Funzionamento cognitivo e gli effetti della pandemia

Nell’ultimo anno e mezzo, la pandemia ha imposto un nuovo tipo di quotidianità. Soprattutto nei periodi di lockdown, essa è stata caratterizzata da isolamento e solitudine, carenza di stimoli esterni, monotonia, anche noia, che hanno influito sulla salute psico-fisica e sul funzionamento cognitivo della collettività. Molte persone ad ora riscontrano ancora difficoltà nello svolgere attività quotidiane. Fanno fatica a concentrarsi e ad occupare le giornate, si sentono stanchi e lenti nei movimenti. Hanno difficoltà nel trovare nuovi stimoli che gli permetterebbero di modificare la routine quotidiana. Molti hanno riscontrato un affaticamento o annebbiamento mentale Questo “annebbiamento mentale” può essere associato alla compromissione del normale funzionamento dei processi cognitivi, causata dalle restrizioni e dagli interventi messi in atto per contenere l’emergenza pandemica. Le funzioni cognitive come attenzione, memoria, percezione e ragionamento hanno bisogno di continue stimolazioni esterne e devono essere costantemente esercitate per mantenersi funzionali e attive. Il lockdown, e la pandemia in generale, ha messo a dura prova questo esercizio. L’Università di Padova ha sviluppato uno studio che ha indagato gli effetti del lockdown sul funzionamento cognitivo di 1215 persone tra i 18 e gli 88 anni Lo studio di Fiorenzano, Zabberoni, Costa e Cona (2021) ha dimostrato come il lockdown dovuto al COVID-19 ha avuto un sostanziale impatto sui processi cognitivi della popolazione. Si è riscontrato un peggioramento del funzionamento cognitivo globale rispetto al periodo pre-lockdown. Problemi nel funzionamento cognitivo sono stati per lo più percepiti nelle attività quotidiane che coinvolgono l’attenzione, l’orientamento temporale e le funzioni esecutive. Le abilità linguistiche non hanno subito alcun cambiamento. La memoria, al contrario, è risultata rafforzata, con una riduzione nei problemi di dimenticanza rispetto al periodo pre-lockdown. I ricercatori hanno associato tale risultato ai massicci cambiamenti del contesto dovuti al lockdown e quindi, in un certo senso, alla monotonia e all’isolamento. Durante le restrizioni, la quotidianità era caratterizzata da un ritmo meno frenetico. Questo ha ridotto al minimo anche i potenziali fallimenti della memoria, portando, quindi, a un miglioramento soggettivo della memoria. Problemi cognitivi e problemi di salute mentale risultano essere strettamente connessi I fattori di rischio rilevanti per il peggioramento delle funzioni cognitive, e anche della salute mentale, sono essere donna, essere giovane (sotto i 45 anni), lavorare da casa o essere sottoccupati. Lo studio, infatti, ha anche riportato un legame fra ansia, depressione e problemi cognitivi. All’aumentare dei sintomi psicologici depressivi o ansiosi corrispondeva una maggiore compromissione delle prestazioni cognitive quotidiane. Ad oggi, ancora molte persone risentono degli effetti psicologici dell’isolamento e della reclusione dovuti alla pandemia, riscontrando difficoltà nel riprendere attività quotidiane. Conoscere le conseguenze cognitive e psicologiche associate alla pandemia è cruciale per fornire interventi psicologici efficaci e di supporto, in particolare alle popolazioni vulnerabili. Bibliografia Fiorenzato E., Zabberoni S., Costa A., Cona G. (2021). Cognitive and mental health changes and their vulnerability factors related to COVID-19 lockdown in Italy. PLoS ONE, 16(1): e0246204.

