ESPERIMENTO DI STANDFORD

L’esperimento di Standford è stato condotto nel 1917 da Zimbardo con lo scopo di studiare gli effetti della detenzione sui carcerati e sulle guardie. Tale esperimento nasce anche con il tentativo di spiegare cosa spinge le persone a essere cattive e a fare del male. Zimbardo decide così di pubblicare su un giornale locale un’inserzione dove si richiedevano volontari per uno studio sulle conseguenze psicologiche della vita carceraria, che sarebbe durato 15 giorni a 15 dollari l’ora. Tutte le persone che hanno risposto a questo annuncio sono state sottoposte a test di personalità. Sono stati poi scelti 24 studenti di sesso maschile, che non presentavano problemi psicologici, disabilità fisiche e che non avevano passate storie di reclusione. Essi non si conoscevano tra di loro; 18 volontari sono stati coinvolti nell’esperimento, i restanti 6 soggetti selezionati sono rimasti a disposizione nel caso in cui si fosse resa necessaria la loro presenza. Il 14 Agosto viene messo in scena un vero e proprio arresto di massa per le strade della città. I genitori dei volontari non sapevano che fosse un finto arresto, ma pensavano che fosse tutto vero. I volontari vengono così portati nella prigione, creata nello scantinato dell’università grazie all’aiuto di un ex detenuto. Essa era composta da celle per reclusi, una cella di isolamento, lo spazio comune e il locale per le guardie. Ogni cella aveva il numero di identificazione. Ogni detenuto possedeva una branda con materasso, una coperta e un cuscino. Non c’erano finestre e orologi per impedire di percepire il trascorrere del tempo. Un impianto di citofoni permetteva ai ricercatori di ascoltare quanto veniva detto nelle celle e di dare eventuali comunicazioni. Nella prigione è stato creato anche un foro nel muro che permetteva di riprendere e videoregistrare ciò che accadeva tra guardie e prigionieri. Zimbardo pochi giorni prima dell’esperimento organizza un incontro tra i volontari e un ex detenuto, il quale spiega loro la vita carceraria. Essi vengono poi assegnati casualmente con il lancio di una monetina ai ruoli di detenuto/guardia (9 ragazzi detenuti e 9 ragazzi guardie). Sono state poi scelte delle regole circa l’abbigliamento e il tipo di azioni consentite. I detenuti avevano una calza di nylon in testa per essere tutti uguali e per non dover tagliare i capelli. Non potevano chiamarsi per nome, ma solo con un numero identificativo scritto sul camice che indossavano. Non potevano indossare biancheria intima, avevano una catena intorno alla caviglia e sandali di gomma ai piedi. Le guardie, invece, indossavano un’unica divisa, occhiali a specchio per non avere contatto visivo e avevano un fischietto e uno sfollagente. I detenuti sarebbero dovuti rimanere h24 per 15 giorni nella prigione. Le guardie, invece, erano presenti a terzetti per turni di 8 ore al giorno, al di fuori dei quali tornavano alla loro vita normale. L’esperimento di Standford è durato solo 6 giorni. Già dal primo giorno, inizia a sentirsi una certa autorità da parte delle guardie. Ad esempio, alle 2.30 di notte del primo giorno c’è stata la prima chiamata dove i detenuti dovevano dire il proprio numero di identificazione. Chi non lo avesse detto in maniera scattante, sarebbe stato punito con qualche sberla. Nella seconda giornata, invece, c’è stata una rivolta scherzosa da parte dei detenuti, ma le guardie li puniscono con il manganello. Le guardie iniziano a dividere i detenuti in buoni e cattivi, concedendo solo ai primi di cibarsi di fronte ai secondi, che potevano solo guardare. Come mai si sono comportati così? L’esperimento di Standford mostra il fatto che questi ragazzi non sono cattivi di per sé, ma si sono create delle situazioni che li hanno resi tale. Il “Chi siamo” viene modificato dal “Dove siamo”. Da qui si evince, il grande potere della situazione e del ruolo. Quando assumiamo un ruolo che non abbiamo mai fatto, lo ricostruiamo sulla base delle conoscenze che abbiamo su di esso. Le guardie, infatti, si riconoscono in una posizione con uno status sociale più elevato. Condividono un’identità sociale positiva in quanto riconoscono i compagni come veri detenuti. Iniziano a pensare di essere loro quelli buoni e non gli altri a tal punto che pensano che il sorteggio sia stato truccato. I detenuti, al contrario, avevano perso la loro identità dimenticandosi chi fossero. Per questo motivo si sono convinti che se si trovassero in prigione, una ragione ci sarebbe stata. Essi sviluppano l’impotenza appresa poiché ritengono di non avere nessun potere per cambiare la loro situazione. Zimbardo ritiene, quindi, che la causa della trasformazione delle persone da buone a cattive sia il sistema in cui si trovano e la loro relazione con il potere. Grazie all’esperimento di Standford, Zimbardo mostra l’importanza dell’ambiente nel determinare le condotte individuali, sottolineando come l’aggressività non debba essere esclusivamente legata a fattori interni all’individuo. Ciò non significa eliminare le responsabilità alle persone in quanto sono comunque libere di scegliere quali comportamenti mettere in atto. BIBLIOGRAFIA Zimbardo, P. (2007). L’effetto Lucifero. Cattivi si diventa? Milano: Raffaello Cortina Editore.
