Dislessia e Digrafia…. che confusione!

Parlare di dislessia e disgrafia con un professionista competente consente di non cadere in confusione. Nei primi mesi della scuola primaria genitori e insegnanti seguono con ansia e apprensione i progressi dei bambini che iniziano a leggere e scrivere. Talora, di fronte ad insuccessi, si parla di dislessia o di altri disturbi del genere. La categoria dei Disturbi evolutivi Specifici di Apprendimento viene convenzionalmente identificata con l’acronimo DSA. Con il termine Disturbi evolutivi Specifici di Apprendimento ci si riferisce in particolare a: DISTURBO DELLA LETTURA (Dislessia) DISTURBO DELLA SCRITTURA (Disortografia,Disgrafia) DISTURBO DEL CALCOLO (Discalculia) Qual è il criterio principale per parlare di dsa? In questo senso il principale criterio necessario per stabilire la diagnosi di DSA è quello della “discrepanza” tra abilità (deficitaria in rapporto alle attese per l’età e/o la classe frequentata) e l’intelligenza generale (adeguata per l’età cronologica). Cos’è la dislessia? La dislessia consiste nella difficoltà relativa alla capacità di leggere e scrivere in modo corretto e fluente. Il bambino dislessico può leggere e scrivere, ma riesce a farlo solo impegnando al massimo le sue capacità e le sue energie, poiché non può farlo in maniera automatica e perciò si stanca rapidamente, commette errori, rimane indietro, non impara. La dislessia si presenta in quasi costante associazione ad altri disturbi. La difficoltà di lettura può essere più o meno grave e spesso si accompagna a problemi nella scrittura: disortografia (cioè una difficoltà di tipo ortografico) e disgrafia (difficoltà nel movimento fino-motorio della scrittura, cioè una cattiva resa formale), nel calcolo e, talvolta, anche in altre attività mentali. Tuttavia questi bambini sono intelligenti e ,di solito, vivaci e creativi. Cos’ è la disgrafia? Gli aspetti generalmente condivisi circa il Disturbo della Scrittura, riguardano la sua suddivisione in due componenti: una di natura linguistica e una di natura motoria. La disortografia consiste nella difficoltà a tradurre correttamente i suoni che compongono le parole in simboli grafici. A questa si affianca spesso la disgrafia. Quest’ultima è un disturbo specifico dell’apprendimento, in assenza di deficit intellettivi e neurologici, che incide sulle funzioni fondamentali della scrittura. Si manifesta, quindi, come difficoltà a riprodurre sia i segni alfabetici che quelli numerici. Cos’è la discalculia? La discalculia è un disturbo caratterizzato da ridotte capacità nell’apprendimento delle abilità numeriche e del calcolo in rapporto alla classe frequentata. Interferisce negativamente con l’apprendimento scolastico e con le attività quotidiane che richiedono capacità di calcolo. Le prestazioni aritmetiche di base di questi bambini risultano significativamente al di sotto del livello atteso rispetto all’età cronologica, all’intelligenza generale e alla classe frequentata. Come si fa la diagnosi? L’accertamento diagnostico di uno specifico disturbo evolutivo dell’apprendimento avviene in due distinte fasi. Nella prima fase si somministrano, insieme alla valutazione del livello intellettivo, quelle prove necessarie per l’accertamento di un disturbo delle abilità comprese nei DSA . Nella seconda fase vengono disposte quelle indagini cliniche necessarie per la conferma diagnostica mediante l’esclusione della presenza di patologie o anomalie sensoriali, neurologiche, cognitive e di gravi psicopatologie. Cosa si può fare? Il trattamento vero e proprio è di tipo strettamente riabilitativo e si è rivelato efficace. Sicuramente è raccomandato un intervento il più possibile tempestivo e specialistico,  sia per approfittare della fase evolutiva in cui l’alunno è predisposto a specifici apprendimenti, sia per evitare il rischio del consolidamento degli errori. L’insuccesso prolungato genera infatti scarsa autostima e dalla mancanza di fiducia nelle proprie possibilità scaturisce un disagio psicologico che, nel tempo, può strutturarsi e dare origine ad un’elevata demotivazione all’apprendimento scolastico. in conclusione… Spesso gli insegnanti sono i primi a notare la possibile presenza di queste problematiche e talvolta attuano segnalazioni precoci. Ma per un genitore non è sempre semplice accogliere la possibilità che il proprio figlio possa aver bisogno di aiuto.Fidarsi degli insegnanti, rivolgersi ad un neuropsichiatra infantile sono i primi interventi utili al fine di affrontare il problema.

