Dipendenza affettiva: caratteristiche cliniche

Dipendenza affettiva e similitudini con le dipendenze da sostanze. Le fasi del processo di dipendenza affettiva descritte nel precedente articolo sono molto simili al processo di intossicazione acuta da una sostanza con umore euforico, cecità per le conseguenze negative, salienza e persistenza in memoria. Molti autori sottolineano anche come il potere di una relazione sentimentale di creare dipendenza come per le droghe dipenda dall’intensità del contatto iniziale: più intenso è stato il contatto, più il rischio di sviluppare una dipendenza è alto. L’addiction potrebbe essere vista come una possibile fase successiva nella quale il desiderio, inizialmente normale, acquisisce la connotazione di un bisogno compulsivo, con la sofferenza che inizia a prevaricare il piacere e con il persistere nella relazione nonostante le conseguenze negative che ne derivano. Il passaggio da amore passionale ad addiction includerebbe i tipici elementi della dipendenza da sostanze quali: craving, compulsività, perdita di controllo, coinvolgimento nonostante le conseguenze avverse. In termini comportamentali si passa da un ricorso all’oggetto di dipendenza per rinforzo positivo (sentire benessere) a uno per rinforzo negativo (evitare sensazioni negative, come ansia o tristezza). Quali sono le caratteristiche cliniche più implicate nella DA? Intossicazione. Quando una sostanza psicotropa entra nell’organismo avviene un’intossicazione dovuta agli effetti che la droga ha sul sistema nervoso centrale. Lo stesso può avvenire con l’innamoramento. Nella prima fase vi è un grosso quantitativo di piacere, un desiderio notevole, un’intossicazione acuta che spesso vede l’innamorato completamente assorbito dal pensiero e dal bisogno dell’oggetto delle sue attenzioni. Tolleranza o assuefazione. Nell’utilizzo di droghe, una ripetuta esposizione ad una sostanza determina nel tempo una variazione del livello iniziale di tolleranza, Bisogna aumentare la dose per raggiungere effetti uguali o simili a quelli delle prime assunzioni. Nelle relazioni vi è una prima fase di innamoramento in cui, superata l’intossicazione acuta, inizia una produzione di ossitocina nel cervello che contribuisce alla creazione di una relazione stabile stimolando rilassamento in un clima di fiducia. E’ possibile che questa fase fisiologica di “down” necessaria per lo sviluppo di una relazione stabile venga vissuto con un connotato spiacevole da chi necessita della conferma/gratifica/risoluzione ai propri timori abbandonici. Ciò si connette all’astinenza. Astinenza. I sintomi tipici sono depressione, incapacità di provare piacere, senso di vuoto e spingono il partner a giustificare ogni comportamento rinforzando il circolo vizioso di una dipendenza. Craving. Il desiderio impulsivo di ricorrere ad una sostanza psicoattiva è stimolato da fattori che innescano, tramite condizionamento, il desiderio della gratificazione. Nella dipendenza affettiva può essere inizialmente craving da ricompensa e poi da sollievo oppure ossessivo.