ESPERIENZE DI ACQUISTO MEMORABILI

L’atto di acquistare va ben oltre la semplice transazione. Le esperienze di acquisto coinvolgono le nostre emozioni, i nostri ricordi e la nostra identità. Per le aziende, creare esperienze di acquisto memorabili significa non solo incrementare le vendite, ma anche costruire relazioni durature con i clienti e rafforzare il brand. La psicologia del consumatore ci insegna che le nostre decisioni d’acquisto sono influenzate da una moltitudine di fattori, sia razionali che emotivi. Il bisogno di appartenenza: desideriamo sentirci parte di un gruppo e i prodotti che acquistiamo possono aiutarci a identificarci con una determinata tribù. La ricerca del piacere: siamo attratti da esperienze che ci procurano sensazioni positive, come il gusto, il comfort o la novità. La riduzione dell’ansia: spesso acquistiamo per alleviare lo stress o per colmare un vuoto emotivo. L’auto-espressione: attraverso i nostri acquisti, comunichiamo agli altri chi siamo e quali sono i nostri valori Per creare esperienze di acquisto memorabili, è fondamentale tenere conto di questi aspetti psicologici e agire su diversi livelli. PERSONALIZZAZIONE: ogni cliente è unico e desidera sentirsi speciale. Offrire prodotti e servizi personalizzati, basati sulle preferenze individuali, è un modo efficace per creare un legame emotivo. Ad esempio, consigli di stile personalizzati in un negozio di abbigliamento, playlist personalizzate su Spotify, prodotti cosmetici su misura. NARRAZIONE: raccontare una storia intorno al prodotto o al marchio rende l’esperienza di acquisto più coinvolgente e memorabile. Le persone tendono a ricordare le storie più delle semplici informazioni. EMOZIONI: stimolare le emozioni positive è fondamentale per creare un’esperienza memorabile. L’uso di colori, musiche, profumi e immagini suggestive può contribuire a creare un’atmosfera piacevole e coinvolgente. Ad esempio l’illuminazione soffusa e la musica rilassante in un negozio di profumi, l’utilizzo di colori vivaci e allegri per i prodotti per bambini. INTERAZIONE: coinvolgere attivamente il cliente nell’esperienza di acquisto è un altro elemento chiave. Ad esempio, si possono organizzare eventi, workshop o creare community online. SORPRESA: elementi di sorpresa possono rendere l’esperienza più divertente e indimenticabile. Un piccolo regalo inaspettato, un packaging creativo o un servizio clienti eccezionale possono fare la differenza. SIGNIFICATO: collegare il prodotto o il servizio a un valore più profondo può rendere l’acquisto più significativo per il cliente. Ad esempio, un’azienda di abbigliamento sostenibile può sottolineare l’impatto positivo sulla comunità e sull’ambiente. Oppure ancora, un’azienda di caffè che sostiene i coltivatori locali, un marchio di cosmetici che utilizza ingredienti naturali e cruelty-free. In conclusione, creare esperienze di acquisto memorabili è un investimento a lungo termine che può portare a una maggiore fidelizzazione dei clienti e a un aumento del valore del brand. Comprendendo i bisogni psicologici dei consumatori e agendo in modo creativo e innovativo, le aziende possono trasformare un semplice acquisto in un’esperienza indimenticabile.
