Cyberbullismo: quando il nemico è dall’altra parte dello schermo – Parte II

Nel precedente articolo abbiamo trattato il tema del Cyberbullismo, osservato le differenze dal bullismo tradizionale e gli effetti che genera sugli attori coinvolti: dal cyberbullo alla vittima, fino agli spettatori. Negli ultimi anni l’evoluzione della rete ha creato terreno fertile per la diffusione del Cyberbullismo, in diverse forme e modalità. Di seguito una panoramica delle tipologie più diffuse: Flaming: scambio di messaggi o commenti online su pagine, gruppi e forum, con un linguaggio volgare e violento, volto ad innescare una vera e propria battaglia verbale. Molestia/Harassment: invio ossessivo e reiterato di messaggi offensivi per ferire il destinatario. Denigrazione/Put-downs: invio di contenuti denigratori a terze persone o nella diffusione su piattaforme pubbliche allo scopo danneggiare gratuitamente la reputazione di un singolo. Sostituzione di persona/Masquerade: furto di identità di una persona per spedire messaggi o per pubblicare contenuti volgari e sconvenienti a suo nome. Rivelazione/Exposure: rendere pubbliche informazioni intime e private della vita di una persona per metterla deliberatamente in imbarazzo. Inganno/Trickery: ottenere la fiducia di qualcuno per poi renderne pubbliche le confidenze, i racconti privati e imbarazzanti. Esclusione: tagliare fuori da un gruppo online, una chat, un game interattivo o altri ambienti digitali privati, una persona al fine di isolarla. Cyberstalking: molestie e minacce ripetute attraverso i mezzi digitali, volte ad incutere terrore. Cyberbashing/happy slapping: l’aggressione fisica di uno o più bulli su un individuo viene filmata e pubblicata per proseguire la persecuzione online, rendendo il contenuto virale. Trattandosi di aggressioni psicologiche e non fisiche, non sempre i genitori riescono a cogliere il disagio dei propri figli, tuttavia esistono dei campanelli d’allarme a cui prestare particolare attenzione: Si può ravvisare un aumento di irritabilità e nervosismo da parte del bambino o il rifiuto ad andare a scuola; il bambino cambia stato d’animo quando utilizza i social e appare ansioso, spaventato o rabbioso; si rifiuta di condividere informazioni relative al proprio account e alle attività che svolge online; presenta sintomi psicofisici indicatori di stress come perdita o aumento di peso, mal di testa, mal di stomaco e inappetenza, irrequietezza e insonnia; il bambino si isola da amici e parenti e abbandona hobbies e attività che trovava piacevoli; infine appare depresso e disperato e manifesta pensieri suicidari. Un fenomeno così profondamente radicato nella cultura delle nuove generazioni necessita di mirati interventi di prevenzione e contrasto al fenomeno che devono partire sin dalla tenera età e coinvolgere attivamente tutto il sistema che orbita attorno ai giovani: famiglia, scuola e amici. Emerge quindi l’esigenza di una maggiore consapevolezza e controllo dei mezzi di comunicazione digitale affinché i ragazzi e le rispettive famiglie possano vivere serenamente il rapporto con la tecnologia.

POS: acronimo inglese per indicare genitori alle spalle

POS

L’acronimo inglese POS (Parents over Shoulders, letteralmente genitori alle spalle) è utilizzato dai ragazzi in rete per indicare la presenza dei loro genitori che potrebbero spiare la conversazione. Il termine ha purtroppo assunto la connotazione di segnalazione di un “pericolo”. Per gli psicologi, invece, la presenza di genitori, rappresenta un efficace base per la crescita dei propri figli. Lo sviluppo psicofisico di un bambino è costellato di molteplici e complesse trasformazioni, che interessano diverse sfere: fisica, cognitiva, affettiva e relazionale. Questo processo evolutivo, normalmente, avviene in un ambiente familiare e sotto la guida di genitori attenti alle esigenze dei propri bambini. Innanzitutto, è necessario che i genitori siano consapevoli dell’individualità del proprio figlio, con proprie esigenze e copacità. I bambini vanno accompagnati verso l’autonomia, aiutandoli ad affrontare adeguatamente gli eventi critici, senza sostituirsi ad essi. Devono imparare a vestirsi, ad allacciare le scarpe e così via. Ogni giorno, sia i genitori che i figli, sono impegnati nella modulazione della loro relazione reciproca, in base agli accadimenti quotidiani. Nei rapporti fra adulti e bambini, entrano in gioco continuamente le capacità di adattamento degli uni e degli altri. E’ dall’infanzia, che i POS, i genitori, accompagnano i loro figli nella costruzione di una propria morale, mediante la costruzione di regole e l’interiorizzazione di esse. Senza dimenticare che, in questo processo, partecipano tutti i componenti della famiglia con un ruolo attivo. Il bambino, fin dalla nascita, infatti regola il proprio comportamento attraverso costanti feedback con l’ambiente circostante. Importante compito genitoriale è lo sviluppo del comportamento pro-sociale. I rapporti familiari favoriscono l’attenzione sull’empatia, sulla comprensione dell’altro, del suo pensiero e del suo eventuale disagio. L’importanza dell’adozione di uno stile educativo autorevole, basato proprio sulla comunicazione, sulla spiegazione e sul ragionamento condiviso, determina lo sviluppo di un comportamento altruistico, senza perdere la propria individualità.

