Come sono gli adolescenti di oggi

L’adolescenza è una tappa evolutiva che consente il passaggio dall’infanzia all’età adulta, o almeno così dovrebbe essere. Oggi sembra che in alcune persone, invece, sia uno stato continuo in cui vivono per troppi anni. Gli adolescenti sono un mondo a parte, un mondo meraviglioso e imprevedibile, spesso incomprensibile. I genitori pretendono che i figli adolescenti siano responsabili, ordinati, maturi…. Ma non ricordano più loro com’erano a quell’età ?!? È un’età complessa e affascinante allo stesso tempo poiché ci si sente padroni del mondo e allo stesso tempo un puntino nell’oceano. Alle scuole medie si vedono ragazzini che iniziano il loro percorso di studio che sono ancora dei bambini e che all’ultimo anno “sbocciano” e diventano adolescenti a tutti gli effetti. La preadolescenza (dagli 11 ai 13 anni circa), segna la fine della fase di latenza ed è un periodo in cui avviene un aumento delle pulsioni libidiche ed aggressive, maschi e femmine intraprendono percorsi di sviluppo psicologico diversi a questo punto. Dentro di loro avviene un cambiamento radicale: gli ormoni impazziscono, il corpo cambia e le emozioni si confondono, spesso passano dall’euforia alla depressione in un attimo. Questa è l’età in cui si definisce meglio la personalità, si mette in ordine il proprio vissuto infantile per strutturarsi maggiormente. Lo psicoanalista Peter Blos, basandosi sul lavoro di Margaret Mahler, parla di un secondo processo di separazione-individuazione attraverso il quale gli adolescenti cercano di definire la loro nuova identità affrancandosi dai genitori e dalla loro famiglia migrando nell’età adulta. Questo è un processo che si alterna fra il desiderio di emancipazione dai genitori e la paura regressiva che ne impedisce il distacco. Nella prima fase dell’adolescenza (dai 13 ai 15 anni circa) i ragazzi sono fortemente influenzati dal gruppo dei pari ed affrontano la sfida della separazione rompendo i legami con gli oggetti primari. Successivamente (dai 15 ai 18 anni circa) emergono con forza gli impulsi sessuali e forme più evolute di pensiero. Nella tarda adolescenza (dai 18 ai 20 anni) la struttura fisica si solidifica e si delineano gli interessi nelle aree del lavoro, dell’amore e dell’ideologia. Dopo queste fasi, segue quella della post-adolescenza che armonizza le varie parti della personalità dei soggetti facendoli approdare all’età adulta. L’adolescenza è anche l’età in cui emergono le patologie psichiatriche, che possono andare dal disturbo alimentare al disturbo di personalità. A volte, inizialmente è difficile capire il confine tra malattia mentale ed un normale comportamento adolescenziale. Gli adolescenti spesso non pensano, agiscono senza rendersi conto delle conseguenze delle loro azioni. Nel mondo psicoanalitico, il concetto di acting out significa “passaggio all’atto” cioè il mettere in atto una serie di comportamenti inconsci, impulsivi, atti che potrebbero arrivare addirittura all’omicidio o al suicidio. Per questo motivo l’età adolescenziale è una fase molto delicata e complessa.
Come si sviluppa l’affettività?

