Crescita personale e Progetto Formativo Individuale

Il Progetto Formativo Individuale è come una mappa fatta su misura per aiutare lo studente ad imparare e ad apprendere secondo il suo potenziale di apprendimento. Grazie al progetto formativo individuale lo studente si può concentrare su ciò che gli piace di più , rendendo l’apprendimento più divertente e significativo.
Crescere e realizzare i propri desideri

Crescere fa paura poiché implica differenziarsi dall’altro ed assumersi la responsabilità di ciò che si è e di ciò che si desidera. Ciascuno di noi possiede una tendenza naturale all’autorealizzazione. Si tratta della capacità di soddisfare bisogni e desideri: crescere ed affermare il proprio potenziale in ogni aspetto della vita. Tuttavia, tale capacità può essere interrotta da meccanismi che impediscono la libera espressione di se stessi. Possono crearsi veri e propri blocchi sul piano di vita e, più profondamente, nell’esperienza di sé. Il valore evolutivo della sofferenza Nella nostra cultura è convinzione diffusa che le emozioni siano degli ostacoli e che nelle situazioni di impasse occorra farsi guidare dal pensiero e dall’azione. Al contrario, più escludiamo vissuti e bisogni, più tagliamo fuori risorse vitali e parti fondamentali di noi stessi. Allontanandoci dalla nostra natura, annaspiamo tra stati di impotenza e onnipotenza e nell’inefficacia di un agire sconnesso dal sentire. Il senso di sè si indebolisce e talvolta si incrina, fino a sgretolarsi. La sofferenza, che non viene vista nel suo valore evolutivo, è per lo più considerata come un nemico da eliminare. E, così, si crea un circolo vizioso, che non corrisponde alla sofferenza naturale che fa parte della vita ma al modo con cui si evita il contatto con l’esperienza temuta e ci si boicotta nel proprio percorso di crescita. L’autoinganno della mente Affidarsi al pensiero, d’altra parte, può voler dire rimanere fedeli a false credenze, nella trappola dei propri inganni. A livello cognitivo la mente è infatti spesso abitata da svalutazioni che trattengono la crescita e procurano malessere. “Non sono abbastanza”, “Non sarò mai amato”, “Sarò felice quando troverò la persona giusta”, “Nessuno mi capisce”, “Non devo fidarmi degli altri”. Sono tipici esempi di convinzioni che impediscono di guardare alle risorse interne ed esterne e di soddisfare i propri bisogni. Il futuro è predeterminato dall’anticipazione di uno scenario drammatico o salvifico che ripropone il passato attraverso la riattualizzazione delle esperienze infantili che sono alla base del copione di vita. Ciò che è stato il migliore adattamento possibile allora, rappresenta tuttavia oggi una carenza o assenza di contatto e di potere attivo sul presente. I vantaggi emotivi del non crescere Ad un livello più profondo, vi sono i vantaggi emotivi del rimanere attaccati alle dinamiche dipendenti verso le proprie figure genitoriali. La dipendenza, talvolta anche mascherata sotto una falsa autonomia, o controdipendenza, come nel caso di chi utilizza difese narcisistiche e onnipotenti, offre una protezione che, sebbene illusoria, dà la sensazione di essere al sicuro. Di fronte ai rischi emotivi legati all’affermazione di sé, quali ad esempio il fallimento, il tradimento, il rifiuto, si cerca rassicurazione e rifugio in ciò che da bambini più garantiva approvazione e riconoscimento. Gli aspetti propri e dell’ambiente esterno non sono visti per come sono ma idealizzati o svalutati. E, così, si resta dipendenti e manipolativi. De-responsabilizzati di fronte alla vita e alle proprie scelte. Verso l’autonomia L’autonomia è un percorso di liberazione degli ostacoli alla crescita che ciascuno ha dentro sé stesso. E’ trovare un equilibrio tra l’autoaffermazione e il riconoscimento dell’altro. Spaventa. Poiché implica differenziarsi, passando per il dolore della perdita originaria. Implica farsi carico della propria volontà e delle proprie decisioni. Rischiare di sbagliare. Confrontarsi con i propri lati indesiderati. Abbandonare ideali e fantasie illusorie per guardare dentro limiti e risorse reali e adoperarsi per attivare un cambiamento concreto. Accettare lo smarrimento, l’incertezza, il vuoto, la noia. E da lì, costruirsi e ricostruirsi nel continuo dell’esperienza. Cercare in sé e non più fuori la responsabilità e il senso della propria esistenza.
