Languishing e Pandemic fatigue: il vuoto lasciato dalla pandemia

Dallo scoppio della pandemia il tempo è passato inesorabile. Le nostre abitudini e il nostro modo di vivere si sono inevitabilmente modificati, rendendo la nostra vita pre-pandemia solo un ricordo lontano. Nonostante un apparente allentamento delle restrizioni e il ritorno ad una vita quasi “normale”, gli effetti e le conseguenze della pandemia incombono su di noi a livello sia fisico che sociale che psicologico. Spesso ci sentiamo stanchi, affaticati, demotivati, abbiamo difficoltà a concentrarci. Insomma, avremmo solo voglia di “tirare i remi in barca” e lasciarci trasportare dal mare in tempesta, senza opporci, e vedere dove ci porta. Perché? Languishing: senso di stagnazione e vuoto Lo psicologo Adam Grant, in un articolo del New York Times, sostiene che “il languishing è l’emozione dominante del 2021”. L’illanguidimento (o languishing) è un senso di stagnazione e vuoto, di immobilità; è come se stessimo confondendo le nostre giornate, guardando la nostra vita attraverso un vetro appannato. È un’emozione che si colloca tra la depressione e il flourishing, è l’assenza di benessere. Non si hanno sintomi di malattia mentale, ma non si funziona nemmeno al proprio meglio. Il languishing attenua la motivazione e rende difficile concentrarsi sui vari aspetti della propria vita. Che cos’è la pandemic fatigue? Questa emozione non deve essere sottovalutata, specialmente se associata a quella che è stata definita come pandemic fatigue. Quest’ultima è un tema sviluppato dall’OMS nel documento “Pandemic fatigue. Reinvigorating the public to prevent Covid-19”, dove viene definita come una crescente demotivazione delle persone nel mettere in atto i comportamenti protettivi raccomandati per la tutela della salute dei singoli e delle comunità. Viene definita anche come stress o stanchezza psico-emotiva dovuti alla pandemia. La pandemic fatigue porta con sé segni di stanchezza e affaticamento causati dal perdurare della pandemia. Secondo l’OMS, il 60% dei cittadini europei soffre di pandemic fatigue. All’inizio della pandemia, infatti, gran parte delle persone ha attivato un sistema di adattamento mentale e fisico da cui attingere nei momenti di forte stress, per fronteggiare la nuova realtà. Con il prolungarsi della situazione di crisi, tuttavia, le persone devono adottare un diverso stile di gestione dello stress, ma la stanchezza e l’affaticamento mentale e fisico rendono sempre più difficile fronteggiare in maniera sana una situazione che continua a protrarsi nel tempo. Subentra infatti un malessere profondo derivante dalla sensazione di perdita di controllo sulla propria vita, di deprivazione e di affaticamento. Si sta sviluppando una letteratura emergente sull’affaticamento mentale e fisico dovuto alle restrizioni relative al Covid-19. Gli effetti psicologici negativi della pandemia sono ben documentati. I ricercatori hanno riferito che gli individui sperimentano maggiori livelli di stress, ansia, depressione, tendenze ossessivo-compulsive, si sentono emotivamente svuotati e incapaci di agire in modo efficiente. Inoltre, sperimentano una diminuzione della motivazione, difficoltà nel dormire, sensazione di impotenza, disperazione e risentimento. Oltre a questi problemi, esiste una letteratura emergente sull’affaticamento fisico e mentale dovuto alle restrizioni legate al COVID-19. Haktanir e colleghi (2021) hanno sviluppato uno studio con l’obiettivo di indagare la misura in cui gli individui sperimentano la pandemic fatigue e la sua relazione con la paura del coronavirus, l’intolleranza dell’incertezza, l’apatia e la cura di sé. I risultati, raccolti dai 516 partecipanti allo studio, hanno mostrato come il 34,40% dei partecipanti ha riferito che il livello di precauzioni relative al COVID-19 è diminuito rispetto alle misure adottate all’inizio della pandemia. Inoltre, è presente una correlazione significativa tra stanchezza pandemica e paura del coronavirus, intolleranza all’incertezza e cura di sé. Infine, il modello sviluppato suggerisce che i partecipanti con punteggi più alti nella paura del coronavirus e nell’intolleranza all’incertezza tendevano a segnalare anche un punteggio di pandemic fatigue più significativo. Il fatto che un individuo su tre prenda meno precauzioni non è solo una minaccia per la salute degli individui, ma anche per la collettività. La sensazione di stanchezza e sfinimento dovuta a uno stato di crisi prolungato, definito pandemic fatigue, costituisce quindi una reazione naturale di fronte ad una situazione di cui non si intravede la fine. Una volta compreso il perché di tali sentimenti di immobilismo, affaticamento e demotivazione, possiamo capire come farvi fronte. A volte è rassicurante lasciarsi trasportare dal mare senza opporre resistenza. Prima o poi, però, sarà necessario riprendere i remi in mano e direzionare la barca, imparando come navigare nella tempesta. Fonti – https://www.internazionale.it/opinione/annamaria-testa/2021/11/18/illanguidimentofbclid=IwAR28fMjcQVjlr2SxjedKq-Fq_tTgpMJljgjdpjWw6Il1L44oOwW1SQIdkLs – World Health Organization (2020). Pandemic fatigue -Reinvigorating the public to prevent COVID-19. https://apps.who.int/iris/bitstream/handle/10665/335820/WHO-EURO-2020-1160-40906-55390-eng.pdf – Haktanir A., Can N., Seki T., Kurnaz M.F., Dilmaç B. (2021). Do we experience pandemic fatigue? current state, predictors, and prevention. Current Psychology. https://doi.org/10.1007/s12144-021-02397-w

