Dimentico tutto. Che mi sta succedendo?

Problemi di memoria e spunti di riflessione. La pandemia ha portato con sé un’acutizzazione di molti aspetti legati alle emozioni, alla paura, alla mancanza di socializzazione e, in moltissime persone, anche una sensazione di maggiore vulnerabilità dei processi di pensiero e memorizzazione. Naturalmente, il fenomeno ha a che fare con la sensazione di perdita di controllo che ha permeato questi due anni duri. Molti di noi – è un argomento spesso riferito dai pazienti – si sentono meno capaci, meno padroni dei propri processi mentali e più soggetti a dimenticare le cose. Ma vediamo meglio come funziona la memoria, anche in tempi meno difficili. Vi capita spesso di dimenticare dove avete parcheggiato l’auto? Non siete i soli e, con ogni probabilità, non avete una pessima memoria né siete ai primi stadi di una demenza precoce. Il fenomeno è comune ed è dovuto ad un semplice fatto: se vogliamo ricordare qualcosa, la cosa più importante da fare è dedicare attenzione a questa cosa. Il lavoro della neuroscienziata Lisa Genova ci dà nuove prospettive sulla memoria. Notare una cosa significa utilizzare due facoltà: la percezione (tatto, gusto, vista, odorato, udito) e l’attenzione. Abitualmente, molti di noi, nel caso del parcheggio, eseguono l’azione in una sorta di automatismo: per questo memorizziamo, fin dal principio. La nostra memoria non è una videocamera: non registra tutto quello che vediamo e sentiamo, ma trattiene solo quello a cui facciamo attenzione. Se siamo svegli 16 ore al giorno, i nostri sensi sono all’opera per 57600 secondi. È una quantità abnorme di dati in entrata. È praticamente impossibile, e sarebbe persino dannoso, ricordarne la maggior parte. Immaginiamo di vedere un incidente sulla strada verso casa. La forma, il colore, il tipo delle auto coinvolte, la loro posizione saranno incamerati dai coni e bastoncelli della retina. Queste informazioni saranno tradotte in segnali nell’area della corteccia cerebrale deputata alla visione, dove l’immagine viene processata e, di fatto, vista. Poi può essere ulteriormente processata in altre aree della corteccia, deputate al riconoscimento, al significato, al paragone, all’emozione e all’opinione. Ma se non facciamo un utilizzo volontario dell’attenzione, i neuroni coinvolti non faranno il collegamento e il ricordo, semplicemente, non si formerà nemmeno. Se, ad esempio, stiamo pensando a cosa è successo in ufficio, o a cosa mangeremo a casa, vedremo l’incidente ma non ne osserveremo nessun dettaglio e ne ricorderemo solo la forma, a grandi linee, senza che gli altri particolari si fissino nella nostra memoria, intenta invece a processare frasi ascoltate durante il lavoro o a ricordare un cibo che ci piace nell’attesa di prepararlo. Quindi: la ragione principale per cui non ricordiamo un nome che ci è appena stato detto, o dove abbiamo messo le chiavi o il telefono, o se abbiamo chiuso bene la porta di casa, è dovuta ad una mancanza di attenzione durante l’azione. Se vogliamo ricordare, dobbiamo stare attenti. Ma la cosa è tutt’altro che semplice. Perché siamo programmati per notare, e perciò ricordare, cose, persone o avvenimenti che riteniamo nuovi, interessanti, sorprendenti e significativi per la loro portata emotiva o di causalità. Se no il nostro cervello, per risparmiare energia, funziona in modo semi- automatico per la maggior parte del tempo. Concludendo: l’attività cerebrale quotidiana non è predisposta all’attenzione. Il nostro cervello è sempre impegnato in rumori di fondo, ricordi, pensieri ripetitivi, memorie procedurali (come, ad esempio, pedalare su una bici): c’è troppo affollamento per introdurre una nuova memoria. Il nome di uno sconosciuto, ad esempio, viene tenuto in mente come suono per circa 15-30 secondi. Se non decidete di stare bene attenti, il suo nome scomparirà e non sarà mai consolidato nell’ippocampo, a formare una nuova memoria. Fare attenzione, dunque, richiede uno sforzo cosciente e volontario, ed è il presupposto per creare un ricordo, che verrà consolidato con il sonno. La prossima volta che parcheggiate, non dimenticatevi di queste righe.
Italiani e Social Network: le conseguenze sul benessere psicologico

Nei precedenti articoli abbiamo ampiamente trattato il controverso rapporto tra psicologia e tecnologia.In questo articolo analizzeremo il comportamento degli italiani sui social network e le conseguenze sul benessere psicologico. Nell’ultimo periodo gli utenti stanno prendendo sempre più coscienza degli effetti che la tecnologia e i social network esercitano sulla loro vita. Le percezioni che stanno affiorando sono di uno scarso controllo degli strumenti digitali e soprattutto dei sentimenti, in gran parte negativi, che ne scaturiscono. Le persone fanno fatica a bilanciare gli aspetti negativi e quelli positivi dei social network e, consapevoli degli effetti che potrebbero avere sul loro benessere psicologico, stanno cambiando il loro comportamento nei confronti di questi strumenti. Secondo il Report pubblicato da Kaspersky a settembre 2021, il 62% degli italiani sta modificando il proprio atteggiamento e comportamento di fruizione nei confronti dei social media in quanto ritenuti dannosi per la salute mentale. In particolare il 42% degli italiani ha dichiarato di non avere il pieno controllo dei social e di non riuscire a porsi dei limiti nel loro utilizzo, chiaro campanello d’allarme rispetto al pericolo di Social Media Addiction.Il 31% ha affermato di provare emozioni negative durante l’utilizzo, rilevando un incremento dei livelli di ansia e stress, mentre il 37% ha dichiarato di aver intenzionalmente ridotto il tempo da trascorrere sui social network. Un ulteriore rivolto della medaglia è che, reagendo a questa sindrome di iperconnettività, le persone hanno provato a rimettersi in contatto con il proprio io attraverso la meditazione o la mindfulness. Questo dato ci illumina sull’esigenza più forte della società odierna: ritornare al contatto umano, all’ascolto di sé stessi e degli altri, all’autenticità. La psicologia in questo senso è una risorsa inestimabile per riportare le persone al centro del loro essere e aiutarle a ricalibrare le priorità della loro vita in base ad un sistema di valori. La tecnologia è parte integrante delle nostre vite e un prezioso strumento per renderle più efficienti, ma è importante saperla padroneggiare e accogliere nella nostra quotidianità con consapevolezza ed equilibrio. In quest’ottica l’educazione digitale gioca sempre un ruolo fondamentale non solo per chi si approccia per la prima volta ai nuovi strumenti di comunicazione, ma anche per chi li usa quotidianamente, al fine di mantenere il giusto distacco e non venire assorbiti dal mondo virtuale.
