Questo non si dice!Frasi da non dire ai bambini

Quante volte ci scappano frasi di cui ci pentiamo!quali sono le frasi da non dire ai bambini per preservare la loro integrita’? Le parole hanno un peso, sia quando ci confrontiamo tra adulti, sia, ancora di più, quando parliamo ai più piccoli. Il modo in cui si esprimono i genitori,i nonni e chi sta attorno al bambino, influenza la crescita dei bambini. Usare un linguaggio positivo aiuta a stimolare l’interlocutore. I bambini, in particolare, prendono per vero tutto quello che sentono, per questo ora più che mai chi circonda un bambino dovrebbe prendersi un attimo per riflettere su alcune frasi dirette ai bambini. Parlare ai bambini è un atto di responsabilità e va preso sul serio. quali sono le frasi da evitare? 1. “Se fai così non ti voglio più bene” Assolutamente da evitare dal momento che il suo effetto è devastante. Si tratta infatti di un vero ricatto emotivo, il piccolo viene sottoposto a un inutile stress nel timore di perdere l’amore, ritiene inoltre che sia tutta colpa sua. Con questa frase si incentiva il senso di colpa. Il bimbo invece dovrebbe sempre avvertire l’affetto e il bene familiare 2. “Faccio io, tu non sei capace” Dire a un bambino che non è capace a fare qualcosa è un modo sbagliato di definirlo come inetto. Lasciatelo fare e intervenite solo se lui vi chiede aiuto. 3. “Sei cattivo” Mai mettere il bambino in cattiva luce, è necessario invece spiegare che quel comportamento non è educato. Limitate anche gli aggettivi: “buono”, “capriccioso”, “brutto”, se ripetete a un bimbo che è cattivo finirà per crederci e ad esserlo. 4. “Tuo fratello (sorella) si comporta bene, perché tu no?” Ogni bimbo è a sé e a nessuno piace essere oggetto di paragoni con altri, soprattutto se criticato. Il bimbo va valutato nella sua singolarità. Il paragone lo confonde e rende insicuro. L’effetto sarà contrario: protesterà perché risentito e molto probabilmente non farà quello che volete fargli fare. 6. “Vai via!” E’ normale che, ogni tanto, i genitori abbiano bisogno di una pausa. Se però ripetiamo continuamente “Ora ho da fare“, allontanandoli, si convinceranno che non vale la pena parlare con noi. Questo si rifletterà anche nel comportamento in età più adulta. 7. “Piangi per niente!” Mai ridicolizzare i loro dispiaceri, perché così non si sentiranno compresi e, cresciuti, non vi racconteranno i loro problemi più seri. Cercate sempre di consolarli. 8. “Non ci riuscirai mai!” Occorre sempre incoraggiare i bimbi a raggiungere i loro obiettivi, e se non ci riescono li si può aiutare cercando un modo diverso per raggiungerlo o cambiando attività, cercando di non fare pesare la sconfitta. 9. “Sei come tuo padre/madre” Mai sminuire o denigrare un genitore e soprattutto mai paragonare un bambino a un modello negativo. Il piccolo si potrebbe spaventare e chiudere in se stesso. come comportarsi? I bambini, per crescere, devono sentirsi unici, speciali, e avere stima di sé. Se si sentono rifiutati, cresceranno insicuri e timorosi. Cerchiamo di guardare più spesso negli occhi i bambini e comunicargli che sono preziosi anche nelle loro imperfezioni. Solo cosi’ diverranno adulti che sanno amare.

