Generazione dopo generazione: conflitti ed evoluzione

generazione

Il passaggio da una generazione alla successiva è un percorso naturale che si sussegue nel tempo. Esso è, dunque, un processo antico in cui c’è un desiderio di svincolo dal passato per vivere meglio il presente e proiettarsi al futuro. La discrepanza generazionale rende questo passaggio conflittuale, in cui ciascuna generazione non si rispecchia nell’altra. Negli ultimi anni il conflitto tra le generazioni è molto più marcato rispetto ai secoli scorsi. La motivazione fondamentale è che lo sviluppo repentino della tecnologia, insieme alla globalizzazione, ha reso, in effetti, le generazioni molto differenti tra di loro. Innanzitutto, è cambiata la comunicazione: prima i genitori erano molto distanti dai loro figli, mentre, oggi, fortunatamente, si comunica e si parla in modo diretto e schietto di qualsiasi argomento. Non esistono più tabù familiari, ma tutto è più immediato e fluido. Oggi si parla molto di Boomers, Millennials e Zoomers, per indicare le tre generazioni differenti dal dopoguerra ad oggi. Tali definizioni si sono diffuse rapidamente attraverso i social network e identificano rispettivamente gli anziani, gli adulti e i giovani. La critica storica mossa dai giovani è certamente quella di essere ormai antiquati dal punto di vista. Gli anziani non sono inclini ai cambiamenti e al progresso. Inoltre, la loro generazione è molto vincolata ancora ai pregiudizi e alle discriminazioni.A questa accusa, si associa anche quella di aver abusato del pianeta, al punto di aver consegnato ai loro figli e nipoti un ambiente malato. Ci troviamo di fronte, quindi, ad una situazione conflittuale molto accesa. Non c’è soltanto la recriminazione di un ancoraggio al passato, ma i giovani si sentono depauperati del loro futuro. Da un lato troviamo i modelli genitoriali che vengono criticati per pecche e mancanze, ma dall’altro c’è la responsabilità di trovare il proprio posto nel mondo senza creare danni.

Generazione Covid: il rapporto con la tecnologia

Generazione Covid Tecnologia

La Generazione Covid è fatta di bambini, ragazzi e giovani che vivono la quotidianità attraverso la tecnologia e si apprestano a costruire il loro futuro in questo tempo sospeso. Questa fascia di popolazione vive da spettatore una situazione che non può controllare ma solo accettare passivamente. Così trova altri modi e strumenti per essere resiliente e ricreare quel contatto e quei riti tipici delle relazioni tra giovani e giovanissimi, attraverso la tecnologia. La tecnologia è infatti il filo conduttore della vita al tempo del Covid: dall’educazione allo svago, dallo studio alla gestione dei rapporti interpersonali, ogni attività passa attraverso lo schermo. La giornata viene scandita in modalità digitale, secondo una tabella di marcia precisa. La DADIn un precedente articolo abbiamo trattato in maniera approfondita le implicazioni psico-sociali della DAD. A lungo andare questa modalità genera stanchezza e frustrazione, incidendo sul rendimento e sulla motivazione degli studenti. La scuola non è solo il luogo dell’istruzione ma un contenitore in cui si innescano processi sociali e si svolgono riti collettivi. Questo aspetto viene totalmente a mancare in modalità virtuale: i giovani non hanno modo di confrontarsi con il gruppo dei pari.Inoltre alcuni aspetti pratici condizionano notevolmente l’esperienza della DAD. Non tutte le famiglie, ad esempio, dispongono della tecnologia adeguata per consentire una fruizione ottimale. Così come non tutti i docenti hanno dimestichezza con il digitale. I Social In una prima fase i social networks sono stati lo strumento ideale per raccontare la propria vita in maniera autentica, fare gruppo e sopperire all’assenza di relazioni nel mondo reale. Successivamente però c’è stata un’inversione di marcia. Non si pubblica più per comunicare con gli altri ma per mostrare se stessi. E, in un disperato tentativo di ristabilire una normalità, si dipinge una realtà patinata e un’ostentata felicità forzata. L’IperconnessioneIn un momento storico in cui tutto è rimandato, i ragazzi hanno bisogno di strumenti immediati che forniscano gratificazioni tempestive. In questo modo si innesca una dipendenza dalla tecnologia che trascina con sé tutte le problematiche che ne derivano. Una di queste è la FOMO: una forma di dipendenza in cui l’individuo vive il terrore di essere “disconnesso”. Difatti, nello svolgimento della propria routine quotidiana, il giovane, disconnesso non lo è mai. É comprensibile cercare di ristabilire un ordine e uno scopo nella propria vita. E se gli strumenti digitali possono essere d’aiuto è bene educare le nuove generazioni ad utilizzarle in modo proficuo e consapevole, rimanendo sempre fedeli alla propria autenticità.