Con il termine affettività si intende lo sviluppo delle emozioni e dei sentimenti umani. Vediamo tappa per tappa come si sviluppano i sentimenti del bambino in base alle fasce d’età. Lo sviluppo affettivo del bambino è strutturato in passaggi: dal primo attaccamento alla figura materna, il bambino comincerà poco a poco a riconoscere e provare sentimenti nei confronti di altre figure familiari. Non tutti i bambini sono in grado allo stesso modo di verbalizzare o di mostrare i propri stati emotivi ed i propri sentimenti; spesso, dietro a reazioni violente, rabbiose o di chiusura, possono nascondersi motivazioni importanti. Le tappe dello sviluppo affettivo Da 0 a 7 mesi Le emozioni insorgono durante i primi mesi di vita del neonato. Esse sono da mettere in relazione alla piacevolezza o al disagio provati in base alla soddisfazione o meno dei bisogni primari del bambino. Il bambino percepisce lo stato emozionale del benessere quando questo arriva come soddisfacimento al disagio. Da 8 mesi La percezione di essere un sé separato dalla mamma, inizia nel bambino tra il settimo e l’ottavo mese: egli comincia a comprendere di essere una entità diversa alla mamma, dal papà e da tutte le altre figure che popolano la famiglia. Le emozioni istintive dei primi mesi lasciano il posto ai sentimenti come la gioia, la paura, l’angoscia e la rabbia. Il legame con la mamma si fa più consapevole: il bambino inizia a sperimentare il distacco dal suo punto di riferimento certo. Se questo passaggio viene affrontato serenamente, il bambino svilupperà un senso di benessere affettivo che lo accompagnerà nel corso di tutta la vita. Da 18 mesi Se il progressivo distacco dalla mamma è avvenuto in modo sereno e consapevole, il bambino avrà potuto quindi sviluppare una delle sue prime convinzioni: la sua mamma è una base sicura da dove partire, sapendo che al rientro è sempre pronta ad accoglierlo con un caldo abbraccio. Se il bambino vuole un gioco che non può ottenere o se desidera essere preso in braccio ma per qualche ragione questo non può avvenire, l’emozione della rabbia può dar l’avvio a un sentimento di impazienza. Dai 3 anni Il bambino a questa età, grazie allo sviluppo psico-neurologico, è decisamente più autonomo, anche nelle relazioni affettive: il sistema nervoso e motorio sono quasi completati. La socializzazione con gli altri bambini fa sì che i sentimenti inizino a essere proiettati anche verso persone diverse dalla propria famiglia. Ecco quindi i primi sentimenti contrastanti: le prime simpatie o antipatie verso coetanei con cui gioca in modo più o meno in sintonia. In questa fase non sono rari gli atteggiamenti aggressivi, come mordere o picchiare gli altri bambini. Di fatto il bimbo non è ancora in grado di controllare i propri stati emotivi. Dagli 11 anni È con l’adolescenza che i legami affettivi assumono una forma più simile ai sentimenti degli adulti. L’adolescente inizia a essere attratto sentimentalmente verso i coetanei dell’altro sesso: responsabile di questo nuovo comportamento sono i feromoni e l’assetto ormonale che proprio in questo periodo raggiunge il massimo equilibrio sia nelle ragazze sia nei ragazzi. Qual è il ruolo dei genitori? Lo sviluppo affettivo del bambino, di pari passo con quello cognitivo, necessita dell’aiuto e del sostegno dell’adulto, nella forma in cui i genitori rispondono in modo giusto e pronto alle manifestazioni emotive del piccolo, cercando di comprendere quali sono le sue esigenze e comunicando con lui.
Come riprendere il controllo della mente con il Brain Dump

Viviamo dell’epoca dell’iperconnessione e dell’infodemia. Siamo costantemente subissati da una grande mole di informazioni provenienti dall’esterno. A questi stimoli si aggiungono i nostri pensieri, a volte ingombranti e non sempre gestibili. Lo sanno bene gli overthinker : i “pensatori seriali” che pensano troppo e spesso fanno fatica a tradurre i pensieri in azioni.Quando il cervello rimugina in continuazione consuma molte energie e genera stress e stanchezza, sia fisica che mentale. Esiste però una tecnica per riprendere il controllo della propria mente e governare il proprio cervello e si chiama Brain Dump. Cos’è Il Brain Dump? Il Brain dump, dall’inglese letterale “scaricamento del cervello”, è una tecnica che consente di riordinare la mente e organizzare i pensieri, così da incanalare le nostre energie in obiettivi traducibili in azioni. Questo metodo ci insegna a governare la mente e a liberarla da tutto ciò che ci affligge o non è necessario, sgombrandola definitivamente. Imparando a gestire i pensieri rafforziamo la concentrazione, la forza di volontà e l’organizzazione. Il Brain Dump va inteso come un flusso di coscienza: occorre prendersi un momento per trasferire su carta o in modalità digitale (a seconda delle preferenze), il fiume in piena di pensieri che affollano la nostra mente. In questo modo le informazioni saranno “archiviate” in una sorta di memoria esterna, avremo modo così di decodificarle lucidamente e gestirle una alla volta. I benefici del Brain Dump Una volta appreso, questo metodo può essere utilizzato in tutti i contesti: per l’organizzazione delle task lavorative; per gli impegni quotidiani della vita domestica; per la pianificazione del tempo libero e per gli obiettivi di crescita e organizzazione personale. Lo scopo del Brain Dump è ridurre il sovraccarico del nostro cervello, incrementando la concentrazione e quindi il rendimento e la produttività. Dissipando la confusione riusciamo a isolare le problematiche e a individuare soluzioni. Avere il pieno controllo sulla nostra vita ci aiuta a ridurre lo stress e ad avere maggior consapevolezza e autostima. Come renderlo utile Una volta sbrogliata la matassa della nostra mente e trasferita su carta (o pc), è importante dare seguito alle azioni traducendole in task operative. In questo modo non solo creiamo abitudini positive, ma alleniamo il nostro cervello a lavorare diversamente, in modo più smart ed efficiente.