Le evidenze emotive

di Umberto Maria Cianciolo Le microespressioni sono movimenti facciali rapidi segnalanti l’esperienza emotiva del soggetto. Attraverso il volto è possibile rintracciare tre tipologie di segnali: 1. statici: aspetti permanenti come il colore della pelle, la struttura ossea, grandezza, forma e posizione dei lineamenti ecc. 2. a variazione lenta: riguardano cambiamenti che avvengono gradualmente nel tempo come la formazione di rughe permanenti o le alterazioni del tono muscolare o della pigmentazione della pelle; 3. rapidi: sono prodotti dai movimenti dei muscoli facciali che producono variazioni temporanee nell’aspetto del viso, come cambiamenti di forma e posizione dei lineamenti (es. sollevare le sopracciglia).  Tra questi, quelli “rapidi” sono di certo quelli a cui prestare più attenzione nello studio delle emozioni. Questi cambiamenti passano velocissimi sul viso, si manifestano per due o tre secondi, se non per frazioni di secondo e vengono denominati dagli autori “microespressioni” (Ekman e Friesen, 2003, p. 25). Del resto, differenziamo un’emozione da un sentimento, o da uno stato d’animo, proprio per la sua connotazione di transitorietà. Difatti, la ricerca dimostra che proprio da questi segnali “rapidi” è possibile individuare esattamente l’emozione corrispondente nonché distinguere ciascuna delle emozioni di base dalle loro mescolanze (Ekman e Friesen, 2003). Gli stati d’animo sono comunque affini alle emozioni: i primi, come detto, hanno una durata maggiore rispetto alle seconde, per quanto per tutto il periodo è possibile che compaia sul volto una mimica emotiva corrispondente; inoltre, lo stato d’animo può manifestarsi visivamente attraverso la frequenza con cui “la corrispondente mimica completa compare e scompare sul viso” (Ekman e Friesen, 2003, p. 22). Inoltre, rispetto al riconoscimento emotivo, Ekman e Friesen (2003) ci dicono che i segnali “statici” ed “a lenta variazione” possono influire sulle implicazioni di un messaggio emotivo: “Se i segnali facciali rapidi ci dicono che una persona è arrabbiata, la nostra impressione sul perché è arrabbiata e su quello che può fare dipende in parte da quello che ci dicono gli altri segnali (statici e lenti) circa la sua età, razza, sesso, personalità, temperamento e carattere” (Ekman e Friesen, 2003, p. 21). I segnali che abbiamo definito “rapidi” inviano anche messaggi definiti “emblematici” (Ekman e Friesen, 2003, p. 23). Si tratta di movimenti specifici comprensibili all’interno di un sistema culturale, o sub-culturale, di riferimento: strizzare l’occhio, fare cenni con il capo per il “sì” o il “no”. Vi sono, a tal proposito, degli emblemi che possono essere definiti “emotivi”, perché il messaggio che trasmettono riguarda un’emozione. Questi emblemi somigliano alla mimica dell’emozione corrispondente ma ne differiscono abbastanza, tanto che la persona che osserva colui il quale li sta producendo è in grado di comprendere che quest’ultimo non sta provando quell’emozione ma la sta semplicemente nominando:  “Per esempio, un emblema emotivo del disgusto è arricciare il naso, che è una parte della mimica del disgusto. Quando si usa come emblema si presenta da solo, quasi senza sollevare il labbro superiore, e compare e scompare molto rapidamente, cosicché non si può confonderlo con l’espressione autentica dell’emozione. Il messaggio è: <<Fa schifo (ma non è che lo provi in questo momento)>>” (Ekman e Friesen, 2003, p. 23). E ancora, i segnali “rapidi” sono utilizzati anche come punteggiatura, introducendo nel discorso verbale accenti, virgole e punti fermi. Dunque, appurato che il nostro volto veicola evidenti segnali rappresentanti le emozioni (le microespressioni) per quale motivo i soggetti non riescono a individuarle? Una prima risposta a questa domanda potrebbe riguardare, come già accennato, il fatto che le microespressioni compaiano e scompaiano sul viso in brevissimo tempo: questo breve lasso di tempo in cui si manifestano rende comprensibilmente necessario un allenamento affinché le si possano individuare sul viso della persona osservata. Difatti, è raro che le microespressioni arrivino a durare sino a cinque o dieci secondi, se non quando ci troviamo di fronte ad un sentimento intenso, comunque accompagnato sempre da una manifestazione vocale, dal pianto, dal riso, da un grido o da parole (Ekman e Friesen, 2003). Inoltre, le mimiche molto prolungate spesso non sono espressioni autentiche di un’emozione, ma esagerazioni della stessa, simulazioni che il soggetto compie per ingannare l’interlocutore; simulazione che l’interlocutore stesso sarà in grado di smascherare. A volte, però, le esagerazioni non sono simulazioni: possono rappresentare, da parte del soggetto che le produce, un tentativo di manifestare un’emozione vera prendendone le distanze. Gli autori (Ekman & Friesen, 2003), riportano un esempio: abbiamo accettato di partecipare ad un’impresa che si rivela più rischiosa del previsto. Potremmo, allora, esibire esageratamente un’espressione terrorizzata e il nostro compagno d’avventura potrebbe approfittarne per manifestare anche i suoi dubbi oppure ridere di noi; in questo secondo caso potremmo però affermare che stavamo giocando, che stavamo fingendo per mettere l’altro alla prova. Una seconda risposta alla domanda la si potrebbe rintracciare in norme sociali di buona educazione. È raro, infatti, che guardiamo di continuo l’interlocutore durante una conversazione perché non vogliamo mettere in imbarazzo l’interlocutore o noi stessi: se volesse comunicarci il suo stato emotivo lo direbbe a parole, altrimenti rischieremmo di invadere i confini convenzionali. “Guardare fissa una persona in volto è una mossa intima. Possiamo prenderci questa libertà solo se l’altro ci autorizza esponendosi al pubblico, o se il nostro ruolo sociale (di interrogante, giurato, genitore, datore di lavoro ecc.) ce lo consente – oppure quando esplicitamente cerchiamo l’intimità, invitando l’altro a ricambiare lo sguardo” (Ekman e Friesen, 2003, p. 28). Decidiamo di non guardare in viso l’interlocutore anche per evitare di avere obblighi nei suoi confronti e/o per poter fingere di non sapere: se guardassimo il volto di una persona che mostra rabbia, saremmo allora costretti a chiederci se è per causa nostra. E ancora, la scelta di non guardare il volto dell’interlocutore potrebbe essere il prodotto di un apprendimento avvenuto nel corso dell’infanzia: abbiamo imparato molto precocemente, che è conveniente non guardare certe espressioni sul volto, chiunque le manifesti: “Un bambino, per esempio, impara che è pericoloso guardare il babbo quando è arrabbiato e che è sempre meglio distogliere gli occhi dalle facce incollerite” (Ekman e Friesen, 2003, p. 29). Secondo Ekman e Friesen (2003),