Invecchiamento: i geni contano meno di quel che pensiamo. Parola di geropsicologo

di Giulia Goldin Fin dalla prima infanzia veniamo esposti a rappresentazioni negative della vecchiaia, che diviene ben presto sinonimo di declino fisico e cognitivo, dipendenza, perdita e infelicità. Famoso è l’aforisma del commediografo romano Terenzio “senectus ipsa est morbus” ovvero “la vecchiaia è di per sé una malattia”. Ma è veramente così? Come vedremo a breve, l’invecchiamento, in realtà, è un processo altamente eterogeneo e modificabile per cui abbracciare la visione fatalista dominante non sembra essere una scelta saggia. Secondo i ricercatori, infatti, l’invecchiamento dipende per il 30% da fattori genetici e per ben il 70% da fattori ambientali, ovvero stile di vita, relazioni sociali, salubrità dell’ambiente fisico, status socio-economico (Easterbrook, 2014). Questi dati fanno tirare un sospiro di sollievo e riflettere sul potente mezzo della prevenzione e sulla nostra agency. Riserva cognitiva e plasticità cerebrale Per quanto riguarda l’influenza dell’ambiente sulla senescenza, è doveroso introdurre i concetti di riserva cognitiva e plasticità cerebrale, ampiamente trattati dalle Neuroscienze. Con riserva cognitiva (Stern, 2009) si intende quella modalità attiva con cui il cervello è in grado di contrastare un processo patologico. Alti livelli di educazione, occupazione e attività stimolanti praticate nel tempo libero sembrano incidere sulla flessibilità e l’efficacia delle reti neurali, permettendo un ritardo dei segni clinici della demenza nel caso in cui essa si presenti. Un elevato livello di istruzione, se accompagnato da attività cognitive complesse e impegno sociale in tarda età, può comportare una riduzione del rischio di demenza fino al 40% (Valenzuela et al., 2001). Ma come è possibile che le esperienze di vita abbiano un effetto così diretto sul nostro cervello? La spiegazione è data dalla plasticità cerebrale, una proprietà intrinseca del cervello umano che consente di adattarsi alle pressioni ambientali, ai cambiamenti fisiologici e agli eventi di vita attraverso un continuo rimodellamento delle mappe neuro-sinaptiche (Guglielman, 2012). La plasticità cerebrale accompagna l’intero arco di vita e agisce anche quando il processo neurodegenerativo è in corso. Lo psicologo dell’invecchiamento Se, come dice la letteratura, l’ambiente incide profondamente sui processi di invecchiamento allora risulta lampante la necessità della figura dello psicologo che, in veste di ambiente sociale, può proporre alla popolazione anziana interventi di vario tipo, sfruttando le proprietà della plasticità cerebrale. Il “Piano d’azione globale di salute pubblica in risposta alla demenza”, pubblicato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO, 2017), riconosce l’importanza della figura dello psicologo nel sensibilizzare la comunità sui disturbi neurocognitivi e nel promuovere interventi di supporto ai caregiver. L’American Psychological Association (APA), inoltre, ha pubblicato nel 2003, con una revisione nel 2014, le “Linee guida per la pratica psicologica con gli anziani” e riconosciuto nel 2010 la figura del geropsicologo. Nel contesto italiano l’inquadramento di tale figura varia da regione e regione, infatti in alcune di esse lo psicologo non rientra negli standard di personale previsti per le strutture per anziani. Nonostante ciò, gli psicologi interessati all’area invecchiamento possono fare affidamento alle preziose linee guida pubblicate nel 2013 dall’Ordine degli Psicologi del Veneto “Ruolo e attività dello psicologo nell’area anziani”. Esse delineano sei possibili aree di intervento psicologico: residenzialità e semiresidenzialità, area ospedaliera, area domiciliare, università e centri di ricerca, terzo settore e comunità locale. Un esempio di intervento: la stimolazione cognitiva Un esempio di intervento rivolto a pazienti con demenza di grado lieve-moderato è la stimolazione cognitiva. Essa, tramite il coinvolgimento dell’anziano in attività di gruppo e discussione che favoriscono la socializzazione, sembra rallentare il decorso della malattia e avere effetti significativi sul funzionamento cognitivo globale, la qualità di vita e il linguaggio (Clare & Woods, 2004; Lobbia et al., 2018). Dunque, tramite la creazione di un ambiente arricchito questo intervento favorisce la neuroplasticità, potenziando i meccanismi compensativi adottati dal cervello a fronte dei cambiamenti funzionali tipici del normale invecchiamento (vedi Modello PASA, Davis et al., 2008; Modello HAROLD, Cabeza et al., 2002). Bibliografia American Psychological Association. (2014). Guidelines for psychological practice with older adults. The American Psychologist, 69(1), 34. Cabeza, R., Anderson, N. D., Locantore, J. K., & McIntosh, A. R. (2002). Aging gracefully: compensatory brain activity in high-performing older adults. Neuroimage, 17(3), 1394-1402. Clare, L., & Woods, R. T. (2004). Cognitive training and cognitive rehabilitation for people with early-stage Alzheimer’s disease: A review. Neuropsychological rehabilitation, 14(4), 385-401. Copes, A., Empolini, M., Garbo, P., Gasparotto, L., & Indiano, A. (2013). Ruoli e attività specialistiche dello psicologo nell’area anziani. Disponibile qui. Davis, S. W., Dennis, N. A., Daselaar, S. M., Fleck, M. S., & Cabeza, R. (2008). Que PASA? The posterior–anterior shift in aging. Cerebral cortex, 18(5), 1201-1209. Easterbrook, G. (2014). What happens when we all live to 100?. The Atlantic, 314(3), 61-72. Guglielman, E. (2012). The ageing brain: Neuroplasticity and lifelong learning. eLearning Papers, 29, 1-7. Lobbia, A., Carbone, E., Faggian, S., Gardini, S., Piras, F., Spector, A., & Borella, E. (2018). The efficacy of cognitive stimulation therapy (CST) for people with mild-to-moderate dementia. European Psychologist. Stern Y., Dietz A., (1994). The Value Basis of environmental concern. Journal of Social Issues, 50. 65-84 Stern Y. (2009). Cognitive reserve. Neuropsychologia, 47. 2015-2028 Valenzuela M., Brayne C., Sachdev P., Wilcock G., Matthews F. (2001). Cognitive lifestyle and long-term risk of dementia and survival after diagnosis in a multicenter population-based cohort. Medical Research Council Cognitive  Function, 53-62