Il sorriso e il suo potere di cambiare le cose

Il primo venerdì del mese di ottobre ricorre la giornata mondiale del sorriso. Esso è uno dei primi canali di comunicazione con l’altro ed è riconosciuto con valenza positiva in tutte le culture e in tutte le fasce d’età. Il sorriso è parte integrante della comunicazione non verbale e ha, infatti, una funzione biologica di socializzazione. Le prime esperienze si vivono in famiglia già nei primi mesi di vita. Gli studi etologici sostengono che il sorridere sia un’azione innata e che l’attuazione in determinati contesti sia dettata, invece, dall’apprendimento. Grazie al sorriso, il bambino dimostra il riconoscimento dei volti familiari, predisponendosi alle relazioni. Il sorridere di un bambino si riflette sul viso della madre, che a sua volta gli sorride. Questo vissuto positivo, sperimentato inizialmente con la mamma, aumenta il benessere psicologico del bambino. Esso diventa una componente dell’auto stima in formazione. Dal settimo mese, l’azione del sorridere di un bambino diventa intenzionale e volontaria. Si fa tesoro dell’esperienza di benessere scaturita dai sorrisi reciproci, aumentando la consapevolezza del potere relazionale intrinseco. Pian piano, il bambino imparerà così a sperimentare il sorriso e i suoi effetti sulle altre persone del suo mondo. Oltre ai genitori, nonni, zii, cugini e amici contribuiranno al potenziamento delle informazioni riguardo al sorridere. Garantiranno un bel bagaglio di benessere e di autostima da poter portare con se nella vita adulta. Il sorriso infatti è un facilitatore delle relazioni sociali. Crea un clima di serenità e predispone positivamente all’altro. Un sorriso è la curva che raddrizza tutto (Phillis Diller)
Un esempio di come le persone cambino quando diciamo loro di non cambiare

Di Dania Cusenza Se Elvira fosse un accessorio sarebbe sicuramente un filo di perle, anche se non gliel’ho mai visto indossare. È sulla cinquantina. Avete presente la Gradiva? Elvira non cammina, accarezza il pavimento quando incede. Dire elegante sarebbe fuorviante. Lei è l’eleganza. Quella che non ha nulla a che vedere con una bella borsa firmata. Si siede; la schiena diritta mi ricorda una danzatrice. Sembra su un trono.“Cosa posso fare per lei?” dico abbozzando un sorriso. Di più mi sembrerebbe irrispettoso.Tanto il passo era lieve tanto lo sguardo tracimava di rigidi inverni.“Sono qui per mia figlia”.Mi investe un’ondata di dolore addomesticato che vira subito in sfida.“Dottoressa, ho partecipato ad uno dei suoi corsi. Lei sostiene che le persone cambino quando si dice loro di non cambiare”. Faccio un lieve cenno con la testa.“Bellissimo slogan. Niente da dire”. La voce si fa apertamente ostile. “Ora le racconto brevemente la mia storia…” e telepaticamente saetta un “vediamo come se la cava”. Detesto i duelli. “Angelica ha sedici anni. Fino a dodici siamo state una cosa sola”. La voce si liquefa. Sembra di vederle complici nelle loro chiacchiere rosa confetto.“Era una bambina dolce e affettuosa, con quel suo cerchiello in madreperla. Quando l’accompagnavo a scuola non sa quante volte si girava e poi ancora e ancora con la mano che ondeggiava. Un giorno, senza alcun preavviso, non si è girata più”. Senza. Alcun. Preavviso.“E poi non sto qui a tediarla con i grovigli dell’adolescenza. Chissà quanti ne vedrà”. Alzo un sopracciglio.“Lei al corso parlava di come trasformare un problema in risorsa…”. Non ho neppure il tempo di assentire che Elvira mi mitraglia con una serie di carichi da novanta che farebbero impallidire Freud, Jung, Kelly e Bruner messi insieme.Pesco solo i macigni: “…vegeta…va malissimo…si fa le canne…è apatica…sabato è tornata sbronza. Dove ho sbagliato. Dove ho sbagliato”.Prende fiato come per sganciare l’ultima bomba. “Ma non è questo il motivo per cui sono qui”.Mi sento una Billy dell’Ikea prima di essere montata e senza libretto di istruzioni.Il mio maestro molti anni fa mi diceva “vedrai, il cliente parla parla, a te a volte sembrerà di annaspare ma ad un certo punto entri nel flusso e …”.Elvira non concede spazio ai miei salvagenti nostalgici.“Angelica pesa 120 chili”. Una frase che di chili ne pesa mille. “Le ho provate tutte. Se non le dico nulla mangia senza una fine. Se glielo vieto si abbuffa”.Siamo due statue. Brutte copie delle originali.“Lei al corso ci suggeriva di cercare le perle nei nostri figli. Prego” dice allargando le braccia, i palmi delle mani rivolti al cielo. Sembra mi stia passando il suo fardello.In un istante il volto si accartoccia in un’espressione di dolore. “Mi vergogno di lei” sussurra. Le lacrime sciolgono il ghigno. “Guardo Angelica e provo ribrezzo. Quel collo, tutta quella carne…ovunque”.I suoi singhiozzi mi arrivano fino all’anima.Solo macerie davanti a me.L’immagine di Elvira, così eterea, è un lontano ricordo. Ora è un tutt’uno con quella animale di sua figlia.Mai così vicine. Dal ventre del labirinto del Minotauro mi spunta un filo d’Arianna. “Se vuoi che le persone cambino dì loro di non cambiare”. Di non cambiare.È giunto il momento di invitare Elvira a cercare la perla tra tutti questi ruderi. Una sfida più ardua che trovare un ago in un pagliaio.Elvira, tifo per te. So che ce la puoi fare. Che c’è di bello in Angelica? Dai…dai…I suoi occhi cominciano a muoversi, a destra e a sinistra, ripetutamente. Cosa stia sfogliando non lo so ma ad un certo punto affiora un ricordo.