Essere genitore: come si diventa mamma e papà?

La consapevolezza di diventare genitore può essere facilitata nella donna dai cambiamenti fisici. Ma cosa succede ai papà? La genitorialità può essere facilitata nella donna attraverso i cambiamenti fisici legati allo stato di gravidanza: si crea uno spazio fisico all’interno della donna e, nello stesso momento, ci si prepara a creare anche uno spazio mentale per il proprio bambino. La gravidanza psichica, di fatto, procede parallelamente a quella fisica e può essere suddivisa in tre fasi: il primo trimestre in cui si inizia a maturare l’idea di diventare genitore, il secondo trimestre in cui si raggiunge maggiore consapevolezza, l’ultimo trimestre in cui ci si proietta al dopo e a come sarà il nascituro e la relazione con lui. Nella donna questo processo avviene piuttosto naturalmente. Ma cosa accade al papà? La gravidanza psicologica avviene anche per i papà! Per lungo tempo ci si è concentrati soprattutto sui vissuti emotivi della donna che, aiutata anche dai cambiamenti fisici e ormonali, riesce fin dalla scoperta della gravidanza a stabilire una relazione privilegiata con il bambino. In questa relazione diadica, spesso capita che il papà si senta escluso o venga recriminato dalla compagna che vorrebbe sentirlo più vicino. Ecco due vissuti completamente differenti, ma complementari. E in questo, potrebbe aver contribuito la pressione sociale e culturale, che induce spesso le donne a occuparsi principalmente della cura dei figli. Tuttavia, oggi si assiste ad una maggiore presenza anche del padre che desidera partecipare in prima persona a tutti gli aspetti di crescita del figlio. Anche nel papà inizia a prendere forma un maggiore senso di responsabilità e di protezione che si esplica in modi e in tempi differenti rispetto alla figura materna e che potrebbe avere anche la funzione di tenere a bada le emozioni emergenti. La gravidanza è un’esperienza unica nella vita non solo di una donna, ma di una coppia! Si è parlato di vissuti differenti, ma complementari. A questo riguardo, si può provare a pensare al fatto che al padre è richiesta anche una maggiore capacità empatica. E’ importante ricordare sempre, prima di alimentare possibili incomprensioni, che ciascun partner sta effettuando un percorso interno molto personale, per cui condividere a cuore aperto pensieri ed emozioni che si presentano, può essere utile per rafforzarsi e sostenersi a vicenda, fornendo al bambino che verrà al mondo la solidità di cui avrà bisogno.

L’ansia: un consigliere prezioso?