Emozioni “di base”

di Umberto Maria Cianciolo Il termine “emozione” deriva dal verbo latino “emovère”, composto dalla preposizione “ex” (“fuori”) e dal verbo “movere” (“muovere”), che letteralmente significa “portare fuori”, “smuovere”, ed in senso lato “scuotere”, “agitare”. Sul dizionario “Treccani” è possibile leggere la seguente definizione: “Impressione viva, turbamento, eccitazione. In psicologia, il termine indica genericamente una reazione complessa di cui entrano a far parte variazioni fisiologiche a partire da uno stato omeostatico di base ed esperienze soggettive variamente definibili (sentimenti), solitamente accompagnata da comportamenti mimici”. Dallo stesso dizionario si rintraccia un’origine francese del termine, dal verbo “èmouvoir”, ovvero “mettere in movimento”. I riferimenti etimologici, nonché le definizioni citate, ci conducono a pensare l’emozione come ad un qualcosa in movimento, che si “muove da”, che si sposta, che viaggia, che si genera e sviluppa in un percorso “da-a”. Dunque, è possibile affermare che l’emozione attivi una risposta fisiologica e che sia una reazione ad uno stimolo, un comportamento di risposta. La risposta fisiologica agli stimoli esterni, può predisporre, ad esempio, all’azione, alla fuga, all’attacco, in base all’elaborazione dello stimolo, sia essa cosciente/consapevole che automatica/inconsapevole: potremmo così rilevare una possibile accelerazione del battito cardiaco, una contrazione muscolare, un indebolimento, un tremore, una contrazione del respiro. Tutto ciò ci ha permesso di sopravvivere e di conservare la specie, come già affermato e teorizzato da Darwin. Questi, inoltre, coerentemente con i propri studi, si interrogava sull’origine innata o appresa dei movimenti dei muscoli facciali che rendono “visibile” un’emozione (Darwin, 1872; Ekman, 1973). È dallo spunto teorico del padre della “Teoria dell’Evoluzione” che Paul Ekman si interroga sull’esistenza delle emozioni cosiddette “di base”, sulla possibilità che queste siano innate e dunque egualmente osservabili e rilevabili in ogni essere umano, e che siano differenziabili da quelle cosiddette “secondarie”, frutto di apprendimento e di interazione sociale. Ekman è uno psicologo statunitense, pioniere della ricerca sull’espressività facciale delle emozioni. Come da lui riportato in “Basic Emotion”, terzo capitolo all’interno dell’opera “Handbook of cognition and emotion” (Dalgleish e Power, 1999), la sua ricerca sugli eventi interpersonali prototipici prese le mosse dalle scoperte di Boucher e Brant, i quali, nel 1970 (la ricerca fu poi pubblicata in un tempo successivo, nel 1981), trovarono molti elementi in comune esaminando anche culture non occidentali. Secondo gli autori, esistono eventi prototipici universali scatenanti determinate reazioni emotive: ad esempio, constatarono che la perdita di una persona significativa fosse causa di tristezza in molte delle culture prese in esame e che ciò che differiva tra le diverse culture fosse l’oggetto, in senso dinamico, investito emotivamente e affettivamente (Boucher e Brant, 1983). Ekman sostiene con fermezza l’importanza cruciale dell’espressività emotiva, soprattutto nello sviluppo e regolazione delle relazioni interpersonali. Difatti, una sua ricerca, che ha coinvolto persone affette da paralisi facciale congenita (sindrome di Mobius), ha dimostrato come queste persone avessero seri problemi nello sviluppo e mantenimento di relazioni, anche casuali, proprio per l’incapacità di espressività facciale (Ekman, 1999).  