Come riconoscere le caratteristiche tipiche del burnout?

Il burnout non è un sinonimo di esaurimento, come spesso si tende a generalizzare, anche se l’esaurimento ne è parte essenziale. Christina Maslach, una delle principali ricercatrici sul burnout, autrice di The Burnout Challenge: Managing People’s Relationships with Their Jobs, descrive tre attributi fondamentali del burnout, che possiamo imparare a riconoscere e monitorare. Dopo il dramma del Covid, con le ripercussioni sociali e lavorative che ben conosciamo, il burnout è diventato statisticamente più frequente nella popolazione in età lavorativa. Vediamo i tre caratteristici stati d’animo presenti nello stato di burnout: prima di tutto, la sensazione di essere esausti e come se non avessimo l’energia necessaria per lavorare bene; in secondo luogo, lo sviluppo di atteggiamenti negativi nei confronti dei nostri progetti, con un senso di dissociazione dai progetti stessi e dalle persone che ci circondano, siano essi colleghi, amici o familiari, con un senso di allontanamento, di distanza, di cinismo; in terzo luogo, il burnout ci fa sentire inefficaci, come se stessimo realizzando molto meno del solito e non potessimo raggiungere la motivazione per essere produttivi. Ma c’è di più. Per capire davvero cosa causa il burnout, occorre individuare le sue origini, che i ricercatori riassumono in un fattore causale comune: una quantità enorme di stress cronico, che non si ferma mai, a differenza dello stress acuto, che è temporaneo e simile a un tunnel da attraversare per raggiungere la luce dall’altra parte. La ricerca di Maslach ha scoperto che lo stress cronico sul lavoro di solito proviene da sei fonti primarie: Carico di lavoro. Questo è intuitivo, e si riferisce alla sostenibilità: più il nostro carico di lavoro va oltre la nostra capacità, più è probabile che raggiungiamo il punto di esaurimento. Valori. Cosa ci connette con il nostro lavoro a un livello più profondo? Questo è un fattore spesso sottovalutato, ma ovviamente più il nostro lavoro è in linea con ciò che apprezziamo, più utili ci sentiamo e di conseguenza ci impegniamo. Ricompensa. Il livello di ricompensa che otteniamo dal nostro lavoro, comprese le ricompense finanziarie (stipendio, bonus, ecc.) e le ricompense sociali (se siamo riconosciuti per i contributi che diamo) sono centrali. Una ricompensa insufficiente può farci sentire inefficaci, uno degli attributi fondamentali del burnout. Controllo. L’autonomia che abbiamo su quando, dove e come svolgiamo il nostro lavoro è un altro elemento fondamentale. Meno controllo abbiamo, più è probabile che ci esauriamo. Correttezza. La sensazione di essere trattati equamente sul lavoro rispetto ai nostri colleghi. L’equità è un ingrediente importante che promuove il coinvolgimento e tiene a bada il cinismo. Comunità. Le relazioni professionali contribuiscono enormemente a ridurre al minimo il burnout e ad aumentare il coinvolgimento. Più deboli sono le nostre relazioni e più conflitti sperimentiamo, più è probabile che ci esauriamo. Mentre il burnout è tradizionalmente definito come un fenomeno professionale, anche i continui fattori di stress che affrontiamo a casa possono contribuire al nostro livello totale di stress cronico. In conclusione: più stress cronico affrontiamo, non importa da dove provenga, più ci avviciniamo all’esaurimento. Una considerazione, banale quanto utile: i sei fattori delineati da Maslach possono essere utilizzati in modo virtuoso, come linee guida di ciò che occorre monitorare e mettere in atto per migliorare l’esperienza individuale e diminuire le fonti di stress; sia in ambito lavorativo, per esercitare una leadership che aumenta il benessere e la soddisfazione dei collaboratori; sia in ambito relazionale familiare e amicale. Equità, possibilità di autonomia, ricompensa, valori: non sono anche le basi naturali di realizzazione e co-costruzione di un benessere esistenziale?