Cosa c’è di utile e informativo nell’ansia e come possiamo utilizzarla. Tra gli autori che studiano gli effetti dello stress e dell’ansia sul cervello umano, Wendy Suzuki, professore di Neuroscienze all’università di New York, ci dà una prospettiva interessante. Partiamo da un presupposto: di fronte agli eventi stressanti e all’ansia che provocano in noi, tutti sviluppiamo strategie che ci permettono di fronteggiarli e tornare sui binari. Queste azioni e comportamenti sono spesso automatici e sotto la soglia della coscienza e si sono sviluppati quando eravamo più giovani e meno inclini a comprendere i nostri meccanismi mentali. Hanno tutti uno scopo preciso: quello di alleviare le sensazioni spiacevoli e di confortarci. Ma cosa succede quando questi meccanismi non funzionano più per arginare lo stress? Come molti sanno, possono irrigidirsi e diventare delle vere e proprie trappole e rendere le cose peggiori, in termini di salute, sicurezza e qualità delle relazioni nella vita di ogni giorno. Il periodo Covid ha esacerbato molte risposte ai fattori esterni, perché la situazione di minaccia continua ha provato i nostri sistemi di difesa oltre la soglia e li ha spesso resi molto più rigidi. Tornare indietro non si può; ma forse non serve, forse è un’autentica opportunità per andare avanti, con più curiosità e attenzione e con la consapevolezza che molte persone stanno attraversando momenti simili. Utilizzare l’ansia come informazione è utile. Perché ci dice che qualcosa si è squilibrato nel rapporto cervello-corpo e che bisogna attivarsi. Non per annullare la sensazione, come ci siamo allenati a fare fin da piccoli, ma per trovare un rimedio alle cause sottostanti, affrontandole da adulti. Ognuno, se vorrà, potrà approfondire i motivi, ma alcuni semplici consigli possono aiutare. Eccone alcuni, di cui parla la dottoressa Suzuki: non isolarsi, imparare a condividere la propria esperienza con gli altri. Parlare della difficoltà, non dissimulare e non chiudersi. Chiedere aiuto, quando serve. Cercare orari regolari di riposo, per aiutare il corpo. Creare routine giornaliere e seguirle con costanza, perché aiutano a regolare le emozioni. Fare movimento all’aperto. Tutti questi comportamenti, che sembrano i consigli della nonna, hanno solide basi di ricerca scientifica: introdurli nelle scelte quotidiane fa la differenza, da subito, in termini di produzione di endorfine e di aumento della motivazione. Stop alle pulizie esagerate, all’utilizzo continuativo dei social e alle abbuffate da serie televisive: metodi che servono a zittire e ad accantonare solo per un po’ l’ansia, per farla tornare a breve più forte di prima. Sostituirli con comportamenti virtuosi può essere difficile all’inizio, ma consente di diminuire in tempi brevi i livelli di stress. Impariamo a usare l’ansia come una richiesta di attivazione; una richiesta utile e chiara: dopo un lungo periodo di incertezza, può fare sorprendentemente bene ripartire da zero. O da tre, come diceva Troisi.

Down social networks: tra svago e dipendenza – Image Credit https://socialninja.net/

down social networks

Ieri pomeriggio il down dei social networks Facebook, WhatsApp e Instagram, durato sei ore, è stato il tema più discusso della giornata.Un incredibile silenzio digitale ha avvolto la popolazione mondiale, lasciandola smarrita, impreparata e impotente. Gli utenti hanno avuto la percezione di essere tagliati fuori dal mondo con l’impossibilità di comunicare.Eppure fino a pochi anni fa il nostro mondo privo di social network era denso di relazioni autentiche. Il panico generalizzato di ieri ci deve far riflettere sull’uso che stiamo facendo della tecnologia e sulla soglia di dipendenza che abbiamo inconsciamente raggiunto negli anni. L’ansia da “disconnessione” risponde a un fenomeno specifico che prende il nome di “Nomofobia”.La Nomofobia si caratterizza per una sofferenza transitoria legata al fatto di non avere il telefono cellulare sempre a portata di mano e alla paura ossessiva di perderlo. L’elemento principale è la sensazione di panico che affligge l’utente ogni volta che crede di non essere rintracciabile. Si unisce a questo l’impellente e costante necessità di consultare in maniera compulsiva il telefono in ogni luogo e in ogni momento della giornata per controllare le informazioni condivise in tempo reale dagli altri utenti. Nelle persone affette da nomofobia s’instaura la convinzione di perdersi sempre qualcosa, si avverte continuamente il bisogno di aumentare il dosaggio della fruizione digitale e l’utilizzo smodato del cellulare le conduce ad una spirale di dipendenza, al pari di un tossicodipendente.Con il tempo si mettono in atto una serie di comportamenti disfunzionali sempre più radicati, come stare sempre più tempo al telefono, scrollare compulsivamente i social network e non spegnere il dispositivo neanche nelle ore notturne per avere sempre la possibilità di consultarlo. L’educazione digitale, emozionale e affettiva che dovrebbe accompagnare l’uso consapevole degli strumenti tecnologici riveste ancora una volta un ruolo cruciale per vivere in maniera funzionale ed equilibrata la nostra vita.

