Cosa vuol dire Crossdressing?

Il termine Crossdressing indica l’atto o l’abitudine di travestirsi e quindi di indossare, pubblicamente e/o in privato, indumenti comunemente associati al sesso opposto.  La persona che pratica il Crossdressing viene definita Crossdresser. Il Crossdressing viene attuato principalmente da uomini, ma può essere praticato anche dalle donne, indipendentemente dall’identità di genere percepita e dall’orientamento sessuale. Il termine crossdressing viene spesso confuso con quello di Travestitismo, ma in realtà le due parole non sono sinonimi. Il travestitismo, infatti, è sempre stato associato all’omosessualità e alla transessualità. Crossdressing è, invece, un termine neutro, che non si carica di connotazioni sessuali e che, anche nei casi in cui oggi venga praticato come feticismo sessuale, viene di solito messo in atto dagli eterosessuali. La classica connotazione sessuale di cui si caricano tanto l’abbigliamento maschile quanto quello femminile, è ormai superata. L’outfit parla di sé e diventa un mezzo per sentirsi a proprio agio.  Una gonna, un paio di scarpe con il tacco, delle calze autoreggenti, una camicia o una giacca dal taglio maschile, smettono di far parte esclusivamente dell’universo maschile o femminile.  Piuttosto, diventano capi e accessori adattabili tanto al corpo dell’uomo quanto a quello della donna, donando una sensazione di confort e di libertà senza uguali a chi li indossa. Il crossdressing non si limita soltanto a un’attività o a una professione: sono infatti tante le persone che si travestono per piacere personale, ludico, sessuale e non.  Ci sono poi motivazioni ben più serie alla base di questa pratica: in molti Paesi, per giornalisti e militari (soprattutto donne) il crossdressing diventa una copertura, un modo per passare inosservate e difendersi da situazioni ancora fortemente retrograde. Troviamo inoltre tantissimi esempi di crossdressing nel cinema e nei cartoni animati. Celebre è ad esempio l’interpretazione di Robin Williams nel film Mrs Doubtfire, dove veste i panni di una tata in là con gli anni per poter trascorrere del tempo con i propri figli.  Come dimenticare poi Lady Oscar il cartone animato tratto da un manga giapponese che ha come protagonista una ragazza nobile cresciuta come un uomo per intraprendere la carriera militare.

Cosa ti piacerebbe fare da grande?

Aiutare i bambini ad esprimere i loro sogni è uno dei compiti principali di un genitore. Proviamo a capire come poter stimolare un bambino. Cosa ti piacerebbe fare da grande? Questa è sicuramente la domanda per eccellenza che qualsiasi bambino si è sentito fare da piccolo da parte di diverse persone. Questo tipo di quesito è utile a stimolare i bambini a fare un proprio ragionamento sulla base dei loro interessi e delle loro capacità.È importante però non essere troppo incalzanti e ostinati nel ripetere questa domanda, si rischia di esercitare un’eccessiva pressione sui bimbi, ai quali è giusto lasciare la spensieratezza di immedesimarsi in qualsiasi attività vogliano fare. Ogni bambino darà una risposta diversa, che potrebbe addirittura cambiare di volta in volta. L’età, la famiglia e tutto il contesto sociale in cui il bimbo cresce sono elementi che influenzano le sue risposte. Dal punto di vista degli adulti, magari alcuni sogni dei loro bimbi possono sembrare troppo ambiziosi o addirittura ridicoli, intervenire in tal senso per fargli cambiare idea è una cosa da evitare. Perché poniamo questa domanda? Chiedere ai bambini cosa vogliono diventare significa educarli all’idea che infondo tutto è possibile e se a cinque anni sogni di diventare astronauta hai tutto il diritto di poter esprimere il tuo sogno senza che chi ti ascolta ti risponda con un sorriso di compatimento. Tema: cosa vuoi fare da grande Assegnare il classico tema in classe su cosa vogliono fare da grandi è non solo un modo per consentire ai bambini e ragazzi di esprimere i loro sogni senza filtri o paure, ma anche per scattare una fotografia dei tempi moderni, per capire come evolve la società e quali sono le aspirazioni dei giovani, che sono senz’altro influenzate dalla famiglia e dai media. Chiedere ai bambini di quinta elementare cosa vogliono fare da grandi vuol dire scoprire un mondo di sogni tutti da realizzare: chi vuole diventare veterinaria, chi disegnatore di auto di lusso, chi paleontologo (per soddisfare una passione mai sopita per i dinosauri) , chi ballerina o calciatore. Ma se si pone la stessa domanda ai ragazzi che frequentano le scuole medie ci si scontra con una più realistica aspirazione, spesso legata alla famiglia, agli esempi più vicini, alle condizioni sociali e all’influenza dei mass media. Nuove tendenze, cambiano gli interessi dei più piccoli L’ormai diffuso utilizzo di internet anche da parte dei più piccoli, sta contribuendo a modificare i sogni e le aspirazioni dei bambini. Molti di loro, infatti, esprimono la volontà di voler diventare youtubers, videogiocatori professionisti o influencer. E’ importante che un genitore sostenga il proprio bambino, qualsiasi sogno esprima. Mostrarsi accoglienti aumenterà la fiducia nella relazione.