Diniego e violenza di genere: la sfida comunitaria della psicologia clinica

di Angelo Capasso, Psicoterapeuta a orientamento sistemico-relazionale e Manager Clinico del servizio di psicologia online Unobravo È difficile parlare di violenza, e in particolar modo di violenza di genere, senza usare parole violente, senza correre il rischio di essere violenti verso una delle parti coinvolte, tanto il perpetrator quanto la vittima, la quale spesso finisce con l’essere nuovamente schiacciata ed esposta a processi di vittimizzazione secondaria ad opera di chi dovrebbe tutelarla. Ne sono testimonianza le cronache dei media negli ultimi mesi che hanno raccontato gli stupri di gruppo a Palermo e Caivano e numerosi femminicidi: il dossier Viminale del 15 agosto 2023 contava 71 omicidi di donne dal 1 gennaio al 31 luglio 2023, numero ampiamente superato tra Agosto e Novembre, purtroppo con l’aggiunta di più di trenta ulteriori femminicidi, ultimi dei quali quelli di Francesca Romeo e Giulia Cecchettin. Senza contare le oltre 8.600 denunce per stalking e tutte le situazioni non mappate, in quanto sfuggono ai radar di servizi socio-sanitari e autorità. Siamo stati bombardati da narrazioni, che spesso avevano toni da thriller, tinte di un horror, intrise di commenti agli episodi talvolta forieri di pregiudizi e stereotipi. Quando questi episodi non sono inquadrati all’interno di una cornice che tiene conto della complessità del fenomeno, si corre il rischio di fare una lettura, e conseguentemente una narrazione, appiattita. Avere cura delle parole per descrivere queste storie violente, che sono storie di grave disagio e sofferenza, ma anche di asimmetria di potere e di disparità di genere, è importante quanto avere cura dei processi di pensiero messi in moto per leggere, decodificare e scegliere strategie per contrastare il fenomeno. A soli quattro anni dalla sua entrata in vigore, in Italia si è sentita la necessità di ripensare e modificare la legge n. 69 del 19 luglio 2019, ribattezzata “codice rosso”, che era stata istituita per rafforzare la tutela di coloro che subiscono violenze, per atti persecutori e maltrattamenti con procedure più snelle e repentine mirate alla messa in sicurezza delle vittime. Il 15 ottobre 2013 è stata approvata la Legge 119/2013 (in vigore dal 16 ottobre 2013) “Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 14 agosto 2013, n. 93, che reca disposizioni urgenti in materia di sicurezza e per il contrasto della violenza di genere”. Occorre tuttavia che i tavoli di discussione – politici, accademici, operativi – predisposti per contrastare il fenomeno siano sempre aperti in modo da agire su più fronti, non soltanto sul piano giudiziario con azione repressive o rieducative, ma anche su quello sociale, culturale, educativo affinché siano continui e incessanti il lavoro e il dialogo sulle matrici culturali della violenza di genere. Nel saggio Soffro dunque siamo. Il disagio psichico nella società degli individui, pubblicato di recente dai tipi di Minimum Fax, Marco Novelli indaga ed esplora le forme di disagio psichico con il più elevato tasso di diffusione nel XXI secolo. Dal confronto dell’autore con psichiatri, psicologi e psicoterapeuti non solo emerge che i più diffusi sono depressione, attacchi di panico, disturbi di personalità borderline, disturbi dell’alimentazione, fenomeni di ritiro sociale – psicopatologie che non erano altrettanto rilevanti nel Novecento – ma anche che sussiste un aspetto comune a questa costellazione di disagi psichici, ovvero la connessione tra le forme di malessere psicologico e quella che Novelli definisce “società degli individui” permeata dal’imperativo della prestazione e della competizione. Uno spunto molto interessante dell’autore è il focus sull’influenza che la dimensione psicosociale ha sulla sofferenza mentale, ma che ha anche sulle possibilità di cura. Il titolo, che riprende e amplia il concetto cartesiano del “Cogito Ergo Sum”, rimarca che la sofferenza psichica non è mai una questione meramente individuale, ma che è sempre implicata anche una dimensione collettiva. Da questa prospettiva la lettura che Novelli fa della dimensione collettiva della sofferenza è perfettamente applicabile, oltre che alle psicopatologie, anche a tutte le forme di violenza (non solo quella fisica, ma anche quella sessuale, psicologica, economica, assistita). Sembra che le cose inizino ad esistere in quanto tali quando iniziano ad avere un nome e, nonostante sia un fenomeno antico quanto la cultura patriarcale in cui affonda le radici, solo da alcuni anni la violenza di genere è stata riconosciuta come tale e inquadrata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come problema sistemico, la cui eziopatogenesi è multidimensionale. Tale intreccio di fattori rende il fenomeno di difficile misurazione e collocazione, sia perché sono implicati più livelli (psicologico, relazionale, familiare, culturale, sociale), sia perché in larga parte sommerso. Il parziale sommergimento diventa un disconoscimento del fenomeno agito in forma inconsapevole a opera di tutte le parti in gioco, dal perpetrator alla vittima, dai media alle istituzioni coinvolte, ed è il risultato di uno dei meccanismi psichici maggiormente implicati nel negare, camuffare, mistificare la violenza. Intuito e teorizzato già da Freud, poi ripreso da vari psicoanalisti, il concetto di diniego è uno dei meccanismi difensivi più potenti e arcaici. Melanie Klein lo descrive come un tentativo della psiche di difendersi dall’angoscia più abissale e soffocante dei propri persecutori interiorizzati, suggerendo che la prima forma di diniego coinvolge la propria realtà psichica e, solo a seguire, anche aspetti della realtà esterna vengono denegati dalla persona. Tali operazioni inconsce non sono semplicemente menzogne o dissimulazioni, bensì il risultato di una reale angoscia che spinge il perpetrator a rimaneggiare, selezionare, ricostruire, totalmente o in parte, i ricordi degli eventi in cui ha commesso violenza. È un modo di rinarrarsi per preservare l’immagine di sé perché riconoscere e ammettere la violenza delle proprie azioni implicherebbe per il perpetrator di mettere in discussione il proprio costrutto identitario; in poche parole è un modo per restare integri, agli occhi di sé stessi prima ancora di quelli altrui. Da anni impegnato nella ricerca sulla violenza di genere, che diventa strumento di conoscenza per comprendere il fenomeno e quindi meglio contrastarlo, Marco Deriu riprende la teorizzazione kleiniana di diniego osservando che c’è una relazione reciproca e circolare tra la realtà esterna e quella interna che si influenzano reciprocamente: “si negano realtà esterne per non affrontare le emozioni
Dimentico tutto. Che mi sta succedendo?