Crescere con un fratello o una sorella con disabilità. Alcune questioni dei siblings

Di Francesca Dicè scientific 1-23 La letteratura scientifica definisce “siblings” i fratelli e le sorelle dei bambini con malattia cronica o disabilità (Miceli, 2022; Carrino, 2021). È noto infat t i come tal i diagnosi siano spesso causa d i u n i m p o r t a n t e sconvolgimento per tutto il nucleo familiare (Miceli, 2022; Carrino, 2021). Capita quindi molto spesso che i genitori, travolti dalle preoccupazioni e dagli avvicendamenti clinici l e g a t i a l l a c u r a e d all’assistenza del fi g l i o disabile, possono essere chiamati a rispondere ad un maggior numero di attività dovute a tale condizione (Miceli, 2022; Carrino, 2021). Ta l e s b i l a n c i a m e n t o o r g a n i z z a t i v o p u ò inevitabilmente confondere e destabilizzare i siblings, innescando in loro molti dubbi ed interrogativi sul loro ruolo famigliare (Miceli, 2022; Carrino, 2021). Poco si sa, in realtà, delle emozioni dei siblings, dei loro v i s s u t i , n e c e s s i t à e d interrogativi, talvolta oscurati dai bisogni dei più fragili (Miceli, 2022; Carrino, 2021); essi possono sviluppare sentimenti associati ad ansia, depressione, rabbia e gelosia (Carrino, 2021, Adams et al., 1991; Houtzager et al., 2004), così come vissuti dolorosi che però tendono ad internalizzare piuttosto che esprimere agli altri (Miceli, 2022; Carrino, 2021; Sharpe & Rossiter, 2002); questo ovviamente anche allo scopo di non gravare ulteriormente sui genitori, già stravolti ed appesantiti dalla situazione (Miceli, 2022; Carrino, 2021; Houtzager et al., 2005). In realtà, non credo sia il caso di considerare sempre i siblings come dei predestinati alla sofferenza psicologica, poiché non è possibile identificare la relazione parentale con una persona disabile con un certo ed inesorabile rischio psichico ed evolutivo (Miceli, 2022; Carrino, 2021). In taluni casi, infatti, essa potrebbe anche rivelarsi un fattore che può soprattutto nei più giovani, la maturazione e la crescita (Miceli, 2022) nonché l’assunzione di responsabilità importanti che potrà poi rivelarsi utile alle scelte adulte (Miceli, 2022; Carrino, 2021). Ciononostante, la serietà della s i t u a z i o n e d e i s i b l i n g s dovrebbe sempre prevedere, da parte dell’istituzione sanitaria, la proposta di un intervento psicologico, anche solo a scopo preventivo; un intervento volto a favorire l’adattamento del nucleo familiare alle sue nuove n e c e s s i t à , n o n c h é l a ridefinizione delle funzioni di tutti i suoi componenti (Miceli, 2022; Carrino, 2021). È importante dunque che questo intervento aiuti i membri della famiglia ad interpretare correttamente, così come correttamente gestire, le necessità del figlio disabile, riducendo il più possibile l’impatto sulle autonomie e le libertà dei s ibl ings ( soprat tut to se adolescenti) (Kramer, 2007; C a r r i n o , 2 0 2 1 ) . Ma è necessario anche aiutare la famiglia a recuperare momenti di vita e di quotidianità basati su altre necessità, come quelle naturali e fisiologiche portate da tutti gli altri membri (compresi i genitori!) (Miceli, 2022; Carrino, 2021). Ciò ovviamente con l’obiettivo di limitare i vissuti di frustrazione che possono condurre agli stati aggressivi o depressivi accennati in precedenza, promuovendo il ripristino e la stabilizzazione dell’equilibrio psicofisico di tutti i componenti (Miceli, 2022; Carrino, 2021). Bibliografia Adams R., Peveler R.C., Stein A. & Dunger D.B. (1991). Sibl ings of Children with Diabetes: I n v o l v e m e n t , Understanding and Adaptation. Diabetic Medicine 8(9), 855-859; Carrino R. (2021). La m a l a t t i a c r o n i c a nell’infanzia: qual è il r u o l o d e i f r a t e l l i ? Retrieved from https:// bit.ly/3H5GL3U Houtzager BA., Gr o o t e n h u i s MA . , Caron HN. & Last B.F. (2004). Quality of life and psychological adaptation in siblings of p a e d i a t r i c c a n c e r patients, 2 years after d i a g n o s i s . Psychooncology, 13(8), 