Cosa stai pensando? Una domanda più difficile di quanto sembri

William James lo chiamava “flusso di coscienza”. Virginia Woolf e James Joyce ci hanno fatto vivere, con la lettura dello stream of consciousness dei loro personaggi, la straordinaria esperienza di seguire il pensiero di un’altra persona, con la velocità caleidoscopica di movimenti, battute di arresto, immagini, inserzioni di ricordi, attenzione agli stimoli sensoriali, il tutto in un alternarsi ricchissimo e cangiante. Ma se ci fermiamo a pensare a come pensiamo e tentiamo di descriverlo, anche solo a noi stessi, le cose diventano complicate. Una decina di giorni fa ho letto un bell’articolo di Joshua Rothman su The New Yorker. Il tema era complicatissimo e allo stesso tempo quotidiano, continuo e ricorrente nella nostra esperienza di veglia: cosa pensiamo e, soprattutto, in che modo pensiamo? Per immagini, per parole, con una voce interna? In che modo descrivereste il vostro modo di pensare? Rothman cita Temple Grandin, geniale autrice con autismo, diventata famosa nel 1995 con il libro “Thinking in Pictures”, che è stata capace di comunicare potentemente il valore della neurodiversità e che ha pubblicato “Visual Thinking” nel 2022. Libro che vale assolutamente la pena di leggere, per esplorare la nostra mente e quella degli altri. Temple Grandin, in breve, ipotizza un continuum di stili di pensiero: ad un’estremità ci sono i soggetti che pensano in modo “verbale”, cioè utilizzano la modalità lineare e rappresentativa propria del linguaggio, parlano mentalmente con sé stessi; all’altra estremità del continuum ci sono i “visualizzatori”, cioè coloro che pensano per immagini mentali precise, come se ragionassero attraverso l’utilizzo di vere e proprie fotografie mentali di oggetti. Tra questi due estremi, secondo la Grandin, esiste un gruppo di pensatori che sarebbero in grado di combinare il linguaggio e le immagini, il cui pensiero si muove per schemi visivi e astrazioni. Temple Grandin, per spiegare meglio il concetto, propone di immaginare il campanile di una chiesa. Le persone che pensano in modo verbale immaginano vagamente due linee in una V rovesciata. I visualizzatori di oggetti, all’opposto, descrivono campanili specifici, che hanno potuto osservare accanto a chiese reali, che richiamano facilmente alla mente. I visualizzatori spaziali, cioè il gruppo che si trova a metà del continuum, raffigurano una sorta di campanile perfetto, ma astratto: in sintesi, sembrano costruire nella mente un’immagine che mettono insieme, frutto dell’astrazione dei campanili reali delle chiese che hanno visto. Questo gruppo ha la capacità di riconoscere gli schemi ricorrenti tra i campanili delle chiese e le persone che pensano con questa modalità richiamano nella mente lo schema, piuttosto che un suo esempio particolare. L’argomento è vasto, apre le porte all’interesse per la neurodiversità e per le infinite vie della nostra mente. Fermiamoci un attimo, ora. A pensare a come pensiamo noi e a come pensano le persone che ci sono vicine. È un bel baratro in cui spaziare: da provare a descrivere a noi stessi.

Cosa sono le psicosi infantili?