“Angelica ed io avevamo un rito quando era bambina. Tutti gli anni in montagna compravano un vasetto di sali colorati. Com’era bello farle il bagno. Quanta spensieratezza” dice con aria trasognata. Mi fa tenerezza quando confessa che quei sali, lei, li compra ancora.La mente è strana davvero, a volte va nel passato come per prendere la rincorsa. Sento l’arco che si tende e tira indietro. Ed ecco che scaglia la sua freccia. “E se proponessi ad Angelica di farle un bagno?”. Fatico a non strabuzzare gli occhi.Penso: è la fine. Due settimane dopo.Elvira entra in studio. Nel suo sguardo un cestino di fragole appena raccolte.Volete sapere com’è andata? Allora sedetevi belli comodi.Siamo nella stanza da bagno.La telecamera inquadra Angelica adagiata nella vasca. Il vapore la avvolge e ci restituisce un’immagine color seppia. Sembra una di quelle vecchie foto tanto tutto è immobile.Poi uno sciacquio. Arriva ovattato. Una spugna si immerge. La vediamo strizzata con grazia. Entra ed esce dal profilo dell’acqua.La telecamera si allarga. Dietro Angelica c’è Elvira seduta su uno sgabellino malfermo. Scricchiola ogni volta che intinge la spugna e la passa sul collo della figlia, quel collo che fino a qualche giorno fa era sembrato così mostruoso.Piccoli gesti che sanno di eterno. La spugna entra ed esce, senza tempo.Angelica muove lentamente il capo all’indietro, solo di qualche grado.Per rispetto abbassiamo il volume.Le labbra di Angelica si schiudono in un inequivocabile “Mamma… bentornata”. E ora, immagino, vorrete sapere il seguito. Angelica ha iniziato a farsi seguire da un endocrinologo e bla bla bla. Cosa ha consentito questo cambiamento? Quel “Mi vai bene così come sei, guai a te se cambi”, racchiuso in un gesto.A distanza di mesi Elvira è tornata. Mi rassicura “No, no, non è per Angelica. È per mio marito”.Ma questa è un’altra storia.
Relazioni liquide e solitudine ai tempi dei social

Viviamo i tempi dei social e delle relazioni liquide, degli schermi luminosi e delle solitudini nascoste. La nostra è una modernità fragile. Nell’era dei social media basta un click per avere tanti amici e per trovare o cambiare partner. Le relazioni spesso nascono con un messaggio e con un altro messaggio finiscono. Se una finestra non funziona se ne apre un’altra. I nostri sono i tempi delle relazioni liquide, dell’assenza di impegno e responsabilità, tempi in cui i bisogni naturali sono coperti da bisogni effimeri. Sono i tempi delle luci delle schermate digitali, dietro cui si celano vissuti di paura, solitudine e vuoto. L’uso dei social, che in una certa misura semplifica l’azione e la comunicazione con il mondo esterno, può sfociare, all’estremo, in una disattivazione delle risorse interne, in stati di passività e isolamento. Società liquida E’ stato il sociologo Zygmunt Bauman ad elaborare il concetto di “società liquida”. Una società che prende forma su di un individualismo sfrenato e sul venir meno dei valori della comunità. Si tratta di una modernità fragile, che si regge sugli appigli dell’immagine, dell’apparire a tutti i costi e del consumismo. Ma mancando punti di riferimento e basi affettive solide, tutto è destinato a dissolversi in fretta. Il consumismo stesso non mira all’appagamento attraverso il possesso di oggetti di desiderio, che diventano in poco tempo obsoleti, quanto piuttosto al passaggio senza scopo da un oggetto all’altro. Utilizzando le parole di Bauman: “Quando manca la qualità, si cerca rifugio nella quantità. Quando non c’è niente che duri, è la rapidità del cambiamento che può redimerti” (Z. Bauman). La paura dell’intimità Nel proliferare delle connessioni informatiche si nascondono tante solitudini. Nella società liquida, di cui i dispositivi elettronici e i social sono solo gli strumenti ma non le cause, si rifugge il legame, l’intimità. L’incontro emotivo autentico. La responsabilità dei propri bisogni profondi. Si dà valore all’approvazione esterna e al raggiungimento dei canoni condivisi, a scapito della propria individualità, delle proprie emozioni e della propria autonomia. Per avere successo bisogna cambiare di continuo, tradendo impegni e lealtà. Le relazioni liquide sono senza orizzonte futuro. Vi è alla base l’idea che sia meglio rompere perché i sentimenti possono creare dipendenza. E, di conseguenza, più che relazioni, si stabiliscono ‘connessioni’. Inafferrabili, senza struttura, pronte ad evaporare. Rapporti umani considerati al pari di oggetti da consumo. La responsabilità della propria crescita Nel tentativo di mettersi al riparo dai rischi che i legami affettivi comportano, ci si rifugia in fantasie infantili di conferma o riscatto da schemi copionali che rassicurano ma, al tempo stesso, impediscono di riconoscere e impiegare le risorse adulte. E così, dietro l’immagine ostentata di falsa autonomia, si è ancora bambini, adattati o ribelli. Dipendenti da un genitore che stabilisce come si deve e come non si deve essere, che non sostiene l’autenticità nè l’autonomia. Confrontarsi con i propri limiti e i propri fallimenti, affrontare le proprie insicurezze, le proprie difficoltà e gli aspetti di sé mal tollerati può procurare sofferenza. Richiede impegno, coraggio. E in un mondo che vende soluzioni semplici, rapide e ‘indolore’ è più facile vivere di illusioni e rimanere bambini, che abbandonare i vantaggi degli appoggi esterni ed assumersi la responsabilità della propria crescita e dei propri desideri. Dall’evitamento al contatto Per stare bene e in salute è fondamentale in primis non perdere il contatto con l’esperienza reale di sé stessi, degli altri e della