499-511; Houtzager BA., Gr o o t e n h u i s M.A. , Ho e k s t r a -We e b e r s J.E.H.M & Last B.F. (2005). One month after diagnosis: quality of life, coping and previous functioning in siblings of children with cancer. Child: Care, H e a l t h a n d Development, 31(1), 75-87; Kramer J. (2007). Brothers and sisters w i t h d i s a b i l i t i e s . P r e s e n t e d a t t h e Annual Meeting of the Sibl ing Leader shi p Network, Columbus, OH. Miceli R. (2022). Le emozioni dei siblings, fratelli e sorelle di un bambino più fragile. Retrieved from https:// bit.ly/3CS12Hx Sharpe D. & Rossiter L. (2002) . Sibl ings of children with a chronic illness: A meta-analysis. Journal of Pediatric Psychology, 27(8), 699–710;
Crescere con l’ADHD. Come evolve il disturbo da deficit di attenzione ed iperattività nell’età adulta

di Roberto Ghiaccio da Psicologinews Scientific L’ADHD, il disturbo da deficit di attenzione ed iperattività con o senza impulsività, è un disordine neuro evolutivo, che al contrario di quanto si è erroneamente creduto per decenni, non svanisce con l’età adulta, ma anzi permane con caratteristiche differenti. Il presente articolo ha l’obbiettivo di descrivere la cronicità del disturbo ed il suo evolversi sintomatologico delineando gli aspetti peculiari e ricorrenti nell’età adulta, come le forme Sluggish Cognitive Tempo, il mind wandering, e la disregolazione emotiva rintracciando tali fenomeni nell’adattamento quotidiano. Da una giovane madre: Dottore… mio figlio, mio figlio è terribile, è una peste, e che mi sta facendo passare. La maestra mi chiama ogni giorno, a scuola è sempre distratto, si muove sempre, disturba una continuazione. E non vi dico a casa, si arrampica, cambia gioco una continuazione, non si sta un attimo fermo, a tavola si alza, mangia in posizioni strane….E al supermercato, una tragedia, vuole tutto, salta dal carrello, mette tutto dentro, certe figure…è distratto a fatti suoi, quando c’è qualcosa che gli piace guai a toglierlo, come al padre, si è proprio uguale al padre! Mia suocera mi dice sempre, tuo figlio è uguale al padre! Da bambino che mi ha fatto passare…ma mio marito dottore anche ora è così, sempre distratto, si dimentica tutto a fatti suoi anche lui, fa spese folli, quando si ingrippa ( si fissa) su di una cosa quella è…e guai se non la ottiene, e mo va a a correre, mo va in bici, è irresponsabile, e poi, sempre agitato, ansioso, ed ora, ha cominciato anche a giocare…gioca alle macchinette, ecco anche il figlio gioca sempre alla play. Sono uguali, dottore, il figlio è tal e qual u padr ( è tale e quale al padre). Padre e figlio hanno l’ADHD. Quando si par la della sindrome da iperattività e deficit dell’attenzione il confronto tra scuole di pensiero è più acceso che mai, trattandosi di un disturbo estremamente controverso sul quale sono stati sparsi fiumi di inchiostro. Il disturbo ADHD è solitamente evidente già in età prescolare e la storia dei bambini portatori di questa neuro-varietà spesso documenta una marcata irrequietezza motoria riconoscibile s i n d a l l e p r ime f a s i d i s v i l u p p o , accompagnata da facile distraibilità ed anche una discreta impulsività. Nei primi anni di vita risulta difficoltoso formulare una diagnosi differenziale con altri disturbi dello sviluppo e soprattutto, d e t e r m i n a r e c o n s i c u r e z z a u n a compromissione funzionale del bambino.Si deve considerare inoltre che, a partire dai sei anni e via via fino all’adolescenza si ha una caratteristica tendenza dei sintomi di iperattività-impulsività ad apparire sempre meno evidenti e a manifestarsi per lo più come un disagio interiore represso, come un senso di irrequietezza e inadeguatezza. L’inattenzione, viceversa, è sempre più evidente, come marcata difficoltà ad organizzare e a completare le attività intraprese, con conseguenti insuccessi scolastici e sociali. La dinamica di apprendimento e adattamento sociale sono fortemente condizionati dai fattori relazionali ed educativi e quindi hanno una grande importanza