Il termine in sé spesso fa rabbrividire, fa pensare immediatamente a qualcosa di grave. La diagnosi tempestiva, la presa in carico e il trattamento sono elementi fondamentali per garantire una qualità di vita migliore al bambino e alla sua famiglia. Cos’è la psicosi infantile Già da piccoli ci si può ritrovare affetti da gravi patologie come le psicosi infantili. Ci appare veramente difficile che un bambino possa trovarsi in situazioni psicologiche gravi. Eppure, già così piccoli, ci si può ritrovare affetti da gravi patologie.  Per quanto differenti possano essere, posseggono tutte un aspetto fondamentale comune: in ogni forma di psicosi il bimbo vive un rapporto alterato con la realtà. Le psicosi infantili comprendono un’alterazione globale delle capacità comunicative, anomalie a livello delle interazioni sociali e comportamenti od interessi stereotipati e ripetitivi. I bambini psicotici trasmettono forte ansia e frustrazione. Questi bambini all’interno di un gruppo di pari non vengono aggrediti o derisi, come invece accade a quelli con deficit organico. Si possono individuare le psicosi sintomatiche e le psicosi funzionali. Le prime sono facilmente identificabili poichè strettamente connesse ad un danneggiamento organico, seguito ad esempio a malattie o attacchi epilettici. Nelle seconde invece non vi è la presenza di un disturbo organico. Schizofrenia infantile La schizofrenia infantile vera e propria si manifesta generalmente dopo i 5 – 6 anni di età. E’ riconoscibile dal fatto che il bimbo presenta un rapporto alterato con ciò che lo circonda, tende ad isolarsi, è facilmente irritabile, aggressivo, perde in creatività e voglia di esplorare, conoscere l’ambiente, verso il quale mostra scarso interesse. Sindrome simbiotica Nella sindrome simbiotica il bambino interrompe la propria crescita psichica ed entra in simbiosi con la madre. Si verifica che i disturbi psichici della madre si riflettono sul bimbo. La madre impedisce al bambino di raggiungere una propria identità. E’ fondamentale che la famiglia partecipi in modo positivo al recupero del piccolo. Questo verrà attuato non solo con terapie farmacologiche, ma anche con psicoterapie adeguate. Trattamenti possibili E’ fondamentale intervenire anche all’interno delle scuole per creare una rete di lavoro più ampia. E’ importante anche evitare che il bambino possa essere etichettato come malato. E’ opportuno il superamento della visione tradizionale dei problemi psicologici in modo che la scuola non sia considerata come un luogo di emarginazione e di esclusione, ma come spazio per la socializzazione e per la sperimentazione di una autonomia individuale. I genitori cosa possono fare? I genitori a volte non hanno il tempo necessario per analizzare la situazione. E’ difficile per loro pensare alla possibilità che il loro bambino possa soffrire di psicosi infantile. Va anche tenuto presente che i genitori tendono a negare sempre qualsiasi disturbo o problema dei loro figli, nonostante le evidenze. Una rapida azione da parte loro può aiutare molto il piccolo giungendo alla conclusione che si trattava di un falso allarme o iniziando un’immediata terapia di miglioramento.

Cosa può consentire ad una relazione di coppia di mantenersi nel tempo?

Nello scorso articolo abbiamo iniziato a vedere quali possono essere le teorie alla base della scelta di un partner. Proviamo a prenderne in considerazione altre. Nello scorso articolo, l’assunto principale era che esiste una continuità tra le rappresentazioni delle esperienze d’attaccamento infantili e il tipo di esperienze relazionali successive. Ora mettiamo in luce un’impostazione diversa, dove la relazione di coppia costituisce un nuovo contesto, in cui si crea un legame d’attaccamento specifico del rapporto con il partner che potrà condizionare la qualità e l’esito della relazione. Secondo i teorici dell’attaccamento le differenze individuali di ciascun partner potrebbero portare ad un esito diverso. Tuttavia bisognerebbe prendere in considerazione diversi fattori tra cui la soddisfazione, la felicità, la stabilità, il senso di riuscita. La durata, la stabilità, il senso di riuscita La durata fa riferimento alla parte temporale e non alla qualità del rapporto; la stabilità viene collegata alla disposizione della relazione a mantenere le proprie caratteristiche (positive o negative) stabili nel tempo. La riuscita fa largamente riferimento alla qualità della relazione: indica un legame che mantiene costanti le caratteristiche positive e che si protrae nel tempo. Dunque, un legame può essere stabile e riuscito o stabile e non riuscito; ma anche instabile (come la coppia in crisi, dove si avverte una minaccia alla relazione) o instabile (nella coppia fluttuante, dove ci sono repentini cambiamenti). Potremmo quindi affermare che una relazione riuscita è qualcosa di più di una relazione stabile, in quanto dovrebbe consentire ai partner di sperimentare emozioni positive e un senso di soddisfazione. Un attaccamento sicuro, dunque, potrebbe essere un buon predittore dell’esito di una relazione soprattutto perchè porta ad una migliore capacità di esprimere apertamente i propri bisogni di conforto e vicinanza e di accogliere quelli del proprio partner. Fondamentale risulta essere poi la sintonia che consente di entrare in contatto con gli stati affettivi dell’altro per poter riparare alle eventuali crisi vissute.