Come rapportarsi alla disabilità visiva

Quando ci si trova di fronte alla diversità, in questo caso incarnata da un soggetto con disabilità visiva, la reazione immediata è spesso di tipo difensivo. Coloro che hanno avuto poca esperienza della disabilità di altre persone sono spesso impauriti, non sanno come comportarsi e rapportarsi a loro. Ci si arretra su posizioni colme di sensi comuni e stereotipi. La conoscenza che ne deriva ancòra il soggetto non vedente ad un’identità di categoria, come se quel deficit costituisse un unico prototipo al mondo. Il non vedente è identificato con il suo deficit e di conseguenza con le sue incapacità ed impossibilità. Il non vedente ha innegabilmente delle difficoltà di natura organizzativa, di ordine valutativo circa l’ambiente che lo circonda e di natura sociale per i disagi che comporta nella sua vita di relazione, il pregiudizio di chi vede nei confronti della cecità. Se è vero che la cecità può portare ad alcuni comportamenti che non si rinvengono nei soggetti vedenti, è anche vero che ogni persona è a suo modo singolare. Ogni soggetto è diverso dall’altro e vive le proprie difficoltà in modo diverso, avendo risorse e strumenti differenti, personalità differenziate poiché ogni disabilità s’intreccia con una diversa identità. La funzione dello psicologo clinico nel colloquio con una persona non vedente Lo psicologo clinico incontra la persona nella sua totale identità e questo permette di allontanarsi dai pregiudizi comuni. È fondamentale cercare di mantenere nel colloquio clinico con ragazzi affetti da disabilità visive le “regole normali”. Le persone affette da disabilità, infatti, cercano di convincere gli altri a trattarli come qualsiasi altra persona, poiché per molti ragazzi la propria disabilità implica uno stigma sociale. Molte persone che incontrano durante la loro vita, infatti, riescono ad essere spiacevoli e sconsiderate oppure eccessivamente accondiscendenti ed iperprotettive. Lo psicologo clinico dovrebbe sforzarsi di non essere troppo accondiscendente né a prendere troppo in carico le persone solo per la loro disabilità. Rapportarsi ai ragazzi non vedenti è un problema dei vedenti non loro, di coloro che abituati al contatto visivo, perso quello non si riescono bene ad orientarsi. Certo l’abitudine di guardarsi negli occhi, anche se quegli occhi sono chiusi, non la elimina nessuno ma questo conta poco. Il transfert ed il controtransfert funzionano anche se hai gli occhi chiusi!!
Come promuovere l’intelligenza situazionale

Al fine di promuovere l’intelligenza situazionale è fondamentale favorire la partecipazione del bambino alla gestione della conoscenza. Cosa vuol dire? Ricordiamo sempre che lo sviluppo è l’interazione tra i fattori genetici e i fattori ambientali, che “amalgamandosi” generano un individuo unico e irripetibile.
Come promuovere il benessere educativo

Chi di noi non è mai tornato da scuola insoddisfatto e sofferente? Quanti studenti tornano a casa piangendo e disperandosi perchè non stanno bene a scuola. Star male a scuola significa provare emozioni sgradevoli, che determinano poi stati d’animo negativi. Noi tutti sappiamo quanto sia impossibile costruire nulla se prevalgono frustrazione, amarezza e uno stato d’animo di impotenza (Walesa). Per la maggior parte delle persone, la parola “benessere” richiama alla mente uno stato armonico di salute. Come possiamo promuovere il benessere educativo? Il benessere educativo indica “star bene in classe” e si costruisce giorno dopo giorno, con un pensiero positivo e con interazioni significative, che fanno bene allo studente e che gli permettono di emergere come “persona”. Occorre favorire il pensiero “utile”,quello basato su dati e fatti reali. Bisogna scacciare via i pensieri inutili, che generano rabbia e preoccupazione negli studenti. Fra i pensieri inutili compare spesso la frase:non sono capace di dire quello che ho imparato. Huppert (2009) sostiene che il benessere psicologico riguarda la vita che va bene ed è una combinazione di sentirsi bene e funzionare in modo efficace. Bisogna coinvolgere gli studenti in attività interessanti e piacevoli, affinchè essi possano funzionare in modo efficace. Si riportano alcuni esempi: Nominare uno studente referente. Promuovere il lavoro in piccoli gruppi per la consegna delle attività. Permettere la socializzazione dei lavori svolti. Lo studente referente si fa portavoce di bisogni educativo-didattici dei suoi compagni, mentre la promozione del lavoro in piccoli gruppi permette la condivisione delle esperienze. Dare agli allievi la possibilità di socializzare i lavori significa credere nelle loro possibilità, aumentando la loro autostima. Il benessere è la condizione necessaria all’apprendimento quanto all’insegnamento. Ed è agli insegnanti che spetta il compito di costruire un clima sereno,all’interno di una relazione educativa efficace. La scuola è oggi ricca di tante iniziative finalizzate al conseguimento del benessere dei ragazzi, ma la scuola deve essere anche – ed essenzialmente essa stessa palestra di ricerca e di impegno intellettuale sullo stesso tema del benessere (Guido,2008).