IL BISOGNO DI UNA RINNOVATA CULTURA DEL MOVIMENTO

di Margherita Sassi Noi esseri umani siamo costantemente protagonisti di situazioni davvero straordinarie che, tuttavia, non stimolano appieno la nostra capacità di meravigliarci. Tra le situazioni straordinarie che ignoriamo, forse perché oggetto di un riscontro naturale, è possibile annoverare non solo il corpo umano, ma anche la mente e il cervello che lo fanno funzionare, secondo una complessa causalità. Quello che la scienza sta indagando, secondo diversi punti di vista, è come poter usare queste straordinarie situazioni, sia per offrire a tutti la possibilità di essere fisicamente attivi, che per favorire, dove opportuno, lo sviluppo ottimale di chi è dedito all’alta prestazione. La Psicologia dello Sport, che rientra appieno tra le Scienze dello Sport odierne, prende forma ufficialmente nel 1965, a Roma, in occasione del Primo Congresso Mondiale di Psicologia dello Sport. Attualmente, indaga le abilità, i processi e le conseguenze della pratica motoria e quindi sportiva in relazione all’individuo e al gruppo, soggetti dell’attività. Pertanto, assodato che il movimento è connaturato all’uomo, se si vuole trattare in maniera esaustiva questo argomento, occorre ammettere di dover fare i conti con la complessità dell’essere umano. Stando alle indagini recenti, nelle aree di sviluppo all’interno delle quali si indaga la valenza del movimento, confluiscono aspetti fisiologici, cognitivi, emozionali e di salute, che rappresentano solo alcuni degli innumerevoli livelli di approfondimento possibili. In questi termini, l’obiettivo attuale della Psicologia dello Sport è quello di ottimizzare le abilità mentali in funzione del gesto, motorio o sportivo che sia, impiegando, così, al meglio la piena consapevolezza dell’interazione mente-corpo. Ma veniamo a trattare la questione con qualche dato alla mano; anzitutto va detto che non bisogna sorprendersi alla notizia che, in Italia, i dati relativi alla pratica delle attività sportive, sono rimasti un tema di forte disinteresse fino a pochi decenni fa. La prima indagine ISTAT sull’argomento è del ‘59, nel periodo precedente i Giochi della XVII Olimpiade svoltisi a Roma nel ‘60, quando venne realizzato uno studio in cui si chiedeva unicamente agli intervistati se praticavano sport e quale fosse, in caso di risposta affermativa. È solo dagli anni ’80, infatti, che lo sport diventa un tema talmente interessante da divenire oggetto di una regolare rilevazione statistica. Stando a quanto riportato nell’Annuario Statistico Italiano 2020, nel 2019 il 35% della popolazione con più di 3 anni di età pratica almeno uno sport nel tempo libero, il 26,6% in maniera continuativa e l’8,4% saltuariamente. Le persone che dichiarano di svolgere qualche attività fisica (passeggiare, nuotare, andare in bicicletta) sono il 29,4% (in leggero aumento rispetto alla rilevazione riferita al 2018). I sedentari (coloro che non svolgono né uno sport né attività fisica) sono il 35,6%. Le quote più alte di sportivi continuativi si riscontrano tra i 6 e i 17 anni, in particolare fra i maschi di 6-10 anni (61,9%). All’aumentare dell’età diminuisce la pratica sportiva, mentre aumenta la quota di coloro che svolgono qualche attività fisica, raggiungendo i valori massimi tra i 60 e i 74 anni, per poi diminuire sensibilmente. A partire dai 75 anni, infatti, il 67,5% degli intervistati dichiara di non svolgere alcuna attività fisica. Si osservano differenze di genere rispetto alla pratica sportiva: tra gli uomini il 31,2% pratica sport con continuità e il 9,8% saltuariamente; tra le donne i valori scendono rispettivamente al 22,2% e al 7,0%. Invece, la quota di coloro che svolgono qualche tipo di attività fisica è più alta tra le donne: 31,1% vs il 27,5% degli uomini. Riguardo alla distribuzione territoriale, si conferma il gradiente Nord-Sud, con livelli più elevati di uno sport continuativo nelle Regioni settentrionali, in particolare nelle due Province Autonome (Bolzano 42,4%, Trento 33,7%) e in Valle d’Aosta (34,1%). Le Regioni con la più bassa quota di sportivi sono la Campania (16,5%) e la Sicilia (18,2%). Analogamente, la pratica di qualsiasi attività fisica fa registrare un gradiente decrescente da Nord verso Sud e Isole (Molise 19,8%, Sicilia 21,4%), mentre per la sedentarietà l’andamento è geograficamente inverso: il 50,2% della popolazione residente nelle Isole, il 47,8% di quella residente al Sud vs il 24,7% di quella al residente al Nord-Est. Trattando di sedentarietà va aggiunto un altro dato significativo, quello evidenziato da Nerio Alessandri, wellness designer, fondatore e presidente della Technogym, il quale sottolinea che per la prima volta nella storia dell’umanità, il numero complessivo degli individui in sovrappeso supera quello degli individui in stato di denutrizione. Attualmente, per quanto nel mondo centinaia di milioni di persone soffrono la fame, un numero che nel corso dell’ultimo anno ha raggiunto gli 811 milioni, all’opposto c’è un altro numero altrettanto impressionante. Si stima che quasi 2 miliardi di persone siano sovrappeso o obese a causa di alimentazione scorretta e stile di vita sedentario. In breve, da un lato abbiamo la statistica, che testimonia l’incremento della sedentarietà dall’altro il bisogno di un’attività fisica naturale e giornaliera, fondamentale per la sopravvivenza. Il fatto è che se la popolazione dei Paesi ricchi continua a ingrassare e ad ammalarsi, questo avviene perché esistono potenti motivazioni culturali e psicologiche, quindi comportamentali, che promuovono il consumo del cibo sulla pratica del movimento. Ed è evidente che gli interventi debbano essere ben articolati, così come lo sono diventate le indagini più recenti in materia. Di sicuro, essendo questa la situazione, il lavoro dello psicologo è di enorme rilevanza nel supportare le soluzioni al problema e lo sarà ancora di più negli anni a venire, secondo termini e modalità che, però, ad oggi richiedono ancora una grande attenzione.