nell’esperienza del bambino con ADHD (Jansen F, 1992), è da notare come la presenza di ADHD può portare inoltre a deficit nella coerenza centrale (Ghiaccio R., Dragone D. 2019) Non sono molti i dati relativi agli adulti con ADHD e occorre ricordare che fino a pochi anni fa si riteneva che tale disfunzione fosse “un’anomalia benigna” che si risolvesse con l’età. In realtà, soltanto un terzo dei bambini con ADHD da adulti non manifesta più sintomi di disattenzione o di iperattività, indicando in questi casi, che il disturbo era da correlarsi ad un ritardo nello sviluppo dell’attenzione e più in generale delle funzioni esecutive, piuttosto che ad un vero e proprio disturbo. Durante l’adolescenza si osserva una lieve attenuazione della sintomatologia, ma di fronte alle richieste della società e in seguito ai frequenti insuccessi, il soggetto è portato a sviluppare tratti comportamentali quali: scarsa obbedienza alle regole, scarsa tolleranza alla frustrazione, scatti d’ira, ridotta autostima, scarsa fiducia in se stesso, sintomi ansioso – depressivi. Ne consegue c h e l ’ADHD p u ò c omp r ome t t e r e , significativamente, la qualità della vita della persona che ne soff re, minando le componenti di attività e partecipazione. Alla luce di quanto fin qui esposto, appare estremamente importante fare una diagnosi corretta e in tempi precoci, in modo da poter aiutare il bambino e la famiglia a superare quelle problematiche che, nel tempo, possono interferire negativamente sullo sviluppo equilibrato e armonico della sua personalità. Poiché l’ADHD è un disturbo cronico che espone bambini e adolescenti al rischio di andare incontro a numerosi deficit funzionali, il trattamento deve iniziare molto precocemente ed essere multi-modale Una disabilità che potremmo definire invisibile, ma che come un’ombra cupa segue il soggetto in ogni ambito della propria vita. L’ADHD è un disturbo cronico, che può permanere come tale oppure modificarsi persistendo con altre caratteristiche sintomatologiche ( Faraone et 2006). Appare tuttavia riduttivo identificare l’ADHD con le difficoltà di attenzione, in quanto risulta nella processione dei sintomi e nell’adattamento quotidiano molto più articolato, andando ben oltre la “semplice” descrizione nosografica. I bambini che da piccoli sono agitati, da adulti si renderanno probabilmente conto di avere bisogno di inserire nelle proprie vite e nei propri lavori una grande quantità di attività (Adler, 2004); potrebbero infatti agitarsi molto se viene loro richiesto di lavorare in situazioni eccessivamente monotone o sedentarie. Per molti individui con ADHD l’agitazione si sposta da quella psicomotoria verso un aumento delle attività finalizzate a un obiettivo, diviene un iperattività cognitiva, un multitasking fisiologico, che porta però al fallimento di tutti i focus accesi. In alcuni casi l’agitazione sperimentata da alcuni adulti con ADHD può condurre a risultati positivi, consentendo alla persona di svolgere più lavori contemporaneamente o di occuparsi di più progetti, trasmettendo energia a
Creatività come spazio di transizione

L’utilizzo della creatività in ogni opera d’arte consente una riflessione su una percezione del proprio mondo interno in relazione alla realtà esterna. L’oggetto transizionale, così come definito da Winnicott, costituisce l’area intermedia tra ciò che è soggettivo e ciò che può essere oggettivamente provato. Frutto di creazione, nell’esperienza artistica, ciò su cui è posto l’accento non è solo il valore estetico dell’oggetto ma anche il rapporto che ha con l’autore e l’osservatore. Tutto, quindi, si concentra in un’altalena tra creatività e percezione. L’opera d’arte è, dunque, il risultato dell’integrazione sensoriale che ci allontana dalla realtà esterna per orientarci alla riflessione della realtà psichica, dandoci uno scossone emozionale. La produzione artistica, riesce a rappresentare ciò che è irrapresentabile, comunica cioè quanto, di solito, rimane confinato nel non detto. Attraverso l’esperienza creativa, si