Problemi di memoria e spunti di riflessione. La pandemia ha portato con sé un’acutizzazione di molti aspetti legati alle emozioni, alla paura, alla mancanza di socializzazione e, in moltissime persone, anche una sensazione di maggiore vulnerabilità dei processi di pensiero e memorizzazione. Naturalmente, il fenomeno ha a che fare con la sensazione di perdita di controllo che ha permeato questi due anni duri. Molti di noi – è un argomento spesso riferito dai pazienti – si sentono meno capaci, meno padroni dei propri processi mentali e più soggetti a dimenticare le cose. Ma vediamo meglio come funziona la memoria, anche in tempi meno difficili. Vi capita spesso di dimenticare dove avete parcheggiato l’auto? Non siete i soli e, con ogni probabilità, non avete una pessima memoria né siete ai primi stadi di una demenza precoce. Il fenomeno è comune ed è dovuto ad un semplice fatto: se vogliamo ricordare qualcosa, la cosa più importante da fare è dedicare attenzione a questa cosa. Il lavoro della neuroscienziata Lisa Genova ci dà nuove prospettive sulla memoria. Notare una cosa significa utilizzare due facoltà: la percezione (tatto, gusto, vista, odorato, udito) e l’attenzione. Abitualmente, molti di noi, nel caso del parcheggio, eseguono l’azione in una sorta di automatismo: per questo memorizziamo, fin dal principio. La nostra memoria non è una videocamera: non registra tutto quello che vediamo e sentiamo, ma trattiene solo quello a cui facciamo attenzione. Se siamo svegli 16 ore al giorno, i nostri sensi sono all’opera per 57600 secondi. È una quantità abnorme di dati in entrata. È praticamente impossibile, e sarebbe persino dannoso, ricordarne la maggior parte. Immaginiamo di vedere un incidente sulla strada verso casa. La forma, il colore, il tipo delle auto coinvolte, la loro posizione saranno incamerati dai coni e bastoncelli della retina. Queste informazioni saranno tradotte in segnali nell’area della corteccia cerebrale deputata alla visione, dove l’immagine viene processata e, di fatto, vista. Poi può essere ulteriormente processata in altre aree della corteccia, deputate al riconoscimento, al significato, al paragone, all’emozione e all’opinione. Ma se non facciamo un utilizzo volontario dell’attenzione, i neuroni coinvolti non faranno il collegamento e il ricordo, semplicemente, non si formerà nemmeno. Se, ad esempio, stiamo pensando a cosa è successo in ufficio, o a cosa mangeremo a casa, vedremo l’incidente ma non ne osserveremo nessun dettaglio e ne ricorderemo solo la forma, a grandi linee, senza che gli altri particolari si fissino nella nostra memoria, intenta invece a processare frasi ascoltate durante il lavoro o a ricordare un cibo che ci piace nell’attesa di prepararlo. Quindi: la ragione principale per cui non ricordiamo un nome che ci è appena stato detto, o dove abbiamo messo le chiavi o il telefono, o se abbiamo chiuso bene la porta di casa, è dovuta ad una mancanza di attenzione durante l’azione. Se vogliamo ricordare, dobbiamo stare attenti. Ma la cosa è tutt’altro che semplice. Perché siamo programmati per notare, e perciò ricordare, cose, persone o avvenimenti che riteniamo nuovi, interessanti, sorprendenti e significativi per la loro portata emotiva o di causalità. Se no il nostro cervello, per risparmiare energia, funziona in modo semi- automatico per la maggior parte del tempo. Concludendo: l’attività cerebrale quotidiana non è predisposta all’attenzione. Il nostro cervello è sempre impegnato in rumori di fondo, ricordi, pensieri ripetitivi, memorie procedurali (come, ad esempio, pedalare su una bici): c’è troppo affollamento per introdurre una nuova memoria. Il nome di uno sconosciuto, ad esempio, viene tenuto in mente come suono per circa 15-30 secondi. Se non decidete di stare bene attenti, il suo nome scomparirà e non sarà mai consolidato nell’ippocampo, a formare una nuova memoria. Fare attenzione, dunque, richiede uno sforzo cosciente e volontario, ed è il presupposto per creare un ricordo, che verrà consolidato con il sonno. La prossima volta che parcheggiate, non dimenticatevi di queste righe.
