Capricci: cosa sono e cosa può fare un adulto?

I capricci sono comportamenti indesiderati che nascondono un bisogno. Come può agire un genitore di fronte a un capriccio? “È’ impossibile fare la spesa con mio figlio, se vuole qualcosa inizia a piangere finché non vince lui” “Eravamo in fila in posta e mio figlio continuava a urlare e non sapevo proprio cosa fare” Questi sono solo alcuni dei commenti che spesso si sentono dire tra genitori. In entrambi i casi c’è un bimbo che piange e urla e si dispera. Perchè? Solitamente con capricci si indicano comportamenti non desiderabili che vengono messi in atto in un determinato contesto (spesso in contesti sociali). Nascono da una forte frustrazione che il bambino prova e, non sapendo gestire questo stato d’animo, attraverso il pianto, comunica all’adulto di aver bisogno di aiuto. Esatto, cari genitori! Anche i capricci servono a comunicare! Pensiamo alla temibile “fase dei due anni”. A quest’età il bambino inizia a percepirsi come essere separato dal caregiver e, attraverso i “no, mio, io” inizia ad autoaffermarsi. Il pianto, fin da quando un bambino nasce, è espressione di qualcosa. E spesso, un genitore, comprensibilmente stanco delle urla o imbarazzato se si trova in un contesto sociale, non riesce ad interpretare il messaggio del bambino, arrabbiandosi a sua volta e innescando un circolo vizioso che va ad autoalimentarsi. Cosa può fare un genitore in questi casi? Imparare a fermarsi e a non reagire di istinto. Può essere utile anche per il bambino comprendere che ci si può arrabbiare, riconoscere quello che si sta provando ed etichettarlo per parlarne successivamente. Per i più piccoli è importante che il genitore “si calmi per calmare” e che faccia notare la sua presenza sintonizzandosi con il bisogno del bambino. Il bambino non possiede ancora strategie per fronteggiare la sua frustrazione e dire “dopo compriamo il gelato” non è utile perché il bimbo non comprende la temporalità come un adulto. Ogni suo bisogno riguarda il qui e ora. Empatizzare consente all’adulto di mettersi nei panni del bambino riconoscendo cosa potrebbe comunicare in quel momento. Dire “lo so che forse sei molto arrabbiato in questo momento perché non ti ho dato quello che hai chiesto, vedrai che tra un po’ la rabbia va via e io sono qui per parlare con te” potrebbe aiutarlo ad acquisire strumenti utili per fronteggiare le intense emozioni vissute. Ignorare i comportamenti non desiderabili rinforzando quelli desiderati porterà gradualmente ad estinguere i primi e a mantenere i secondi. Questo è molto importante perché il bambino deve trovare delle strategie funzionali a soddisfare i suoi bisogni attraverso comportamenti adeguati. Utilizzare la punizione è controproducente. Può avere l’effetto immediato di interrompere un comportamento sbagliato ma le ricerche mostrano come sia dannosa a lungo termine. Il bambino potrebbe interiorizzare un modello educativo negativo così come la relazione genitore-figlio potrebbe essere compromessa perché si potrebbe perdere fiducia nella figura di accudimento. Fornire poche e semplici regole in modo chiaro. È importante che in primis l’adulto sia coerente nel rispetto delle regole date perché se cede, in modo intermittente, potrà essere rinforzato il comportamento inadeguato del bambino.
