Demenza senile: cosa possiamo fare per prevenirla

Colpisce 50 milioni di persone al mondo. E si può prevenire: 5 indicazioni da seguire subito, nel quotidiano. Rahul Jandial è un neurochirurgo e neuroscienziato che lavora al City of Hope, in California. Ha un osservatorio privilegiato sulle malattie neurodegenerative, perché opera da molti anni il cervello. La sua passione è collegare le conoscenze scientifiche con la possibilità di agire per modificare e prevenire la decadenza cognitiva, individuando e diffondendo pratiche quotidiane utili ad aiutare il nostro cervello a mantenersi efficiente più a lungo. Iniziamo da una sua specifica indicazione: alimentazione e cervello. Al di là degli studi sulla nutrizione e sulle sostanze benefiche e nocive per il nostro organismo (conosciamo tutti i vantaggi di una dieta mediterranea ricca di verdure e povera di carne), Jandial si sofferma sull’utilità del digiuno intermittente. Il digiuno intermittente consiste in sedici ore di digiuno da inserire nella propria routine un paio di volte alla settimana. Ad esempio: se la sera precedente si finisce di cenare alle 21, non si deve mangiare nulla (si può bere acqua o tè non zuccherato) fino alle 13 del giorno dopo. 16 ore di digiuno fanno esaurire le riserve di glucosio al fegato, che in seguito brucerà grasso, fino a quando non inizierà a utilizzare i chetoni, che non sono solo carburante per il corpo, ma hanno un grande impatto su salute e invecchiamento. Il modo più semplice per arrivare a sedici ore di digiuno intermittente è aggiungere tempo di sonno, cenare più presto e saltare la colazione. Questo consente al cervello di utilizzare i chetoni come combustibile. Molte ricerche recenti suggeriscono che l’utilizzo dei chetoni come fonte di energia (che interviene quando il glucosio non è disponibile, a causa del digiuno) aiuta il cervello a migliorare le proprie performance. D’altronde, come è noto, il digiuno ha sempre fatto parte di pratiche religiose dall’antichità, e in moltissime culture è stato utilizzato come metodo per raggiungere una lucidità mentale superiore. Altra importante indicazione, per prevenire il decadimento cognitivo, è naturalmente l’esercizio fisico. Camminare, fare le scale, fare attività sportiva leggera, oltre a mantenere i muscoli in forma, permette di irrorare il cervello. Muoversi poco impedisce la rigenerazione e l’ossigenazione indispensabili per i neuroni e per le loro connessioni.   Terzo: è fondamentale sorprendere il cervello con cose nuove. Quando apprendiamo qualcosa di nuovo o ascoltiamo, leggiamo, osserviamo qualcosa di non consueto per il nostro cervello, gli forniamo una formidabile opportunità per creare nuovi percorsi neuronali.  Non serve crearsi sfide complicate: l’importante è uscire dalla zona di conforto abituale. Gli umani amano ciò che è familiare, si tratta di una caratteristica importante dal punto di vista evolutivo. Una delle strategie di sopravvivenza del cervello consiste nell’utilizzare i dati delle esperienze precedenti per formare rapidamente una mappa mentale sull’azione giusta da intraprendere in una determinata situazione. Ma troppa familiarità offusca il cervello. L’atto stesso dell’apprendimento fa sì che il cervello attinga a percorsi diversi: è un’attività che consuma energia e coinvolge angoli recessi della mente. Ultimo punto, ma non per importanza: la portata positiva di avere buone relazioni con le persone che vivono con noi e attorno a noi. Accudire, prendersi cura di qualcuno, è un modo per fare bene a noi stessi in ogni aspetto, anche quello della giovinezza ed efficienza del nostro cervello, perché le sostanze sprigionate dalla vicinanza buona, di qualità, sono fondamentali per il nostro benessere mentale e costituiscono un antidoto naturale al decadimento precoce. In poche parole: mantenere il cervello in buona salute è alla nostra portata. Ogni giorno.

