Cosa ti piacerebbe fare da grande?

Aiutare i bambini ad esprimere i loro sogni è uno dei compiti principali di un genitore. Proviamo a capire come poter stimolare un bambino. Cosa ti piacerebbe fare da grande? Questa è sicuramente la domanda per eccellenza che qualsiasi bambino si è sentito fare da piccolo da parte di diverse persone. Questo tipo di quesito è utile a stimolare i bambini a fare un proprio ragionamento sulla base dei loro interessi e delle loro capacità.È importante però non essere troppo incalzanti e ostinati nel ripetere questa domanda, si rischia di esercitare un’eccessiva pressione sui bimbi, ai quali è giusto lasciare la spensieratezza di immedesimarsi in qualsiasi attività vogliano fare. Ogni bambino darà una risposta diversa, che potrebbe addirittura cambiare di volta in volta. L’età, la famiglia e tutto il contesto sociale in cui il bimbo cresce sono elementi che influenzano le sue risposte. Dal punto di vista degli adulti, magari alcuni sogni dei loro bimbi possono sembrare troppo ambiziosi o addirittura ridicoli, intervenire in tal senso per fargli cambiare idea è una cosa da evitare. Perché poniamo questa domanda? Chiedere ai bambini cosa vogliono diventare significa educarli all’idea che infondo tutto è possibile e se a cinque anni sogni di diventare astronauta hai tutto il diritto di poter esprimere il tuo sogno senza che chi ti ascolta ti risponda con un sorriso di compatimento. Tema: cosa vuoi fare da grande Assegnare il classico tema in classe su cosa vogliono fare da grandi è non solo un modo per consentire ai bambini e ragazzi di esprimere i loro sogni senza filtri o paure, ma anche per scattare una fotografia dei tempi moderni, per capire come evolve la società e quali sono le aspirazioni dei giovani, che sono senz’altro influenzate dalla famiglia e dai media. Chiedere ai bambini di quinta elementare cosa vogliono fare da grandi vuol dire scoprire un mondo di sogni tutti da realizzare: chi vuole diventare veterinaria, chi disegnatore di auto di lusso, chi paleontologo (per soddisfare una passione mai sopita per i dinosauri) , chi ballerina o calciatore. Ma se si pone la stessa domanda ai ragazzi che frequentano le scuole medie ci si scontra con una più realistica aspirazione, spesso legata alla famiglia, agli esempi più vicini, alle condizioni sociali e all’influenza dei mass media. Nuove tendenze, cambiano gli interessi dei più piccoli L’ormai diffuso utilizzo di internet anche da parte dei più piccoli, sta contribuendo a modificare i sogni e le aspirazioni dei bambini. Molti di loro, infatti, esprimono la volontà di voler diventare youtubers, videogiocatori professionisti o influencer. E’ importante che un genitore sostenga il proprio bambino, qualsiasi sogno esprima. Mostrarsi accoglienti aumenterà la fiducia nella relazione.

Cosa sono le psicosi infantili?