produce poi una forma psichica preliminare che favorisce i processi di mentalizzazione e di comprensione delle esperienze emozioni e sensazioni. Il messaggio estetico non resta fine a se stesso, ma è assunto attivamente perché stimola chi lo accoglie ad effettuare una introspezione, interrogandosi dal di dentro . Anche lo stesso Freud, in effetti, rimase attonito di fronte all’imponenza della statua del Mose di Michelangelo. Lo psicoanalista disse: “ Ho cercato di tener testa allo sguardo corrucciato dell’eroe e talvolta me la sono svignata cautamente fuori della penombra, come se anch’io appartenessi alla turba sulla quale è puntato il suo occhio”. Da una semplice ammirazione di un lavoro di scultura così maestosi, lo stesso Freud si sposta da una osservazione esterna, cominciando a guardarsi dentro. Si passa di conseguenza da un appagamento dei sensi che coinvolge il corpo, ad una conquista più matura dell’anima. L’osservatore, quindi, dopo aver avuto contatti sensoriali con l’oggetto, è in grado di produrlo mentalmente, spingendosi verso un possesso concettuale di esso.
Craving: quando non basta voler smettere

Nel precedente articolo abbiamo visto come il piacere possa lentamente cambiare forma. Ciò che inizialmente offriva sollievo o leggerezza può trasformarsi in una rincorsa sempre più frustrante verso una sensazione che non torna più davvero uguale a prima. Eppure arriva spesso un momento in cui una parte della persona comprende ciò che sta accadendo. Guarda la propria vita e riconosce le conseguenze della dipendenza: relazioni compromesse, occasioni perdute, sofferenza, vergogna. Nasce così il desiderio di smettere. Ma voler smettere, a volte, non basta. Un desiderio che ritorna Il “craving” è il desiderio intenso e persistente di assumere una sostanza o ripetere un comportamento. Molti immaginano il craving come una voglia improvvisa e incontrollabile. In realtà può manifestarsi in modi diversi. Può comparire come un ricordo. Un odore. Una strada percorsa tante volte. Una giornata difficile o un momento di solitudine. A volte non viene nemmeno riconosciuto come tale. Si pensa: “Mi è solo tornato in mente.”Oppure: “Ormai ho superato tutto.” Eppure quel desiderio continua a bussare. Quando il passato è ancora vicino Il cervello impara rapidamente ad associare persone, luoghi ed emozioni all’esperienza di dipendenza. Per questo il craving non significa necessariamente voler ricadere. Significa spesso che alcune tracce del passato sono ancora vive e possono riattivarsi anche quando la persona è profondamente motivata a cambiare. Questo può spaventare. Molti si vergognano del desiderio che provano. Altri cercano di negarlo, convinti che riconoscerlo equivalga ad avvicinarsi alla ricaduta. Ma non è così. Dare un nome al desiderio Una delle cose più difficili è proprio riuscire a dire: “Oggi ho voglia.” Riconoscere il craving non significa arrendersi. Anzi, spesso rappresenta il primo passo per attraversarlo. Condividere quel momento con una persona di fiducia, con chi accompagna il percorso di cura o con qualcuno che sa ascoltare, può fare una grande differenza. Perché il craving tende a crescere nel silenzio e a perdere forza quando viene riconosciuto e raccontato. Va però considerata anche la componente motivazionale: comunicare il proprio desiderio a una persona di fiducia significa, in qualche modo, rendere più difficile un eventuale ritorno alla sostanza. E c’è una parte della persona che può sentirsi spaventata proprio da questa apparente irreversibilità. E soprattutto: passerà Quando il craving arriva, può sembrare infinito. Molte persone pensano: “Mi sentirò così per sempre.” Ma non è così. Il craving sale, raggiunge un’intensità elevata e poi, lentamente, diminuisce. Non dura per sempre. Ricordarlo nei momenti più difficili è fondamentale: non si starà sempre così male. Il desiderio può essere intenso, ma è transitorio. Una lotta silenziosa Nel cortometraggio Nuggets, il protagonista continua a essere attratto da ciò che gli aveva dato