vita. Il malessere, a prescindere dalla forma che assume, ha sempre alla sua base l’evitamento, una interruzione del contatto con la realtà. In questi tempi liquidi, in cui dilaga la tendenza alla distrazione, a spostare l’attenzione all’esterno e da un oggetto all’altro, c’è bisogno, al contrario, di concentrazione. Il rimedio al dissolversi di ogni cosa è sviluppare presenza. Solidificare la propria identità, la propria vita affettiva e relazionale. Riportare l’attenzione innanzitutto al corpo, il grande assente dell’era informatica. A sensazioni ed emozioni, perchè è lì che abitano i nostri reali bisogni. Ed è dalla presenza, dal sentire profondo che rappresenta la bussola del vivere, che possiamo diventare consapevoli di noi stessi. Riconoscere e dare valore alla nostra forma, alla nostra sostanza e alla nostra esistenza.
L’INTELLIGENZA NELLE EMOZIONI

di Giada Mazzanti “mamma ho preso 8 nel compito di matematica” “ohh ma quanto è intelligente il mio bambino” Vi ricorda qualcosa? Probabilmente è una conversazione che potrebbe esservi capitata nel corso della carriera scolastica. Comunemente si associa il concetto di intelligenza al successo scolastico/accademico ma il costrutto si riduce soltanto all’ottenere delle buone prestazioni? Tale quesito se lo sono posti diversi studiosi nel corso del tempo: lo stesso Darwin, suo cugino Galton, Binet che costruì dei test mentali per dedurne l’età, detta età mentale; Stern, partendo dall’indice individuato da Binet, trovò il modo per renderlo universale per ogni età tramite il “quoziente intellettivo”; esso consiste nel dividere l’età mentale del soggetto per la sua età cronologica e moltiplicare il risultato per cento. Per poi arrivare a Gardner con la teorizzazione delle intelligenze multiple e a Sternberg sull’intelligenza triarchica. Queste teorie permettono la costruzione di test che vanno ad analizzare solo l’aspetto cognitivo dell’intelligenza considerandola come un costrutto monolitico scisso sia dalle emozioni che dalla motivazione. La sfera emotiva e motivazionale però influenzano la prestazione intellettiva e sono profondamente relati sia al QI sia alla costruzione della personalità; infatti, gli studi sulla meta-cognizione hanno evidenziato come una scarsa percezione di efficienza intellettiva si ripercuota sia sulla stima di sé e sia sull’autoefficacia causando una scarsa prestazione. Per tutti questi motivi quando si valuta l’intelligenza è bene considerare sia la massima prestazione cognitiva, sia l’intelligenza usata nei contesti quotidiani ma anche considerare quei fattori che possono essere accostati alla personalità come motivazione, meta-cognizione, comprensione delle emozioni, stili cognitivi e interpersonali e apertura mentale. Ma cosa si intende per emozione? Qual è la differenza con il sentimento? Sono due concetti fondamentali che spesso, nella quotidianità vengono confusi e non ci si riflette a sufficienza. Con “emozione” si intendono tutti gli stati affettivi intensi e di breve durata, danno luogo anche a comportamenti mentre i sentimenti sono stati affettivi di minore intensità più durevoli nel tempo e sono condizioni interne che danno azione e motivano un comportamento (Lazarus, Folkman 1984) Il primo studioso della funzione dell’emozione è stato Darwin considerandola come strumento di sopravvivenza della specie, da lui molti si sono affacciati allo studio del costrutto facendo sì che si creasse una eterogeneità di approcci teorici; essi però concordano nel considerare l’emozione come un processo che coinvolge tutto l’organismo a livello psicofisiologico, cognitivo e comportamentale che permette l’interazione organismo-ambiente ovvero l’adattamento del soggetto rispetto agli stimoli, al contesto e alle interazioni sociali. L’emozione nell’ottica evolutiva è fondamentale fin dall’inizio della vita per la costruzione della personalità; detto ciò, si può dire che nel bambino, tale competenza, sia indice di benessere e sia anche relata all’ambito della socializzazione e apprendimento. Emerge, dunque, che l’intelligenza emotiva è legata all’apprendimento, vediamo in che modo. Come dimostrano studi neuroscientifici (Mercenaro 2006), l’emozione è legata al pensiero, memoria e apprendimento nel senso che ogni apprendimento è marcato emotivamente. Altri studiosi ancora (Gottman, Declaire 1997; Dwyer 2002) evidenziano che anche i bambini aventi una buona competenza emotiva e inseriti in un ambiente di apprendimento sicuro ottengono risultati migliori nell’acquisizione delle conoscenze, non solo ma riescono a stabilire relazioni sociali migliori e gestiscono meglio le situazioni frustranti. Grazie a queste evidenze emerge, non solo la parzialità nella modalità valutativa dell’intelligenza come sola performance cognitiva ma anche la non completezza dell’educazione scolastica che tende a potenziare lo sviluppo cognitivo a discapito di quello affettivo. Viene a delinearsi il bisogno di ridefinire la pedagogia scolastica, essa dovrebbe considerare il tema della conoscenza emotiva come motore dell’apprendimento e della formazione di personalità. se non si tenesse di conto dell’area emotiva il rischio che ne deriverebbe sarebbe che l’incapacità di capire e gestire il proprio stato emotivo intralcerebbe il funzionamento delle abilità conoscitive. Ovviamente non va dimenticato che nel processo di apprendimento è fondamentale che vi sia un buon rapporto tra studenti e insegnati; infatti, il sentirsi accettati nel gruppo e stimolati dall’insegnate