ESPERIENZA DI FLOW NELLE ORGANIZZAZIONI

Numerosi ricercatori hanno cercato di studiare il fenomeno delle esperienze trasformative da un punto di vista concettuale. Un’esperienza è trasformativa se non si limita ad aggiungere nuova conoscenza, ma se fornisce nuove lenti e prospettive attraverso cui guardare la realtà. Nel campo psicologico l’esperienza di flow è un esempio di queste. Il flow è un’esperienza ottimale, caratterizzata da un totale assorbimento nell’attività svolta. Si ha la percezione che l’attività si stia svolgendo da sola, c’è una fusione tra azione e consapevolezza e si perde la concezione spazio-temporale. È caratterizzato da una spiccata motivazione intrinseca. Questo significa che si svolge un’attività non perché ci si aspetta una ricompensa, ma perché è associata a un’esperienza sufficientemente gratificante da giustificare l’attività stessa. Tra gli aspetti principali c’è sicuramente il bilanciamento tra le sfide percepite e le risorse che possediamo per affrontarle. Per le forti emozioni positive provate, le persone tendono a ripetere l’esperienza di flow. Questo porta ad acquisire sempre più competenze ed abilità, che devono essere contro-bilanciate da un livello di sfida percepita molto alto altrimenti si cade in uno stato di noia e apatia. Il flow, quindi, diventa un motore di sviluppo e benessere personale e per questo motivo è importante aiutare le persone a riconoscere tali esperienze. Non esiste solamente il flow individuale, ma anche quello di gruppo chiamato networked flow. Da qui dovrebbe nascere l’interesse delle aziende in quanto creare opportunità di flow può portare a grandi risultati organizzativi sia in termini di performance sia di benessere dei dipendenti. Tra le caratteristiche principali del flow di gruppo c’è la creazione di un group mind, cioè una sintonia di pensiero e di azione tra i diversi membri del team. Inoltre, le persone sperimentano uno stato emotivo simile e positivo e sentono di avere la possibilità di contribuire all’attività stessa. La situazione che viene a crearsi è come se fosse un’orchestra senza direttore perché viene a costituirsi spontaneamente ed è connotata da un’auto-organizzazione implicita. Vediamo nella pratica cosa bisognerebbe fare: creare un obiettivo comune sufficientemente aperto da consentire l’esplorazione di nuove soluzioni promuovere ascolto reciproco tra i membri dell’organizzazione facilitare la concentrazione in modo tale che tutte le attività esterne al compito sono escluse dall’attenzione e il gruppo possa focalizzarsi totalmente su di questo promuovere un controllo flessibile, in modo tale che i membri del gruppo percepiscano un senso di autonomia e competenza creare un’intenzione collettiva dove quelle individuali si sintonizzano con quelle degli altri membri promuovere una partecipazione equa, dove tutti percepiscono di avere le stesse opportunità di esprimersi e agire diffondere una conoscenza tacita condivisa, cioè generata dall’esperienza di collaborazione e non contenuta in testi o manuali facilitare una comunicazione costante dove i membri si scambiano feedback continui attraverso le conversazioni informali incentivare i membri ad avere uno sguardo in avanti per essere sempre pronto a sviluppare competenze in risposta alle sfide ambientali facilitare un’accettazione del rischio in modo tale da consentire un margine di errore senza soffocare gli spazi creativi Noi psicologi possiamo aiutare le aziende a facilitare l’esperienza di flow di gruppo. In questo modo si crea un incremento della motivazione e del benessere delle persone, che si traduce anche in grandi risultati aziendali. BIBLIOGRAFIA Riva, G., & Gaggioli, A. (2019). Realtà virtuali. Gli aspetti psicologici delle tecnologie simulative e il loro impatto sull’esperienza umana. Giunti Psychometrics Riva, G., Gaggioli, A., Milani, L., & Mazzoni, E. (2012). Networked Flow: esperienza ottimale e creatività di gruppo.
Esitazione: perché, ehm, è sempre, uhm, presente nei nostri discorsi?

Il ruolo dell’esitazione nella comunicazione orale: la portata delle pause e degli inciampi mentre parliamo. Pensate all’ultima pausa che avete fatto parlando. Trovata? È facile. Si presentano due o tre volte al minuto nel linguaggio naturale, circa sei volte ogni cento parole. È la frequenza media degli ehm, uhm, eh, le cosiddette pause piene, che popolano le nostre conversazioni. Per molto tempo ignorate, o classificate come semplici “disfluenze” dai linguisti e dagli psicologi, queste componenti del discorso conoscono ora una nuova fase di studio e considerazione scientifica. In quasi tutte le lingue, inclusa la lingua dei segni, esistono versioni di queste pause, che svolgono una o più funzioni. Quando leggiamo, comprendiamo il significato di una parola attraverso il contesto. Ma quando parliamo, ci sono livelli più complessi che aggiungono significato: il tono della nostra voce, la relazione tra chi parla e chi ascolta, le aspettative su dove una conversazione può portare. È lì che le pause piene entrano in campo: sia per aiutare l’oratore, sia per facilitare l’interlocutore. Ad esempio, se una pausa di silenzio può essere interpretata come un segno per l’altro che è lecito intervenire, una pausa piena può segnalare che non abbiamo ancora finito di parlare. Ci permette di prendere un breve tempo per scegliere la parola opportuna o per riordinare il pensiero. Gli scienziati hanno rilevato che queste pause si posizionano più spesso davanti alle parole a bassa frequenza, cioè quei termini che nel linguaggio comune utilizziamo più raramente. Se non abitiamo nei paesi del nord, un esempio di parola a bassa frequenza può essere “banchisa”, mentre una parola ad alta frequenza è universalmente “casa”. Nella costante operazione di adattamento tra chi parla e chi ascolta, una pausa piena fa sapere all’ascoltatore che una parola importante è in arrivo: la probabilità di ricordarla aumenta se la parola è pronunciata dopo un’esitazione. I fenomeni di esitazione non sono le uniche parti del discorso che aggiungono significato durante il dialogo. Parole e frasi come “sai”, “vedi”, “pensa che”, “voglio dire”, funzionano come indicatori del discorso e aiutano l’ascoltatore a seguire il nostro processo di pensiero, a interpretarlo e a prevedere ciò che diremo. Come dei cartelli stradali di conversazione, sono utili non solo per comprendere il linguaggio: aiutano anche a impararlo. Diversi studi hanno dimostrato che le pause piene inducono i bambini ad aspettarsi parole nuove, come se li avvisassero che devono prestare più attenzione. In questo modo, li aiutano a collegare nuove parole a nuovi oggetti. Da adulti, continueranno a usare queste pause nella conversazione: perché, contrariamente a quanto si crede, l’uso di pause piene non diminuisce con la padronanza di una lingua. Vale anche nel caso in cui si impara una seconda lingua. E forse in futuro scopriremo che queste modalità sostengono sia la relazione sia l’apprendimento e vengono conservate per questo, di generazione in generazione, nel nostro linguaggio. La prossima volta che un “ehm” si infilerà in un vostro discorso, invece di spazientirvi, pensate alla sua utilità e alla potenza relazionale di una piccola esitazione. E sorridete.