Digital Pollution: quando la tecnologia inquina le nostre vite

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Differenze di genere: sensibilizzazione agli studenti

Studenti e differenze di genere: una proposta di sensibilizzazione. Basta un veloce giro nei corridoi di un qualsiasi istituto superiore di periferia, per notare che la cultura patriarcale regna sovrana e che manca qualsiasi educazione alle differenze di genere. La dicotomia maschio forte-cacciatore/sfigato-isolato e donna facile-ingenua/fedele-seria sono le categorizzazioni più immediate facilmente individuabili in pochi minuti trascorsi nelle classi. Il tema del maschilismo, è conosciuto dai ragazzi in relazione all’atto più estremo di tale fenomeno: il femminicidio. Insomma, sensibilizzazioni mirate alla comprensione delle differenze di genere dovrebbero essere di primaria importanza nell’agenda scolastica. Ma come rendere un tema tanto complesso, facile, immediato e interessante? Ecco una proposta di sensibilizzazione pensata per studenti dai 15 ai 18 anni. Educare alla diversità Per fortuna, al mondo siamo tutti diversi. Non esistono due persone uguali al mondo. La diversità ha un fondamento e una funzione bio-psico-sociale tanto semplice quanto importante. Se non fossimo diversi nei tratti somatici, ad esempio, non potremmo distinguerci e riconoscerci tra noi. Se non fossimo diversi nei gusti, ciò che ci piacerebbe si estinguerebbe! Se venissimo tutti dallo stesso luogo, staremmo stretti. Se non avessimo specializzazioni differenti, il mondo non si evolverebbe. In cos’altro siamo differenti? Nel genere. Cosa succederebbe se fossimo tutti dello stesso genere? Le differenze di genere Senza differenze di genere, quindi, il mondo si estinguerebbe. Eppure, dalle differenze si generano degli stereotipi Gli stereotipi non esistono per un solo genere, ma per entrambi. Per il rosa, e per il blu. Quali sono gli stereotipi che vi incastrano, vi bloccano, non vi permettono di essere liberi? Il patriarcato Tutti questi stereotipi sono figli di una organizzazione sociale chiamata patriarcato. Esso non ha nulla di “naturale”, quanto ha, nella storia, un’utilità di fondo di tipo economica. Mentre nella famiglia tradizionale, infatti, la madre è certa (la madre è colei che partorisce i figli), il padre non è immediatamente certo. Un’organizzazione patriarcale, che vede cioè il potere economico e sociale al pater familias, legittima il diritto della presenza del padre, e preserva una discendenza economica da padre a figlio. È pertanto un’organizzazione sociale basata sulla proprietà privata e sulla legge del più forte. Il femminismo e il matriarcato Diverso, e non opposto, al maschilismo, c’è il femminismo. Femmismo non sostituisce, al primato dell’uomo capofamiglia, la donna. Bensì, parla di un mondo libero da stereotipi, di genere e non, in cui c’è parità tra esseri umani. L’organizzazione sociale possibile in questa cornice, è il matriarcato, che non vede la supremazia del capo-donna, quanto porta esempi di società basate sulla cooperazione e la condivisione. In queste società, infatti, non esiste un leader donna, quanto un tessuto sociale che collabora per la sopravvivenza della società. Lo sai che sono sempre esistite nella storia le società matriarcali? Ne sono esempio il mito delle amazzoni, le guerriere, e le centinaia di società ancora esistenti oggi in Indonesia, Cina e Messico. Il matriarcato nella natura La natura stessa ci spiega che il patriarcato ha poco a che fare con le differenze “naturali” del genere. Ci sono infatti tante specie animali che sono organizzate secondo un modello matriarcale. Le api sono un classico esempio di società matriarcare: un’ape regina, e una società altamente collaborativa costituita da api operaie e fuchi. Tra le specie in cui le femmine sono più aggressive, abbiamo i Bonobo e la mantide religiosa. Mentre elefanti e orche sono tra le specie in cui la matriarca è la femmina più vecchia del branco, e maschi e femmine più giovani collaborano nel branco. Una volta capito, quindi, che le differenze di genere di “biologico” hanno ben poco, come dovrebbe essere, un mondo libero da stereotipi?