permette di aumentare la motivazione e apprendere in modo proficuo. Come si nota, l’apprendimento scolastico è analogo all’intero processo educativo, avviene solo se viene investita l’intera persona nelle sue relazioni con l’insegnante e con i compagni di classe (Csikszentmihalyi 1992, Blandino, Granieri 1995). La modalità più lampante per implementare le competenze nell’ambito emotivo e quindi per tenere sempre presente l’intelligenza emotiva sono l’attuazione di progetti, soprattutto nelle scuole primarie ma non solo, volti all’alfabetizzazione emotiva sia degli alunni ma anche degli insegnanti. Bibliografia Blandino G., Granieri B. (1995). La disponibilità ad apprendere. Dimensioni emotive nella scuola e nella formazione degli insegnanti. Raffaello Cortina, Milano. Dwyer B.M. (2002). Training strategies for the twenty-first Century: using recent Research on learning to enhance training “innovations in education and teaching International”, 39(4):265-267. Gottman J., Declaire J. (1997). Intelligenza emotiva per un figlio. Rizzoli, Milano. Lazarus R.S., Folkman S. (1984). Stress, Appraisal and coping, Springer. New York. Mancini G., Trombini E. (2011). Salle emozioni all’intelligenza emotiva. Espress Edizioni, Torino. Mercenaro S. (2006). La mente emotiva. Carocci, Roma. Passer M., Holt H., Brember A., Sutherland E., Vliek M., Smith R. (2013). Psicologia generale. La scienza della mente e del pensiero. McGrawHill Education.
PREVENIRE IL TRAUMA DEL FALLIMENTO ADOTTIVO

di Sara Di Nunzio Il termine post-adozione designa il periodo che ha inizio con l’arrivo del bambino nella sua nuova famiglia e individua una serie di interventi finalizzati a garantire la buona integrazione del minore all’interno del nucleo familiare e del contesto sociale. La necessità di creare una rete di servizi che accompagnino le famiglie oltre il primo anno dall’ingresso del minore adottato è una richiesta pressante in quanto il servizio di post-adozione va indubbiamente potenziato, anzi in molti casi soprattutto in Italia va proprio creato. Secondo una recente ricerca del professor Jesùs Palacios, professore dell’Università di Siviglia, in Spagna, le famiglie che si trovano a fare i conti con un’adozione complessa e che vivono un momento di crisi non sempre chiedono aiuto, nonostante la presenza di servizi di post adozione gratuiti e specializzati, composti da équipe di psicologi e neuropsichiatri. Infatti secondo questa ricerca per Rosa Rosnati docente di psicologia dell’adozione e dell’affido presso l’Università Cattolica di Milano, i dati confermano la necessità di un cambiamento di prospettiva culturale: l’adozione non è esclusivamente un canale per avere un figlio, ma ha in sé una intrinseca dimensione sociale. Se i genitori hanno fin dall’inizio questa prospettiva, saranno più predisposti a chiedere aiuto: adottare non è un’impresa che può essere condotta in solitaria. Fin dal momento della valutazione delle coppie è importante tenere conto della loro disponibilità a confrontarsi con altri, a mettersi in rete, aiutarli non solo a maturare le competenze genitoriale ma anche ad acquisire delle competenze genitoriali terapeutiche per consentire ai bambini di recuperare dopo le esperienze traumatiche che hanno vissuto. L’indagine del professor Palacios si riferisce agli anni 2003-2012, analizzando soprattutto i fallimenti adottivi che hanno riguardato l’1,32% delle adozioni, numeri molto inferiori rispetto a quel 3% di cui si parla generalmente in Italia. Attraverso questa ricerca il professor Palacios ha evidenziato dei fattori di rischio determinanti, Il 94% dei fallimenti riguardano bambini che sono stati inseriti in famiglia quando avevano più di due anni, ma contrariamente a quanto si pensa, il rischio non aumenta con l’aumentare dell’età e un bambino adottato da grande non è un bambino molto più a rischio. Un altro fattore di rischio è l’adozione di fratelli: il 40% dei fallimenti adottivi coinvolge adozioni di fratelli. in poco più della metà dei casi il fallimento riguarda tutti i fratelli, mentre quando ad essere allontanato è solo uno dei figli, nel 70% dei casi si tratta del figlio maggiore. Dal punto di vista dei professionisti, è stato sottolineato come si tenda a proporre servizi di consulenza e si facciano invece pochi interventi per sviluppare l’attaccamento. Esplorando il panorama giuridico La Spagna in particolare ha da poco cambiato la sua normativa di riferimento, ponendo un limite di due anni ai tentativi di recupero delle capacità genitoriali delle famiglie di origine e proibendo l’istituzionalizzazione per i minori sotto i 3 anni. Esplorando brevemente il panorama giuridico italiano, è indubbio poter confermare che la svolta decisiva, riguardo la tutela dei diritti dei minori adottati, si è concretizzata negli anni ’60, quando con la riforma del diritto di famiglia il minore venne riconosciuto titolare di diritti fondamentali che devono essere tutelati. Già la nostra Costituzione del 1948, con gli artt. 30 e 31, aveva sancito l’impegno dello Stato italiano nel sostegno della famiglia attraverso l’erogazione di servizi per sostenerla nell’adempimento dei suoi doveri. Nell’ordinamento italiano l’adozione dei minori in stato di abbandono è considerata legittimante, dunque irrevocabile: una volta emessa, la sentenza di adozione non può più essere rimossa e pari trattamento è assicurato ai minori stranieri in stato di abbandono, secondo la normativa prevista per l’adozione internazionale. Secondo