Comunicazione: come migliorarla attraverso l’assertività

La comunicazione è uno strumento importante di relazione. Con l’assertività si impara ad esprimere se stessi in modo chiaro e diretto. Quando si parla di comunicazione si fa riferimento ad un sistema in cui si verifica uno scambio di informazioni. Per creare e sviluppare relazioni soddisfacenti diventa fondamentale saper comunicare: in coppia, con i propri familiari, nell’ambito lavorativo e in qualsiasi gruppo sociale. Ma come si comunica in modo assertivo? Possiamo sintetizzare alcune delle caratteristiche principali di una persona che comunica in modo assertivo così: ha ben chiaro cosa desidera e qual è il suo obiettivo; agisce per ottenerlo; rispetta i diritti degli altri; non si sente in colpa; mantiene una buona opinione di sé anche quando è difficile raggiungere ciò che desidera. Pertanto, il comportamento assertivo si può inserire tra uno stile passivo e uno stile aggressivo. Nello stile passivo non si è in grado di difendere i propri diritti o esprimere i propri bisogni per cui vi è maggiore probabilità di essere influenzati o di subire le scelte degli altri. Al contrario, nel comportamento aggressivo, si ha la tendenza ad imporsi sull’altro come se esistessero soltanto i propri bisogni e pensando di essere immuni dal commettere errori. Perché tutto questo può influire sull’autostima? L’autostima è la valutazione che ogni persona ha di se stessa e di sè in relazione agli altri. Quando non si ha una buona autostima e non ci si sente sicuri del proprio valore spesso, sentendosi inadeguati, non si dà importanza ai propri bisogni, si evita di agire per soddisfarli, si è incerti sulle proprie scelte. Ed è proprio per questo motivo che è fondamentale, già all’interno del proprio nucleo familiare, che gli adulti facciano da modello ai bambini, insegnandogli come dialogare con loro, con apertura e chiarezza. Facciamo degli esempi: vanno utilizzate frasi in prima persona come “io mi sento così quando tu…” oppure “io penso che….”; va incoraggiata l’apertura dell’interlocutore e l’espressione dei suoi pensieri, come “e tu cosa ne pensi? Come ti senti?” quando c’è un disaccordo è importante descrivere il comportamento inadeguato, senza giudicare. Se un bambino o un adolescente non ha rispettato la volontà dei genitori, è importante esplicitare cosa ha sbagliato e non dire frasi come “mi fai sempre arrabbiare” o “se fai così non mi vuoi bene”.
Comunicare sistemica-mente

Si dice di solito che “comunicare” è sinonimo di influenzare, ma questa definizione è una semplificazione in quanto non spiega cosa si cerchi di fare influenzando. Inoltre, tende ad inquadrare la comunicazione come un fenomeno unidirezionale e sappiamo che questa ipotesi è errata. Secondo l’ottica sistemico-relazionale, infatti, non esiste comunicazione senza uno scambio che richiede per l’appunto una relazione. Binomio contenuto-relazione Ogni interazione comunicativa nasce da un intreccio di messaggi verbali, paraverbali, non-verbali che specificano il senso generale di ciò che sta accadendo. E’ senza dubbio importante distinguere tra:• Relazione: definisce i rispettivi ruoli (ovvero stabilisce chi siamo uno per l’altro)• Contenuto: definisce gli scambi comportamentali (ovvero cosa facciamo l’uno con/per l’altro).Va esplicitato che è la relazione che dà senso al contenuto. Secondo Bateson, iniziatore della teoria della comunicazione, gli individui attraverso la comunicazione giocano la propria identità. Inoltre, oggi sappiamo che non si può non comunicare. Questa affermazione (Wazlawick, 1971) allude ad una caratteristica essenziale della comunicazione: l’inevitabilità. La comunicazione è uno scambio reciproco fra due interlocutori uno dei quali invia un messaggio, mentre l’altro lo recepisce. E’ innanzitutto utile distinguere tra comunicazione intenzionale e inintenzionale. Inoltre, a dispetto dell’apparente semplicità del compito, non è sempre facile comunicare in maniera efficace, anzi, i fraintendimenti sono molto più comuni i quanto si immagini. Per incrementare le possibilità che un messaggio venga recepito e decodificato secondo le intenzioni dell’emittente si devono scegliere un canale ed un codice adeguati basandosi sia sul tipo di informazione da trasmettere, sia sul tipo di relazione esistente tra i comunicanti. Con il termine codice ci si riferisce all’insieme delle regole che devono essere impiegate per trovare il significato del messaggio, mentre con il termine canale ci si riferisce per esempio al “mezzo” attraverso il quale viaggia il segnale. La punteggiatura della sequenza di eventi Il terzo assioma della comunicazione umana riguarda la punteggiatura della sequenza di eventi e ci permette di riflettere sul concetto di “comunicazione efficace”. Il modo di interpretare una comunicazione dipende, infatti, da come viene ordinata la sequenza delle comunicazioni fatte. Un osservatore può considerare una serie di comunicazioni come una sequenza ininterrotta di scambi, però a seconda della “punteggiatura” usata, cambia il significato dato alla comunicazione e alla relazione stessa. La comunicazione comprende diverse versioni della realtà, che si creano e modificano durante