Gender pay gap: disuguaglianze e pregiudizi di genere nel mondo del lavoro

Gender pay gap: una fotografia di disuguaglianze e pregiudizi di genere nel mondo del lavoro in Italia e in Europa. Negli ultimi anni il mondo lavorativo ha subito una profonda trasformazione che ha portato a modifiche strutturali riguardo alle modalità di lavoro e alla gestione dell’equilibrio tra vita privata e professionale.Abbiamo osservato i fenomeni della Yolo Economy e Big Quit e parlato della digital transformation. Tuttavia, c’è un tema ricorrente, ben radicato negli anni, che sembra non mutare mai, ed è quello della disparità di genere nel lavoro. Nel 2023, disuguaglianze tra uomini e donne e pregiudizi regnano ancora contrastati in ambito professionale, portando con sè una scia di ripercussioni tangibili e intangibili. Una di queste è senza dubbio il gender pay gap: il divario di retribuzione tra i lavoratori di sesso maschile e femminile a parità di mansione. Una disparità di trattamento ingiustificata eppure ancora molto diffusa, che fa della diversità una discriminazione. I dati del Gender Pay Gap I dati Eurostat affermano che nel 2020, in Europa, la retribuzione oraria lorda delle donne era in media del 13,0% inferiore a quella degli uomini. In Italia, la percentuale di gender gap nel settore pubblico è del 4,1%, mentre nel privato supera il 20%. La differenza salariale complessiva è del 43.7% contro la media europea del 39%. Le cause del Gender Pay Gap Il gender pay gap è il risultato di una serie di indicatori che incrociano dati relativi all’occupazione, alla contrattualizzazione e all’avanzamento di carriera. Tuttavia molti pregiudizi sono ancora frutto di un retaggio culturale in cui la donna è naturalmente deputata alla cura dei figli e della casa.Il suo “naturale” ruolo di madre di famiglia e angelo del focolare fa sì che non possa portare lo stesso impegno ed energia sul lavoro e quindi ricoprire incarichi dirigenziali al pari degli uomini o di colleghe più mature, come emerso dalla recente affermazione di Elisabetta Franchi.Una dichiarazione non proprio pollitically correct che ha generato molte polemiche, ma che probabilmente ha dato voce a quella che in Italia è una visione generalizzata dell’occupazione al femminile. Conseguenze psicologiche del Gender Pay Gap Le conseguenze psicologiche del gap in ambito lavorativo e in particolare nel trattamento retributivo, sono diverse. In primo luogo le donne sono soggette a maggior stress lavoro correlato. Non solo perchè sentono di dover dimostrare il loro valore, ma perchè devono lavorare di più per raggiungere il guadagno dei colleghi uomini. Questa ansia da prestazione innesca un pericoloso circolo vizioso di perenne efficienza, che rischia di sfociare in burnout.Il fatto di sentirsi sempre sottostimate e mai gratificate incide notevolmente sull’autostima delle donne lavoratrici, che spesso non si sentono di meritare il ruolo ricoperto, sperimentando la sindrome dell’impostore.