Un amore a metà?l’arrivo di un fratellino

Come e quando dire al proprio bimbo che arriverà un fratellino?che termini usare?cosa evitare di dire?tutti i dubbi e le perplessità di un genitore bis. Da dove partire? Rispondere a tutte le domande che farà, far vedere l’ecografia o farlo venire durante una di esse. Riprendere vecchie foto in cui mamma e papà aspettavano lui. È bene spiegare con chiarezza quello che succederà, ovvero che la mamma andrà in ospedale per qualche giorno e che lui rimarrà a casa con il papà oppure con i nonni.  Siate anche molto onesti su quello che accadrà una volta a casa, il nuovo arrivato non sarà immediatamente un amico di giochi. Sarà un bimbo piccolo che avrà bisogno di cure e di attenzione, spesso piangerà e probabilmente la mamma sarà un po’ stanca ma anche molto felice.Mamma e papà non abbiate paura di non riuscire ad amare abbastanza e non sentitevi in colpa! E’ normale essere gelosi? Il primo aspetto di cui bisogna tenere conto è dunque la gelosia per il nuovo arrivato che sottende la paura di perdere le attenzioni e le cure dei suoi genitori. Questa nasce anche se è stato il primogenito a chiedere un fratellino o sorellina. LA COMUNICAZIONE DELLA NOTIZIA È per questo che è importante tenere conto della delicatezza del momento e della preparazione del primogenito sin dalla gravidanza della mamma. I genitori possono comunicare insieme la notizia dell’arrivo del fratellino/sorellina:“Sai che nella pancia della mamma c’è un fratellino in arrivo? IL COINVOLGIMENTO COMINCIA DALLA GRAVIDANZA È importante mettere in atto da subito dei comportamenti per coinvolgere il bambino nel nuovo evento che è a tutti gli effetti un “affare di famiglia”. Lo si può coinvolgere nella scelta del nome e immaginare come sarà una volta venuto al mondo. È meglio che un eventuale inserimento all’asilo non coincida con l’arrivo del nascituro. Gli si può parlare di come il fratellino crescerà nel pancione esattamente come ha fatto lui e di cosa succederà quando nascerà. Lo si può coinvolgere anche nei preparativi del corredino, magari scegliendo insieme quali delle sue cose possono essere utilizzate anche dal fratellino DOPO LA NASCITA Potrebbe essere funzionale che abbia la possibilità di abbracciare la mamma prima ancora di conoscere il fratellino appena arrivato, qualche minuto per ambientarsi vedendo che mamma sta bene e che ci sono ancora degli abbracci tutti per lui, il tempo di fargli raccontare cosa è successo quando lei era via e poi si possono fare le presentazioni ufficiali tra i fratelli. Una volta tornati a casa è importante facilitare l’integrazione tra i due senza responsabilizzare troppo il primogenito, coinvolgetelo nelle attività da svolgere col bambino e lasciate che possa tenerlo in braccio in presenza di adulti. Cercate di tenere conto delle sue esigenze anche se in questa fase potrebbe essere più naturale pensare prima ai bisogni del piccolo e aspettarvi che il primogenito sia già capace di aspettare “come un bambino grande”. Se è possibile cercate di mantenere le attività che svolgevate con lui prima dell’arrivo del fratellino e quando non è possibile farlo dategli sempre una motivazione reale e comprensibile. Il primogenito potrebbe mettere in atto dei comportamenti regressivi, per avere le stesse attenzioni del fratellino. Non arrabbiatevi se questo accade, è normale e si tratta di una fase transitoria che passa prima se viene accolta per il bisogno di attenzione che sottende. È importante non dirgli mai che questi comportamenti non sono ammessi perché lui ora è un bambino grande perché lo fareste sentire in colpa. Gli fareste pensare che era davvero meglio restare piccolo, visto che i piccoli vengono coccolati e non vengono sgridati. Se invece passa il messaggio che anche se è più grande del fratellino qualche volta può ancora essere piccolo potrà sentirsi più libero di proseguire il suo naturale percorso di crescita. Il bambino più grande potrebbe anche esprimere emozioni ambivalenti nel confronti del più piccolo, anche in questo caso è opportuno accogliere ogni tipo di espressione, senza sgridarlo o giudicarlo ma anzi dirgli che lo si comprende se qualche volta si infastidisce o si arrabbia perché i genitori dedicano più tempo al piccolino di casa.

