Dove inizia davvero una Dipendenza

Ci sono esperienze che iniziano senza intenzione. Si prova qualcosa di nuovo per curiosità o per noia, può accadere in compagnia o a volte persino in momenti di solitudine. Non c’è un momento preciso in cui si decide. Semplicemente accade. E all’inizio non sembra nulla di importante. Non tutte le persone che provano l’utilizzo di droghe o comportamenti a rischio di dipendenza scivolano poi nella dipendenza patologica. La gran parte, una volta terminata l’esperienza, si ferma e non desidera ripeterla. E la differenza spesso non sta nella sostanza o nel comportamento in sé, ma in quello che l’esperienza riesce a fare nella persona. In alcuni casi quell’esperienza sposta qualcosa che la persona ha dentro: abbassa un rumore, riempie temporaneamente un vuoto angosciante, rende tutto più leggero anche se per un tempo breve. Non si tratta quindi solo di piacere, ma di una sfumatura più complessa e sottile, potremmo dire un “sollievo”. Ed è proprio qui che la “curiosità” smette di essere solo tale. Non è davvero un caso E’ molto comune il pensiero secondo cui una dipendenza nasca per caso, magari per via di un incontro, un contesto o una situazione insolita. E in parte è vero: soprattutto in adolescenza può capitare di trovarsi in ambienti o momenti in cui questo tipo di esperienze sono accessibili e socialmente accettabili. Ma questo non basta a spiegare tutto. Per alcune persone, quell’esperienza arriva nel momento in cui serve di più. E da quel momento diventa significativa. Non necessariamente voler ripetere l’esperienza è un processo consapevole. E’ possibile che si cerchi in modo automatico di raggiungere una sensazione, o di evitarne altre. E così inizia un vero e proprio allenamento di un meccanismo che gradualmente si cristallizza. La ricerca dell’esperienza diventa prima possibilità, poi ricerca e infine entra a far parte delle abitudini personali. E tale processo non è sempre evidente o eclatante. Quando qualcosa “funziona troppo bene” C’è un passaggio sottile, quasi invisibile. All’inizio non c’è l’idea di “avere un problema”.C’è solo qualcosa che funziona per calmarsi, non pensare, sentirsi meglio o forse… “sentirsi meno”. Lentamente tutto ciò si trasforma in qualcosa di necessario. Succede a piccoli passaggi e spesso ci si accorge di questo cambiamento solo molto più avanti. Quando inizia davvero? Nel cortometraggio animato Nuggets, questo passaggio è rappresentato in modo semplice e potente. All’inizio c’è una scoperta. Poi un effetto. Poi la ricerca di quell’effetto. E a un certo punto qualcosa cambia, ma senza un confine netto. È proprio questa gradualità a rendere il processo difficile da riconoscere mentre accade. Forse la domanda non è solo quando si prova qualcosa per la prima volta. Ma quando quell’esperienza inizia ad avere una funzione rilevante per la persona. Quando diventa un modo per gestire qualcosa che, altrimenti, resta difficile da sostenere. Se qualcosa inizia senza sembrare un problema, quando lo diventa davvero? E soprattutto: in quale momento smette di essere una scelta? Bibliografia Bechara, A. (2005). Decision making, impulse control and loss of willpower to resist drugs. Nature Neuroscience, 8(11), 1458–1463. Everitt, B. J., & Robbins, T. W. (2005). Neural systems of reinforcement for drug addiction. Nature Neuroscience, 8(11), 1481–1489. Tull, M. T., Weiss, N. H., Adams, C. E., & Gratz, K. L. (2010). The role of emotion regulation in substance use. Journal of Anxiety Disorders, 24(6), 656–664.