Quindi è possibile affermare che vi sono delle caratteristiche attraverso le quali distinguere un’emozione da un’altra e attraverso le quali individuare le “emozioni di base” e distinguerle da un qualsiasi altro fenomeno di natura affettiva (Ekman, 1999; Ekman, 2003; Ekman e Cordaro, 2011):  Una reazione fisiologica distintiva; Una valutazione automatica (appraisal) influenzata dalle esperienze ontogenetiche e filogenetiche; Aspetti comuni negli eventi che suscitano una tale emozione; Aspetti distintivi a livello evolutivo; Presenza in altri primati; Rapida insorgenza; Breve durata; Reazione visibile; Pensiero distintivo, ricordi e immagini; Esperienza soggettiva distintiva; Periodo refrattario dove si filtrano le informazioni disponibili per cosa supporta l’emozione; Obiettivo; Rappresentazione dell’emozione in modo costruttivo o distruttivo.   Secondo Ekman, l’individuare l’esistenza di emozioni di base non respinge, non nega, l’esistenza di una varietà dei fenomeni connotati affettivamente; al contrario, egli ritiene che sono proprio queste emozioni ad organizzare e determinare tali fenomeni. In tal senso, ogni emozione è considerabile “di base”, cioè necessaria e indispensabile alla vita emotiva-affettiva degli individui. L’aggettivo “di base”, dunque, è usato da Ekman per distinguere tutte le emozioni discrete, cioè distinguibili l’una dall’altra e la cui esistenza è provata dalla fisiologia facciale, vocale, automatica e dallo studio degli eventi che precedono l’una o l’altra emozione (Ekman e Cordaro, 2011). L’origine di queste emozioni è stata teorizzata rispetto a processi sia filogenetici (vedi Darwin), ovvero rispetto al progresso evolutivo, alla necessità di adattamento biologico che ci ha consentito di “reagire ai compiti fondamentali della vita” e che ci ha spinto “in una direzione che, nel corso della nostra evoluzione, ha condotto a migliori soluzioni in circostanze ricorrenti e rilevanti per i nostri obiettivi” (Ekman e Cordaro, 2011, p. 364), che ontogenetici (Parkinson, 1996), ovvero socialmente costruiti e universalmente condivisi; in quest’ultimo caso sono le nostre esperienze condivise come esseri umani a generare esperienze emotive condivise. Esistono prove dell’esistenza delle seguenti sette emozioni “di base” (Ekman e Cordaro, 2011): Rabbia: risposta all’interferenza con il nostro perseguimento di un obiettivo a cui teniamo; risposta che può essere elicitata da qualcuno che tenta di farci del male (fisicamente o psicologicamente) o da una persona a cui teniamo. “Oltre a rimuovere l’ostacolo o fermare il danno, la rabbia spesso comporta il desiderio di ferire il bersaglio” (Ekman e Cordaro, 2011, pag. 365); Paura: risposta alla minaccia di danno, fisico o psicologico. La paura può innescare la rabbia o attivare comportamenti di freezing o fuga; Sorpresa: risposta ad un evento improvviso e inaspettato; è l’emozione più breve; Tristezza: risposta alla perdita di un oggetto o persona a cui si è molto legati; Disgusto: respingere qualcosa dalla vista, dall’olfatto o dal gusto; può essere causato anche da persone le cui azioni sono disgustose o da idee offensive; Disprezzo: “sentirsi moralmente superiori ad un’altra persona” (Ekman e Cordaro, 2011, pag. 365); Felicità: sensazione di goduria ricercata dalla persona. Come è possibile, quindi, riconoscere un’emozione “di base”? Come già accennato, secondo Ekman, quando siamo in preda ad un’emozione avvengono molti cambiamenti a nostra insaputa,  o comunque di cui non siamo immediatamente consapevoli: i segnali emotivi che si possono evincere dai movimenti della muscolatura facciale o dalla voce, azioni apprese e pre-impostate,

L’utilizzo del Protocollo DAC a scuola

Il comportamento di Lucilla

Il comportamento è l’insieme delle azioni che un soggetto compie; è la risposta (reazione) dell’individuo a stimoli interni o esterni. Forse una reazione ad una situazione!
Questo vuol dire che c’è sempre un evento iniziale che precede un comportamento e in alcuni casi lo determina.

Film e serie tv possono aiutarci nell’affrontare eventi difficili?