Esercizio fisico: cosa ci spinge a fare sport e ginnastica?

Da qualche anno si parla sempre di più di microbiota e di microbioma, e del ruolo che giocano nella nostra esistenza, anche emotiva: un articolo pubblicato su Nature lo scorso dicembre indaga proprio la relazione microbioma – cervello nella predisposizione all’attività fisica, come sappiamo preziosissima sia per la salute fisica che per quella psichica. Ma prima di riassumere quanto scoperto dai ricercatori, vale la pena di chiarire alcuni concetti: il microbiota intestinale è l’insieme di migliaia di miliardi di batteri, appartenenti a milioni di specie di microrganismi diversi, tra cui batteri, funghi, protozoi e virus. Ognuno di noi dispone di un microbiota con caratteristiche uniche, che si sviluppa dalla nostra nascita in poi: le abitudini alimentari e l’ambiente in cui viviamo determinano la sua composizione, diversa da individuo a individuo, la cui alterazione influisce anche sul nostro benessere psichico. Il patrimonio genetico contenuto nel microbiota viene definito con il termine “microbioma”. I ricercatori hanno indagato i meccanismi che regolano la motivazione di una persona a impegnarsi nell’attività fisica: centrale è il piacere motivante che deriva dall’attività fisica prolungata e connesso ai cambiamenti neurochimici indotti dall’esercizio nel cervello. Nell’articolo gli studiosi riportano la scoperta di una connessione intestino-cervello che potenzia l’attività fisica attraverso il rilascio di dopamina durante l’esercizio sportivo. Secondo gli studiosi, le differenze individuali nel microbioma avrebbero un effetto diretto sulla predisposizione di ognuno di noi ad impegnarci in un’attività fisica, che sia agonistica, sportiva o ricreativa: le molecole che stimolano la trasmissione di segnali dall’intestino al cervello sarebbero in grado proprio di aumentare la motivazione per l’esercizio, che a sua volta ha effetto sulla produzione di endocannabinoidi e agisce sull’umore in senso positivo. Gli ultimi anni di ricerca mettono in luce con sempre maggiore evidenza la connessione intestino-cervello. Il periodo post-natalizio è un momento di intensa ricerca di porre rimedio a giorni di eccessi, di cibo, alcol, dolci e cioccolato. Gennaio per molti è il momento delle risoluzioni, dei buoni propositi, di iscrizioni impulsive a palestre e di inizio di diete depuranti, dimagranti, riattivanti, ringiovanenti e quant’altro: il tutto destinato spesso a fallire in tempi ultrabrevi, una volta tornati alla routine quotidiana. Chissà che gli eccessi delle feste, con i rituali di cibo condiviso e consumato in quantità maggiori, non contribuiscano anche ad una funzione di induzione di ritorno all’equilibrio della flora intestinale, in un grande esercizio collettivo di sforzo verso il ristabilimento delle funzioni attraverso un’alterazione che va compensata. La natura e la cultura si aiuterebbero così in un compito importante: mantenere al meglio la nostra salute psico-fisica, con le varie disfunzioni di percorso e le differenze individuali che rendono così complessa e affascinante la nostra vita emotiva. Le neuroscienze hanno ancora infiniti universi da indagare. Riferimento articolo: Dohnalová, L., Lundgren, P., Carty, J.R.E. et al. A microbiome-dependent gut–brain pathway regulates motivation for exercise. Nature 612, 739–747 (2022).