Cos’è la Sindrome di Asperger?

La sindrome di Asperger è un disturbo dello sviluppo. Esso influenza le capacità comunicative e di socializzazione dell’individuo che ne soffre. Rende apparentemente la persona priva di interesse verso gli altri, indifferente ai rapporti sociali e spesso eccessivamente preoccupata per alcune questioni specifiche. CARATTERISTICHELa sindrome di Asperger rientra nel quadro dei cosiddetti disturbi dello spettro autistico. Le prime manifestazioni compaiono durante l’infanzia, attorno ai 2-3 anni, ma è quando il paziente comincia la scuola che, generalmente, si diagnostica. Dopo le prime interazioni sociali costanti (con i coetanei)  si palesano i sintomi caratteristici come, per esempio, le difficoltà nel socializzare o nel dialogare con gli altri. Quali sono le Cause della Sindrome di Asperger? Le cause della sindrome di Asperger sono poco chiare.Sembra che all’origine del disturbo vi sia una mutazione genetica. Quali sono i sintomi? I sintomi caratteristici della sindrome di Asperger riguardano e influenzano diversi ambiti: il linguaggio, i rapporti sociali, la comunicazione, le capacità motorie, il comportamento e gli interessi quotidiani.I pazienti con sindrome di Asperger possono apparire come delle persone egocentriche, stravaganti e dei veri e propri “professorini”, il che li isola dal resto della comunità. Interazione Sociale e Comunicazione Coloro che sono affetti da sindrome di Asperger sono incapaci di avvalersi della comunicazione non-verbale.Inoltre, sembrano completamente disinteressati a stringere rapporti di amicizia o di affetto con i coetanei. Linguaggio e Comunicazione La sindrome di Asperger influenza notevolmente il linguaggio parlato: chi ne soffre può avere un tono di voce monotono, si esprime in modo pedante e interpreta alla lettera ciò che gli viene detto, senza distinguere frasi sarcastiche, ironiche e modi di dire.È importante sottolineare come anche questo aspetto non aiuti i rapporti con gli altri. Comportamento, Gestualità Rituale e Interessi Quotidiani Esiste una  gestualità caratteristica (per esempio, sbattere o torcere le mani). Sono inoltre associati comportamenti ripetitivi, stereotipati e, spesso, inutili.  Rinunciare  a uno di questi “riti“, rappresenta un vero e proprio dramma. Capacità Motorie Chi è affetto da disturbi dello spettro autistico è, molto spesso, goffo e poco coordinato nei movimenti: difatti, le capacità motorie non sono al pari di quelle di altri coetanei. Quoziente Intellettivo Gli individui con sindrome di Asperger hanno, di solito, un quoziente intellettivo normale; anzi, alcuni di loro possiedono delle doti matematiche, informatiche e musicali fuori dal comune. Disturbi associati La sindrome di Asperger è spesso associata ad altre condizioni importanti dal punto di clinico; in particolare: Deficit visivi e uditivi; Epilessia. Disturbi di tipo psichiatrico. Deficit intellettivi.   Diagnosi Diagnosticare la sindrome di Asperger non è affatto facile e immediato. Ecco per quale motivo è meglio sottoporre un bambino, che mostra qualcuno dei sintomi sopraccitati, a un controllo medico di tipo specialistico. Il trattamento della sindrome di Asperger I trattamenti possono includere: Formazione sulle abilità sociali: insegnare ad interagire con gli altri Terapia della lingua parlata.  Migliorare le capacità comunicative ed utilizzare un tono di voce variegato. Supporto psicologico, per affrontare in modo adeguato i cambiamenti del percorso di vita Educazione e formazione dei genitori. Supportare i genitori per affrontare le problematiche che si presentano. Con il giusto trattamento, il bambino può imparare a controllare alcune delle sfide sociali e di comunicazione che si trova ad affrontare. Può fare bene a scuola e continuare ad avere successo nella vita.

