Età evolutiva: conoscere i problemi internalizzanti

I problemi internalizzanti sono una tipologia specifica di difficoltà emotive e comportamentali. Quali sono i più frequenti in età evolutiva? I problemi internalizzanti, proprio perché vengono sviluppati e mantenuti all’interno dell’individuo, sono spesso non riconosciuti o mal interpretati. Tra questi, quelli che preoccupano maggiormente, sono afferenti alla sfera dell’ansia e della depressione. Proviamo a definirli meglio. L’ansia è una condizione che ciascuno di noi può sperimentare in diverse occasioni. E, in molti casi, può essere utile a mantenere l’attenzione su un compito. Oppure, in altri, può fungere da motore motivazionale. Ma cosa succede se l’ansia supera la soglia di intensità? Può divenire disfunzionale interferendo con la salute o con le prestazioni nei compiti abituali. I sintomi più comunemente descritti nei problemi d’ansia in età evolutiva sono: -pensieri negativi e irrealistici, -interpretazioni errate di sintomi ed eventi, -attacchi di panico, -ossessioni e/o comportamenti compulsivi, -attivazione fisiologica, -ipersensibilità ai segnali fisici, -paura e ansia relativi a specifici eventi o situazioni, -preoccupazioni eccessive o generalizzate. Proprio per questo motivo, a volte possono essere presenti sintomi d’ansia, senza che si sviluppi necessariamente un disturbo d’ansia. Oltre all’ansia, anche la depressione può essere facilmente mascherata e di difficile interpretazione. Infatti, possono essere presenti sintomi come: -umore depresso o tristezza eccessiva, -irritabilità, -perdita d’interesse nelle attività, -lamentele somatiche (mal di pancia, mal di testa..) -alterazioni del sonno. A tale proposito, spesso, vengono maggiormente notate dagli adulti delle problematiche secondarie e conseguenti ai problemi internalizzanti. Ad esempio: bassa autostima; problemi scolastici; scarse relazioni sociali. E notare questi segnali può essere il primo importante passo per aiutare i nostri bambini a fronteggiare la condizione che stanno vivendo. Tuttavia, in alcune fasce di età, possono presentarsi paure o ansie del tutto normali! In questi casi, può essere sicuramente di aiuto avere una relazione empatica con il bambino e aiutarlo a denominare le proprie emozioni. Ma allora, quando può rivelarsi utile un intervento specialistico? In un’ottica di collaborazione, è fondamentale che tutti gli adulti (genitori, parenti, insegnanti, etc.) prestino attenzione ad ogni minimo segnale di malessere o cambiamento. Ma, anche e soprattutto in modo preventivo, è importante che richiedano di confrontarsi con una figura professionale che li aiuti a comprendere meglio la presenza e l’entità della problematica e a gestire le difficoltà vissute dal bambino.

Età evolutiva: conoscere i problemi esternalizzanti

Nei problemi esternalizzanti il disagio del bambino si manifesta all’esterno, causando disturbo nell’ambiente. Ma quali sono i più frequenti? Nel precedente articolo ci siamo soffermati sui problemi internalizzanti in età evolutiva. Ora, proviamo a delineare le caratteristiche più importanti di quelli che vengono definiti problemi esternalizzanti. E solitamente si fa riferimento a problemi di comportamento che sono visibili nell’ambiente esterno. Per questo motivo sono spesso riconosciuti più facilmente, anche se non sempre si può parlare di disturbo. Secondo Gresham (1985), un disturbo del comportamento si ha quando “le caratteristiche comportamentali sono atipiche in quanto la loro frequenza, intensità o durata si discosta dalla norma (…) possono manifestarsi attraverso uno o più repertori (cognitivo, verbale, fisico, motorio) ed essere presenti in una varietà di situazioni.” Quante volte un adulto può trovarsi in difficoltà davanti a un bambino che mostra un comportamento dirompente? È importante sottolineare dunque la differenza tra problema esternalizzante e temperamento. Il temperamento è determinato da fattori genetici, ma nel corso della crescita, può essere plasmato da fattori ambientali (contesto famiglia, scuola, amici). Quindi, se da una parte il contesto influenza il comportamento del bambino, è anche il bambino che a sua volta influisce sulla la risposta dei genitori ai suoi comportamenti. Quali sono le categorie diagnostiche più frequenti in età evolutiva? Nel DSM-5 (2013), le principali problematiche esternalizzate in età evolutiva sono: ADHD (disturbo da deficit d’attenzione e iperattività); disturbo oppositivo-provocatorio; disturbo della condotta. Tali categorie hanno in comune il fatto che il bambino può mostrarsi aggressivo con lo scopo di ottenere ciò che vuole; o pretendere che i propri bisogni siano più importanti di quelli degli altri; o essere oppositivo e trasgredire le regole. Cos’è possibile fare in questi casi? Le strategie comportamentali che sono risultate più efficaci sono: – quelle basate sull’uso di rinforzatori e token economy; –parent training o consulenza genitoriale; -costo della risposta, ovvero la combinazione di rinforzatori positivi e penalità. “I bambini imparano più da come ti comporti che da cosa gli insegni” (W. E. B. Du Bois)