Gender Bender

il Gender Bender è una forma di attivismo sociale per rispondere alle generalizzazioni sul genere. Una forma di protesta per reagire all’omofobia, alla misoginia e alla transfobia Sfidare gli stereotipi di genere e superare la visione rigida uomo-donna: gender bender è una persona che non segue le prescrizioni della società legate al suo ruolo di genere. Il Gender Bender punta a distruggere costruzioni sociali e imposizioni che sono ormai ampiamente superate. Per tantissimo tempo ci hanno insegnato che esistono solo due tipologie di generi – maschio o femmina – e che ognuno di noi deve accettare di incarnare un ruolo aderente al sesso con cui è nato. Chi si definisce “gender bender”, a prescindere da quale sia la sua identità di genere, sceglie di sottrarsi ai comportamenti previsti per il sesso con cui è nato. Anche se ad oggi tutti gli stereotipi sugli uomini e sulle donne possono sembrare antichi e superati, ad un’analisi più approfondita ci stupiremmo di quanto siano ancora invece radicati dentro di noi.  E sono proprio i ruoli di genere che il bender gender intende criticare e mettere in difficoltà, andandone a debilitare le fondamenta su cui si erigono. Chi decide di definire se stesso gender bender, infatti, si sottrae alla sequela di comportamenti e ruoli attesi e previsti per il sesso assegnatogli alla nascita, a prescindere da quella che, effettivamente, è la sua identità di genere. Per esempio: ci si aspetta che un uomo assuma atteggiamenti decisionali, assertivi, competitivi, aggressivi e dominanti, che non si lasci scalfire dalle emozioni e dalle proprie vulnerabilità e che sia, di conseguenza, sempre “forte”, deciso e pronto ad affrontare qualsiasi sfida, agendo in modo autonomo e privo di dubbi. Al contrario, la donnaè percepita come estremamente affabile, timida, compassionevole, fragile, talvolta ingenua e avulsa dalla realtà, perché maggiormente “sensibile” rispetto agli altri e, in generale, più remissiva e scevra di una vera e propria autodeterminazione e forza decisionale. Chi sceglie di eludere queste “inclinazioni” e di rompere gli stereotipi di genere correlati ai “ruoli” è, perciò, visto come riottoso e lontano dalle regole, “diverso” dalla maggioranza ma, proprio per questo, deciso a protestare contro una società che non gli appartiene, facendo del gender bender una rigorosa forma di attivismo sociale.

GEN Z E IL SENSO DEL LAVORO

Negli ultimi anni, i giovani nati tra la fine degli anni ’90 e i primi anni del 2010 – la cosiddetta Gen Z – sono entrati nel mondo del lavoro portando con sé nuove aspettative, nuove priorità e un cambiamento culturale profondo. Se fino a poco tempo fa lo status, la carriera e la stabilità economica erano i principali motori dell’impegno professionale, oggi qualcosa è cambiato.La Generazione Z cerca scopo, non solo stipendio. E questo sta ridefinendo le strategie di recruiting, retention e comunicazione interna delle organizzazioni. 1. Il lavoro come estensione dell’identità Per molti giovani della Gen Z, il lavoro non è solo un mezzo per vivere, ma una parte significativa di chi sono. Si aspettano che l’azienda rifletta i loro valori, dia spazio all’espressione personale e contribuisca a un impatto positivo nel mondo.La domanda che si pongono non è più “quanto guadagno?”, ma “ha senso ciò che faccio?”E questo senso, o scopo, deve essere visibile nelle pratiche quotidiane, non solo nei manifesti aziendali. 2. Autenticità e trasparenza: il nuovo employer branding Il tradizionale employer branding patinato e corporate non funziona più. La Gen Z valuta la coerenza tra ciò che l’azienda dice e ciò che fa.La comunicazione interna, i valori vissuti, le politiche di sostenibilità e inclusione contano più dei benefit accessori.Le aziende che riescono a costruire una narrazione autentica, dove ogni dipendente è parte di una missione condivisa, attraggono e trattengono meglio i giovani talenti. 3. Il ruolo dell’HR: ascoltare, coinvolgere, co-costruire I reparti HR oggi hanno un compito delicato: integrare senso, ascolto e partecipazione reale nei percorsi professionali. Non basta offrire percorsi di carriera: servono strumenti per la crescita personale, programmi di mentoring, spazi per dare voce alle idee.Il feedback non è un momento formale, ma un dialogo continuo. La partecipazione è una leva motivazionale. Le organizzazioni che vogliono essere rilevanti per la nuova generazione devono cambiare prospettiva: non si tratta di convincere i giovani ad adattarsi all’azienda, ma di adattare l’azienda per far emergere il loro potenziale.Perché alla fine, la Generazione Z cerca scopo, non solo stipendio — e se lo trova, è pronta a costruire relazioni professionali profonde, innovative e durature.