Dormire sugli allori? Come il cervello si allena nel sonno

Quando facciamo bene qualcosa, quando miglioriamo una prestazione – che sia sportiva, lavorativa o ludica – proviamo sentimenti di orgoglio, piacere, eccitazione e queste emozioni aiutano a rafforzare i comportamenti in cui ci siamo appena impegnati. Allo stesso modo, il dolore del fallimento rende meno probabile ripetere recenti comportamenti fallimentari. Questo accade da svegli. Ma cosa succede quando dormiamo? In un recente studio, Virginie Sterpenich e colleghi, dell’Università di Ginevra, hanno fatto giocare due gruppi di persone a due giochi a computer, progettati per essere molto coinvolgenti e per ingaggiare due aree cerebrali molto diverse. Un gioco prevedeva l’individuazione di un viso in un set di 18 visi diversi, e l’altro gioco implicava la navigazione attraverso un labirinto 3D. Tutti i soggetti coinvolti hanno svolto entrambe le attività, mentre Sterpenich e il suo team ne scansionavano il cervello durante l’azione, utilizzando sia un elettroencefalogramma, che misura l’attività elettrica nel tempo, sia la risonanza magnetica funzionale, che fornisce informazioni su quali aree del cervello sono attive, misurando la quantità di flusso sanguigno presente e le aree coinvolte. Al termine dei giochi, i partecipanti sono stati accompagnati a dormire in uno scanner cerebrale. I ricercatori hanno utilizzato un’intelligenza artificiale, addestrata sui dati di elettroencefalogramma e risonanza magnetica funzionale, per decodificare le scansioni cerebrali dei giocatori addormentati, compararle con quelle registrate da svegli durante il gioco e investigare se riproducevano un gioco oppure l’altro durante il sonno. Ma facciamo un passo indietro: quello che i soggetti dell’esperimento non sapevano è che i giochi erano truccati, in modo che ogni partecipante vincesse solo una delle partite. I giocatori erano quindi convinti che vittorie e sconfitte fossero il reale risultato delle loro prestazioni. L’ipotesi della ricerca era: se i nostri cervelli hanno maggiore probabilità di ripetere le cose per cui sono ricompensati, allora, quando dormiamo, i giocatori dovrebbero ripercorrere più spesso la partita che hanno vinto rispetto a quella che hanno perso. Che cosa è emerso dalle scansioni, paragonate, del cervello dei giocatori mentre erano svegli e mentre dormivano? Si è scoperto che, in effetti, i partecipanti eseguivano, durante il sonno, una sorta di “replay neurale” del gioco in cui avevano vinto. La ricompensa, provata soggettivamente dopo aver vinto il gioco, rendeva più probabile il verificarsi di un replay neurale nel sonno; proprio di quel gioco e non dell’altro, in cui avevano sperimentato il fallimento. Questo suggerisce che le nostre menti provano emozione anche durante il sonno e che tendono a preferire le esperienze positive. In questo studio nessuno dei partecipanti, durante la scansione in laboratorio, è arrivato alla fase REM, il momento in cui si verificano la maggior parte dei sogni. La riproduzione neurale con rivisitazione del gioco vinto si è verificata durante il sonno a onde lente, quando i sogni tendono ad essere poco frequenti, opachi e non vengono ricordati. Lo studio di Ginevra aggiunge quindi un elemento all’ipotesi che le esperienze positive vengano provate, riprodotte e rivisitate durante il sonno non-REM e quelle negative durante il sonno REM. Con un’ipersemplificazione, potremmo dire che il sonno non-REM ci fa dormire sugli allori, mentre il sonno REM, con i suoi contenuti spesso spaventosi, serve a consolidare le memorie più utili per la nostra sopravvivenza, per prepararci alle sfide del giorno seguente.
Doomscrolling: perché continuiamo a scorrere notizie negative anche quando ci fanno stare male?