la concezione più moderna dell’adozione, il rapporto adottivo è assimilato infatti al rapporto di filiazione legittima e la nuova famiglia adottiva sostituisce la famiglia d’origine con acquisto del cognome dell’adottante, redazione di un nuovo atto di nascita e acquisto della cittadinanza da parte del minore straniero. Come qualsiasi altro rapporto giuridico di filiazione, anche il rapporto nato da un’adozione legittimante potrà essere interrotto in caso di inadeguatezza genitoriale: il minore allontanato dalla famiglia adottiva dopo la pronuncia di adozione, considerato ormai figlio legittimo, sarà come tale allontanato, collocato in una struttura o sottoposto ad affidamento ed eventualmente nuovamente dichiarato adottabile. La restituzione del minore Il fallimento adottivo è un fenomeno le cui conseguenze negative ricadono non solo sul bambino stesso e sulla sua famiglia adottiva ma sul complesso di servizi chiamati ad interessarsi al percorso di un’adozione internazionale. La ricerca sul fenomeno della restituzione di minori adottati provenienti da Paesi stranieri ha preso in considerazione i minori transitati o presenti nelle diverse strutture residenziali di accoglienza. Dai dati si evince che la maggiore percentuale di minori viene inserita nelle “comunità di accoglienza” e in secondo luogo in “comunità familiare”. Molto residuale, invece, la presenza di minori accolti in “gruppi appartamento”, mentre soprattutto in alcune zone ancora si ricorre al ricovero in istituti di tipo tradizionale. Per comprendere le ragioni che hanno determinato l’inserimento in ciascuna specifica struttura, emerge chiaramente come la scelta della struttura residenziale non segua sempre criteri basati sui bisogni del minore ma, piuttosto, molto più frequentemente il principio dell’immediata disponibilità all’accoglienza e dei costi non troppo elevati. L’allontanamento dal nucleo familiare avviene spesso nella delicata fase della transizione adolescenziale, a seguito di momenti di accesa esasperazione delle relazioni genitore-figlio adottivo, tanto da essere inizialmente attuato come intervento di emergenza. Solo in misura residuale l’allontanamento risulta frutto di una valutazione approfondita e articolata della situazione familiare dalla quale scaturisca un progetto di intervento costruito e programmato a medio-lungo termine. Per questo il sostegno degli operatori nel post-adozione è fondamentale. Secondo Rosa Rosnati, gli operatori non hanno il compito di valutare le capacità e mancanze della coppia, bensì di individuare le risorse presenti in ciascuno dei coniugi, nella coppia, nella famiglia e nel contesto sociale, pertanto l’obiettivo sarebbe quello di creare reti sociali che possano sostenere la famiglia adottiva. Fonti: Vadilonga F., Curare l’adozione. Modelli di sostegno e presa in carico della crisi adottiva. Milano: Raffaello Cortina, 2010. Andolfi M., Chistolini
Il valore dell’ autostima nei contesti educativi

Tecniche psicoeducative per promuovere l’autostima
Il cambiamento climatico e il suo impatto sulla salute mentale

Il cambiamento climatico non è solo una delle più grandi minacce alla salute globale del ventunesimo secolo, ma è anche una delle sfide più importanti nella storia dell’umanità. L’azione dell’uomo ha avuto un impatto sulla Terra su larga scala, sotto forma di inquinamento, degrado ambientale, distruzione dell’aria, del suolo, dell’acqua e degli ecosistemi, nonché della distruzione di specie in tutto il mondo. L’impronta umana ha innescato cambiamenti climatici e ambientali che mettono in pericolo anche la stessa sopravvivenza umana. La crisi climatica e ambientale può influire, sia direttamente che indirettamente, sulla salute e sul benessere delle persone. Sebbene le ricerche abbiano dimostrato significativi effetti sulla salute fisica, l’indagine riguardante l’impatto sulla salute mentale dei fattori di stress climatici e ambientali è un’emergente area di ricerca. È uno dei principali ambiti di ricerca dell’Ecopsicologia, una branca della Psicologia ambientale. L’Ecopsicologia cerca le radici dei problemi ambientali nella psicologia umana e nella società e le radici di alcuni problemi personali e sociali nella nostra relazione disfunzionale con il mondo naturale. Esplora l’interdipendenza psicologica degli esseri umani con il resto della natura e le implicazioni per l’identità, la salute e il benessere. Le ricerche che studiano l’impatto degli stressor ambientali e climatici sulla salute mentale si sono concentrate su diversi aspetti relativi al cambiamento climatico, tra cui: eventi meteorologici estremi e disastri naturali: collegati a un’ampia gamma di esiti negativi di salute mentale, tra cui i più comunemente riportati sono il disturbo da stress post-traumatico (PTSD) e la depressione, nonché i disturbi d’ansia, il suicidio e l’abuso di sostanze; aumento delle temperature e ondate di calore estremo: considerati un grave problema di salute pubblica in quanto collegati ad una vasta gamma di conseguenze sulla salute mentale, inclusi comportamenti aggressivi e criminali, disturbi della veglia e del sonno, depressione e suicidio; siccità: connessa ad un aumento di stress psicologico e suicidi; insicurezza idrica e alimentare: la scarsità d’acqua e di cibo è stata collegata a disagio psicologico, tendenza al suicidio, ansia, disperazione e depressione, preoccupazione, vergogna e stigma; inquinamento atmosferico: l’esposizione alle particelle inquinanti è stata collegata alla sintomatologia depressiva e al deterioramento cognitivo, nonché a malattie che colpiscono il sistema nervoso centrale (SNC), come il morbo di Alzheimer; profondi cambiamenti sull’ambiente naturale: possono evocare dolore, tristezza e sentimenti di perdita. Queste emozioni sono state precedentemente esaminate con i termini di dolore ecologico e solastalgia. I fattori di stress climatico e ambientale possono esercitare un impatto sulla salute mentale attraverso molteplici percorsi. 