l’interazione tra più individui. Queste diverse interpretazioni dipendono per l’appunto dalla punteggiatura della sequenza degli eventi, ossia dal modo in cui ognuno tende a credere che l’unica versione possibile dei fatti sia la propria.Wazlawick (1978) riporta l’esempio di una coppia che ha un problema coniugale. Ciascun coniuge ne è responsabile al 50%, ma ognuno dichiara di reagire in un determinato modo in conseguenza al comportamento dell’altro. Lui si chiude in se stesso e lei brontola (o ancora lei brontola e lui si chiude in sé stesso). Quando spiegano le loro frustrazioni lui racconta che si chiude perché lei critica, lei invece dice che si altera perché lui si chiude. In effetti, se ci pensiamo bene, ognuno ha ragione dal proprio punto di vista. Nella vita di coppia, capita spesso che ci si limiti ad osservare la situazione esclusivamente dal proprio punto di vista, usando cioè la propria punteggiatura e non riuscendo a cogliere quella dell’altro. In particolare, nelle relazioni conflittuali può accadere che si ritenga in torto sempre e solo l’altra parte, come conseguenza di una visione distorta. Se non si risolvono le discrepanze che si vengono a creare l’interazione arriva ad un vicolo cieco dove vengono espresse solo reciproche intolleranze. Questo esempio sottolinea il valore di una comunicazione efficace. Gli esseri umani sono sistemi aperti dove l’aggettivo “aperto” significa che l’individuo interagisce col mondo esterno attraverso scambi di informazioni. Dunque, l’individuo fa parte del sistema in cui è inserito e non può prescindere da esso. Bibliografia Watzlawick P., Beavin J.H., Jackson D.D., (1967). Pragmatica della comunicazione umana. Astrolabio (Roma)
Comunicare nelle relazioni: costruire legami più forti

La comunicazione è alla base di ogni relazione, sia essa tra amici, partner, familiari o colleghi. Tuttavia, comunicare in modo efficace non è sempre così semplice; con il passare del tempo, difficoltà nella comunicazione possono, infatti, creare incomprensioni, frustrazioni e conflitti. Imparare ad ascoltare, parlare con assertività e risolvere i conflitti in modo costruttivo non solo migliora la qualità delle nostre interazioni, ma rafforza anche i legami con le persone intorno a noi. Ascolto attivo: il primo passo per comunicare efficacemente Uno degli aspetti più sottovalutati della comunicazione è l’ascolto. Quando parliamo con qualcuno, spesso siamo tentati di ascoltare passivamente, pensando già a cosa rispondere o distraendoci con pensieri personali. L’ascolto attivo è differente: è un ascolto profondo, che mira a comprendere realmente il punto di vista e le emozioni dell’altro. Ascoltare attivamente significa prestare attenzione non solo alle parole, ma anche al tono di voce e al linguaggio del corpo della persona con cui stiamo parlando. Per praticare l’ascolto attivo, si può provare a mantenere il contatto visivo e ad annuire o fare piccoli gesti che confermino l’interesse, evitando di interrompere o di offrire subito consigli, a meno che non vengano richiesti. Un altro elemento importante dell’ascolto attivo è la parafrasi: ripetere con parole proprio ciò che si ha capito, in modo che l’altra persona possa confermare o chiarire. Per esempio, si potrebbe dire: “Se ho capito bene, stai dicendo che…”. Questa tecnica non solo dimostra che si sta ascoltando, ma aiuta anche a prevenire fraintendimenti. Assertività: comunicare sé stessi in modo chiaro e rispettoso L’assertività è la capacità di esprimere i propri bisogni, pensieri ed emozioni in modo chiaro e rispettoso, senza sottomettersi o aggredire. Comunicare in modo assertivo permette di essere autentici e di proteggere il proprio spazio emotivo, mantenendo al contempo il rispetto per l’altro. Molte persone tendono a comunicare in modo passivo, evitando di esprimere le proprie esigenze per paura di generare conflitti, o al contrario in modo aggressivo, imponendo il proprio punto di vista senza considerare quello dell’interlocutore. La comunicazione assertiva richiede equilibrio e autocontrollo. Un buon punto di partenza è usare il cosiddetto “linguaggio in prima persona”. Quando esprimiamo le nostre emozioni o opinioni, iniziamo con “Io”; questo tipo di linguaggio è molto meno accusatorio rispetto al “Tu” (ad esempio “tu non ascolti mai”) e aiuta a evitare reazioni difensive. Inoltre, comunica responsabilità personale e aiuta a chiarire che stai condividendo il tuo vissuto, non emettendo giudizi. Risoluzione dei conflitti: trasformare lo scontro in dialogo Anche nelle relazioni più forti, i conflitti sono inevitabili. Il modo in cui affrontiamo questi conflitti può fare la differenza tra una relazione che si deteriora e una che cresce e si rafforza. Una comunicazione efficace può trasformare uno scontro in un’opportunità per chiarire aspettative, condividere bisogni e migliorare la comprensione reciproca. La chiave per risolvere i conflitti è adottare un approccio collaborativo, piuttosto che competitivo. Quando ci si trova in una discussione accesa, è utile fare una pausa per calmarsi, se necessario, per evitare di reagire impulsivamente. Esprimere i propri sentimenti in modo onesto ma pacato permette di evitare che l’altro