Ti è mai capitato di prendere il telefono “solo per cinque minuti” e ritrovarti, mezz’ora dopo, ancora immerso tra notizie drammatiche, video ansiogeni e contenuti negativi? Questo comportamento ha un nome: doomscrolling. Il termine nasce dall’unione delle parole inglesi doom (“rovina”, “catastrofe”) e scrolling (“scorrere”). Indica la tendenza a consumare compulsivamente contenuti negativi online, soprattutto sui social network e nei siti di informazione. Negli ultimi anni questo fenomeno è diventato sempre più comune, influenzando il benessere psicologico di molte persone. Perché il cervello si concentra sulle notizie negative? Dal punto di vista evolutivo, il nostro cervello è programmato per prestare maggiore attenzione ai pericoli. Questo meccanismo, chiamato bias della negatività, aveva una funzione di sopravvivenza: riconoscere rapidamente una minaccia aumentava le possibilità di salvarsi. Oggi, però, questo sistema entra in gioco anche davanti a notifiche, titoli allarmanti e contenuti emotivamente forti. Le notizie negative catturano più facilmente la nostra attenzione rispetto a quelle neutre o positive. Il problema è che i social media e gli algoritmi tendono a mostrarci proprio ciò che ci trattiene più a lungo sullo schermo. L’illusione di “dover sapere tutto” Molte persone continuano a leggere notizie negative perché sentono il bisogno di restare informate. In realtà, spesso il doomscrolling non aumenta davvero la comprensione degli eventi, ma alimenta uno stato di allerta costante. Si crea così un circolo vizioso: Questo meccanismo può diventare automatico, soprattutto nei momenti di fragilità emotiva o stress. Gli effetti psicologici del doomscrolling Un’esposizione continua a contenuti negativi può avere conseguenze importanti sul benessere mentale. Tra gli effetti più comuni troviamo: In alcune persone può emergere anche una percezione distorta della realtà, come se il mondo fosse costantemente pericoloso o senza possibilità di cambiamento positivo. Gli adolescenti e i giovani adulti risultano particolarmente vulnerabili, perché trascorrono molte ore online e costruiscono parte della propria identità anche attraverso il confronto digitale. Quando informarsi diventa sovraccarico emotivo Essere informati è importante, ma esiste una differenza tra informazione consapevole e sovraesposizione emotiva. Il problema non è conoscere ciò che accade nel mondo, bensì restare immersi per ore in contenuti che mantengono il sistema nervoso in uno stato continuo di attivazione. Molte persone utilizzano il telefono nei momenti di pausa o prima di dormire, senza rendersi conto che il cervello continua a elaborare le emozioni suscitate dai contenuti visualizzati. Come interrompere il ciclo del doomscrolling Non è necessario eliminare completamente social o notizie, ma può essere utile sviluppare un rapporto più consapevole con il digitale. Alcune strategie pratiche possono aiutare: Anche piccoli cambiamenti possono ridurre significativamente il senso di sovraccarico mentale. Ritrovare uno spazio mentale più sano In un mondo iperconnesso, proteggere il proprio benessere psicologico significa anche imparare a scegliere quali contenuti lasciare entrare nella propria mente. Il doomscrolling non nasce da debolezza o superficialità, ma da meccanismi psicologici profondi che coinvolgono attenzione, emozioni e bisogno di controllo. Diventarne consapevoli è il primo passo per interrompere automatismi che, nel tempo, possono influenzare il nostro equilibrio emotivo.