Il termine in sé spesso fa rabbrividire, fa pensare immediatamente a qualcosa di grave. La diagnosi tempestiva, la presa in carico e il trattamento sono elementi fondamentali per garantire una qualità di vita migliore al bambino e alla sua famiglia. Cos’è la psicosi infantile Già da piccoli ci si può ritrovare affetti da gravi patologie come le psicosi infantili. Ci appare veramente difficile che un bambino possa trovarsi in situazioni psicologiche gravi. Eppure, già così piccoli, ci si può ritrovare affetti da gravi patologie.  Per quanto differenti possano essere, posseggono tutte un aspetto fondamentale comune: in ogni forma di psicosi il bimbo vive un rapporto alterato con la realtà. Le psicosi infantili comprendono un’alterazione globale delle capacità comunicative, anomalie a livello delle interazioni sociali e comportamenti od interessi stereotipati e ripetitivi. I bambini psicotici trasmettono forte ansia e frustrazione. Questi bambini all’interno di un gruppo di pari non vengono aggrediti o derisi, come invece accade a quelli con deficit organico. Si possono individuare le psicosi sintomatiche e le psicosi funzionali. Le prime sono facilmente identificabili poichè strettamente connesse ad un danneggiamento organico, seguito ad esempio a malattie o attacchi epilettici. Nelle seconde invece non vi è la presenza di un disturbo organico. Schizofrenia infantile La schizofrenia infantile vera e propria si manifesta generalmente dopo i 5 – 6 anni di età. E’ riconoscibile dal fatto che il bimbo presenta un rapporto alterato con ciò che lo circonda, tende ad isolarsi, è facilmente irritabile, aggressivo, perde in creatività e voglia di esplorare, conoscere l’ambiente, verso il quale mostra scarso interesse. Sindrome simbiotica Nella sindrome simbiotica il bambino interrompe la propria crescita psichica ed entra in simbiosi con la madre. Si verifica che i disturbi psichici della madre si riflettono sul bimbo. La madre impedisce al bambino di raggiungere una propria identità. E’ fondamentale che la famiglia partecipi in modo positivo al recupero del piccolo. Questo verrà attuato non solo con terapie farmacologiche, ma anche con psicoterapie adeguate. Trattamenti possibili E’ fondamentale intervenire anche all’interno delle scuole per creare una rete di lavoro più ampia. E’ importante anche evitare che il bambino possa essere etichettato come malato. E’ opportuno il superamento della visione tradizionale dei problemi psicologici in modo che la scuola non sia considerata come un luogo di emarginazione e di esclusione, ma come spazio per la socializzazione e per la sperimentazione di una autonomia individuale. I genitori cosa possono fare? I genitori a volte non hanno il tempo necessario per analizzare la situazione. E’ difficile per loro pensare alla possibilità che il loro bambino possa soffrire di psicosi infantile. Va anche tenuto presente che i genitori tendono a negare sempre qualsiasi disturbo o problema dei loro figli, nonostante le evidenze. Una rapida azione da parte loro può aiutare molto il piccolo giungendo alla conclusione che si trattava di un falso allarme o iniziando un’immediata terapia di miglioramento.

Cosa può consentire ad una relazione di coppia di mantenersi nel tempo?

Nello scorso articolo abbiamo iniziato a vedere quali possono essere le teorie alla base della scelta di un partner. Proviamo a prenderne in considerazione altre. Nello scorso articolo, l’assunto principale era che esiste una continuità tra le rappresentazioni delle esperienze d’attaccamento infantili e il tipo di esperienze relazionali successive. Ora mettiamo in luce un’impostazione diversa, dove la relazione di coppia costituisce un nuovo contesto, in cui si crea un legame d’attaccamento specifico del rapporto con il partner che potrà condizionare la qualità e l’esito della relazione. Secondo i teorici dell’attaccamento le differenze individuali di ciascun partner potrebbero portare ad un esito diverso. Tuttavia bisognerebbe prendere in considerazione diversi fattori tra cui la soddisfazione, la felicità, la stabilità, il senso di riuscita. La durata, la stabilità, il senso di riuscita La durata fa riferimento alla parte temporale e non alla qualità del rapporto; la stabilità viene collegata alla disposizione della relazione a mantenere le proprie caratteristiche (positive o negative) stabili nel tempo. La riuscita fa largamente riferimento alla qualità della relazione: indica un legame che mantiene costanti le caratteristiche positive e che si protrae nel tempo. Dunque, un legame può essere stabile e riuscito o stabile e non riuscito; ma anche instabile (come la coppia in crisi, dove si avverte una minaccia alla relazione) o instabile (nella coppia fluttuante, dove ci sono repentini cambiamenti). Potremmo quindi affermare che una relazione riuscita è qualcosa di più di una relazione stabile, in quanto dovrebbe consentire ai partner di sperimentare emozioni positive e un senso di soddisfazione. Un attaccamento sicuro, dunque, potrebbe essere un buon predittore dell’esito di una relazione soprattutto perchè porta ad una migliore capacità di esprimere apertamente i propri bisogni di conforto e vicinanza e di accogliere quelli del proprio partner. Fondamentale risulta essere poi la sintonia che consente di entrare in contatto con gli stati affettivi dell’altro per poter riparare alle eventuali crisi vissute.