EPOCA DELL’INFORMAZIONE E ALIENAZIONE

di Ioannoni Raffaele “Sono triste, sono annoiato Sono sdraiato sul divano… Potrei uscire di casa ed incontrare qualcuno! Potrei uscire di casa ed iniziare uno sport! Si ma… non ho voglia… meglio vedere un’altra serie su Netflix o giocare ai videogiochi. E poi Chiara Ferragni ha postato una nuova storia su Instagram! Anche oggi starò a casa sul divano, il mondo può aspettare ancora un altro po’…” I sociologi hanno chiamato il periodo storico in cui viviamo, “l’epoca dell’informazione”. La nascita e lo sviluppo di internet, l’invenzione degli smartphone e dei social network hanno dato a noi, cittadini del XXI secolo, la possibilità di accedere ad un numero potenzialmente infinito di informazioni sia in forma scritta che video. Con un solo click possiamo vedere un filmato o inviare un messaggio ad una persona che vive letteralmente dall’altra parte del mondo e la solitudine sembra ormai solo un miraggio. Tutti siamo connessi e raggiungibili ovunque e da chiunque: basta avviare una chiamata su Whatsapp per sentirsi nella stessa stanza anche se si è separati da centinaia o addirittura migliaia di chilometri. E la solitudine sembra ormai solo un lontano miraggio. TECNOLOGIA: GIOVANI, DIPENDENZE E DEPRESSIONE; ALCUNI DATI. La tecnologia sembra andare in questa direzione: basti pensare che Meta, la famosa azienda di Zuckerberg, sta investendo miliardi di dollari in un progetto chiamato Metaverso, uno spazio virtuale in cui ogni cosa sarà alla portata di tutti. Oggetti, luoghi e persone saranno solo ad un click di distanza, e tutti saranno presenti in un unico ed infinito spazio virtuale. L’unico bisogno? Avere una connessione internet ed un dispositivo informatico abbastanza potente. Eppure, la situazione sociale attuale non appare così rosea…E la pandemia che tutti noi abbiamo vissuto, ha lasciato una profonda cicatrice nelle nostre vite. La società italiana di psichiatria ha affermato che: “Dopo la pandemia i sintomi depressivi nella popolazione generale sono quintuplicati e oggi si stima che li manifesti circa una persona su tre, tanto che si ipotizzano fino a 150 mila casi di depressione maggiore in più rispetto all’atteso […] Depressione e ansia sono cresciute rispettivamente del 28 e 26% rispetto al periodo pre-Covid a dimostrazione di come la pandemia sia stata sicuramente un acceleratore per lo sviluppo di queste problematiche.” E sono le nuove generazioni che stanno pagando il prezzo più alto: il ritiro sociale, la solitudine, l’ansia e la malinconia avanzano sempre di più. Pensiamo alle nuove formazioni sintomatiche, come la sindrome hikikomori o la dipendenza da internet; pensiamo alla continua esposizione e comparazione a modelli ideali irraggiungibili e fittizi che portano ad un continuo svilimento di sé e della propria immagine allo specchio: “L’isolamento e la rottura con il mondo reale e la società nelle sue più diverse componenti hanno contribuito all’aumento delle dipendenze da sostanze ma, soprattutto, da tecnologia: oggi si stimano almeno 700 mila adolescenti dipendenti da web, social e videogiochi. Altri ancora sono vittime di ansia e depressione, anche queste in costante aumento”. Questi dati sono paradossali: il mondo è più connesso eppure le persone più isolate; si può parlare con chiunque ma non si esce di casa; potenzialmente si può essere ovunque eppure non si è da nessuna parte. CONLCUSIONE La rivoluzione tecnologica ha indubbiamente portato moltissimi benefici e facilitazioni apportando innumerevoli cambiamenti al nostro tessuto sociale. Forse, però, ci sta investendo in un modo che difficilmente si sarebbe potuto immaginare: l’impennata di sintomatologie legate all’ansia, al ritiro sociale e alla depressione potrebbero essere un effetto di questa rivoluzione. Inoltre, la continua esposizione a modelli estetici ed etico-normativi irraggiungibili può portare noi tutti, giovani compresi, a sviluppare quello che Donald Winnicott, famoso psicoanalista inglese del XX secolo, ha chiamato falso sé, ovvero un’identità fittizia. Il falso sé mina lo sviluppo di una personalità integra ed allontana l’individuo dai suoi desideri più intimi e dalla possibilità di vivere un’esistenza autentica. E senza autenticità si perde il senso del proprio vivere e si smarrisce la direzione del proprio cammino. Tuttavia, un saggio diceva: “per ritrovarsi, alle volte, è necessario perdersi”. E tu cosa ne pensi? Un caloroso saluto dal vostro Raffaele. Sitografia https://www.rmipsicologo.it/ https://www.rainews.it/articoli/2023/10/malattie-mentali-gli-psichiatri-la-pandemia-del-futuro-boom-di-diagnosi
Epilessia: impatto psicologico e strategie di gestione