Francesco Mancini

Francesco Mancini è specializzato in neuropsichiatria infantile, è psicoterapeuta cognitivista ed è associato presso l’Università Guglielmo Marconi. Dirige dal 1994 un network di scuole di psicoterapia cognitiva e comportamentale, che ha sedi in tutta Italia e una delle più antiche è quella di Napoli. La storia della scuola di Psicoterapia Cognitiva inizia 42 anni fa nel 1978, quando fu fondato il centro di psicoterapia cognitiva, questo centro è stato uno dei motori principali dello sviluppo della psicoterapia cognitiva in Italia. Fino al 1994 l’attività didattica consisteva in un training di 100 ore l’anno, riconosciuti dalla società italiana di terapia cognitiva comportamentale, nel 1992 i soci del centro di psicoterapia cognitiva fondarono l’Associazione di Psicologia Cognitiva. Questa esperienza fu tra le prime 12 scuole nel dicembre del 1993 ad essere riconosciuta dal Ministero dell’Università, come centro capace di organizzare corsi abilitanti all’esercizio della psicoterapia. Nel 2000 fu fondata la scuola italiana di psicoterapia cognitiva che organizza vari corsi tra le sedi c’è Napoli, Verona, Ancona, Grosseto e Reggio Calabria. Le scuole si rivolgono principalmente in tre direzioni: la clinica, la didattica e la ricerca. La clinica ha sempre avuto il primato, ma per l’approccio cognitivo comportamentale, la psicoterapia deve essere fondata sulla ricerca scientifica. In particolare sulla ricerca di esito, cioè quella ricerca che cerca di rispondere alla domanda quali terapie funzionano meglio per quali disturbi. Nel dominio della psicoterapia si tende a dare grande importanza alle tecniche e una troppo scarsa importanza alla conoscenza dei processi psicologici, su cui si pretende di intervenire. Nella tradizione psicologica ha sempre avuto un’importanza speciale la relazione terapeutica, l’approccio comportamentale però, non esprime molta enfasi ai problemi connessi con la relazione terapeutica anche se, negli ultimi anni c’è un interesse crescente da parte di queste scuole.  Infine un altro tema riguarda, cosa fa star male gli psicoterapeuti e cos’è che porta al burnout. La risposta non sta tanto nel fatto che gli psicoterapeuti stanno in continuo contatto con la sofferenza psicopatologica. Piuttosto è la solitudine, sappiamo che se uno psicoterapeuta segue un paziente borderline all’interno di un’equipe con cui può discutere del caso clinico, condividere i compiti e responsabilità, le cose per lui e per il suo impatto emotivo saranno di gran lunga enormemente inferiori.  Altro è quello che accade se il terapeuta segue lo stesso paziente borderline nel chiuso del suo studio. Per prevenire questo problema Scuole hanno cercato di sostenere la creazione di nuovi studi professionali associati, attraverso il coinvolgimento dei neo specializzati. 

Fragilità emotiva e aspetti patologici

La fragilità emotiva può assumere forme patologiche fino a manifestarsi con una perdita del senso di interezza di sé. Fragilità e vulnerabilità La parola “fragilità” deriva dal latino “frangere” che vuol dire rompere, mandare in pezzi. La fragilità è spesso associata alla vulnerabilità. In una quota, fragilità e vulnerabilità fanno entrambe parte della natura dell’essere umano. Possono aumentare in concomitanza di passaggi significativi ed eventi traumatici. Ma mentre la vulnerabilità indica la possibilità di essere feriti, la fragilità ha più a che fare con il rischio di rottura e richiede generalmente maggiore attenzione. La vulnerabilità è più vicina alla sensibilità. Siamo vulnerabili quando le esperienze che viviamo risuonano nel profondo del nostro animo e quando ci apriamo alle relazioni e diventiamo intimi, vibrando insieme all’altro. La fragilità emotiva, invece, appartiene di più ad una difficoltà nel sostenere le emozioni e ad una perdita di equilibrio che segnala la necessità di proteggere l’integrità del sé. La fragilità come campanello di allarme per la salute Quanto più si è fragili emotivamente tanto più può emergere la sensazione di andare in pezzi. Il rischio patologico è correlato alla presenza di una struttura instabile, non in grado di rimanere compatta e reggere di fronte alle esperienze della vita. Nella maggior parte dei casi, la fragilità emotiva rientra in una più ampia fragilità psicologica. Alla base vi sono convinzioni limitanti o distorte su di sé, sugli altri e sul mondo che, ad un livello spesso inconsapevole, condizionano fortemente la persona. “Se l’altro non mi desidera non valgo niente”, “gli altri non mi capiranno mai”, “il mondo è pericoloso”, “non posso fidarmi di nessuno”, “esisto solo per come gli altri mi riconoscono”, “sono tutti migliori di me”, “devo dimostrare di essere migliore degli altri”, sono esempi di aspetti cognitivi rigidi che si formano durante l’infanzia e che impediscono la costruzione di un senso di sé coeso e stabile. La fragilità emotiva e le sue forme patologiche Una forte fragilità emotiva e psicologica si può manifestare con una alterazione sul versante affettivo e l’instaurarsi di condizioni ansiose o depressive. In questi casi, la persona avverte tutta la propria insicurezza nel confronto con l’esterno e l’impatto può diventare insostenibile. Può sentirsi inadeguata, non degna, non meritevole. La posizione esistenziale tipica è: “Io non sono ok, gli altri sono ok”. Oppure può vivere un sentimento pervasivo e distruttivo di disperazione generalizzata e perdita di speranza, nella posizione “Io non sono ok, gli altri non sono ok”. Non di rado compaiono comportamenti autolesivi e suicidari. Se invece vi è una negazione dei propri stati emotivi e delle proprie fragilità, il funzionamento può diventare in particolar modo impulsivo e proiettivo. La persona può perdere la capacità di gestire i propri pensieri, il proprio sentire e il proprio agire. E, non essendo in grado di riconoscere le parti di sé che ritiene indesiderate, tende a proiettarle all’esterno. La posizione esistenziale è del tipo “Io sono ok, gli altri non sono ok”. Il mondo può diventare un luogo pieno di insidie e suscitare vissuti persecutori con il prevalere di sentimenti di ostilità e comportamenti aggressivi e violenti.