Cos’è la Sindrome di Asperger?

La sindrome di Asperger è un disturbo dello sviluppo. Esso influenza le capacità comunicative e di socializzazione dell’individuo che ne soffre. Rende apparentemente la persona priva di interesse verso gli altri, indifferente ai rapporti sociali e spesso eccessivamente preoccupata per alcune questioni specifiche. CARATTERISTICHELa sindrome di Asperger rientra nel quadro dei cosiddetti disturbi dello spettro autistico. Le prime manifestazioni compaiono durante l’infanzia, attorno ai 2-3 anni, ma è quando il paziente comincia la scuola che, generalmente, si diagnostica. Dopo le prime interazioni sociali costanti (con i coetanei)  si palesano i sintomi caratteristici come, per esempio, le difficoltà nel socializzare o nel dialogare con gli altri. Quali sono le Cause della Sindrome di Asperger? Le cause della sindrome di Asperger sono poco chiare.Sembra che all’origine del disturbo vi sia una mutazione genetica. Quali sono i sintomi? I sintomi caratteristici della sindrome di Asperger riguardano e influenzano diversi ambiti: il linguaggio, i rapporti sociali, la comunicazione, le capacità motorie, il comportamento e gli interessi quotidiani.I pazienti con sindrome di Asperger possono apparire come delle persone egocentriche, stravaganti e dei veri e propri “professorini”, il che li isola dal resto della comunità. Interazione Sociale e Comunicazione Coloro che sono affetti da sindrome di Asperger sono incapaci di avvalersi della comunicazione non-verbale.Inoltre, sembrano completamente disinteressati a stringere rapporti di amicizia o di affetto con i coetanei. Linguaggio e Comunicazione La sindrome di Asperger influenza notevolmente il linguaggio parlato: chi ne soffre può avere un tono di voce monotono, si esprime in modo pedante e interpreta alla lettera ciò che gli viene detto, senza distinguere frasi sarcastiche, ironiche e modi di dire.È importante sottolineare come anche questo aspetto non aiuti i rapporti con gli altri. Comportamento, Gestualità Rituale e Interessi Quotidiani Esiste una  gestualità caratteristica (per esempio, sbattere o torcere le mani). Sono inoltre associati comportamenti ripetitivi, stereotipati e, spesso, inutili.  Rinunciare  a uno di questi “riti“, rappresenta un vero e proprio dramma. Capacità Motorie Chi è affetto da disturbi dello spettro autistico è, molto spesso, goffo e poco coordinato nei movimenti: difatti, le capacità motorie non sono al pari di quelle di altri coetanei. Quoziente Intellettivo Gli individui con sindrome di Asperger hanno, di solito, un quoziente intellettivo normale; anzi, alcuni di loro possiedono delle doti matematiche, informatiche e musicali fuori dal comune. Disturbi associati La sindrome di Asperger è spesso associata ad altre condizioni importanti dal punto di clinico; in particolare: Deficit visivi e uditivi; Epilessia. Disturbi di tipo psichiatrico. Deficit intellettivi.   Diagnosi Diagnosticare la sindrome di Asperger non è affatto facile e immediato. Ecco per quale motivo è meglio sottoporre un bambino, che mostra qualcuno dei sintomi sopraccitati, a un controllo medico di tipo specialistico. Il trattamento della sindrome di Asperger I trattamenti possono includere: Formazione sulle abilità sociali: insegnare ad interagire con gli altri Terapia della lingua parlata.  Migliorare le capacità comunicative ed utilizzare un tono di voce variegato. Supporto psicologico, per affrontare in modo adeguato i cambiamenti del percorso di vita Educazione e formazione dei genitori. Supportare i genitori per affrontare le problematiche che si presentano. Con il giusto trattamento, il bambino può imparare a controllare alcune delle sfide sociali e di comunicazione che si trova ad affrontare. Può fare bene a scuola e continuare ad avere successo nella vita.

Cos’è l’ansia da separazione?