Donne psicologhe madri

Ultimo libro di Elena Grimaldo “Donne psicologhe madri”
Don Gabriele Amorth, il Diavolo suo e quello di Russel Crowe

L’occasione per questo nuovo articolo è stata l’uscita nelle sale del film “L’Esorcista del Papa”, una pellicola hollywoodiana che si spaccia come “ispirata ai libri di Don Gabriele Amorth”. Nel ruolo del famoso esorcista un Russel Crowe non più prestante come ne “Il Gladiatore” ma di sicuro con lo stesso piglio da arrogante cowboy adattissimo per il ruolo di combattente contro quei “cattivoni” degli Apache, oops, volevo dire contro i Diavoli. In un precedente articolo “Don Gabriele Amorth e la questione della corporeità. Una ricerca sul campo”, vi avevo già parlato di questa particolare esperienza del nostro gruppo della Scuola di Arteterapia “Poliscreativa”. In particolare, vi avevo accennato di quanto questo percorso sia stato fondamentale per mettere meglio a fuoco il ruolo delle ritmicità tra i corpi, in quel contesto mediato dalla cadenza delle preghiere corali, negli spazi della cura quale un contesto esorcistico è a tutti gli effetti. Chi come noi lo ha conosciuto bene, il vero Amorth, e lo ha visto all’opera non può che provare un grande fastidio per questa ingiusta trasposizione cinematografica, per nulla coerente con la mitezza e le capacità di ascolto e accoglienza, diciamo, dell’originale presbitero. Ho potuto assistere a decine di ore di sue videointerviste “riservate” dell’archivio della nostra scuola e la differenza salta agli occhi. Non ce lo vedo proprio tirarsi su dopo un esorcismo con un cicchetto di whiskey sorseggiato da una fiaschetta da tasca in perfetto stile yankee come invece il buon Russel Crowe nel film. Ma la cosa che più ci ha fatto indignare è la falsificazione di come vengono praticati gli esorcismi nel film. In più di vent’anni nei quali abbiamo raccolto una documentazione unica al mondo assistendo a migliaia di rituali mai abbiamo avuto modo di assistere a quei ridicoli effetti speciali da b-movie di fantascienza. Soprattutto poi, per non traumatizzare la sua, diciamo “utenza”, quel simpatico esorcista che fu persino trai nostri docenti, non faceva mai durare i suoi esorcismi per più di una mezz’ora e la fase clou, il cosiddetto “Interrogatorio a Satana” mai più di cinque minuti. Parliamo di quel particolare momento nel quale cioè la presunta posseduta, perché più del novanta per cento erano donne, parlava avendo assunto l’identità del demone. L’esorcista di cui stiamo parlando, quello vero, aveva una modalità del tutto “estensiva” e mai “intensiva”, preferiva cioè rituali brevi ma ripetuti nel tempo, dalle nostre ricerche con una frequenza soprattutto quindicinale e per un periodo di almeno due o tre anni, una media di cinque anni, fino a dodici. A parte le “possessioni croniche” che invece richiedessero pertanto una pratica esorcistica a vita. Varie sarebbero le considerazioni da fare, in particolare rispetto le ricadute che filmacci come questi possano avere sui nostri giovani. “Il Perturbante” come lo avrebbe chiamato Freud o “L’Ombra” come invece direbbe Jung sempre più viene da loro incontrato in contesti virtuali. Ne consegue che l’industria delle merci mediatiche per “colpire” e quindi “vendere meglio” i loro prodotti, si spingano sempre più verso iperboli, verso eccessi che ovviamente, mentre di certo riescono a turbare, ne rendono sempre più difficile l’elaborazione necessaria per un rapporto sufficientemente armonico con il profondo. Torneremo su questo argomento per approfondire la questione nel prossimo articolo.
Don Gabriele Amorth l’esorcista e la questione della corporeità. Una ricerca sul campo

Per ventiquattro anni, dal 1992 al 2016, il nostro gruppo di ricerca ha avuto la possibilità di poter partecipare a migliaia di rituali esorcistici praticati da Don Gabriele Amorth, di sicuro il più importante esorcista del ventesimo secolo. Questa possibilità è stata data grazie al buon rapporto di collaborazione tra il mio maestro e fondatore del nostro gruppo di ricerca Poliscreativa, lo psichiatra Alessandro Tamino e appunto, l’esorcista Don Gabriele Amorth. Abbiamo avuto la possibilità anche noi allievi di partecipare ai rituali esorcistici e lui stesso ha tenuto dei seminari presso la nostra scuola. Una ricerca sul campo che ha dato, come si può immaginare, dei contributi importantissimi al modello Poliscreativa, instaurando un rapporto di particolare interazione tra questi due ambiti, l’ambito psichiatrico e l’ambito esorcistico su cui uscirà a breve un libro. È bene precisare che