1 – Percorso biologico Data la relazione intrecciata tra salute fisica e mentale, i danni fisici causati da eventi ambientali o esposizione a tossine ambientali, nonché malattie o condizioni di salute causate da fattori di stress climatici e ambientali, possono aumentare la vulnerabilità allo sviluppo di malattie mentali. I dati esistenti supportano l’idea che esiste un legame tra i cambiamenti climatici e il verificarsi di lesioni fisiche. Eventi meteorologici estremi e disastri naturali possono aumentare il rischio di lesioni. 2 – Percorso emotivo La crisi climatica e ambientale può essere intesa come un grave fattore di stress globale, associato a particolari aspetti che evocano o intensificano le risposte emotive negative. Il fatto che l’esistenza dell’umanità possa essere minacciata dalle conseguenze di questa crisi la collega a temi come la minaccia esistenziale, la distruzione o la morte. Queste associazioni possono aumentare la consapevolezza della mortalità, che può attivare le difese psicologiche e provocare reazioni emotive profondamente angoscianti. La portata globale della crisi può inoltre dar luogo a sentimenti di apatia, intorpidimento, perdita di controllo, impotenza, incertezze sul futuro, nonché uno stato di “eco-paralisi”, in particolare nei giovani. Questi sentimenti possono essere ulteriormente esacerbati osservando l’apparente inerzia dei leader globali e della popolazione in generale per mitigare o affrontare adeguatamente la crisi. 3 – Percorso cognitivo I fattori di stress climatici e ambientali possono avere un impatto sulla salute mentale in quanto possono influenzare il concetto di Sé e indurre meccanismi di difesa, come la negazione, e strategie di coping disadattivi. 4 – Percorso comportamentale I comportamenti dannosi per la salute sono spesso risposte disadattive per facilitare il fronteggiamento di emozioni e stati affettivi negativi, come rabbia e paura, o circostanze e ambienti sfavorevoli o dannosi. Esempi di comportamenti dannosi per la salute sono la mancanza di attività fisica, l’alterazione del sonno, l’attività criminale e la violenza. 5 – Percorso sociale I fattori di stress climatico e ambientale possono destabilizzare le reti sociali, interrompere il sostegno sociale e ridurre la coesione sociale. Ad esempio, è stato dimostrato che l’insicurezza alimentare porta alla disperazione e a bassi livelli di autoefficacia, che destabilizzano le relazioni sociali e aumentano il rischio di depressione. Inoltre, sono stati osservati cambiamenti nel comportamento sociale urbano a causa dell’inquinamento atmosferico, come una minore interazione con i vicini (cioè una minore “reciprocità sociale”), collegata alla sintomatologia depressiva. Infine, il cambiamento climatico, l’inquinamento e la distruzione dell’ambiente possono compromettere lo stato socio-economico di un individuo e, in ultima analisi, la sua salute mentale attraverso l’interruzione dello stipendio o dell’istruzione, la perdita del lavoro o di mezzi di sussistenza, oppure attraverso la migrazione forzata. Se il cambiamento climatico e ambientale continuerà a farsi strada, ci si può aspettare un suo sempre maggior impatto negativo sulla salute mentale. Il cambiamento climatico non è solo una delle maggiori sfide di questo secolo ma è probabilmente una delle sfide più importanti nella storia dell’umanità. Data la dipendenza degli esseri umani da un ambiente sano, l’arresto del cambiamento climatico e la protezione dell’ambiente naturale devono diventare una priorità assoluta. Un cambiamento verso la protezione del mondo naturale e uno stile di vita più sostenibile può, in definitiva, favorire un miglioramento della salute mentale. Fonti Thoma MV, Rohleder N e Rohner SL (2021). Clinical Ecopsychology: The Mental Health Impacts and Underlying Pathways of the Climate and Environmental Crisis. Front. Psychiatry 12:675936. doi: 10.3389/fpsyt.2021.675936 Morganstein JC e Ursano RJ (2020). Ecological Disasters and Mental Health: Causes, Consequences, and Interventions. Front. Psychiatry 11:1. doi: 10.3389/fpsyt.2020.00001 Cianconi P, Betrò S e Janiri L (2020). The Impact of Climate Change on Mental
Media Digitali: tenere fuori dalla portata dei bambini