Gemma Trapanese – Il Dipartimento di Psicoanalisi Applicata alla coppia e alla famiglia

Gemma Trapanese direttore del Dipartimento di Psicoanalisi Applicata alla coppia e alla famiglia, espone l’esperienza personale del suo percorso professionale. Laureata nel 1978 in Medicina e Chirurgia con specializzazione in Psichiatria, iniziò la sua esperienza presso L’Ospedale Psichiatrico Frullone.  Le lente e faticose operazioni di dimissione dei pazienti, l’hanno portata ad entrare in contatto con le famiglie dei pazienti, facendola avvicinare sempre di più alle problematiche relazionali. Dopo questa esperienza iniziò un training di coppie e famiglie a Roma, approfondendo quindi il modello Sistemico Relazionale, ed iniziò poi a coniugare la sua formazione di coppie e famiglie secondo il modello Sistemico Relazionale con la Psicoanalisi.  Infatti, nel 2000, insieme ad altri psicoanalisti, fonda il Dipartimento di Psicoanalisi Applicata, interessati proprio alla ricerca della matrice relazionale della formazione psichica dell’individuo, riuniti inoltre intorno alla rivista “Interazione” Attualmente il Dipartimento di Psicoanalisi Applicata alla coppia e alla famiglia, appartiene alla CFPP che è, la costola della Federazione Europea della Psicoterapia Psicoanalitica, nel settore pubblico il dipartimento organizza proprio all’interno della CFPP un corso di specializzazione non solo per gli psicoterapeuti già formati secondo il modello psicoanalitico ma anche psicoterapeuti per esempio con il  modello sistemico relazionale, cognitivo comportamentale o qualsiasi altro modello, interessati comunque raccogliere un’integrazione con un modello vicino, in particolare il modello psicoanalitico che è capace di poter cogliere quanto avviene veramente all’interno della relazione tra psicoterapeuta e coppia o psicoterapeuta e famiglia.

Gelosia retroattiva: quando il passato influenza il presente

La gelosia retroattiva è una forma di gelosia che affonda le sue radici nel passato del partner, creando una serie di dinamiche emotive e comportamentali complesse. Questa condizione non solo mette alla prova la solidità della relazione, ma può anche influenzare profondamente il benessere psicologico di chi ne soffre. Approfondiamo ulteriormente questo tema, esplorando le sue sfumature, le implicazioni psicologiche e le strategie di intervento. Dinamiche psicologiche della gelosia retroattiva 1. Cognizioni distorte: chi soffre di gelosia retroattiva tende ad avere pensieri distorti riguardo al passato del partner. Può pensare che le relazioni passate fossero migliori dell’attuale o che il partner sia ancora legato emotivamente agli ex. Queste cognizioni alimentano sentimenti di insicurezza e inferiorità. 2. Ruminazione ossessiva: un tratto distintivo della gelosia retroattiva è la ruminazione ossessiva. L’individuo passa molto tempo a pensare al passato del partner, analizzando dettagli e creando scenari immaginari che aumentano l’ansia e la frustrazione. 3. Proiezione e confronto: la tendenza a confrontarsi con gli ex del partner è comune. Chi soffre di gelosia retroattiva spesso proietta le proprie insicurezze sugli ex, vedendoli come minacce costanti. Questo confronto continuo può diventare una fonte di stress cronico. Impatti emotivi e comportamentali La gelosia retroattiva può portare a una serie di conseguenze negative sia a livello individuale che relazionale: 1. Ansia e depressione: l’ansia legata alla gelosia retroattiva può diventare pervasiva, portando a sintomi di depressione. L’individuo può sentirsi costantemente preoccupato e triste, incapace di godere della relazione presente. 2. Controllo e manipolazione: in alcuni casi, la gelosia retroattiva può portare a comportamenti di controllo e manipolazione. L’individuo può cercare di limitare le interazioni del partner con gli ex o monitorare i suoi movimenti, creando un ambiente relazionale tossico. 3. Sfiducia e risentimento: la costante preoccupazione per il passato del partner può erodere la fiducia reciproca. Il partner, sentendosi sotto costante scrutinio, può sviluppare sentimenti di risentimento, portando a conflitti e alienazione. Strategie di intervento e gestione Per affrontare efficacemente la gelosia retroattiva, è fondamentale adottare un approccio multifacetato che includa tecniche cognitive, comportamentali e relazionali. 1. Ristrutturazione cognitiva: la terapia cognitivo-comportamentale (CBT) può essere estremamente utile nel trattare la gelosia retroattiva. Questa tecnica aiuta a identificare e modificare i pensieri distorti, sostituendoli con cognizioni più realistiche e positive. 2. Mindfulness e accettazione: le pratiche di mindfulness possono aiutare a gestire l’ansia e la ruminazione. Imparare a vivere nel momento presente e ad accettare i propri sentimenti senza giudicarli può ridurre l’impatto della gelosia retroattiva. 3. Dialogo aperto e onesto: una comunicazione aperta e onesta con il partner è essenziale. Esprimere i propri sentimenti in modo non accusatorio e ascoltare le rassicurazioni del partner può migliorare la comprensione reciproca e rafforzare la fiducia. 4. Sviluppo dell’autostima: lavorare sulla propria autostima è cruciale per combattere l’insicurezza che alimenta la gelosia retroattiva. Attività che promuovono l’autoefficacia e l’autocompassione possono avere un impatto positivo significativo. 5. Supporto terapeutico: nei casi più gravi, il supporto di un terapeuta qualificato può fare la differenza. La terapia di coppia può anche essere utile per affrontare le dinamiche relazionali e costruire una base di fiducia e rispetto reciproco. La gelosia retroattiva rappresenta una sfida complessa che può minare le fondamenta di una relazione sana. Riconoscere questa forma di gelosia e comprendere le sue dinamiche è il primo passo verso la guarigione. Attraverso la consapevolezza, la comunicazione e il supporto terapeutico, è possibile superare la gelosia retroattiva, costruendo una relazione basata sulla fiducia, sull’accettazione e sull’amore reciproco. La chiave è lavorare insieme per affrontare le insicurezze e valorizzare il presente, lasciando andare i fantasmi del passato.