Il gioco con i bambini: perché è così importante giocare?

Il gioco ha funzioni fondamentali per lo sviluppo del bambino, e non solo. Vediamo insieme quali possono essere i benefici e i vantaggi. Tra le teorie che mettono in evidenza le funzioni del gioco citiamo ad esempio Piaget, uno tra i più importanti studiosi di psicologia infantile. Piaget descrive quattro stadi, in cui attraverso il gioco e le interazioni con l’ambiente, avviene lo sviluppo cognitivo del bambino: (0-2 anni) stadio sensomotorio: il bambino comprende il mondo attraverso ciò che può fare con gli oggetti; (2-7 anni) stadio preoperatorio: rappresenta mentalmente gli oggetti e usa simboli; (7-12 anni) stadio operatorio concreto: compare il pensiero logico e la capacità di compiere operazioni mentali; (dai 12 anni) stadio operatorio formale: è in grado di pensare in termini ipotetico-deduttivi. Con lo sviluppo delle competenze verbali e l’accrescersi delle interazioni sociali, come ad esempio l’ingresso negli asili e nelle scuole dell’infanzia, si inizia a sviluppare la possibilità di sperimentare giochi di gruppo, in cui il bambino stabilisce regole da seguire e crea ruoli diversi. Poi, a partire dai 3-4 anni, e soprattutto verso i 5, il gioco comincia ad assumere aspetti di collaborazione, e il gioco viene utilizzato anche per raggiungere un obiettivo comune. Dunque, il gioco, fin da quando siamo piccoli, c’ha permesso di fare amicizie, di rilassarci, di esprimerci. E a tutti i bambini piace giocare, ma crescendo, a volte, piano piano, ci si allontana sempre di più da questa dimensione piacevole, presi dalla stanchezza della quotidianità. E quante volte è capitato di dire “Dai gioca da solo che ora sono impegnato!” Eppure giocare insieme, raccontare delle favole, disegnare può condurre a numerosi benefici nella relazione con i propri bambini. Pensiamo a come, attraverso il gioco, sia possibile offrire ai nostri figli un canale di comunicazione delle emozioni. Ecco alcuni suggerimenti: raccontare delle favole e notare quali emozioni emergono può servire a farli familiarizzare con il proprio mondo interiore; disegnare con loro lasciandoli liberi di esprimersi e sospendendo il nostro giudizio può aiutarli a concretizzare ciò che spesso rimane confuso nella propria mente; sedersi con loro e seguirne la creatività gli può essere da stimolo per fare esperienza del mondo e sviluppare i propri sensi. E diciamocelo…anche l’adulto trae vantaggio dal ritornare talvolta ad essere più bambino! “Tutti i grandi sono stati bambini una volta, ma pochi di essi se ne ricordano.” Antoine De Saint-Exupery

Come far crescere la creatività nei bambini?