di Angela Atzori Introduzione In seguito allo sviluppo tecnologico degli ultimi anni, in Italia, come del resto, nel mondo intero, si assiste ad un incremento della diffusione di tablet, smartphone, pc, tv dallo schermo digitale e altro.Considerando i dati forniti dall’ISTAT (2018) grazie alla ricerca effettuata da un Gruppo di lavoro congiunto Istat-FUB (Fondazione Ugo Bordoni), si osserva che se nel 1997, la percentuale di italiani che possedeva un cellulare era piuttosto esigua, pari al 27,3% , nel 2016 era notevolmente incrementata raggiungendo il valore del 95% . In base ai dati forniti da una ricerca pubblicata in PEW RESEARCH CENTER (2018) si ha la conferma che la tecnologia mobile si è diffusa rapidamente in tutto il mondo e si stima che oggi più di 5 miliardi di persone dispongano di dispositivi mobili e oltre la metà di queste connessioni sono smartphone. Nello specifico in 18 economie avanzate intervistate, dispone di smartphone una mediana del 76%, rispetto a una mediana di solo il 45% nelle economie emergenti.Come sostiene la pediatra Jenny Radesky (2016) l’innovazione tecnologica ha trasformato i media ed il loro ruolo anche nella vita dei neonati e dei bambini piccoli tanto che sono sempre di più quelli che utilizzano quotidianamente le nuove tecnologie, persino nelle famiglie economicamente svantaggiate. I bambini di oggi di conseguenza hanno un accesso ai media digitali che è sicuramente maggiore rispetto a qualsiasi generazione precedente. Nella ricerca condotta da Dominigues e Montanari nel 2017, la maggior parte dei bambini aveva iniziato ad utilizzare i media digitali prima di un anno di età e a due anni di età la maggior parte dei bambini utilizzava quotidianamente un dispositivo mobile. Dallo studio condotto da Kabali HK e colleghi (citati inBeena Johnson, 2020) che includeva 422 genitori di bambini di età compresa tra 1 e 60 mesi, è emerso che il più giovane ad utilizzare un dispositivo mobile, aveva addirittura 6 mesi.L’uso pervasivo di questi media coinvolge dunque tutti i bambini, anche quelli in età precocissime, inferiori ai due anni di vita. Questo aspetto della realtà che sta diventando una normalità, quasi o ormai consolidata, è sotto gli occhi di tutti: quanti di noi infatti possono affermare di non aver mai visto un bimbo, magari di due anni o anche meno, intento a fare tap su uno smartphone, su un tablet, oppure completamente concentrato di fronte alla tv mentre i genitori o chi per loro si dedicano ad altro?Secondo Cubelli e Vicari (2016) per molti genitori questi strumenti digitali sono utili per impegnare, distrarre, accudire i loro figli e per dedicarsi al lavoro o agli altri compiti domestici.Ma quali effetti hanno sullo sviluppo cognitivo, linguistico, emotivo-affettivo del bambino? Quali sono le conseguenze per le condizioni di benessere e di salute?Queste domande sono oggetto di interesse da diverso tempo della comunità scientifica. Psicologi, pediatri, neuropsichiatri ed altri esperti dello sviluppo infantile, si interrogano e orientano i loro studi in modo sempre più attento e profondo sull’impatto di tablet, smartphone ed altri dispositivi a schermo digitale ( non solo quindi della tv), sulla salute e sullo sviluppo degli infanti da 0 a 6 anni concentrandosi in alcuni casi nello specifico nella fascia d’età inferiore ai due anni.Già nel 1999 l’American Academy of Pediatrics (AAP) aveva emesso delle raccomandazioni sui media (in quel caso ci si riferiva alla tv) scoraggiandone caldamente l’utilizzo in particolare da 0 a 2 anni e consegnava ai pediatri il compito di discutere con i genitori, durante le visite di mantenimento della salute/benessere dei piccoli, i “media limits”, ossia di stabilire dei limiti proprio sul loro uso in quella fascia di età (Brown, 2011). I motivi sottostanti a tale raccomandazione, risiedevano nel fatto che l’AAP sosteneva che ci fossero potenzialmente più effetti negativi in questa fascia di età, rispetto a quelli positivi. Uno studio longitudinale condotto da Zimmerman e Christakis, (2005) constatava che la visione della tv prima dei 3 anni aveva modesti effetti negativi sullo sviluppo cognitivo e dunque gli autori, suggerivano una maggior aderenza alle linee guida dell’AAP secondo cui i bambini di età inferiore ai 2 anni non dovrebbero guardare la tv.Nelle nuove raccomandazioni dell’AAP (2016) è messo nero su bianco di evitare qualsiasi tipo di media digitali (a parte videochat) nei bambini di età inferiore ai 18 mesi e dai 18 ai 24 mesi si raccomanda un uso limitatissimo selezionando con accuratezza i contenuti da vedere solo in presenza di un adulto, evitando perciò che i bambini utilizzino i media in totale autonomia e solitudine. Mentre dai 2 ai 5 anni si raccomanda di limitare l’uso dello schermo a massimo un’ora al giorno, sempre sotto la supervisione del genitore, purché la scelta ricada su contenuti di alta qualità (Radesky, 2016).Anche l’OMS allo stesso modo, nelle nuove linee guida del 2019 inerenti l’attività fisica, il comportamento sedentario e il sonno per i bambini sotto i 5 anni, raccomanda il divieto assoluto degli schermi per i bambini da zero a due anni e per quelli della fascia di età 2-4 anni raccomanda di non lasciarli mai per più di un’ora al giorno a guardare schermi televisivi o di altro tipo come smartphone o tablet.È evidente che negli ultimi anni si assiste ad un incremento (seppur ancor contenuto) degli studi sugli effetti che seguono ad un’esposizione precoce ai diversi dispositivi digitali. Sebbene la letteratura internazionale si sia concentrata essenzialmente sulla tv, poiché diffusa da più tempo rispetto a tablet, smartphone, computer, ha fornito molte informazioni sull’ impatto di uno schermo sullo sviluppo cognitivo. Alla luce di ciò, e come suggerisce Anderson (2017) poiché l’esperienza di guardare tv è simile a quella degli altri strumenti digitali, è possibile basarsi anche su queste ricerche. Rischi per lo sviluppo e la salute Prima di elencare gli effetti negativi conseguenti all’esposizione ai media digitali, è importante sapere che la comprensione sostanziale della televisione con contenuti diretti ai bambini, non compare prima dei due anni di età e che in questo periodo essi imparano più da presentazioni di vita reale che dal video (Anderson, 2017). I neonati e i