Come sono gli adolescenti di oggi

L’adolescenza è una tappa evolutiva che consente il passaggio dall’infanzia all’età adulta, o almeno così dovrebbe essere. Oggi sembra che in alcune persone, invece, sia uno stato continuo in cui vivono per troppi anni. Gli adolescenti sono un mondo a parte, un mondo meraviglioso e imprevedibile, spesso incomprensibile. I genitori pretendono che i figli adolescenti siano responsabili, ordinati, maturi…. Ma non ricordano più loro com’erano a quell’età ?!? È un’età complessa e affascinante allo stesso tempo poiché ci si sente padroni del mondo e allo stesso tempo un puntino nell’oceano. Alle scuole medie si vedono ragazzini che iniziano il loro percorso di studio che sono ancora dei bambini e che all’ultimo anno “sbocciano” e diventano adolescenti a tutti gli effetti. La preadolescenza (dagli 11 ai 13 anni circa), segna la fine della fase di latenza ed è un periodo in cui avviene un aumento delle pulsioni libidiche ed aggressive, maschi e femmine intraprendono percorsi di sviluppo psicologico diversi a questo punto. Dentro di loro avviene un cambiamento radicale: gli ormoni impazziscono, il corpo cambia e le emozioni si confondono, spesso passano dall’euforia alla depressione in un attimo. Questa è l’età in cui si definisce meglio la personalità, si mette in ordine il proprio vissuto infantile per strutturarsi maggiormente. Lo psicoanalista Peter Blos, basandosi sul lavoro di Margaret Mahler, parla di un secondo processo di separazione-individuazione attraverso il quale gli adolescenti cercano di definire la loro nuova identità affrancandosi dai genitori e dalla loro famiglia migrando nell’età adulta. Questo è un processo che si alterna fra il desiderio di emancipazione dai genitori e la paura regressiva che ne impedisce il distacco. Nella prima fase dell’adolescenza (dai 13 ai 15 anni circa) i ragazzi sono fortemente influenzati dal gruppo dei pari ed affrontano la sfida della separazione rompendo i legami con gli oggetti primari. Successivamente (dai 15 ai 18 anni circa) emergono con forza gli impulsi sessuali e forme più evolute di pensiero. Nella tarda adolescenza (dai 18 ai 20 anni) la struttura fisica si solidifica e si delineano gli interessi nelle aree del lavoro, dell’amore e dell’ideologia. Dopo queste fasi, segue quella della post-adolescenza che armonizza le varie parti della personalità dei soggetti facendoli approdare all’età adulta. L’adolescenza è anche l’età in cui emergono le patologie psichiatriche, che possono andare dal disturbo alimentare al disturbo di personalità. A volte, inizialmente è difficile capire il confine tra malattia mentale ed un normale comportamento adolescenziale. Gli adolescenti spesso non pensano, agiscono senza rendersi conto delle conseguenze delle loro azioni. Nel mondo psicoanalitico, il concetto di acting out significa “passaggio all’atto” cioè il mettere in atto una serie di comportamenti inconsci, impulsivi, atti che potrebbero arrivare addirittura all’omicidio o al suicidio. Per questo motivo l’età adolescenziale è una fase molto delicata e complessa.

Avere a che fare con la perdita durante il Covid-19

Il Covid-19 ha obbligato il genere umano a rapportarsi con la perdita: un aspetto che fa parte della vita, spesso mal tollerato. Tutti, nel corso di questi ultimi due anni, abbiamo ascoltato telegiornali o programmi televisivi o conferenze che ci hanno riportato un numero sempre maggiore di decessi, mentre alcuni di noi, oltre ad ascoltare determinate notizie alla televisione, purtroppo hanno perduto persone care e vivono ancora più da vicino gli effetti disastrosi di questa pandemia. Ognuno di noi ha la sua storia e a ognuno di noi il Covid-19 ha fatto perdere qualcosa o qualcuno. Pertanto vorrei che ciascuno provasse a indirizzare le parole di questo testo alla propria esperienza. Perché la perdita ha accomunato tutti: chi ha perso la possibilità di avere vicino gli amici o i familiari che vivono lontano; chi ha perso l’occasione di salutarsi o la possibilità di festeggiare; chi ha perso il lavoro e tutti abbiamo perso la nostra quotidianità e il ritmo che scandiva le nostre giornate. Le fasi del lutto: Elisabeth Kubler Ross ha descritto cinque fasi che conducono all’elaborazione di una perdita e che non devono necessariamente presentarsi in questa sequenza:   Negazione: “non posso crederci, sembra un film, è surreale“. La realtà e il dolore è talmente intollerabile che abbiamo bisogno di difenderci, rifiutando che sia vero. Contrattazione: nonostante i momenti di sconforto, vi sono anche momenti in cui si immagina il dopo e si sognano le cose che si vorrebbero fare. Rabbia: ci si sente soli e si ha bisogno di direzionare la rabbia esternamente (verso il sistema, verso gli altri) oppure internamente. Depressione: sembra non esserci proprio via d’uscita, questa è la fase in cui si guarda con maggiore consapevolezza alle perdite subite. Accettazione: si riesce a creare un nuovo equilibrio che ci definisca e che sia in continuità con la nostra storia personale Perché è così difficile che l’elaborazione avvenga durante la diffusione di questo virus? Più la perdita avviene improvvisamente, senza avere la possibilità di prepararsi all’idea che “da domani” bisognerà abituarsi a vivere la quotidianità in un modo diverso, più diventa difficile riuscire a reintegrarla nella propria storia; inoltre l’elaborazione inizia anche grazie a dei rituali, dei gesti che aiutano a  prendere consapevolezza di ciò che è avvenuto, a tirare fuori le proprie risorse e a proseguire nel corso della propria vita, nonostante il dolore subito. Chi ha creato una nuova routine probabilmente avrà notato un graduale adattamento alla nuova realtà, avvenuto proprio grazie all’utilizzo di strategie di coping. In psicologia, con il termine coping, si fa proprio riferimento a tutte quelle strategie mentali e comportamentali che consentono all’individuo di fronteggiare lo stress e le difficoltà che si presentano. Quando si sceglie di agire, nonostante la sofferenza provata, si sta ampliando la flessibilità psicologica donando vitalità alla propria vita. Mantenendo, invece, una visione di sé e del mondo rigida, ci si focalizzerà soltanto su ciò che non può essere fatto, perdendo la possibilità di compiere azioni che riempiano i momenti e che conducano a realizzare obiettivi che aggiungano valore alla propria vita. E’ proprio durante una crisi che ci si sente più fragili poiché viene messo in discussione il proprio equilibrio. L’etimologia del termine “crisi” deriva dal latino crisis e dal greco κρίσις (scelta, decisione). E la crisi rappresenta, pertanto, anche il momento più fertile, quello in cui abbiamo l’opportunità di recuperare la dimensione della creatività, della vitalità e riorganizzare la propria vita in un modo diverso. “L’ordine è necessario per non perdersi, il disordine per ritrovarsi” Radomska Ma come fare? Essere bloccati, “sentire che la propria vita sia ferma” può diventare occasione di ripartenza. Pensiamo a un corridore che, prima di iniziare la sua corsa o vincere una maratona, è fermo nella sua postazione di partenza fino allo scoppio di un colpo di rivoltella che sancisce il “via!”