Cambiamenti del clima familiare durante l’adolescenza

L’arrivo dell’adolescenza in una famiglia provoca molteplici cambiamenti che si riflettono su tutti i componenti. La maggior attenzione è posta prevalentemente sui mutamenti fisiologici che la pubertà manifesta sul corpo dell’adolescente. Il compito di sviluppo della famiglia, durante questo turbolento periodo, è favorire il processo di separazione ed individuazione del proprio figlio. I repentini cambiamenti fisiologici e psicologici dell’adolescente mettono continuamente in discussione la figura genitoriale. Questi ultimi sono impegnati, in una crisi anche sul piano personale e coniugale. I cambiamenti non interessano esclusivamente i ragazzi. Infatti, anche i genitori cominciano ad avvertire fasi primordiali dell’invecchiamento che, volente o nolente, scombussolano anche loro. Questa è una fase in cui il ciclo vitale della famiglia è costellato da un lato, dalla crisi adolescenziale e, dall’altro, da quella di mezza età. Capita spesso che i genitori sentono il desiderio di rivivere l’adolescenza comportandosi in maniera inadeguata all’età. Essi spingono, in modo consapevole o inconsapevole, a realizzare le loro aspettative e non quelle dei figli. Alcuni genitori entrano in competizione con i loro figli e cominciano a vestirsi in modo estremamente giovanile, usare un linguaggio tipico dell’adolescenza e si intromettono nelle discussioni, pensando di mettersi alla loro pari. Questi atteggiamenti, però, imbarazzano non solo i figli stessi, ma anche i loro amici. Altri genitori, invece, provano invidia verso gli adolescenti: i figli hanno vigore e vitalità, mentre in loro queste qualità stanno scemando, aumentando l’aspetto negativo della crisi. Tali atteggiamenti sono disfunzionali e non aiutano lo svincolo dell’adolescente, che viene visto come un prolungamento di se stessi. La buona riuscita del processo di individuazione dei figli dipende anche da come i genitori hanno elaborato la loro uscita dalla famiglia d’origine.
Burnout genitoriale: quando prendersi cura diventa troppo

Essere genitori oggi significa spesso vivere una contraddizione: da un lato l’amore profondo e la gioia di crescere i propri figli, dall’altro un carico emotivo, organizzativo e mentale che può diventare schiacciante. In molti casi, la fatica quotidiana si trasforma in esaurimento emotivo vero e proprio: parliamo di burnout genitoriale, una condizione che sta emergendo con sempre maggiore frequenza nei contesti psicologici e familiari. Cos’è il burnout genitoriale? È uno stato di stress cronico legato al ruolo genitoriale, che si manifesta con tre elementi principali:• Esaurimento fisico ed emotivo: ci si sente svuotati, sopraffatti.• Distanziamento affettivo dai figli: non si riesce più a provare coinvolgimento o pazienza.• Percezione di inefficacia: ci si sente costantemente inadeguati come genitori. È importante sapere che non è una colpa, ma un campanello d’allarme che segnala un bisogno urgente di aiuto e riorganizzazione. Perché succede sempre più spesso? Viviamo in una società che:• Chiede ai genitori di essere presenti, preparati, perfetti, sempre.• Offre poca rete sociale e ancora meno supporti pratici (asili insufficienti, mancanza di tempo libero, carichi familiari diseguali).• Ha “privatizzato” l’educazione, rendendola un compito esclusivo delle famiglie. In particolare, le madri sono ancora oggi le più esposte al burnout, soprattutto quando lavorano a tempo pieno e si fanno carico della gestione domestica e dei figli quasi da sole. Come riconoscerlo? Alcuni segnali tipici:• Irritabilità e nervosismo costanti• Senso di colpa per non essere “abbastanza”• Perdita di piacere nelle attività familiari• Tendenza all’isolamento• Difficoltà nel sonno e nella concentrazione Come affrontarlo? 1. Parla del tuo malessere: non tenerlo dentro, non aspettare il crollo.2. Chiedi aiuto concreto: amici, familiari, servizi. Non è segno di debolezza, ma di consapevolezza.3. Condividi il carico: il lavoro genitoriale deve essere condiviso, non “eroico”.4. Ritaglia tempo per te: anche 10 minuti di pausa vera fanno la differenza.5. Valuta un supporto psicologico: il burnout genitoriale si può prevenire e trattare. Essere un buon genitore non significa annullarsi. Al contrario: un genitore che si ascolta, che riconosce i propri limiti, che chiede aiuto, offre ai figli un modello sano di autoregolazione e rispetto di sé.