Il ritiro degli Hikikomori: caratteristiche della famiglia

ritiro

Il ritiro sociale messo in atto da un adolescente hikikomori ha radici sia personali che familiari. Innanzitutto, i cambiamenti della società attuale hanno portato mutamenti nelle relazioni tra genitori e figli. L’attenzione infatti è posta sul figlio, per il quale si mobilitano tutte le risorse per non fargli mancare nulla. Questo discorso, in una società fortemente orientata all’accettazione sociale e ai like ricevuti, si traduce in una forma di ostentazione del benessere materiale. Questi comportamenti, ovviamente, sono a discapito di quello affettivo e funzionale. Spesso, l’atteggiamento adottato dai genitori, soprattutto dei figli adolescenti, è dettato dal lassismo, in contrapposizione a quello autoritario subito. Ci si comporta “dando tutto ciò che non si è avuto “, idealizzando il concetto che il miglioramento della vita e delle relazioni sia dettato dal possesso delle cose. I genitori moderni si caricano di ansia perché vorrebbero proteggere i propri figli dalle frustrazioni e dalle difficoltà quotidiane. Così facendo, attuano comportamenti che non favoriscono l’indipendenza. Al contrario, solitamente la madre, più presente e iperprotettiva, cancerizza la dipendenza e asseconda le continue richieste del figlio, compreso il ritiro sociale. Altra caratteristica tipica del genitore degli hikikomori è l’aspettativa. Spesso si investono i propri figli del personale desiderio di realizzazione, con aspettative molto alte e talvolta irrealistiche. I genitori, così, scelgono le scuole migliori, vogliono che i figli primeggino in campo sportivo e scolastico, che si distinguano dai coetanei grazie al successo. Sostengono che la realizzazione del figlio sia l’accettazione sociale del loro buon lavoro di genitore capace. Il ruolo genitoriale è di accompagnamento al benessere personale e all’indipendenza economica ed affettiva. I figli hanno propri desideri ed emozioni, che devono essere ascoltati e accolti, affinché si sviluppi in loro autostima e fiducia.

Che cosa sogni?

di Antonella Buonerba È l’incipit del percorso terapeutico quando il paziente è seduto davanti a me, dopo che mi ha raccontato i motivi della sua richiesta di aiuto. Perché è importante utilizzare l’interpretazione dei sogni nella pratica clinica?  I sogni vengono definiti da Freud come la strada maestra dell’inconscio. Rappresentano, pertanto, quella parte di noi stessi che ci risulta estranea, incomprensibile e a volte inaccettabile.Essi rappresentano il ponte con la sfera di noi che non conosciamo, ma che è presente nella nostra vita psichica, tanto da condizionarne i pensieri e i comportamenti radicandosi a volte nelle espressioni del corpo attraverso le varie forme di somatizzazione. Conoscere il mondo dell’inconscio significa intraprendere un viaggio a ritroso nella nostra infanzia e adolescenza, lì dove affondano le radici delle nostre emozioni più profonde, mai risolte, ma che spingono verso la manifestazione e il  riconoscimento di se stesse con la stessa forza e determinazione con cui, una volta, sono state negate e rimosse.Esse si legano  a particolari traumi psichici che, a causa dell’immaturità dell’Io, non hanno potuto essere elaborati, sedimentandosi nell’inconscio e trovando espressione continua ed evidente nel linguaggio del sogno. Si tratta di un lavoro che, obbedendo alle leggi della censura, trasforma il contenuto inconscio in qualcosa di più accettabile e di congruo alla nostra vita reale, senza peraltro mai riuscirci definitivamente, seguendo logiche che non conoscono né spazio e né tempo in un racconto il cui significato è noto solo al terapeuta. “Ho cominciato a sognare”, mi dicono i pazienti. L’attivazione del sogno è frutto di dinamiche di transfert e controtransfert che si innescano sulla base di una fiducia reciproca che scatta già dalle prime battute e che va a corroborate tutta la terapia, accompagnandola fino al buon esito della stessa.I pazienti, a volte, sono impazienti e mi chiedono il significato di dei sogni. Ma proprio perché si tratta di una comunicazione tra inconscio e inconscio non è opportuno rilevarglielo perché ciò comprometterebbe il lavoro analitico, scatenando le difese dell’Io. Solo alla fine dell’analisi, che assume una durata soggettiva, a seconda del grado di reticenza del paziente, vengono scoperte le carte, si arriva ad una condivisione delle nuove sensazioni derivanti dai sogni prodotti da un inconscio finalmente libero, pulito, che ha solo bisogno di ulteriore tempo per assestarsi, come un’atleta che si infortuna, o dopo una lunga degenza. A lavoro ultimato, l’inconscio darà all’io la spinta propulsiva non solo per risolvere il sintomo, ma anche per donare al paziente nuove consapevolezze che lo spingeranno ad agire in maniera serena e creativa.