Lo farò domani… Procrastinare è umano, ma a volte diventa diabolico

Qual è la portata psicologica della procrastinazione? L’abbiamo provata tutti: è un irresistibile chiamata a rimandare qualcosa, a non iniziare un compito, a ritardare in ogni modo. E per alcuni, con l’andare del tempo, diventa una trappola faticosa, che rende molte azioni quasi impossibili, perché incagliate nella palude della sospensione. Ma cosa significa per la nostra mente procrastinare? La ricerca neuroscientifica ha trovato evidenze del fatto che l’amigdala è coinvolta anche nella procrastinazione. Ne abbiamo già parlato, a proposito delle memorie traumatiche e dei sogni a contenuto spaventoso: l’amigdala è quella struttura a forma di mandorla che si è sviluppata nel nostro cervello in un lungo passato evolutivo e che funziona da meccanismo di sopravvivenza, per proteggerci dal pericolo. La sua funzione iniziale, in presenza di minacce nell’ambiente che ci circondava, era quella di rilasciare ormoni utili a spingerci a fuggire dalla situazione pericolosa incontrata. Oggi siamo raramente in presenza di minacce per la nostra sopravvivenza, non incontriamo tigri o orsi o predatori voraci ogni giorno; ma il meccanismo si attiva anche quando incontriamo un compito che troviamo poco attraente, difficile o che ci provoca ansia nella vita quotidiana. Quando il sistema limbico individua un come minaccioso, sgradevole, complicato, l’amigdala si attiva come davanti a un T-rex, per spingerci a evitare la fonte della minaccia. Evitandolo oggi e domani, e domani ancora, ci troviamo a procrastinare indefinitamente. Ma quale soluzione si può tentare, per evitare di evitare? Molte ricerche concordano nello stabilire come una tabella di marcia possa funzionare da “calmante” per l’amigdala.  In poche parole, è in nostro potere attenuare la reazione al compito che sentiamo come difficile o ansiogeno. Si tratta di avvisare – passatemi il termine – il nostro cervello: ad esempio, informarlo che ci esporremo solo per poco tempo alla minaccia. Un’azione volontaria e specifica che può disinnescare, o perlomeno attenuare, il sistema di protezione automatico. Un esempio pratico? Programmare un timer per dedicare 25 minuti, senza distrazioni, all’azione che vorremmo rimandare; finiti i 25 minuti, sospendere e fare una pausa di 5 minuti; ripetere per quattro volte e poi riposarsi per una trentina di minuti. È una tecnica semplice, che consente di ottenere risultati utili, iniziando a fare progressi verso l’obiettivo finale. A questo punto, occorre registrare e apprezzare ogni piccolo avanzamento: i ricercatori hanno rilevato che celebrare ogni piccola vittoria sostiene la motivazione e la aumenta ogni volta, nella direzione di raggiungere l’obiettivo. Quindi: rassicurare il sistema limbico con un’azione frammentata e registrare e celebrare i primi risultati, che rinforzano la motivazione, è un esercizio che può aiutare ad evitare la procrastinazione. Per diventare più produttivi e sentirsi più soddisfatti di sé.