si metta sulla difensiva, creando invece uno spazio in cui entrambi possano sentirsi ascoltati. Potrebbe essere utile adottare un approccio orientato alla risoluzione del problema; per esempio, ci si potrebbe chiedere “come possiamo trovare una soluzione che funzioni per entrambi?” e coinvolgere l’altro in questo processo. Strategie per ottimizzare la comunicazione nelle relazioni La comunicazione all’interno delle relazioni, di qualsiasi tipo siano esse, è qualcosa che può essere allenato con il tempo. Alcune strategie per ottimizzarla sono: Empatia e curiosità: interessarsi sinceramente al punto di vista dell’altro e chiedersi quali emozioni stia provando; Chiarezza e concisione: esprimere i propri pensieri e sentimenti in modo chiaro e diretto, evitando giri di parole o allusioni che potrebbero portare a fraintendimenti; Pazienza: comunicare efficacemente richiede tempo, soprattutto se si sta cercando di superare vecchi schemi di comunicazione. È normale avere delle difficoltà, ma con pratica e pazienza si possono fare grandi progressi; Rinforzare i momenti di connessione: non limitarsi a cercare il dialogo solo nei momenti di difficoltà ma trovare il tempo per condividere esperienze positive e momenti di gioia, in modo da rafforzare la connessione emotiva. Conclusioni Imparare a comunicare in modo efficace è una competenza che richiede impegno e consapevolezza, ma i risultati possono essere profondamente gratificanti. Relazioni basate su ascolto, chiarezza e rispetto reciproco non solo migliorano la qualità delle nostre interazioni, ma favoriscono anche un senso di connessione autentica. Integrando l’ascolto attivo, l’assertività e approcci costruttivi alla gestione dei conflitti, possiamo rafforzare i nostri legami e affrontare con maggiore serenità le sfide relazionali, costruendo così rapporti duraturi e appaganti.
COMPLESSO DI INFERIORITA’

Quando si parla di complesso di inferiorità, si fa riferimento a un individuo che presenta una bassa autostima, vissuti di inadeguatezza, ed è pervaso da un costante sentimento di vergogna di sé. Con il concetto di complesso di inferiorità, in psicologia, si fa quindi riferimento a una serie di rappresentazioni di sé che l’individuo ha costruito e che sono, spesso, il concentrato di rappresentazioni inconsce che nascono dalla propria storia relazionale. Il modo in cui ognuno di noi rappresenta il proprio Sé è quindi frutto sia del contesto sociale e culturale in cui siamo inseriti, sia della propria storia familiare e personale. Nel tessuto sociale, il complesso di inferiorità può generare insicurezza e timore di essere giudicati soprattutto in individui che si sentono emarginati o non all’altezza rispetto agli altri. Al contrario, il complesso di superiorità si nutre di un’eccessiva fiducia in sé stessi, spingendo talvolta le persone a comportarsi con arroganza o disprezzo verso chi percepiscono come inferiori. Entrambi i complessi possono essere radici di conflitti interiori ed esterni e influenzare le dinamiche relazionali e il benessere personale. In una società frenetica, volta al raggiungimento di obiettivi che, in ogni contesto (scolastico, lavorativo, relazionale) vengono “ossessivamente” valutati, sembra che si sia andato man mano perdendo interesse per la soggettività, per i tempi e per le inclinazioni personali. La specificità di ogni singolo individuo è stata sostituita dalla costruzione di un ideale comunitario a cui tutti dobbiamo tendere per poterci sentire “al passo” con i tempi e con gli altri. Il complesso di inferiorità può manifestarsi in diversi modi, che influenzano la maniera in cui una persona percepisce se stessa e interagisce con il mondo circostante. Uno dei segnali più evidenti è la costante sensazione di inadeguatezza, di non essere abbastanza (atelofobia) o di essere inferiori agli altri, anche quando non ci sono ragioni concrete per tale percezione. Il complesso di inferiorità può essere riconosciuto anche dalla presenza di bassa autostima e di una mancanza di fiducia nelle proprie capacità, che limitano le opportunità di crescita personale e professionale. Può capitare che complesso di inferiorità e aggressività si manifestino insieme: l’aggressività è infatti un meccanismo di difesa dietro cui l’Io ferito può nascondere le proprie insicurezze. Inoltre, è possibile che quando si soffre di complessi d’inferiorità, si tenda a essere ipersensibili alle critiche e alle opinioni degli altri, interpretando ogni situazione come conferma della propria mancanza di valore. Fortunatamente, molte persone che soffrono di tali vissuti di inadeguatezza, arrivati a un certo punto, avvertono un conflitto tra la loro vita psichica e il mondo esterno che li richiama al conseguimento di obiettivi evolutivi. È questo il momento in cui molti si rivolgono a uno psicologo o psicoterapeuta. Durante un percorso di terapia, infatti, il paziente potrà imparare a conoscere le sue potenzialità. Verrà a trovarsi a contatto con un Altro (il terapeuta) che, attraverso il rispecchiamento, riconoscerà e valorizzerà la sua differenza, le sue potenzialità e, su quest’ultime, farà leva per accompagnarlo nel mondo esterno, confidando nella sue capacità e potenzialità.