Cyberbullismo: quando il nemico è dall’altra parte dello schermo – Parte I

Il Cyberbullismo è un fenomeno dilagante che ogni giorno diventa più diffuso e pericoloso.Il termine “cyber” afferisce a tutto ciò che ha a che fare con la tecnologia o che ne deriva, mentre per “bullismo” si intende il perpetrarsi di comportamenti malevoli ai danni di una vittima che non ha la possibilità di difendersi. Nel 2006 Peter K. Smith e collaboratori definirono il cyberbullismo come: “un atto aggressivo e intenzionale, condotto da un individuo o gruppo di individui, usando varie forme di contatto elettronico, ripetuto nel corso del tempo contro una vittima che ha difficoltà a difendersi”. (Smith et al., 2008). Questa modalità differisce dal bullismo tradizionale per alcuni aspetti distintivi: innanzitutto la possibilità da parte del cyberbullo di agire in forma anonima, il che contribuisce ad una sorta di “deresponsabilizzazione” degli atti compiuti; la condivisione e diffusione tempestiva, esponenziale e virale di contenuti lesivi nei confronti della vittima; il numero illimitato di spettatori e la possibilità di perpetrare l’attività dannosa all’infinito, mettendo online filmati o contenuti che riguardano il soggetto bullizzato. Gli effetti del Cyberbullismo assumono il carattere di una vera e propria persecuzione e sono devastanti per tutti gli attori coinvolti nel processo.Il cyberbullo, che spesso è stato a sua volta vittima di violenza o bullismo, presenta generalmente difficoltà nelle relazioni sociali. La sua condotta di estrema prepotenza può essere associata al disturbo antisociale di personalità, mentre l’eccessiva aggressività può essere una spia del consumo di sostanze stupefacenti. La vittima vive in un perenne stato di ansia, presenta difficoltà cognitive a livello di attenzione e concentrazione e può soffrire di attacchi di panico, stati fobici e depressivi e avere idee o atti suicidari. Gli spettatori sono testimoni involontari, vedono minacciato il proprio benessere emotivo, percepiscono l’ambiente come minaccioso e violento, si sentono spaventati e impotenti e vivono la paura di subite attacchi analoghi. Nel prossimo articolo approfondiremo le diverse forme di cyberbullismo, come fare a riconoscerne i segnali e come intervenire per prevenire e contrastare questo fenomeno.

Educare i propri figli: quale stile adottare?

educare

La gioia provata alla nascita di un figlio porta i neo genitori a porsi un grosso interrogativo: come educare questo piccolo batuffolino? quale stile educativo adotteremo? Il primo obiettivo per i genitori, oltre all’accudimento del neonato, è la creazione di un relazione fondata sulla fiducia, collaborazione e comprensione reciproca, in modo da fornire un ambiente sereno per lo sviluppo. E’ necessario che entrambi i genitori adottino uno stesso atteggiamento educativo, che può assumere tre forme differenti: 1 Autoritario Con questo stile, si educavano i figli fino alla fine degli anni 60. I genitori impongono delle regole, in cui le trasgressioni sono punite severamente. Crescere in un ambiente così rigido, impedisce al bambino di sperimentare e di apprendere sbagliando. I figli spesso subiscono le regole e non ne comprendono il valore. Tali bambini, anche da adulti, non riescono a sviluppare un proprio pensiero e tenderanno ad assecondare passivamente gli altri. Spesso il rapporto genitore-figlio è poco soddisfacente, per l’assenza di dialogo. 2.Lassista Educare con lo stile lassista significa che i genitori non impartiscono regole e confini. Spesso si definiscono “amici dei loro figli”, ignorando il loro ruolo genitoriale. Anche in questo caso, un atteggiamento lassista crea confini e ruoli poco definiti. Questi bambini svilupperanno poca fiducia in se stessi, perché non potranno contare su una guida sicura. Spesso sperimentano un falso senso di onnipotenza che esercitano soprattutto nelle mura domestiche e che può portare a comportamenti antisociali. 3. Autorevole È lo stile più consono allo sviluppo psicofisico del bambino. I genitori autorevoli sono in grado di fornire regole chiare e coerenti all’età. Spiegano il motivo di punizioni e divieti. Accettano negoziazioni e sono pronti a mettersi in discussione. I bambini crescono con una buona autostima e autonomia; sono rispettosi delle regole, ma non le seguono passivamente. Esse sono interiorizzate. I figli hanno un buon dialogo con i genitori, sviluppando maggiori e migliori competenze sociali.    