Iperconnessione e insonnia: siamo la società che non dorme mai

iperconnessione insonnia

Iperconnessione e insonnia: quando il nostro rapporto con la tecnologia genera stress.Nei precedenti articoli abbiamo parlato delle implicazioni psicologiche correlate all’uso delle nuove tecnologie. L’avvento di questi nuovi canali ha generato una profonda trasformazione nel modo di comunicare e relazionarci e nel comportamento umano online e offline nella sua globalità. Nonostante siano un preziosissimo strumento, l’uso poco consapevole dei social network e di internet può generare comportamenti disfunzionali, che si sono accentuati notevolmente durante il lockdown. Le fisiologiche limitazioni imposte dalla pandemia hanno portato a un utilizzo smisurato degli strumenti digitali per proseguire le normali azioni della vita quotidiana e colmare l’assenza di contatto e relazioni in presenza. Abbiamo visto così nascere problematiche di internet addiction e di social addiction, ovvero veri e propri casi di iperconnessione e dipendenza dai nuovi media. In particolare sono aumentati fenomeni come la nomofobia: l’utilizzo compulsivo dello smartphone e dei social network e la costante sensazione di perdersi qualcosa se non si è perennemente connessi. Ma lo stress generato dall’iperconnessione non riguarda soltanto i momenti di svago, anzi. L’introduzione dello smart working ha costretto le persone meno avvezze alla tecnologia ad apprendere e padroneggiare in breve tempo gli strumenti digitali, facendo i conti con un senso di inadeguatezza e impotenza che genera distress e frustrazione. L’iperstimolazione tecnologica del telelavoro e la costante reperibilità da remoto ha reso sempre più labili i confini tra vita privata e vita professionale, fonte di stress perpetrato che spesso genera in burnout: sindrome da esaurimento emotivo. L’estensione delle ore di lavoro, già difficili da conciliare con la vita domestica, ha portato ad una drastica riduzione delle ore di sonno caratterizzate inoltre da una scarsa qualità del riposo. Questo fenomeno è stato approfondito dall’indagine condotta dall’Università dell’Aquila durante il primo lockdown su 2.123 italiani, da cui è emersa una forte correlazione tra insonnia e dipendenza digitale.In particolare negli utenti che hanno intensificato l’esposizione ai dispositivi digitali, è stato riscontrato un notevole peggioramento della qualità del sonno, caratterizzato da sintomi di insonnia, riduzione delle ore di riposo e ritardo nelle fasi di addormentamento e risveglio. Ancora una volta questi risultati ci portano a riflettere sul bisogno di educazione e preparazione all’utilizzo consapevole delle nuove tecnologie per integrarle nella propria vita quotidiana in maniera corretta, sana ed efficace.

Cambiamenti del clima familiare durante l’adolescenza

cambiamenti

L’arrivo dell’adolescenza in una famiglia provoca molteplici cambiamenti che si riflettono su tutti i componenti. La maggior attenzione è posta prevalentemente sui mutamenti fisiologici che la pubertà manifesta sul corpo dell’adolescente. Il compito di sviluppo della famiglia, durante questo turbolento periodo, è favorire il processo di separazione ed individuazione del proprio figlio. I repentini cambiamenti fisiologici e psicologici dell’adolescente mettono continuamente in discussione la figura genitoriale. Questi ultimi sono impegnati, in una crisi anche sul piano personale e coniugale. I cambiamenti non interessano esclusivamente i ragazzi. Infatti, anche i genitori cominciano ad avvertire fasi primordiali dell’invecchiamento che, volente o nolente, scombussolano anche loro. Questa è una fase in cui il ciclo vitale della famiglia è costellato da un lato, dalla crisi adolescenziale e, dall’altro, da quella di mezza età. Capita spesso che i genitori sentono il desiderio di rivivere l’adolescenza comportandosi in maniera inadeguata all’età. Essi spingono, in modo consapevole o inconsapevole, a realizzare le loro aspettative e non quelle dei figli. Alcuni genitori entrano in competizione con i loro figli e cominciano a vestirsi in modo estremamente giovanile, usare un linguaggio tipico dell’adolescenza e si intromettono nelle discussioni, pensando di mettersi alla loro pari. Questi atteggiamenti, però, imbarazzano non solo i figli stessi, ma anche i loro amici. Altri genitori, invece, provano invidia verso gli adolescenti: i figli hanno vigore e vitalità, mentre in loro queste qualità stanno scemando, aumentando l’aspetto negativo della crisi. Tali atteggiamenti sono disfunzionali e non aiutano lo svincolo dell’adolescente, che viene visto come un prolungamento di se stessi. La buona riuscita del processo di individuazione dei figli dipende anche da come i genitori hanno elaborato la loro uscita dalla famiglia d’origine.