Come praticare l’Alimentazione Consapevole

Consigli semplici per chi non ha il tempo di contemplare l’uvetta di Greta Monica Del Taglia Per molti di noi non è fattibile mangiare con consapevolezza ad ogni pasto, come potrebbe invece avvenire facilmente durante un percorso terapeutico o un corso di meditazione, soprattutto per le innumerevoli distrazioni e impegni quotidiani. Anche perché, familiari, amici e colleghi, potrebbero non avere abbastanza tempo o pazienza di condividere i pasti con noi, che ci prendiamo una pausa ad ogni singolo boccone. La mindful eating (alimentazione consapevole) può essere praticata durante un percorso terapeutico o in occasioni particolari, mentre un’attenzione consapevole all’atto del mangiare dovrebbe diventare uno stile di vita e far parte della nostra quotidianità. Vengono qui elencati alcuni suggerimenti da tenere in considerazione per differenziare un’alimentazione meccanica da un’alimentazione consapevole in modo da riconnettere corpo e mente. Mindless Eating (alimentazione non consapevole) Mindful Eating (alimentazione consapevole) Riempirsi di cibo ignorando i segnali del proprio corpo Ascoltare il proprio corpo e fermarsi quando si è sazi Mangiare in base all’emozione del momento (ad esempio, se tristi, annoiati, soli…) Mangiare quando il corpo lo richiede (ad esempio, quando borbotta lo stomaco, quando l’energia cala). Mangiare da soli, in orari e posti casuali Mangiare con gli altri, ad orari regolari e seduti a tavola Mangiare cibi consolatori Mangiare cibi salutari e genuini Considerare il cibo un prodotto finito Considerare la provenienza del cibo Mangiare e contemporaneamente dedicarsi ad altre attività Mangiare senza distrazioni 1. Riconnettere mente e corpo – Mangiare velocemente, riempirsi di cibo e ignorare i segnali del corpo Vs mangiare lentamente e fermarsi quando si avverte la sazietà. Rallentare è il modo migliore per permettere a mente e corpo di comunicare e decidere di cosa abbiamo bisogno per nutrirci. Il corpo invia i segnali di sazietà dopo circa 20 minuti dall’inizio del pasto, questo è il motivo per cui spesso mangiamo di più. Ma, se rallentassimo, potremmo dare la possibilità al nostro corpo di mangiare nella giusta quantità. Alcuni suggerimenti per rallentare sono risaputi: sedersi, masticare a lungo, posare le posate tra un boccone e l’altro, e tutti quei vecchi rimedi che potrebbero sembrarci noiosi. 2. Imparare ad ascoltare il corpo – “Stai rispondendo ad un bisogno emotivo o ad un bisogno fisiologico?” Spesso ascoltiamo prima la nostra mente, ma come in molte pratiche di meditazione, dovremmo sintonizzarci prima con il nostro corpo. Anziché mangiare quando siamo in preda alle emozioni, come stress, solitudine, tristezza, frustrazione, noia, ecc. dovremmo fermarci e chiederci: “Il nostro stomaco borbotta? Siamo stanchi? Siamo un po’ confusi?”. Troppo spesso si ascoltano le emozioni, meno le richieste del corpo. La vera consapevolezza nell’alimentazione si raggiunge quando si ascolta in profondità il segnale della fame. Bisognerebbe, quindi, chiedere a se stessi: “Quali sono i miei segnali di fame fisica, e quali le cause scatenanti della mia fame emotiva?”. 