Mantenere il legame di coppia

di Antonella Bellanzon Se è vero che il legame di coppia non esiste senza i partner che lo costituiscono, è altrettanto vero che il legame riesce a sovrastare, trascinare e coinvolgere i partner. Già la scelta-decisione di costruire il legame di coppia, in parte inconsapevole, si dispone all’interno di tre registri: – personale o intrapsichico: è lo scenario interiore dei vissuti esperiti e i modelli interiorizzati di relazione con l’altro; – intersoggettivo: è lo scenario dello scambio con l’altro nel suo farsi e con i suoi effetti, – transgenerazionale: è lo scenario dello scambio tra le generazioni che comprende tanto i riferimenti alla matrice culturale, quanto alla specificità di storia e vicende familiari dei partner. Questi tre registri si articolano tra le due persone che formano quel legame, in quel particolare momento della loro vita, con le loro specificità legate al genere, con le loro vicende familiari e personali. In questa scelta-decisione hanno un peso determinante motivazioni, attese, bisogni e paure che vanno al di là della personale consapevolezza. Da più fonti (Stern, 1995; Kernberg, 1995; Siegel, 2001) viene evidenziata la natura relazionale della mente e la radicalità del bisogno dell’altro per la nostra specie; pertanto siamo portati a considerare la relazione come fondamento vitale e a riconoscere al legame di coppia una sua specificità. Cigoli et al. (2005) individuano nel legame di coppia tre modalità fondamentali di relazione, cioè di essere-con ed essere-per  l’altro. La prima è caratterizzata dalla reciprocità, la seconda dalla similarità e la terza dalla divisioni di parti. La reciprocità si fonda sul dialogo e il confronto con l’altro, sulla condivisione di gioie e dolori, sulla gestione del conflitto, sulla manifestazione del sentimento del noi. Questi aspetti favoriscono all’interno della coppia il riconoscimento e la valorizzazione della differenza del partner e nella relazione ciascuno si sente riconosciuto nella sua dignità di soggetto.  La similarità si fonda su “l’essere medesimi, cioè il fare, sentire, pensare allo stesso modo”, negando la dialettica all’interno della relazione e la possibilità di una condivisione, di un sentimento di appartenenza. Essa si fonda sul registro mentale dell’omologazione della differenza dell’altro. In una relazione di coppia dove si verifica questa modalità di relazione, l’altro non è considerato come soggetto, si tende a oggettivarlo con l’obiettivo di renderlo similare rispetto ai propri schemi di significato, ai propri atteggiamenti. La similarità si fonda sul bisogno di negare la differenza e così come la reciprocità, può divenire ciò che unisce la coppia e la caratterizza. La divisione di parti  si fonda su posizioni polari contrapposte e antitetiche da parte dei  partner. Ognuno si sente (e sente l’altro) si vive (e vive l’altro) sostanzialmente diverso. Le polarità più frequenti che si possono riscontrare sono. “buono/cattivo”,”capace/incapace”. Uno degli effetti pragmatici di tale modalità è l’incomunicabilità e la formazione di una barriera che mina l’alleanza della coppia. É possibile verificare che nella similarità e nella divisione di parti, il riconoscimento dell’altro viene ridotto e svalorizzato nel tentativo di omologazione della differenza oppure, viene amplificato creando una barriera di incomunicabilità che mina il con-senso di coppia, nel tentativo di co-costruire un’alleanza. Molti di noi sono cresciuti con la convinzione che la relazione di coppia sia una cosa semplice. Incontri qualcuno, te ne innamori e quello che conta per garantirsi un futuro felice è che ci sia l’amore. Ma nel mondo reale le cose non funzionano così. L’amore è certamente un elemento essenziale, ma da solo non è sufficiente a preservare l’intimità e la vitalità di una relazione. Molti altri aspetti concorrono infatti alla buona salute della coppia. La capacità di comunicare, la creatività nell’affrontare la vita quotidiana senza farsi soffocare dalla routine e dai doveri familiari e lavorativi, la consapevolezza delle aspettative e delle paure inconsce che ognuno nutre verso l’altro. Se si è seriamente intenzionati a mantenere o  migliorare i propri rapporti col partner, è necessario acquisire quattro abilità: 1) come e quando ascoltare 2) come parlare in modo opportuno e quando 3) gestire i conflitti in modo che nessuno finisca col sentirsi perdente e quindi risentito 4) stabilire e mantenere un dialogo aperto. Se pensiamo al diamante come ad una metafora che rappresenta il meglio di noi, possiamo interrogarci su come possiamo accedervi nella relazione col partner. Quando si è incastrati tra accuse e lamentele è difficile sia vedere il meglio che c’è nell’altro, sia mostrare il meglio che c’è in noi, e… il diamante non si trova. Per riuscirci abbiamo bisogno di ridurre più possibile la critica, il disprezzo, l’atteggiamento difensivo e aprire i canali della comunicazione. Per aprirli abbiamo bisogno di adottare alcuni comportamenti. – Il primo è rivolgerci direttamente al nostro partner invece di voltargli le spalle. È importante dirgli subito con chiarezza cosa ci disturba, prima che l’irritazione aumenti. -Il secondo è trattare il problema con calma, dopo aver chiarito con noi stessi il vero motivo di tanta rabbia. -Il terzo è cominciare ad assumerci la responsabilità dei nostri sentimenti e desideri in vece di accusare l’altro: è importante a imparare a usare frasi che inizino con “IO” invece che con “TU”. Invece di dire “TU mi fai arrabbiare o mi fai sentire in colpa” possiamo dire “IO mi sento in colpa… Infine è importante voler riparare la relazione quando si è rotta dopo un litigio: quando sbagliamo è salutare chiedere scusa. Questi sono modi amorevoli per mantenere il legame. Stare a lungo insieme, per non dire per sempre, non è certo un’operazione semplice e richiede un impegno costante da parte dei partner. Nel sistema “coppia” l’Entropia è espressa proprio da “quella fatica di stare insieme” che, viene modulata essenzialmente dall’incontro-scontro tra le istanze della ragione e quelle dei sentimenti. Le storie d’amore per via della inevitabile entropia, tendono a degradarsi, a trasformarsi in qualcosa di diverso da ciò che erano in partenza e l’ostinarsi a credere che non sia così e che l’amore, se è vero amore, non cambia mai, porta alla negazione del “principio di realtà” e inevitabilmente sfocia in quella forma di delirio tipico della “coppia felice”. Bisogna avere la