FOMO: LA PAURA DI PERDERSI QUALCOSA

FOMO

Viviamo nell’era dell’iperconnessione. Ogni giorno, scorriamo centinaia di post, storie e notifiche. Vediamo amici in vacanza, conoscenti a eventi esclusivi, colleghi che raggiungono traguardi professionali. E spesso, in modo inconsapevole, ci assale una sensazione fastidiosa: quella di essere rimasti indietro. Questa sensazione ha un nome: FOMO, acronimo di Fear Of Missing Out, ovvero la paura di perdersi qualcosa. La FOMO è un fenomeno psicologico sempre più studiato e diffuso. Si tratta di un’ansia sociale legata all’idea che gli altri stiano vivendo esperienze più gratificanti delle nostre. Può manifestarsi in molti modi: Controllare compulsivamente i social media per vedere cosa fanno gli altri Sentirsi esclusi se non si è invitati a un evento Provare invidia o insoddisfazione dopo aver visto le attività altrui Avere difficoltà a godersi il momento presente, pensando costantemente a ciò che potremmo fare altrove Dal punto di vista psicologico, la FOMO affonda le radici in alcuni bisogni fondamentali dell’essere umano: Bisogno di appartenenza: vogliamo sentirci parte di un gruppo Bisogno di approvazione sociale: cerchiamo conferme esterne sul nostro valore Confronto sociale: valutiamo noi stessi in relazione agli altri, spesso in modo distorto I social network amplificano tutto questo, offrendoci una finestra continua sulle vite degli altri, ma è una finestra selettiva, che mostra solo il meglio, mai i momenti no. La FOMO può sembrare un fastidio passeggero, ma se non gestita può avere effetti significativi sulla nostra salute mentale: ansia e stress costanti, bassa autostima, insoddisfazione cronica e difficoltà a prendere decisioni. Per fortuna, esistono strategie efficaci per ridurre l’impatto della FOMO: Coltiva la consapevolezza: renditi conto di quando stai provando FOMO e chiediti da dove nasce. Limita il tempo sui social: spezza il ciclo del confronto continuo. Pratica la gratitudine: focalizzati su ciò che hai, non su ciò che ti manca. Sviluppa il JOMO (Joy Of Missing Out): impara a goderti ciò che scegli di fare, anche se significa dire no ad altro. Vivi il momento: allenati a essere presente, con attenzione e intenzionalità. La FOMO è un’esperienza comune nell’epoca moderna, ma riconoscerla è il primo passo per non lasciarsi dominare da essa.