Dietro la maschera del narcisismo: il caso mediatico di Filippo Turetta

Il caso dell’omicidio di Giulia Cecchettin ha profondamente scosso l’opinione pubblica per la brutalità del crimine commesso da Filippo Turetta, suo ex fidanzato. Un giovane apparentemente timido, introverso e del tutto insospettabile. Proprio per tale ragione sembra essere importante soffermarsi sul “profilo psicologico” di questo tipo di aggressore. Questi, fanno quasi subito orientare gli esperti verso una diagnosi di disturbo di personalità con tratti narcisistici. Per queste personalità gli esperti sono propensi a parlare di “Narcisismo Patologico Covert“ Narcisismo covert: un volto insidioso del narcisismo Quando parliamo di narcisismo covert ci riferiamo ad un disturbo che ha manifestazioni molto subdole e si distacca nettamente dal narcisismo “palese”, che si caratterizza, invece, per arroganza e superiorità. Chi ne è affetto appare come fragile, dipendente emotivamente e bisognoso di cure ed approvazione. Il narcisista covert è spesso “passivo-aggressivo”, manipolatore e incline al vittimismo ed utilizza il senso di colpa come arma. Tutto questo cela, però, il bisogno di controllo patologico sugli altri. Dai resoconti di stampa sembrerebbe che nel rapporto tra Filippo Turetta e Giulia Cecchettin si sia evidenziata una forte dinamica di controllo. Il giovane aveva più volte riferito a Giulia che si sarebbe fatto del male qualora lei lo avesse rifiutato o abbandonato. Questo tipo di atteggiamento è tipico dei narcisisti covert che non tollerano il rifiuto e vivono la perdita dell’altro come una minaccia diretta alla propria identità, imponendo al partner la propria presenza nella sua vita vittimizzando sé stesso ed esercitando “dinamiche di potere”. Il disequilibrio narcisistico: il successo di Giulia Il successo accademico imminente di Giulia, che stava per laurearsi ed il suo crescente bisogno di autonomia, l’avrebbero condotta alla decisione di chiudere la relazione tossica, così come in tante altre storie. Storie che scatenano nel persecutore una vera e propria “crisi” dovuta al crollo dell’immagine di sé come “indispensabile per l’altro” ed al forte senso di abbandono. Di conseguenza questi uomini vivono un’escalation interna di frustrazione e rabbia con successiva perdita di controllo che li porta a compiere “gesti estremi”. Il caso di Filippo Turetta, dunque, rappresenta un drammatico esempio di come alcune dinamiche psicologiche se non affrontate e riconosciute in tempo possano degenerare in forme di violenza radicali. Analizzare tali tratti non vuol dire però giustificare! Al contrario, permette di comprendere i meccanismi che possono condurre a simili tragedie e di conseguenza di prestare attenzione ai “segnali d’allarme” nelle relazioni, per poter intervenire nel miglior modo possibile. Conclusioni: dalla prevenzione alla consapevolezza Il caso di Turetta ci impone una importante riflessione affinché si possa imparare a riconoscere le “dinamiche tossiche” prima che degenerino. La manipolazione emotiva, il controllo camuffato da amore e le minacce velate non sono segni d’affetto ma dei veri e propri campanelli d’allarme e non vanno sottovalutati. Un’educazione ai sentimenti fondata sul rispetto e sull’equilibrio emotivo è oggi necessaria tanto quanto la sensibilizzazione ai disturbi di personalità ed alle forme di disagio psicologico che, se ignorate, possono evolvere in comportamenti pericolosi e ad esiti tragici. Bibliografia Bruzzone R., 2024. Il Messaggero, 2023. La Stampa, 2025.