Separarsi può generare ansia fin dai primi mesi di vita. Impariamo a capire quali risorse attivare per gestire al meglio l’ansia da separazione. Le prime manifestazioni Intorno all’ ottavo mese di vita compare nel bambino la cosiddetta ansia da separazione. E’ un sentimento di angoscia che nasce dal timore di essere abbandonato e che si manifesta con proteste più o meno accentuate nel momento in cui la figura di riferimento più significativa (di solito la mamma) si allontana. Il piccolo si sente in pericolo, e lo manifesta con pianti e proteste che in genere si risolvono quando la mamma, o chi si occupa di lui, ritorna. Possono esserci anche irrequietezza generale e disturbi del sonno. L’intensità di queste manifestazioni varia molto a seconda del temperamento del bambino e della capacità della mamma di rassicurarlo. Ansia eccessiva Talvolta i bambini mostrano reazioni eccessive alla separazione da un genitore. Altre volte non mostrano affatto ansia. In entrambi i casi c’è qualcosa che non va… Come aiutare il bambino a gestire l’ansia Spesso, il momento della separazione è difficile da gestire non solo per il bambino, ma anche per il genitore. Le reazioni del figlio possono generare reazioni emotive molto intense anche nella mamma o nel papà. Cosa fare in questi casi? Comunicargli  che torneremo; non sminuire quello che il bambino sta provando Talvolta ci si allontana dal bambino senza fornirgli spiegazioni, ma questa non è la soluzione migliore. Infatti questo atteggiamento serve solo ad amplificare paura e smarrimento. Va sempre spiegato cosa sta per succedere, cioè che la mamma o il papà si devono allontanare per un certo tempo. Dopo è importante anche far sapere al bambino che presto ritorneranno, e si potrà di nuovo stare insieme. Non bisogna ignorare quello che il bambino sta provando, o addirittura rimproverarlo. Questi sono atteggiamenti che hanno un effetto negativo sulla sua possibilità di instaurare con il proprio genitore una relazione di fiducia. Il momento dell’ingresso al nido Per molti bambini, l’inizio dell’ asilo nido rappresenta la prima, vera separazione da mamma e papà. Può quindi essere un momento difficile. In questi casi è importante Prevedere un inserimento graduale, che permetta al bambino di esplorare la nuova struttura un poco alla volta. Prestare attenzione ai segnali di disagio del bambino, accogliendoli e cercando di capire se sono normali manifestazioni di tristezza o espressioni di qualcosa di più profondo. Prestare attenzione anche alle proprie reazioni. A volte, il distacco dal bambino attiva paure e preoccupazioni anche nell’adulto e allora è importante che l’adulto stesso se ne renda conto. Può succedere, infatti, che il disagio del bambino nasca in realtà dal desiderio di far sentire alla mamma che lui ha compreso la sua difficoltà e sta cercando, a suo modo, di aiutarla. Cosa fare di fronte ad una reazione eccessiva? Ricordare di non lasciarsi travolgere dall’ansia è il primo passo. L’ansia è contagiosa ricordiamolo.  Rivolgersi allo psicologo per un sostegno alla fase del distacco può rendere questo momento più “naturale”.