L’impatto psicologico della Procreazione Medicalmente Assistita

di Cinzia Iole Gemma Per affrontare la tematica della procreazione medicalmente assistita è necessario anzitutto definire cosa s’intende per fertilità e sterilità. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) una coppia è da considerare infertile quando non è in grado di concepire o di avere un bambino dopo un anno o più di rapporti non protetti, viceversa è da considerare sterile una coppia nella quale uno o entrambi i coniugi sono affetti da una condizione fisica permanente che non renda possibile avere dei bambini. Secondo l’OMS l’infertilità rappresenta un problema che colpisce il 10%-15% degli individui in età fertile, perciò su scala mondiale si stima l’infertilità di 50-80 milioni di soggetti, in particolari nei paesi industrializzati. Questo quadro secondo quanto riportato, può aumentare nel prossimo futuro, anche a causa di un numero crescente di donne che decidono di ritardare la possibilità di avere dei bambini. Per milioni di coppie nel mondo, l’impossibilità biologica di avere dei bambini è considerata come un dramma ed è descritta come un’esperienza che induce stress sia all’interno della coppia sia individualmente (Andreotti et al. 2000). La riproduzione o procreazione medicalmente assistita (PMA) si riferisce all’insieme di metodiche e trattamenti che aiutano il processo riproduttivo, siano esse chirurgiche, farmacologiche, ormonali o di altro tipo. La scelta di intraprendere un percorso di riproduzione assistita viene vissuta dalla coppia come l’ultima possibilità per poter coronare il proprio sogno. Ed è proprio in nome di tale desiderio che viene intrapreso questo percorso impegnativo, fatto di esami diagnostici, terapie e procedure più o meno invasive sul proprio corpo (Righetti et al. 2001). La PMA si pone come una pratica emotivamente costosa che investe gravosamente chi la affronta, ponendolo in una condizione di disagio emotivo. Scoprire e avere la consapevolezza di non essere abili al concepimento diventa fonte di alterazione della vita di coppia che coinvolge l’individuo con notevoli ripercussioni sociali e sofferenza personale che con il tempo non fanno altro che acuirsi diventando incontenibili andando a inficiare il benessere e l’equilibrio mentale (Conversano et al. 2007) L’infertilità è concettualizzata come una grave crisi nella vita. Una crisi che evoca reazioni emotive che è possibile classificare in quattro fasi principali: La fase iniziale (shock, sorpresa, negazione); la fase reattiva (frustrazione, rabbia, ansia, senso di colpa, dolore, depressione, isolamento); la fase di adattamento (accettazione) e una fase di risoluzione (pianificazione per soluzioni future). Le reazioni nel corso di una crisi sono determinati da fattori quali le influenze della manifestazione in sé, personalità preesistente, fattori culturali e il sostegno della famiglia e amici (Conversano et al. 2007). Gli effetti della diagnosi di sterilità hanno ripercussioni: · Sull’identità personale: conseguente perdita dell’autostima e dubbi rispetto alla propria identità e quella di coppia. · Rispetto alla relazione con il proprio partner: paura di essere abbandonati associata a un sentimento ambivalente che vede da una parte la chiusura nei confronti dell’altro e dall’altra ricerca di supporto e di avvicinamento. • Sulla vita sociale: isolamento e vergogna per la propria condizione. In questo contesto assume particolare importanza la reazione della coppia a tale diagnosi.  Le persone che affrontano tale realtà, infatti, si percepiscono come corpi malati che non sono in grado di procreare e quindi sottratti della possibilità di perpetuare sé stessi attraverso un’altra vita. La coppia va incontro a un vero e proprio trauma, con la presenza di sentimenti ambivalenti di vergogna e di invidia verso chi ha la possibilità di procreare. Successivamente si sviluppa un sentimento di perdita, del tutto analogo a quello provato durante un lutto vero e proprio. Le cognizioni di pretrattamento di impotenza e di accettazione rispetto alla possibile mancanza di figli sono i fattori che giocano un ruolo fondamentale nel determinare la risposta emotiva al fallimento del trattamento. Risulta quindi importante, fin dall’inizio, attivare un‘assistenza psicosociale dedicata a cambiare il significato della sterilità. Di conseguenza, il sostegno psicologico dovrebbe essere non solo specificamente mirato ad aiutare la donna a regolare la propria accettazione emotiva di un possibile fallimento del trattamento e dell’eventuale sterilità, ma anche offrire un’opportunità per discutere le reali possibilità di gravidanza e l’opportunità di continuare o meno il trattamento, compresi gli aspetti emotivi a lungo termine coinvolti nella decisione. I professionisti che si occupano della fertilità possono promuovere il processo di accettazione, discutendo i problemi d’infertilità con le coppie e migliorando la loro comunicazione sulla questione, cercando di pianificare con la coppia i trattamenti in caso di insuccesso e misurare eventuali differenze di motivazione per il trattamento tra i coniugi (Boivin et al. 2001; Kentenich et al. 2002). I professionisti dovrebbero anche preparare i loro pazienti alle possibili reazioni emotive che un trattamento senza successo può scatenare. Infatti, Hammarberg et al. (2008) sottolineano come sia necessario per la coppia informarsi sugli aspetti emotivi dei loro problemi di fertilità. Tale educazione psicosociale, ad esempio,si propone dispiegare in anticipo alla coppia che una maggiore sofferenza è una reazione naturale al trattamento senza successo e ciò potrebbe migliorare il loro controllo sulla risposta emotiva al fallimento del trattamento. Nella maggior parte dei casi, la conoscenza riassicurerà la coppia che ciò che sta sperimentando è parte di una reazione normale e non un’indicazione di regolazione disfunzionale. Bibliografia Andreotti S, Bucci AR, Marozza MI (1999). Gravidanza Fivet: rappresentazioni materne e aspetti psicologici. Psichiatria e Psicoterapia Analitica 18, 34-42. Ardenti R (1999). Il supporto psicologico durante l’iter della PMA. Bambini e genitori speciali? Dal bambino desiderato al bambino reale. Atti di Convegno Internazionale. Reggio Emilia 30-31 ottobre 1998 Roma: Percorsi editoriali. Boivin J, Griffiths E, Venetis CA (2011). Emotional distress in infertile women and failure of assisted reproductive technologies: meta-analysis of prospective psychosocial studies. British Medical Journal 223-342. Cecotti M (2004). Procreazione medicalmente assistita. Roma: Armando editore. Cipolletta S, Faccio E (2013). Time experience during the assisted reproductive journey: A phenomenological analysis of Italian couples’ narratives. Journal of Reproductive and Infant Psychology, 31(3), 285-298 Conversano G, Valentino V, Lensi E, Cela V, Artini PG, Genazzani AR (2007). Dalla diagnosi di sterilità/infertilità ai protocolli di procreazione assistita: vissuti psicologici delle coppie sterili. Giornale Italiano di