Identità di genere: sorpresa, ascolto, empatia. Gli insegnanti si confrontano con i ragazzi

Può succedere che lavorando come psicologa nelle scuole, gli insegnanti chiedano aiuto perché hanno saputo che un loro alunno sta seguendo il percorso per cambiare sesso. L’adolescenza è un momento di crisi e l’identità sessuale e il cambiamento del corpo occupano un posto centrale. L’alunno che vive una condizione di ingabbiamento nel proprio corpo sessuato che però sente estraneo può decidere di intraprendere un percorso che lo porti a cambiare sesso. Il sesso è inteso erroneamente in modo ‘binario’ maschio/femmina in realtà anche le Linee guida in merito affermano che ‘ il genere è un costrutto non binario che ammette un’ampia gamma di possibilità delle identità di genere e che l’identità di genere di una persona può essere o meno congruente con il sesso assegnato alla nascita’.   Il passaggio fondamentale da fare quindi è proprio quello di rielaborare il modo binario di intendere il genere e noi psicologi siamo chiamati ad essere facilitatori in tal senso. In particolare a mettere consapevolezza sul fatto che l’identità di genere può non essere allineata al sesso assegnato alla nascita e che il passaggio al sesso a cui ci si sente di appartenere rappresenta una ‘rinascita’ per l’individuo. Infatti la mancanza di modelli positivi di riferimento piò portare i ‘transgender’ ad isolarsi e a convivere con lo stigma sociale dovuto alla loro condizione, l’assenza di guida e supporto può diventare una condizione di rischio per la salute mentale della persona. Per questo diventa fondamentale lavorare sull’accoglienza e sul pregiudizio e prevenire lo stigma. In un contesto scolastico la comprensione della non dualità di genere, l’accettazione e l’empatia possono favorire un ambiente sano e disteso in cui la persona può cominciare a sperimentare di poter essere finalmente se stessa senza sentirsi sbagliata o inadeguata. Non è facile lavorare su concetti sedimentati e strutturati e le difficoltà sono tante, ma il professionista competente e formato sull’argomento può dare un apporto significativo.