FoMO: la paura di essere tagliati fuori

Hai spesso la sensazione di poter perdere qualche occasione o opportunità? Allora conosci sicuramente la sindrome del FoMO. Negli ultimi giorni ha spopolato sui social la notizia che Victoria De Angelis, nota bassista dei Maneskin, ha rivelato, durante un’intervista in Radio, di soffrire di FoMO. La FoMO, letteralmente <<Fear of Missing Out>>, può essere definita come una preoccupazione pervasiva e costante di essere “tagliati fuori”. Consiste nella sensazione che gli altri vivano esperienze gratificanti dalle quali si rischia di rimanere esclusi. In altre parole, la FoMO porta alla condizione per cui, anche se si è estremamente stanchi, o si desidera fortemente restare in casa, si viene assaliti da un profondo disagio governato dalla credenza che qualcosa di grande e incredibile possa accadere in nostra assenza. Diviene quindi fonte di malessere qualsiasi situazione o momento di calma e solitudine. Tutto ciò comporta, parallelamente, la necessità costante di monitorare gli altri. Infatti, si cerca di controllare le azioni delle persone che ci circondano, nel tentativo illusorio di diminuire la propria ansia. Non a caso, la FoMO è strettamente correlata all’uso compulsivo dei social network. Qualcuno mi sta inviando un messaggio? Mi sta scrivendo una mail? I miei amici si stanno scambiando foto a mia insaputa? C’è qualcosa che sta accadendo e che io dovrei sapere? Sono solo alcuni dei pensieri intrusivi che guidano, nella FoMO, la necessità di sorvegliare continuamente il proprio smartphone nell’utopia dell’ “iper-connessione” promessa dal mondo dell’online. L’illusione e il disagio di questa condizione deriva dal necessario paradosso insito nell’aspettativa che qualcosa di strepitoso potrebbe compiersi in nostra assenza. Che qualcosa di incredibile possa, cioè, avvenire in momenti che non sono mai quelli che stiamo vivendo. In un’attesa costante, con l’attenzione rivolta ad un ipotetico che non potrà, per paradigma, mai realizzarsi.

FOMO: la paura di essere tagliati fuori

Nel mondo di oggi, dominato dai social media e dalle connessioni costanti, emerge un fenomeno sempre più diffuso e riconosciuto: la FOMO, acronimo di “Fear of missing out,” che significa “paura di essere tagliati fuori”. Questo termine descrive quella sensazione di ansia o stress legata alla percezione di perdere esperienze importanti che altri stanno vivendo. In particolare, si manifesta quando ci confrontiamo con le immagini e i racconti di altre persone sui social media. Dalle radici della FOMO all’attuale La FOMO non è un concetto nuovo. Il bisogno di appartenere e partecipare a esperienze sociali è una delle caratteristiche intrinseche della nostra natura. Sin dall’antichità, la connessione con il gruppo ha rappresentato un elemento fondamentale per la sopravvivenza. Gli esseri umani, come animali sociali, trovano sicurezza nel far parte di una comunità e nel condividere esperienze comuni. Tuttavia, con l’avvento delle tecnologie moderne, questo bisogno naturale di appartenenza ha subito una trasformazione significativa. I social media ci permettono di avere accesso immediato e costante alla vita degli altri. Mentre una volta il confronto avveniva principalmente con le persone che frequentavamo nel quotidiano, oggi siamo costantemente esposti a una vasta gamma di esperienze di vita da tutto il mondo. Il risultato potrebbe essere una sensazione di inadeguatezza protratta nel tempo e l’ansia di non partecipare ad attività che sembrano essere incredibilmente importanti o divertenti, quando vediamo gli altri farlo. Come si manifesta Ma come si manifesta la FOMO? Potrebbe presentarsi sotto diverse forme: Confronto sociale continuo: controllare ossessivamente i social media per vedere cosa stanno facendo gli altri, cercando aggiornamenti costanti e temendo di perdere esperienze rilevanti; Sentimenti di insoddisfazione e frustrazione: non importa quante attività facciamo o con quante persone ci connettiamo, la sensazione di non fare mai abbastanza è presente; Ansia sociale: la FOMO può alimentare l’ansia di essere esclusi da eventi sociali o importanti e potrebbe anche portare a una dipendenza dai social media; Difficoltà nel concentrarsi sul presente: fatica a godersi il momento attuale, poiché la mente è costantemente preoccupata da ciò che si potrebbe perdere. Impatto psicologico della FOMO La FOMO non è solo una fastidiosa sensazione temporanea, ma può avere impatti significativi sul benessere psicologico. Tra gli effetti più comuni troviamo: Bassa autostima: confrontarsi costantemente con le esperienze degli altri può farci sentire inadeguati, come se le nostre vite fossero meno interessanti o meno piene; Ansia e depressione: la costante paura di perdere qualcosa può portare a sintomi di ansia e, in casi più gravi, può contribuire allo sviluppo di stati depressivi. Questo avviene in particolare quando si crede che la propria vita non sia all’altezza degli standard “perfetti” proposti dai social media; Insonnia: controllare ossessivamente i social media, soprattutto prima di andare a dormire, può disturbare il sonno, portando a insonnia e a una scarsa qualità del riposo; Riduzione della soddisfazione di vita: coloro che sperimentano la FOMO tendono a sentirsi meno soddisfatti della propria vita in generale, concentrandosi su ciò che manca anziché su ciò che hanno. Come affrontare la FOMO Anche se la FOMO può sembrare inarrestabile in un mondo sempre connesso, ci sono modi per gestirla e ridurne gli effetti negativi: Consapevolezza: il primo passo per affrontare la FOMO è riconoscere quando si verifica. Essere consapevoli dei propri sentimenti e delle proprie abitudini sui social media può aiutare a ridimensionare la paura di essere tagliati fuori; Ridurre l’uso dei social media: limitare il tempo passato sui social media può essere un modo efficace per ridurre la FOMO. Impostare limiti giornalieri e prendersi delle pause dai social network può aiutare a ridurre la dipendenza e l’ansia associata; Concentrarsi sul presente: praticare tecniche di consapevolezza può aiutare a restare ancorati al momento presente, piuttosto che preoccuparsi di ciò che gli altri stanno facendo; Coltivare relazioni autentiche: invece di concentrarsi su relazioni virtuali o superficiali, cercare di costruire e mantenere connessioni reali e significative nella vita quotidiana può contrastare il senso di solitudine e isolamento spesso associato alla FOMO. Conclusioni La FOMO è un fenomeno moderno che riflette le dinamiche della nostra società digitale. Prendere coscienza del proprio rapporto con i social media e trovare modi per restare presenti e soddisfatti delle proprie esperienze può aiutare a combattere questa paura e vivere una vita più equilibrata e serena. Essere tagliati fuori non è sempre negativo: a volte, abbracciare la propria solitudine e i propri momenti di quiete può portare a scoperte personali più profonde di quanto si possa immaginare.