Complesso di Inferiorità
Quando si parla di complesso di inferiorità, si fa riferimento a un individuo che presenta una bassa autostima, vissuti di inadeguatezza, ed è pervaso da un costante sentimento di vergogna di sé. Con il concetto di complesso di inferiorità, in psicologia, si fa quindi riferimento a una serie di rappresentazioni di sé che l’individuo ha costruito e che sono, spesso, il concentrato di rappresentazioni inconsce che nascono dalla propria storia relazionale. Il modo in cui ognuno di noi rappresenta il proprio Sé è quindi frutto sia del contesto sociale e culturale in cui siamo inseriti, sia della propria storia familiare e personale. Nel tessuto sociale, il complesso di inferiorità può generare insicurezza e timore di essere giudicati soprattutto in individui che si sentono emarginati o non all’altezza rispetto agli altri. Al contrario, il complesso di superiorità si nutre di un’eccessiva fiducia in sé stessi, spingendo talvolta le persone a comportarsi con arroganza o disprezzo verso chi percepiscono come inferiori. Entrambi i complessi possono essere radici di conflitti interiori ed esterni e influenzare le dinamiche relazionali e il benessere personale. Il complesso di inferiorità può manifestarsi in diversi modi, che influenzano la maniera in cui una persona percepisce se stessa e interagisce con il mondo circostante. Uno dei segnali più evidenti è la costante sensazione di inadeguatezza, di non essere abbastanza o di essere inferiori agli altri, anche quando non ci sono ragioni concrete per tale percezione. Il complesso di inferiorità può essere riconosciuto anche dalla presenza di bassa autostima e di una mancanza di fiducia nelle proprie capacità, che limitano le opportunità di crescita personale e professionale. Può capitare che complesso di inferiorità e aggressività si manifestino insieme: l’aggressività è infatti un meccanismo di difesa dietro cui l’Io ferito può nascondere le proprie insicurezze. Inoltre, è possibile che quando si soffre di complessi d’inferiorità, si tenda a essere ipersensibili alle critiche e alle opinioni degli altri, interpretando ogni situazione come conferma della propria mancanza di valore. Le cause del complesso di inferiorità, possono essere molteplici e complesse. Spesso, possono radicarsi nelle esperienze infantili, come critiche eccessive, abusi emotivi o fisici, o un ambiente familiare che non fornisce un sostegno emotivo adeguato. Anche le comparazioni costanti con gli altri, specialmente in ambito sociale o lavorativo, possono alimentare sentimenti di inferiorità. Allo stesso modo, il fallimento ripetuto o l’impossibilità di raggiungere gli standard imposti da sé stessi o dagli altri possono contribuire alla formazione del complesso di inferiorità. Alcune persone possono sviluppare questo complesso anche a causa di traumi o eventi stressanti nella vita adulta, come una rottura sentimentale, una malattia fisica, problemi sul lavoro o la perdita di questo, che possono portare a sperimentare la sindrome dell’impostore. Inoltre, i messaggi sociali e culturali che promuovono ideali irrealistici di bellezza, successo e prestigio possono aggravare ulteriormente il complesso di inferiorità verso una persona o un gruppo sociale negli individui più vulnerabili. Fortunatamente, molte persone che soffrono di tali vissuti di inadeguatezza, arrivati a un certo punto, avvertono un conflitto tra la loro vita psichica e il mondo esterno che li richiama al conseguimento di obiettivi evolutivi. È questo il momento in cui molti si rivolgono a uno psicologo o psicoterapeuta. Durante un percorso di terapia, infatti, il paziente potrà imparare a conoscere le sue potenzialità.