La paura di guardarsi dentro e l’incontro con se stessi

Questo periodo di pandemia ha ‘costretto’ un po’ tutti a un maggior contatto con se stessi e a confrontarsi con la paura di guardarsi dentro. Da un lato un mondo esterno pericoloso, con la presenza del virus e la minaccia di malattia e morte, dall’altro un mondo interno pieno di emozioni difficili da sostenere e con le sue insidie. Non abbiamo avuto scampo. La pandemia ci ha fatti fermare e soffrire. Arrabbiare, disperare. Ma anche, forse, scoprire qualcosa di più profondo in noi stessi? Un invito drammatico e doloroso ad andare oltre la superficie in cui spesso galleggiamo? Un necessario ritorno all’essenziale? Le misure restrittive imposte, l’isolamento e il venir meno delle attività abituali hanno creato un vuoto che i più hanno vissuto con angoscia e paura. Soliti come siamo nella nostra società ad evitare l’incontro con noi stessi mediante il rifugio negli impegni, nelle distrazioni, nei ruoli. A riempire ogni spazio possibile. Ci siamo ritrovati a fare i conti con la frustrazione, la noia, la perdita di riferimenti e di certezze, l’insicurezza. Non solo con quanto di traumatico ha portato la pandemia, ma con quanto ognuno di sé ha finora cercato di non contattare. Molti hanno scoperto per la prima volta le proprie fragilità. Altri hanno sentito antiche ferite riaprirsi. Altri ancora si sono trovati faccia a faccia con i propri conflitti irrisolti. Qualcuno ha sentito di non farcela, perchè il carico da portare era troppo elevato. La paura e la sfiducia hanno talvolta preso il sopravvento. Cosa vuol dire guardarsi dentro? Intraprendere un viaggio interiore verso parti di sè negate, rifiutate, inespresse. Incontrare i propri conflitti, le forze contrapposte che lottano dentro ciascuno di noi. Scoprire che per ogni aspetto della vita che ci fa soffrire c’è una nostra responsabilità, qualcosa che ci impediamo, che tratteniamo, che non lasciamo andare o che non vogliamo affrontare. Fa paura. Si tratta, in primis, di un viaggio di consapevolezza e responsabilità. La prima è la conoscenza profonda di se stessi. Non semplice comprensione, ma una consapevolezza piena che si realizza su tutti e tre i livelli – cognitivo, emotivo, corporeo. La seconda, spesso fraintesa con il dovere, è la risposta coerente ai propri bisogni, centrale per giungere al cambiamento. Poichè la consapevolezza da sola non basta. Bisogna scegliere e agire in accordo con ciò che si vuole. Essere disposti ad abbandonare vantaggi e a correre rischi. Fermarsi e portare l’attenzione all’interiorità non è tuttavia di per sé garanzia di maggior contatto. Non è detto che questa pandemia ci renderà migliori. Paul Watzlawick sosteneva che “guardarsi dentro rende ciechi”. Cercare di conoscere sensazioni, emozioni, pensieri e comportamenti propri, utilizzando la logica e i meccanismi della mente rischia di far rimanere imbrigliati ancor di più nei vicoli ciechi dei soliti vecchi problemi. Se ci si affida ai processi mentali, giudicando, categorizzando e cercando spiegazioni, si finisce con il seguire e rafforzare le convinzioni, gli ideali e tutti gli aspetti copionali limitanti che sono alla base della propria nevrosi. Il risultato è che invece di fare esperienza di contatto ci si allontana sempre più dalla propria autenticità e dal qui e ora della propria esistenza. La vera visione diventerà chiara solo quando guarderete nel vostro cuore. Chi guarda all’esterno, sogna. Chi guarda all’interno, si sveglia. (Carl Gustav Jung) Come possiamo dunque guardarci dentro per rendere più chiara la nostra visione? Per vedere chiaramente ogni cosa per quella che è e riconoscere noi stessi per ciò che siamo occorre sviluppare presenza. Entrare nel flow. Abbandonarci al flusso continuo della coscienza che, per sua natura, fluisce ininterrottamente. Mentre la mente tende a separare, dividere, frammentare, il contatto con l’esperienza momento per momento permette di percepire l’unità interiore e tenere tutte le parti insieme. Dà una direzione ai nostri sensi, alle nostre emozioni, al nostro corpo. Ci consente di mettere a fuoco cosa sentiamo e cosa vogliamo profondamente. Ci orienta e ci attiva verso scelte e comportamenti coerenti con la realizzazione di noi stessi e dei nostri desideri.