Body shaming: critica dell’imperfezione al tempo dei social networks

Negli ultimi mesi si è parlato tanto dello scandalo che ha scosso il mondo della ginnastica artistica. Attraverso i social networks sempre più ginnaste hanno dato vita a un “j’accuse mediatico”, denunciando le violenze psicologiche subite, il controllo ossessivo del peso e il body shaming. L’espressione “body shaming” significa letteralmente “far vergognare” qualcuno, in questo caso specifico deridendolo per le sue caratteristiche fisiche. Questo fenomeno, reiterato nel tempo, può essere assimilato ad una forma di bullismo. Il body shaming al tempo dei social networks Abbiamo già affrontato in un precedente articolo gli effetti dei social sulla salute mentale, definendo la tendenza a mostrare un’immagine di sè sempre più artefatta e difficile da raggiungere. Questo ideale di perfezione non solo segna una profonda spaccatura con l’immagine reale delle persone comuni, ma diventa un termine di paragone inaccessibile e ineguagliabile. Appare evidente che nella società dell’apparenza, chiunque si discosti dai canoni aurei di bellezza 3.0 possa essere oggetto di “attacco virtuale” e di body shaming pubblico, ancor più umiliante perchè visibile agli occhi di tutti. In più, negli ultimi anni, i social networks sono diventati un ricettacolo di aggressività ed egocentrismo in cui hate speech, cyber bullismo e body shaming sono all’ordine del giorno. Gli effetti sulle vittime di body shaming Gli studi condotti da KJ Gaffney; 2017; sugli effetti negativi dei social networks sulla percezione dell’immagine corporea, evidenziano che le vittime di body shaming manifestano spesso rabbia e bassa autostima.Tra le sintomatologie più frequenti invece si riscontrano depressione, autolesionismo, dismorfofobia e disturbi dell’alimentazione. Anche in questo caso, i social networks non rappresentano la causa, ma un amplificatore di un problema già esistente e ben radicato nella nostra società. L’educazione affettiva e l’educazione digitale sono due azioni indispensabili per educare i ragazzi all’amore verso sè stessi e al rispetto per gli altri.
Benessere psicologico: gli effetti di Instagram sulla salute mentale

Gli effetti dei social network sulla salute mentale sono un argomento dibattuto da anni, non stupisce quindi l’attenzione mediatica che sta ricevendo il “caso Instagram”.Il Wall street Journal ha reso noti i risultati di alcuni studi condotti dall’azienda di Menlo Park, di cui Mark Zuckerberg sarebbe già da tempo a conoscenza. I risultati evidenziano che Instagram influisce negativamente sul benessere psicologico degli adolescenti, in particolare sulle ragazze. Dagli studi emerge una forte correlazione con il disturbo di percezione corporea, inoltre tutti i partecipanti all’indagine, in maniera concorde e spontanea, hanno affermato che Instagram provoca angoscia e accentua le tendenze depressive. Diverse sono le testimonianze di giovani donne che hanno incolpato il social per lo sviluppo di disturbi alimentari e pensieri suicidi. Eppure lo stesso Zuckerberg, che da tempo pianifica il lancio di una piattaforma interamente dedicata agli under 13, in un’audizione al Congresso nel marzo 2021 ha affermato che: “l’utilizzo di app social per connettersi con altre persone può avere benefici positivi per la salute mentale”. Il quadro che emerge dalle ricerche effettuate è inequivocabile: Instagram, con la sua immagine patinata e i suoi canoni di perfezione così irraggiungibili, incide in maniera esponenziale sulla percezione di sé dei giovani, crea dipendenza e incoraggia condotte dannose per la salute psicofisica, incentivando ansie, stress, depressione e disturbi alimentari. Come fronteggiare un’emergenza di tale portata? A prescindere dagli sviluppi e dalle ripercussioni socio-culturali che avrà questa vicenda, c’è qualcosa che tutti noi nel nostro piccolo possiamo fare: aiutare i ragazzi a destreggiarsi nel mondo virtuale, a consolidare il loro sistema di relazioni offline e dare loro un solido bagaglio di idee, ideali e valori a cui riferirsi. L’attività di informazione e prevenzione è indispensabile, l’educazione digitale deve essere uno strumento per decodificare la rete e utilizzare i social network in maniera consapevole ed equilibrata.