L’epilessia è una patologia neurologica caratterizzata da crisi ricorrenti e imprevedibili che coinvolgono anomalie nell’attività elettrica del cervello. Sebbene sia spesso trattata come una condizione puramente medica, l’impatto psicologico dell’epilessia è altrettanto rilevante e richiede un’attenzione specifica. Impatti Psicologici dell’Epilessia Chi soffre di epilessia spesso si trova a dover affrontare una serie di sfide psicologiche che vanno ben oltre la gestione delle crisi fisiche. L’imprevedibilità degli attacchi può creare sentimenti di ansia e paura costante. L’ansia anticipatoria, ovvero la paura che possa verificarsi una crisi in qualsiasi momento, può limitare significativamente la qualità della vita e condurre all’isolamento sociale. In aggiunta all’ansia, molte persone con epilessia sperimentano depressione. I sentimenti di frustrazione per l’impossibilità di controllare le crisi, combinati con la possibile stigmatizzazione sociale, possono portare a una bassa autostima e alla sensazione di essere “diversi” dagli altri. La depressione può essere ulteriormente esacerbata dagli effetti collaterali di alcuni farmaci antiepilettici, che possono influenzare negativamente l’umore e il livello di energia. In alcuni casi, soprattutto nelle forme di epilessia più severe, si possono verificare disturbi cognitivi legati alla malattia stessa o ai trattamenti. Difficoltà di memoria, concentrazione e pianificazione possono rendere la vita quotidiana più complessa, contribuendo allo stress psicologico. La Stigmatizzazione Sociale La stigmatizzazione è uno degli aspetti psicologici più debilitanti legati all’epilessia. Sebbene vi sia una crescente sensibilizzazione sull’argomento, ancora oggi molte persone con epilessia si trovano ad affrontare pregiudizi e discriminazioni. Ciò può derivare da una comprensione limitata della malattia, associata alla paura e alla disinformazione. Le crisi epilettiche, in particolare quelle più visibili, possono spesso portare a reazioni negative o distanziamento da parte di chi osserva dall’esterno. Questo senso di esclusione sociale può aumentare il rischio di isolamento, aggravando ulteriormente lo stress psicologico e la depressione. Affrontare l’epilessia da un punto di vista psicologico richiede un approccio multifattoriale. Oltre al trattamento medico e farmacologico delle crisi, è essenziale includere strategie che promuovano il benessere mentale e riducano l’impatto della malattia sulla qualità della vita. Alcune delle strategie più efficaci includono: Psicoterapia: La terapia cognitivo-comportamentale (TCC) è una delle forme di terapia psicologica più utilizzate per aiutare le persone con epilessia. La TCC può insegnare strategie per gestire l’ansia, affrontare la depressione e sviluppare una maggiore consapevolezza del proprio stato emotivo, aiutando le persone a gestire meglio lo stress legato alla malattia. Supporto Sociale: Partecipare a gruppi di supporto o entrare in contatto con persone che condividono la stessa esperienza può essere estremamente utile. La condivisione delle proprie difficoltà e paure con chi ha vissuto esperienze simili permette di sentirsi meno soli e più compresi. Inoltre, un ambiente di supporto familiare e amicale solido può aiutare a ridurre il senso di isolamento. Interventi Educativi: Educare le persone che vivono con qualcuno affetto da epilessia, così come il pubblico in generale, può ridurre lo stigma. Maggiore è la conoscenza della malattia, minore sarà la tendenza a discriminare o fraintendere chi ne soffre. Questo tipo di intervento è fondamentale per costruire una società più inclusiva. Mindfulness e Gestione dello Stress: Tecniche di rilassamento come la mindfulness e la meditazione possono essere molto utili per gestire l’ansia e lo stress. Questi strumenti aiutano le persone a concentrarsi sul presente e a ridurre la preoccupazione costante legata alla possibilità di future crisi. Gestione del Sonno e Stile di Vita: L’epilessia è spesso influenzata da fattori come lo stress e la mancanza di sonno. L’adozione di uno stile di vita equilibrato, che includa una corretta igiene del sonno e la gestione dello stress, può migliorare sia il benessere fisico che psicologico. Depressione e Autostima La depressione è la sfida psicologica più dura per chi vive con l’epilessia. Affrontare la malattia giorno dopo giorno può condurre ad un “senso di impotenza” e sconforto. Molte persone con epilessia subiscono discriminazioni e stigmatizzazioni e ciò conduce ad una visione negativa di sé rendendo ancora più complessa la gestione di tale condizione. Conlusioni L’epilessia non è solo una condizione medica, ma una sfida complessa che coinvolge profondamente la sfera psicologica. Per chi ne soffre, affrontare la malattia richiede una visione integrata che includa il supporto psicologico oltre al trattamento medico. Affrontare e gestire le emozioni e gli stati mentali legati all’epilessia può migliorare significativamente la qualità della vita, contribuendo a ridurre lo stigma e a promuovere un’esperienza di vita più serena e soddisfacente. Bibliografia Liou H., Chen R., Chang Y. (2005). “Health related quality of life in adult patients with epilepsy compared with a general reference population in Taiwan” in Epilepsy Research, 64, 151–159. Modi A.C. (2009). “The impact of a new pediatric epilepsy diagnosis on parents: Parenting stress and activity patterns” in Epilepsy & Behavior, 14, 237–242. Prassouli A., Katsarou E., Attilakos A., Sarafidou J., Mastroyianni S., Voudris K., Scardoutsou A., Konstantopoulos A., Antoniadou I. (2008). “Behavioral and emotional problems in children with idiopathic epilepsy and well–controlled seizures” in Pediatrics, 121, 101–109.
ENURESI ED ENCOPRESI….CHE VERGOGNA!