Fobia Scolare in Adolescenza

di Cinzia Saponara Con il termine: “Fobia scolastica” coniato nel 1941 dalla psichiatra americana Adelaide Johnson, intendiamo un disturbo caratterizzato dalla paura, irrazionale e non controllabile, di andare e/o restare a scuola. La fobia scolastica denominata anche “rifiuto ansioso della scuola” (Last, Francis, Hersen, Kazdin & Strass, 1987) riguarda tra l’1% e il 5%( Burke & Silverman, 1987) dei ragazzi in età scolare senza differenze di genere socio-economico. I bambini e gli adolescenti che ne soffrono presentano frequentemente una risposta fobica sul piano fisiologico (tachicardia, nausea, dolori addominali, cefalee, disturbi del sonno) e sul piano comportamentale ed emotivo (condotte di evitamento, somatizzazioni), tali da compromettere significativamente la regolare frequenza scolastica. Si tratta, nella maggior parte dei casi, di alunni intelligenti e studiosi con buona resa didattica, che riducono la propria frequenza a scuola, fino al ritiro, non tanto per disinteresse o per insuccesso negli studi, quanto per la paura della propria inadeguatezza ad abitare la scuola intesa come “contesto sociale”. La sua insorgenza sembra spesso immotivata e il manifestarsi di tale fobia rappresenta solitamente un segnale d’allarme particolarmente rilevante, che non va mai sottovalutato, perché può essere il sintomo di una sottostante struttura psicopatologica in procinto di scompensarsi. Tale disturbo non ha una sua categoria nosologica specifica all’interno del DSM 5 dove viene inclusa tra le molteplici fenomenologie delle fobie sociali, privandolo di una sua specificità. Non esistono pertanto direttive specifiche che possano tutelare sufficientemente gli studenti che soffrono di fobia scolare e che hanno assenze di frequenza scolastica spesso molto prolungate. La dispersione scolastica è un fenomeno di per sé complesso e multiforme, l’Italia, dato fermo al 2019, viaggiava su una percentuale di abbandono scolastico del 13,5 per cento in media, (i ragazzi il 15,6% e le ragazze il 10,4%), in forte miglioramento nelle ultime stagioni, ma in ritardo sulla media europea (10 per cento). I divari tra le regioni risultano molto ampi. Questi i dati contenuti nell’ultima pubblicazione del Ministero dell’Istruzione, dal titolo “La dispersione scolastica”. La Comunità di Sant’ Egidio, in un lavoro dove è stato preso in considerazione il primo periodo dell’anno scolastico 2020/21, Settembre Dicembre, ha certificato che a Settembre 2020, ripartenza del secondo anno pandemico, il 4 per cento dei bambini-adolescenti non era tornato a scuola. Un’indagine Ipsos per conto di Save the Children aveva già evidenziato che, nel 28 per cento delle classi superiori, da marzo 2020 a gennaio 2021, almeno un alunno aveva abbandonato la scuola. Qui, i ragazzi ritirati, sono circa 34mila. La somma delle due indagini porta a contare 200mila studenti usciti dal circuito scolastico dalla primaria alla media superiore, in quest’ultimo periodo. Sono ben note le problematiche collegate al ricorso prolungato alla DAD e/o all’alternanza di DAD e didattica in presenza, questa incertezza, ha colpito duramente i ragazzi che erano già predisposti a un isolamento, infatti per alcuni, la DAD ha rappresentato una situazione di comodo: sono a casa mia, non ho contatti con i miei coetanei, non devo sforzarmi di avere delle relazioni, perché avere relazioni mi costa fatica. Nella maggior