Bambini annoiati

I bambini come vivono la noia? ed i genitori come si pongono di fronte ad un bambino annoiato?la lettura di questo articolo consentirà di rispondere a queste domande la noia nei bambini La noia viene erroneamente considerata un’emozione “negativa”, una sensazione non gradevole dalla quale tenersi il più possibile lontani. La noia dei bambini viene altresì vissuta dai genitori come un problema da risolvere il prima possibile. La noia ci costringe a un tempo lento, mentre noi siamo abituati a vivere di corsa. Tutti i bambini si annoiano prima o poi in qualche momento della loro crescita. Una condizione che diventa spesso intollerabile, non tanto per i piccoli quanto per i loro genitori. L’errore più comune commesso dall’adulto che si accorge che il proprio figlio è annoiato è quello di risolvere il problema proponendo degli stimoli. Ciò accade poiché l’adulto fa fatica ad accettare lo stato di immobilità, di arresto, causato dalla noia. Ma sarebbe più utile, per il bambino, che il genitore riuscisse a “stare” nella noia. A volte diventa faticoso sintonizzarsi con i bisogni dei bambini, poiché le loro problematiche ci confrontano con le nostre difficoltà. Per i bambini la noia è occasione di crescita, è un attivatore della fantasia. Importanza della noia nei bambini Sperimentare la noia permette al bambino di imparare a conoscere se stesso, a sentire le proprie emozioni. I bambini spesso usano il termine “annoiato” per esprimere altre emozioni come la rabbia o la tristezza. Anche se la tentazione è quella di fornire immediatamente uno stimolo al bambino annoiato, il consiglio è quello di osservarlo e lasciare che trovi da solo una soluzione alla noia. Soltanto in seconda battuta, sostenerlo nella ricerca della soluzione. La noia è un fondamentale aspetto della nostra esistenza perché aiuta chi la vive a chiedersi cosa vorrebbe fare e potrebbe fare per superarla anche in fase di età adulta. E’ un esercizio d’introspezione importante per far emergere aspetti di un talento nascosto, le proprie preferenze o specifiche attitudini.Non deve essere vissuta come una perdita di tempo, ma come una opportunità di sperimentare, di pensare, di creare qualcosa di nuovo. cosa può fare l’adulto? Qualora il genitore si accorga che il proprio figlio non riesca a gestire la noia, proponendo in alternativa episodi di frustrazione, potrebbe essere utile rivolgersi ad uno psicologo al fine di imparare a gestire al meglio le proprie emozioni.
Assertività: come svilupparla nella relazione con i figli?

Che cos’è l’assertività? Cosa vuol dire essere assertivo? E quali sono i vantaggi dell’essere assertivi anche con i propri figli? L’assertività fa riferimento alla capacità di una persona di esprimere ciò che pensa in modo chiaro e rispettoso. Possiamo immaginarla lungo un continuum dove, da un lato, si pone il comportamento aggressivo che tende a prevaricare gli altri; dall’altro lato, un comportamento passivo, in cui non si riescono a fare valere i propri bisogni. Vediamo cosa può fare un genitore per sviluppare anche nei propri figli la capacità di essere assertivi: essere assertivi: il cervello dei bambini si sviluppa attraverso i comportamenti che si osservano nei genitori. Numerose ricerche dimostrano che i vantaggi dell’essere assertivi sono tanti: può aumentare la sicurezza di sè, si possono ridurre i conflitti, così come si può avere un elevato senso di autoefficacia. osserva quando il tuo bambino rimane in silenzio e aiutalo a dare voce a quel silenzio. Soltanto così potrà imparare ad esprimere i propri desideri, ma anche le proprie paure. Per poter diventare assertivi, è necessario essere consapevoli dei propri diritti. Quali sono i diritti di ciascun bambino? Diritto di essere trattati con rispetto e dignità; Avere ed esprimere sentimenti e opinioni. Anche se non si è d’accordo, il tuo bambino merita lo stesso rispetto e lo stesso ascolto. Diritto di giudicare le proprie necessità, stabilire le priorità e prendere decisioni. Osserva i suoi gesti e le sue parole, ti aiuteranno a comprendere ciò che vuole a seconda dei suoi bisogni; Dire di no senza sensi di colpa; ci si può rifiutare di fare qualcosa senza sentirsi in colpa, lascia che accada e lascia che il tuo bambino spieghi le proprie motivazioni, attraverso il confronto e il dialogo; Diritto di chiedere quello che si vuole (e l’altro di accettare o meno se soddisfare quel desiderio); Diritto di cambiare; Diritto di sbagliare. Aiutiamo il bambino a capire che non è grave se succede; Diritto di avere successo. Riconosci le doti di tuo figlio, altrimenti lui come potrà riconoscerle? Riposare e isolarsi; Diritto di non essere assertivo. Com’è possibile? Capita a tutti, in determinati momenti, di voler restare in disparte o di reagire in modo più aggressivo. Bisogna dare la possibilità ai propri figli di reagire in modi diversi a seconda dei momenti. La cosa importante per l’adulto rimane sempre la stessa: esserci!