3. Sviluppare uno stile alimentare salutare – Mangiare da soli e in modo casuale Vs Mangiare con gli altri, seduti a tavola e ad orari regolari. Un altro modo di mangiare in modo automatico è quando gironzoliamo cercando nelle credenze, mangiando quello che ci capita, a qualsiasi ora, invece di pianificare pasti e spuntini. Mangiare con consapevolezza ci permette di rallentare e impedisce che i segnali di fame compaiano anche in situazioni non ideali (ad esempio, per evitare di prendere l’abitudine di mangiare in macchina tutti i giorni e a qualsiasi ora). Sebbene non siano banditi gli spuntini, tenere una routine alimentare consente di ottenere notevoli benefici sull’umore e sul sonno. Questo significa sedersi (ad un tavolo!), mettere il cibo in un piatto e non mangiarlo dalla scatola, usare le posate e non le mani. Ciò che aiuta è anche mangiare con altre persone, ci si può godere maggiormente il cibo e la conversazione, senza il rischio di mangiare troppo o troppo poco. Tutto parte da come mettiamo in ordine la spesa nel frigo o nelle credenze. Bisogna fare attenzione a cosa è in vista; se ci limitiamo a mangiare in cucina o nella sala da pranzo, abbiamo la possibilità di mangiare in modo più consapevole e salutare. Quando il cibo è in vista, tendiamo a mangiarlo e, spesso, si tratta di cibo spazzatura. Ci sono molte ragioni per cui l’esercizio dell’uvetta è molto potente, una di queste è che rallentando e mangiando cibi salutari come l’uvetta, riusciamo di più ad apprezzarne il gusto e il sapore senza doverci convincere delle loro tanto decantate proprietà nutritive. Non è necessario pianificare ogni boccone, è importante essere flessibili, godersi i pasti più abbondanti durante le festività e in occasioni particolari. Inoltre, nell’alimentazione quotidiana, è opportuno non imporsi restrizioni, per evitare di eccedere in un secondo tempo e avere dei sensi di colpa. Un altro consiglio è evitare di fare la spesa quando si è affamati, oltre a non “sentirsi autorizzati”, un effetto psicologico che può influenzare i nostri comportamenti alimentari, è quello del “sentirsi autorizzati”, che ha dimostrato come i consumatori che comprano un cibo salutare (ad es., il cavolo), siano portati successivamente a scegliere prodotti “poco sani” (ad es., alcol o gelati). La persona agisce in modo da rafforzare un’immagine positiva di sé (facendo scelte salutari), ma poi tende a fare scelte negative (comprando cibo spazzatura). 4. Comprendere le motivazioni – Mangiare cibi consolatori dal punto di vista emotivo Vs Mangiare cibi salutari dal punto di vista nutritivo. Si tratta di una sfida difficile, ma si possono trovare cibi salutari e, al tempo stesso, appaganti. Ma tornando alla nostra uvetta: “Prima di provarla ci sembrava stuzzicante?”. Vi sono molte ragioni per cui l’esercizio dell’uvetta è molto potente, soprattutto perché, quando rallentiamo e mangiamo cibi sani, spesso riusciamo ad apprezzarli maggiormente rispetto a quando ci convinciamo delle loro proprietà nutritive. Abituandoci a mangiare in modo più sano, sarà più facile non abbuffarci di cibi calorici, riuscendo ad apprezzare una varietà di cibi nutrienti e salutari. 5. Come approcciarsi al cibo – Tenere conto da dove provengono i cibi Vs Considerare il cibo un prodotto finito. A meno che non siate agricoltori o
Come parliamo di violenza di genere?