Ester Livia Di Caprio

Ester Livia Di Caprio espone la sua opinione sui temi della formazione e la sua personale esperienza come formatrice. Il formatore per definizione deve essere in una posizione di apprendimento quindi parte da una posizione basica che è la stessa di chi apprende. L’allievo a sua volta ha bisogno di apprendere dalla relazione con il formatore. Per essere un buon formatore c’è bisogno di una spinta motivazionale alla formazione, ovvero una spinta conoscitiva che in qualche modo deve essere trasferita al formando. La psicoterapia, quindi non è solo un apprendimento di tecniche, ma è una spinta motivazionale alla conoscenza e il compito del formatore sarà proprio quello di trasmettere questa dimensione.

Essere in panchina in una relazione sentimentale

Panchina

Il benching è il termine di origine inglese che indica lo stare in panchina. Esso è usato per descrivere una forma di relazione affettiva distorta. I legami tra gli esseri umani sono fondamentali per lo sviluppo psicosociale e dovrebbero basarsi sul rispetto, la fiducia e l’empatia. Negli ultimi anni, con la divulgazione e l’abuso dei social, stanno prendendo sempre più piede, nuove forme di relazioni sentimentali. Oltre al breadcrumbing e l’orbiting, il benching , nello specifico, fa riferimento ad una strategia in cui si tiene in panchina il partner. È un comportamento in cui si lascia in sospeso, in panchina appunto, l’altra persona, lasciando accesa una speranza senza una reale concretezza. Il bencher, quindi, non sparisce del tutto, come nel ghosting. Piuttosto, mette la relazione in uno stato di stand-by, con qualche forma sporadica di interessamento ( come un like o un semplice messaggio) per tenere accesa la fiamma. Le vittime tipiche sono coloro che vengono contattate, ad esempio, all’ultimo momento per un’uscita o per offrire una spalla su cui piangere in presenza di un problema. Lo stare in panchina, quindi, crea uno stato emotivo bizzarro. Invece di considerarsi un’alternativa o un ripiego, paradossalmente ci si sente importanti. Questo perché si fa leva sul fatto che siamo stati scelti nel momento del bisogno. Ovviamente, la parte drammatica della relazione è la comunicazione e l’empatia. Chi mette in panchina, infatti, non tiene in considerazione nè i sentimenti né i bisogni dell’altro. Cerca semplicemente qualcuno a cui aggrapparsi quando si sente solo. Inoltre, comunica sempre in modo vago, senza una effettiva progettualità comune. D’altro canto, chi si siede in panchina, più o meno consapevolmente, sa di non riuscire a comunicare con chiarezza i propri pensieri e d emozioni. Di conseguenza, affida agli altri la comprensione di essi, preferendo rimanere in disparte ad osservare ed aspettare. Per poter avere una relazione affettiva sana, entrambi i protagonisti devono essere chiari e dare il giusto valore alle persone.