Sostenere la crescita e lo sviluppo di un bambino è sempre questione di equilibrio, tra creare una struttura precisa e offrire libertà. I bambini sono naturalmente curiosi e interessati a scoprire il mondo, ma per sviluppare le proprie capacità creative devono essere adeguatamente supportati. Per un genitore è importante capire quando intervenire e quando tirarsi indietro; quando dimostrare, quando spiegare e quando invece ascoltare o semplicemente osservare. Mitch Resnick, ricercatore del MIT, professore di ricerca sull’apprendimento, che collabora da molti anni con la LEGO, offre interessanti spunti e indicazioni su come aiutare i bambini a sviluppare la creatività, creando un ambiente stimolante e fertile per farla crescere. Propone un processo in cinque fasi distinte, per aiutare i bambini ad esprimersi al meglio: 1- immaginare; 2 – creare; 3 – giocare; 4 – condividere e 5 – riflettere su quanto fatto. Per coadiuvare il processo di immaginazione  e creazione di un progetto è molto utile, in fase di preparazione, fornire al bambino degli esempi di lavori esistenti: da lì può partire per ispirarsi e passare da un mero esercizio di copiatura ad una personalizzazione originale, stimolato dall’adulto, che gli offre diversi spunti possibili e lo toglie così dal blocco della “pagina bianca”. Mettere a disposizione molti tipi di materiale e incoraggiare il bambino a disporre, disordinatamente, dei vari elementi è utile per consentirgli di trovare davanti a sé diverse risorse cui attingere e, gradualmente, scegliere quelle utili al progetto e lasciare quelle che non sono interessanti per il compito scelto. Nella fase di gioco, è molto importante che l’adulto dia più spazio al processo che al risultato ed estenda il tempo di sperimentazione, in modo che il progetto possa cambiare e crescere. Ogni bambino, con la possibilità di accedere a diversi tipi di materiale e processi di costruzione può individuare diverse attività, dalla realizzazione di case e castelli alla creazione di piccoli gioielli, a qualsiasi altro progetto, borse, acconciature, travestimenti, piste da corsa; imparando che serve progettare, scegliere i materiali utili per procedere, fermarsi, riflettere, cambiare direzione, collaborare e giungere a una soluzione. È una sorta di design del pensiero che si realizza sotto i nostri occhi di adulti, disponibili a fornire esempi ma anche a valutare insieme le soluzioni originali proposte dal bambino. Si sperimenta e si attraversa il processo, insieme. Infine, importantissimo il ruolo di collaboratore e ascoltatore attivo che spetta all’adulto: fare riflessioni a voce alta e spiegare come si possano risolvere gli intoppi aiuta i bambini a strutturare il processo. E poi è fondamentale fare domande ai bambini. Dare loro spazio per pensare e riflettere su quanto fatto e su quanto vogliono ancora realizzare, è un formidabile booster per la loro creatività. Le domande dell’adulto permettono infatti al bambino di spiegarsi e di attivare così una modalità di sistemazione e di maggiore comprensione del proprio pensiero, che viene tradotto in parole e concetti che lo rendono più chiaro a lui stesso. Questo è il modo migliore, quando l’adulto è disponibile e attento, di rinforzare la voglia di sperimentare e la fiducia del bambino nelle proprie capacità di iniziare, completare e poter osservare i propri risultati. E di aver voglia, interesse ed entusiasmo per ricominciare di nuovo.

Empatia e social network: connettere le emozioni

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Empatia e social network. È davvero possibile?Quando si parla di tecnologia si è abituati a pensare ad un qualcosa di freddo e privo di emozioni. Anche la comunicazione che avviene attraverso gli strumenti digitali appare spesso meccanica e impersonale perchè priva di elementi non verbali e paraverbali che ci forniscono indizi importanti sul nostro interlocutore. Nel corso degli anni, i social networks hanno cercato di colmare questo divario emotivo, rendendo la comunicazione sempre più empatica: prima integrando gli “stati d’animo” e le emoji tra i caratteri disponibili, poi inserendo gif e contenuti multimediali da poter condividere. Il paradosso che può verificarsi è che in una società iperconnessa non si riesca a creare connessioni. La risposta a questo fenomeno è l’empatia. La parola deriva dal greco e significa en-pathos: “sentire dentro”.Essere empatici significa riconoscere le emozioni altrui, comprendere il mondo dell’altro, la sua prospettiva, i pensieri, le emozioni e i sentimenti. L’empatia è un’abilità sociale, strettamente collegata all’intelligenza emotiva, che Daniel Goleman definisce come: “la capacità di riconoscere i propri sentimenti e quelli degli altri, di motivare se stessi e di gestire positivamente le proprie emozioni, tanto interiormente, quanto nelle relazioni sociali”. Questi concetti sono naturalmente assimilati alla presenza fisica, alla relazione vis a vis, ma non è sempre così.I social networks sono un calderone di emozioni, solo che attraverso lo schermo sono più difficili da intercettare. Ma lo stesso schermo per alcuni diventa una protezione che consente di esprimere liberamente vissuti ed emozioni, sia positive che negative. Anzi, potremmo dire che i social diventano una finestra aperta sul nostro mondo interiore, dove lasciamo trasparire molto più di quanto pensiamo. Allora qual è il problema? Il problema è che in rete si fa più fatica e distinguere cosa è reale da cosa non lo è, e a decodificare i messaggi, intrisi di emotività che i nostri ragazzi (e non solo) pubblicano ogni giorno. Occorre allenarsi all’ascolto empatico per comprendere il non detto e occorre investire sull’educazione emotiva dei giovani, per lavorare consapevolmente sulle loro emozioni e renderli capaci di comunicare il proprio mondo interiore all’esterno, anche sui social.