COS’E’ IL DISTURBO DELLA COORDINAZIONE MOTORIA

Il DSM5 definisce il disturbo dello sviluppo della coordinazione come quel disturbo in cui l’acquisizione e l’esecuzione delle abilità motorie coordinate sono notevolmente inferiori rispetto a quanto atteso per l’età dell’individuo. Tale deficit interferisce con le attività di vita quotidiana (autonomie personali), sulla produttività (scolastica e professionale) e sul tempo libero o gioco. A QUALI PATOLOGIE E’ COLLEGATO I disturbi della coordinazione motoria sono fortemente collegati con i disturbi specifici dell’apprendimento. Il Disturbo si presenta con alta comorbilità con diversi disturbi della fase evolutiva del bambino (ADHD, Disturbi specifici dell’apprendimento, Disturbi dello Spettro dell’Autismo). L’eziopatogenesi è multifattoriale: ipossia, malnutrizione perinatale, basso peso alla nascita, ecc.Il disturbo di coordinazione motoria non è in nessun modo un disturbo unitario, i profili differiscono da bambino a bambino. I deficit possono riguardare sia le competenze grosso-motorie che fino-motorie, ma a queste si possono associare anche problematiche di carattere visuo-costruttive e cognitive. CARATTERISTICHE Tendenzialmente i bambini con DCD possono avere un deficit nella rappresentazione interna del proprio corpo con conseguente difficoltà di controllo motorio e di apprendimento di nuovi movimenti. Per esempio, questi bambini impiegheranno un tempo lunghissimo per mettere in atto un’azione estremamente facile. Le caratteristiche tipiche e comuni di un bambino con DCD fanno sì che il soggetto si presenti goffo e impacciato, in ritardo con lo sviluppo di alcune capacità motorie (es. andare in bicicletta), incapace di mantenere l’equilibrio o l’uso coordinato di più parti del corpo. L’esordio dei sintomi avviene sin dalle prime fasi dello sviluppo, pertanto i bambini possono raggiungere le tappe dello sviluppo motorio in ritardo (rimanere seduti da soli, camminare, salire le scale, pedalare) così come in ritardo possono raggiungere alcune abilità (abbottonare, assemblare puzzle, usare le forbici, fare il nodo…). Anche la qualità dei movimenti risulta non adeguata, in particolare i bambini che presentano questo disturbo possono eseguire i movimenti con scarsa coordinazione e precisione e/o più lentamente rispetto ai coetanei. Di conseguenza, a livello comportamentale ed emotivo, avendo alla base queste difficoltà motorie, i soggetti con DCD possono mostrarsi disinteressati o evitano in ogni modo situazioni che richiedono un particolare sforzo fisico. Ciò porta il bambino ad avere una scarsa autostima di Sè, una forte frustrazione e ansia che lo inducono ad evitare anche la socializzazione con i suoi coetanei. QUALI AREE CEREBRALI SONO IMPLICATE? Il cervelletto è coinvolto, nello stesso tempo, a determinare sia funzioni cognitive che motorie, come lo stesso ruolo, di tale importanza, lo si deve alla corteccia pre-frontale. La disfunzione di tali strutture celebrali, porta inevitabilmente lo sviluppo di problemi sia di carattere motorio e sia di carattere cognitivo coinvolgendo, di conseguenza, gli apprendimenti (lettura, scrittura, calcolo, comprensione). CONCLUSIONI Le difficoltà descritte possono essere un campanello di allarme. Trattate dagli esordi possono portare un netto miglioramento, che inficerà non solo nello sviluppo psicomotorio ma anche e soprattutto negli apprendimenti futuri.