Essere genitori, essere madri: adottare la vita dell’altro.

di Assunta Sagliocco “Non conosciamo mai l’amore di un genitore finché non  diventiamo genitori noi stessi. “                                                                                                                (Henry Ward Beecher) La genitorialità è considerata nella teoria classica, come uno stadio di sviluppo nella vita di un adulto. In termini più attuali la genitorialità va intesa non tanto e non solo come una fase dello sviluppo che viene raggiunta sotto la spinta biologica e fantasmatica a procreare, ma come un processo trasformativo che evolve nel corso della vita e attraverso il quale viene sviluppata una costellazione di capacità affettive e psichiche. La domanda che sempre un genitore dovrebbe porsi è: cosa necessita la vita del figlio. Un bambino, nella sua condizione di figlio, è condizione stessa della vita umana: è al mondo grazie all’altro, bisognoso dell’amore dell’altro, non padrone delle proprie origini. Per i primi anni di vita, dipende esclusivamente da chi si prende cura di lui, da chi soddisfa i suoi bisogni fisici e psichici, ma non sempre queste funzioni sono svolte bene dai suoi genitori, solo perché sono loro, coloro che lo hanno generato. Lo saranno solo se avrà accanto a se‘dei genitori sensibili, capaci di sintonizzarsi sulle sue esigenze, offrendogli tutte le cure e l’affetto di cui avrà bisogno nel corso degli anni, riuscendo ad affrontare con luile diverse fasi della vita che si susseguiranno, con empatia e duttilità.E questo può accadere attraverso qualsiasi forma di genitorialità. Nel corso della vita, si incontrano molti padri e madri, cioè figure che simbolicamente svolgono queste funzioni, e allo stesso modo si possono avere più figli, in quanto essere genitori è prima di tutto far esperienza del prendersi cura, dell’accettazione dell’altro diverso da noi, ma che amiamo senza remore. Madre e padre, al di là delle rappresentazioni stereotipate, dunque, sono innanzitutto, due funzioni simboliche di cui la vita umana ha bisogno. L’amore materno è un sentimento e come tale, può esistere o non esistere, essere o non esserci, perdersi, non scontato. Dimora Pines afferma che :”può esistere gravidanza senza capacità di assumersi il ruolo di madre e maternità senza l’esperienza di gravidanza: donne non madri nel senso biologico ma capaci di amore materno e donne madri, incapaci di attitudine materna”.Fino ad un certo periodo, il senso materno era concepito come un istinto innato,radicato nella natura femminile, predisposizione biologica che attendeva solo il momento di manifestarsi. Secondo questa prospettiva, al fenomeno biologico e fisiologico della gravidanza, corrisponde un determinato comportamento materno che si manifesta per un tempo prolungato, comprensivo dell’allevamento e dell’educazione del bambino fino a quando non diviene adulto. Successivi studi, hanno consentito di sfatare molti luoghi comuni sulle donne, e in particolare sul senso materno come una qualità innata, presente in ogni donna. Oggi la maternità non coincide più dunque solo con l’esperienza effettiva della gestazione ma, grazie al potere della scienza, e grazie all’adozione, si è estesa ad altre possibili forme che come ci ricorda Massimo Recalcati, indicano una sua funzione essenziale: “la madre è il nome dell’Altro che non lascia che la vita cada nel vuoto, che la trattiene nelle proprie mani impedendole di precipitare, è il nome del nostro primo soccorritore”. E citando dal suo libro “Le mani della madre”, ci ricorda che per diventare madre non basta mettere a disposizione il proprio corpo, il proprio utero, ma è necessario un “si” radicale, un’apertura del proprio essere, un accoglimento senza riserve della vita attesa, senza il quale la vita non trova ospitalità. Come afferma [Ansermet; 2004]: “ogni figlio è un figlio adottivo”, nel senso che deve essere adottato da un desiderio e il legame di filiazione deve essere costruito e inventato indipendentemente da un riscontro biologico e storico. Ed è questo ciò che rende una madre “sufficientemente buona”, come direbbe Winnicott. Inoltre, con l’esperienza clinica è stato possibile notare come in situazioni favorevoli, dove la nascita non è conseguenza diretta di un bisogno o di un progetto, ma dove il figlio viene amato per il fatto stesso di essere al mondo, vi può essere una maggiore spinta alla crescita anche per i genitori, che sono più centrati sul legame di coppia, possono elaborare traumi e conflitti passati, focalizzandosi anche sull’ambiente sociale. Potremmo dunque dire che l’eredità che un genitore deve lasciare a un proprio figlio, deve andare oltre la trasmissione genetica, deve essere presente nell’inseguimento del desiderio di realizzare se stesso. La verità è che legami che durano nel tempo si fondano sull’incomprensibilità. Bisognerebbe amare un figlio, non perché ci assomiglia, ma proprio perché è diverso da noi. Probabilmente il più grande regalo che gli possiamo fare è desiderarlo, desiderare il suo arrivo. E Lacan, ci ricorda che amare è dare all’Altro quello che non si ha. Dopotutto è vero che la vita del figlio proviene dall’altro, ma deve realizzarsi come vita propria.