piacere, anche quando la sua vita appare ormai profondamente cambiata. È questa una delle immagini più potenti del craving: sapere che qualcosa ci ha fatto male e, allo stesso tempo, sentirne ancora il richiamo. Una contraddizione dolorosa, profondamente umana. Forse il coraggio non consiste nel non desiderare più. Ma nel riuscire a restare abbastanza a lungo accanto a quel desiderio, sapendo che non durerà per sempre. Il craving può essere intenso, ma non sempre conduce inevitabilmente a una ricaduta. Tuttavia, quando il desiderio incontra il senso di colpa, la vergogna o la difficoltà di tollerare il malessere, può riattivarsi un meccanismo ancora più doloroso: quello in cui la stessa sostanza o comportamento che ha contribuito a creare la sofferenza viene cercato per tentare di alleviarla . Bibliografia Tiffany, S. T., & Wray, J. M. (2012). The continuing conundrum of craving. Addiction, 107(2), 303–315. https://doi.org/10.1111/j.1360-0443.2011.03571.x Skinner, M. D., & Aubin, H. J. (2010). Craving’s place in addiction theory: Contributions of the major models. Neuroscience & Biobehavioral Reviews, 34(4), 606–623. https://doi.org/10.1016/j.neubiorev.2009.11.024
Costruire l’autostima negli adolescenti: piccoli passi che fanno la differenza

L’adolescenza è un periodo di grandi trasformazioni. Il corpo cambia, le relazioni sociali diventano più complesse e le aspettative, sia interne che esterne, si moltiplicano. In questo delicato equilibrio, l’autostima rappresenta un pilastro fondamentale: influenza il modo in cui un ragazzo affronta le sfide quotidiane, costruisce i propri legami e immagina il futuro. Che cos’è davvero l’autostima? Spesso viene confusa con la sicurezza in sé stessi o con l’idea di sentirsi sempre “bravi” o “speciali”. In realtà, l’autostima è qualcosa di più sottile: significa avere un’immagine di sé realistica e positiva, riconoscere i propri punti di forza e accettare i propri limiti senza giudizi eccessivamente severi. Non si tratta, quindi, di illudersi di non avere difetti, ma di poter dire a sé stessi: “Valgo, anche se non sono perfetto.” Perché è fragile in adolescenza Durante l’adolescenza, l’autostima è particolarmente vulnerabile. Alcuni fattori che la influenzano sono: • Il confronto con i pari: i social e le dinamiche di gruppo spingono a confrontarsi continuamente con gli altri, accentuando paure e insicurezze. • Le aspettative esterne: genitori e insegnanti, pur con le migliori intenzioni, a volte mettono troppa enfasi sulla performance, facendo percepire il fallimento come un segno di scarso valore. • L’identità in costruzione: l’adolescente si chiede costantemente chi è, cosa vuole diventare, se viene accettato dagli altri. Questa fase di vulnerabilità, però, è anche una grande opportunità: se sostenuta in modo adeguato, può diventare il terreno fertile per costruire una solida fiducia in sé stessi. L’importanza del sostegno Gli adolescenti hanno bisogno di sentire che il loro valore non dipende solo dai risultati scolastici, dall’aspetto fisico o dall’approvazione degli altri. Avere accanto adulti significativi che trasmettono fiducia e incoraggiamento è essenziale. Un genitore che valorizza lo sforzo, un insegnante che riconosce un miglioramento, un adulto che sa ascoltare senza giudicare: piccoli gesti che hanno un grande impatto. Autostima e relazioni sociali L’autostima non è un concetto esclusivamente individuale, ma si costruisce nelle relazioni. Un adolescente che sperimenta rispetto e riconoscimento nei rapporti con amici, insegnanti e familiari, impara a vedersi con occhi più benevoli. Al contrario, ambienti troppo critici o svalutanti possono contribuire a una visione negativa di sé. L’autostima è una delle risorse più preziose che un adolescente può sviluppare. Non significa sentirsi perfetti, ma riconoscere di avere valore indipendentemente dagli errori o dai limiti. Accompagnare i ragazzi in questo percorso significa aiutarli a crescere più sicuri, resilienti e capaci di affrontare le sfide della vita adulta.