Corporeità eversiva ed istituzioni

Perchè questo titolo: “Corporeità eversiva ed istituzioni”? Cercherò di spiegarlo in questo nuovo articolo. Durante i primi mesi del mio percorso formativo in arteterapia, mi lasciava assai perplessa l’insistenza con la quale i docenti ci raccomandavano di usare la massima cautela nell’introdurre le nostre tecniche nei contesti istituzionali. Francamente mi sembrava un’attenzione sproporzionata fino a quando non ho avuto modo di trovarmi esattamente in quella situazione che mi era stata anticipata. L’aspetto che di primo acchito mi pareva maggiormente essere più coinvolto, come peraltro mi avevano anticipato, era quello legato ad una caratteristica centrale del metodo applicato dalla mia scuola, Poliscreativa. Sto parlando del ruolo della corporeità, viva, ritmica e condivisa, non solo del paziente, ma anche e soprattutto, almeno inizialmente, di quella del terapeuta. Una corporeità eversiva. Alessandro Tamino al di là di qualunque retorica, mio maestro non solo professionalmente, ma anche di vita, quando nei suoi seminari cerca di spiegare perché le istituzioni e le persone che ci si identificano, si sentano così facilmente minacciate dal Sistema Poliscreativa, quasi come un mantra racconta sempre l’episodio biblico dell’Ebrezza di Noè. Dunque, secondo la Genesi (9,20-27) le cose sarebbero andate in questa maniera. Come tutti sappiamo Iddio, dopo averci creato e dopo averci cacciato dal Paradiso Terrestre a colonizzare questa valle di lacrime, si rese ben presto conto di quanto gli fossimo venuti peccatori. Decise a quel punto di fare una ripulita ed incaricò Noè, l’unico che avesse continuato a rispettare la sua legge, di costruire una grande nave, riempirla con coppie sicuramente eterosessuali delle più svariate specie animali, mandò tanta di quella pioggia da sterminare tutti gli altri. Quando finalmente le acque cominciarono a ritirarsi Noè scese dalla famosa arca, assieme alla sua famiglia e cominciò a ripopolare la Terra. Riprese a funzionare anche l’agricoltura e, tra le prime piante seminate, troviamo, sempre secondo la Bibbia, la vite. Il patriarca preparò del vino e lo assaggiò. Si prese una sbronza micidiale e cominciò a dare un pessimo spettacolo, arrivando persino a denudarsi dentro la sua tenda. Noè aveva tre figli, Sem, Iafet e Cam, il più piccolo. A trovarsi nei paraggi, sfortunatamente per lui, fu Cam, che quindi vide la nudità di suo padre e corse subito fuori per chiamare i suoi fratelli che intervenissero anche loro. “ “Ma Sem e Iafet presero il suo mantello, se lo misero insieme sulle spalle e, camminando all’indietro, coprirono la nudità del loro padre. Siccome avevano il viso rivolto dalla parte opposta, non videro la nudità del loro padre. Quando Noè si svegliò dalla sua ebbrezza, seppe quello che aveva fatto il figlio minore” . A quel punto Noè maledisse la sua discendenza e stabilì che addirittura sarebbe diventata schiava degli altri suoi figli, Sem e Iafet. Le possibilità interpretative di questo testo, come per ogni passo biblico sono pressoché infinite. Una molto usata dai predicatori nordamericani durante i secoli d’oro dello schiavismo, fu che Cam fosse il progenitore dei neri deportati dall’Africa e che quindi noi bianchi, eredi degli altri figli di Noè non fossimo altro che gli esecutori della volontà divina. Ma al di là di tutto, ci appare evidente che il ruolo del padre, massimo vertice istituzionale in una società così tanto patriarcale, viene fortemente minacciato dallo svelamento della sua nudità. La percezione esplicita delle caratteristiche fisiche, corporee e quindi i limiti, di chi “incarna” il potere, l’istituzione, è evidente che lo faccia sentire minacciato. Ma è sempre cosi? Forse no. Forse dipende da quanto il ruolo di potere si basi sull’ autoritarismo e non sull’autorevolezza. Un altro racconto che mi ha colpito molto e mi colpisce ogni volta che partecipo ai seminari, riguarda i percorsi formativi di alcune forme di sciamanesimo che pare avvengano in due fasi. Nella prima fase al giovane sciamano vengono insegnati dei veri e propri “trucchi” per fascinare chi si rivolge a lui. Quando l’allievo giunge al termine di questa fase, lo sciamano “formatore” chiede all’allievo se vuole proseguire e passare alla fase successiva, quella finalizzata a raggiungere una conoscenza più profonda. Una conoscenza che preveda un tale contatto con la propria corporeità da poterla trasmettere con effetti benefici a chi gli stia nei paraggi. Ma questo altro passo è subordinato ad una rinuncia. Rinunciare proprio a tutti quei poteri in qualche modo anche truffaldini, che ha appreso nel suo viaggio di formazione. Una cosa che mi ha sempre molto impressionato è osservare come, chi si senta veramente a suo agio nel suo ruolo professionale, si muova in maniera armonica, senza scatti, parli con una voce pacata. La voce è molto più corpo, vero e proprio, di quello che di solito pensiamo. Chi fa il nostro mestiere, psicologo, psicoterapeuta o psichiatra che sia, non può non essersi fatto attrarre da quel prefisso “psi”. Forse dovremmo dare per scontato che questi ruoli si basino, in qualche modo e soprattutto a livello inconscio, proprio sulla negazione del corpo. Il perché ovviamente copre il più ampio degli spettri. Nulla di male ovviamente. Se per fare quello che facciamo dovessimo essere sempre tutti sani mentalmente, le nostre facoltà andrebbero deserte. E quindi? Quindi non solo un buon lavoro psicologico su noi stessi, ma anche una possibilità di mettere in campo quella assoluta continuità tra il nostro corpo e quella sua funzione che chiamiamo “mente”. In alternativa c’è poco da fare, vuol dire sempre lavorare con il freno a mano tirato, una delle condizioni più faticose e più limitanti possibili in qualunque lavoro. Ed è quindi comprensibile che quando qualcuno ti proponga di farti, prima di tutto, questa domanda: “Cosa sta dicendo, in questo momento, il mio corpo?”, lo si consideri come una minaccia, un pericoloso portatore di strategie eversive per il proprio ordine delle cose.