I film, le serie tv, i prodotti audio-visivi e artistici in generale permettono di allontanarci, anche se per poco tempo, dalla realtà e immergerci in una nuova storia. Un film, come anche una serie TV, può diventare un mezzo attraverso cui le persone riflettono, un modo per interpretare la realtà. Altre volte permettono di immedesimarsi in storie o personaggi vicini a noi e, attraverso questi, sublimare preoccupazioni, ansie, paure. Fornire allo spettatore immagini e racconti di mondi reali o fittizi che possono costituire uno specchio della realtà in cui vivono o degli eventi che stanno attraversando può aiutarli a concentrarsi su alcuni aspetti essenziali della vita o del mondo che li circonda[1]. Il cinema, in tal senso, può avere un ruolo catartico Attraverso la catarsi è possibile allontanare dalla mente sensazioni negative. Immedesimarsi in personaggi di finzione consente di liberarsi da emozioni negative attraverso quelle altrui. Davanti ad una rappresentazione di eventi passati o presenti, le situazioni problematiche e i conflitti possono essere rivissuti ed elaborati. In psicologia, la catarsi fa riferimento ad una strategia terapeutica. Attraverso di essa, è possibile liberarsi da forti emozioni e dalle tensioni conflittuali che ostacolano la crescita. Può rappresentare così un processo attivo di costruzione di senso. Il sociologo Edgar Morin descrive il cinema come uno “specchio antropologico” della natura umana[2], “capace di generare nello spettatore una percezione che si muove in una sorta di doppia coscienza: una illusoria (di identificazione con la storia narrata nel film) e una reale (la parte dello spettatore che rimane ancorato alla sua effettiva quotidianità)”[1]. Le emozioni che la pellicola susciterà in lui gli permetteranno di effettuare una “metamorfosi cognitiva”[2]. La scelta di guardare un determinato film o una serie tv, quindi, può non essere del tutto casuale. Durante la pandemia COVID-19, la paura e l’angoscia del non sapere cosa stava succedendo e cosa sarebbe successo in futuro ha portato le persone ad adottare comportamenti peculiari nel tentativo di contenere tali emozioni. Tra questi vi è la decisione di guardare film o serie TV legate ai temi della pandemia, dell’epidemia, del contagio. Testoni, Rossi, Pompele, Malaguti e Orkibi (2021), a tal proposito, hanno sviluppato una ricerca per comprendere meglio la possibile funzione psicologica che il cinema può avere durante momenti di una crisi acuta e diffusa come quella causata dalla pandemia. L’obiettivo della ricerca è stato quello di comprendere perché alcune persone, durante la fase più delicata della pandemia, ovvero durante il lockdown, hanno deciso di guardare film o serie TV in cui erano rappresentate situazioni di contagio, epidemia o rischi per la salute delle persone[1]. Dai risultati emergono 4 aree tematiche, relative ai motivi che hanno spinto le persone a guardare questo tipo di film o serie TV. La prima area riguarda la diminuzione dell’incertezza. Film e serie TV sono diventate un mezzo attraverso cui le persone comprendevano e interpretavano la realtà, per capire cosa stesse succedendo, trovare informazioni utili e una spiegazione agli eventi, legati alla pandemia, attraverso i film. La seconda area era relativa al tentativo di diminuire o esorcizzare l’ansia crescente che stavano esperendo durante il lockdown. Guardare film o serie TV di epidemie o contagi era una strategia per evitare il panico, in quanto prodotti di fantasia o perché era possibile conoscerne gli esiti. La terza area riguardava l’identificazione e la catarsi. Guardare una persona attraversare la stessa situazione che lo spettatore stava affrontando, anche se estremizzata, permetteva di identificarsi con il protagonista e vedersi rappresentato. Inoltre, tale identificazione ha, appunto, una funzione catartica, con l’effetto di una profonda liberazione da ansie e preoccupazioni. Tale dinamica permette di accettare il presente e l’incertezza della situazione emergenziale. Infine, l’ultima area riguardava le persone che causalmente si sono imbattute in film del genere pandemico e che, data la similarità con la realtà che stavano vivendo, hanno deciso di guardare. In alcuni casi tale visione li ha aiutai a comprendere meglio la situazione, in altri ha generato sentimenti di ansia. Il cinema e le produzioni audio-visive possono quindi diventare mezzi per gestire l’ansia e l’angoscia. Attraverso di essi è possibile conoscersi meglio e comprendere la realtà che ci circonda. Il cinema e le serie TV possono diventare strumenti per fronteggiare eventi difficili, poiché permettono allo spettatore di allontanarsi dalla propria realtà ed entrare in un mondo di fantasia che può fornire spunti per liberarsi dalle emozioni negative, oppure semplicemente per intrattenersi. Bibliografia [1] Testoni I., Rossi E., Pompele S., Malaguti I. e Orkibi H. (2021). Catharsis through Cinema: An italian qualitative study on watching tragedies to mitigate the fear of COVID-19. Front. Psychiatry, 12:622174. doi: 10.3389/fpsyt.2021.622174 [2] Morin E. (2016). Il cinema o l’uomo immaginario [Cinema of the immaginary man]. Milano: Raffaello Cortina Editore.