Adolescenti e Genitori: Istruzioni per l’uso

di Veronica Lombardi Un viaggio burrascoso, l’adolescenza! Quante volte abbiamo sbattuto la porta della nostra cameretta e pensato che il mondo ci cadesse addosso? Certo oggi magari, ripensandoci arrossiamo dall’imbarazzo, oppure ricordando taluni episodi con un fratello o un genitore ci ridiamo teneramente sopra. Eppure quei momenti, apparentemente disperati, delineano il periodo in cui molte certezze sono messe in discussione, è il periodo in cui si immagina il proprio futuro e ci si prepara anche ad affrontarlo, è sicuramente un periodo importante della vita di tutti noi, un periodo che può essere particolarmente difficile, in una parola, l’adolescenza. Entrare nel periodo adolescenziale, come detto, costituisce un momento di forti cambiamenti, è in questo periodo che risulta importante il raggiungimento di una nuova stabilità e continuità personale, necessaria per poter prendere decisioni consapevoli sulla propria vita futura. Tale stabilità corrisponde al sentimento di identità personale. Ma guardando più a fondo, possiamo dire che la dotazione biologica, l’organizzazione e l’esperienza personale e l’ambiente culturale contribuiscono a dare significato, forma e continuità all’esistenza unica di ciascuno di noi. La visione di Erikson è quella di concepire a vita dell’individuo come una successione di fasi, a ognuna delle quali è assegnata un a funzione evolutiva di natura psicologica. Nell’adolescenza uno degli aspetti fondamentali è l’acquisizione dell’identità sessuale e di ruolo, che è anche la ricapitolazione delle acquisizioni raggiunte nelle tappe precedenti dello sviluppo. L’acquisizione di tale identità comporta: Il raggiungimento della percezione matura del tempo; La certezza stabile nella percezione di se; L’assunzione e la sperimentazione dei ruoli; L’acquisizione di un’identità sessuale; La capacità di avere un confronto con l’autorità o l’assunzione di autorità; La definizione di un orientamento consapevole nei propri ideali personali e sociali. L’età adolescenziale conosce diversi momenti di esplorazione e crisi che possono risolversi oppure no a seconda dell’orientamento assunto nell’insieme delle forze in gioco, nella costruzione di una componente rilevante dell’identità del soggetto. È tuttavia importante che gli adolescenti affrontino anche problemi più gravi, magari pochi per volta, in successione. Quest’età cosi piena e frenetica, piena di pulsioni e falsi miti, di sentimenti radiosi ed esplosioni ormonali in cui, poco per volta il bambino lascia il posto all’adulto, dura quasi per l’intera seconda decade della vita e molti cambiamenti hanno luogo in questo periodo dando la possibilità al soggetto che li vive di recuperare la propria forza psicologica dopo ogni episodio di coinvolgimento emotivo più intenso e di affrontare la difficoltà successiva. Fondamentale è il rapporto dell’adolescente con la famiglia d’origine, la famiglia caratterizzata da una storia passata e da una prospettiva di vita futura, in cui centrale è il concetto di ciclo di vita familiare, ed il susseguirsi delle varie fasi. Il criterio più adeguato per dividere in fasi il ciclo di vita familiare è quello di identificare alcuni eventi critici che la famiglia incontra durante il suo percorso e l’ingresso nell’età adolescenziale dei figli rappresenta proprio uno di tali eventi critici. In particolare la famiglia si trova a dover affrontare