Narcisismo: uno specchio di luci e ombre

Il narcisismo ci appartiene tutti. Dal sano amor proprio alle forme patologiche, grandiose e fragili: può avere molteplici volti. “Si illude, e vagheggia se stesso; è attratto dall’altro e lo attrae; si cerca, e il se stesso lo cerca: s’infiamma del fuoco che ha acceso”. (Ovidio) Il narcisismo sano La salute psichica è un sano equilibrio tra l’affermazione di sè e il riconoscimento dell’altro. Stiamo bene quando abbiamo consapevolezza del nostro valore, una fiducia affettuosa in ciò che siamo ed in ciò che siamo capaci di realizzare. Si tratta di sano narcisismo. Di un amor proprio senza presunzione che non svaluta né idealizza e che si costruisce ed esprime nell’incontro Io-Tu, a partire dalla relazione con le figure genitoriali. E’ attraverso le cure che riceviamo da bambini che sviluppiamo la percezione di noi stessi. Il nutrimento affettivo, il calore, le carezze e lo sguardo dell’altro sono fondamentali perché possiamo sentirci meritevoli d’amore, provare gratitudine e donare amore. Quando queste prime esperienze risultano carenti, l’equilibrio narcisistico non si realizza e al suo posto subentrano soluzioni di sopravvivenza, con una alterazione della capacità di riconoscersi e affermarsi. Il narcisismo patologico Il tema del narcisismo è sempre più al centro dell’attenzione di clinici e social media, in una società liquida, la nostra, improntata sull’immagine, sulla mistificazione del corpo e delle relazioni. Il narcisismo ha modi molto diversi di manifestarsi e non può essere ridotto ad una definizione. Poichè oltre ad essere una patologia è un aspetto sano dello sviluppo e della personalità, ci appartiene tutti. Ma se nella sua forma sana coincide con una buona autostima e la capacità di amare, nella sua forma disarmonica e patologica corrisponde ad uno squilibrio di questi aspetti. La considerazione di sè può essere vissuta con sentimenti di superiorità o inferiorità. Ai due estremi: il polo del narcisismo grandioso da una parte e il polo del narcisismo fragile dall’altra. Il disturbo narcisistico di personalità Il disturbo narcisistico di personalità, secondo il DSM-5, è caratterizzato da grandiosità (in fantasia e/o nel comportamento), bisogno di ammirazione e mancanza di empatia. Ma ciò che può rendere difficile la diagnosi è che tali caratteristiche possono non essere esplicite. Oltre al narcisista dell’immaginario collettivo, il vanaglorioso e pieno di sé, overt, esiste un narcisista più mascherato, covert, con una grandiosità segreta. Questo tipo, più che ammirazione, cerca approvazione, può apparire insicuro e mostrare disagio nelle relazioni. Il narcisismo può associarsi ad altri disturbi di personalità e assumere una forma ancor più articolata. Può avere tratti istrionici con maggiore richiesta di attenzione ed emotività eccessiva. Tratti evitanti con inibizione sociale, tratti ossessivi, con esigenze di controllo, tratti dipendenti con comportamenti adesivi. L’incapacità narcisistica di vedere l’altro, immedesimarsi nelle sue emozioni e nel suo dolore, può sfociare nel comportamento antisociale, con atti di violenza e assenza di rimorso. La ferita narcisistica Al di là delle definizioni cliniche, parlare di narcisismo vuol dire parlare di persone con ferite antiche, ovvero bambini che hanno imparato a negoziare con il proprio dolore a loro scapito e rinunciando all’amore. Quando l’ambiente non è in grado di soddisfare adeguatamente il bisogno di riconoscimento del bambino, quest’ultimo può difendersi dalla sofferenza ritirandosi in sé e nella propria onnipotenza. Negando così il suo bisogno d’affetto e la dipendenza. La protezione narcisistica, cui ricorre rifugiandosi in una originaria perfezione infantile che offre illusione di sicurezza, nasconde al fondo un vuoto esistenziale dovuto al fatto di non essere stato visto dai propri genitori per ciò che era. Non avendo fatto esperienza di amore, a sua volta non sarà in grado di amare. E, carente di riconoscimento, lo ricercherà nella vita manipolando gli altri. Manipolazione e coppia Il narcisista grandioso adotta strategie di compensazione del vuoto interiore che vanno verso una estrema autoesaltazione e/o svalutazione degli altri. L’altro non viene visto ma manipolato nella sua funzione di rimandare l’immagine idealizzata di sé. In coppia si concede senza darsi. Mostra attenzioni e comportamenti di conquista tesi a far sentire l’altro speciale, per assicurarsi il desiderio soggiogato del partner, la sua dipendenza sottomessa e idolatrante. In questa ambivalenza seduce, restituendo a sua volta all’altro un’immagine idealizzata, e al tempo stesso rifiuta, negando l’amore. Si creano così nella relazione dinamiche reciproche di svalutazione e idealizzazione, in cui ciascuno dei due partner trae il proprio vantaggio narcisistico e alimenta la propria aspettativa onnipotente. Del trionfo, in un caso, e di riuscire finalmente ad ottenere, con il proprio amore speciale e dandosi sempre di più, l’amore negato nell’altro caso. La fuga dalla relazione Nella storia di coppia è tipico l’alternarsi di momenti di vicinanza simbiotica, allontanamenti improvvisi e inaspettati ritorni. Il narcisista si sente minacciato dalla stabilità della relazione in cui può sentirsi solo o depresso. E’ a questa sua vulnerabilità che si sottrae, fino a spostare l’interesse verso un nuovo oggetto con cui riavviare il gioco della fascinazione e tornare a nutrire la sua grandiosità. A scegliersi, spesso, sono i poli estremi della dimensione narcisistica che, come Eco e Narciso nel mito di Ovidio, invece di evolversi vanno incontro al destino di non toccarsi mai. Il mito Narciso era bellissimo e adulato da tutti. Un giorno, spec­chiandosi in una sorgente, rimane così incantato e rapito dalla propria bellezza da gettarsi nelle acque per impossessarsi della sua immagine riflessa e finendo col morire del suo stesso amore. Mentre Eco, la ninfa che lo aveva amato e che aveva subìto il suo rifiuto, muore consumata dal dolore. In una variazione proposta da Oscar Wilde emerge il gioco di specchi a due in cui ciascun partner vede nell’altro se stesso. Dopo la morte di Narciso, la sorgente, trasformatasi in una pozza di lacrime salate, rivela alle ninfe il segreto del suo amore per Narciso. E così racconta che, quando lui si inchinava alla sua riva, lei poteva ammirare la propria bellezza nello specchio dei suoi occhi. Narcisismo e dipendenza Parlare di narcisismo vuol dire parlare implicitamente anche di dipendenza. Il narcisismo patologico è una negazione della dipendenza. Ma mentre nella dipendenza (patologica) si resta attaccati all’oggetto d’amore a scapito della

I disegni in età evolutiva sono davvero solo scarabocchi?