Costruire l’autostima negli adolescenti: piccoli passi che fanno la differenza
L’adolescenza è un periodo di grandi trasformazioni. Il corpo cambia, le relazioni sociali diventano più complesse e le aspettative, sia interne che esterne, si moltiplicano. In questo delicato equilibrio, l’autostima rappresenta un pilastro fondamentale: influenza il modo in cui un ragazzo affronta le sfide quotidiane, costruisce i propri legami e immagina il futuro. Che cos’è davvero l’autostima? Spesso viene confusa con la sicurezza in sé stessi o con l’idea di sentirsi sempre “bravi” o “speciali”. In realtà, l’autostima è qualcosa di più sottile: significa avere un’immagine di sé realistica e positiva, riconoscere i propri punti di forza e accettare i propri limiti senza giudizi eccessivamente severi. Non si tratta, quindi, di illudersi di non avere difetti, ma di poter dire a sé stessi: “Valgo, anche se non sono perfetto.” Perché è fragile in adolescenza Durante l’adolescenza, l’autostima è particolarmente vulnerabile. Alcuni fattori che la influenzano sono: • Il confronto con i pari: i social e le dinamiche di gruppo spingono a confrontarsi continuamente con gli altri, accentuando paure e insicurezze. • Le aspettative esterne: genitori e insegnanti, pur con le migliori intenzioni, a volte mettono troppa enfasi sulla performance, facendo percepire il fallimento come un segno di scarso valore. • L’identità in costruzione: l’adolescente si chiede costantemente chi è, cosa vuole diventare, se viene accettato dagli altri. Questa fase di vulnerabilità, però, è anche una grande opportunità: se sostenuta in modo adeguato, può diventare il terreno fertile per costruire una solida fiducia in sé stessi. L’importanza del sostegno Gli adolescenti hanno bisogno di sentire che il loro valore non dipende solo dai risultati scolastici, dall’aspetto fisico o dall’approvazione degli altri. Avere accanto adulti significativi che trasmettono fiducia e incoraggiamento è essenziale. Un genitore che valorizza lo sforzo, un insegnante che riconosce un miglioramento, un adulto che sa ascoltare senza giudicare: piccoli gesti che hanno un grande impatto. Autostima e relazioni sociali L’autostima non è un concetto esclusivamente individuale, ma si costruisce nelle relazioni. Un adolescente che sperimenta rispetto e riconoscimento nei rapporti con amici, insegnanti e familiari, impara a vedersi con occhi più benevoli. Al contrario, ambienti troppo critici o svalutanti possono contribuire a una visione negativa di sé. L’autostima è una delle risorse più preziose che un adolescente può sviluppare. Non significa sentirsi perfetti, ma riconoscere di avere valore indipendentemente dagli errori o dai limiti. Accompagnare i ragazzi in questo percorso significa aiutarli a crescere più sicuri, resilienti e capaci di affrontare le sfide della vita adulta.