Arrivano i mostri: il dismorfismo corporeo e i disturbi alimentari

Vi è mai capitato di guardarvi allo specchio e vedere riflessa un’immagine che non assomiglia voi? E’ una sensazione comune quando ci si trova in un periodo do particolare affaticamento o stress o quando si ha un cattivo rapporto con il cibo. I disturbi della Nutrizione e dell’Alimentazione sono molto frequenti negli adolescenti e nei giovani adulti e trascurarne la cura può influire negativamente sullo sviluppo corporeo e sulla salute psicofisica degli individui. Alcuni studi hanno mostrato che le patologie legate all’alimentazione sono spesso ‘sottostimate’ cioè non vengono diagnosticate in tempi brevi e questo comporta un peggioramento del decorso del disturbo. Si può dire con chiarezza, grazie alla numerosa mole di studi condotti sull’argomento che il cibo, come tramite simbolico tra il mondo interno e il mondo esterno, benesi presta come mezzo per esprimere il disagio e le difficoltà relazionali. Il Ministero della Salute nel 2018 a seguito di una riflessione profonda sull’argomento ha istituito il CODICE LILLA, un iter ospedaliero pensato appositamente pe accogliere e avviare un percorso terapeutico, sia medico che psicologico mirato per chiunque si presenti in Pronto Soccorso con un sospetto Disturbo Alimentare. L’obiettivo del progetto è quello di formare in maniera adeguata gli operatori sanitari per permettere una migliore identificazione e assistenza per le persone con patologie connesse ai disturbi dell’alimentazione ed evitare così interventi frammentati, dispersivi ed inefficaci, se non addirittura la non identificazione del disturbo sotteso ai sintomi portati in Pronto Soccorso. La definizione di questo codice ha poi portato al rinnovamento delle Linee Guida nazionali per la riabilitazione nutrizionale introducendo la parte riguardante gli operatori di Pronto Soccorso. Nella situazione familiari gli aspetti sa tenere sott’occhio sono i seguenti: una repentina perdita di peso, l’abitudine a sminuzzare il cibo in pezzetti piccoli o piccolissimi, fare tanta attività fisica, l’uso di diuretici o lassativi, le continue lamentele di sentirsi o vedersi grassi quando ciò non corrisponda alla realtà. L’attenzione ai sintomi ed il contatto con professionisti qualificati associati ad un trattamento precoce e standardizzato costituiscono la modalità più efficace di intervento.