Dietro i comportamenti: strategie psicoeducative per capire gli studenti

Dietro ogni comportamento c’è un bisogno. Questa è la chiave per capire gli studenti. Invece di focalizzarci solo su ciò che fanno, cerchiamo cosa li spinge ad agire in un certo modo. Un comportamento “negativo” spesso nasconde insicurezze, noia o difficoltà. Cambiare la comunicazione è fondamentale, domande aperte creano dialogo, istruzioni chiare danno certezza. Se riusciamo, evitiamo di dare ordini o di fare promesse inutili. Ricordiamoci che il nostro modo di interagire influenza profondamente il comportamento degli studenti. Quando cerchiamo di capire perché uno studente si comporta in un certo modo, è molto utile guardare cosa succede prima, durante e dopo quel comportamento. Facciamo un esempio: se Marco alza la mano per parlare (questo è il suo comportamento), l’insegnante gli fa una domanda (questo è ciò che è successo prima), e Paolo riceve un complimento come “Bravo, hai fatto bene a chiedere!” (questa è la risposta dell’insegnante), allora Paolo sarà contento e continuerà a partecipare attivamente alle attività didattiche. Purtroppo, nella comunità scolastica, ci troviamo spesso di fronte a comportamenti oppositivi che rendono tutto più complicato sia per i docenti sia per il gruppo-classe. In questi casi, cambiare il modo di comunicare può davvero fare la differenza. Invece di dire a uno studente “Sei sempre il solito!”, che rischia di farlo sentire sbagliato è molto più utile cercare di capire cosa sta succedendo. Ad esempio, se uno studente disturba i compagni durante le attività didattiche possiamo provare a comunicare in maniera empatica con una domanda più aperta: “Cosa stai dicendo di così importante?”. Questo tipo di domanda invita lo studente a spiegare il suo comportamento, aprendo un dialogo e permettendo di affrontare la situazione in modo più costruttivo. Cosa c’è dietro quei comportamenti? Ci possono essere molte ragioni: Lo studente non si sente abbastanza considerato o apprezzato. Si annoia o non trova interessante l’attività che sta svolgendo. Si sente meno capace degli altri. Potrebbe avere delle difficoltà di apprendimento. Ha difficoltà a comprendere ciò che gli viene chiesto. Pensa che un compito sia troppo difficile o troppo lungo. Quale comunicazione? È importante fare attenzione a come noi adulti ci comportiamo con gli studenti. Non dare ordini vaghi come “Fai il bravo” o usare un tono interrogativo quando si dà un ordine. Anche dare troppi ordini tutti insieme o ripetere sempre le stesse cose senza poi agire di conseguenza non aiuta. Dare istruzioni brevi e precise come “Hai 10 minuti a disposizione per comunicare con i tuoi compagni di classe. Dopo ci sarà l’attività didattica. È importante che gli insegnanti non facciano promesse o minacce che poi non mantengono. Se lo fanno, gli studenti non si fidano più di loro. Come diceva Confucio: una persona saggia non dice mai cose che poi non può fare.