Cos’è l’ansia da separazione?

Separarsi può generare ansia fin dai primi mesi di vita. Impariamo a capire quali risorse attivare per gestire al meglio l’ansia da separazione. Le prime manifestazioni Intorno all’ ottavo mese di vita compare nel bambino la cosiddetta ansia da separazione. E’ un sentimento di angoscia che nasce dal timore di essere abbandonato e che si manifesta con proteste più o meno accentuate nel momento in cui la figura di riferimento più significativa (di solito la mamma) si allontana. Il piccolo si sente in pericolo, e lo manifesta con pianti e proteste che in genere si risolvono quando la mamma, o chi si occupa di lui, ritorna. Possono esserci anche irrequietezza generale e disturbi del sonno. L’intensità di queste manifestazioni varia molto a seconda del temperamento del bambino e della capacità della mamma di rassicurarlo. Ansia eccessiva Talvolta i bambini mostrano reazioni eccessive alla separazione da un genitore. Altre volte non mostrano affatto ansia. In entrambi i casi c’è qualcosa che non va… Come aiutare il bambino a gestire l’ansia Spesso, il momento della separazione è difficile da gestire non solo per il bambino, ma anche per il genitore. Le reazioni del figlio possono generare reazioni emotive molto intense anche nella mamma o nel papà. Cosa fare in questi casi? Comunicargli  che torneremo; non sminuire quello che il bambino sta provando Talvolta ci si allontana dal bambino senza fornirgli spiegazioni, ma questa non è la soluzione migliore. Infatti questo atteggiamento serve solo ad amplificare paura e smarrimento. Va sempre spiegato cosa sta per succedere, cioè che la mamma o il papà si devono allontanare per un certo tempo. Dopo è importante anche far sapere al bambino che presto ritorneranno, e si potrà di nuovo stare insieme. Non bisogna ignorare quello che il bambino sta provando, o addirittura rimproverarlo. Questi sono atteggiamenti che hanno un effetto negativo sulla sua possibilità di instaurare con il proprio genitore una relazione di fiducia. Il momento dell’ingresso al nido Per molti bambini, l’inizio dell’ asilo nido rappresenta la prima, vera separazione da mamma e papà. Può quindi essere un momento difficile. In questi casi è importante Prevedere un inserimento graduale, che permetta al bambino di esplorare la nuova struttura un poco alla volta. Prestare attenzione ai segnali di disagio del bambino, accogliendoli e cercando di capire se sono normali manifestazioni di tristezza o espressioni di qualcosa di più profondo. Prestare attenzione anche alle proprie reazioni. A volte, il distacco dal bambino attiva paure e preoccupazioni anche nell’adulto e allora è importante che l’adulto stesso se ne renda conto. Può succedere, infatti, che il disagio del bambino nasca in realtà dal desiderio di far sentire alla mamma che lui ha compreso la sua difficoltà e sta cercando, a suo modo, di aiutarla. Cosa fare di fronte ad una reazione eccessiva? Ricordare di non lasciarsi travolgere dall’ansia è il primo passo. L’ansia è contagiosa ricordiamolo.  Rivolgersi allo psicologo per un sostegno alla fase del distacco può rendere questo momento più “naturale”.

Cos’è il Phubbing?