Essere genitore: come si diventa mamma e papà?

La consapevolezza di diventare genitore può essere facilitata nella donna dai cambiamenti fisici. Ma cosa succede ai papà? La genitorialità può essere facilitata nella donna attraverso i cambiamenti fisici legati allo stato di gravidanza: si crea uno spazio fisico all’interno della donna e, nello stesso momento, ci si prepara a creare anche uno spazio mentale per il proprio bambino. La gravidanza psichica, di fatto, procede parallelamente a quella fisica e può essere suddivisa in tre fasi: il primo trimestre in cui si inizia a maturare l’idea di diventare genitore, il secondo trimestre in cui si raggiunge maggiore consapevolezza, l’ultimo trimestre in cui ci si proietta al dopo e a come sarà il nascituro e la relazione con lui. Nella donna questo processo avviene piuttosto naturalmente. Ma cosa accade al papà? La gravidanza psicologica avviene anche per i papà! Per lungo tempo ci si è concentrati soprattutto sui vissuti emotivi della donna che, aiutata anche dai cambiamenti fisici e ormonali, riesce fin dalla scoperta della gravidanza a stabilire una relazione privilegiata con il bambino. In questa relazione diadica, spesso capita che il papà si senta escluso o venga recriminato dalla compagna che vorrebbe sentirlo più vicino. Ecco due vissuti completamente differenti, ma complementari. E in questo, potrebbe aver contribuito la pressione sociale e culturale, che induce spesso le donne a occuparsi principalmente della cura dei figli. Tuttavia, oggi si assiste ad una maggiore presenza anche del padre che desidera partecipare in prima persona a tutti gli aspetti di crescita del figlio. Anche nel papà inizia a prendere forma un maggiore senso di responsabilità e di protezione che si esplica in modi e in tempi differenti rispetto alla figura materna e che potrebbe avere anche la funzione di tenere a bada le emozioni emergenti. La gravidanza è un’esperienza unica nella vita non solo di una donna, ma di una coppia! Si è parlato di vissuti differenti, ma complementari. A questo riguardo, si può provare a pensare al fatto che al padre è richiesta anche una maggiore capacità empatica. E’ importante ricordare sempre, prima di alimentare possibili incomprensioni, che ciascun partner sta effettuando un percorso interno molto personale, per cui condividere a cuore aperto pensieri ed emozioni che si presentano, può essere utile per rafforzarsi e sostenersi a vicenda, fornendo al bambino che verrà al mondo la solidità di cui avrà bisogno.

Essere felici dopo eventi stressanti: si può?