La narrativa sulla violenza di genere e nuove modalità di comunicazione Da gennaio a maggio 2023 in Italia sono stati commessi 47 femminicidi. In soli cinque mesi. Questa è un’emergenza nazionale (e non solo), che deve essere affrontata immediatamente e da diverse prospettive. Quella della violenza di genere è una tematica tristemente attuale che, per quanto venga analizzata e studiata, non trova ancora soluzioni efficaci a livello politico, sociale e culturale. Al fine di sviluppare interventi efficaci, è quindi ancora necessario comprendere sempre più questo fenomeno, analizzarlo e parlarne. Ma come parliamo di violenza di genere, oggi? Cosa si intende per violenza di genere Secondo quanto scritto nella Dichiarazione delle Nazioni Unite, si definisce violenza di genere “qualsiasi atto di violenza per motivi di genere che provochi o possa verosimilmente provocare danno fisico, sessuale o psicologico, comprese le minacce di violenza, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà personale, sia nella vita pubblica che privata”; e ancora “per violenza di genere si considera una violenza nei confronti di una donna solo per il fatto di essere donna o una violenza inflitta in maniera sproporzionata alle donne”. L’OMS riporta come il fenomeno della violenza sia uno dei principali problemi di salute pubblica a livello mondiale e considera gli atti di violenza come un fenomeno complesso, legato a modelli di pensiero e comportamenti plasmati dalla nostra società. La violenza sulle donne è stata studiata in varie discipline, come sociologia, psicologia, giurisprudenza, formazione; attraverso di esse, sono stati analizzati diversi aspetti che circondano tale problematica, come le cause, il profilo delle vittime e degli aggressori, le circostanze di tali azioni e come prevenirle. Un ulteriore aspetto, non meno importante, è come tali conoscenze dovrebbero essere trasmesse così che possano rendere le persone consapevoli e influenzarle positivamente per creare relazioni senza violenza. Quali aspetti specifici della comunicazione possono contribuire nel prevenire o superare la violenza di genere? Questi aspetti comunicativi sono di grande importanza in quanto diversi studi hanno sottolineato come la conversazione costituisca un processo che influenza e orienta l’azione. A tale fine, tutti gli aspetti della comunicazione hanno un ruolo nel modellare le azioni, non solo le parole, ma anche l’intenzione di chi parla e gli aspetti non verbali della comunicazione, come i gesti, l’intonazione, il contesto, tra le altre. La narrativa sulla violenza di genere Come riportato da Duque, Melgar, Gómez-Cuevas e López de Aguileta (2021), il modo in cui si parla di violenza di genere (e quindi di violenza sulle donne) è cambiato nel tempo. In principio, la violenza contro le donne è stata concettualizzata, e quindi raccontata e interpretata, da una parte come una patologia individuale derivata dai problemi di gestione emotiva dell’aggressore (in particolare, la rabbia) e dall’altra come relativa alle problematiche psicologiche della vittima, legate a tendenze masochiste, concezioni morali disfunzionali, ecc. In seguito, negli anni ’70 sono nati movimenti antiviolenza che si opponevano a queste concettualizzazioni e intendevano creare un’interpretazione alternativa, una contro-narrativa della realtà della violenza di genere. Pertanto, la violenza di genere è passata dall’essere concettualizzata come un problema individuale ad essere intesa come un problema sociale radicato nei sistemi di patriarcato e disuguaglianza di genere (Dobash e Dobash, 1992). Con l’obiettivo di contribuire a quella contro-narrativa, l’obiettivo principale degli studi negli ultimi anni è stato quello di comprendere gli elementi che rafforzano la violenza contro le donne, per potervi intervenire. Queste contro-narrazioni hanno affrontato o approfondito la retorica dei diritti degli uomini che ne giustifica la violenza, i discorsi morali che circondano la violenza domestica contro le donne e le interpretazioni che affermano come il discorso sia utilizzato per riprodurre l’ordine sociale e i meccanismi di potere esistenti (Duque et al., 2021). A volte, questa retorica o discorso è stato rafforzato da una forma di linguaggio che ha alimentato la violenza contro le donne. Un esempio è il linguaggio sessista, composto da tutte quelle parole ed espressioni che relegano le donne in una posizione inferiore nella gerarchia sociale o le rendono invisibili. Gli studi che centrano la loro analisi sul discorso legato alla violenza sulle donne non si limitano al contenuto del discorso ma analizzano anche il ruolo di chi ne parla e, più concretamente, la loro identità di genere. Negli ultimi anni diversi settori