Il termine Phubbing è una parola inglese che nasce dall’unione di due termini snubbing e phone e indica gli effetti dell’essere snobbato, ignorato nelle situazioni di interazione faccia a faccia, a causa dell’utilizzo del cellulare.  Questo termine è stato creato nel 2013 da Alex Haigh, che all’epoca era uno studente di marketing in Australia. Il phubbing inizia di solito come un atto volontario: si riceve un messaggio al cellulare e si tende quasi subito a rispondere.  Il comportamento diventa problematico quando si trasforma in una sorta di ossessione e la consultazione del cellulare diventa sempre più frequente nelle nostre giornate, impattando ad esempio con la qualità di tempo trascorso con i figli,  Con il passare del tempo, l’atto di guardare il cellulare diventa automatico e involontario e la persona neanche più si accorge di quanto stia mancando di rispetto a chi gli sta vicino, o che sta trascurando intere aree della sua vita pur di mantenersi in contatto con il mondo virtuale.  Alla luce di quanto emerso, è facilmente intuibile quanto il phubbing possa rappresentare un danno per chi lo mette in atto: il voler rimanere costantemente connesso lo porta paradossalmente ad essere scollegato dalla realtà e poco attento ai bisogni dell’altro;  così facendo, risulterà antipatico e sgradevole agli occhi degli altri e faticherà a mantenere legami e relazioni positive. Essere troppo attaccati al telefono, infatti, aumenta il rischio di isolamento e solitudine. Il Phubbing come dipendenza In alcuni casi, inoltre, la tendenza a controllare le notifiche e i social in modo ossessivo non è soltanto una semplice forma di maleducazione, ma una vera e propria addiction. La dipendenza da smartphone, che oggi vanta il nome specifico di “nomofobia”, è infatti un fenomeno crescente, soprattutto fra i giovani, e consiste nella paura di rimanere disconnessi.  Ciò provoca ansia e depressione, mettendo anche a repentaglio la salute fisica del soggetto: l’esposizione alla luce bludello schermo, infatti, è causa di insonnia ed esercita effetti cancerogeni sulla pelle.  Altre conseguenze negative derivanti dall’eccesso di tempo trascorso sul cellulare sono date dalla riduzione dell’attività fisica e dei contatti sociali, nonché dall’esposizione alle onde elettromagnetiche.  Le vittime di Phubbing Se si soffre perché spesso vittime di phubbing, perché questo ostacola le relazioni o perché si sente di non riuscire a controllare il tempo passato sullo smartphone, è consigliabile rivolgersi ad uno psicologo.  Questo, infatti, aiuterà a riflettere su come comunicare in modo efficace per chiedere all’altro di essere considerati; darà inoltre un supporto a livello relazionale per megliogestire le emozioni e le dinamiche interpersonali, effettuando, se necessario, una terapia di coppia;In conclusione, il phubbing è un fenomeno che spesso passa inosservato, ma che in realtà può avere un forte impatto sulle nostre vite; la prevenzione e il ricorso ad un intervento mirato sono però necessarie

COS’E’ IL DISTURBO DELLA COORDINAZIONE MOTORIA

Il DSM5 definisce il disturbo dello sviluppo della coordinazione come quel disturbo in cui l’acquisizione e l’esecuzione delle abilità motorie coordinate sono notevolmente inferiori rispetto a quanto atteso per l’età dell’individuo. Tale deficit interferisce con le attività di vita quotidiana (autonomie personali), sulla produttività (scolastica e professionale) e sul tempo libero o gioco. A QUALI PATOLOGIE E’ COLLEGATO I disturbi della coordinazione motoria sono fortemente collegati con i disturbi specifici dell’apprendimento. Il Disturbo si presenta con alta comorbilità con diversi disturbi della fase evolutiva del bambino (ADHD, Disturbi specifici dell’apprendimento, Disturbi dello Spettro dell’Autismo). L’eziopatogenesi è multifattoriale: ipossia, malnutrizione perinatale, basso peso alla nascita, ecc.Il disturbo di coordinazione motoria non è in nessun modo un disturbo unitario, i profili differiscono da bambino a bambino. I deficit possono riguardare sia le competenze grosso-motorie che fino-motorie, ma a queste si possono associare anche problematiche di carattere visuo-costruttive e cognitive. CARATTERISTICHE Tendenzialmente i bambini con DCD possono avere un deficit nella rappresentazione interna del proprio corpo con conseguente difficoltà di controllo motorio e di apprendimento di nuovi movimenti. Per esempio, questi bambini impiegheranno un tempo lunghissimo per mettere in atto un’azione estremamente facile. Le caratteristiche tipiche e comuni di un bambino con DCD fanno sì che il soggetto si presenti goffo e impacciato, in ritardo con lo sviluppo di alcune capacità motorie (es. andare in bicicletta), incapace di mantenere l’equilibrio o l’uso coordinato di più parti del corpo. L’esordio dei sintomi avviene sin dalle prime fasi dello sviluppo, pertanto i bambini possono raggiungere le tappe dello sviluppo motorio in ritardo (rimanere seduti da soli, camminare, salire le scale, pedalare) così come in ritardo possono raggiungere alcune abilità (abbottonare, assemblare puzzle, usare le forbici, fare il nodo…). Anche la qualità dei movimenti risulta non adeguata, in particolare i bambini che presentano questo disturbo possono eseguire i movimenti con scarsa coordinazione e precisione e/o più lentamente rispetto ai coetanei. Di conseguenza, a livello comportamentale ed emotivo, avendo alla base queste difficoltà motorie, i soggetti con DCD possono mostrarsi disinteressati o evitano in ogni modo situazioni che richiedono un particolare sforzo fisico. Ciò porta il bambino ad avere una scarsa autostima di Sè, una forte frustrazione e ansia che lo inducono ad evitare anche la socializzazione con i suoi coetanei. QUALI AREE CEREBRALI SONO IMPLICATE? Il cervelletto è coinvolto, nello stesso tempo, a determinare sia funzioni cognitive che motorie, come lo stesso ruolo, di tale importanza, lo si deve alla corteccia pre-frontale. La disfunzione di tali strutture celebrali, porta inevitabilmente lo sviluppo di problemi sia di carattere motorio e sia di carattere cognitivo coinvolgendo, di conseguenza, gli apprendimenti (lettura, scrittura, calcolo, comprensione). CONCLUSIONI Le difficoltà descritte possono essere un campanello di allarme. Trattate dagli esordi possono portare un netto miglioramento, che inficerà non solo nello sviluppo psicomotorio ma anche e soprattutto negli apprendimenti futuri.