ESSERE ATLETI AL TEMPO DEL COVID. Noi siamo l’esempio

di Luca De Rose Colgo sempre volentieri l’occasione per parlare di psicologia e naturalmente di sport. Dopo queste lunghe ed interminabili giornate, dopo che la notte sembrava più scura, ed il sole non sorgere più, ora è giusto ripartire e rialzarsi, ed è giusto che sia proprio lo sport ad iniziare. Si perché vedete lo sport è l’essenza stessa del movimento, ed il movimento è la vita, il cambiamento costante che ti permette di adattarti e di continuare. Di questo lo sport ne ha fatto un arte, ed il mondo dello sport e tutti gli addetti ai lavori, sanno bene che per quanto questo mondo possa essere maltrattato e dimenticato, costituirà sempre un fondamentale punto di formazione e crescita per tutti, non solo per i più piccoli. Anche noi però in questo ultimo anno ci siamo dovuti fermare, ci siamo dovuti “arrendere” (temporaneamente è ovvio) ad un nemico più forte di noi. Diciamo che abbiamo ripreso fiato, che tra l’altro nello sport è consentito dal regolamento, per essere pronti a rialzarci e ripartire. Il covid 19 è però un avversario tosto, ha spazzato via tanti sogni, tanti progetti, tante vite. Ricordandoci che nessuno e niente può colpire duro come fa la vita. Ma nonostante questo nelle arti marziali abbiamo un detto : “che magnifica occasione andare al tappeto cosi che il mio avversario possa vedere con quanta forza mi rialzo”. Come psicologo dello sport e psicoterapeuta alla fine della battaglia io traccio il bilancio, anche se so bene che la battaglia non è mai finita, ma ormai ci siamo abituati ad affrontare questo avversario, ed ogni giorno che passa diventiamo sempre più forti di lui, più veloci, conosciamo le sue mosse, per questo io so in cuor mio che alla fine vinceremo noi, perché abbiamo fede, coraggio ed entusiasmo. Bisogna innanzitutto dire che come sempre dietro l’atleta c’è la persona, in questo caso parliamo di giovani, ragazze e ragazzi di 19-20-25 massimo 30 anni, questo perché la carriera di atleta professionista, con rare eccezioni, non consente di andare molto oltre con l’età, per l’usura sia fisica che mentale. Questi ragazzi avevano fondamentalmente 3 cose nella loro vita, che riempivano le loro giornate, la scuola o l’università, gli amici quindi il sociale e lo sport. La vita da atleta non permette molti vizi o molte distrazioni, ne tanta socialità. Diciamo che l’aspetto sociale e commisurato al grado di importanza dell’ atleta. Più l’atleta diventa forte e importante, meno tempo ha da dedicare alla vita sociale, i suoi ritmi cambiano e i sacrifici aumentano. Detto questo la pandemia ha letteralmente stravolto la vita delle atlete, sia quelle di interesse nazionale e olimpioniche sia quella di un agonista che si allena 3 o 4 volte a settimana nel circolo del suo quartiere. Questi ragazzi e ragazze si sono viste portare via di fatto la loro vita, la loro routine, le loro sicurezze, la loro identificazione. Abbiamo avuto quindi un serio problema di ruolo dell’ atleta. Spesso infatti ciò che fai ti identifica, ti da un ruolo, se togli ad una persona il suo lavoro e se nel nostro caso quel lavoro abbraccia la maggior parte della giornata e della vita, come puoi chiedere alle persone di mantenere la calma, sapendo che hanno perso un importante punto di riferimento? Anche per noi tecnici, per noi coach, la partita non è stata facile. Ci siamo trovati davanti un altro problema, la programmazione. Abbiamo dovuto imparare a programmare sull’ impensabile, che è molto difficile. Abbiamo dovuto imparare ad aspettarci, ciò che non potrà mai accadere. Prima di Marzo 2020 nessuno avrebbe mai potuto immaginare una cosa del genere, fino ad allora molti di noi una notizia del genere l’avevano letta solo nelle clausole assicurative o dei contratti degli sponsor, dove trovi scritto in caso di forza maggiore o di calamità naturale, di pandemia o morte…beh è esattamente quello che è successo. Mi servirò di una teoria di psicologia clinica per spiegarmi meglio. Se ti chiedessi di immaginare una strada asfaltata, con ai lati un bosco e alberi e poi ti chiedessi di inserirci una macchina, tu dove la inseriresti ? Non certo nel bosco, ma sulla strada. Ciò avviene perché la nostra mente è appunto programmata e predisposta a lavorare in un certo modo, cambiare questa programmazione non è facile. Ma è quello che è successo. Cambiare la mente dell’ atleta ed aiutare i tecnici a vedere la soluzione anche quando sembra non esserci è parte del mio lavoro, ma devo dirvi che è stato molto difficile anche per me, ma alla fine è bastato guardarci negli occhi e capire che quando le difficoltà aumentano, quando è richiesto un sacrificio al di la del pensabile e del possibile, noi come una famiglia abbiamo fatto quadrato. Voglio essere ben chiaro, non lo abbiamo fatto per le istituzioni, ne tanto meno per la poltrona di qualche carica dirigenziale del CONI, lo abbiamo fatto perché potevamo, perché dovevamo e perché volevamo. Lo abbiamo fatto per le atlete ed i tecnici che ci stavano accanto, lo abbiamo fatto per quelli atleti che ci siamo cresciuti sin da piccoli e dei quali ci sentiamo responsabili, lo abbiamo fatto perché quando le cose non vanno, chi ha la possibilità di agire ha il dovere morale di agire. Non è forse (anche) questo essere atleta, dare l’esempio, essere un simbolo per i giovani, incarnare il concetto di lotta e sacrificio per perseguire un obiettivo e dimostrare che nonostante tutto e tutti…noi siamo più forti. Ho quindi imposto a tutte le atlete e gli atleti un meccanismo di sfida, ogni atleta  ha dentro di se un meccanismo quasi automatico di competitività, che poi rimane anche per chi è stato atleta a certi livelli. Se sai trovare i tasti giusti per innescare questo meccanismo, puoi chiedere all’ atleta una scelta, TU CHI VUOI ESSERE? Vuoi essere l’esempio ? vuoi fare la differenza? O vuoi essere come gli altri ? arrenderti alla prima difficoltà ? Lo abbiamo sempre detto, abbiamo sempre detto che noi atleti