due movimenti antagonisti che si presentano con un forte impatto: La tendenza all’unità, al mantenimento dei legami affettivi e al sentimento di appartenenza da un lato e dall’altro la spinta verso l’autonomia del singolo individuo e la differenziazione. Certo queste “crisi” sono da intendersi fisiologiche, in relazione ai cambiamenti dei rapporti in atto e non come contrapposizione, ostilità o conflitto permanente. Ciò che più spesso accade in questa fase è che i genitori non sono più l’unico punto di riferimento e inevitabilmente si sviluppino dei conflitti che riguardano ambiti di indipendenza quali per es. il modo di vestire, le amicizie, i tempo libero e le dolenti note….l’orario! (tutti abbiamo sentito frasi del tipo “questa casa non è un’ albergo!”). Nonostante tutto, numerose ricerche dimostrano un sostanziale accordo tra gli adolescenti e i genitori sui valori più importanti come ad es. la famiglia viene rivalutata per l’importante funzione affettiva che svolge. Sarebbe errato parlare di “conflitti” tra genitori e figli come solo una guerra tra generazioni   invece di  concentrarsi sui  punti principali del cambiamento nella relazione: Lo sviluppo dell’autonomia e il distacco emotivo; Rivalutazione del rapporto tra dipendenza ed autonomia Affermare la propria identità ed il rispetto della privacy; Va sottolineato il grande cambiamento della funzione genitoriale. È questo un periodo caratterizzato da ansie e ambivalenza per i genitori e le ragioni possono riscontrarsi nel senso di inutilità nel momento in cui i figli sembrano non aver più bisogno di loro rispetto alla lunga abitudine di dominio e di controllo quasi assoluto. Un ruolo fondamentale lo gioca la modalità comunicativa che assume una funzione costruttiva. La comunicazione ideale tra genitore e figlio adolescente richiede: La capacità di esprimere con chiarezza i punti di vista propri; La capacità di esprimere la differenza tra se e gli altri; La capacità di essere aperti ad idee ed ideali diversi, degli altri; La capacità di essere sensibili e rispettosi nelle relazioni con gli altri; La presenza di questi fattori nelle relazioni familiari contribuisce sia alla formazione dell’identità e dell’autostima dell’adolescente sia all’elaborazione di capacità interpersonali, come per esempio l’abilità di negoziazione con gli altri. Fondamentale nell’adolescenza è il confronto con il gruppo dei pari. I coetanei, rappresentano un riferimento importante per esplorare nuovi spazi e valutare in modo autonomo le proprie scelte a prescindere dal controllo degli adulti. La condivisione degli stessi problemi porta alla ricerca di soluzioni condivise, in condizioni di parità ed empatia. Dal gruppo dei coetanei provengono varie forme di aiuto come ad es. a livello emotivo, di comportamento, psicologico e cognitivo. Se il gruppo rappresenta un buon oggetto di identificazione, può offrire un valido aiuto nelle difficoltà. È di estrema importanza che l’adolescente trovi un equilibrio nel processo di identificazione con i diversi soggetti sociali senza dipendere eccessivamente da nessuno, in modo da non compromettere lo sviluppo della sua individualità. Ovviamente in questo gioco di equilibri ed equilibristi, un ruolo fondamentale lo gioca la realtà sociale più prossima al soggetto adolescente, cioè la scuola. L’esperienza scolastica può profondamente incidere sullo sviluppo dell’adolescente sia nel processo di costruzione