Cos’è il gioco?

di Veronica Sarno Sembra una domanda semplice, dalla risposta veloce cioè che si tratta di un’attività che svolgono per lo più i bambini, a volte gli adulti per diletto; tuttavia, questa, pur non essendo una risposta errata, certamente non può ritenersi esaustiva. Consideriamo il fatto che il gioco è un’attività che ha radici remote, possiamo dire che ogni epoca ha avuto i propri giochi. Il gioco, quindi, è una vera e propria espressione della cultura umana nel qui ed ora, vale a dire nel momento stesso in cui si sviluppa. La parola italiana “gioco” riunisce nel suo significato i termini latini “iocus” (scherzo, celia, burla, passatempo, trastullo, cosa di poca importanza, facezie) e “ludus” (letizia, gioia, felicità, manifestazioni pubbliche, spettacoli scenici, gioco di azione, attività sportiva in competizione, con un carattere più serio); in inglese, ancora oggi, si distingue il termine game dal termine play. Game inteso come gioco, partita, piano coraggioso, cacciagione, punteggio; Play inteso come giocare ludico, conteggio, commedia, divertirsi, suonare. Il gioco è utile a rilassarci e dilettarci, facendo emergere la nostra creatività e permettendoci di aumentare e migliorare le nostre capacità, fisiche o mentali, a seconda del tipo del gioco intrapreso. Caratteristica principale del gioco è la scelta volontaria di giocare: la volontarietà della decisione esprime una libertà, scegliamo liberamente di metterci in gioco e giocare, accettiamo di sottostare a regole stabilite a priori, questo tuttavia non risulta stressante. Abbiamo, inoltre, la possibilità di cambiare di volta in volta le regole del gioco che stiamo per effettuare, regole che tuttavia, una volta stabilite, dobbiamo impegnarci a rispettare. Il concetto di gioco è stato in particolar modo approfondito in ambito pedagogico quale strumento fondamentale nello sviluppo delle fasi evolutive del bambino. Attraverso il gioco, in particolare mediante i vari tipi di giochi (giochi senso-motori, giochi simbolici, giochi funzionali, giochi solitari, giochi liberi e giochi guidati) adatti alle varie fasi di crescita del bambino, questi raggiunge le tappe dello sviluppo e del progresso psicofisico, emotivo e logico. Durante l’età evolutiva, il gioco consente al bambino di esercitare la mente e il corpo, sviluppare la fantasia, imparare a controllare l’emotività, così man mano il bambino giocando impara a socializzare e comunicare con gli altri coetanei e con gli adulti. Il gioco pertanto realizza una tappa fondamentale dello sviluppo complessivo della personalità del bambino ed è per ciò che esso va stimolato, permesso, potenziato. Nell’arco degli ultimi decenni, diversi studi hanno evidenziato anche gli effetti terapeutici del gioco nei bambini che manifestano disturbi psicologici, ad esempio quali iperattività o disturbi più complessi come i disturbi dello spettro autistico; in questi bambini – coinvolgendoli in determinati giochi – si riesce a stimolare la negoziazione, affinché il bimbo arrivi a svolgere compiti a cui diversamente si sottrarrebbe in maniera perentoria; si permette così, in una fase successiva e per piccoli gradi, di sviluppare la capacità di chiedere e di condividere, ponendo le basi della prima socializzazione, che rappresenta uno degli aspetti di maggiore di difficoltà per questi bimbi. Lo psicologo, biologo e pedagogista