Cosa sono enuresi ed encopresi, possibili cause sia organiche che psicologiche. Enuresi, cos’è? L’ enuresi è il volontario o involontario rilascio ripetuto di urina nei vestiti o a letto in momento in cui il bambino dovrebbe aver acquisito questa capacità. L’enuresi è primaria quando non è mai avvenuto il controllo degli sfinteri (diagnosticabile solitamente dopo i 4 anni) o secondaria quando è presente una regressione (diagnosticabile dai 5 agli 8 anni). Per quanto riguarda la frequenza l’enuresi può essere quotidiana, settimanale o saltuaria. Mentre, per quanto riguarda il momento della giornata nella quale avviene l’espulsione incontrollata dell’urina, può essere diurna, notturna o mista. È bene pertanto impegnarsi a risolvere tale disturbo in maniera veloce e radicale, per evitare al piccolo e ai suoi familiari continue frustrazioni. Cause organiche Possono essere presenti anomalie anatomiche e funzionali della vescica; disfunzioni del tratto genito urinario; infezioni delle vie urinarie; ma anche disturbi del sonno, per cui lo stimolo ad urinare non riesce ad interrompere il sonno eccessivamente profondo del bambino. L’enuresi notturna viene associata anche alla carente produzione notturna dell’ormone antidiuretico (ADH- antidiuretic hormone) da parte dell’ipotalamo. Ormone che riduce la diuresi durante la notte. Cause psicologiche Il benessere o il malessere interiore influenzano notevolmente il controllo sfinterico sia delle feci sia delle urine, tanto che negli animali e negli esseri umani la paura ed altre emozioni intense non solo negative, ma anche positive, possono alterare questo controllo. Da ciò l’espressione “farsela addosso per la paura” ma anche “scompisciarsi dalle risa”. Interventi consigliati Evitare di rimproverare o colpevolizzare il bambino per questo involontario disturbo. Fare cenare il bambino la sera molto presto o comunque qualche ora prima di metterlo a letto È bene inoltre che i genitori, a turno, facciano fare la pipì al bambino nel vasino, almeno due-tre volte durante la notte, negli orari nei quali egli di solito si bagna. L’encopresi,cos’è? L’ encopresi è la defecazione regolare ed incontrollata nei vestiti o in altri luoghi non appropriati in un soggetto di età superiore ai 4 anni. Esistono un’encopresi primaria, quando il bambino non ha ancora raggiunto un buon controllo dello sfintere anale. Ed un’encopresi secondaria, quando, dopo un periodo più o meno lungo di controllo delle feci, il bambino ritorna a sporcarsi. Sia l’enuresi che l’encopresi, possono interferire con la serenità psicologica. Spesso, infatti, sono causa di situazioni di disagio ed ansia. I bambini che hanno questi problemi tendono a vergognarsi arrivando ad evitare situazioni che possono imbarazzarli limitando, così la propria vita sociale. Alla base di questi disturbi possono esserci fattori di tipo emotivo, ma occorre prima di tutto sottoporre il bambino ad un esame medico approfondito per escludere tutte le possibili cause di natura organica CAUSE ORGANICHE Una causa “banale” può essere quella che si riscontra in bambini che soffrono di stitichezza o che presentano ragadi o altre lesioni a livello anale. In questi casi si innesta spesso un circolo vizioso: il bambino, a causa della stitichezza avverte notevole dolore durante la defecazione, per cui cerca di trattenere al massimo le feci; ciò aumenta la consistenza di queste e, quindi, si accentua il dolore del piccolo durante la defecazione. Il dolore provato, a sua volta, aumenta la repulsa del bambino verso questa funzione fisiologica. CAUSE PSICOLOGICHE Molto spesso il disturbo è l’espressione di una grave disarmonia nelle relazioni del bambino con i propri genitori. In questi casi è frequente il riscontro di dinamiche familiari conflittuali e stili affettivo-educativi inadeguati. L’enuresi e l’encopresi, talvolta, sono segnali che indicano dei momenti di difficoltà psicologica talvolta associata e conseguente ad eventi della vita quotidiana, quali: la nascita di un fratellino, l’inserimento a scuola, il cambiamento di scuola, un trasloco, la separazione dei genitori, un periodo prolungato di ospedalizzazione, la morte di un genitore o di un familiare Trattamento Un trattamento può essere di tipo farmacologico o di tipo psicologico. Importante è non barricarsi dietro possibili giustificazioni o procrastinazioni.