Complesso di Adone: Vigoressia

Si tratta di un disturbo ossessivo-compulsivo che colpisce principalmente i culturisti maschi, i quali sono ossessionati dall’idea di essere insufficientemente muscolosi e atletici. La Vigoressia è un tipo di disturbo caratterizzato da una preoccupazione estrema finalizzata a diventare più muscoloso. Questa ossessione li porta a dedicare ore ed ore all’allenamento in palestra, a spendere somme esorbitanti per integratori alimentari inefficaci, a seguire diete ipocaloriche e iperproteiche e, in alcuni casi, a fare uso di steroidi anabolizzanti. Le persone affette da bigorexia o vigorexia hanno una percezione distorta del proprio corpo e sono intolleranti a qualsiasi minima imperfezione dei propri muscoli. Hanno anche paura di perdere il tono muscolare acquisito con anni di sacrifici e di diventare flaccidi o grassi. Le cause di questo disturbo sono da ricercarsi in una combinazione di fattori psicologici, sociali e biologici, tra cui l’insicurezza personale, la pressione dei media e dei modelli estetici dominanti, l’influenza dei pari e la predisposizione genetica. La diagnosi di bigorexia o vigorexia si basa su alcuni criteri diagnostici riconosciuti dagli esperti, che riguardano la preoccupazione ossessiva per il corpo e la sua tonicità muscolare, per l’allenamento e per la dieta. Il trattamento consiste nella psicoterapia cognitivo-comportamentale, eventualmente associata a una terapia farmacologica a base di inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina. Le difficoltà maggiori nella cura di questo disturbo risiedono nel convincere il paziente che soffre di una malattia e che necessita di aiuto. Come le donne con un disturbo alimentare, anche gli uomini con questo disturbo hanno un senso distorto dell’immagine corporea e spesso soffrono di dismorfia muscolare (Vigoressia), un tipo di disturbo caratterizzato da una preoccupazione estrema finalizzata a diventare più muscoloso. Alcuni ragazzi con questo disturbo vogliono perdere peso, mentre altri vogliono prenderne o “ingrossarsi”. I ragazzi che pensano di essere troppo magri hanno un rischio maggiore di utilizzare steroidi o altre droghe dannose per aumentare la massa muscolare. I ragazzi con un disturbo alimentare mostrano lo stesso tipo di segni e sintomi emotivi, fisici e comportamentali delle ragazze, ma per diverse ragioni hanno meno probabilità di ricevere una diagnosi per quello che viene spesso considerato un disturbo tipicamente “femminile”. I ragazzi e gli uomini che ne soffrono si considerano non belli e troppo magri, anche se solitamente hanno muscoli già sviluppati. Hanno un desiderio ossessivo di rendere il proprio corpo più muscoloso, sia con lo sport che con prodotti disponibili legalmente sul mercato, come pericolosi steroidi anabolizzanti. Preferiscono il loro piano di allenamento compulsivo alle loro relazioni sociali o professionali e alle attività di svago Vietano a loro stessi alcuni cibi, arrivando a provare un intenso desiderio di consumarli, a cui alla fine cedono. Si vergognano di queste crisi di fame, fanno eccessivo esercizio fisico e cercano di limitare ancora di più la loro alimentazione. Evitano le situazioni in cui gli altri potrebbero vedere il loro corpo, come la piscina o gli spogliatoi. Spesso indossano diversi strati di vestiti per sembrare più muscolosi Il disturbo viene spesso diagnosticato solo dopo anni, quando è già molto marcato. Di conseguenza, si ricerca un aiuto professionale molto tardi, quando potrebbe essere necessaria una visita internistica.