DI VIRUS, MUCCHE E MOSCHETTIERI

di Annalisa Perziano Finalmente scorgiamo all’orizzonte i primi vaccini (e le terapie) contro il Coronavirus che nel 2020 ha piegato il mondo economico, sanitario e psicologico. SARS-CoV-2 ha mandato in frantumi la realtà, la zona di comfort di ciascuno nel mondo. In meno di 12 mesi siamo passati dalle canzoni del Festival di Sanremo ai numeri della pandemia al miracolo della scienza concretizzato in vaccini e terapie, attraverso un tempo traumatizzato. Ma un virus, un vaccino sono qualcosa di esterno che, entrando nel nostro corpo, attiva difese immunitarie e psicologiche. “Lo straniero”, “l’altro”, il nuovo, il diverso da sempre alimentano paure e angosce. E se questo può aver salvato la nostra specie in alcune circostanze nella preistoria, oggi ci getta nel baratro di alcuni episodi di cronaca. Le pandemie nella storia, viste con gli occhi della scienza, ci insegnano che si vince solo tutti insieme, perché la salute del singolo dipende dalla salute della comunità e viceversa. La pandemia da Covid in corso invece vista con gli occhi di alcuni dimostra che non tutti abbiamo imparato la lezione, altro che historia magistra vitae! Nel 1798, quando imperversava l’epidemia del vaiolo, nacque il primo vaccino contro questa malattia, e la parola stessa vaccino: etimologicamente “di vacca”, dato che il vaccino del vaiolo veniva preso direttamente dalle mammelle delle mucche. E puntuale una voce urlò al complotto che mirava a trasformare gli uomini in mucche.Ebbene ad oggi non abbiamo evidenze di alcun vaccinato contro il vaiolo diventato mucca, e non ci aspettiamo fantasiose mutazioni genetiche dovute ai vaccini contro SARS-CoV-2, al contrario ci aspettiamo che anche questa volta il virus venga debellato. Paura e ignoranza sono trasformate in paranoia, discriminazione e distruttività rivolte contro non il virus invisibile, bensì chi ne è visibile vittima. Casuali coincidenze spaziali e temporali diventano arbitrari nessi causali: l’epicentro dell’incipit della pandemia in Cina ha scatenato odio e paura contro “i cinesi”; il personale sanitario è passato rapidamente da eroe a untore. Derealizzazione, depersonalizzazione, negazione sono difese psicologiche atte a proteggerci in situazioni traumatiche, intollerabili. Se a queste aggiungiamo pre-giudizi, errori cognitivi e pensiero magico ecco illustrato il cortocircuito di alcune menti. Attenzione, le menti di tutti noi funzionano così, solo che alcuni di noi riescono a reagire: a documentarsi, a comprendere e dunque ad adattarsi. Paura e ignoranza – conoscenza e pensiero critico: 0 – 3. Perché conoscere significa capire. Capire il presente, il passato e in parte anche il futuro. A proposito di futuro, chi è interessato ad approfondire le righe qui sopra, resti sintonizzato: seguiranno altri articoli più specifici. Nel frattempo contro i(l) virus, non certo contro le persone né contro le regole di prevenzione, “uno per tutti, tutti per uno!”
Di Martino Daniela

Daniela Di Martino si occupa di Psicologia del Lavoro, in particolare di quello che è lo stress sul lavoro. Lo Psicologo del Lavoro, si occupa di applicare metodi di intervento all’interno di strutture aziendali, al fine di garantire un funzionamento adeguato. L’analisi dello stress correlato al lavoro ha l’obiettivo di far funzionare l’azienda in maniera diversa e più adeguata ai bisogni dei lavoratori. Attraverso un’analisi dei dati dei vari ambiti lavorativi, si propongono interventi migliorativi, si analizzano ad esempio gli infortuni sul lavoro, l’assenteismo e lo stress. Quest’analisi rivolta ai lavoratori viene svolta in anonimato, in quanto l’obiettivo dello Psicologo del lavoro non è il singolo ma il gruppo di lavoro. Gli interventi possono essere di vario tipo come ad esempio la creazione di uno sportello di ascolto per un supporto psicologico. Od anche interventi di formazione per imparare a gestire lo stress causato dall’interazione con il pubblico.