Amore, illusione e idealizzazione

Ci si innamora a partire da una idealizzazione. Come afferma Nietzsche: “L’amore ha un impulso segreto a vedere nell’altro come possibili le cose più belle del mondo, o a innalzarlo più in alto possibile: ingannarsi a questo riguardo sarebbe per esso un piacere e un vantaggio – e così si fa“. Si tratta di un meccanismo psicologico per mezzo del quale il proprio ideale di perfezione viene proiettato all’esterno, sull’altro e sulla relazione. E per mezzo del quale ci si innamora, quindi, più dell’immagine interna costruita del partner che non della persona reale. La ricerca di fusione e l’alienazione Quando si è innamorati si cerca di ridurre la distanza dall’altro, per inseguire quel sogno di fusione che dà illusione di sicurezza. Vi è la tendenza a compiacere le aspettative della persona amata per assicurarsi la sua approvazione e il suo amore. Fino a immedesimarsi, all’estremo, nei suoi gusti, nei suoi modi di essere e agire, con una perdita della propria identità. O, anche, vi può essere una tendenza al possesso, quando il mondo è percepito come una minaccia per quell’unione che la passione desidera totale. La dimensione illusoria della coppia si basa su di un gioco di rispecchiamenti e idealizzazioni reciproche in cui ciascuno proietta sull’altro il proprio ideale e si identifica a sua volta nell’immagine idealizzata dell’altro. In questo modo viene a stabilirsi non solo un rapporto di dipendenza ma una condizione di alienazione. Ciascuno nega gli aspetti di sé indesiderati e si rifugia in una fantasia narcisistica di perfezione e grandiosità. Nessuno dei due vede l’altro, nè può essere se stesso. E così, la distanza invece di ridursi diventa insanabile poichè, in questo stato di cose, e di inganno, non vi può essere alcun incontro reale. “Sarò come tu mi vuoi” rappresenta la promessa d’amore mediante cui ci si dona nel tentativo di garantirsi un riparo dalla perdita e dall’abbandono. E, al tempo stesso, rappresenta la via salvifica da sé stessi, come fuga dalle proprie parti indesiderate, dalle proprie fragilità e dai propri limiti. La relazione può trasformarsi dunque in un viaggio lontano da sé. Nella via breve con cui aggirare la lentezza e l’impegno della crescita, trovando soluzioni rapide in strategie infantili di manipolazione ed evitamento. L’amore è differenziazione e autenticità Perchè sia possibile l’amore, è necessario che il gioco di specchi dell’idealizzazione iniziale si rompa. E’ necessario, innanzitutto, tornare a sé. Riappropriarsi di tutto il proprio essere. Degli aspetti disconosciuti e rifiutati, delle fantasie e degli ideali proiettati. Correre il rischio di sentire la propria solitudine. Differenziarsi. E da questa posizione, di autonomia e autenticità, iniziare a vedere l’altro per com’è realmente, con le sue caratteristiche e i suoi bisogni. Nella sua specifica esistenza. Occorre essere disposti ad abbandonare la fantasia infantile di fondersi simbioticamente, la passività del nascondersi dietro l’ammirazione idealizzante e il gioco della seduzione, per assumersi la duplice responsabilità di amare ed essere amati. Dunque nessuna alienazione. Nessuna rinuncia a sé stessi e nessun possesso. L’amore si costruisce nel riconoscimento delle differenze. In quella forma di abbandono all’altro che trova il suo punto di equilibrio nella cura della distanza. Due autenticità, due autonomie che si incontrano. Chi ama dice: “Voglio che tu sia quello che sei” (Agostino).