Compiacenza: bisognosi di riconoscimento e approvazione

La compiacenza è una carenza di autoriconoscimento: un cercare all’esterno l’approvazione che non si è in grado di trovare dentro di sé. “Mille fiori di plastica non fanno fiorire un deserto. Mille ombre vuote non riempiono una stanza”. F. Perls “Sono come tu mi vuoi” è il tipico atteggiamento di chi, per essere accettato e riconosciuto, cerca di soddisfare le aspettative altrui a scapito della propria individualità. Si tratta di un tipo di manipolazione che si costruisce nei primi anni di vita, quando il bambino apprende a sacrificare i suoi modi spontanei per adattarsi ai bisogni e alle richieste dell’ambiente in cui cresce e garantirsi, così, attenzione e amore. Questa forma di iperadattamento, che nasce come soluzione di sopravvivenza, nel tempo diventa un ostacolo per l’autoaffermazione e l’autonomia. Winnicott parla di “falso sé“, descrivendo la situazione in cui la personalità si sviluppa su una base di imitazione, anziché di identificazione. Chi si preoccupa sempre di piacere/far piacere agli altri, svaluta il proprio modo di essere, di pensare, sentire e agire. Tende ad assumere la prospettiva dell’altro, conformandosi alle sue idee, ai suoi gusti e ai suoi desideri. La difficoltà a differenziarsi Nella spinta a compiacere vi è una carenza del processo di differenziazione e individuazione che può sfociare in confluenza. Si può essere consapevoli di sé stessi e dei propri bisogni e compiacere per evaderne la responsabilità. Oppure, quando i confini sono deboli, si può avere difficoltà a distinguere ciò che proviene dall’altro da ciò che proviene da sé. La persona compiacente ha un funzionamento dipendente e simbiotico, anche se talvolta nascosto dietro una immagine controdipendente di falsa autonomia. Per cui non sempre in figura vi sono insicurezza e vulnerabilità. Alcune volte, infatti, la compiacenza si mescola alla ricerca di perfezionismo e ad una forma di narcisismo grandioso che dissimula la fragilità relegata al mondo interno. In questo caso, ancor più che approvazione (“dimmi che vado bene”), si cerca potere e ammirazione (“dimmi quanto sono speciale/indipensabile”). La difficoltà a dire di no e a chiedere La compiacenza è caratterizzata da una difficoltà a dire di no e a chiedere. Saper dire di no fa parte della capacità di differenziarsi dall’altro, fondamentale non solo per autoaffermarsi ma anche per proteggersi e rifiutare ciò che non si vuole. Saper chiedere ha a che fare, in maniera specifica, con la responsabilità di esternare un proprio bisogno attraverso l’esplicitazione di una richiesta. In entrambi i casi, i rischi da correre sono percepiti come troppo elevati. Un giudizio negativo o un rifiuto, ad esempio, possono essere vissuti come una disconferma di sé stessi, assoluta e definitiva. Internamente può aprirsi uno scenario catastrofico di perdita, che non è solo perdita dell’altro ma anche, e più profondamente, perdita di sé. Il vuoto interiore e la mancanza d’essere Secondo Winnicott la compiacenza porta con sé un senso di futilità per l’individuo e si associa all’idea che niente sia importante. Che la vita non valga la pena di essere vissuta, poiché il mondo viene conosciuto solamente come qualcosa in cui ci si debba inserire e che richiede adattamento. D’altro canto, nello sforzo di evitare il vuoto interiore della mancanza d’essere, vi è una fuga da sé stessi, dal pericolo di sentirsi persi e persino niente. Il contatto profondo con la propria solitudine viene rifuggito in quanto esperienza che minaccia l’integrità costruita, fino a quel momento, nell’inautenticità. La persona dipende dallo sguardo dell’altro: può sentire di esistere solo in funzione dell’immagine che l’altro rimanda di sé. Nella ricerca di approvazione vi è dunque una negazione della propria identità e, insieme, una ricerca, talvolta disperata, di una identità. La rabbia Sotto la maschera della compiacenza, fatta di sorridente iperdisponibilità e affabile o remissiva accondiscendenza, possono esservi emozioni, non sempre consapevoli, di rabbia, rifiuto, vendetta. L’altro può essere visto non solo come un Salvatore ma anche come un Persecutore e, più di rado, come una Vittima. Alle fantasie salvifiche di riscatto (“finalmente sarò riconosciuto/a per come sono”), o grandiose (“ti conquisterò con la mia straordinarietà”), possono alternarsi fantasie catastrofiche di conferma della propria mancanza di valore (“mi dirai anche tu che non vado bene, che non c’è spazio per me”). Ma dal momento che se vi è possibilità di salvezza questa dipende dall’esterno, la persona compiacente tende ad assoggettarsi all’altro e a passivizzarsi. E, al tempo stesso, a confermare la posizione infantile originaria di salvare l’altro per salvare, in ultimo, sé stessa. In tal modo, va perlopiù incontro all’esito autodistruttivo del dirigere e agire la rabbia contro di sé. Sentendosi spesso sbagliata e in colpa per com’è e, in alcuni casi estremi, per il fatto stesso di esistere. Riappropriarsi di sé stessi Liberarsi dalla compiacenza significa perdere la sicurezza che deriva dall’illusione di controllo e onnipotenza. Implica un lavoro psicoterapeutico che guardi alla ferita antica del non essersi sentiti riconosciuti da bambini. Che miri a sciogliere i conflitti interni che impediscono i processi separativi, l’emergere del sé autentico e il raggiungimento dell’autonomia. Fare esperienza dell’essere visti e accolti per come si è, in tutte le proprie parti. Correre il rischio di incontrare sé stessi e di incontrare l’altro, in una relazione autentica. Al di fuori di inganni e manipolazioni. Scoprire il vuoto come spazio vitale e creativo da cui dare forma e senso alla propria esistenza. Assumersi la responsabilità di ciò che si è e dei propri bisogni. “Si va dallo psicologo, prima che per conoscersi, per essere conosciuti profondamente da un’altra persona. Perché sentirsi “tenuti a mente” significa sentire “tenuti insieme” i nostri vari aspetti.” (Winnicott)
Come vivono le emozioni i bambini con autismo?