Essere felici: ogni genitore lo vorrebbe per i suoi figli! Ma cosa si può fare quando si presentano eventi negativi nel corso della vita? Il Covid- 19, una pandemia è soltanto l’ultimo ed estremo esempio di fattore stressante che può, ad un certo punto, presentarsi nel corso della vita. Ci sono poi le malattie, le separazioni, i lutti, i litigi e tutta la gamma di emozioni “negative” che, diciamoci la verità, non ci piacciono proprio! È cosi! Tutti vorremmo sempre essere felici e vorremmo soprattutto che i nostri bambini lo fossero! Ma questo, secondo voi, può essere reale? Purtroppo no. Come faremmo a sapere che una cosa ci dà gioia se non abbiamo mai provato sofferenza? “Quando siete felici, guardate nel fondo del vostro cuore e scoprirete che è proprio ciò che vi ha dato dolore a darvi gioia” – Khalil Gibran Possiamo aiutare i nostri bambini a fare spazio anche ai momenti negativi, trasmettendogli valori e semplici abitudini nella vita quotidiana. In che modo? lasciamo che provi qualsiasi emozione e mostriamoci empatici. Imparerà che non tutte le cose vanno come vorremmo, ma la nostra presenza sarà importante! aiutiamolo a dirigere l’attenzione alle cose che si hanno. Spesso siamo portati a guardare ciò che non abbiamo e questo contribuisce all’infelicità! Un’abitudine da creare con i bambini potrebbe essere quella di farci raccontare una, due o tre cose belle della giornata. aiutiamolo a trovare delle attività che lo gratifichino e che il bambino ami fare! In questi momenti è molto importante notare la gratificazione del bambino e comunicarglielo. In questo modo è probabile che replicherà in futuro quella stessa attività piacevole. valorizziamo sempre i progressi del bambino e le intenzioni, più che il risultato finale! “La felicità non è qualcosa di già pronto. Proviene dalle nostre azioni” – Dalai Lama Non è in nostro potere fare in modo che i bambini evitino sofferenze nel corso della loro vita, ma sicuramente possiamo insegnargli ad utilizzare gli strumenti più adeguati per fronteggiarle in un modo utile!