Il tormento: croce per gli uomini e delizia per le donne

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Per molte donne il tormento è il mezzo di comunicazione che hanno nei confronti della persona che dovrebbe essere fonte di gioia, piacere e sostegno. Esso si innesca tra persone che hanno un rapporto intimo, come mogli e mariti, madri e figli.Da un lato gli uomini sostengono che l’arte del tormento sia tipicamente femminile al punto da trasformare le mogli in perfette assillatrici. Le donne, invece, sostengono che un tale atteggiamento sia sinonimo di premura e attenzione alle esigenze di tutti. Non è altro che un modo per ricordare continuamente ai loro compagni di svolgere alcune mansioni affinché questi le interiorizzino.In realtà, l’uomo percepisce le parole delle donne come ordini che si tramutano istantaneamente in tormento, in assillo che logora il cervello e sfinisce. Colei che assilla usa il tormento sperando che la vittima cambi il proprio atteggiamento e ne assuma uno più consono ai suoi standard; l’uomo, invece, lo percepisce come un dito puntato contro che ricorda esclusivamente le proprie mancanze. Questo atteggiamento femminile, inoltre, viene utilizzato solitamente a fine giornata, quando l’uomo avrebbe bisogno di rilassarsi. Invece è costretto ad attuare un meccanismo che fa tanto impazzire la donna: lo stato di sordità apparente. La donna che usa il tormento è una persona frustrata che cova rabbia verso tutti. E’ stanca di occuparsi di tutto e della sua vita che l’ha obbligata ad uniformarsi ad uno stereotipo sociale di moglie e madre dedita. Se una donna comincia ad essere assillante, vuol dire che desidera essere gratificata per la quotidianità delle proprie attività di accudimento e stimata per l’impegno nel proprio compito. Il tormento maschera un problema di comunicazione. Esprimendo i propri sentimenti, le donne aiutano l’uomo a recepire i reali bisogni, in quanto quest’ultimo ha un cervello predisposto, evoluzionisticamente parlando, a leggere la realtà e non tra le righe. Inoltre, se una donna attua il tormento, vuol dire che non si sente capita o più banalmente ascoltata.Quindi chi è vittima del tormento ha la sua percentuale di colpa, perché l’assillo nasce da un’esigenza di attirare l’attenzione non sulle molteplici attività giornaliere di riassetto domestico, ma semplicemente di apprezzamento da parte di un partner che non la capisce fino in fondo.

LA PSICOLOGIA AL SERVIZIO DELLA SOSTENIBILITÀ

Noi psicologi possiamo metterci al servizio della sostenibilità? ASSOLUTAMENTE Sì! Prima di scoprirlo, cerchiamo di chiarire cosa significhi il concetto di sostenibilità… La Commissione di Brundtland definisce il consumo sostenibile come “un processo che ha due principi di base: da una parte consente di soddisfare i bisogni del presente, ma dall’altra consente di preservare l’ambiente, la società e l’economia per le future generazioni”. Elkington tripartisce la sostenibilità in: Ambientale: riguarda la tutela del pianeta e delle sue risorse Sociale: definita come la capacità di garantire condizioni di benessere equamente distribuite Economica: intesa come la capacità di produrre reddito e lavoro in maniera duratura In questo ambito, la psicologia serve in un’OTTICA PREVENTIVA ed è fondamentale sia per capire i processi che spingono le persone a comportarsi in un determinato modo sia per promuovere un cambiamento a livello pratico. Prima degli anni 2000, la psicologia del consumo sostenibile si occupava di identificare i tratti del consumatore green con degli obiettivi di segmentazione. Dopo gli anni 2000, le ricerche si sono concentrate sul processo di decision making del consumo sostenibile, indagando le motivazioni e i processi psicologici dietro la messa in atto di pratiche in linea con la sostenibilità. Vediamo ora quali sono i processi psicologici dietro il consumo sostenibile! Sicuramente le BARRIERE COGNITIVE, in particolare il gap tra intenzioni e azioni. Le persone hanno ottime intenzioni ma non riescono concretizzarle, soprattutto quando si parla di comportamenti intertemporali, cioè quelli dove le conseguenze non sono direttamente visibili nel momento presente, ma si vedono nel futuro. Un tipico comportamento intertemporale non è altro che il consumo sostenibile. Queste barriere potrebbero essere alla base di comportamenti incoerenti da parte delle aziende che comunque dichiarano nelle loro intenzioni di essere sostenibili. Tra gli altri processi psicologici dietro il consumo sostenibile c’è la PERCEZIONE DI SE STESSI: i consumatori tendono a scegliere prodotti in base alle immagini che hanno di sé stessi o che vorrebbero avere. Si può parlare di: Responsabilità personale: definita come la tendenza delle persone al voler vivere rispetto ai propri standard di vita. In uno studio è stato chiesto al gruppo sperimentale di richiamare alla mente una situazione in cui avessero agito in maniera incoerente rispetto ai loro principi in ambito di sostenibilità. Dai risultati emerge che nel gruppo sperimentale, i partecipanti hanno espresso una maggiore preferenza verso i prodotti bio rispetto al gruppo di controllo, che non ha mostrato preferenza alcuna. Impegno personale: si riferisce a tutti gli impatti psicologici che l’impegnarsi in qualcosa ha sul comportamento agito. Esso consente di colmare il gap tra intenzioni e azioni, di cui ho parlato precedentemente. Identità di gruppo: le persone tendono a mettere in atto comportamenti che rafforzano il proprio senso di appartenenza al gruppo sociale. In stretta relazione a quest’ultimo punto, troviamo ovviamente anche le INFLUENZE SOCIALI: i comportamenti delle persone sono influenzati da quello che gli altri fanno o che crediamo facciano. In questo caso si parla anche di norme sociali implicite, che si riferiscono ad atteggiamenti, opinioni e credenze accettate all’interno di un gruppo sociale. Esse si distinguono in: Descrittive: indicano ciò che le persone fanno Ingiuntive: indicano ciò che è ritenuto accettabile o no all’interno di un gruppo Esse possono essere usate anche per incentivare comportamenti sostenibili: ad esempio da alcune ricerche sul risparmio energetico individuale, è emerso che fornire lettere dove si confronta il proprio consumo elettrico a quello dei vicini, riduce i consumi di circa il 2%. I confronti sociali risultano essere così efficaci in quanto forniscono informazioni sulle azioni dei pari, le quali possono fungere da guida comportamentale. Infine, bisogna considerare anche le CARATTERISTICHE DEL PRODOTTO: i prodotti sostenibili sono quelli che hanno un basso impatto ambientale, sociale ed economico. Ci sono diversi elementi che li distinguono ed esistono tante fonti di informazioni che possono cambiare la percezione che il consumatore ha del prodotto (come le etichette, i claim delle pubblicità, l’apparenza fisica). In molte ricerche ci si è chiesto se enfatizzare le caratteristiche sostenibili di un prodotto si traducesse in un reale acquisto. A questo scopo in una prima ricerca è emerso che enfatizzare l’aspetto sostenibile di prodotti legati alla delicatezza (come quelli da bagno) portasse ad aumento degli acquisti, mentre lo stesso risultato non si otteneva con i prodotti più legati a una performance, come gli pneumatici. Un’altra ricerca conferma questi risultati e aggiunge che le persone sono disposte a sacrificare l’aspetto estetico a favore di quello sostenibile. PER CONCLUDERE, OGGI VI HO MOSTRATO COME ANCHE NOI PSICOLOGI POSSIAMO FARE LA DIFFERENZA, METTENDO LE NOSTRE CONOSCENZE E COMPETENZE AL SERVIZIO DELLA SOSTENIBILITÀ.  BIBLIOGRAFIA: Evans, D. (2011). Thrifty, green or frugla: Reflections on sustainable consumption in a changing economic climate. Geoforum, 550-557 Haws, K., Page Winterich, K., & Walker Naylor, R. (2013). Seeing the world through GREEN-tinted glasses: green consumption value and responses to environmentally friendly products. Journal of Consumer Psychology, 336-354 Joshi, Y., & Rahmanb, Z. (2015). Factors affecting green purchase behavior and future research directions. International Strategic Management Review, 128-143 Lozza, E., & Fusari, G. (2019). Psicologia del senza: nuovi modelli di consumo, nuovi consumatori e prodotti “senza”. Cinisello Balsamo (MI): Edizioni San Paolo WCED -World Commission on environment and development (1987). Our Common Future Wong-Parodi, G., Krishnamurti, T., Gluck, J., & Agarwal, Y. (2019). Encouraging energy conservation at work: a field study testing social norm feedback and awareness of monitoring. Energy Policy, 130, 197-205

