamente insoddisfatta della sua vita, che prova a sublimare i propri desideri costruendosi un’identità alternativa e fasulla.Che sia per noia o per uno scopo preciso, i catfish riescono a costruire un vero e proprio alter ego digitale che gli consente di instaurare relazioni con vittime inconsapevoli. Gli effetti del catfishing sulla vittima Le vittime di catfishing sono spesso insicure e fragili e trovano conforto e speranza nelle attenzioni dei loro persecutori. Queste condizioni di partenza creano terreno fertile per un gioco di potere che mira a creare un rapporto di dipendenza affettiva. Una volta scoperto il tranello, le vittime cadono in una spirale di delusione, tristezza e vergogna, accompagnata da frustrazione e rabbia verso se stessi. Come contrastare il fenomeno? Purtroppo ad oggi non viene fatto un lavoro di prevenzione mirata sul catfishing. Per fronteggiare questa minaccia occorre fare un lavoro strategico e strutturato di informazione e formazione sin dalle scuole agendo su due livelli. Da un lato descrivendo il fenomeno e i pericoli che ne derivano, fornendo gli strumenti necessari a riconoscerlo; dall’altro lavorando sulla consapevolezza e sull’autostima dei ragazzi, affinché ci siano sempre meno catfish.