ESSERE ATLETI AL TEMPO DEL COVID. Noi siamo l’esempio

di Luca De Rose Colgo sempre volentieri l’occasione per parlare di psicologia e naturalmente di sport. Dopo queste lunghe ed interminabili giornate, dopo che la notte sembrava più scura, ed il sole non sorgere più, ora è giusto ripartire e rialzarsi, ed è giusto che sia proprio lo sport ad iniziare. Si perché vedete lo sport è l’essenza stessa del movimento, ed il movimento è la vita, il cambiamento costante che ti permette di adattarti e di continuare. Di questo lo sport ne ha fatto un arte, ed il mondo dello sport e tutti gli addetti ai lavori, sanno bene che per quanto questo mondo possa essere maltrattato e dimenticato, costituirà sempre un fondamentale punto di formazione e crescita per tutti, non solo per i più piccoli. Anche noi però in questo ultimo anno ci siamo dovuti fermare, ci siamo dovuti “arrendere” (temporaneamente è ovvio) ad un nemico più forte di noi. Diciamo che abbiamo ripreso fiato, che tra l’altro nello sport è consentito dal regolamento, per essere pronti a rialzarci e ripartire. Il covid 19 è però un avversario tosto, ha spazzato via tanti sogni, tanti progetti, tante vite. Ricordandoci che nessuno e niente può colpire duro come fa la vita. Ma nonostante questo nelle arti marziali abbiamo un detto : “che magnifica occasione andare al tappeto cosi che il mio avversario possa vedere con quanta forza mi rialzo”. Come psicologo dello sport e psicoterapeuta alla fine della battaglia io traccio il bilancio, anche se so bene che la battaglia non è mai finita, ma ormai ci siamo abituati ad affrontare questo avversario, ed ogni giorno che passa diventiamo sempre più forti di lui, più veloci, conosciamo le sue mosse, per questo io so in cuor mio che alla fine vinceremo noi, perché abbiamo fede, coraggio ed entusiasmo. Bisogna innanzitutto dire che come sempre dietro l’atleta c’è la persona, in questo caso parliamo di giovani, ragazze e ragazzi di 19-20-25 massimo 30 anni, questo perché la carriera di atleta professionista, con rare eccezioni, non consente di andare molto oltre con l’età, per l’usura sia fisica che mentale. Questi ragazzi avevano fondamentalmente 3 cose nella loro vita, che riempivano le loro giornate, la scuola o l’università, gli amici quindi il sociale e lo sport. La vita da atleta non permette molti vizi o molte distrazioni, ne tanta socialità. Diciamo che l’aspetto sociale e commisurato al grado di importanza dell’ atleta. Più l’atleta diventa forte e importante, meno tempo ha da dedicare alla vita sociale, i suoi ritmi cambiano e i sacrifici aumentano. Detto questo la pandemia ha letteralmente stravolto la vita delle atlete, sia quelle di interesse nazionale e olimpioniche sia quella di un agonista che si allena 3 o 4 volte a settimana nel circolo del suo quartiere. Questi ragazzi e ragazze si sono viste portare via di fatto la loro vita, la loro routine, le loro sicurezze, la loro identificazione. Abbiamo avuto quindi un serio problema di ruolo dell’ atleta. Spesso infatti ciò che fai ti identifica, ti da un ruolo, se togli ad una persona il suo lavoro e se nel nostro caso quel lavoro abbraccia la maggior parte della giornata e della vita, come puoi chiedere alle persone di mantenere la calma, sapendo che hanno perso un importante punto di riferimento? Anche per noi tecnici, per noi coach, la partita non è stata facile. Ci siamo trovati davanti un altro problema, la programmazione. Abbiamo dovuto imparare a programmare sull’ impensabile, che è molto difficile. Abbiamo dovuto imparare ad aspettarci, ciò che non potrà mai accadere. Prima di Marzo 2020 nessuno avrebbe mai potuto immaginare una cosa del genere, fino ad allora molti di noi una notizia del genere l’avevano letta solo nelle clausole assicurative o dei contratti degli sponsor, dove trovi scritto in caso di forza maggiore o di calamità naturale, di pandemia o morte…beh è esattamente quello che è successo. Mi servirò di una teoria di psicologia clinica per spiegarmi meglio. Se ti chiedessi di immaginare una strada asfaltata, con ai lati un bosco e alberi e poi ti chiedessi di inserirci una macchina, tu dove la inseriresti ? Non certo nel bosco, ma sulla strada. Ciò avviene perché la nostra mente è appunto programmata e predisposta a lavorare in un certo modo, cambiare questa programmazione non è facile. Ma è quello che è successo. Cambiare la mente dell’ atleta ed aiutare i tecnici a vedere la soluzione anche quando sembra non esserci è parte del mio lavoro, ma devo dirvi che è stato molto difficile anche per me, ma alla fine è bastato guardarci negli occhi e capire che quando le difficoltà aumentano, quando è richiesto un sacrificio al di la del pensabile e del possibile, noi come una famiglia abbiamo fatto quadrato. Voglio essere ben chiaro, non lo abbiamo fatto per le istituzioni, ne tanto meno per la poltrona di qualche carica dirigenziale del CONI, lo abbiamo fatto perché potevamo, perché dovevamo e perché volevamo. Lo abbiamo fatto per le atlete ed i tecnici che ci stavano accanto, lo abbiamo fatto per quelli atleti che ci siamo cresciuti sin da piccoli e dei quali ci sentiamo responsabili, lo abbiamo fatto perché quando le cose non vanno, chi ha la possibilità di agire ha il dovere morale di agire. Non è forse (anche) questo essere atleta, dare l’esempio, essere un simbolo per i giovani, incarnare il concetto di lotta e sacrificio per perseguire un obiettivo e dimostrare che nonostante tutto e tutti…noi siamo più forti. Ho quindi imposto a tutte le atlete e gli atleti un meccanismo di sfida, ogni atleta  ha dentro di se un meccanismo quasi automatico di competitività, che poi rimane anche per chi è stato atleta a certi livelli. Se sai trovare i tasti giusti per innescare questo meccanismo, puoi chiedere all’ atleta una scelta, TU CHI VUOI ESSERE? Vuoi essere l’esempio ? vuoi fare la differenza? O vuoi essere come gli altri ? arrenderti alla prima difficoltà ? Lo abbiamo sempre detto, abbiamo sempre detto che noi atleti