Aspetti psicologici del Teaching Brain

Il “Teaching Brain” è un concetto molto interessante che esplora il modo in cui il nostro cervello influenza il processo di apprendimento. Quando impariamo qualcosa, il cervello guida i nostri pensieri, i nostri sentimenti e i nostri comportamenti. Il “Teaching Brain” è un metodo di insegnamento efficace per garantire il successo formativo degli allievi. Lo studioso Eric Jensen traduce le ultime scoperte scientifiche in strategie didattiche efficaci, che possono migliorare il modo di insegnare. Gli aspetti psicologici del Teaching brain si ritrovano in vari step, di seguito riportati. a) Usare strategie che possano aiutare a mantenere alta l’attenzione degli studenti. b) Favorire la partecipazione degli studenti con domande coinvolgenti e discussioni stimolanti. c) Celebrare i momenti di successo degli studenti anche con riconoscimenti verbali. Nel vasto universo del Teaching Brain si intrecciano varie connessioni psicologiche, che danno vita a un processo educativo ricco di meraviglie e scoperte. La pratica del Teaching brain si rivela molto utile, soprattutto perché considera la partecipazione attiva degli studenti, i quali come “artisti in erba” provano ad aprire una finestra sul mondo”. Ed è così che inizia un viaggio affascinante verso la conoscenza, caratterizzata da una quotidiana interconnessione tra emozioni, pensieri e comportamenti. Grazie al teaching brain, gli studenti possono trasformare la conoscenza in un capolavoro personale, ricco sia di pensieri chiari sia di pensieri sfumati,ma comunque personali. L’immaginazione, le sfide e il teaching brain Durante il teaching brain si affrontano sfide di natura intellettuale che possono essere implementate anche attraverso l’immaginazione. Ecco come il “teaching brain” può utilizzare l’immaginazione. E’ necessario: favorire il pensiero immaginativo attraverso l’incorporazione di vari elementi uditivi, visivi; utilizzare le metafore per facilitare la comprensione dei vari concetti; incentivare gli studenti a esprimere le proprie idee attraverso progetti artistici, scritture creative o altre attività che incoraggiano la creatività; coinvolgere gli studenti in discussioni, attività di gruppo e progetti che richiedono un contributo attivo; valorizzare l’errore, interpretandolo non come ostacolo, ma come guida per la conoscenza. Ricordiamo sempre che la vita è un processo di conoscenza. “Vivere è imparare” (Konrad Lorenz).