DSA: tanti modi di apprendere

Ancora oggi quando si sente parlare di DSA si pensa subito a due cose: a una grave disabilità intellettiva che non ti permette di comprendere e affrontare “come gli altri” la vita scolastica o si pensa che sia solo una scusa per avere delle agevolazioni scolastiche. Partiamo con il definire che cosa sia il DSA. È un disturbo specifico dell’apprendimento, ovvero è una manifestazione atipica di alcune specifiche procedure di apprendimento come lettura, scrittura o abilità matematiche. Fanno parte dei disturbi nel neurosviluppo e questa specifica atipicità di funzionamento è presumibilmente dovuta a disfunzioni del sistema nervoso centrale.  Ci sono comorbilità con molti disturbi ma non implica una disabilità cognitiva. È molto importante sottolineare che sia un modo di apprendere che necessita di un’ulteriore personalizzazione e non semplificazione. I DSA si riferiscono principalmente alle aree di lettura, scrittura e competenze matematiche. Tra i disturbi della scrittura e lettura si annoverano la dislessia, è un disturbo specifico nell’apprendimento della decodifica di lettura quindi della decifrazione dei simboli. Per dislessia si deve intendere solo uno specifico disturbo nella velocità e nella correttezza della scrittura. La disortografia, uno specifico disturbo nella correttezza della scrittura, interessa il processo di trascrizione tra fonologia e rappresentazione grafemica della parola, da distinguere dalla correttezza morfosintattica. Per disgrafia si intenda una specifica difficoltà nella realizzazione manuale dei grafemi e quindi nel grafismo. Le difficoltà nelle competenze matematiche come riconoscere i segni, difficoltà a ordinare in colonna i numeri, non riuscire a compiere a livello pratico operazioni o lo studio della cognizione numerica e dei processi di conteggio e calcolo, sono definiti discalculia.  Il disturbo specifico di apprendimento ha anche una matrice evolutiva, ovvero si manifestano nell’infanzia, tipicamente possono essere riconosciuti i primi segnali già dalla seconda/terza primaria ma si riscontrano anche in periodi più tardivi come in adolescenza. Non si deve non tenere presente che chi ha un DSA può avere ripercussioni su altri ambiti interconnessi al rendimento scolastico come la motivazione e anche l’autostima. Il problema principale è la frustrazione che consegue ai “fallimenti accademici”, infatti questi bambini e ragazzi si sforzano moltissimo nello studio e nel cercare di rimanere al passo ma non riescono a ottenere gli stessi risultati dei coetanei nonostante impieghino maggiori sforzi. Infatti, una delle cause dell’abbandono scolastico è attribuibile a un non riconoscimento di tale specificità di apprendere; se si attuassero progetti funzionali al sostegno e all’implementazione delle capacità il livello di frustrazione e di autostima legata all’autoefficacia scolastica sarebbero ridotte presupponendo una riduzione dell’abbandono scolastico. Ne consegue che la certificazione debba essere funzionale alla costruzione di un progetto formativo personalizzano (BES) che porti gli studenti alle stesse conoscenze ma con particolari accorgimenti in modo tale che gli sforzi vengano ripagati e venga stimolata la motivazione ad apprendere. È importante non considerare la certificazione né come escamotage per avere meno carico di studio né come modalità commiserativa in quanto una persona non abbia le abilità per stare al passo con gli altri; la diagnosi non deve essere un’etichetta ma deve fungere da strumento per indirizzare un lavoro volto a promuovere e supportare le capacità del bambino/ragazzino che rischia di avere difficoltà non solo sul piano scolastico ma anche a livello sociale, di autostima e motivazionale. Recenti studi (Baird et al, 2009) hanno mostrato che individui con DSA tendono a adottare modelli di autoregolazione cognitiva disfunzionali, fanno sì di aggravare la sintomatologia del disturbo. Ciò avviene in quanto sono demotivati, scoraggiati e hanno un atteggiamento sfiduciato, caratterizzato da uno stile attributivo esterno (locus of control esterno) e scarsa autoefficacia. Di conseguenza le strategie cognitive adottate per fronteggiare un ostacolo possono essere l’evitamento di nuove sfide, sperimentare emozioni negative ma anche demordere davanti ai compiti impegnativi e quindi può verificarsi una diminuzione della prestazione a seguito di fallimenti. In sintesi, questi ragazzi tendono ad avere un basso concetto di sé nella riuscita scolastica, questo causa sfiducia nelle proprie capacità, una concezione entitaria della propria intelligenza ovvero sono convinti di non potere migliorare e perseguono obiettivi di rendita ma non di apprendimento. Per riassumere ci si può collegare al concetto di “impotenza appresa” di (Peterson; 1992), egli afferma che la passività nell’affrontare situazioni inevitabili e la percezione di incontrollabilità degli eventi siano caratteristiche dell’impotenza appresa; infatti i bambini che attribuiscono ai fallimenti una loro mancanza di abilità tendono ad essere maggiormente pessimisti e ruminativi. Bibliografia: https://www.anastasis.it/dsa-significato/ Baird G.L., Scott W.D., Dearing E., Hamill S.K. (2009). Cognitive self regulation in youth with and without learning disabilities: academic self efficacy theories of intelligence learning vs performance goal preferences and effort attributions. Journal of social and Clinical psychology 28, 881-908. Cornoldi C. le difficoltà dell’apprendimento a scuola. Il mulino Peterson C. (1992). Learned Helpessness and school problems., in metdway F.J., Cafferty T.P. (eds.), school of psychology. A social psychological perspective, Lea, Hillsdale. Zanobini M., Usai M. C. (2019). Psicologia della disabilità e dei disturbi dello sviluppo. Elementi di riabilitazione e intervento. FrancoAngeli s.r.l. Milano.