Corpo relazionale e plasticità neuronale

Nell’ambito della psicologia, il concetto di “corpo relazionale” rappresenta una frontiera intrigante che collega le dinamiche interpersonali alla neuroscienza, offrendo una prospettiva unica sulla riabilitazione e sulle potenzialità di adattamento del cervello umano. Questo articolo esplora come il paradigma di Kuhn e le scoperte di Rita Levi Montalcini sul Nerve Growth Factor gettano luce sulla plasticità neuronale, evidenziando il ruolo cruciale del corpo relazionale. La teoria delle rivoluzioni scientifiche di Thomas Kuhn, con il suo concetto di “cambiamento di paradigma”, offre un’ottima lente attraverso cui osservare l’evoluzione della comprensione della mente e del cervello. Proprio come la rivoluzione copernicana ha spostato il centro dell’universo dalla Terra al Sole, così le moderne scoperte in neuroscienza stanno ridefinendo la nostra comprensione del cervello, passando da un modello statico e immutabile a uno dinamico e plastico. La scoperta del Nerve Growth Factor (NGF) da parte di Rita Levi Montalcini rappresenta una pietra miliare nella neuroscienza, sottolineando l’importanza della crescita, della sopravvivenza e della differenziazione dei neuroni. Questa scoperta ha aperto la strada a una comprensione più profonda della plasticità neuronale, cioè la capacità del cervello di adattarsi e riformarsi in risposta a esperienze e apprendimenti. Nel contesto terapeutico, il “corpo relazionale” emerge come un fattore cruciale nella promozione della plasticità neuronale. Attraverso l’interazione e il contatto, gli arteterapeuti possono attivare meccanismi di rispecchiamento e connessione che possono facilitare i processi di guarigione e riabilitazione. La relazione terapeutica diventa così un ambiente fertile per la rigenerazione neuronale e l’adattamento funzionale, offrendo nuove strade per affrontare danni e disfunzioni cerebrali. La comprensione della plasticità neuronale e del ruolo del corpo relazionale apre nuove prospettive sulla capacità umana di adattamento e guarigione. Dalle rivoluzioni scientifiche di Kuhn alle scoperte pionieristiche di Rita Levi Montalcini, la scienza continua a dimostrare che il cervello è un organo sorprendentemente flessibile e resiliente. Nel campo della psicologia e della neuroscienza, l’esplorazione del corpo relazionale rappresenta un passo avanti verso terapie più efficaci e una comprensione più profonda dell’essere umano.

Coppia: come si crea il legame?