PERICOLI DEL CONTROLLO SULLA VITA DEI FIGLI

Quali sono i pericoli dell’eccessivo controllo sulla vita dei figli? Si descriveranno gli effetti possibili sulla crescita psicologica ed emotiva dei bambini in presenza di genitori controllanti. PERICOLI DEL CONTROLLO SULLA VITA DEI FIGLI Porre domande ai figli, al fine di controllare ogni loro azione, è sempre più frequente nei genitori. Spesso ciò accade perchè i genitori non tollerano che i figli possano sbagliare e cadono nell’errore di poter decidere per loro anche suggerendo comportamenti e azioni che dovrebbero tenere in determinate circostanze. “cosa ti ha detto la maestra? E tu cosa hai risposto?” “dopo che hai mangiato ti sei lavato le mani?” ”la tua amica ti ha sgridato e tu come hai risposto?”. Porre queste ed altre domande quotidianamente ad un bambino, fa si che egli metabolizzi l’idea di dover appuntare tutte le cose che gli accadono ad un genitore. Questo senso di controllo viene interiorizzato come se il genitore avesse una funzione giudicante. Il bambino solitamente si rifugia in uno stato ansiogeno, come da prestazione che il più delle volte lo rende insicuro. quale potrebbe essere l’effetto di un’educazione troppo rigida e soprattutto imposta? Un genitore rigido e con l’ossessione dell’ordine, guidato dalla sua ansia, con le sue richieste, produrrà lo stesso effetto nel suo bambino. Anche l’iperprotezione produce la paura di fare e di essere. Il bambino crescerà insicuro e con difficoltà nell’effettuare delle scelte se non appoggiandosi e confrontandosi necessariamente con qualcuno. In questo modo, tutto ciò che farà sarà condizionato dal ‘giudizio’ del genitore. Egli  non maturerà spontaneamente propendendo e scegliendo cose che a lui piacciono realmente, ma seguirà le ‘indicazioni’ e le preferenze dell’adulto. La sua personalità sarà un surrogato di quella genitoriale. In questi casi può accadere che i bambini non si sentono liberi di muoversi, di sudare, di cadere, di sbagliare eseguendo soltanto delle istruzioni come se fossero dei soldatini. cosa fare? Si possono utilizzare le raccomandazioni quando davvero ricorre la necessità. Si può instaurare un dialogo propositivo con i bambini, dando informazioni sulle singole richieste. Ciò anche al fine di evitare inutili trasgressioni. Trasmettere l’idea di controllo, produce timore, ma anche voglia di trasgredire. Ecco che “non mangiare merendine” può sfociare in un comportamento di trasgressione quale mangiarle di nascosto. L’identificazione e l’empatia sembrano essere gli elementi costitutivi di tale processo che determina, attraverso un rapporto di conoscenza e comprensione reciproca, una crescita affettiva, emozionale e psicologica per entrambi. La negazione assume un valore educativo notevole se, assieme ad essa, viene associata ad una corretta informazione. Vissuta ed elaborata dal bambino sul piano emotivo ha il fine di proteggerlo. È importante per lui crescere con delle regole comportamentali e sociali che da adulto utilizzerà in maniera appropriata. Rafforzera’ la propria autostima e la sua capacità di esprimersi autonomamente accettando liberamente la possibilità di sbagliare.

Come arredare lo studio privato?