Gaslighting: Una forma di Manipolazione Mentale

Il termine deriva dal film Gas light del 1938 e dai suoi rifacimenti successivi, tra cui vale la pena ricordare Rebecca – la prima moglie di Alfred Hitchock (1940). In questi film è descritto bene il contesto in cui avviene la violenza psicologica. Un marito occupato a frugare casa per trovare le ricchezze della moglie abbassa, come effetto collaterale delle sue ricerche, l’intensità di alcune luci a gas.  La moglie se ne accorge e manifesta disappunto e disagio, ma il marito riesce a convincerla che tutto quello che sta avvenendo sia in realtà solo frutto della sua immaginazione, sostenendo che l’intensità delle luci è rimasta la stessa di sempre, facendola così impazzire. Così funziona il Gaslighting: la vittima viene gradualmente indebolita e resa malleabile, un disegno spietato che viene portato a compimento utilizzando una strategia subdola in cui si persegue il preciso obiettivo di deprimere totalmente il bersaglio. Il Gaslighter, così viene definito colui che mette in atto una manipolazione mentale, fa credere alla vittima di stare vivendo in una realtà che non corrisponde alla realtà oggettiva, la fa sentire sbagliata, mina alla base ogni sua certezza e sicurezza, in sostanza agisce su di lei un vero e proprio lavaggio del cervello.  La ricerca dimostra che nella stragrande maggioranza dei casi la vittima e il gaslighter sono vicini, quasi sempre partner o parenti stretti. Si tratta di una grave forma di perversione relazionale che rende le vittime talmente assuefatte e dipendenti da essere nella maggior parte dei casi inconsapevoli rispetto a ciò che sta loro accadendo.  La violenza si cronicizza non appena la vittima entra nella fase depressiva, quella in cui si convince della ragione e anche della bontà del manipolatore (che si prende cura di lei, la capisce, la sostiene) che non a caso è spesso addirittura idealizzato. Ecco che si crea così il paradosso, in cui la vittima idealizza il proprio carnefice. Proprio per quanto detto finora è difficile che chi è vittima del gaslighter si renda conto della situazione perversa in cui vive e chieda aiuto, cosa ancor più vera se si pensa che essa diventa così dipendente da isolarsi anche a livello sociale per la paura di essere inadeguata o giudicata pazza.  Spesso la richiesta di aiuto o la capacità di far “aprire gli occhi” alla vittima arriva da chi le sta intorno, familiari, amici o colleghi. È allora che può e deve iniziare il percorso di ricostruzione della propria identità, della fiducia e del senso di sé che porti la donna a liberarsi da una relazione perversa e dolorosa. L’obiettivo principale del gaslighting, infatti, è proprio quello di minare l’autonomia e la capacità valutativa dell’altro; per acquisire il pieno controllo sulla sua vita.Per raggiungere l’obiettivo di svalutare progressivamente la propria vittima, inizialmente il Gasligther utilizza una leggera ironia (ad es., sulla forma fisica o sul modo di vestire, di parlare, ecc.). Infine, si dedica accuratamente e impietosamente all’insinuare dubbi sulla moralità dell’altro, sulla sua lealtà, intelligenza, onestà. Colpisce uno a uno, tutti i suoi punti di riferimento affettivi per condurla progressivamente all’isolamento, talvolta totale. Nonostante il gaslighting sia considerato una forma di violenza psicologica, in Italia esso non viene di per sé identificato come reato o come crimine espressamente previsto dal Codice penale. Tuttavia, di fronte ad abusi psicologici è possibile riconoscere la presenza di differenti tipologie di reato come: maltrattamenti; violazione degli obblighi di assistenza familiare; minaccia e stalking. È pertanto importante che la vittima che ha subito un danno da gaslighting denunci l’abusatore per ricevere l’aiuto necessario. 