Il lavoro dello psicologo con i bambini: tra gioco e terapia

Il lavoro dello psicologo con i bambini in un periodo di pandemia e chiusure e riaperture è stato necessariamente molto ridotto a causa del lavoro ad alto contatto con i soggetti della terapia. Tuttavia nel post che non sembra mai un post covid le richieste di aiuto da parte dei genitori sono aumentate. I bambini hanno sofferto e continuano a soffrire le altalene e le incertezze dovute alla situazione generale. I bambini necessitano di basi sicure e di sicuro in questo periodo sembra esserci davvero poco. I disturbi d’ansia e le somatizzazioni così come le paure sono le maggiori cause di disagio. C. 9 anni, un bel bambino dai profondi occhi chiari, viene in terapia e parla della sua paura di addormentarsi da solo e che mentre cerca di addormentarsi vede ‘Samara’ la bambina di un noto film. M. 8 anni una bambina introversa dagli occhi vispi, dice che non vuole andare a scuola e non vuole separarsi dalla mamma. Dietro il sintomo c’è sempre la storia che il bambino racconta a volte spontaneamente altre volte attraverso il gioco o le fantasie guidate. Affiorano momenti in cui il bambino ha dovuto gestire preoccupazioni più grandi di lui o ha vissuto esperienze che si è tenuto per sé ‘perché mamma e papa erano già preoccupati per le loro cose’. Avvicinarsi all’ignoto e alla paura per il bambino è un momento difficile, c’è bisogno della necessaria fiducia e della giusta motivazione, ma poi diventa un’avventura esplorare le profondità della loro difficoltà. Per i terapeuta che lavora con i bambini il momento della terapia diventa un momento in cui tornare un po’ bambini e prendersi cura del bambino interiore proprio e giocarci e farcisi guidare nel gioco con il piccolo paziente.