di Giada Mazzanti A chi non è mai capitato, ad esempio durante una telefonata, di prendere una penna e scarabocchiare qualcosa o andare in una galleria d’arte per emozionarci davanti alle opere. Ecco, questo è un piccolo esempio del grande potere del disegno. Ha un potere concreto (richiamo della realtà, attivazione corporea e intellettiva) ma anche evocativo (l’opera evoca in chi guarda e chi dipinge emozioni). Pensiamo però a quando eravamo bambini e a tutti i fogli, i colori e al vario materiale usato per esprimerci mediante il disegno. Perché lo facevamo e perché continuano a farlo i bambini di qualsiasi generazione? Partiamo con il dire che il disegno e la pittura siano attività spontanee innate, esattamente come lo sono, per esempio, il parlare e il camminare. Le capacità di rappresentazione, per intenderci la bravura nel disegnare, dipendono non solo dalla maturazione motoria e intellettiva ma anche dall’affinamento dovuto dall’esercizio. Non bisogna però dimenticarsi del fatto che l’atto di imprimere un segno grafico o un’impronta colorata su un foglio bianco rendono il bambino appagato. Essendo un’abilità spontanea spesso non si considera che sia in realtà un’azione estremamente complessa; affinché si attui servono la coordinazione di diverse competenze: motorie (muovere la mano e il polso in modo funzionale), percettive (cogliere le linee e i tratti di un dato oggetto) e cognitive (adattare le linee in modo che siano in relazione tra loro e con le giuste dimensioni) che raggiungono la maturazione attorno ai cinque o sei anni. Servono anche l’immaginazione e la capacità di collegarsi al proprio mondo emotivo. Pertanto, quando un bambino disegna esprime se stesso, le sue paure, comunica con gli altri e permette di comprendere e controllare i propri stati interni in quanto vengono spostati al di fuori di sé mettendo una distanza tale da poterli vedere e non subirli. Anche l’abilità immaginativa e di fantasia devono essere stimolate in modo adeguato: non si assimilano passivamente ma è necessaria una posizione attiva. Ma cosa si intende con l’essere attivi nello sviluppo dell’immaginazione? lo studio di Meringoff (Meringoff et al., 1981) mostra come l’ascoltare una storia radiofonica stimolasse maggiormente la creazione di disegni fantasiosi rispetto alla visione di un film o un libro illustrato. Questo avviene perché vedendo le immagini i bambini riportavano quello che avevano visto senza interpretare; non interpretando non avviene la propria elaborazione della narrazione, quindi adottare una posizione attiva indica il riuscire a interpretare gli stimoli esterni senza subire influenze. Per riassumere possiamo dire che il disegno sia funzionale per la costruzione identitaria in quanto permette di sviluppare la capacità immaginativa, permette di rappresentare e gestire il mondo esterno (vedo il contesto e disegnandolo lo rielaboro facendolo mio), ha una funzione sociale che permette la comunicazione ma anche la gestione e la comprensione dei suoi affetti e/o problemi ma è anche la narrazione di se stessi. Possiamo definirlo come una forma di espressione innata ma anche come strumento che permette di capire, dare forma e rappresentare il proprio mondo. Esistono due tipi di disegni, quello libero e su richiesta; presentano delle differenze, infatti quello libero è caratterizzato dalla spontaneità e permette l’emersione di aspetti nascosti paragonabili al materiale onirico e alle libere associazioni degli adulti. Parlando dell’evoluzione della capacità grafica nel bambino si riscontra che avvenga tramite due meccanismi contraddittori: la ripetizione dello stesso tema e la variazione del tema; il primo è funzionale per il consolidamento del tema appreso e il secondo per esplorare e apprendere nuovi schemi. Inizialmente questa attività è un piacere dato sia dal movimento cinetico del corpo, sia dalla percezione visiva del tratto che si lascia. È verso l’anno che il bambino prende in mano il pennarello o la matita ma più che tracciare forme tenta di colpire il foglio mentre intorno ai 18/20 mesi iniziano i veri scarabocchi/tratti. Verso i 3 anni i bambini sono affascinati dalla scrittura e la imitano tracciando linee per tutta la lunghetta del foglio mentre dai 4 anni iniziano a copiare qualche lettera ma senza fine cominciativo; verso i 5 anni si raggiunge la maturazione di alcune abilità motorie e si percepiscono le parole come insieme unitario quindi le lettere assumono il significato di intere parole. Dai 6 anni la capacità di attenzione e di lessico aumenta ma lo scopo della rappresentazione grafica rimane quella di mostrare ciò che si sa delle cose e non quello che si vede quindi il disegno diventa una definizione dei suoi significati interni. Dicevamo prima che il disegno infantile abbia delle relazioni con l’indagine sulla vita emotiva di chi disegna, infatti nel disegno, come nel gioco, il bambino riversa la sua realtà nel foglio, ciò gli permette di esternare gli elementi per lui più importanti potendo rielaborarli e consolidando i ricordi e le esperienze vissute. Per poter ricavare suggerimenti emotivi dai disegni si deve prestare attenzione a diversi aspetti del disegno come ad esempio, la posizione del foglio, la sequenza, la pressione, le dimensioni, i colori, i tratti le dimensioni, la sequenza di rappresentazione dei soggetti e altri aspetti. Bibliografia Anna Olivero Ferraris (2012). Il significato del disegno infantile; Bollati Boringhieri. Guido Crocetti (2009). I disegni dei bambini; Armando editore Meringoff L. et al. (1981). How shall you take your story whit or whitout pictures? Biennial meeting of the society for research on child development.