il nostro approccio è del tutto laico e di tipo antropologico, ci interessava infatti studiare il significato culturale di queste pratiche. Il discorso da fare sarebbe molto lungo, ma cercherò di riassumervi i punti più importanti che abbiamo notato e approfondito. Prima di tutto ci siamo resi conto studiando queste pratiche che in qualche modo, sono in continuità con pratiche precristiane. Certi aspetti rimandano sicuramente allo sciamanesimo. Il sentirsi in qualche modo in continuità con il lavoro delle sciamane e degli sciamani era una delle cose più difficili da far accettare all’ esorcista. Naturalmente questa sua difficoltà era dovuta al fatto che, per un religioso cattolico, il mondo si divide in prima di Cristo e dopo Cristo. L’ammettere che esista una continuità con certe pratiche “pagane” era per lui sicuramente scardinante. Un altro aspetto fondamentale di queste pratiche era la sincronizzazione corporea. Elemento per il nostro approccio fondamentale e punto di riferimento del nostro lavoro sul campo. I rituali , come abbiamo approfondito nello scorso articolo, contrariamente a quello che si potrebbe pensare, duravano all’ incirca mezz’ora. Questi rituali venivano ripetuti anche per anni a cadenza di ogni due settimane circa. Stiamo parlando quindi di qualcosa di molto estensivo e non intensivo. Vogliamo sottolineare che il nucleo della pratica esorcistica, al di là dell’aspetto religioso, è qualche cosa che ha a che fare con una regressione corporea controllata, in cui attraverso questa particolare permeabilità corporea, data anche dallo stato modificato di coscienza, possono passare delle forme altamente strutturate. Stiamo parlando di un aspetto di regressione a fasi molto precoci dello sviluppo della persona, attuata grazie alla ritmicità delle preghiere che permetteva uno stato modificato di coscienza. La cosa fondamentale per noi è stata renderci conto di come una pratica “terapeutica” che abbia come scopo una migliore modulazione del mondo emotivo e dell’immaginario del soggetto, fondamentalmente è una costruzione arbitraria di una forma. Non esistono delle forme in sé per sé giuste o in sé per sé sbagliate, ma delle forme che funzionano, che riescono ad essere in qualche modo armoniche con la storia del soggetto. Concludendo possiamo dire che nelle pratiche esorcistiche c’è sicuramente un aspetto riguardante la fede, una fede che si basa su esperienze concrete, molto semplici e non sicuramente sulle nuvole, ma anche la corporeità svolge un ruolo importantissimo. Amorth stesso sottolineava che il diavolo non possiede le anime ma solo i corpi.
DIVERSITY MANAGEMENT E LE SUE IMPLICAZIONI

Le politiche di Diversity Management sono sempre più diffuse al giorno d’oggi in quanto permettono di valorizzare le diversità (di genere, orientamento sessuale, etnia, religione…) all’interno delle organizzazioni. Il processo di globalizzazione ha avvicinato culture molto distanti tra loro. Di pari passo l’evoluzione tecnologica ha modificato le modalità di comunicazione abbattendo confini invalicabili. La diversità può avere effetti positivi, come arricchire la conoscenza, le prospettive di analisi e le idee disponibili per attivare creatività e innovazione. Ma anche effetti negativi, come accrescere la conflittualità e ridurre il grado di coesione. Inizialmente le iniziative di Diversity Management erano dirette ad aumentare la presenza di donne e minoranze etniche nei luoghi di lavoro attraverso le azioni positive, che sancivano l’obbligo di assumere quote di lavoratori appartenenti a minoranze. Oggi con Diversity Management si intendono quelle pratiche di gestione HR per aumentare la diversità del capitale umano rispetto a determinate dimensioni e per garantire che questa varietà non ostacoli il raggiungimento degli obiettivi individuali e organizzativi, ma che li faciliti. L’efficacia di tali iniziative dipende dal grado in cui l’organizzazione riesce a rimuovere gli stereotipi e i pregiudizi presenti nel contesto di lavoro. Le HR devono innescare un cambiamento culturale, che trasformi i contesti di lavoro in luoghi inclusivi dove anche le minoranze possono avere le stesse opportunità di sviluppo e di partecipazione. Vediamo ora alcuni esempi… Per quanto riguarda le diversità di genere, l’esclusione delle donne ha radici economiche e sociali lontane. Il riconoscimento della meticolosità, della pazienza, della cura e della capacità di ascolto come caratteristiche prettamente femminili ha fatto sì che si siano cristallizzati dei ruoli rosa che racchiudono queste