La paura di non essere abbastanza

Molte persone arrivano in psicoterapia lamentando la paura di non essere abbastanza o di non sentirsi all’altezza dell’altro e delle situazioni che vivono. Questo vissuto può essere molto invalidante, tanto da bloccare i processi individuali evolutivi e realizzativi. Spesso si tratta di un insieme di emozioni e alla paura tendono ad affiancarsi ansia e vergogna. Alla base vi sono componenti cognitive rigide e limitanti. Una convinzione svalutante su sé stessi (“non sono abbastanza/non sono all’altezza”), che affonda le sue radici nelle prime esperienze infantili, cui si accompagna una decisione presa in quell’epoca (ad esempio “non sarò mai amato/apprezzato; non riuscirò mai nella vita”). Ogni esperienza vissuta viene letta e affrontata in modo da confermare gli aspetti immaturi di sé e portare avanti il copione, quel piano di vita che tanto limita quanto rassicura. Poiché, se da un lato blocca l’autonomia, dall’altro consente il rifugio nella posizione infantile originaria e offre un riparo, illusorio, dai rischi emotivi della vita adulta. Paura, ansia e vergogna La paura è un’emozione naturale. Svolge la funzione fondamentale per l’organismo di segnalare il bisogno di protezione. Non corrisponde soltanto alla necessità di allontanarsi da ciò che minaccia la propria salute e integrità. Infatti, si manifesta anche perché vengano attivate le risorse necessarie per affrontare le situazioni difficili e crescere. Allo stesso modo, anche l’ansia di per sé svolge una funzione autoregolativa importante. Poiché fa sì che l’organismo si adoperi per il soddisfacimento dei propri bisogni, creando la tensione necessaria per l’autorealizzazione. Dunque ansia e paura insieme, l’una accanto all’altra, sostengono la persona ad andare verso la vita e, contemporaneamente, a proteggersi. La vergogna, invece, in quanto emozione sociale, nasce da una valutazione circa la propria inadeguatezza. Si basa su regole e scopi condivisi socialmente e, entro una certa misura, ha a che fare sia con l’autoconsapevolezza sia con la competenza sociale. Quando queste emozioni, invece di favorire la crescita, bloccano la persona? La paura può diventare un blocco se la persona ritiene di non avere, e, perlopiù, che non avrà mai, la capacità di affrontare l’esperienza che teme. Ovvero, se vi è una svalutazione delle proprie risorse interne e del proprio potenziale che sostiene comportamenti passivi e dipendenti e forme di evitamento della realtà. Nel caso dell’ansia, l’emozione perde la sua funzione sana quando l’energia vitale viene trattenuta o bloccata da meccanismi interni che subentrano per impedire il raggiungimento dello scopo desiderato. Emerge così l’ansia come sintomo, tipicamente di costrizione al petto e mancanza di respiro, o l’ansia come disturbo, che può assumere varie forme stabilizzandosi nel funzionamento della persona. La vergogna può diventare invalidante quando vi è un forte doverismo rispetto a modelli da seguire. Un giudizio che lascia poco spazio per l’espressività individuale. Una grandiosità segreta che dilata lo scarto tra il sé reale e il sé ideale, rafforzando la percezione negativa di sé stessi. In modo particolare, la vergogna può essere profonda e molto dolorosa quando attacca l’essere, l’essenza individuale. Fino ad arrivare a minare il permesso ad essere come si è e, all’estremo, ad esistere. Gli ostacoli interni alla crescita Le alterazioni dell’autoregolazione indicano che il funzionamento naturale non può svolgersi a causa di interruzioni del processo evolutivo. Che vi è un passato che si riattualizza nel presente attraverso dinamiche dipendenti, manipolazioni infantili e adattamenti antichi. Che si è rimasti attaccati ai messaggi svalutanti introiettati dalle proprie figure genitoriali. Ai “devi” e ai “non” ricevuti. Agli ideali, alle aspettative. Alle convinzioni rigide e limitanti su di sé, sugli altri e sul mondo. Una paura sproporzionata rispetto alla situazione che si sta vivendo è paura di crescere, di attivare una risposta più matura e responsabile di fronte ai rischi che il vivere comporta. Un’ansia invalidante è un impedimento alla realizzazione e all’autonomia. Una vergogna pervasiva è un divieto alla propria individualità e libertà d’espressione. Il lavoro in psicoterapia Lo sviluppo di un’adeguata considerazione di sé stessi è centrale per la salute e la vita relazionale di ogni individuo. In Analisi Transazionale corrisponde all’okness, il cui principio di base è che ognuno va bene così com’è. Non esistono persone incomplete, “non abbastanza” o “non all’altezza”. Secondo Eric Berne, tutti nasciamo principi o principesse: ognuno è degno di essere accettato e amato e possiede le qualità per crescere ed autorealizzarsi. La persona che si svaluta con la convinzione di non essere abbastanza capace o abbastanza amabile ha una posizione esistenziale di non okeiness. Che può essere del tipo “io non sono ok, tu sei ok” o, la più distruttiva, “io non sono ok, tu non sei ok”, in cui la svalutazione è estesa anche all’altro. La psicoterapia ha come obiettivo la realizzazione della posizione esistenziale naturale “io sono ok, tu sei ok”. In cui vi è il riconoscimento di sé, in tutti i propri aspetti, e dell’altro, nella sua specificità. Il lavoro è volto al superamento degli ostacoli alla crescita che formano il copione e al raggiungimento dell’autonomia. Ad una riappropriazione delle risorse interne e della propria unicità. Mentre sentirsi mancanti, inferiori, incapaci, non meritevoli implica il il rifiuto di sé e il desiderare di essere altro, la terapia rende possibile l’autoriconoscimento e un sano amore per se stessi. Come sostiene Hillman, allo stesso modo della ghianda che prima o poi diventerà una quercia con caratteristiche proprie, poiché ne racchiude fin dal principio tutto il potenziale, così l’individuo ha il compito nella vita di realizzare la sua unica e vera natura. “Se si rimuovono gli ostacoli, l’individuo si svilupperà fino a divenire un adulto maturo pienamente realizzato, proprio come una ghianda diventerà una quercia”. (I.D. Yalom)