parte dei casi si è trattato di una regressione temporanea e reversibile, in altri al contrario questa situazione ha slatentizzato, di fatto, vissuti di forte ansia e rifiuto di ritornare a scuola in presenza. Occorre fare un doveroso distinguo tra rifiuto scolastico e assenteismo ingiustificato, quest’ultimo spesso è associato a comportamenti antisociali, atteggiamento oppositivo e/o alla mancanza di interesse per la propria formazione scolastica; è un comportamento in cui è assente l’ansia e la paura intensa e irrazionale di frequentare la scuola. Nel caso dei ragazzi con fobia scolare il quadro è molto più complesso, il meccanismo scolastico, basato su regole, verifiche e confronti, sottopone questi ragazzi ad una costante frustrazione delle proprie aspettative, cioè ad una ferita narcisistica; quando ciò accade, sono pervasi da un’angoscia catastrofica, che impedisce loro di pensare e di agire. Per l’adolescente di solito il terrore è tale e non è possibile alcuna spiegazione. Abbandonata la scuola, alcuni tra loro arrivano a chiudersi per giorni interi nella loro camera, dove stazionano “attaccati” al computer e si rifiutano di uscire di casa anche per le incombenze che li riguardano. La rivoluzione digitale ha creato ambienti espressivi nei quali gli adolescenti non solo sperimentano nuove possibilità di realizzazione ma si rifugiano in occasione di gravi crisi evolutive, in una forma di autoricovero che esprime sia il dolore sia un tentativo di risolverlo, come avviene nel ritiro sociale, la più significativa manifestazione del disagio giovanile odierno, assimilabile alla cosiddetta sindrome di Hikikomori 1 (auto-isolamento prolungato) in preadolescenti e adolescenti. Spesso i genitori sono allo stremo sia per l’insuccesso degli sforzi inutilmente fatti sia perché i figli possono diventare dei despoti all’interno della famiglia, appropriandosi di ogni spazio della casa e interferendo continuamente con la libertà degli altri membri. René Diatkine ed Eric Valentin (“Trattato di psichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza”, 1985), descrivono quattro possibili evoluzioni focalizzando l’attenzione sul fatto che non si tratta mai di un sintomo “fugace o benigno”. Il primo tipo di evoluzione, quella più grave ma fortunatamente numericamente poco consistente, evolve verso la schizofrenia, manifestando dissociazione e delirio paranoide. Il secondo tipo di evoluzione analizza degli adolescenti che sembrano essere incapaci di qualsiasi compromesso con i propri desideri: tali ragazzi vengono considerati come psicotici (“caso limite”, “borderline”), ma non presentano dissociazioni o deliri. Gli autori mettono in evidenza una relazione familiare estremamente problematica, preesistente alla comparsa della fobia scolare e da questa esacerbata, caratterizzata da ambivalenza e da messaggi contraddittori sia da parte dei genitori che dei figli; viene evidenziato il fatto che l’adolescente non più capace di andare a scuola, in precedenza aveva solo apparentemente uno sviluppo armonico, ma che ad un esame più attento l’adattamento alla realtà era solo apparente ed erano già presenti angosce importanti. Concludendo il secondo tipo di evoluzione gli autori rimarcano che il ragazzo resta a casa, trovando una nuova organizzazione che non gli crea alcuna inquietudine, ma che diventa un nuovo modo di vivere in funzione del principio di piacere. Il terzo tipo di evoluzione,