Lo sportello di ascolto psicologico a scuola

L'importanza dell'ascolto

Nelle scuole il sostegno psicologico è fondamentale per gestire il disagio scolastico, ossia uno stato di malessere, che impedisce agli alunni di raggiungere i traguardi didattici e il successo formativo. Per questi motivi in molte istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado è attivo uno sportello d’ascolto per gli studenti, che possono incontrare lo psicologo per un colloquio anche per i problemi di apprendimento.

Funzionamento cognitivo e gli effetti della pandemia

Nell’ultimo anno e mezzo, la pandemia ha imposto un nuovo tipo di quotidianità. Soprattutto nei periodi di lockdown, essa è stata caratterizzata da isolamento e solitudine, carenza di stimoli esterni, monotonia, anche noia, che hanno influito sulla salute psico-fisica e sul funzionamento cognitivo della collettività. Molte persone ad ora riscontrano ancora difficoltà nello svolgere attività quotidiane. Fanno fatica a concentrarsi e ad occupare le giornate, si sentono stanchi e lenti nei movimenti. Hanno difficoltà nel trovare nuovi stimoli che gli permetterebbero di modificare la routine quotidiana. Molti hanno riscontrato un affaticamento o annebbiamento mentale Questo “annebbiamento mentale” può essere associato alla compromissione del normale funzionamento dei processi cognitivi, causata dalle restrizioni e dagli interventi messi in atto per contenere l’emergenza pandemica. Le funzioni cognitive come attenzione, memoria, percezione e ragionamento hanno bisogno di continue stimolazioni esterne e devono essere costantemente esercitate per mantenersi funzionali e attive. Il lockdown, e la pandemia in generale, ha messo a dura prova questo esercizio. L’Università di Padova ha sviluppato uno studio che ha indagato gli effetti del lockdown sul funzionamento cognitivo di 1215 persone tra i 18 e gli 88 anni Lo studio di Fiorenzano, Zabberoni, Costa e Cona (2021) ha dimostrato come il lockdown dovuto al COVID-19 ha avuto un sostanziale impatto sui processi cognitivi della popolazione. Si è riscontrato un peggioramento del funzionamento cognitivo globale rispetto al periodo pre-lockdown. Problemi nel funzionamento cognitivo sono stati per lo più percepiti nelle attività quotidiane che coinvolgono l’attenzione, l’orientamento temporale e le funzioni esecutive. Le abilità linguistiche non hanno subito alcun cambiamento. La memoria, al contrario, è risultata rafforzata, con una riduzione nei problemi di dimenticanza rispetto al periodo pre-lockdown. I ricercatori hanno associato tale risultato ai massicci cambiamenti del contesto dovuti al lockdown e quindi, in un certo senso, alla monotonia e all’isolamento. Durante le restrizioni, la quotidianità era caratterizzata da un ritmo meno frenetico. Questo ha ridotto al minimo anche i potenziali fallimenti della memoria, portando, quindi, a un miglioramento soggettivo della memoria. Problemi cognitivi e problemi di salute mentale risultano essere strettamente connessi I fattori di rischio rilevanti per il peggioramento delle funzioni cognitive, e anche della salute mentale, sono essere donna, essere giovane (sotto i 45 anni), lavorare da casa o essere sottoccupati. Lo studio, infatti, ha anche riportato un legame fra ansia, depressione e problemi cognitivi. All’aumentare dei sintomi psicologici depressivi o ansiosi corrispondeva una maggiore compromissione delle prestazioni cognitive quotidiane. Ad oggi, ancora molte persone risentono degli effetti psicologici dell’isolamento e della reclusione dovuti alla pandemia, riscontrando difficoltà nel riprendere attività quotidiane. Conoscere le conseguenze cognitive e psicologiche associate alla pandemia è cruciale per fornire interventi psicologici efficaci e di supporto, in particolare alle popolazioni vulnerabili. Bibliografia Fiorenzato E., Zabberoni S., Costa A., Cona G. (2021). Cognitive and mental health changes and their vulnerability factors related to COVID-19 lockdown in Italy. PLoS ONE, 16(1): e0246204.