Essere adolescenti durante una pandemia: Bisogni e Valori

di Federica Luongo da Psicologinews Scientific Nell’articolo si prende in considerazione cosa vuol dire essere adolescente durante una pandemia. Il genitore o qualsiasi adulto educante che comprende la differenza tra bisogni e valori e supporta l’esplorazione tipica dell’adolescenza nella direzione delle cose importanti, potrebbe riuscire a modificare la prospettiva da “ciò che si sta perdendo” con il Covid-19 a “ciò che si potrebbe guadagnare”. Durante la fase di emergenza sanitaria causata dal Covid-19 si è parlato più volte delle difficoltà incontrate dagli adulti, ma poco si è discusso di quelle vissute dagli adolescenti. I pensieri più frequenti riguardano la mancanza di relazioni, la didattica a distanza, le esperienze negate, il tempo trascorso chiusi in casa davanti a strumenti elettronici. L’adolescenza è di per sé la fase dell’esplorazione, della vitalità, della scoperta, dell’evoluzione e tuttavia, la pandemia attuale, sembra aver ostacolato tutti questi processi che dovrebbero dispiegarsi in modo naturale nell’arco di vita. E le difficoltà aumentano se si pensa che, chi dovrebbe essere di supporto per gli adolescenti, fa a sua volta fatica vivendo con sconforto, incertezza e paura la propria esistenza. Diventa importante innanzitutto scollegare ciò che potrebbe essere di aiuto agli adulti da ciò che può servire agli adolescenti. È come se si cercasse di comprendere in che modo si può far crescere un seme, facendo riferimento ad alberi già maturi. Tutto ciò non consente di osservare e prendere in considerazione le condizioni necessarie ad una crescita positiva. Il termine adolescente deriva dalla parola latina adolescens (participio presente di adolescere) che vuol dire “che si sta nutrendo”. Se si guardano gli adolescenti in quest’ottica, è inevitabile pensare che i bisogni e i valori siano differenti rispetto a quelli degli adulti. Gli adolescenti si trovano in una fase di scoperta anche dei propri pensieri e sentimenti, per cui esiste il bisogno di provare nuovi comportamenti e scoprire quali possano essere i propri valori. Troppo spesso la mente degli adulti produce giudizi, critiche, formula etichette senza tentare di comprendere realmente i bisogni che si nascondono dietro ai comportamenti degli adolescenti. Ma qual è la differenza tra bisogni e valori? I bisogni implicano l’ottenimento di qualcosa e richiedono determinate condizioni affinché vengano soddisfatti. Maslow, psicologo statunitense, li colloca su una scala a cinque livelli: fisiologici, di sicurezza e protezione, di affetto e appartenenza, di riconoscimento sociale, di autorealizzazione. I valori, d’altra parte, possono essere sempre messi in atto senza condizioni. Sono qualità che muovono i comportamenti verso obiettivi significativi. Immaginiamo, ad esempio, di essere dinanzi ad una strada, è una strada piena di deviazioni e ostacoli. L’adolescente per capire quale sentiero imboccare, avrà bisogno di esplorare quelle strade, ma per non perdersi sarà necessario seguire delle indicazioni. Queste indicazioni sono i valori che verranno appresi, riconosciuti, durante l’esplorazione. L’adulto ha il compito di camminare affianco a lui inizialmente per aiutarlo a notare queste indicazioni, per dargli l’esempio di come camminare, per supportarlo nella scelta di dove andare, nonostante la presenza di ostacoli. Facciamo un esempio pratico. In adolescenza i bisogni più comuni possono essere: autonomia, interdipendenza, gioco. Si ha dunque bisogno di sperimentare molte cose nuove e ciò comporta correre dei rischi, testare i limiti posti dagli adulti. Alcuni valori invece potrebbero essere il coraggio, la creatività, la curiosità, la persistenza. In un periodo storico come quello che stiamo vivendo, cosa può fare un genitore o un adulto educante? Può creare le condizioni contestuali necessarie al soddisfacimento dei bisogni dell’adolescente, aiutandolo a selezionare i comportamenti che partono da valori e non da impulsi momentanei. Cosa vuol dire? Prendiamo il caso di Marco. Un ragazzino che, durante il primo lockdown, ha iniziato a manifestare rabbia verso i genitori. Marco ha bisogno ogni tanto di isolarsi dalla famiglia, di stare con gli amici, di avere il suo spazio. Con creatività (questo è un valore), Marco ha definito con i genitori un planning (piano di lavoro) per svolgere delle attività in casa con essi e soddisfare, nello stesso tempo, il suo bisogno di autonomia. Per tutti coloro che si sono ritrovati a vivere una fase della propria adolescenza durante la pandemia, e che hanno sviluppato pensieri su tutto ciò che sentono di aver perso a causa del Covid-19, diventa fondamentale porre attenzione sulle cose che si sono scoperte importanti, riflettere sul tipo di persona che si vuole essere e su ciò che può essere fatto per andare nella direzione individuata, giorno dopo giorno, momento dopo momento. E ancora di più, è in questa fase evolutiva che inizia a definirsi l’autostima. E la stima di sé può svilupparsi proprio attraverso i valori a cui si fa riferimento e non per gli obiettivi che, a causa della pandemia, diventa difficile raggiungere. È la creatività, è il coraggio, è la persistenza, è la volontà che orienta il proprio comportamento, anche e soprattutto nei momenti più difficili. E l’adulto ha il compito di essere presente, di supportare l’adolescente nella sua fase di scoperta, di comprenderne i bisogni, di essere un modello positivo. Jorge Luis Borges ha scritto: “(…) Imparerai che le circostanze e l’ambiente influenzano ma noi siamo gli unici responsabili di quel che facciamo ed imparerai che non devi per forza confrontarti con gli altri ma col tuo meglio. Scoprirai che si perde tanto tempo per arrivare ad essere ciò che vuoi essere e che il tempo è breve. Imparerai che non è importante dove sei arrivato bensì dove stai andando, qualsiasi luogo esso sia. Imparerai che se non avrai il controllo della tua vita altri lo avranno e che essere flessibile non significa essere debole o non avere una personalità, perché non importa quanto delicata o fragile sia una situazione: esistono sempre due strade. (…) imparerai che i tuoi genitori fanno parte di te, più di quello che pensi. (…)”. Bibliografia Anchisi, R., Mia Gambotto, D. (2017). Il colloquio clinico. Hogrefe: Firenze Hayes, L.L., Ciarrochi, J. (2017). Adolescenti in crescita. L’ACT per aiutare i giovani a gestire le emozioni, raggiungere obiettivi, costruire relazioni sociali. FrancoAngeli: Milano. Rosenberg, M.B. (2003). Le parole sono finestre (oppure muri).