Gaslighting e manipolazione relazionale

Come riconoscere forme sottili di abuso emotivo Un abuso invisibile ma potente Non tutte le ferite emotive sono visibili. Alcune lasciano cicatrici profonde pur senza urla, minacce o aggressioni dirette. Il gaslighting è una di queste: una forma insidiosa di manipolazione psicologica che mina la percezione della realtà di chi la subisce, fino a indurre dubbi su sé stessi, sulla propria memoria e sul proprio giudizio.Il termine deriva dal film Gaslight (1944), in cui un uomo manipola sistematicamente la moglie, facendola credere pazza per coprire i propri crimini. Oggi, il gaslighting è riconosciuto come una delle forme più sottili e tossiche di abuso emotivo relazionale, presente non solo nelle coppie, ma anche in contesti familiari, lavorativi e persino terapeutici. Cos’è il gaslighting? Il gaslighting è una tecnica manipolatoria che si basa sulla negazione sistematica della realtà dell’altro. Chi lo mette in atto – spesso in modo subdolo e reiterato – distorce i fatti, minimizza emozioni legittime, mente, cambia versione, attribuisce colpe e semina insicurezza.Esempi tipici includono: “Ti stai immaginando tutto.” “Sei troppo sensibile.” “Non è successo così, stai confondendo.” “Hai bisogno di aiuto, non sei stabile.” Nel tempo, questi messaggi fanno sentire la vittima insicura, dipendente e incapace di fidarsi di sé stessa. Il gaslighting è tanto più efficace quanto più si basa su una relazione di fiducia o affetto: più l’abusante è vicino, più il danno è profondo. Le fasi del gaslighting Molti esperti identificano tre fasi principali nel processo manipolatorio del gaslighting: Idealizzazione: all’inizio, il manipolatore può apparire affettuoso, attento, persino adorante. Si crea un legame forte che induce fiducia. Svalutazione: iniziano le critiche velate, le contraddizioni, i commenti destabilizzanti. La vittima inizia a dubitare di sé stessa. Controllo: ogni tentativo di autodeterminazione è minato. La realtà viene riscritta, e la vittima si convince di essere inadeguata o “malata”. Come riconoscere il gaslighting Riconoscere il gaslighting può essere difficile, soprattutto quando avviene gradualmente. Tuttavia, ci sono segnali ricorrenti che possono aiutare a identificarlo: Ti scusi costantemente, anche quando non hai fatto nulla di sbagliato. Ti senti confuso o “smarrito” dopo le conversazioni con una certa persona. Hai la sensazione di non poter mai fare la cosa giusta. Cominci a dubitare della tua memoria o lucidità mentale. Eviti di esprimere i tuoi pensieri per paura di essere ridicolizzato o contraddetto. Ti isoli da amici o familiari per “evitare problemi”. Se questi segnali sono ricorrenti, è importante fermarsi e riflettere: non sei tu il problema. Differenza tra conflitto e manipolazione Non ogni disaccordo o critica è gaslighting. È normale discutere e avere opinioni diverse. La differenza sta nell’intenzione e nella ripetitività. Il gaslighting non è un episodio isolato, ma un pattern comunicativo sistematico volto a dominare e disorientare l’altro.Un partner sano può dire: “Non la vedo come te, ma capisco il tuo punto di vista.”Un manipolatore dirà: “Quello che pensi è assurdo, stai esagerando come sempre.”Il primo valorizza la relazione, il secondo la mina. Cosa fare se sei vittima di gaslighting Liberarsi dal gaslighting non è facile, soprattutto quando la relazione è affettivamente importante. Tuttavia, ci sono passi fondamentali per riappropriarsi della propria realtà: Tieni traccia dei fatti: annota episodi, frasi, situazioni. Ti aiuterà a distinguere realtà e manipolazione. Cerca un confronto esterno: amici fidati, terapeuti o gruppi di supporto possono offrire uno specchio più obiettivo. Riscopri la tua voce interiore: pratica l’auto-riflessione e riprendi fiducia nella tua percezione e nei tuoi bisogni. Stabilisci confini: anche a costo di allontanarti, è importante proteggere il tuo spazio mentale. Valuta un supporto psicologico: una psicoterapia può aiutarti a ricostruire l’autostima e riconoscere i pattern relazionali disfunzionali. Conclusione Il gaslighting non lascia lividi, ma può erodere l’identità, l’autostima e la libertà interiore. È fondamentale riconoscerlo per interrompere la spirale di abuso e recuperare il proprio centro. Nominare ciò che accade è già un primo atto di liberazione.La realtà non va negoziata: se ti senti confuso, svalutato o invisibile in una relazione, forse è il momento di ascoltarti davvero. Bibliografia Abramson, K. (2014). Turning up the lights on gaslighting. Philosophical Perspectives, 28(1), 1-30. Dorpat, T. L. (1996). Gaslighting, the Double Whammy, Interrogation, and Other Methods of Covert Control in Psychotherapy and Analysis. Jason Aronson. Sweet, P. L. (2019). The Sociology of Gaslighting. American Sociological Review, 84(5), 851–875. Sarkis, S. (2018). Gaslighting: Recognize Manipulative and Emotionally Abusive People—and Break Free. Da Capo Lifelong Books. Stines, S. M. (2017). The Gaslighting Effect: How to Spot and Survive the Hidden Manipulation Others Use to Control Your Life. Skyhorse Publishing.