svizzero Jean Piaget, fondatore dell’epistemologia genetica, dedicatosi alla psicologia dello sviluppo, è tra coloro che hanno attributo al gioco caratteristiche fondamentali per lo sviluppo cognitivo del bambino nei primi mesi e primi anni di vita. In Piaget, infatti, già tramite le attività di esplorazione, manipolazione, sperimentazione, inizialmente del suo corpo e successivamente degli oggetti esterni, i l bambino apprende ad armonizzare le sue azioni con le proprie percezioni, ad afferrare le prime connessioni causa-effetto. Per quanto riguarda il gioco nello specifico, lo psicologo ginevrino mette a punto una classificazione che lega gli stadi di sviluppo del gioco con la vera e propria maturazione cognitiva (Piaget 1971). La teoria di Piaget è diventata poi la base per la creazione di un sistema di classificazione e di analisi dei giochi e dei giocattoli, denominato Sistema ESAR, Exercise-Symbole-Assemblage- Regle, sviluppato da Denise Garon, Rolande Filion e Manon Doucet (Garon, Filion, Doucet, 2015) (1). Questo sistema viene adoperato nelle ludoteche dei paesi francofoni e nella classificazione dei giocattoli nelle ludoteche italiane. In base alla tabella di classificazione ESAR i giochi sono suddivisi in base alle abilità funzionali, a quelle sociali e al tipo di esercizio sensoriale. Tali specifiche sono importanti per gli educatori che proponendo uno specifico gioco sanno quali operazioni mentali dovrà svolgere il bambino e quali abilità dovrà implementare. In maniera più generale si può asserire che nell’adulto il gioco rappresenta un momento di libertà e di scelta rispetto agli impegni e dalle responsabilità della vita quotidiana e del lavoro; nel gioco la persona adulta spesso ricerca momenti di evasione e rilassamento. Lo psicologo russo Vygotskij (Vygotskij 1966) individua nel gioco altresì la spinta per l’evoluzione affettiva ed umana del ragazzo, non solo di quella cognitiva come in Piaget. Lo studioso russo evidenzia come il gioco raffiguri una risposta del bambino alle prese con i propri bisogni anche in relazione al contesto sociale; il gioco ha l’importante attività di affrancare gli oggetti dal loro potere vincolante, ossia, gli oggetti utilizzati nel gioco non propongono vincoli per il comportamento del bambino, all’opposto acquistano nuovi significati: all’interno del gioco il pensiero è separato dagli oggetti reali e l’azione nasce dalle idee più che dalle cose, infatti, ad esempio, un pezzo di legno comincia ad essere una bambola e un bastone diventa un cavallo. Condensando il pensiero di Vygotskij circa il gioco, possiamo dire che il gioco racchiude in sé, intatte, le inclinazioni evolutive rappresentando esso stesso una fonte essenziale di sviluppo. Gli oggetti, in questo approccio, per il bambino sono liberati dalla loro funzione reale e vincolante e tramite situazioni diverse portano all’acquisizione di nuovi significati. Per Jerome Bruner, psicologo statunitense, che ha contribuito allo sviluppo della psicologia culturale nel campo della psicologia dell’educazione, il gioco è soprattutto una maniera di progredire nell’apprendimento in un perimetro ben definito, in una cosiddetta situazione “controllata”, in cui, cioè, sono ridotti in modo significativo i pericoli di una violazione delle regole sociali (Bruner 1960, Bruner 1996) (2). Il giocare viene visto quindi da Bruner come