Costruire il vero se’ attraverso il gioco

In questo articolo rifletteremo insieme sull’importanza di costruire il vero sé- autentico e riconoscere i segnali del falso sé. Nella pratica clinica frequentemente incontro bambini che non si sentono “liberi” di esprimere il proprio pensiero, e nella relazione con l’altro appaiono inibiti. Piuttosto cercano di “accontentare l’altro”, di assecondarlo. Questi bambini sono accomunati da una tristezza velata negli occhi. cosa accade durante il gioco? Durante il gioco, il bambino deve poter coltivare l’illusione della creazione dell’oggetto esterno. Per far questo è necessario che la madre mostri fin da subito nei suoi confronti una capacità di contenimento empatico (holding). Ciò permetterà la piena espressione della sua essenza e consentirà l’illusione della sua creazione. Una volta poste queste premesse, per il bambino sarà più semplice rinunciare all’idea di aver creato da sè il mondo esterno. Si adatterà così alle reali esigenze da esso poste. Qualora una madre è stata “sufficientemente buona” e non ha anteposto i propri bisogni a quelli della sua creatura, ciò non dovrebbe verificarsi. In caso contrario l’attuazione della vera indipendenza è fortemente compromessa. Il bambino infatti avvertirà le richieste tacite di chi si prende cura di lui e si adegua. In tal caso egli sacrificherà le parti di sè più libere per soddisfare le aspettative di chi ama e di riceverne in cambio amore. quali ripercussioni nel tempo? Nel tempo, il bambino imparerà a mettere da parte i propri bisogni, a non riconoscerli, a con-fondersi coi bisogni più radicati dei suoi caregiver. Negherà l’esistenza di parti più profonde di sé, di quello che sente, di quello che desidera. Ciò avrà ripercussioni anche nella sfera emotiva e affettiva. Egli impedirà a se stesso di sperimentarsi in modo libero e autentico, rinuncerà all’intera gamma della sua affettività. Metterà da parte il suo desiderio di giocare a nascondino se sa che il caregiver preferisce i soldatini. Da grande semmai preferirà una professione classica ad una scientifica sempre per assecondare bisogni, desideri, fantasie altrui. Il Sè che prende vita è il cosiddetto falso sé alla cui base c’è uno scarso contenimento genitoriale, specie di quello materno. Il bambino imparerà a rispondere alle richieste ambientali in modo “ costruito” a costo di perdere il sentimento di realtà. Egli non si percepisce né si sente “reale”. Qualora il sentimento di realtà tendi a prevalere può accadere che la persona tenti di liberarsi del proprio Falso Sè , soprattutto per rispondere a standard di desiderabilità sociale. cosa può accadere? A questo punto maggiore sarà lo spazio occupato dal Falso Sè nell’intera personalità, altrettanta sarà l’incombente minaccia di annientamento a cui è esposto quello Vero. Qualora questa sensazione diventi preminente nella vita di una persona, si aprono le porte per una stanza di terapia. Ciò al fine di ricercare la propria autenticità. Fondamentale diventa riconoscere il bambino come altro da sé, accettarlo per quello che è. Diventa inoltre importante promuovere la libertà di pensiero e strutturare giochi di ruolo al fine di sperimentare la diversità.
Cosa vuol dire Crossdressing?

Il termine Crossdressing indica l’atto o l’abitudine di travestirsi e quindi di indossare, pubblicamente e/o in privato, indumenti comunemente associati al sesso opposto. La persona che pratica il Crossdressing viene definita Crossdresser. Il Crossdressing viene attuato principalmente da uomini, ma può essere praticato anche dalle donne, indipendentemente dall’identità di genere percepita e dall’orientamento sessuale. Il termine crossdressing viene spesso confuso con quello di Travestitismo, ma in realtà le due parole non sono sinonimi. Il travestitismo, infatti, è sempre stato associato all’omosessualità e alla transessualità. Crossdressing è, invece, un termine neutro, che non si carica di connotazioni sessuali e che, anche nei casi in cui oggi venga praticato come feticismo sessuale, viene di solito messo in atto dagli eterosessuali. La classica connotazione sessuale di cui si caricano tanto l’abbigliamento maschile quanto quello femminile, è ormai superata. L’outfit parla di sé e diventa un mezzo per sentirsi a proprio agio. Una gonna, un paio di scarpe con il tacco, delle calze autoreggenti, una camicia o una giacca dal taglio maschile, smettono di far parte esclusivamente dell’universo maschile o femminile. Piuttosto, diventano capi e accessori adattabili tanto al corpo dell’uomo quanto a quello della donna, donando una sensazione di confort e di libertà senza uguali a chi li indossa. Il crossdressing non si limita soltanto a un’attività o a una professione: sono infatti tante le persone che si travestono per piacere personale, ludico, sessuale e non. Ci sono poi motivazioni ben più serie alla base di questa pratica: in molti Paesi, per giornalisti e militari (soprattutto donne) il crossdressing diventa una copertura, un modo per passare inosservate e difendersi da situazioni ancora fortemente retrograde. Troviamo inoltre tantissimi esempi di crossdressing nel cinema e nei cartoni animati. Celebre è ad esempio l’interpretazione di Robin Williams nel film Mrs Doubtfire, dove veste i panni di una tata in là con gli anni per poter trascorrere del tempo con i propri figli. Come dimenticare poi Lady Oscar il cartone animato tratto da un manga giapponese che ha come protagonista una ragazza nobile cresciuta come un uomo per intraprendere la carriera militare.