hanno riconosciuto che la costruzione di movimenti di lotta alla violenza contro le donne non può essere responsabilità esclusiva delle donne, ma è necessario coinvolgere anche gli uomini (aspetto su cui il discorso femminista è in continuo confronto). Ciò richiede un cambiamento nel discorso, abbandonando atteggiamenti di colpa e accusa che portano tutti gli uomini a essere considerati agenti tossici e invitando gli stessi ad una collaborazione per portare avanti la lotta contro la violenza di genere. È necessario un cambio di prospettiva: non essere parte del problema ma diventare parte della soluzione. Nel loro studio, Duque et al. (2021) riportano come una delle cause della persistenza della violenza sulle donna sia associabile alla socializzazione di alcune persone in certi modelli di attrazione che uniscono desiderio e violenza. Questa socializzazione è favorita attraverso diverse interazioni (società, famiglia, amicizie, media, ecc.), che riproducono un discorso in cui le persone che manifestano atteggiamenti di dominio e abuso attraggono gli altri, mentre le persone che manifestano atteggiamenti egualitari sono presentate come noiose e persino rese invisibili. Questo favorisce l’attrazione verso le persone che sono parte del problema, rendendo invisibile chi può contribuire a superarlo. A questo, si aggiungono altri elementi altrettanto importanti relativi all’area sociale e culturale, che modellano il modo in cui si parla di violenza di genere e il modo in cui si creano e si definiscono le relazioni tra i sessi: tra questi, la cultura del possesso, la mascolinità tossica, la retorica dietro i discorsi sulla violenza e la vittimizzazione, gli stereotipi, le disuguaglianze di genere, ecc. Essere parte della soluzione Per incoraggiare donne e uomini a contribuire alla soluzione, dovremmo prestare particolare attenzione a garantire che i dialoghi sulle relazioni affettive e sessuali, o più in generale sulle identità di genere, si uniscano ad un
Come parliamo a noi stessi conta: il caso di N.

Come parliamo a noi stessi? siamo soliti rivolgerti parole di cura, di comprensione, o di severa critica? Quando N. viene in studio, è in preda al panico. Non si sente capace di svolgere alcun compito, anche quelli quotidiani. Lo stesso cucinare, riordinare casa, diventano per lei fonte di un fortissimo stato di ansia. Visti i consistenti anni di psicoterapia pregressa, N. avanza la richiesta di iniziare un percorso basato sulle pratiche di mindfulness. Lavoriamo quindi sulla capacità di stare nel presente, di osservare, descrivere e partecipare. Dopo alcune settimane e un’esercitazione quotidiana e costante, N. afferma di sentirsi soddisfatta, più capace. Mi racconta di riuscire a vedere i colori più limpidi, i pensieri più chiari, di sentirsi forte di strategie che le permettono di tranquillizzarsi più velocemente. <<Talvolta>> – mi dice- << torna ancora quella bambina che non sa fare nulla, che ha paura. Ma le dico di andar via, e torno a fare le mie cose>>. La bambina di cui parla N. è lei all’età di 8 anni, iper-svalutata dalle figure genitoriali, che ha tanta difficoltà a seguire le lezioni velocemente come le sue compagne, a fare amicizia, ed è molto spaventata dalle mura alte e giganti della scuola. N. nelle precedenti terapie ha lavorato molto sulle cause delle insicurezze di quella bambina: sa elencarmi alla perfezione gli episodi di forte invalidazione che hanno legittimato le sue difficoltà. Eppure, quella bambina sembra essere ancora molto presente e minacciosa. La identifichiamo insieme come la parte del sé più fragile, e cominciamo ad ascoltarla, a parlarle. <<Ti odio, per colpa tua io ora sono così, insicura e spaventata. Non potevi essere come le tue compagne? Non potevi cavartela meglio?>>. N. incarna alla perfezione l’invalidazione genitoriale. <<Come avresti voluto che gli adulti intorno a te ti aiutassero difronte alle tue evidenti difficoltà?>> le chiedo. Dopo un po’ di riflessione, N. mi risponde <<Avrei voluto mi stessero vicino e mi dicessero che insieme si poteva affrontare tutto>>. <<E perché, ancora oggi, parli a questa bambina, ora che sei tu il suo unico adulto, come i tuoi genitori hanno fatto con te?>>. Proviamo a rivolgerle parole diverse, ad essere curiose di ciò che ha da dire e che potrebbe provare: proviamo a rivolgerle parole d’amore. Dopo alcune settimane di lavoro, N. si presenta in seduta gioiosa e fiera di sé. <<L’ansia>> – mi dice – <<me la vivo come una vecchia amica. Si siede accanto a me, resta per un po’, in silenzio, e poi va via>>. Qualche giorno fa ha poi rivisto quella bambina, sembra le abbia chiesto scusa. <<Non preoccuparti, insieme ce la facciamo>>, le ha risposto. Come parliamo a noi stessi conta.