competenze. Questo ha incrementato lo sviluppo della segregazione occupazionale, che porta a concentrare le donne in determinate attività e gli uomini in altre. Ci sono due forme: Segregazione orizzontale: che porta le donne a ricoprire pochi ruoli organizzativi Segregazione verticale: che porta un’elevata concentrazione femminile ai livelli più bassi della gerarchia. Questo causa la creazione di un soffitto di cristallo che ostacola il percorso di carriera delle donne e le esclude dal ricoprire posizioni di responsabilità Tutto ciò accade a causa dei pregiudizi e del timore che gli impegni famigliari possano rendere discontinue le prestazioni. In generale, da questo punto di vista è fondamentale avviare un profondo cambiamento culturale di politiche di people management, come quelle che riguardano l’attenzione al work-life balance. Creare delle condizioni che favoriscano la conciliazione tra impegni personali e lavorativi è un segnale di inclusione. Esistono poi degli stereotipi e dei pregiudizi legati all’età. Di fronte all’invecchiamento della popolazione, le organizzazioni devono ripensare il concetto di invecchiamento e di età. L’organizzazione deve eliminare tutte le politiche discriminatorie e valorizzare i lavoratori in tutte le età. È fondamentale introdurre pratiche age inclusive, che riconoscono tali differenze, ascoltando i bisogni e le aspettative delle diverse generazioni. Ad esempio, per i lavoratori più maturi diventano più importanti i fattori di motivazione intrinseca, mentre per i giovani sono più efficaci quelle estrinseche. Dunque, in prospettiva futura, sicuramente per le HR sarà fondamentale lavorare in termini di: Ampliamento della diversità: cambiare la cultura organizzativa, reclutando lavoratori con background diversi Sensibilizzazione sulla diversità: promuovere la collaborazione con iniziative di formazione per aumentare la sensibilità e la comunicazione Identificare gli ostacoli che le persone delle minoranze devono affrontare attraverso survey e focus group e cambiare le pratiche aziendali Integrare il Diversity Management con i sistemi HR e le altre scelte strategiche per raggiungere tutti gli obiettivi organizzativi BIBLIOGRAFIA: Gabrielli, G., & Profili, S. (2020). Organizzazione e gestione delle risorse umane. La Feltrinelli
DIVERSI MODI DI ESSERE FAMIGLIA: TRA EREDITÀ E CAMBIAMENTO

di Carola Battistelli Nel 1993 è stata istituita la Giornata Internazionale della Famiglia, che si celebra ogni anno il 15 maggio.La famiglia ha da sempre rivestito un ruolo centrale per la psicologia, uno degli ambiti più esplorati essendo la prima realtà con cui l’individuo entra in contatto e in cui inizia a sviluppare le proprie competenze relazionali ed affettive.La famiglia si caratterizza per essere un sistema in costante interazione con ciò che la circonda, ragione per cui è fortemente influenzata dai cambiamenti sociali. Ad esempio, le difficoltà che i giovani riscontrano nel trovare un lavoro stabile influiscono sulla scelta di avere figli, comportando un calo delle nascite e/o una tendenza a diventare genitori più tardi. Allo stesso modo, rispetto alle generazioni precedenti si possono notare dei cambiamenti rispetto all’aspettativa della donna circa il suo futuro professionale. Questo aspetto incide sulle dinamiche familiari, comportando compiti genitoriali che gradualmente stanno diventando meno distanti tra i due generi.A fronte dei molteplici cambiamenti del nostro tempo, è ragionevole pensare che il concetto stesso di famiglia meriti di essere ripensato in quanto affronta delle sfide ed opportunità prima inesistenti. Siamo spettatori del passaggio da un unico modello di famiglia a una pluralità di modi di essere famiglia, modalità che vengono scelte non più subite, segnale inequivocabile di una volontà sempre più forte di vivere da protagonisti la propria biografia.Fino a qualche decennio fa le famiglie monogenitoriali rappresentavano una rara circostanza “dovuta” per lo più a circostanze esterne, per esempio alla morte del coniuge. Oggi il legame coniugale appare più fragile in quanto si è più consapevoli che si tratta di un progetto condiviso per scelta e che, in quanto tale, può essere rinegoziato in qualsiasi momento. Da qui, la decisione di separarsi sempre più frequente.Collegato a questo aspetto, vi è l’incremento delle famiglie ricostituite, nate dalla scelta di investire su una seconda unione dopo aver sperimentato una separazione. Queste forme familiari possono rappresentare un’importante risorsa per gli individui che la