Arteterapia e creatività

L’arteterapia si impone come un metodo rivoluzionario nel campo del benessere mentale, sfidando l’idea tradizionale che relega la creatività a una dotazione di pochi eletti. Questa disciplina, radicata nella convinzione che ogni persona possieda una capacità innata di espressione artistica, si propone di rendere l’arte accessibile a tutti, indipendentemente dal contesto socio-economico o culturale di appartenenza. Attraverso l’adozione dell’arte anonima, che omette l’identità dell’artista, l’arteterapia invita a una valutazione delle opere basata puramente sul loro impatto visivo ed emotivo, liberandosi dai pregiudizi legati alla notorietà dell’autore. In parallelo, l’arteterapia promuove la creazione di comunità, dove individui di varie estrazioni si incontrano per condividere esperienze creative in un contesto di supporto reciproco. Questi gruppi fungono da laboratori di benessere collettivo, incentivando l’esplorazione di nuove forme di espressione e facilitando il dialogo. La pratica dell’arteterapia si estende oltre il beneficio individuale, toccando la sfera sociale mediante la costruzione di ponti comunicativi e promuovendo un senso di appartenenza e inclusione. L’espressione artistica diventa così non solo uno strumento di introspezione e cura personale, ma anche un veicolo per il miglioramento sociale, in grado di stimolare il dialogo, l’empatia e la comprensione reciproca. L’arteterapia, quindi, non solo offre una via per il benessere personale attraverso la creatività, ma si afferma anche come un movimento culturale che riconfigura il ruolo dell’arte nella società. Con il suo approccio inclusivo, l’arteterapia con la scuola di formazione Poliscreativa invita a riconsiderare il potenziale dell’espressione artistica come mezzo di connessione umana e di trasformazione sociale, promuovendo una visione della creatività come elemento fondamentale per il benessere individuale e collettivo. Attraverso la pratica dell’arte anonima e la formazione di comunità di pratica, l’arteterapia sfida le barriere tradizionali, promuovendo un approccio più democratico e inclusivo all’arte e al benessere, e contribuendo alla costruzione di una società più coesa e consapevole del potere trasformativo della creatività.
Arrabbiarsi è davvero così negativo?

Fra le emozioni con cui dobbiamo imparare a convivere fin dalla nascita, c’è quella di arrabbiarsi. La rabbia è trasversale rispetto all’età e transculturale, perché è riconoscibile da tutti, proprio per la caratteristica mimica che assume il volto soprattutto. La rabbia nasce quando l’individuo percepisce se stesso in pericolo. Diventa cioè una reazione involontaria di fronte ad un segnale minaccioso. La natura di tale minaccia può essere diversa: un senso di insoddisfazione e frustrazione, un’ingiustizia subita, un ostacolo imprevisto. Tutte queste situazioni creano uno stato di attivazione fisiologica che spinge l’individuo ad una valutazione della realtà, per poi attuare un comportamento. La maggior parte delle persone, considera la rabbia nella sua accezione negativa. Essa è, infatti, accostata spesso all’aggressività, ma sono, effettivamente, due cose differenti. Innanzitutto, la prima è un’emozione, mentre la seconda è una reazione, spesso esagerata e lesiva. Il legame che unisce l’arrabbiarsi con il mettere in atto comportamenti aggressivi si basa prevalentemente su una intensa attivazione fisiologica che diminuisce le facoltà cognitive. L’individuo, quindi, ha bisogno di reagire e scaricare l’adrenalina che si sta accumulando, senza riflettere effettivamente sulle eventuali conseguenze disastrose del proprio comportamento. Proprio per questo motivo, si cerca spesso di evitare di sperimentare la rabbia, per timore di non riuscirla a gestire. In effetti, però, la rabbia, essendo un’emozione primaria, ha la sua importanza nell’economia energetica di ciascun individuo. Essa permette quindi di adattarsi all’ambiente, dopo un cambiamento dello status quo. Determina infatti una rilettura della situazione vissuta, per poi pianificare la strategia comportamentale. D’altro canto, arrabbiarsi può determinare l’insorgenza di aggressività verso se stessi o gli altri. Agitazione e fastidio sono reazioni naturali e gestibili, che però possono trasformarsi in altre forme, quali l’urlare o il desiderio di rompere qualche oggetto alla nostra portata. Ovviamente può anche manifestarsi la necessità di scaricare la forte tensione, aggredendo qualcuno, soprattutto colui che riteniamo responsabile del nostro stato emotivo. Quest ultima situazione è l’ esasperazione e l’incapacità di controllare non tanto l’emozione in sé, che è spontanea, ma la reazione ad essa.