VIDEOGAMES E IDENTITÀ: QUALE RELAZIONE?

di Nicola Conti I videogames costituiscono una incredibile opportunità di immedesimarsi in personaggi di vario genere: supereroi, dei, mostri e così via. Ciò che appare stupefacente è la reale possibilità psicologica di sperimentarsi in vesti differenti. Non è una scoperta odierna il fatto che i videogiocatori si identifichino con i personaggi dei loro videogiochi preferiti. Ciò accade anche durante la visione di pellicole cinematografiche, serie TV e anche nella lettura di un buon libro. Le emozioni vissute da una persona durante l’utilizzo dei videogames, grazie alla trama, alle caratteristiche psicologiche dei personaggi e protagonisti e alla grafica, vengono incanalate e si amplificano come in una cassa di risonanza virtuale, producendo movimenti intrapsichici in grado di creare trasformazioni. In sostanza all’interno del mondo videoludico è messo fortemente in gioco il costrutto di identità. Secondo James Paul Gee (2007) vi sono tre tipologie di identità: un’identità nel mondo reale, un’identità virtuale ed un’identità proiettiva. L’identità reale interagisce e si relaziona con le altre, creando una complessità psicologica difficile da immaginare. L’identità nel mondo reale corrisponde al videogiocatore in quanto persona presente all’interno di una realtà analogica, quella di tutti i giorni. In riferimento a questa dimensione identitaria, sfociano una serie di tratti e dettagli che concorrono a complessificare e arricchire l’immagine del soggetto (il sesso, la nazionalità, l’altezza, segni particolari e così via). Questi elementi concorrono ad una definizione specifica e particolare della persona. Tali tratti e dettagli entrano fortemente in gioco all’interno della dimensione videoludica, per esempio nella creazione di un avatar. La seconda tipologia di identità viene definita virtuale e corrisponde all’identità che il soggetto adotta in base al personaggio utilizzato all’interno del videogame. Identità reale e virtuale viaggiano sullo stesso binario visto che condividono simultaneamente i successi o i fallimenti ottenuti attraverso i videogiochi. La terza e ultima tipologia identitaria coincide con l’identità proiettiva. In questo ultimo caso ciò che risulta fondamentale è indagare la relazione tra il sé reale e il personaggio virtuale. L’identità proiettiva possiede due dimensioni. La prima riguarda la possibilità di proiettare sul proprio avatar digitale desideri, emozioni e valori. La seconda dimensione invece ha a che fare con l’azione. In questo senso l’avatar diventa l’incarnazione stessa del proprio agire, in uno spazio e in un tempo ben definiti dalla cornice videoludica e dalla volontà e dai desideri del videogamer. L’avatar si tramuta nel mezzo in cui si canalizzano la propria volontà e le proprie ambizioni. In sostanza l’avatar digitale mi permette di agire in un contesto fittizio, dove sono in possesso di capacità che nella realtà non possiedo. Infatti nel videogame abbiamo la possibilità di essere chiunque e di comportarci come non avremmo mai possibilità nel mondo analogico (Turkle, 1999). Secondo questa chiave di lettura, l’identità e la personalità diventano elementi flessibili e non immutabili. Infatti, i videogiochi sono strumenti che favorisono la riflessione su di sé, sulla propria identità e sulle proprie competenze relazionali, sociali e psicologiche. Inoltre la scelta o la creazione dell’avatar è legata ai propri gusti, alla percezione di sé (Sé percepito) e da come vorremmo essere (Sé ideale). L’avatar all’interno del mondo videoludico influenza a sua volta la propria identità, in un dialogo attivo e costante tra: “chi sono”, “chi penso di essere” e “chi (o come) vorrei essere”. L’esperienza con i videogame costituisce una modalità che permette di sperimentare, in una dimensione alternativa, le proprie emozioni, i propri desideri, le aspirazioni, la possibilità di sbagliare e di comportarsi in modi in cui nella realtà fisica non ci sogneremmo nemmeno. Il tutto in un contesto protetto e intimamente significativo. Anche questo sono i videogames. BIBLIOGRAFIAGee, J. P. (2007). What Video Games Have to TeachUsabout Learning and Literacy. LLC: St. Martin’s Press.Turkle, S. (1999). Lookingtoward cyberspace: Beyond groundedsociology. ContemporarySociology, 28(6), 643-648.