Nelle persone autistiche è carente la dimensione sociale della competenza emotiva come, per esempio, l’espressione delle emozioni nelle situazioni appropriate o l’attenzione alle emozioni altrui, che rende capaci di rispondere socialmente. Non si sviluppa, nel bambino autistico, un’adeguata capacità di elaborare cognitivamente gli stati emotivi, propri e dell’altro. Allo stesso tempo, sono presenti espressioni emotive incongruenti, che possono sembrare esagerate, in alcune situazioni, o comunque inadeguate al contesto. La reciprocità sociale ne risulta gravemente compromessa. L’evidenza che il soggetto autistico non riesca a gestire l’attivazione emotiva propria e non sappia dare un nome agli stati emotivi dell’altro, non significa che non percepisca il clima emotivo presente nell’ambiente in cui è inserito. Gestione delle emozioni di base Spesso si fa riferimento alla dimensione emotiva, utilizzando la metafora dell’acqua. i parla, per esempio, di “onde emotive”, descrivendo l’emozione come un moto, che può comparire interiormente e si può espandere nell’ambiente, “contagiando” chi sta vicino. Attraverso l’uso della mente, ognuno di noi contiene e dà forma alle emozioni che influenzano la vita di tutti i giorni (Sepe, Onorati, Folino e Rubino, 2014). L’assenza di una struttura di personalità solida ed armonizzata rende questo processo molto difficile, per le persone autistiche. Esse, pur avendo un’estrema sensibilità per il mondo emotivo, non riescono a contenerlo. Le informazioni emotive, che arrivano dall’esterno, iniziano, allora, a risuonare in maniera profonda dentro il corpo emotivo dell’individuo autistico e, spesso, possono influenzare gran parte del suo comportamento. Proprio per l’assenza di sovrastrutture, i soggetti autistici riescono meglio di chiunque altro ad entrare in risonanza emotiva con l’ambiente: questa risonanza non può essere decodificata né comunicata in maniera tradizionale. Possiamo affermare che le persone autistiche hanno naturalmente una capacità di empatia emotiva, intesa come capacità di assorbire, senza filtri, le impressioni emotive che derivano dalle persone, presenti nei contesti in cui vivono. Sentire le emozioni proprie ed altrui Quando si parla di bambini con autismo, raramente si parla del loro sentire ma anche del sentire di quelli che stanno accanto e vicino a loro: genitori, familiari, insegnanti e altri operatori. Eppure sono proprio le emozioni e i sentimenti degli uni e degli altri, gli elementi essenziali che condizionano, limitano o alterano i pensieri, le azioni e i comportamenti di questi soggetti o al contrario possono migliorare la loro condizione. Le emozioni sono fenomeni complessi, profondamente connessi a ogni aspetto dell’esperienza umana, poiché sono presenti in ogni atto o comportamento effettuato, così come sono presenti in ogni pensiero elaborato dalla mente. La vita quotidiana è intrisa di sentimenti ed emozioni che influenzano i comportamenti, i pensieri e ogni tipo di azione. Le emozioni sono anche dei sistemi di comunicazione interpersonale, come risposta a precisi comportamenti da parte degli altri e servono alla sopravvivenza e alla riproduzione della specie.