Deumanizzazione: quando l’umanità viene negata

La deumanizzazione è la negazione dell’umanità altrui, un processo che introduce un’asimmetria tra chi gode delle qualità specifiche dell’umano e chi ne è considerato carente[1]. Essa è una forma estrema di discriminazione usata come strumento di oppressione sociale e psicologica. Può essere esplicita o sottile, guidata dall’odio o dall’indifferenza, rivolta ad una collettività o verso un singolo individuo. È più comune di quanto noi possiamo immaginare: si verifica continuamente nella vita quotidiana, da quando giudichiamo una persona diversa da noi alla messa in atto di violenze fisiche e psicologiche su esseri umani inermi. È sempre più pervasiva, attuata in diversi contesti e realtà sociali. Uno degli aspetti più pericolosi della deumanizzazione è rappresentato dalle conseguenze negative che essa può produrre. Percepire l’altro come “meno umano” può provocare una serie di effetti dannosi e lesivi, come commettere atti violenti e mettere in atto comportamenti aggressivi nei confronti degli altri deumanizzati. Pensare l’altro come “essere inferiore”, come “non umano”, aiuta ad oltrepassare i confini sociali e personali, rendendo possibile la messa in atto di azioni atroci che in un contesto normale sarebbero impensabili[1]. Uno dei primi studiosi a sottolineare il legame tra forme estreme di violenza e la deumanizzazione è stato Kelman Secondo Kelman[2], per mettere in atto azioni violente nei confronti di altre persone è necessario attuare processi che permettono l’indebolimento dei principi morali così da superare le inibizioni da essi causate. È necessario che la vittima sia privata del suo stato di umanità, che sia cioè attuato il processo di deumanizzazione. Kelman aggiunge che anche chi perpetra l’aggressione diviene deumanizzato, non possiede più la capacità di agire come un essere morale perché privato della capacità di provare compassione ed empatia nei confronti delle vittime. La deumanizzazione può essere identificata come l’origine causale delle atrocità tra i gruppi, del pregiudizio e dell’annientamento dei diversi da sé, svolgendo la funzione di aggravante della discriminazione Attraverso la negazione degli elementi prettamente umani e delle caratteristiche dell’individuo, della comunità e della società, si pone in essere la deumanizzazione, ovvero l’esclusione di determinati individui dal gruppo degli esseri umani[1]. In seguito a tale negazione, l’individuo o il gruppo sociale colpito cessa di essere tutelato e diventa vittima di aggressioni, violenze e atrocità. In tali condizioni, diventa possibile che persone normali, moralmente rette e giuste, compiano atti di estrema crudeltà. “Non rispondere alle qualità umane delle altre persone facilita automaticamente le azioni disumane. […] È più facile essere insensibili o brutali verso ‘oggetti’ deumanizzati, ignorare le loro richieste e i loro appelli, usarli per i propri scopi, persino distruggerli se danno fastidio.” (Zimbardo, 2007, p.444). È quindi fondamentale riconoscere la stretta relazione tra deumanizzazione e violenza fra gruppi Sebbene tale relazione sia riscontrabile in tutti i contesti sociali, da quelli quotidiani a quelli straordinari, i territori in cui essa è più florida e sviluppata più in fretta è nelle carceri e in situazioni di guerra. In genere tali contesti sono un concentrato di autorità, dominio, violenza e potere, all’interno dei quali è comune e quasi semplice sospendere l’umanità di chi vi è inserito. La persona viene privato delle qualità a cui gli uomini attribuiscono più valore in quanto peculiari dell’essere umano: il rispetto, la solidarietà, la gentilezza, la cooperazione, l’aiuto, il sostegno, l’amore. Il modo in cui un individuo considera l’altro influisce su come egli lo tratta e lo considera Solo approfondendo i processi che sottendono la deumanizzazione si riuscirà ad evitare il pericolo della “normalizzazione” di tali fenomeni eccezionali, allontanandoci dall’idea per cui anche le più drammatiche manifestazioni della deumanizzazione siano fenomeni da accettare inevitabilmente con rassegnazione. Un possibile processo per contrastare la discriminazione e l’aggressione degli altri è l’“umanizzazione”, resa possibile tramite l’inclusione dei (considerati) diversi nel gruppo degli esseri umani. Riconoscere un individuo come umano significa ritenerlo meritevole di considerazione morale, così da influenzare il modo in cui lo si percepisce e ci si relaziona ad esso. Bibliografia [1] Volpato C. (2011). Deumanizzazione. Come si legittima la violenza. Roma-Bari: Editori Laterza [2] Kelman H.C. (1973). Violence Without moral restraint: reflections on the dehumanization od victims and victimizers. Journal of social issues, 29 (4): 25-61 Zimbardo P. (2007). The Lucifer effect. How good people turn evil, trad.it. L’effetto Lucifero. Cattivi si diventa? Milano: Cortina, 2008