Arredare lo studio privato può essere uno dei primi compiti che spetta allo psicologo quando inizia a lavorare. Quali regole seguire? Durante il percorso universitario pagine e pagine di manuali sono dedicate al tema del setting. Interi capitoli indicano sicuramente cosa non deve essere fatto, ma dicono poco su cosa fare. Una ricerca dell’APA, pubblicata su Journal of Counseling Psychology, ha delineato le sei questioni principali in materia. È facilmente accessibile? Si trova in un quartiere sicuro? È abbastanza grande? Oltre a questi elementi logistici e più oggettivi, emergono anche aspetti soggettivi. È percepito come confortevole? Il professionista è accogliente? Si adatta al tuo stile? Sono tanti gli aspetti da curare quando si decide di avviare l’attività privata e arredare il proprio studio. In tutti i casi si deve rispondere a molteplici esigenze. Ad incidere sulla selezione e scelta del luogo sono fattori sociali e culturali che dipendono dalla città in cui si lavora. Ma anche l’approccio del professionista che arrederà i propri spazi in base alle esigenze dell’utenza che immagina di accogliere. Ad esempio, si può optare per la scelta delle sedie o di comode poltrone, o se è possibile tenere insieme più soluzioni e seguire il cliente nella scelta. E così via … Bisogna prestare attenzione all’insonorizzazione degli spazi e al livello di luminosità. In ogni aspetto, come in generale nella vita, è necessario trovare il giusto equilibrio dando sempre spazio alla propria personalità. Gli studi confermano che gli utenti prediligano spazi in un cui sono presenti dettagli della vita privata o che mostrino i gusti dello psicologo. Ad esempio, un campione di 242 studenti ha selezionato, in una serie di 30 foto, quelle che rappresentavano studi con diplomi e foto esposte, o arredati con piante e tappeti. In un numero precedente, abbiamo parlato dell’importanza dell’arredamento degli interni per il nostro benessere. Lo studio per il professionista rappresenta non solo il posto in cui lavora, ma un’appendice della propria casa. Un luogo non solo fisico, ma anche simbolicamente investito come un traguardo e uno spazio di cura. Ancora prima di mettere a proprio agio il cliente, si dovrebbe pensare al proprio confort. Il professionista della salute dovrebbe sentirsi comodo e sicuro in quello spazio, solo in questo modo potrà trasmettere comodità e sicurezza a chi lo sceglie. Per questo motivo potrebbe essere importante e funzionale farsi aiutare da esperti del mestiere che possano indicarci le scelte giuste, rispettando e valorizzando le caratteristiche personali di ognuno.

Età evolutiva: conoscere i problemi internalizzanti

I problemi internalizzanti sono una tipologia specifica di difficoltà emotive e comportamentali. Quali sono i più frequenti in età evolutiva? I problemi internalizzanti, proprio perché vengono sviluppati e mantenuti all’interno dell’individuo, sono spesso non riconosciuti o mal interpretati. Tra questi, quelli che preoccupano maggiormente, sono afferenti alla sfera dell’ansia e della depressione. Proviamo a definirli meglio. L’ansia è una condizione che ciascuno di noi può sperimentare in diverse occasioni. E, in molti casi, può essere utile a mantenere l’attenzione su un compito. Oppure, in altri, può fungere da motore motivazionale. Ma cosa succede se l’ansia supera la soglia di intensità? Può divenire disfunzionale interferendo con la salute o con le prestazioni nei compiti abituali. I sintomi più comunemente descritti nei problemi d’ansia in età evolutiva sono: -pensieri negativi e irrealistici, -interpretazioni errate di sintomi ed eventi, -attacchi di panico, -ossessioni e/o comportamenti compulsivi, -attivazione fisiologica, -ipersensibilità ai segnali fisici, -paura e ansia relativi a specifici eventi o situazioni, -preoccupazioni eccessive o generalizzate. Proprio per questo motivo, a volte possono essere presenti sintomi d’ansia, senza che si sviluppi necessariamente un disturbo d’ansia. Oltre all’ansia, anche la depressione può essere facilmente mascherata e di difficile interpretazione. Infatti, possono essere presenti sintomi come: -umore depresso o tristezza eccessiva, -irritabilità, -perdita d’interesse nelle attività, -lamentele somatiche (mal di pancia, mal di testa..) -alterazioni del sonno. A tale proposito, spesso, vengono maggiormente notate dagli adulti delle problematiche secondarie e conseguenti ai problemi internalizzanti. Ad esempio: bassa autostima; problemi scolastici; scarse relazioni sociali. E notare questi segnali può essere il primo importante passo per aiutare i nostri bambini a fronteggiare la condizione che stanno vivendo. Tuttavia, in alcune fasce di età, possono presentarsi paure o ansie del tutto normali! In questi casi, può essere sicuramente di aiuto avere una relazione empatica con il bambino e aiutarlo a denominare le proprie emozioni. Ma allora, quando può rivelarsi utile un intervento specialistico? In un’ottica di collaborazione, è fondamentale che tutti gli adulti (genitori, parenti, insegnanti, etc.) prestino attenzione ad ogni minimo segnale di malessere o cambiamento. Ma, anche e soprattutto in modo preventivo, è importante che richiedano di confrontarsi con una figura professionale che li aiuti a comprendere meglio la presenza e l’entità della problematica e a gestire le difficoltà vissute dal bambino.