Essere Adolescenti Durante Una Pandemia: bisogni e valori

Saper distinguere i bisogni degli adolescenti dai loro valori  può essere di supporto nel processo di esplorazione tipico dell’adolescenza L’adolescenza è di per sé la fase dell’esplorazione e della vitalità e la pandemia attuale sembra aver ostacolato i processi che dovrebbero dispiegarsi in modo naturale nell’arco di vita. Il termine adolescente deriva dalla parola latina adolescens (participio presente di adolescere) che vuol dire “che si sta nutrendo”. Se si guardano gli adolescenti in quest’ottica, è inevitabile pensare che i bisogni e i valori siano differenti rispetto a quelli degli adulti. In un periodo storico come quello che stiamo vivendo, cosa può fare un genitore o un adulto educante? Può creare le condizioni contestuali necessarie al soddisfacimento dei bisogni dell’adolescente, aiutandolo a selezionare i comportamenti che partono da valori e non da impulsi momentanei. Per tutti coloro che si sono ritrovati a vivere la propria adolescenza durante la pandemia, creando pensieri su tutto ciò che sentono di aver perso a causa del Covid-19, diventa fondamentale porre attenzione sulle cose che si sono scoperte importanti, sul tipo di persona che si vuole essere e su ciò che può essere fatto in questa direzione, nel momento presente. E ancora di più, è in questa fase evolutiva che inizia a definirsi l’autostima. E la stima di sé può svilupparsi attraverso i valori a  cui si fa riferimento e non per gli obiettivi che, a causa della pandemia, diventa difficile raggiungere. È la creatività, è il coraggio, è la persistenza che orienta il proprio comportamento, anche e soprattutto nei momenti più difficili. E l’adulto ha il compito di essere presente, di supportare l’adolescente nella sua fase di scoperta, di comprendere i suoi bisogni, di essere un modello positivo.