Nella coppia il legame tra i partner si crea grazie all’interazione tra vari sistemi motivazionali: attaccamento, sessualità e accudimento. Negli anni, é stata data sempre più attenzione al concetto di sistema motivazionale, inteso come un sistema volto a promuovere la realizzazione e la regolazione dei bisogni di base. Lichtenberg (1987) ha sottolineato che la motivazione del comportamento umano può essere sia interna che esterna. Successivamente, tuttavia, si è visto come essa non dipenda solo da fattori interni o esterni quanto dalle reciproche influenze tra ambiente interno ed esterno. Nella coppia, dunque, la misura in cui un partner influenza l’altro, può variare in qualsiasi momento, attivando una regolazione reciproca e un’autoregolazione individuale delle motivazioni. Quali sono i sistemi motivazionali coinvolti nella dinamica di coppia? Secondo molti studiosi, i sistemi motivazionali coinvolti sono tre: Il sistema di attaccamento il cui scopo è garantirsi la protezione nelle situazioni di pericolo, mantenendosi vicino alla figura di attaccamento; Il sistema di accudimento il cui scopo è offrire protezione attraverso comportamenti che promuovono prossimità e benessere in situazioni di pericolo. Ad esempio, quando si cerca di rassicurare il partner o lo si aiuta se lo si vede in difficoltà; Il sistema sessuale il cui scopo è garantire la trasmissione del patrimonio genetico attraverso una relazione fisica. Come si influenzano i sistemi in una relazione? Sperimentare, dunque, diversi sentimenti nel corso del tempo, all’interno di una relazione di coppia, dipende dall’intreccio di questi tre sistemi. In alcuni momenti, di fatto, i tre sistemi interagiscono mantenendo un equilibrio dinamico, in altri uno di essi può predominare sugli altri. La cosa importante da sottolineare é che ogni coppia ha una propria organizzazione funzionale rispetto a questi sistemi motivazionali. Nel momento in cui, quindi, dovesse esserci uno sbilanciamento a favore di uno solo, non è da intendersi come patologico. Può essere che una coppia abbia trovato il proprio equilibrio attraverso un’organizzazione sbilanciata o che, in alcuni momenti della storia di coppia, si verifichi uno sbilanciamento che è funzionale in quel determinato periodo. Essere consapevoli di questi meccanismi, potrebbe servire ad offrire diverse chiavi di lettura al proprio funzionamento di coppia, ma anche ai bisogni individuali che possono esserci alla base. “E quando poi davanti a te si apriranno tante strade e non saprai quale prendere, non imboccarne una a caso ma siediti e aspetta. (…) E ascolta il tuo cuore. Quando poi ti parla, alzati e vá dove lui ti porta.”- S. Tamaro Castellano R., Velotti P., Zavattini G. C. (2014). Cosa ci fa restare insieme? Edizioni Il Mulino.

Controllare gli impulsi si può?

Alcuni suggerimenti utili per i genitori che vogliono insegnare ai propri figli come controllare gli impulsi. L’inibizione delle reazioni è la capacità di controllare gli impulsi e di trattenersi dal fare la prima cosa che passa per la testa. All’inizio, sono gli adulti che attraverso le proprie parole e comportamenti impediscono i figli di agire, quando prevedono pericoli. Se, ad esempio, un bambino è in procinto di attraversare la strada, l’adulto dice di osservare se passano delle macchine da entrambe le direzioni prima di muoversi. Perchè è cosi importante sviluppare questa capacità? E’ una capacità importante quella di inibire le reazioni sia per i bambini che per gli adolescenti, per motivi di sicurezza. I bambini spesso amano saltare, correre, arrampicarsi e non percepiscono sempre il pericolo che si corre. Gli adolescenti, invece, si ritrovano nella fase dell’esplorazione e dunque, potrebbero mettere in atto comportamenti che sembrano “giusti e divertenti” (come utilizzare alcol o droghe) nel momento stesso, ma non riflettendo sulle conseguenze a lungo termine. Potrebbero anche mettere in atto comportamenti aggressivi o reagire con parole non adeguate al contesto, e cosi via. Alcuni suggerimenti utili: Prevenire. Ricercare i segnali che ci avvertono di una reazione impulsiva come una crescente frustrazione, agitazione. I segnali potrebbero essere espressioni facciali o per alcuni lo stringere i pugni, sospirare. E’ importante, in questi casi, attuare delle strategie per calmarlo, farlo respirare, fare una pausa, fargli esprimere come si sente. Sarà importante poi che il bambino impari col tempo a riconoscere lui stesso i propri segnali. Insegnare comportamenti sostitutivi, quindi rinforzare il comportamento corretto e funzionale. Osservare se ci sono degli schemi ricorrenti e in quali tipi di attività si mostrano maggiori difficoltà. Riuscire a prevedere quali potrebbero essere le difficoltà in modo da riuscirle ad affrontare nel modo corretto. Prima di buttarsi in un’attività è importante chiedere al bambino di ripetere ciò che deve fare e come può rispondere agli eventuali ostacoli che incontra.