Come vi fa sentire il Natale? I rituali e la loro funzione

Il periodo di Natale è un momento complesso dell’anno. Al di là del significato religioso, il Natale e i rituali che lo accompagnano – cene, pranzi, scambi di regali – porta con sé diverse e spesso contrapposte emozioni. Alcune persone lo vivono come una festività gioiosa e importante per rafforzare e celebrare i legami familiari, altre lo soffrono per lo stesso motivo: quando si hanno legami ambivalenti o negativi con le persone che compongono la famiglia, o se non si ha un nucleo familiare con cui festeggiare, o si è subita una perdita o un lutto, il Natale può diventare fonte di grande sofferenza e acuire le esperienze di solitudine degli individui. Il Natale, con la sua portata di emozioni comunque forti, positive o negative, è un perfetto esempio di uno dei comportamenti umani più frequenti in tutte le culture e a tutte le latitudini: l’utilizzo del rituale. I rituali accompagnano la nostra esistenza dalla nascita alla morte e hanno un potentissimo effetto sia sociale sia psicologico: contribuiscono a strutturare la nostra vita. I rituali di gruppo accompagnano e definiscono gli eventi sociali significativi : nascite, compleanni, matrimoni, funerali, lauree, etc. Molte persone hanno rituali personali che aiutano a organizzare le loro giornate: iniziare la giornata con gli stessi gesti, fare alcune azioni prima di una prova importante; esistono mille possibilità di ritualizzare un momento e ognuno di noi conosce i propri gesti ripetuti in occasioni personali di vario rilievo. La ripetizione è la chiave e l’essenza del rituale e la ricerca – psicologica, antropologica e sociale – conferma che i rituali offrono numerosi vantaggi psicologici, dandoci un senso di controllo e contribuendo a ridurre l’ansia relativa a un particolare evento. Tornando al Natale, periodo in cui i dolci saranno protagonisti, parliamo di un’altra funzione del rituale: quella di amplificare il piacere. I ricercatori dell’Università del Minnesota e di Harvard hanno dimostrato che l’attuazione di un rituale aumenta il piacere di mangiare cioccolato. L’esperimento era semplice e ha coinvolto due gruppi di persone. Ad un gruppo veniva data una barretta di cioccolato e si invitavano le persone a mangiarlo. Ad un secondo gruppo, prima di far consumare la barretta di cioccolato, i ricercatori chiedevano di eseguire un rituale: spezzare a metà la barretta di cioccolato senza rimuovere la confezione esterna, quindi scartare solo metà della barretta e mangiarla, e infine scartare la seconda metà e mangiarla. È stato in seguito somministrato un questionario a tutti i partecipanti. Rispetto alle persone del primo gruppo, i partecipanti del secondo gruppo, che avevano eseguito il rituale, hanno attribuito punteggi significativamente più alti, testimoniando di avere apprezzato di più il cioccolato, di averlo mangiato più lentamente per poterlo assaporare e di averlo valutato come più saporito. I rituali sembrano quindi anche aumentare il piacere e il nostro coinvolgimento nelle esperienze. Se il Natale non è la vostra passione, potete pensare di creare un piccolo rituale personale per sopportarlo più facilmente; o, perlomeno, per amplificare il piacere di qualcosa che vi piace. E aiutarvi, così, a superarlo meglio.
Come stai?

“Come stai? È la frase d’esordio nel mondo che ho intorno ..” Così intona una canzone di Dario Brunori cantautore calabrese che ha accompagnato come sottofondo la stesura di questo nuovo articolo. “Come stai?”, questa domanda nonostante la sua brevità è capace, nelle relazioni umane, di costruire un ponte, dare possibilità relazionali agli incontri tra persone. Usiamo spesso questa frase, sia negli incontri frettolosi e numerosi del vivere giornaliero, sia in quelli profondi che si vivono spesso in relazioni di cura tra bambini e caregiver o anche in spazi e rapporti terapeutici come in una seduta dallo psicoterapeuta o dal medico. Con il “come stai?” mettiamo un ponte tra due castelli vicini e, per qualche ragione, comunicanti. I modi di rispondere sono tantissimi, forse non sempre consapevoli , ma tutti nella maggior parte dei casi, validi. “Abbastanza bene” è decisamente tra tutti i modi su cui ho riflettutto, quello che trovo più cortese. Negli incontri veloci lascia spazio di domanda, d’immaginazione così come anche di chiusura, mentre in quelli per così dire “profondi” in cui ci si dedica a relazioni di cura, dà la possibilità ad esempio al terapeuta, di dare senso a quel curioso “abbastanza”. Sia ben chiaro che coltivo profondo rispetto verso gli incontri/scontri del vivere quotidiano, non sia solo perchè sono napoletana, ma anche perchè ne ho visto sul campo professionale l’importanza. Talvolta infatti questo tipo di relazioni sono dei salvavita: quella risata scambiata con la salumiera, così come la chiacchiera fuori scuola dei figli con qualche mamma o anche la parolaccia lanciata dall’automobilista al pedone indisciplinato, restano fondamentali e assolutamente non di serie B. Mi voglio però riferire maggiormente alle relazioni negli spazi di cura in cui, chi domanda, chi inizia quel ponte è un terapeuta, una persona che lavora e si forma costantemente per manipolare al meglio quel “abbastanza bene”. Una danza ritminca che va dal “come stai?” al “come sto?”. Questo oscillare non rigarda solo la persona al di là delle nostre scrivanie e dei nostri ruoli, ma anche noi terapeuti. Ciò rievoca naturalmente concetti come transfert e controtransfert che nei prossimi articoli mi piacerebbe approfondire. Più che una trincea con battaglioni l’uno contro l’altro armati con momenti di tregua, sto imparando a vederla come una danza, questo sicuramente grazie al mio lavoro di continua formazione come arteterapeuta. Una danza che oserei chiamare collettiva, in cui entrano e si scambiano il passo i numerosi personaggi che incontro quotidianamente e nel profondo ogni giorno da generazioni. Una formazione transculturale che mi permette di osservare e lavorare con la complessità dei passi altrui e non solo. A Napoli c’è un detto che mi è sempre tanto piaciuto che dice “Ogni capa è nu tribunale”.