compongono, seppur richiedano un importante sforzo da parte dei membri per arrivare ad un nuovo equilibrio. In questi casi, infatti, è probabile che ogni membro metta in campo modalità relazionali già acquisite e che possono rilevarsi inadatte al nuovo sistema Famiglia che si è venuto a creare, a volte ripetendo gli stessi meccanismi disfunzionali che hanno portato alla precedente separazione. Se ci sono minori il raggiungimento di un equilibrio potrebbe richiedere uno sforzo aggiuntivo, soprattutto nel caso ci fosse un trauma derivato dall’uscita di scena di uno dei genitori. Pertanto, appare fondamentale la ridefinizione dei ruoli e dei confini familiari.Anche le famiglie adottive sono caratterizzate da dinamiche peculiari che rendono ogni esperienza adottiva unica. I vissuti e le fantasie che accompagnano le fasi dell’adozione incideranno sulla qualità relazionale che si instaurerà con il nuovo arrivato, aspetti che per tale ragione vengono esplorati con cura nel corso del processo. L’obiettivo, infatti, è favorire un buon vincolo tra i membri, un’integrazione funzionale che tenga conto del passato e della soggettività del figlio adottivo, evitando che venga investito di aspettative che non gli appartengono.Parlando di integrazione, non si può non pensare alle famiglie immigrate, che sovente si ritrovano di fronte all’arduo compito di consolidare i propri legami in un contesto estraneo, evento che gli provoca un senso di sradicamento, un ossimoro rispetto al concetto stesso di “legame”. Tenere insieme il proprio passato e guardare verso il futuro diviene un compito centrale per le famiglie immigrate, una negoziazione necessaria che può comportare esiti anche molto diversi per persone della stessa famiglia.Una forma familiare che tutt’ora provoca molte resistenze, talvolta fino ad arrivare ad atti discriminatori, è la famiglia omosessuale, spesso relegata a contesti di marginalità sociale. La lettura psicopatologica che ha caratterizzato l’omosessualità per molti anni non ha sicuramente favorito un’adeguata sensibilizzazione dellasocietà, provocando disapprovazioni e rifiuti anche molto duri di genitori di fronte ai coming out dei figli. Nonostante il diritto all’identità e alla libertà siano riconosciuti per la loro inalienabilità e universalità, continuano ad esserci ostacoli ad una piena accettazione di questa famiglia che, di fatto, rappresenta una modalità ulteriore di essere famiglia al pari delle altre.L’elenco dei diversi tipi di famiglia ovviamente non si esaurisce qui, le sfumature sono tante e tutte sono accomunate dalla scelta di costruire legami affettivi autentici. L’essere umano, così, ci appare in divenire, in una costante dialettica tra cambiamento e continuità.Promuovere una narrativa che legittimi l’esistenza di diversi modi di essere famiglia alleggerisce il senso di colpa che spesso accompagna il cambiamento, riportando alla luce il principio di autodeterminazione che caratterizza ogni essere umano. Ci spinge, inoltre, a conoscere meglio queste forme familiari esplorando come si declina per ciascuna la ricerca dell’equilibrio individuale tra appartenenza e separazione, ricerca che spesso dura tutta la vita e che assume connotazioni diverse in ogni famiglia. L’invischiamento, ad esempio, implica un’assenza di confini tra i membri, un eccesso di appartenenza che non contempla una separazione ed è uno degli esiti disfunzionali a cui può portare questa ricerca. All’estremo opposto c’è il cosiddetto taglio emotivo, messo in atto da chi si separa bruscamente dai legami familiari con l’illusione di aver raggiunto una separazione, questo bisogno inappagato di appartenenza produce un vuoto affettivo, che l’individuo cercherà di colmare in maniera disfunzionale nelle relazioni future.Conoscere le dinamiche che possono caratterizzare le diverse famiglie ci permette di comprendere e di contemplare il concetto di famiglia come un’evoluzione continua che, per quanto potenzialmente diverso, è frutto di una progettualità, di una scelta.“La stragrande maggioranza degli esseri umani sceglie di seguire non la propria strada ma le convenzioni; essi di conseguenza non sviluppano se stessi, bensì un metodo, e quindi una dimensione collettiva, a spese della propria interezza” C.G. Jung 1934 Bibliografia Andolfi, M. (2003). Manuale di psicologia relazionale. La dimensione familiare. Accademia di psicoterapia della famiglia.Barbagli, M., Saraceno, C. (1997). Lo stato delle famiglie in Italia. Bologna: Il Mulino.Bowen, M. (1979). Dalla famiglia all’individuo. Roma: Astrolabio.