GAMIFICATION E PSICOLOGIA

La gamification è una strategia che utilizza elementi tipici del gioco in contesti non ludici, come nel marketing. L’obiettivo è quello di aumentare il coinvolgimento, la motivazione e la fidelizzazione degli utenti, sfruttando meccanismi psicologici ben noti. Ci sono una serie di principi psicologici alla base della gamification. La gamification fa leva sia sulla motivazione intrinseca sia su quella estrinseca. La prima fa leva sul piacere di giocare e imparare, la seconda su ricompense, premi e riconoscimenti. I giochi offrono sfide e obiettivi chiari, così da permettere agli utenti di misurare i propri progressi e di sentirsi competenti. Inoltre, molti giochi includono elementi sociali, come classifiche, sfide di gruppo e community online; questi soddisfano il bisogno di appartenenza e di interazione sociale. Infine, elementi come premi casuali, contenuti esclusivi e aggiornamenti frequenti mantengono alto l’interesse e la curiosità degli utenti. Molti brand utilizzano la gamification per coinvolgere i propri clienti e aumentare le vendite. Ecco alcuni esempi: L’app di Nike Run Club utilizza elementi di gamification per incoraggiare gli utenti a correre di più, ad esempio offrendo sfide, obiettivi personalizzati e riconoscimenti virtuali. Questo fa leva sulla motivazione intrinseca e sul senso di competenza. Duolingo, l’app per l’apprendimento delle lingue, utilizza un sistema di punti, livelli e classifiche per rendere l’esperienza divertente e coinvolgente. Questo sfrutta sia la motivazione intrinseca (il piacere di imparare), sia quella estrinseca (i premi virtuali). Il programma fedeltà di Sephora (Sephora Beauty Insider) offre punti e premi esclusivi ai clienti, in base al loro livello di spesa. Questo crea un senso di appartenenza e di esclusività. La gamification è uno strumento potente che, se utilizzato correttamente, può portare a risultati significativi in termini di coinvolgimento, fidelizzazione e vendite.