Ennui, la noia è un’emozione che nessuno vuole

Il termine Ennui è tradotto dal francese con noia. Essa è una delle emozioni che prende forma man mano, attraverso le interazioni con l’ambiente e con gli altri. L’esperienza emotiva dell’ennui, in effetti, nasce da una insoddisfacente stimolazione ambientale. Quest’ultima, poi, non porta alcuna reazione, nè fisiologica nè comportamentale. L’aspetto positivo della noia è innanzitutto la transitorietà, la durata breve di essa, intrinseca in ogni emozione. Nella concezione comune, la noia sembra il risultato di un’assenza di azione, dovuta al non voler fare nulla o addirittura al non avere nulla da fare. È considerata una sorta di abitudine alla routine, in cui la monotonia dell’ambiente non crea interesse o stimoli adeguati all’azione. Spesso questa emozione è associata all’insoddisfazione, al fallimento o ancora a stati depressivi in assenza di motivazione o soddisfazione. Per questa sfaccettatura negativa, la noia risulta essere un ostacolo al benessere psicologico. Siamo continuamente alla ricerca di qualcosa da fare e ci sottoponiamo ad un bombardamento di stimoli, come se vivere l’ennui fosse un problema. La frenesia della quotidianità avvalora ancora di più la sua accezione negativa, facendo in modo da evitare il più possibile l’ozio, l’inattività e la noia stessa. Se guardiamo ai bambini, ad esempio, sono talmente impegnati in tante attività, proprio perché i genitori vogliono evitare che sperimentino il disagio dell’ozio. Al contrario, gli adolescenti vivono di Ennui, al limite dell’ apatia per ogni cosa e relazione. Ovviamente la libertà di annoiarsi è un diritto di ciascuno di noi. Innanzitutto è una richiesta del corpo per isolarsi temporaneamente da una realtà confusionaria e invadente. D’altro canto, l’ennui è una vera e propria spinta creativa. Essa serve infatti ad interrompere il flusso dell’abitudine e della monotonia, per sperimentarsi in nuove sfide. È una batteria che si ricarica, in cui da una riflessione si trova la soluzione.
ENGAGEMENT DEI CAREGIVER

In un articolo precedente, abbiamo sottolineato l’importanza di promuovere il livello di engagement del malato nel suo percorso di cura. Tuttavia, focalizzarsi solo sul malato è troppo riduttivo in quanto egli non è solo nel farsi carico la gestione della sua salute. Per questo è molto importante promuovere anche l’engagement dei caregiver informali (tutte quelle persone non retribuite che, in veste non professionale, si prendono cura di un familiare/amico malato). L’engagement dei caregiver nel processo di cura può essere definito come la capacità dei caregiver di cercare attivamente informazioni legate alla salute e alla cura del loro assistito e di partecipare nella condivisione delle scelte terapeutiche. Essere in grado di assumere proattivamente il compito di caregiving richiede alcune competenze. In primo luogo, il caregiver deve elaborare emotivamente il cambiamento in quanto la malattia attiva anche in lui emozioni negative, come ansia e preoccupazione per il futuro. Successivamente, deve essere in grado di riconoscere i bisogni di cura e di assistenza del proprio caro, imparando addirittura ad anticiparli. Inoltre, deve trovare un bilanciamento tra i propri bisogni e quelli del proprio caro. Spesso, infatti, i caregiver riportano frustrazione per non essere riusciti ad organizzare adeguatamente le diverse attività della loro vita. Infine, il percorso di engagement porta il caregiver a un processo di revisione identitario. Questo nuovo ruolo, infatti, deve essere integrato con gli altri aspetti del sé. Il processo di caregiving engagement si articola in 4 fasi: 1. NEGAZIONE E FUGA: nel momento della diagnosi o nella prima fase della malattia, il caregiver mette in atto meccanismi difensivi come evitamento, negazione e rabbia. Non riesce a comprendere e anticipare i bisogni di assistenza e di cura del proprio caro sia per il forte carico emotivo sia per la disinformazione. Per superare questa posizione è necessario fornire lui informazioni circa le condizioni cliniche e le necessità dell’assistito, ma allo stesso tempo anche strumenti per condividere le proprie emozioni con altre persone che vivono la stessa situazione. 2. IPERATTIVAZIONE: dopo aver compreso e accettato lo stato di salute del proprio caro, il caregiver si ritrova in uno stato di iperattivazione che lo porta a essere attento nel monitorare ogni sintomo clinico. C’è un’eccessiva assistenza sul piano pratico, ma dal punto di vista emotivo non riesce a empatizzare con le difficoltà psicologiche del suo caro e per le decisioni preferisce ancora ad appoggiarsi ai clinici. In questa fase, è molto importante fornire loro strumenti che li aiutino organizzare meglio le routine assistenziali. 3. ABNEGAZIONE E AFFOGAMENTO: in questa fase il caregiver riesce a gestire le attività assistenziali, ma non si sente ancora completamente efficace nel far fronte alle necessità del suo caro quando il contesto quotidiano cambia. Vive il suo ruolo in maniera totalizzante ed è incapace di integrarlo in modo equilibrato con le altre esigenze della sua vita. In questo momento, ha bisogno di confrontare le sue esperienze con altre persone che hanno vissuto la stessa situazione. 4. BILANCIAMENTO ED EQUILIBRIO: ha acquisito piena autonomia nel rispondere ai bisogni assistenziali e ha consolidato una buona relazione con l’equipe di cura. Inoltre, da un punto di vista identitaria ha trovato un maggiore equilibrio e integrazione tra i suoi diversi ruoli. Sono solitamente aperti e disponibili a partecipare a iniziative di sensibilizzazione e di educazione. Da questo articolo si evince l’importanza di promuovere l’engagement dei caregiver, in quanto anche loro giocano un ruolo centrale nel processo di assistenza di persone affette da patologie croniche. BIBLIOGRAFIA Graffigna, G., & Barello, S. (2017). Engagement: un nuovo modello di partecipazione in sanità. Roma: Il Pensiero Scientifico Editore