Diventar vecchi: differenze tra uomini e donne

Diventar vecchi diventa così parte integrante di un percorso continuo di adattamento. L’invecchiamento è inteso come processo biologico e psicologico, in cui il decadimento delle funzioni cognitive e motorie portano con sè rallentamenti su più fronti. Per l’uomo i primi veri segni di invecchiamento psicologico cominciano con il pensionamento. In una società come la nostra, all’uomo, identificato come soggetto produttivo, col pensionamento gli si toglie il suo elemento valorizzante, relegandolo così ai margini della società. Tale emarginazione non è quasi mai ben accetta e comporta così l’inizio di disturbi psicologici di vario tipo. Per la donna, già con l’arrivo della menopausa si cominciano a vedere netti segni di invecchiamento psicologico, ovviamente riferibili alla personalità del soggetto.La donna, quindi, non essendo più fertile, avverte di aver esaurito un proprio ruolo fondamentale e comincia a sentirsi inutile come essere umano e soprattutto come moglie. Spesso ne consegue una diminuzione, e a volte la totale scomparsa, del desiderio e quindi una diminuzione dei rapporti sessuali e affettivi. In questo modo si può manifestare una conflittualità con il marito, che vorrebbe invece continuare a vivere come prima il suo momento sessuale con la moglie. I matrimoni durante questo periodo, negli ultimi tempi falliscono con maggiore frequenza. Se a questo aggiungiamo un ambiente familiare noioso, oltretutto senza figli da accudire, allora capiamo perché ci sono molte separazioni proprio dopo l’arrivo della menopausa. Addirittura dopo decenni di vita in comune trascorsi apparentemente senza grosse crisi. Comunque, la donna che non ha un lavoro proprio, che non ha un’autonomia economica e sociale, che non ha particolari gratificazioni al di fuori dell’ambiente casalingo, più facilmente soffre. Di conseguenza, invecchia rapidamente dal punto di vista psicologico dopo l’arrivo della menopausa. Si decide quindi che diventar vecchi insieme non è più romantico. Al contrario costituisce l’elemento disturbante e depressivo, in cui uno non vuole più occuparsi dell’altro, incentrando la relazione sull’egocentrismo. Questo atteggiamento psicologico può aumentare i possibili disturbi fisici e soprattutto psicologici (depressione, ansia) conseguenti alla modificazione ormonale tipica dell’età della menopausa.
Divario digitale e problematiche psicologiche

Durante la pandemia, uno dei fattori che influenzò il comportamento degli studenti è stato il divario digitale, ovvero la differenza tra chi aveva accesso a Internet e chi non ce l’aveva. Questo problema ha colpito gli studenti che vivevano in aree rurali, dove la connessione a Internet era scarsa o limitata. In queste situazioni, l’apprendimento diventò una sfida non solo per motivi tecnici, ma anche per il benessere mentale e sociale degli studenti.